Lo spiegone del lunedì/4
Ve lo do io il congresso

Apr 3, 2017 by     No Comments    Posted under: lo spiegone del lunedì






spiegoneE’ un dato di fatto che i renzini hanno un livello di confusione mentale al di sopra della norma. Per cui non è strano rilevare che sono addirittura convinti che nel Pd si facciano congressi, parlano di “interessante confronto”, qualcuno parla dei programmi dei candidati. Poi se gli chiedi “sì? Che dicono?” fanno scena muta. A sera, però, si chiedono fra loro “chi ha l’aggiornamento delle sezioni scrutinate?” Insomma, è un congresso o sono elezioni?

Ora, come al solito, è un’esercizio di stile, spiegare qualcosa a un renzino è come provare a accendere il fuoco con l’acqua. Eppure insistiamo. Qualche barlume di ragionevolezza in alcuni di loro dovrà esserci ancora. Partiamo da un assunto facile. Lo statuto del Pd non prevede lo svolgimento di congressi. L’articolo 9 è intitolato Scelta dell’indirizzo politico mediante elezione diretta del Segretario e dell’Assemblea nazionale. Parole significative. E all’interno dell’articolo si spiega poi che ci sono due fasi: quella delle convenzioni (orribile traduzione delle convention americane) riservate agli iscritti che hanno sostanzialmente la funzione di selezionare le candidature da sottoporre poi alle primarie, che sono aperte a tutti gli elettori del Pd stesso.

Insomma, badate bene alle parole: l’indirizzo politico del partito si sceglie attraverso l’elezione del segretario. Il partito personale sta tutto in questa affermazione. Insomma, per dirla semplice, gli iscritti al Pd non fanno i congressi, selezionano candidati. Non vi date troppe arie.

Ma cosa è un congresso? Gli ultimi che ricordo sono quelli che svolgeva il Pci. E consistevano nell’esatto contrario di quanto previsto nello statuto del Pd, una formazione politica di natura primordiale che si potrebbe definire un meta partito. I congressi consistevano nella formazione di una linea politica, attraverso il concorso di tutti gli iscritti e nella selezione, una volta scelta la linea politica, della classe dirigente più adatta a portarla avanti. Insomma, il percorso era capovolto. E come si faceva? Era un percorso lungo. Il comitato centrale uscente approvava le cosiddette “Tesi congressuali”. Un documento, complesso, che analizzava la situazione politica a tutti i livelli, lo stato del partito, e poi proponeva le soluzioni e indicava l’azione che avrebbe dovuto compiere il Pci per cercare di far diventare realtà le soluzioni proposte.

Questo documento arriva nelle sezioni locali, dove si facevano i congressi. Si formavano tre commissioni. Politica, che esaminava i documenti presentati e gli emendamenti; elettorale, che proponeva i candidati al direttivo e i delegati al congresso di federazione; verifica poteri, che aveva il compito di garantire la regolarità del congresso. Da notare che la commissione verifica poteri non era composta da esterni, come succede adesso nel Pd. Perché nel Pci partivi dal presupposto che gli altri iscritti, i compagni, come si diceva allora, erano brave persone e non tendevano a fregarti neanche quando non la pensavano come te.

Apriva il congresso la relazione del segretario uscente, partiva da un panorama sulla situazione politica, poi faceva un bilancio dell’attività della sezione. A seguire iniziava il dibattito e si presentavano gli emendamenti alle tesi congressuali. Ciascun iscritto poteva, insomma, proporre una sua visione politica. Si andava avanti due giorni, come minimo. E poi si votava. Era però il momento meno partecipato, di solito, del congresso. Perché l’importante era il confronto, spiegare il proprio punto di vista e ascoltare quello degli altri. L’indirizzo politico si formava così. Un compagno dirigente inviato dalla federazione locale, concludeva il dibattito, facendo una sintesi e rispondendo agli interventi degli iscritti.

Lo schema si ripeteva ai vari livelli organizzativi per arrivare poi al congresso nazionale. Che durava più giorni e si concludeva con l’approvazione del documento finale, dopo aver discusso tutti gli emendamenti che avevano superato i congressi locali. E l’elezione dei nuovi organismi dirigenti, dal comitato centrale alla commissione di garanzia. Organismi snelli, tra l’altro: nel Pci che superava i 2milioni di iscritti il comitato centrale (ovvero il parlamento) era di meno di duecento persone. Il Comitato centrale, a sua volta, eleggeva il segretario generale e la direzione nazionale. Nell’ultimo periodo, primo elemento di degrado il segretario venne eletto dal congresso. Poi nei Ds si istituì l’elezione diretta del segretario e la discussione politica, vero fulcro dei congressi di un tempo, ha perso man mano significato e i congressi sono infine diventati convenzioni. Ultima notazione, utile anche ai compagni di altri partiti che hanno idee confuse. Il percorso del congresso partiva dalla base e andava verso il livello nazionale, fare il contrario si chiama cooptazione, non congresso.

Ovviamente non si vuol dare un giudizio di merito, quale della forma sia migliore, ma semplicemente fare un po’ di chiarezza. Di confusione in giro ce n’è già troppa.

 

Tutto questo per la precisione.








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