Articles by " mik154"

Il bisogno di porre una nuova questione morale.
Il pippone del venerdì/106

Giu 21, 2019 by     No Comments    Posted under: Il pippone del venerdì

Il caso Lotti-Palamara ha riempito le pagine dei giornali nelle settimane scorse negli stessi giorni in cui, coincidenza davvero singolare, la sinistra ricordava la morte di Enrico Berlinguer, il dirigente politico che con più forza pose il tema della questione morale. Un ricordo, lo dico subito, che molti farebbe meglio a evitare, per non cadere nel ridicolo. Quando si parla dell’esempio di Berlinguer sarebbe bene averlo presente quell’insegnamento e non declamarlo una volta l’anno. Ma passiamo oltre, tra l’altro a me i santi non sono mai piaciuti, tanto meno i santi laici.

Chiariamo subito, quando si parla di questione morale non si pone semplicemente un problema di rispetto della legalità. Non è questo un tema di cui si deve occupare la politica, spetta alla magistratura che deve essere messa nelle condizioni di fare il suo lavoro. Berlinguer intendeva un’altra cosa quando parlava di questione morale. Intendeva il rispetto che i partiti devono avere per le istituzioni che non devono essere sottomesse a interessi di parte, ma devono restare terze, poste su un livello superiore.

Per questo fa quasi sorridere che la difesa (politica) di Lotti e soci sia tutta basata su due pilastri: il primo è “così fan tutti”, il secondo è “non hanno commesso alcun reato”. Sul secondo, proprio per il ragionamento che facevo prima, non spetta a noi valutare eventuali profili penali. A me il comportamento dell’allegra combriccola proprio al di sopra di ogni sospetto non sembra, ma è una mia opinione e vale zero. E’ sul primo postulato che mi si accappona la pelle. Perché la sinistra italiana, almeno quella che viene dalla tradizione comunista, aveva fatto della sua diversità su questi temi la sua bandiera grazie a Berlinguer. E Berlinguer poneva con grande forza comunicativa un tema molto chiaro fin da Gramsci e Togliatti.

Ecco, questo secondo me è uno dei punti su cui rifondare una cultura di sinistra nel nostro Paese. Torniamo a insegnare ai giovani il rispetto della sacralità laica delle istituzioni che non devono entrare nelle beghe di partito. Capisco che quello di Berlinguer è un mondo che non c’è più. Ma forse anche per questo gli elettori non ci danno più fiducia.

E allora, proprio in questi giorni in cui si torna con forza a parlare di unità del centrosinistra mi sento di porre questa esigenza che sento molto forte, quella di una nuova questione morale. Io non mi sento di poter stare non solo nello stesso partito, ma neanche nella stessa alleanza, con personaggi che si giocano le istituzioni come fossero una partita di poker. Quello di Lotti è solo l’ultimo esempio, neanche il peggiore forse.

E guardate che non è un tema di regole. In questo Paese di regole ne abbiamo fin troppe. Tante che bloccano la nostra economia, il nostro sistema giudiziario. Ce ne sono anche per garantire la separazione tra i partiti e la magistratura, non facciamoci ingannare da chi ci spiega che un buona parte del Csm viene eletto dalle Camere. E’ vero, ma è anche vero che esistono quorum talmente elevati per l’elezione dei cosiddetti membri laici del Consiglio superiore da garantire la qualità e il prestigio degli stessi. Hanno provenienza di “parte”, ma i voti necessari li fanno diventare autenticamente espressione del sistema politico nel suo complesso e non dei partiti.

E’, invece, un tema di come si sta nel sistema politico e di come ci si comporta dentro un partito quando si hanno ruoli di responsabilità. Faccio sommessamente notare che, neanche tanti anni fa, mettemmo in croce Piero Fassino, allora segretario dei Ds, per una frase infelice su una fusione tra banche. Badate bene, non stava brigando, stava semplicemente informandosi, da dirigente di uno dei principali partiti italiani su un processo di concentrazione di gruppi di credito che avrebbe condizionato pesantemente il sistema economico italiano. Nulla di illegale, ma neanche di poco chiaro dal punto di vista etico, insomma. Eppure quel suo “abbiamo una banca”, suonò a molti, me compreso, come una frase sgrammaticata, sia pure in un contesto colloquiale e informale come quello di una chiacchierata telefonica.

I temi su cui ricostruire una sinistra popolare, forte e autorevole sono sicuramente tanti e differenti. Dal rapporto con i lavoratori, alla necessità di un patto con sindacati e associazioni per ricostruire un tessuto diffuso, sociale prima ancora che politico, alla questione ambientale e dei sistemi i produzione. Di sicuro, però, non si va da nessuna parte se non pratica un taglio netto, a colpi di accetta, con quella cultura politica che predica la sottomissione di qualsiasi istituzione agli interessi di parte. Interessi di lobby, neanche di partito. Diceva bene Bersani qualche anno fa, quando parlò di una eccessiva concentrazione di potere in pochi chilometri quadrati. Era una delle caratteristiche del renzismo, si decideva tutto fra fiorentini. Manco tutti interni al Pd. Basta pensare al potere acquisito in quel periodo da Verdini. Io credo che questa sia una delle caratteristiche peggiori di quella stagione.

Ecco quindi, ben venga l’unità, come la racconta anche oggi in una lunga intervista Massimo D’Alema. Anche se io mica ho ancora ben capito fra chi dovrebbe nascere questa unità, visto che le elezioni hanno stabilito che ormai esiste solo – e anche bello ammaccato – il Partito democratico (su questo sapete tutti come la penso e quindi non mi ripeto). Ben venga l’unità, dicevo, ma che almeno nasca da un bagno purificatore collettivo. Non si può soltanto sostituire un cerchio magico con un altro. Non basta cambiare la latitudine alla quale avviene la gestione del potere, occorre tenersi lontani da quelle pratiche nefaste che avranno anche permesso di entrare nei salotti che contano ma ci hanno portati lontani dai nostri elettori.

Stati generali dell’editoria, una farsa in salsa Crimi.
Il pippone del venerdì/105

Giu 14, 2019 by     No Comments    Posted under: Il pippone del venerdì

Sto seguendo, sia pur distrattamente e con il dovuto distacco, questa storia degli Stati generali dell’editoria convocati con tanto di grancassa dal sottosegretario Vito Crimi. Uno si aspetterebbe, visti gli argomenti in campo e visti gli interlocutori del governo, un dibattito a più voci, con l’esecutivo pronto ad ascoltare e, almeno in parte, recepire le proposte che arrivano dagli attori del sistema. Niente di tutto questo. Più o meno lo schema è: parlano tutti, fanno proposte, Crimi lascia ad ascoltare qualcuno del suo staff e poi spiega le sue strampalate teorie, sulle quali non è ammessa replica. E’ così e basta.

Sull’informazione propriamente detta parleremo dopo, ma prima giusto un accenno ai cosiddetti “over the top”, ovvero Facebook, Google e Amazon. Ora, i dati forniti da Agcom sono questi: il mercato degli investimenti pubblicitari in Italia vale 7,3 miliardi di euro, la metà o poco meno va verso le tv e un terzo verso internet (2,2 miliardi). Di questa fetta però, sempre secondo l’Autorità garante per le comunicazioni, oltre il 60 per cento sono andati alle piattaforme web. A Facebook e Google, per parlare chiaro. A quotidiani, riviste e radio arrivano infine, complessivamente 1.9 miliardi. Da più parti si chiedeva un intervento del governo in una situazione così squilibrata, ma l’ineffabile Crimi ha risposto picche: il mercato, sostiene il sottosegretario, è troppo ricco e si riequilibrerà da solo con l’ingresso di nuovi competitori.  C’è voluto un blitz dell’opposizione che ha convinto la Lega per far passare un emendamento che, speriamo, salverà Radio Radicale. Ora serve altrettanto a favore dei giornali editi da cooperative.

A parte che le mie poche cognizioni di economia, mi suggeriscono l’esatto contrario, ovvero che gli oligopoli semmai tendono al monopolio se lasciati senza regole, perché la forza degli operatori già presenti nel settore tende a stritolare eventuali nuovi soggetti. A parte questo, dicevo, anche partendo, per assurdo, dal presupposto che Crimi abbia ragione non si capisce bene perché, al contrario,  il governo abbia pensato bene di intervenire con un taglio deciso al fondo per il pluralismo nell’informazione per, sostiene lo stesso paladino del libero mercato, “dare uno shock al sistema e segnalare il cambiamento”. C’è voluto un blitz dell’opposizione che ha convinto la Lega per far passare un emendamento che, speriamo, salverà Radio Radicale. Ora serve altrettanto a favore dei giornali editi da cooperative. Crimi se ne farà una ragione.

Il governo, la sintetizzo così, interviene a seconda dei casi. Le grandi multinazionali si regolano da sole, sul pluralismo, invece, meglio mettere pesantemente mano. Viene quasi il sospetto che non sia semplicemente incapacità totale, ma ci sia un disegno preciso. E arriva in aiuto un altro intervento, sempre nel corso degli Stati generali, quello dell’Upa, l’associazione degli inserzionisti, che candidamente ammette come a loro del pluralismo non interessa proprio nulla, semmai sono interessati al profilo dei consumatori e i big data si attagliano perfettamente a queste esigenze. Quando si dice una perfetta convergenza di interessi.

Che i pubblicitari la pensino così ci sta anche. Mica è compito loro pensare al pluralismo dell’informazione. E’ quanto meno inquietante che il governo, in sostanza, sia dello stesso avviso. Ovvero uno dei soggetti deputati all’attuazione e alla difesa del dettato costituzionale che sostiene l’esatto contrario. Insomma, per dirla breve e confermare quanto accennavo qualche tempo fa parlando dei 5 stelle come di una sorta di setta, si ha il sospetto che non solo al sottosegretario Crimi sfugga il fatto che il mercato da solo è l’esatto contrario del pluralismo, ma che proprio su questo punti.

Del resto non sono soltanto gli editori dei giornali editi da cooperative (in pratica gli unici che ricevono ancora contributi dal governo) a lanciare un grido di allarme, ma anche altri importanti soggetti imprenditoriali che candidamente ammettono che senza qualche forma di intervento pubblico “l’informazione di qualità ve la dimenticate, perché il giornalismo è troppo costoso da mantenere”. Badate bene, gli editori non dicono “chiudiamo bottega”, come fanno le cooperative o Radio Radicale, dicono vi scordate la qualità. Insomma, giornali fatti con il copia e incolla dai comunicati stampa. Riempiti di cinguettii e messaggini arrivati dai comunicatori di riferimento.

Ovvero la narrazione al posto dell’informazione. L’editore di cui sopra lo vede come rischio potenziale. Viene da chiedersi se, al contrario, una buona parte del sistema politico non lo veda come una opportunità da cogliere. E dunque si eliminano scientificamente le voci libere e professionalmente qualificate, si dà mano libera alla rete e alle piattaforme digitali che ben funzionano come megafono da usare per diffondere la “religione” ufficiale. Narrazione vuol dire l’esatto contrario di informazione, vuol dire che un bravo comunicatore fa passare per verità assoluta il punto di vista del suo committente. Ci aveva provato anche Renzi, con la stessa tecnica dei grillini, usando fan (in parte veri, ma anche e soprattutto a pagamento) per provare a conquistare la necessaria supremazia sul web. Come si sa ne è uscito spesso con le ossa rotte.

Della tecnica della narrazione fanno uso a piene mani sia Salvini che i 5 stelle, con grande spregiudicatezza. La storia è vecchia: eliminare l’intermediazione del giornalista fra politico e cittadino. Basta leggere le teorie sulla comunicazione nei regimi totalitari, mica si sono inventati nulla di nuovo, usano soltanto mezzi diversi, ma la tecnica è la stessa dei Cinegiornali Luce di mussoliniana memoria. Da parte delle forze di opposizione, su questo tema come anche su molti altri, mi pare ci sia ancora una grande sottovalutazione. Ora, a meno che non pensino che in fondo una situazione senza troppi giornalisti scomodi potrebbe far comodo anche a loro, secondo me servirebbe una grande mobilitazione a difesa dell’informazione. Non è un orpello bello ma di cui si può fare a meno.

Il nostro sistema attuale è già fin troppo debole e spesso troppo appiattito sul potente di turno e non è un orpello qualsiasi. La democrazia stessa viene meno se non viene garantito il diritto dei cittadini a essere informati. Informati, non “narrati”.

Che fare dopo il disastro? Ripartire da ecologia e socialismo.
Il pippone del venerdì/104

Giu 7, 2019 by     No Comments    Posted under: Il pippone del venerdì

Ora, una volta che si sono abbassati i polveroni delle consuete dichiarazioni post elettorali, in cui ciascuno trova una ragione di vittoria, due dati sono evidenti. A livello europeo l’avanzata dei sovranisti, che pure c’è, non è sufficiente a garantir loro la maggioranza in parlamento. Ci sarà un asse ancora più spurio del passato, che vedrà insieme socialisti, popolari e liberisti dell’Alde. Per me è un male, sia chiaro, che comprometterà ancora di più la già scarsa credibilità del Pse. Non si capisce ancora bene quale ruolo possano giocare i verdi, forti di un risultato molto positivo in molti Paesi.

A livello italiano siamo arrivati al minimo possibile per tutte le componenti della diaspora della sinistra. La parte cosiddetta radicale, a forza di presentare nuove aggregazioni posticce e simboli sempre differenti, è passata a miglior vita. Gli altri, dopo proclami di autonomia e lanci di improbabili ricostruzioni, si sono acconciati al ruolo di comparse nel Pd. Aspettano che Renzi e Calenda si tolgano di mezzo per poter rientrare in qualche cantuccio di quella che continuano a considerare la loro casa comune. Chissà se succederà davvero.

Intanto varrebbe la pena segnalare che, oltre alle bacchettate che arrivano dall’Europa, sulle quali Salvini continua a costruire le sue fortune elettorali, in Italia la crisi ha ripreso a mietere vittime a pieno regime. Whirpool che chiude lo stabilimento di Napoli, gli indiani che puntavano al rilancio dell’Ilva annunciano oltre mille cassintegrati. Per non parlare di Mercatone Uno fallito di recente. Le piccole e medie imprese che chiudono non le contiamo neanche più. Centinaia di migliaia di lavoratori rischiano di andare a spasso.

Che si fa insomma? Ci si limita a qualche patetica assemblea (quelle che si fanno ormai in sale condominiali o poco più) nella quale verrà annunciata sicuramente l’ennesima finta fase costituente dell’ennesimo tentativo di costruire l’ennesimo soggetto politico. Ci sarà sicuramente una qualche Falcone che scenderà dal suo salotto e verrà a spiegare come fare, un qualche professore che darà una presunta base culturale al tutto e avanti fino alla prossima batosta.

Ma possibile che non ci sia il modo di rompere questo cerchio vizioso in cui le uniche strade per l’impegno politico sono un antagonismo parolaio dei gruppi dirigenti “radicali” o l’assorbimento fra i moderati del Pd? Hanno detto bene Bersani e D’Alema: non c’è bisogno di nuove rincorse al centro, perché quei voti stanno già nel portafoglio dei democratici. E allora sarebbe il caso, per una volta, di andare fino in fondo a quello che si dice.

Io sono uno di quelli che aveva davvero creduto alla svolta ecosocialista che aveva annunciato Roberto Speranza a dicembre. Il coordinatore nazionale di Articolo Uno spiegò che questo era il paradigma sul quale costruire la nuova sinistra, contemporanea, in grado di affrontare le sfide che abbiamo di fronte. Non uno sterile laburismo in stile ‘900, né un terzomondismo di pura facciata. La sfida era tornare a una critica radicale del capitalismo, un sistema di produzione che ha nel suo dna non solo lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, ma addirittura la scomparsa stessa della specie umana, grazie al riscaldamento globale che porterà a rendere la Terra inabitabile per tutti noi. Le stesse elezioni europee ci hanno segnalato una grande avanzata delle forze ecologiste in gran parte del continente. Anche in Italia, nel loro piccolo, i Verdi hanno aumentato i loro consensi. Non possono essere loro la risposta, ma possono essere parte della risposta.

Avevo creduto a quella svolta, dicevo. Avevo creduto all’annuncio di una fase costituente vera, aperta e innovativa nelle forme. In cui non ci si ponesse il problema dei gruppi dirigenti, ma dei contenuti. Perché una volta stabilità la bussola, ecologia e socialismo insieme, serviva un grande progetto per l’Italia che traducesse i valori in atti concreti. Un progetto radicale. Cosa direbbero, ad esempio, gli ecosocialisti sull’Ilva? La chiudiamo? O il lavoro per la sinistra resta valore che passa sopra la salute, posto che abbia senso un’affermazione del genere?

Tutto si è risolto in un congressino di Articolo Uno, ormai esanime. Hanno deciso di togliere dal nome la seconda parte e si sono auto trasformati in partito. Di ecologia e socialismo non si è più parlato. C’era l’emergenza elettorale e in nome dell’unità e della resistenza alla destra peggiore del mondo ci si è acconciati a un’ospitata nelle liste democratiche, appena due candidati, in posizione mediana, che non sono stati neanche eletti. Come è andata a finire lo abbiamo già detto, non vale la pena tornarci. Vedremo come finiranno i ballottaggi di domenica, se l’avanzata della Lega continua, come suggerirebbero gli ultimi sondaggi. Vedremo se una classe dirigente locale ancora con una certa credibilità personale riuscirà a fare da barriera all’onda.

Adesso, con l’incubo delle elezioni anticipate che incombe sulle nostre teste, le cose sono ancora più difficile che sei mesi fa. Eppure, secondo me, la sfida resta la stessa. Mettere in piedi una forza che faccia del socialismo e dell’ecologia la sua ragione di vita. Che non insegua Salvini e soci in sterili difese dell’Europa, ma lo incalzi giorno dopo giorno sui temi temi veri: la scuola, la sanità, lo sviluppo di una economia che non ci porti all’estinzione. Si può provare ad aprire finalmente questo cantiere, a rispondere a questo bisogno di impegno politico che i ragazzi da mesi ci gridano in faccia? Oppure ci si accontenta di vivacchiare sui quattro gatti che Leu ha portato in Parlamento? Fra un po’ ci dichiarano specie protetta.

Fatemi sapere, fateci sapere cosa avete deciso. Nel frattempo, qua nel bosco la situazione è tornata affollata.

Non capisco che avete da ridere.
Il pippone del venerdì/103

Mag 31, 2019 by     No Comments    Posted under: Il pippone del venerdì

Facce sorridenti, visi rilassati. C’è addirittura chi parla di vittoria e chi, più prudente, si limita al pareggio. Io mica vi capisco. L’Italia che esce dalle urne è il paese europeo più a destra, si supera anche la Francia. Salvini e Meloni insieme, una somma tutt’altro che arbitraria, arrivano al 40 per cento dei voti. La lega, nel giro di un paio di anni, è passata da essere partito locale, che valeva il 3 per cento a livello nazionale, a fenomeno radicato in tutto il Paese. Fa da attrattore a tutte le forze disperse messe in crisi dal crepuscolo di Berlusconi.Una vera e propria impresa: nati come secessionisti, contro i terroni del sud, ora riescono a essere addirittura secondi nell’odiata Sicilia. Va bene avere la memoria corta, ma qui si esagera. La sinistra non esiste più. Fra tutte le listarelle sparse arriva a stento al 5 per cento. Il Pd, sommando tutto il sommabile, riesce a dare un segnale di esistenza in vita e supera il 22 per cento. Un dato che non ci consente di essere ottimisti. Ancora meno, considerando il successo dei candidati renziani in tutta Italia.

Sinistra Italiana e Articolo Uno sono praticamente estinti. La prima, sommata a Rifondazione, non arriva al 2 per cento, mentre i bersaniani segnano un bello zero nella casella degli eletti. A meno che non ci si voglia appropriare del boom di preferenze di Bartolo, ma davvero sarebbe un’operazione ridicola. Perfino lo stentato 3,4 per cento di Liberi e uguali alle politica adesso sembra un miraggio lontano. E anche qui, sia gli uni che gli altri rivendicano la strada scelta, quella della divisione e della subalternità al Pd: si tira avanti. Ingenuamente chi aveva previsto il disastro attuale pensava che una volta arrivati a zero, gli attuali gruppi dirigenti si sarebbero fatti da parte. Manco per sogno. Chissà verso quali sconfitte ci vogliono ancora condurre. Sinistra italiana giura di voler andare avanti con Rifondazione, Articolo Uno pare ormai avviato a una lenta ma inesorabile confluenza nel Pd. Basta leggere l’intervista di D’Alema su Repubblica di ieri: si parla solo dei democratici, visti come unico punto da cui ripartire. Auguri.

Meno peggio di quanto ci si poteva aspettare visti i dati delle elezioni europee, questo va detto, sono andate le amministrative. Ma anche qui, i Comuni vinti sembrano sempre più fortezze residuali sotto assedio che reali segnali di riscossa. Perché se è vero che nella destra chi traina è la Lega di Salvini, è anche vero che non ha ancora una struttura territoriale così ramificata da arrivare nei Comuni. Vincono nel voto di opinione, non riescono ancora a essere competitivi, in molte zone d’Italia, quando scendono in campo i candidati locali. Il prestigio di una buona classe dirigente locale e di buoni sindaci in carica riesce ad arginare l’ondata. Per il momento. Quando la competizione si allarga un po’ però, la destra non sbaglia un colpo: con la vittoria nel Piemonte di Chiamparino siamo a sette Regioni di seguito. Attendo con una certa ansia l’esisto dei ballottaggi fra due domeniche. Temo un effetto trascinamento del risultato nazionale.

Evito di approfondire l’analisi del voto, per non annoiare troppo. Il quadro generale mi sembra significativo. Il Pd, in sostanza mantiene quasi gli stessi voti di un anno fa, in valori assoluti. La Lega esplode, i 5 stelle si dimezzano. Ma i loro elettori passano direttamente a Salvini o all’astensionismo. Di guardare a sinistra o quanto meno al Pd neanche a parlarne.

Insomma, i dirigenti democratici saranno anche contenti, ma devono essere consapevoli che con questi dati non c’è alcun ritorno a un bipolarismo di tipo classico con la contrapposizione destra-sinistra come qualcuno vorrebbe far credere. C’è uno schieramento ben consolidato, che con Berlusconi sfiora addirittura la maggioranza assoluta e non avrebbe problemi, con questa legge elettorale a conquistare percentuali bulgare nelle due Camere. Di fronte c’è il Pd e poco altro. I 5 stelle pagano un anno passato all’ombra di Salvini e pagano l’assenza di un partito strutturato sul territorio, in grado di resistere nei momenti di difficoltà.

Per provare a cambiare questa situazione bisognerebbe cambiare il campo sui cui si gioca. Perché questo schema tende inevitabilmente a favorire la forza comunicativa del ministro dell’Interno, che pur governando si comporta sempre come se fosse all’opposizione. Quando è in difficoltà trova nemici nuovi su cui scaricare i propri insuccessi e mascherare così la debolezza di un governo sempre più chiacchiere e distintivo. Cambiare il gioco, dicevo. Perché se si accetta sempre il terreno proposto dalla destra si finisce per ampliare ancora il loro consenso. Non mi pare ci sia in giro questa consapevolezza. Tutt’altro.

Eppure almeno nel momento in cui il centro sinistra ha più o meno la metà dei voti della destra bisognerebbe capirlo che questo schema va cambiato. Ho assistito a una delle campagne elettorali più vuote della storia. Alzi la mano chi ha capito cosa proponeva Zingaretti per rinnovare un’Europa sempre più distante dai cittadini. Io resto convinto di quanto sostengo da mesi. Il Pd non regge, dalla fondazione a oggi è rimasto una somma di correnti più che un partito. Al massimo, un segretario prudente e accorto come Zingaretti può farlo sembrare meno litigioso, ma è l’effetto di un momento. Per tornare a essere concorrenziali, secondo me servono due cose: intanto una scomposizione delle forze in campo per tornare ad avere una forza di sinistra e una moderata. E poi bisogna aprire un dialogo con i 5 stelle. Non sono più il blocco monolitico schierato dietro Di Maio, si cominciano a sentire spifferi. Facciamoli diventare correnti d’aria. Apriamo un dialogo con loro, sfidiamoli sui contenuti. Anche loro hanno bisogno di sottrarsi all’abbraccio mortale di Salvini se vogliono continuare ad avere un ruolo nel panorama politico italiano.

Resta il tema della classe dirigente che può mettere in moto questo processo. Serve intanto un passo indietro, ma vero non di facciata, di tutti quelli che ci hanno ridotto così. Siamo all’anno zero, insomma. C’è bisogno di cambiare davvero. E temo che il tempo che ci è concesso non sia infinito. Si è aperta la gara tra Renzi e Calenda a chi fa prima a costruire un soggetto politico che sia la casa dei moderati (che in verità la casa paiono averla già trovata fra i democratici) non pare esserci la stessa consapevolezza a sinistra. E così si va avanti, di sconfitta in sconfitta, ma con il sorriso stampato in faccia.

La guerra dei mondi e il voto utile.
Il pippone del venerdì/102

Mag 24, 2019 by     No Comments    Posted under: Il pippone del venerdì

Siamo a due giorni dalle elezioni europee (e amministrative), come non parlare del voto utile? Se ne sentono di tutti i colori, compresi calcoli astrofisici quanto del tutto fantasiosi che assegnano seggi come fossero caramelle. Andiamo con ordine. L’appello al voto utile è un classico di tutte le elezioni. E qualche volta ha anche un senso. Penso ad esempio a competizioni con il turno unico e il premio di maggioranza. Lì devi per forza schierarti su uno dei contendenti principali, altrimenti rischi di fare il gioco dei tuoi avversari. Altre volte, quando si vota con il doppio turno o addirittura con il proporzionale ha molto meno senso.

Eppure, almeno in Italia, l’appello c’è sempre. Si comincia da lontano: basta ricordare il famoso “Nel segreto dell’urna Dio ti vede, Stalin no”, della Democrazia cristiana del dopoguerra. Un voto utile ad accaparrarsi addirittura l’aldilà. E questa cosa di schierarsi per allontanare l’incubo del comunismo ha funzionato per mezzo secolo buono. Ricordate il proverbiale “turatevi il naso” di Montanelli? Poi il comunismo si è sciolto da solo e ci crede ormai soltanto Berlusconi. C’è stato poi il voto utile di Veltroni, quello che voleva il partito a vocazione maggioritaria.  Ebbe a dire il vero un certo successo il suo appello lo ebbe anche, fino a spingere il Pd oltre il 30 per cento alle politiche. Non fu sufficiente per vincere, ma bastò per eliminare tutti i possibili alleati, ridotti a cespugli insignificanti. Ci ha provato anche Renzi alle scorse politiche, ma non gli è andata proprio bene, diciamo.

Adesso torna, con accenti differenti: da chi invita a votare una lista di sinistra perché secondo fantomatici calcoli se supera lo sbarramento del 4 per cento toglierà seggi solo alla destra, a chi invita a scegliere il “listone” Zingaretti-Calenda-Pisapia, perché sarebbe l’unico antidoto all’avanzare delle destre (o dei populisti a seconda della versione). Devo dire che le due versioni opposte non sono convincenti per nulla. Quanto ai calcoli fatti da aspiranti matematici è presto detto: si vota con il proporzionale, se non raggiungi il quorum non partecipi alla divisione dei seggi, non togli o regali niente a nessuno, semplicemente sei ininfluente. Quanto al baluardo nei confronti delle destre (europee, in questo caso) c’è da dire che non è che i socialisti abbiano proprio brillato nelle scorse legislature, tant’è che hanno governato insieme ai popolari avallando le politiche neo-liberiste che hanno affamato i paesi più fragili. Il voto al Pd pare più una questione locale, un segno di esistenza in vita dell’opposizione al Salvini- Di Maio che una questione europea. Europa della quale, va notato, non si parla proprio. Pare una vicenda marginale. Eppure si vota proprio per il Parlamento continentale, ne sono certo, mi sono documentato.

Varrebbe la pena, più che parlare di tassazione italiana, di sapere cosa ne pensano i partiti nostrani su un sistema fiscale omogeneo nei paese dell’Unione che impedisca la concorrenza sporca interna alla Ue a cui abbiamo assistito in questi anni. Oppure sarebbe interessante sapere cosa ne pensano delle proposte su una riforma del sistema di governo dell’Ue, sulla questione della politica estera e della difesa comune. Così per mera curiosità. Niente di tutto questo, il nostro provincialismo è arrivato al punto che, in piena campagna elettorale Zingaretti non ha trovato di meglio che presentare il proprio “progetto per salvare l’Italia”. Di Salvini e Di Maio non ne parliamo, sono occupati a rubarsi decimi di percentuale per rivendicare la guida del governo un minuto dopo la chiusura delle urne. Per portarsi avanti con il lavoro girano già i candidati a far le scarpe al povero Conte.

Tra l’altro segnalo sommessamente che mentre noi, come al solito, ci stiamo a scannare sul nulla è iniziata una vera  e propria guerra dei mondi fra Cina e Trump. Hanno cominciato a litigare sui dazi, ora la battaglia riguarda il colosso Huawei. Quella che si sta combattendo in realtà non è una scaramuccia qualsiasi, ma una vera e propria guerra globale per la supremazia in campo tecnologico. Non a caso si cerca di colpire una azienda per limitare la corsa cinese al controllo sulla nuova rete di comunicazione, il famoso 5G. E chi controlla le reti ha in mano il vero potere. Come andrà a finire non è dato sapere. Probabilmente malgrado l’apparente follia di Trump si arriverà a una qualche forma di mediazione. Il semplice protezionismo, in un mercato sempre più globale, è una follia. Per restare al caso specifico, basta pensare al fatto che tra i fornitori di Huawei ci sono colossi dell’industria americana, colpire i cinesi potrebbe avere ripercussioni pesanti anche a casa Trump. Senza contare che molti grandi marchi a stelle strisce fanno ampiamente ricorso a industrie cinesi per produrre gran parte dei componenti dei loro prodotti. Il concetto stesso di supremazia, insomma, è parecchio più intricato che in passato, quando bastava avere un paio di testate nucleari in più e tutti si inchinavano.

La cosa che volevo sottolineare, al di là del merito stesso della vicenda, è la nostra totale irrilevanza, nostra non tanto come Italia – cosa abbastanza scontata – ma come Europa. Troppo divisi, troppo occupati a guardare ciascuno al nostro orticello per capire che in questa partita sarebbe bene starci e starci con una posizione comune. Per sedersi al tavolo dei grandi bisogna cominciare a ragionare da grandi, altrimenti ti ritrovi al tavolino dei ragazzi, con Cocacola e patatine.

Di questi temi mi sarebbe piaciuto discutere. Ne ho sentito qualche accenno in qualche convegno, ad esempio quelli di Italianieuropei. Ma quando c’era da tradurre le idee in proposte concrete, magari affidandole a una lista socialista, sono spariti tutti. Alla ricerca del voto utile. A se stessi.

Insomma, per farla breve, questa del voto utile è una grande balla. Votate la lista che preferite, senza aver bisogno di turarvi il naso, scegliendo magari persone competenti e preparate per rappresentarvi. Questo è l’unica cosa che conta. Io farò così.

Caro Nicola, non mi hai convinto un granché.
Il pippone del venerdì/101

Mag 17, 2019 by     1 Comment     Posted under: Il pippone del venerdì

Come molti di voi, ne sono certo, sono alla ricerca di una ragione per andare a votare alle Europee. Alla fine lo farò come sempre, perché mi hanno abituato da piccolo a dare il massimo valore al diritto di voto. Non per essere retorico, ma per la nostra libertà sono morte troppe persone per sprecarla con l’astensione alle elezioni. Questa volta però è davvero difficile. Non perché manchino le liste, ma perché manca l’entusiasmo, la convinzione. Non sono abituato a turarmi il naso, a scegliere il meno peggio.

Andiamo con ordine. La scelta più logica sarebbe la lista della sinistra. Perché almeno uno si riconosce nelle parole d’ordine. Si sente profumo di casa. Ma poi ti accorgi che quella non è casa tua, è solo l’ennesimo accordicchio elettorale fra gruppi presunti dirigenti decotti, il cui unico scopo è provare ad eleggere qualche europarlamentare in maniera da giustificare la propria esistenza in vita. L’hanno fatto troppe volte ormai: il giorno dopo saranno esattamente divisi come prima, non ci vuole un veggente per capirlo. Per di più il 26 maggio non raggiungeranno il quorum del 4 per cento, ormai non ci casca più nessuno. E di buttare un voto, in una situazione difficile come quella italiana proprio non mi va.

Scarterei per questo motivo anche i Verdi (che poi sta alleanza con gli ambientalisti di estrema destra la dice lunga sulla loro serietà) e il Partito comunista di Rizzo, mai avuto grande simpatia per lui fra l’altro. Tutte esperienze residuali che oramai non fanno neanche più testimonianza.

Ho a lungo pensato anche a un voto di protesta estrema, tipo Salvini e 5 Stelle. Protesta contro i dirigenti della sinistra che continuano a prendere schiaffoni ma che si chiudono sempre più in se stessi. A parole sono tutte liste aperte, poi se vai a vedere sono sempre la stessa minestra riscaldata e anche insipida. Si meritano di scomparire. Quale miglior modo per accelerare la dipartita che premiare gli avversari? Anche questa ipotesi sarei per scartarla, troppo macchinosa. E mettere una croce sopra il simbolo della Lega o su quello dei suoi alleati è davvero faticoso.

Resta il Pd, la lista aperta a lungo evocata da Zingaretti. Devo dire che la tentazione c’è. Del resto da lì vengo, non sarebbe scandaloso. Certo che fra i propositi iniziali e la realizzazione concreta, come dire, la distanza non è poca. Resto dubbioso, perché il nuovo segretario democratico davvero non mi ha convinto. Avrebbe dovuto dare una sterzata a sinistra al suo partito. E del resto dopo Renzi non sarebbe stato neanche troppo difficile. La strada ce l’aveva: fare una lista unitarie delle forze che si richiamano al socialismo europeo, prendere a esempio la ricetta di Costa, di Corbyn, di Sanchez. Tornare a fare il proprio mestiere, insomma. Non serviva neanche troppa fantasia. Si è preferito tentare la somma aritmetica di tutto quello che sono riusciti a mettere insieme. L’altra sera da Floris la fotografia del segretario con i candidati di punta per le europee era devastante. Dai renziani a Calenda al sempre più bollito Pisapia. E per non farsi mancare nulla è arrivato anche l’appoggio, di certo non proprio disinteressato, di un vecchio arnese democristiano come Paolo Cirino Pomicino. Posto che anche queste figure di rincalzo della prima repubblica in confronto ai dirigenti attuali sembrano giganti, un personaggio di questo tipo non fa per me.

Anche in televisione il prode Damilano ha provato a fargli uno spiegone dei suoi: la sinistra torna a essere competitiva spostandosi a sinistra – gli ha detto – non rincorrendo un centro sempre più labile e sempre più affollato allo stesso tempo. E del resto anche l’altra giornalista in sala, la De Gregorio, ha provato a capire: ma alle politiche con chi pensate di allearvi per vincere visto che comunque sia al massimo arrivate al 22, 24 per cento? Nessuna riposta da Zingaretti. Chissà che il gioco non sia davvero quello che si legge con sempre maggior frequenza: andare alle elezioni, provare a prendere un voto in più dei 5 stelle e poi farci un’alleanza. Dopo le urne, in maniera da sostituire i parlamentari pd, adesso in maggioranza ostili a una operazione del genere e da poter rivendicare qualche decimale in più di Di Maio e soci così da chiedere Palazzo Chigi per un democratico. Mi pare che facciano i conti senza l’oste Salvini. E’ un po’ lo specchio di una politica tutta tatticismo che gli elettori non capiscono.

Caro Nicola, quindi, te lo ripeto con grande sincerità: non mi hai convinto. Serviva una grande forza di sinistra per ripartire davvero. Bisognava ridare entusiasmo a un elettorato stanco di essere preso a bastonate anche alle elezioni del condominio. Avevi due strade, secondo me, per riaprire la partita: rivoltare il Pd e spostarlo decisamente a sinistra con un programma alla Corbyn, oppure lasciar perdere la vocazione maggioritaria e favorire la nascita di una seconda gamba di una ipotetica coalizione. Da soli i democratici non vanno da nessuna parte e la somma aritmetica di tanti cespugli non farà mai un bosco come risultato. Servono alleanze vere, non cespuglietti insignificanti.

La scelta di Zingaretti, al contrario, sembra perfettamente in continuità con il veltronismo che ci ha portato a questo punto. E invocare contributi civici assomiglia tanto a una foglia di fico consunta dall’uso smodato. Quella lista da Tsipras a Macron, come l’ha definita più volte il segretario del Pd,  non dà emozioni, non attrae. In tanti la voteranno ma soltanto per disperazione. Anche perché a occhio sembra molto più spostata verso Macron che verso Tsipras. Ogni volta che li vedo insieme ho la sensazione che il padrone di casa sia Calenda e non Zingaretti. E francamente non capisco come un uomo di Confindustria possa essere in “front man” di una formazione di sinistra.

Insomma, cari ragazzi, siamo messi male. L’unica consolazione è che dopo il 26 maggio dovrà per forza venire anche il 27. Il mio augurio sarebbe che ognuno facesse la sua campagna elettorale, a sostegno della formazione che ha scelto, senza insultare i vicini di casa. Comunque vada, prepariamoci e torniamo a provarci fin dal giorno successivo al voto: serve un partito di sinistra, autonomo, radicale, popolare. Che si fa ci arrendiamo?

Giustizialisti o garantisti? Dipende dai giorni.
Il pippone del venerdì/100

Mag 10, 2019 by     No Comments    Posted under: Il pippone del venerdì

Premessa doverosa: siamo arrivati a quota 100. Francamente, conoscendomi, non ci credevo quando sono partito. Nei giorni in cui decisi di scrivere questi “pipponi” mi ero convinto della necessità di dare un po’ di ordine alla mia presenza sui social e allora pensai di fare una serie di rubriche, appoggiandomi sul sito che nel frattempo avevo un po’ dimenticato. Con il tempo è rimasto solo il pippone, quella da cui ero partito. È nato come una specie di sfida: intanto a me stesso, per testare la mia capacità di vincere la pigrizia da cui troppo spesso sono affascinato. E poi alle leggi dei social. Quelli bravi vi diranno che sui social vanno messi contenuti brevi, per lo più immagini, dal martedì al giovedì, ore centrali della giornata. E io faccio una cosa lunga, senza o quasi immagini, che esce il venerdì, possibilmente all’alba perché poi mi tocca lavorare.

Non andavo in cerca di popolarità o di grandi numeri di lettori, insomma. In realtà, però, ho scoperto che il pippone ha un suo pubblico, sia sul mio sito che su altri che regolarmente lo pubblicano. Mi succede perfino di essere riconosciuto in assemblee e iniziative politiche varie. La mia vanità ne gode tantissimo, lo confesso. Insomma, e la finisco qui con questa tirata auto celebrativa: il pippone nasce come strumento per riordinare le idee e provare a farle circolare, è diventato, nel suo piccolo un qualcosa che fa opinione. Una strana storia.

Veniamo al dunque: sono settimane curiose, in cui i ruoli si capovolgono con repentina rapidità. Se fossimo un popolo serio avremmo già mandato a quel paese buona parte dei governanti e dell’opposizione. Invece stanno ancora lì. Gente che si è sempre detta giustizialista come i 5 stelle diventa ultragarantista quando si tratta di indagini che riguardano qualcuno dei loro, poi tornano addirittura forcaioli nel caso del sottosegretario Siri. Uno che ha soltanto un avviso di garanzia, pure abbastanza fumoso, e viene mandato via a furor di Di Maio. Salvini, al contrario, fa il forcaiolo nei confronti della presidente della Regione Umbria, Pd, indagata per una storia di concorsi che sarebbero truccati, poi torna ipergarantista nei confronti del suo fidato sottosegretario. Per non parlare del governatore Fontana, anche lui indagato, ma difeso a spada tratta dai leghisti. Il ministro dell’Interno, nei giorni scorsi, ha addirittura evocato il complotto, come fosse un Berlusconi qualsiasi,  le famose toghe rosse, che adesso invece sarebbero penta stellate, vorrebbero colpire il suo partito perché dato molto alto nei sondaggi. Il Salvini torna poi legalista all’eccesso lanciando una durissima campagna contro  i negozi che vendono – legalmente – la canapa light e tuona contro le “droghe che rovinano i nostri figli”. Non risulta un impegno così accanito nelle piazze dove spacciano mafia e camorra.

Anche la vicenda di Casal Bruciato, a pensarci bene, rientra in questo spettro di paradossi: succede che il ministro dell’Interno (sempre lui) decida di chiudere i campi rom. Devono integrarsi nella nostra società oppure andarsene, questo il secco messaggio che gira ormai da mesi. Il Comune ha delle case da assegnare e loro, tutti come minimo cittadini dell’Unione europea, ci rientrano a pieno titolo. Per di più, avendo famiglie molto numerose, hanno anche punteggi molto alti, per cui sono ai primi posti delle graduatorie. Ogni volta che assegnano una casa a una famiglia rom, scoppia la rivolta. Ora è toccato a Casal Bruciato, ex periferia ultrarossa di Roma, dove per giorni Casapound ha fatto quello che voleva. Una vera e propria persecuzione violenta nei confronti di una famiglia di poveracci, spalleggiati da parte degli inquilini del palazzo. Non sono mancate minacce odiose, perfino di stupro nei confronti delle donne. Roma democratica ha riposto, ma non è questo il tema. Il ministro dell’Interno, quello della legalità a tutti i costi, ha tollerato – e con lui prefetto, questore e tutta la catena di comando delle forze dell’ordine – che un movimento neofascista diventasse padrone di un quartiere intero per giorni. Salvo poi cercare di contenere il presidio antifascista. I camerati di Casapound, va ricordato, sono quelli che occupano uno stabile in pieno centro storico e che il solito ministro Salvini tollera e protegge. Solo adesso, finita la fase “calda” della protesta, è arrivata qualche denuncia a piede libero. Se la caveranno con poco, c’è da scommetterci.

Come il garantismo, insomma, anche la difesa della legalità non è proprio un principio assoluto, per la classe politica nostrana. Della destra abbiamo detto, ma anche Zingaretti sembra essere un po’ sballotato dagli eventi. In Umbria ci si comporta con fermezza, salvo poi fare marcia indietro, sulla situazione calabrese non si dice una riga. Certo, anche voler affermare un qualche tipo di principio generale è complesso. Quando si deve dimettere un politico, per di più eletto direttamente dal Popolo. C’è una legge, che prevede la sospensione o la decadenza in caso di condanne per un ventaglio molto ampio di reati.  Ma il tema è delicato comunque: perché un qualsiasi impiegato pubblico non deve avere la minima condanna e un sottosegretario può aver patteggiato addirittura una bancarotta fraudolenta? Negli anni passati abbiamo assistito a fitti lanci di sassi nei confronti di amministratori di sinistra per fatti che si sono poi rivelati bolle di sapone. Basta pensare agli scontrini del sindaco Marino, al caso della Idem, una icona dello sport italiano messa alla berlina per un errore nella dichiarazione dei redditi, peraltro sanati immediatamente pagando quanto dovuto. A Roma ci furono manifestazioni di piazza per chiedere le dimissioni del sindaco Marino.

Servirebbe, intanto, una giustizia rapida. Non solo per i politici, ovviamente, ma a maggior ragione per loro. Ci sono stati casi di personaggi di primo piano travolti da inchieste e poi assolti in tutti i processi. Errani e Bassolino, solo per citarne due.  Hanno scelto di dimettersi e difendersi da privati cittadini, ma la loro odissea è durata anni. Servirebbe insomma, un patto fra tutti i partiti: massima severità, in caso di ipotesi di reato contro la pubblica amministrazione dimissioni immediate a garanzia dello Stato, ma degli stessi indagati. Ma anche processi rapidi che permettano di stabilire con tempi umani la colpevolezza o l’innocenza.  Servirebbero anche partiti che selezionassero la loro classe dirigente, senza bisogno di arrivare ai giudici.

E magari servirebbe, ma questa è una speranza ancor più vana, una classe politica coerente e un elettorato più anglosassone, di quelli che non ti perdonano quando li prendi in giro. Poi uno si sveglia e si trova di fronte Salvini. Che volete fare… siamo il Bel Paese. Mille di questi pipponi a tutti!

Ci piace la Spagna ma ci tocca la Sicilia.
Il pippone del venerdì/99

Mag 3, 2019 by     No Comments    Posted under: Il pippone del venerdì

Non saranno il toccasana di tutti i mali, ma i risultati delle elezioni spagnole rappresentano una boccata di ossigeno. Anche perché sono l’ennesima riprova di come la sinistra quando fa il suo lavoro i voti continua a prenderli. Certo, poi c’è un insieme di elementi che ha permesso al Partito socialista spagnolo di arrivare quasi al 30 per cento, dopo anni di declino: c’è un leader credibile, c’è stato un periodo di governo in cui le idee nuove dei socialisti hanno potuto confrontarsi con la concretezza quotidiana e non hanno sfigurato. C’è stata anche una buon campagna di comunicazione, con messaggi secchi e incisivi.

Ma al di là di questo mix di ingredienti, che sicuramente aiuta a raggiungere un buon risultato, si verifica ancora quello che abbiamo visto in Inghilterra con Corbyn, in Portogallo, perfino negli Usa alle elezioni di middle term: non è più tempo di corsa al centro – del resto in Spagna ben presidiato da due formazioni politiche – la sinistra torna a vincere quando si rimette i suoi vestiti, quando aggiorna le sue idee alle nuove condizioni sociali, difende i più deboli, parla ai lavoratori e non ai finanzieri. Le proposte sono semplici e le avevano già inserite nella legge finanziaria la cui bocciatura ha portato poi alle elezioni anticipate, ne ricordo alcune: una patrimoniale sui redditi più alti, aumento della tassazione delle rendite finanziarie, 50 milioni per contribuire alle spese scolastiche delle famiglie in difficoltà, aumento del 25 per cento del salario minimo, pensioni indicizzate all’inflazione, interventi contro il cambiamento climatico, poteri ai sindaci contro le bolle speculative sugli affitti. Fanno i socialisti, insomma.

La ricetta è talmente semplice che ci è arrivato anche Cacciari, per il quale permettetemi di nutrire una rispettosa ma decisa antipatia. Al filosofo basterebbe ricordare come Bersani ‘sta cosa qui la ripete da qualche anno. E anche lui ci è arrivato un po’ per scossoni e per contrarietà, come direbbe Guccini. Insomma, anche in Italia si dovrebbe tornare a fare la sinistra da posizioni non marginali: costruire una nuova forza popolare di massa. Peccato che poi tutti lo dicono ma nessuno lo fa.

Escludendo le cosiddette sigle della sinistra radicale che – uso una frase sentita spesso da ragazzo – hanno perso l’appuntamento con la storia e restano subalterne al Pd, chi può fare questa operazione? Articolo Uno, con tentennamenti e troppe incertezze, questa strada l’ha indicata. Di sicuro non ha le forze per arrivarci in solitudine. Il convitato di pietra resta il Pd che non si rende conto di come la sua funzione, se non sceglierà da che parte stare, sia di fatto esaurita.

Perché nello stesso giorno in cui in Spagna vince Sanchez e i dirigenti vari della sinistra italiana inneggiano al leader iberico, qualcuno parla di vento cambiato, altri stappano lo spumante, lo stesso esatto giorno, dicevo, succede che in gran parte della nostrana Sicilia il Pd si allea con Forza Italia. E non si dica che si tratta di elezioni locali, che non hanno significato politico: lì c’è ormai una vera e propria alleanza strutturale tra Faraone, il boss ultrarenziano locale, e Miccichè, storico luogotenente isolano di Berlusconi.

Ora, non dico che sia ovunque così, ma il caso siciliano mi sembra perfetto esempio di come il Pd di Zingaretti non sia né carne, né pesce. Siamo ancora all’equivoco della cosiddetta vocazione maggioritaria, ovvero il marchingegno con cui Veltroni ha eliminato tutti gli alleati, riducendoli all’irrilevanza, salvo poi accorgersi che in questa maniera vince sempre la destra. Siamo ancora a un partito indeciso su tutto: la campagna elettorale per le Europee né è un altro esempio: messaggi confusi, a volte incomprensibili, a volte scopiazzature banali dei laburisti di Corbyn.

Mentre in Sicilia Faraone fa gli inciuci con i berlusconiani, Martina, avversario di Zingaretti alle primarie sta in Spagna per festeggiare con Sanchez. Ecco, questa roba non funziona più. Non si possono mettere nella stessa lista per le europee i socialisti e gli uomini di Confidustria.  Gli elettori non capiscono l’ambiguità, non ti premiano se non capiscono dove vuoi andare a parare. E’ un principio base della comunicazione: per prima cosa devi scegliere il tuo target, il tuo blocco sociale di riferimento si sarebbe detto una volta. E mettere insieme gli operai con i padroni non funziona.

E allora che si fa? Si torna all’Ulivo e alle decine di liste alleate che litigano subito dopo? Il sistema politico italiano non è più lo stesso di un tempo. Prima c’erano due poli che aggregavano una miriade di forze politiche differenti. Ora ci sono sostanzialmente tre poli, ma il numero dei partiti in assoluto è diventato più piccolo. A destra ne abbiamo tre, nel campo del centro sinistra c’è sostanzialmente solo il Pd, poi ci sono i cinque stelle. Manca ancora una forza di sinistra, come la intendono da tempo Bersani e adesso anche Cacciari. Manca perché lo spazio è ancora occupato dal Pd che vorrebbe fare due o tre parti in commedia e alla fine le fa tutte male. Che scelga il suo ruolo, finalmente. Lasciando spazio per costruire la famosa seconda gamba del centro sinistra, necessaria per poter tornare a essere concorrenziali. Che almeno, se proprio non riescono a sposare a pieno le idee del socialismo “radicale” ed ecologista, che i democratici scelgano se vogliono o meno un’alleanza con Forza Italia o ricostruire un campo ampio della sinistra. Saperlo aiuterebbe a scegliere alle Europee.

Insomma, per farla breve: in Italia non ci sono le condizioni per dire “è cambiato il vento”. Anche perché per prendere il vento bisogna mettere le vele nella posizione giusta. A me sembra, al contrario, che siamo ancora un po’ tutti in balia di tatticismi incomprensibili. Non solo non abbiamo preso il vento, non abbiamo neanche issato le vele.

Questo 25 aprile e il bisogno di una nuova Europa.
Il pippone del venerdì/98

Apr 26, 2019 by     No Comments    Posted under: Il pippone del venerdì

Premessa doverosa, sono dovuto rimanere a casa, a causa di un po’ di influenza e anche – diciamolo – del nuovo arrivo in famiglia: una cucciolotta di due mesi, ancora un po’ spaesata, 8 chili di pelo e tenerezza. Questo per dire che non sono potuto andare alla manifestazione del 25 aprile come tutti gli anni. C’era mio figlio, per la prima volta. E questa è una buona notizia. Forse è solo cresciuto e quindi anche questo corteo fa parte del suo percorso di maturazione e di impegno politico, che seguo a rispettosa distanza. Ma forse – e leggendo i commentatori più attenti questa sensazione ne esce rafforzata – è il segno di una nuova generazione che lentamente si sta appropriando della politica e anche del 25 aprile, per anni frequentato solamente da vecchi arnesi come noi.

Ne abbiamo visti tanti, invece, di ragazzi nelle piazze negli ultimi mesi: c’erano alla manifestazione unitaria dei sindacati, c’erano ai cortei del movimento delle donne, ci sono soprattutto alle marce per combattere il climate change. Un tema che noi intorno ai 50, forse un po’ egoisticamente, vediamo con distacco, ma che i nostri figli sentono sulla loro pelle. Certo, rivedere tanti ragazzi in piazza per il 25 aprile non me lo aspettavo, lo confesso. Soprattutto a Roma, dove il corteo di Porta San Paolo negli ultimi anni è stato ricordato soprattutto per le polemiche. Che non sono mancate neanche stavolta, soprattutto per i fischi alla sindaca Raggi. Saranno stati anche scortesi, perché le istituzioni nate dalla Resistenza devono essere rispettate. Ma certo, se il tuo partito governa con quel Salvini che ha sbeffeggiato l’antifascismo e ha disertato il 25 aprile mettendolo addirittura in competizione con la lotta alla mafia, beh che una piazza molto di sinistra ti regali qualche fischio te lo devi aspettare. La Raggi si è presa comunque anche i suoi applausi. Roba di poco conto, insomma, rispetto a una nuova generazione che, almeno in parte si appropria di questa data ormai lontana.

Si sa che i giovani tendono a vedere il passato come roba vecchia e quindi è doppiamente significativo. E credo che a Roma sia stato ancora più importante perché hanno potuto sentire Aldo Tortorella, comandante partigiano durante la guerra di Liberazione, poi uno dei massimi dirigenti del Pci. Da sempre uno a cui piace parlare ai giovani e lo fa, malgrado i suoi 93 anni e la sua grande cultura, da paria pari. Senza nessuna pretesa di insegnare, come un nonno che racconta ai nipoti. Se ne è andata Tina Costa, da sempre anima del 25 aprile e dell’Anpi di Roma, di partigiani “veri” ne rimangono sempre meno. Questa generazione è l’ultima che ha la fortuna di sentire il racconto di quella stagione dai protagonisti. E avrà anche il compito di trasmettere questo patrimonio inestimabile alle generazioni future.

Io credo che la memoria sia sempre importante. Ancora di più se riguarda una stagione drammatica ma anche gloriosa come quella della guerra di Liberazione dal nazi-fascismo. E lo è a maggior in questi anni dove i fascisti hanno rialzato la testa, conquistato una sorta di diritto di cittadinanza a cui – la ripetizione è d’obbligo – non hanno invece alcun diritto.  Ormai, ovunque, trovi gente che si definisce orgogliosamente fascista. Non sono solo frange estreme del tifo organizzato. A me è capitato, sui social, di interloquire con persone impegnate in politica, addirittura con cariche istituzionali, che non considerano una cosa scandalosa definirsi fascisti.

Che quindi ci sia una reazione, soprattutto nelle nuove generazioni è una cosa importante. Resta sempre il tema che a questi ragazzi che dimostrano sempre di più di essere in cerca di una sinistra credibile bisognerebbe dare una sponda politica, per dare continuità e solidità al loro impegno. Non riapro la ferita, perché volevo, invece, legare questo 25 aprile al bisogno di una nuova Europa. Che c’entra? Io credo che i due temi siano strettamente connessi: perché le istituzione europee furono pensate proprio come antidoto ai totalitarismi e alle guerre che avevano devastato il nostro continente. Dopo la seconda guerra mondiale si pensò che la strada per dare concretezza a quel “mai più” dichiarato da tutti i governi dell’epoca fosse quella di passare dalla coesistenza meramente geografica a istituzioni comuni.

La strada era quella giusta. E la crisi di credibilità e di consenso dell’Unione a cui abbiamo assistito negli ultimi anni non può avere come conclusione il ritorno alla dimensione nazionale. Perché è proprio nella dimensione nazionale che prosperano i fascismi e i populismi che diciamo di voler combattere. Semmai l’errore è stato quello di fare l’Europa dei governi e delle banche centrali. Io credo che la crisi di consenso della Ue derivi proprio dall’aver puntato e potenziato l’Unione economica e non quella politica. Potrà sembrare solo uno slogan ma serve davvero l’Europa dei popoli. E non come entità astratta: i cittadini devono poter eleggere un Parlamento europeo vero, che controlli il governo europeo e decida sui bilanci. Solo così avremo la possibilità di continuare ad avere un peso nella competizione globale e, soprattutto, diffondere una cultura fatta di pace e di democrazia. Valori che non si esportano con le guerre, ma con l’esempio.

Ecco, al di là della contesa elettorale, sulla quale come ampiamente detto non mi esprimo, io credo che il voto del 26 maggio sarà un voto utile se andrà a una delle formazioni italiane che sostengono questa tesi. Intanto incrociamo le dita per le elezioni spagnole di domenica. Anche lì, a guardare l’incertezza dei sondaggi, si trovano di fronte a un bivio. Vedremo se dalle urne uscirà ancora una situazione confusa come nelle ultime tornate o, al contrario, avremo un governo più tradizionale. Di certo la campagna elettorale è stata caratterizzata non dico da un’alleanza a sinistra fra i socialisti e Unidas Podemos, ma almeno da un tasso di conflittualità molto basso fra i possibili futuri alleati. Un’affermazione di queste due forze, tutte e due, è la condizione di poter continuare nella politica innovativa che, seppur con una maggioranza risicata, ha garantito al Psoe un nuovo slancio. Come dicevo: incrociamo le dita, potrebbe essere il primo segno di una inversione di tendenza.

Concludo con un ricordo di Pina Cocci. Non sono abituato a farlo e poi in fondo sta su tutti i giornali. Ma se non salutassi Pina che ci ha lasciato proprio ieri mi sentirei in colpa. Non la vedevo ormai molto spesso. Ma so che mi leggeva sempre e ogni tanto avrà anche smadonnato. Vorrei avere ancora l’occasione di prendermi i suoi rimbrotti severi che si concludevano sempre con un sorriso e un “Mo però abbracciami”. Ecco, ho la presunzione di credere che vedesse in me la stessa passione che aveva lei. E questo riconoscimento che mi regalava sempre mi mancherà davvero. Ti abbraccio comunque, compagna Cocci.

Liste per le Europee, la grande truffa
Il pippone del venerdì/97

Apr 19, 2019 by     No Comments    Posted under: Il pippone del venerdì

Se volete incazzatevi pure e ditemi che uso termini violenti, ma secondo me è una vera e propria truffa. Mi ero ripromesso di non parlare di elezioni europee, di astenermi dalla bagarre fratricida di una campagna elettorale che si preannuncia, come ormai d’abitudine, tutta basata sull’individuazione del nemico (che è sempre il vicino di casa) e non sulla propria proposta. Siccome mi sono stancato di dire che ci vorrebbe una sinistra unita, che non servono a nulla i listoni che poi diventano listini, come non servono le ospitate in liste altrui, avevo deciso di tacere fino al 26 maggio, compreso. Seduto sulla classica sponda del fiume. Con la consapevolezza che il 27, comodamente appollaiato su quelle sponde, ci sarà da divertirsi.

Ma una cosa mi ha fatto salire la mosca al naso, pur in un periodo di grande calma interiore: la presa in giro sulla composizione delle liste. Ho avuto la ventura di seguire un po’ di conferenze stampa di presentazione, di leggere comunicati, commenti sui social dei soliti ultras che si sono già scatenati a più di un mese dal voto. E sono disgustato. Andrebbero denunciati per violenza di genere. Perché trovo che sia violenza l’uso delle donne che viene fatto in questi giorni. Tutti parlano di liste aperte alla società civile, liste femministe. C’è addirittura chi rivendica il fatto che “nella nostra testa di lista non ci sono segretari di partito ai primi posti, ma tante donne”.

Violenza di genere e raggiro dell’elettore. Perché questa volta l’essere in testa alla lista non conta nulla, se non fare da specchietto per le allodole. Si vota con le preferenze, non con le liste bloccate come alle politiche. Dunque l’ordine di presentazione serve soltanto a far vedere quanto è bella, aperta, civica e femminista una determinata formazione politica. Le magagne stanno sotto, fra i nomi messi in mezzo, di cui non ti accorgi fino a quando non arrivano i risultati degli scrutini. Sempre che poi si arrivi al 4 per cento, ipotesi in molti casi ben lontana dalla realtà. Senza quel famoso quorum tutto è vano: puoi mettere anche il nuovo Carl Marx in persona come capolista.

So che è roba da addetti ai lavori, ma provo a spiegarmi meglio: la campagna per le europee è una delle più complesse, anche se si possono esprimere più preferenze. Perché la circoscrizione elettorale è molto ampia. Quella dell’Italia centrale comprende Toscana, Lazio, Marche e Umbria. Per conquistare consensi, insomma, non basta essere la presidente di una favolosa onlus che però nessuno conosce o l’attivista di qualche movimento. Quello serve soltanto a guadagnarsi qualche titolo sui giornali radical chic. Bisogna avere una struttura ramificata, nei partiti più grandi bisogna essere sostenuti da una corrente di peso e, soprattutto, avere una grande disponibilità economica. Che nessuno provi a dire che al tempo di oggi si può costruire una campagna su internet quasi a costo zero. E che internet, per chi vuole usarla in maniera professionale, è gratis? Gli staff che studiano strategie e che poi ti seguono i social giorno e notte che lavorano per la gloria?

Che poi, scusate ma che male vi hanno fatto i vostri segretari di partito? Perché dire “questa volta non candidiamo i segretari”? Siete iscritti a quei partiti, che vi vergognate delle persone da cui siete diretti? E’ paradossalmente più apprezzabile Berlusconi che ci mette la faccia in proprio, magari esagera un po’ e fa il capolista quasi ovunque,  ma non si nasconde dietro candidature civetta. La verità è che nessuno vuole fare spazio a una nuova classe dirigente, cerca solo di proteggere quella esistente. Da destra a sinistra la musica non cambia. I campioni della preferenza ci sono tutti, già schierati ai nastri di partenza, pronti a triturare i nomi nuovi in una gara crudele. Gli unici nuovi che emergeranno davvero sono quelli scelti dalle correnti per il fisiologico ricambio che avviene a tutte le consultazioni. Gli altri sono una truffa, lo ripeto.

Se ci pensate bene, tra l’altro, ma che senso ha sbattere in Europa uno che non ha mai fatto politica nelle istituzioni? Già la nostra natura estremamente provinciale fa sì che spesso l’europarlamento sia visto più o meno come un parcheggio di lusso in attesa di tornare nell’agone politico nazionale. Mandiamoci pure uno che non sa nulla di come funzionano le istituzioni e siamo a posto.

Io ho da sempre un’idea vecchia della politica, nella quale la selezione della classe dirigente comincia nei quartieri dove i giovani si devono sporcare le mani e poi piano piano vengono promossi e inseriti nelle istituzioni. E da lì si percorre una vera e propria carriera, perché la politica deve tornare a essere una professione. Una professione controllata, prima ancora che dalla magistratura, dal partito a cui appartieni. Un tempo questa forma di controllo funzionava. Parlo sempre della mia esperienza, ma fino a qualche anno fa in campagna elettorale si parlava dei programmi del Partito (che per noi aveva decisamente la P maiuscola), ai candidati era addirittura vietata la campagna elettorale personale. E per scoprire le mele marce non c’era bisogno di aspettare le sirene e gli avvisi di garanzia. Fino alla fine degli anni ’80, non secoli fa.

L’ho già scritto più volte e lo ripeterò fino alla noia: servono i partiti per far funzionare la democrazia. Partiti veri, con regole trasparenti, dove ci si confronta, ci si scontra e si decide. Si partecipa. Luoghi di formazione e lotta. Altrimenti continueremo a ritrovarci una stuolo di incompetenti ma onesti, farabutti molto capaci, ladri e pure inetti. E non so quale sia l’ipotesi peggiore. A leggere le cronache di questi giorni spesso le categorie si sovrappongono.

Siamo quasi a Pasqua e ormai avrete tutti la testa alla tornata di pranzi e scampagnate che vi aspetta fra poche ore. Quindi vi lascio prima del solito, questa settimana. Non fatevi fregare da questi ominicchi, e dalle vetrine scintillanti: scegliete un candidato capace, visto che c’è la preferenza multipla, fate almeno una coppia uomo donna, siate sordi agli appelli ai voti utili, il voto davvero utile è il voto scelto con la testa. Dal 27, poi, si potrà ricominciare a ragionare di politica.

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