Articles by " mik154"

Siamo stati a un passo dai pieni poteri. Ricordiamolo.
Il pippone del venerdì/112

Set 13, 2019 by     No Comments    Posted under: Il pippone del venerdì

Finita la sbornia del totoministri, del totoviceministri e del totosottosegretari, una roba che al confronto il calciomercato sembra un film avvincente, sarà il caso di prendersi un attimo di pausa, riaccendere il cervello e capire la fase drammatica che abbiamo vissuto e quello che serve per lasciarsela alle spalle.

Lo diceva benissimo in un editoriale su Repubblica Ezio Mauro giusto ieri. Anche se va considerato una voce isolata in un gruppo editoriale che, giorno dopo giorno, non manca di manifestare tutta la sua contrarietà al patto fra Democratici e Cinque stelle. Lo stesso Mauro, del resto, avverte fino in fondo la fragilità di un accordo che fatica a diventare alleanza stabile. Ci vorrà del tempo per capire quale delle due strade prenderanno: accordo occasionale o strutturale? Ci vorrebbe la palla di vetro. Le regionali in Umbria, Emilia e Calabria, ma anche un possibile allargamento della maggioranza nel Lazio, saranno il primo vero banco di prova.

La cosa certa è che il Conte 2 nasce per reciproche convenienze occasionali. I 5 stelle, pur avendo provato da vicino quanto sia scomodo il Salvini di governo, hanno baciato il rospo Pd solo per paura di vedersi più che dimezzati da uno scontro elettorale ravvicinato. I renziani idem. Zingaretti, al contrario, ha dovuto cedere alla maggioranza del suo partito che, malgrado i proclami del segretario, di affrontare le urne in questa situazione non ne voleva proprio sapere.

Il punto fermo da cui partire deve quindi essere chiarito: non abbiamo solo rinviato le elezioni facendo nascere questo governo un po’ rabberciato e fatto da presunti alleati che si insultavano fino a due minuti prima. Abbiamo bloccato o quanto meno messo una zeppa nelle ruote di un meccanismo che Salvini ha evocato benissimo parlando di “pieni poteri”. Ovvero lo svuotamento di quel sistema liberale sancito dalla Costituzione con la sua architettura di pesi e contrappesi fra i poteri, per arrivare a una democrazia apparente, dove il Parlamento sia soltanto un orpello da convocare quando serve per ratificare decisioni prese altrove. E dove gli altri poteri siano assoggettati all’esecutivo. Quanto è successo in quest’anno nei rapporti fra il ministro dell’Interno e la magistratura dovrebbe insegnare qualcosa. Fino all’elezione diretta del Capo dello Stato che, senza una architettura costituzionale appositamente costruita, vorrebbe dire una roba tipo la Russia di Putin, dove alle elezioni si eliminano direttamente i candidati delle opposizioni.

Quello che Mauro non dice, ma credo lo abbia ben chiaro, è che Salvini non è un incidente di percorso della storia, una specie di guappo che furbescamente ha cercato di capovolgere un sistema solido e in salute. Al contrario, il Capitano è la faccia ultima, forse la peggiore, di un lungo percorso. Si parte da Tangentopoli che, è evidente al di là del giudizio di merito, travolse una intera classe dirigente. Non si tratta di dire se fu giusto o no. I processi si fanno nelle aule dei tribunali e si sono conclusi da tempo. Ma il risultato fu un che un Paese ingessato dal dopoguerra agli anni ’90 del secolo scorso, si scoprì all’improvviso bisognoso di un cambiamento totale.

Al di là del fatto che la sinistra sia arrivata più o meno al governo per lunghi anni nella fase successiva, il vero protagonista di quella fase è stato Berlusconi. Non tanto e non solo il personaggio, ma per quello che ha rappresentato e che ha finito anche per sconvolgere il sistema di valori a cui la sinistra aveva affidato le sue speranze. Il berlusconismo ha rappresentato in Italia una vera e proprio rivoluzione culturale caratterizzata dalla repulsione per i riti della democrazia e per i corpi intermedi. Siamo come tornati indietro agli anni 20, quelli della confusione e del miraggio dell’uomo forte come risposta ai problemi. “Ci vuole ordine”, dicevano i capitalisti di inizio ‘900 rispondendo alle istanze che arrivavano dal proletariato (parliamo di un secolo fa, il termine è più che legittimo, non datemi del vecchio comunista).

Questa rivoluzione culturale, dicevamo, ha profondamente cambiato la nostra società: alla fine del percorso i partiti sostanzialmente non ci sono più, i sindacati sono in gran parte ridotti a patronati per l’assistenza fiscale, tutto quel mondo ricco dell’associazionismo che tanta linfa aveva dato al rinnovamento della nostra democrazia, si è rinchiuso nella asfittica dimensione del volontariato. Siamo una società più povera, più divisa, fatta di “isolati” spesso anche rancorosi.

Mettiamoci anche che, allo stesso tempo, paghiamo anche il prezzo di una globalizzazione che non abbiamo saputo né comprendere, né, tanto meno, governare e arriviamo alla  conclusione che Salvini è la prosecuzione in forme differenti di questo processo, non la sua negazione. Solo partendo da questo ragionamento e quindi dalla consapevolezza di quanto sia complicato il compito che abbiamo davanti (abbiamo in senso lato), si può provare a ragionare su come si esce da questo “loop” e come si torna a pensare di costruire un modello sociale differente, io direi anche  socialista. Ma di questo parliamo le prossime settimane. Per il momento fermiamoci qui, sperando che nei partiti della nuova maggioranza (mi rifiuto di chiamarla giallorossa, anche perché, sportivamente parlando, porta anche un po’ male) si diffonda questa consapevolezza sul delicato momento storico che stiamo vivendo e ci si attrezzi di conseguenza. Nutro qualche speranza residua sul Pd, un po’ meno sui 5 Stelle che, negli anni passati, sono stati anzi acceleratori della deriva autoritaria. Ma, avendola subita sulla loro pelle per un tratto di strada, magari anche loro potranno avere qualche sussulto democratico.

L’unico governo possibile, sperando che basti
Il pippone del venerdì/111

Set 6, 2019 by     No Comments    Posted under: Il pippone del venerdì

Insomma, abbiamo il governo, che non sarà un dream team, ma del resto in giro tutti questi fenomeni della politica non ci sono. Dicono che sia il governo più di sinistra nella storia d’Italia. Ora, non so se sia vero, quello che è certo è che la sinistra, ancora una volta si fa carico del Paese in un momento molto difficile.

Difficile resistere alla tentazione di dire che ve lo avevo detto, che ad agosto era meglio andare in vacanza e dimenticarsi della politica. Una lezione che farebbe bene ad apprendere il capitano Salvini, che ha messo insieme le due cose, arrivando a perdere nel giro di pochi giorni non solo tutto il potere faticosamente accumulato nel giro di anno, ma – cosa per lui ben più grave – perde il mito di invincibile che si era costruito inanellando una vittoria elettorale dopo l’altra. Regione dopo Regione, per arrivare al picco delle Europee, Salvini aveva trasformato la Lega da movimento locale a partito in grado di vincere ovunque, perfino nel profondo sud da cui, fino a pochi mesi prima, avrebbe voluto addirittura la secessione. Devono essere stati fatali i troppi cocktail.

Ha vinto troppo, si potrebbe chiosare, e si è montato la testa. Ora lo aspetta una – speriamo lunga – traversata nel deserto da cui potrebbe anche uscire come un pollo spennato. Ci vorrà tempo, ci vorrà pazienza. Bisogna tornare a governare l’Italia dopo un anno vissuto più sugli annunci, sui manifesti politico-ideologici trasformati in leggi bandiera, che sui provvedimenti in grado di incidere davvero sulla crisi del nostro Paese. Ha ragione Zingaretti, compito di questo nuovo esecutivo è chiudere la stagione dell’odio.

Sulla nuova alleanza Pd-M5s non voglio tornare neanche troppo a lungo. Da tempo – posso quasi vantare una primogenitura dopo l’intuizione di Bersani (se gli dessimo retta qualche volta…) – vado in giro dicendo che la sinistra e il Pd potevano tornare a concorrere per la vittoria soltanto spaccando a martellate l’asse fra Di Maio e Salvini e riportando il movimento fondato da Grillo alle sue origini. Origini  che, pur con tinte miste di populismo e democrazia elitaria, non potevano che essere nella lunga crisi vissuta dalla sinistra italiana. La tematica dei beni comuni, i diritti sociali e civili, una nuova stagione di sviluppo legata al rispetto e alla conservazione dell’ambiente, solo per citare alcuni degli argomenti che i grillini delle origini agitavano come loro bandiera esclusiva, sono i temi con cui la sinistra in tutto il mondo sta facendo i conti. E solo uscendo dall’equivoco bastardo della mitigazione del neo liberismo si torna a essere percepiti come punto di riferimento.

Certo, si poteva fare un anno e mezzo fa. Non sto a dire è colpa di questo o di quello. Certo, dopo la disfatta elettorale delle politiche, il Pd c’ha messo troppo a metabolizzare il nuovo quadro politico. Ci si è baloccati con qualche zero virgola in più in qualche tornata elettorale, ma per tornare in campo davvero c’è voluta la cantonata agostana di Salvini. Solo quando si è aperto lo spiraglio, e anche in questo caso con tempi di reazione davvero troppo lenti, si è riusciti ad aprire lo sguardo e a capire che davvero le elezioni in questa fase era l’ultima cosa che si poteva concedere.

Del resto la politica è una cosa semplice: se il tuo avversario vuole una cosa è il caso di cercare di fare l’esatto contrario. Per capire questo principio elementare, per arrivare a quella conclusione che fra i comuni mortali era data per ovvia, c’è voluta la discesa in campo di tutti o quasi i padri nobili del Pd. E c’è voluto il via libera preventivo di Renzi, che al contrario si muove sempre con grande rapidità anche nelle conversioni a U, per mettere in moto le diplomazie e riaprire la partita.

Ora, dicevo, il Conte bis non sarà il governo dei sogni, ma segna alcuni punti secondo me molto interessanti. Il primo è il ritorno dopo tempo immemorabile di un politico puro all’Economia. Un professore di Storia, che però ha presieduto una commissione economica al Parlamento europeo e proprio per questo può essere in grado di far tornare l’Italia a quel tavolo delle decisioni europee da dove siamo stati esclusi per troppo tempo e in una fase davvero cruciale. Del resto l’Europa non potrà che guardare con occhio benevolo e attento al nostro ritorno fra i paesi che considerano l’Unione come l’unico approdo possibile. Togliere un grande paese, come siamo nostro malgrado, dalla lista di chi rema contro e si muove con minacce e ritorsioni, aiuta il processo di crescita di tutta la Ue.

Avrei voluto, lo confesso, un politico puro anche al Viminale. Ma del resto sono comprensibili le apprensioni del presidente Mattarella che ha avvertito e credo “caldeggiato” (diciamo così) la necessità di riportare alla normalità democratica un ministero delicato che in quest’anno e mezzo è diventato un po’ coatto, come diciamo a Roma. Una macchina che è andata spesso fuori giri deve tornare a lavorare normalmente. Nulla di meglio, dunque, che un prefetto esperto come Lamorgese, nota tra l’altro per le sue vere e proprie battaglie per difendere i diritti dei migranti dalle sparate leghiste, che sarà in grado di tranquillizzare i dirigenti del ministero, riportando la situazione sotto controllo senza essere vista come un corpo estraneo.

Bene anche il ritorno in campo di Leu: faccio notare che si era rotta l’alleanza sul no di Sinistra italiana a un rapporto organico con il Pd, ma appena si è intravista l’opportunità di un governo nuovo tutti i no sono spariti d’incanto. Sarebbe il caso di riprendere il percorso, ma temo che le ambizioni personali saranno ancora una volta un macigno inamovibile. Bene, ovviamente, il ministero della Salute assegnato a Roberto Speranza. Quello del rilancio della sanità pubblica era uno dei nodi centrali del nostro programma, potremo provare a fare qualcosa da attori protagonisti.

Mi lascia qualche dubbio, anche visti i suoi precedenti, lo spostamento di Di Maio agli Esteri. Sembra più che altro un premio di consolazione. Speriamo che resti ingabbiato nelle rete che si potrà costruire fra Amendola, inviato da Zingaretti agli Affari Europei, Gentiloni, che andrà a fare il commissario dell’Unione europea probabilmente con responsabilità proprio degli affari economici, e, appunto, Gualtieri che dal Mef avrà una posizione privilegiata per poter incidere sulla nostra politica estera.

Ultima considerazione su Zingaretti che, dopo aver toppato l’avvio, si è rimesso in carreggiata e ha preso pian piano il centro della scena da segretario vero. Ha delegato agli esperti (Franceschini in primis) la conduzione quotidiana della trattativa, intervenendo puntualmente per eliminare le mine che si sono presentate via via in questo travagliato mese di tira e molla continuo. Ha ceduto su alcuni punti mirando al bersaglio grosso: riuscire a costruire questo governo non con un contratto fra estranei ma con un programma comune che fa ben sperare. E ha portato a casa ministeri di sicuro rilievo. Ora si tratta di procedere giorno per giorno verso un’alleanza strutturale e non più imposta dalle circostanza.

Insomma, a Salvini gli eccessi sulle spiagge italiane potrebbero davvero costare cari. Sta al nuovo governo Conte lasciarlo a rodersi il fegato. Del resto a settembre si torna dal mare e gli stabilimenti si apprestano a chiudere. Lasciamoci alle spalle anche quest’anno e mezzo che ha spezzato le coscienze, aumentato le fratture nella nostra società e cominciamo a ricostruire. Si può fare. A patto che sia davvero il governo della discontinuità, ma non solo con il passato recente.

Salvini va, i 5 stelle arrancano, sinistra non pervenuta.
Il pippone del venerdì/110

Lug 26, 2019 by     No Comments    Posted under: Il pippone del venerdì

Lo dicevo la settimana scorsa: fa caldo, meglio prendersi un mesetto abbondante di vacanze e lasciar perdere la politica. Basta leggere le cronache di questi giorni. Doveva essere la settimana in cui mettere Salvini sulla graticola per il cosiddetto russia gate. E invece, in un sol giorno il leader leghista incassa: una sostanziale assoluzione da parte del presidente del Consiglio in Senato, con qualche punta polemica ma nulla di più, il via libera dello stesso alla Tav, la fiducia della Camera sul decreto sicurezza bis, nel quale si inasprisce la battaglia contro le Ong, impegnate nel soccorso ai migranti. I cinque stelle sembrano un po’ un pugile suonato: prima hanno incassato a stento la botta sulla Tav, chiedendo a gran voce un voto in parlamento ben sapendo che lì c’è una solida maggioranza a favore dell’alta velocità. Fossi nell’opposizione – per inciso – diserterei il voto per protesta lasciando alle truppe di Di Maio la responsabilità della scelta. Poi hanno addirittura abbandonato il Senato durante l’intervento di Conte sul caso Russia. Non hanno capito bene neanche loro il motivo, tanto che poi hanno avuto bisogno di una lunga seduta di autocoscienza collettiva per sfogarsi un po’. Nel frattempo, il capo politico, sempre Di Maio, ha annunciato che i mandati a disposizione dei penta stellati eletti nelle istituzioni non saranno più due, ma tre. Ora la scelta è pienamente legittima, anche perché non si capisce bene come può reggere un partito in cui si cambia classe dirigente al di là dei meriti e del lavoro svolto. Ma il capo politico, per argomentare il tutto, si è inventato la supercazzola del “mandato zero”, ovvero il primo mandato svolto non conta, si comincia a contare dal secondo. Roba che manco la satira più cattiva poteva arrivare a concepire.

Ratificheranno comunque il pacchetto di proposte (che comprende anche l’alleanza con liste civiche alle amministrative) tramite la piattaforma Rousseau. Ormai decaduta a luogo della ratifica. Varrebbe la pena di riflettere su come un partito in cui il rapporto sia impostato unicamente sulla dialettica base-leader sia sostanzialmente una dittatura. E su come l’apporto degli strumenti digitali alla democrazia non possa limitarsi a un click di ratifica. Ma questa è un’altra storia, fa troppo caldo per ragionamenti di “sistema”.

In tutto questo i sindacati, con uno sciopero (infrasettimanale) dei trasporti che ha avuto adesioni altissime, denunciano il blocco totale delle infrastrutture praticato dal governo e dal ministro Toninelli in particolare. L’economia non cresce, tutti i dati confermano che alla fine dell’anno il segno positivo sarà forse di un paio di decimali. Ben lontani, comunque, dalla previsioni del governo di inizio anno. Alla fine della settimana, dopo fulmini e saette, è arrivata, come da copione, anche la attesissima tregua fra i due vicepremier, che fino al giorno prima si erano presi a sassate.

Insomma, a occhio doveva essere una bella settimana per chi si oppone. I 5 stelle in forte crisi, Salvini comunque alle prese per il suo presunto scandalo, Conte che appare sempre più come un presidente del Consiglio senza una maggioranza che lo segue. Pare una di quelle palle facili sotto porta dove c’è scritto “basta spingere”- Nulla di tutto questo. La sinistra nelle sue svariate forme tace. Il Pd, nel giorno in cui doveva mettere sulla graticola Salvini, non ha trovato di meglio che mettersi a litigare su chi doveva intervenire al Senato. Al di là del merito della lite (in realtà non si capisce bene perche a nome del Partito democratico doveva intervenire uno che il giorno prima aveva dichiarato che di quel partito non si occupa) la scenetta pare surreale.

Posto che, a quanto si legge nei sondaggi, del presunto scandalo dei rubli russi agli italiani non interessa più di tanto, viene da chiedersi da cosa derivi mai questa vena autolesionista. Anche in questo caso, a persone sane di mente, verrebbe da chiedersi se non ci sia una ragione di fondo quando un partito nel giro di pochi anni ha bruciato e prepensionato tutti i leader malgrado fossero tutti eletti con un robusto consenso popolare. Da Veltroni, a Bersani, a Renzi. Non se ne è salvato uno. Zingaretti, mi dispiace davvero per lui, al momento sembra più un amministratore di condominio che non riesce a far quadrare i bilanci di fine anno che un leader politico. Il prode Calenda, nel frattempo, incurante del pericolo si candida a essere il prossimo segretario. Quando si dice una missione suicida. Ma anche questa riflessione (su cui sapete come la penso), sarà bene rimandarla a fine estate.

Come bisognerà che qualcuno si interroghi sul motivo per il quale mentre, come detto, gli italiani se ne fregano dei rubli, paiono molto più sensibili al caso Bibbiano. Una questione senza dubbio molto grave, ma di stretta rilevanza locale è diventata un caso nazionale, fino a toccare i già non brillanti piazzamenti del Pd nei sondaggi. Sarà mica perché in fondo questo Paese ragione ormai soltanto alla “pancia”? Non sarà che in fondo se tocchi i bambini l’Italia insorge sempre, mentre su qualche presunto finanziamento estero siamo da sempre pronti a chiudere un occhio, quasi fosse un peccato veniale?

In tutto questo va segnalata la brillante campagna social lanciata dal presidente dell’Emilia-Romagna, territorio in cui tutto si è svolto:  “Una Regione vicina alle famiglie”. Non è uno scherzo. Poi non facciamo pensose riunioni per analizzare i motivi delle sconfitte elettorali.

Sarebbe bene, almeno nel mese di agosto non fare danni. Qua fa caldo, gli animi diventano infuocati in un istante. Meglio un tè freddo sotto l’ombrellone. Oggi, in realtà c’è la direzione del Pd. Gli italiani sono in fremente attesa, immagino. Intanto, come tutti gli anni, almeno il pippone va in vacanza, ci vediamo a settembre.

Primo: imparare di nuovo a fare l’opposizione.
Il pippone del venerdì/109

Lug 19, 2019 by     1 Comment     Posted under: Il pippone del venerdì

Da più parti, nelle svariate formazioni che si definiscono di sinistra, sento levarsi appelli a “costruire l’alternativa”. E sicuramente questa esigenza c’è. Sarebbe interessante discutere su questi temi con chi sta al 20 per cento e parla di vocazione maggioritaria, ma su questo abbiamo scritto e dibattuto a lungo. Sapete come la penso: per me la partita per governare questo Paese si può riaprire soltanto ridefinendo il campo della sinistra e disgregando l’alleanza di governo: se non si scioglie l’abbraccio Salvini-Di Maio siamo condannati a lottare per il secondo posto. E un campionato dove si sa già chi vince non è interessante, soprattutto se non sei la Juventus.

L’alternativa dunque per me si costruisce così. Un segnale interessante, in questo senso, è arrivato dall’Europa, dove i 5 stelle hanno votato insieme a popolari, socialisti e macroniani contro i sovranisti. Sarebbe bene mettere un cuneo dentro questa crepa e amplificare ogni giorno le contraddizioni nella maggioranza di governo, ma mi pare che siamo ancora ai pop corn di Renzi che, non a caso, interviene subito per spegnere ogni flebile fiammella: l’ipotesi di un’alleanza Pd-5 Stelle che torna a farsi strada sulle pagine dei giornali, per lo statista di Rignano “non è un colpo di genio, ma un colpo di sole”. Linea del resto subito sposata da Zingaretti e soci che hanno paura di fare la parte di quelli troppo intraprendenti. Restano possibilisti i vecchi democristiani alla Franceschini, altra scuola va riconosciuto.

Ma, dicevo, per me questo discorso è archiviato. Molto più banalmente in questo pippone di metà luglio, volevo parlare della necessità di imparare di nuovo a fare l’opposizione. Perché per poter essere percepiti come alternativa credibile a qualcosa, bisogna prima essere in grado di dare battaglia anche da posizioni di minoranza. Fare squadra, innanzitutto. Mettere insieme un po’ di parole d’ordine credibili, individuare il blocco sociale a cui ci si vuole rivolgere. Aprire un dialogo. Cosette semplici, in apparenza.

In realtà a me sembra che i gruppi dirigenti della sinistra dispersa siano un po’ come i pugili suonati, quelli che non riescono a riprendere lucidità tra un cazzotto e l’altro e si possono salvare soltanto se suona la campana per tempo. Peccato che qui i pugni arrivano senza soluzione di continuità e i Ko, malgrado ogni volta si trovi qualche motivo per esultare, si susseguono, elezione dopo elezione, regione dopo regione, comune dopo comune. Forse sono soltanto io che li vedo così, ma mi sembra che non ne azzecchiamo una manco per sbaglio. Intanto scegliamo sempre il campo che l’avversario preferisce: immigrazione, difesa dei diritti civili. Tutti temi che non possiamo lasciare alla propaganda leghista, ci mancherebbe, ma non possiamo parlare e fare manifestazioni solo sugli sbarchi dei clandestini o scandalizzarci per gli sgomberi delle case occupate (sempre dai nostri salotti, ci mancherebbe).

Un esempio lampante della nostra incapacità ormai conclamata di fare opposizione è stato l’incontro fra Salvini e le forze sociali. A me sembra evidente che quando ti convoca il vicepresidente del Consiglio tu ci vai, ascolti e poi ovviamente dici la tua. Non sta al sindacato stare a sindacare sulla qualifica che ha Salvini e sulla legittimità della convocazione. Per te è il numero due del governo e il leader del primo partito in Italia, non puoi sfuggire al confronto. Poi devi avere la schiena dritta, ma questo non mi pare possa essere contestabile a Landini. A sembra evidente anche che si trattava di una occasione ottima per sparare a pallettoni su un governo dove manco si capiscono più i ruoli e il ministro dell’Interno fa anche le parti di quelli del Lavoro e dell’Economia. Un’opposizione attenta avrebbe colto la palla al balzo per aprire ancora di più quelle crepe di cui parlavo sopra. E invece no: tutti a sparare su Landini che non doveva andare all’incontro. Pura follia. Se non ci fosse andato gli stessi avrebbero sentenziato su quanto era vecchio e barricadiero questo sindacato che rifiuta il confronto. Accetto scommesse.

Io capisco che non sia facile perché l’alleanza Lega-5 Stelle mi sembra una specie di tutto compreso: fanno benissimo sia la parte del governo che quella dell’opposizione, a giorni alterni. Si scannano pubblicamente e intanto trattano fra di loro. Alla fine, dopo aver magari trovato qualche tema su cui sviare l’attenzione, si accordano e vanno oltre. E noi abbocchiamo. Oppure rinviano il tema a tempi migliori. Intanto l’Italia continua il suo declino inesorabile e le tensioni sociali non scoppiano. O meglio: non c’è un’opposizione in grado di incanalare le tensioni che pur esistono e trasformarle in un movimento di protesta vero. Questa sarebbe la fase due, dopo aver ripreso a fare l’opposizione. Noi siamo ancora al punto zero. Quello del meglio stare zitti.

Altro esempio: la vicenda Alitalia. Ora, a parte l’inversione a U alla quale è stato costretto Di Maio per il quale una quindicina di giorni fa era impensabile la partecipazione dei Benetton perché Atlantia era un’azienda decotta che avrebbe trascinato verso il baratro anche Alitalia e adesso, invece, è diventato un partner industriale essenziale nella cordata guidata da Fs, a parte questo dicevo, ma qualcuno sta provando a capire cosa succede davvero, ad esempio dal punto di vista dell’occupazione? Di quale piano industriale si parla? I lavoratori non dovrebbero essere una componente essenziale del nostro blocco sociale? Stessa cosa succede all’Ilva, dove salvo sporadiche eccezioni i leader della sinistra non mettono più piede.

Basterebbe tutto questo? Come accennato l’opposizione andrebbe fatta vivere nelle tensioni sociali, usata come propellente per ricostruire quella base di consenso che adesso ci manca. Si preferiscono sparute assemblee nei teatri romani. Che poi, essendo metà luglio passata, anche la scelta delle location è significativa della nostra collettiva capacità di farci del male. Ecco, in questo non ci batte nessuno davvero.

L’arroganza del potere e l’impotenza di Zingaretti.
Il pippone del venerdì/108

Lug 5, 2019 by     No Comments    Posted under: Il pippone del venerdì

Torno rapidamente sulla questione morale, perché due notizie di questi giorni mi hanno convinto ancor di più che il tema del rapporto fra partiti e istituzioni resti quello centrale.

Primo fattarello, le intercettazioni del’ex ministro dello Sport Luca Lotti. Una sorta di miniera inesauribile dalla quale, giorno dopo giorno, si potrebbe trarre una specie di manuale di quello che non deve fare la politica. L’ultima è forse la più irritante. Perché l’interferenza sulle nomine, la volontà di sostituire un procuratore scomodo con uno amico, sono fatti gravissimi, forse al limite del codice penale, ma fanno comunque parte di un certo modo di intendere la politica. Che non condivido e contro cui lotto, ma fa parte comunque dell’agire politico. Che un ex ministro dello Sport, invece, dica candidamente che spera di guadagnare 200mila euro trattando non si capisce bene per conto di chi, i diritti tv del calcio, mi sembra davvero assurdo. Si tratta della stessa persona che ha lavorato sulle regole per attribuire quei diritti. Ora, a sentire quanto dice a cena con gli amici, a tempo perso farebbe il lobbista, sempre in ambito sportivo.

Il secondo fatto sono le dichiarazioni del ministro dell’Interno Matteo Salvini sul giudice di Agrigento che ha scarcerato la capitana Carola: “Togliti la toga e candidati con la sinistra”, le scrive senza mezzi termini su facebook. Si sa, io sono uno all’antica, per cui il linguaggio di cui il leader leghista continua a far sfoggio malgrado il ruolo di ministro mi urta pesantemente i nervi. Ma che il responsabile della polizia (scusate la semplificazione) passi all’intimidazione nei confronti di un magistrato mi sembra intollerabile.

Sono due episodi che apparentemente non hanno nulla a che fare l’uno con l’altro. E invece, secondo me, rappresentano perfettamente quello che provavo a spiegare alcune settimane fa con il pippone sulla questione morale applicata alla politica, che non è questione di rispetto della legalità, ma di rispetto nei confronti delle istituzioni. E quindi eccolo il legame: l’esercizio del potere sempre più arrogante, sempre più lontano dal quel rispetto quasi religioso che aveva Berlinguer nei confronti dello Stato e che esprimeva con tanta forza nella famosa intervista con Scalfari. Sono noioso ma lo ripeto: o ripartiamo da qui, stabilendo la giusta distanza fra partiti e Stato, oppure tutto il resto sono soltanto parole vuote. Forse anche una parola del presidente Mattarella, in questi giorni, non sarebbe inopportuna.

Lego questi avvenimenti con l’ennesima sconcertante intervista che il segretario del Pd, Nicola Zingaretti, rilascia oggi sul Foglio. Nel consueto vuoto delle parole del leader democratico, ribadisce alcuni tratti distintivi del suo partito. Il primo è la vocazione maggioritaria. Certo, en passant parla della necessità di costruire una coalizione ampia, ma è una dichiarazione di maniera, di quelle che si fanno per non irritare chi ti gira intorno. Il Pd viene visto come unico elemento di alternativa a questo governo e anche a quello – probabile – che verrà dopo le prossime elezioni. Ci si compiace della propria sopravvivenza, arrendendosi quasi all’ineluttabilità della sconfitta.

Per il resto, come d’abitudine, Zingaretti riesce a dire tutto e il contrario di tutto. Sul jobs act lima le parole – quelle erano state chiare – di Peppe Provenzano, responsabile lavoro della sua segreteria, quasi trasformandole in un apprezzamento nei confronti del lavoro di Renzi. Sull’immigrazione dice che ha ragione Minniti, ma che oggi è stato giusto votare contro la prosecuzione dell’assistenza alle motovedette libiche. Sulle prospettive politiche si limita a spiegare che ritiene che il consenso, di cui almeno riconosce l’entità, riportato da Salvini negli ultimi appuntamenti elettorali, non sia stabile. Quasi una specie di atto di fede.

Non una parola sui temi di fondo, su come la sinistra possa ricostruire una sua credibilità, una sua presenza fra le classi sociali più deboli. A meno che non ci si illuda che sia sufficiente riaprire qualche circolo del Pd nella periferia romana o che serva a qualcosa il giro nelle fabbriche programmato da Zingaretti. Siamo al vuoto assoluto. Anche uno come me convinto che un leader bravo non sia sufficiente da solo, resta basito di fronte all’abilità del segretario dem di non entrare mai nelle questioni importanti, di tenersi alla larga dai temi su cui, al contrario, servirebbe una parola chiara. Quelle parole di cui, azzardo, il popolo di quelli che come sta stanno nel bosco ma hanno orecchie attente, avrebbe un gran bisogno.

Zingaretti, insomma, non è un segretario di partito. Almeno non quello che servirebbe in tempi straordinari. Può essere un bravo amministratore, forse. Può essere uno in grado di mediare fra le correnti, tenendo in piedi quella federazione di diversi che si trova a dirigere, quasi controvoglia. Non è il timoniere in grado di portare la sinistra italiana fuori dalle secche in cui Renzi (e non solo lui) ci hanno cacciato. Ne è talmente consapevole lui stesso che alla prossima assemblea nazionale proverà a eliminare dallo statuto l’identità fra segretario e candidato premier. Tocca solo capire su chi potremo puntare. Il panorama mi sembra scarsino.

Sarebbe ora che tutti se ne facessero una ragione, anche le vedove bianche che non riescono a pensare se stessi se non in funzione del Pd. Per il resto, cari ragazzi, fa caldo: se anche la politica andasse in vacanza, forse faremmo meno danni. Temo che, al contrario, sarà una lunga estate.

I veri giochi olimpici dei cittadini romani.
Il pippone del venerdì/107

Giu 28, 2019 by     No Comments    Posted under: Il pippone del venerdì

Assegnate le olimpiadi invernali del 2026 alla strana accoppiata Milano-Cortina, resta per alcuni il rammarico per la rinuncia della sindaca Raggi alla candidatura romana per quelle estive del 2024. In molti hanno parlato dei posti di lavoro persi, dell’occasione mancata per la Capitale, in termini di investimenti e di turismo. A me, a dire il vero, pare una delle poche scelte sagge che ha fatto da quando è stata eletta. Noi le olimpiadi le facciamo tutti i giorni, altro che storie. Le facciamo quando dobbiamo cercare un varco per passare lungo i marciapiede invasi da cumuli di rifiuti puzzolenti, le facciamo quando dobbiamo incrociare le dita per prendere un autobus, quando dobbiamo risalire a piedi dai treni della metro perché le scale mobili, nella migliore delle ipotesi, non funzionano.

Le immagini simbolo del disastro di Roma potrebbero essere tante, ma io credo che quella davvero emblematica sia la foto della fermata Repubblica della metro A: chiusa per 8 mesi dopo il guasto drammatico alla scala mobile che nell’ottobre scorso causò decine di feriti, è stata riaperta nei giorni scorsi. Prima c’è stato un lungo periodo di sequestro da parte della magistratura per chiarire la dinamica dell’incidente, poi è stata cambiata la ditta responsabile della manutenzione. Morale della favola per 8 mesi una delle stazioni più centrali della principale linea di metropolitana di Roma è rimasta chiusa. E quando viene riaperta si scopre che la scala mobile incriminata continua a non funzionare. A che saranno serviti questi mesi di chiusura non si capisce bene.

Altro che olimpiadi, i cittadini romani avranno sicuramente le loro colpe perché se una città è così sporca la responsabilità è anche della mancanza diffusa di senso civico. Ma ormai meriterebbero di entrare nel guinnes dei primati per la loro pazienza. Roma non vive neanche più situazioni di emergenza, il caos è l’abitudine. La regola sono i cumuli di rifiuti, tanto che ci si commuove quando si incontra una pattuglia di eroici netturbini che raccolgono l’immondizia da terra sostanzialmente a mani nude. La regola sono le strade piene di buche, che uno in moto non riesce manco ad andare dritto e un pezzo di asfalto integro viene visto come la terra promessa. La regola sono gli autobus noleggiati in Israele dopo dieci anni di servizio (e già questo sarebbe curioso) e rimandati al mittente perché solo quando arrivano in Italia si scopre che non possono essere omologati perché non rispettano le regole dell’Ue sulle emissioni. Viene da chiedersi, a proposito, cosa aspettano all’Atac a chiedere i danni ai dirigenti responsabili di questa genialata. Io sarei per un bel calcio nel sedere e una causa civile per il risarcimento. La regola sono i giardini ormai impraticabili perché l’erba è diventata savana e gli alberi invece di fare ombra rischiano di caderti in testa. Le uniche aree verdi praticabili in sicurezza, ormai sono quelle affidate al buon cuore di associazioni e volontari vari. Cosa aspettiamo a uscire dall’indolenza e ribellarci?

Sia chiaro, non è che sia tutta colpa della Raggi. Questa città aveva vissuto già una stagione devastante negli anni ’80, poi era tornata Capitale vera, orgogliosa, con Rutelli e Veltroni. Con tutti i difetti di quella esperienza, pare un altro mondo. Ma da Alemanno in poi la discesa è ripresa. La Raggi, diciamo così, ha solo dato una spinta verso il baratro. Adesso i rifiuti non sono più una presenza sgradevole, ma sono diventati emergenza sanitaria. Con Marino sindaco, a dire il vero, qualche idea era stata messa in campo. La realizzazione degli eco distretti, ad esempio, veri e propri impianti a carattere industriale che non fossero dedicati al trattamento dei rifiuti ma al loro recupero. Quello che si fa in tutto il mondo, ovvero trasformare un fardello ingombrante in una risorsa per la città e che a Roma sembra ancora un sogno.

Ma anche con Marino qualche errore che ha accelerato la rincorsa verso il baratro ci fu. Per restare ai rifiuti penso all’introduzione di nuovi cassonetti aggiuntivi (quelli per l’umido e per il vetro) che sostituirono il vecchio multimateriale. Ora, che senso aveva raccogliere i rifiuti organici senza avere gli impianti per trattarli? E soprattutto che senso aveva aumentare la quantità dei cassonetti in strada e quindi aumentare anche i giri che i mezzi devono fare, quando tutti sostenevano che l’unico sistema che funziona è la raccolta porta a porta? Che non si dica che non si può fare in una grande città perché lo fanno ovunque. Berlino credo sia un esempio splendido: ogni palazzo ha dovuto realizzare il suo spazio rifiuti e se lo tiene bello pulito.

Detto questo non c’è dubbio che le mancate scelte della Raggi, che in questi anni ha solo prodotto una impressionante quantità di manager cambiati e assessori dimissionati, abbiano peggiorato ulteriormente una situazione che già prima era sul filo. Roma, da quando non si buttano più i rifiuti direttamente in discarica senza alcun trattamento, è sempre a rischio. Gli impianti esistenti, già all’epoca di Marino, erano appena sufficienti. Bastava un guasto a un nastro trasportatore per assistere all’accumulo di rifiuti in strada. Adesso che gli impianti, per incidenti e interventi di manutenzione, sono più che dimezzati, l’immondizia è diventata la vera padrona di Roma. I gabbiani, da noi, non sono più presenze poetiche che si vedono in lontananza sul mare, ma stormi inquietanti che volteggiano in stile avvoltoio sulle nostre teste alla ricerca di cibo tra i rifiuti. Ama, l’azienda che si occupa di rifiuti, si limita a raccogliere (male) i rifiuti, quando dovrebbe essere – va ribadito – una vera e propria industria del riciclo. L’unica cosa che arriva puntuale è la bolletta delle tasse.

Come si esce da questa situazione? Intanto cambiando sindaco e amministrazione, questo mi pare ovvio. Questi proprio non ce la fanno. Ma anche dando alla capitale d’Italia un sistema amministrativo che permetta di governare con efficacia una città che, senza contare la sua provincia, è grande quattro volte Londra, come estensione territoriale. E allora: senza inventarci formule strane che servono soltanto a rinviare alle calende greche qualsiasi decisione, si proceda con il completamento della Città metropolitana, con l’elezione diretta del sindaco, si attribuiscano a questa sorta di super Comune tutti i poteri necessari (dall’urbanistica al governo del sistema dei trasporti e della mobilità, ai rifiuti), ma soprattutto si trasformino gli inutili Municipi in altrettanti (almeno) Comuni metropolitani, con un bilancio proprio e tutti i poteri necessari all’amministrazione del territorio.

Sembra semplice, ma ci giriamo intorno da trent’anni e, riforma dopo riforma, non ci siamo mai riusciti. Eppure la chiave per cambiare questa città è questa, dotarla di uno strumento di governo adeguato alle sue dimensioni. Poi serve anche una classe dirigente adeguata e dei cittadini meno cialtroni. Ma per questo ci vorrà tempo. E un mezzo miracolo. Cominciamo, magari, con robuste iniezioni di educazione civica in tutte le scuole. Vanno presi da piccoli, dopo è tutto inutile.

Il bisogno di porre una nuova questione morale.
Il pippone del venerdì/106

Giu 21, 2019 by     No Comments    Posted under: Il pippone del venerdì

Il caso Lotti-Palamara ha riempito le pagine dei giornali nelle settimane scorse negli stessi giorni in cui, coincidenza davvero singolare, la sinistra ricordava la morte di Enrico Berlinguer, il dirigente politico che con più forza pose il tema della questione morale. Un ricordo, lo dico subito, che molti farebbe meglio a evitare, per non cadere nel ridicolo. Quando si parla dell’esempio di Berlinguer sarebbe bene averlo presente quell’insegnamento e non declamarlo una volta l’anno. Ma passiamo oltre, tra l’altro a me i santi non sono mai piaciuti, tanto meno i santi laici.

Chiariamo subito, quando si parla di questione morale non si pone semplicemente un problema di rispetto della legalità. Non è questo un tema di cui si deve occupare la politica, spetta alla magistratura che deve essere messa nelle condizioni di fare il suo lavoro. Berlinguer intendeva un’altra cosa quando parlava di questione morale. Intendeva il rispetto che i partiti devono avere per le istituzioni che non devono essere sottomesse a interessi di parte, ma devono restare terze, poste su un livello superiore.

Per questo fa quasi sorridere che la difesa (politica) di Lotti e soci sia tutta basata su due pilastri: il primo è “così fan tutti”, il secondo è “non hanno commesso alcun reato”. Sul secondo, proprio per il ragionamento che facevo prima, non spetta a noi valutare eventuali profili penali. A me il comportamento dell’allegra combriccola proprio al di sopra di ogni sospetto non sembra, ma è una mia opinione e vale zero. E’ sul primo postulato che mi si accappona la pelle. Perché la sinistra italiana, almeno quella che viene dalla tradizione comunista, aveva fatto della sua diversità su questi temi la sua bandiera grazie a Berlinguer. E Berlinguer poneva con grande forza comunicativa un tema molto chiaro fin da Gramsci e Togliatti.

Ecco, questo secondo me è uno dei punti su cui rifondare una cultura di sinistra nel nostro Paese. Torniamo a insegnare ai giovani il rispetto della sacralità laica delle istituzioni che non devono entrare nelle beghe di partito. Capisco che quello di Berlinguer è un mondo che non c’è più. Ma forse anche per questo gli elettori non ci danno più fiducia.

E allora, proprio in questi giorni in cui si torna con forza a parlare di unità del centrosinistra mi sento di porre questa esigenza che sento molto forte, quella di una nuova questione morale. Io non mi sento di poter stare non solo nello stesso partito, ma neanche nella stessa alleanza, con personaggi che si giocano le istituzioni come fossero una partita di poker. Quello di Lotti è solo l’ultimo esempio, neanche il peggiore forse.

E guardate che non è un tema di regole. In questo Paese di regole ne abbiamo fin troppe. Tante che bloccano la nostra economia, il nostro sistema giudiziario. Ce ne sono anche per garantire la separazione tra i partiti e la magistratura, non facciamoci ingannare da chi ci spiega che un buona parte del Csm viene eletto dalle Camere. E’ vero, ma è anche vero che esistono quorum talmente elevati per l’elezione dei cosiddetti membri laici del Consiglio superiore da garantire la qualità e il prestigio degli stessi. Hanno provenienza di “parte”, ma i voti necessari li fanno diventare autenticamente espressione del sistema politico nel suo complesso e non dei partiti.

E’, invece, un tema di come si sta nel sistema politico e di come ci si comporta dentro un partito quando si hanno ruoli di responsabilità. Faccio sommessamente notare che, neanche tanti anni fa, mettemmo in croce Piero Fassino, allora segretario dei Ds, per una frase infelice su una fusione tra banche. Badate bene, non stava brigando, stava semplicemente informandosi, da dirigente di uno dei principali partiti italiani su un processo di concentrazione di gruppi di credito che avrebbe condizionato pesantemente il sistema economico italiano. Nulla di illegale, ma neanche di poco chiaro dal punto di vista etico, insomma. Eppure quel suo “abbiamo una banca”, suonò a molti, me compreso, come una frase sgrammaticata, sia pure in un contesto colloquiale e informale come quello di una chiacchierata telefonica.

I temi su cui ricostruire una sinistra popolare, forte e autorevole sono sicuramente tanti e differenti. Dal rapporto con i lavoratori, alla necessità di un patto con sindacati e associazioni per ricostruire un tessuto diffuso, sociale prima ancora che politico, alla questione ambientale e dei sistemi i produzione. Di sicuro, però, non si va da nessuna parte se non pratica un taglio netto, a colpi di accetta, con quella cultura politica che predica la sottomissione di qualsiasi istituzione agli interessi di parte. Interessi di lobby, neanche di partito. Diceva bene Bersani qualche anno fa, quando parlò di una eccessiva concentrazione di potere in pochi chilometri quadrati. Era una delle caratteristiche del renzismo, si decideva tutto fra fiorentini. Manco tutti interni al Pd. Basta pensare al potere acquisito in quel periodo da Verdini. Io credo che questa sia una delle caratteristiche peggiori di quella stagione.

Ecco quindi, ben venga l’unità, come la racconta anche oggi in una lunga intervista Massimo D’Alema. Anche se io mica ho ancora ben capito fra chi dovrebbe nascere questa unità, visto che le elezioni hanno stabilito che ormai esiste solo – e anche bello ammaccato – il Partito democratico (su questo sapete tutti come la penso e quindi non mi ripeto). Ben venga l’unità, dicevo, ma che almeno nasca da un bagno purificatore collettivo. Non si può soltanto sostituire un cerchio magico con un altro. Non basta cambiare la latitudine alla quale avviene la gestione del potere, occorre tenersi lontani da quelle pratiche nefaste che avranno anche permesso di entrare nei salotti che contano ma ci hanno portati lontani dai nostri elettori.

Stati generali dell’editoria, una farsa in salsa Crimi.
Il pippone del venerdì/105

Giu 14, 2019 by     No Comments    Posted under: Il pippone del venerdì

Sto seguendo, sia pur distrattamente e con il dovuto distacco, questa storia degli Stati generali dell’editoria convocati con tanto di grancassa dal sottosegretario Vito Crimi. Uno si aspetterebbe, visti gli argomenti in campo e visti gli interlocutori del governo, un dibattito a più voci, con l’esecutivo pronto ad ascoltare e, almeno in parte, recepire le proposte che arrivano dagli attori del sistema. Niente di tutto questo. Più o meno lo schema è: parlano tutti, fanno proposte, Crimi lascia ad ascoltare qualcuno del suo staff e poi spiega le sue strampalate teorie, sulle quali non è ammessa replica. E’ così e basta.

Sull’informazione propriamente detta parleremo dopo, ma prima giusto un accenno ai cosiddetti “over the top”, ovvero Facebook, Google e Amazon. Ora, i dati forniti da Agcom sono questi: il mercato degli investimenti pubblicitari in Italia vale 7,3 miliardi di euro, la metà o poco meno va verso le tv e un terzo verso internet (2,2 miliardi). Di questa fetta però, sempre secondo l’Autorità garante per le comunicazioni, oltre il 60 per cento sono andati alle piattaforme web. A Facebook e Google, per parlare chiaro. A quotidiani, riviste e radio arrivano infine, complessivamente 1.9 miliardi. Da più parti si chiedeva un intervento del governo in una situazione così squilibrata, ma l’ineffabile Crimi ha risposto picche: il mercato, sostiene il sottosegretario, è troppo ricco e si riequilibrerà da solo con l’ingresso di nuovi competitori.  C’è voluto un blitz dell’opposizione che ha convinto la Lega per far passare un emendamento che, speriamo, salverà Radio Radicale. Ora serve altrettanto a favore dei giornali editi da cooperative.

A parte che le mie poche cognizioni di economia, mi suggeriscono l’esatto contrario, ovvero che gli oligopoli semmai tendono al monopolio se lasciati senza regole, perché la forza degli operatori già presenti nel settore tende a stritolare eventuali nuovi soggetti. A parte questo, dicevo, anche partendo, per assurdo, dal presupposto che Crimi abbia ragione non si capisce bene perché, al contrario,  il governo abbia pensato bene di intervenire con un taglio deciso al fondo per il pluralismo nell’informazione per, sostiene lo stesso paladino del libero mercato, “dare uno shock al sistema e segnalare il cambiamento”. C’è voluto un blitz dell’opposizione che ha convinto la Lega per far passare un emendamento che, speriamo, salverà Radio Radicale. Ora serve altrettanto a favore dei giornali editi da cooperative. Crimi se ne farà una ragione.

Il governo, la sintetizzo così, interviene a seconda dei casi. Le grandi multinazionali si regolano da sole, sul pluralismo, invece, meglio mettere pesantemente mano. Viene quasi il sospetto che non sia semplicemente incapacità totale, ma ci sia un disegno preciso. E arriva in aiuto un altro intervento, sempre nel corso degli Stati generali, quello dell’Upa, l’associazione degli inserzionisti, che candidamente ammette come a loro del pluralismo non interessa proprio nulla, semmai sono interessati al profilo dei consumatori e i big data si attagliano perfettamente a queste esigenze. Quando si dice una perfetta convergenza di interessi.

Che i pubblicitari la pensino così ci sta anche. Mica è compito loro pensare al pluralismo dell’informazione. E’ quanto meno inquietante che il governo, in sostanza, sia dello stesso avviso. Ovvero uno dei soggetti deputati all’attuazione e alla difesa del dettato costituzionale che sostiene l’esatto contrario. Insomma, per dirla breve e confermare quanto accennavo qualche tempo fa parlando dei 5 stelle come di una sorta di setta, si ha il sospetto che non solo al sottosegretario Crimi sfugga il fatto che il mercato da solo è l’esatto contrario del pluralismo, ma che proprio su questo punti.

Del resto non sono soltanto gli editori dei giornali editi da cooperative (in pratica gli unici che ricevono ancora contributi dal governo) a lanciare un grido di allarme, ma anche altri importanti soggetti imprenditoriali che candidamente ammettono che senza qualche forma di intervento pubblico “l’informazione di qualità ve la dimenticate, perché il giornalismo è troppo costoso da mantenere”. Badate bene, gli editori non dicono “chiudiamo bottega”, come fanno le cooperative o Radio Radicale, dicono vi scordate la qualità. Insomma, giornali fatti con il copia e incolla dai comunicati stampa. Riempiti di cinguettii e messaggini arrivati dai comunicatori di riferimento.

Ovvero la narrazione al posto dell’informazione. L’editore di cui sopra lo vede come rischio potenziale. Viene da chiedersi se, al contrario, una buona parte del sistema politico non lo veda come una opportunità da cogliere. E dunque si eliminano scientificamente le voci libere e professionalmente qualificate, si dà mano libera alla rete e alle piattaforme digitali che ben funzionano come megafono da usare per diffondere la “religione” ufficiale. Narrazione vuol dire l’esatto contrario di informazione, vuol dire che un bravo comunicatore fa passare per verità assoluta il punto di vista del suo committente. Ci aveva provato anche Renzi, con la stessa tecnica dei grillini, usando fan (in parte veri, ma anche e soprattutto a pagamento) per provare a conquistare la necessaria supremazia sul web. Come si sa ne è uscito spesso con le ossa rotte.

Della tecnica della narrazione fanno uso a piene mani sia Salvini che i 5 stelle, con grande spregiudicatezza. La storia è vecchia: eliminare l’intermediazione del giornalista fra politico e cittadino. Basta leggere le teorie sulla comunicazione nei regimi totalitari, mica si sono inventati nulla di nuovo, usano soltanto mezzi diversi, ma la tecnica è la stessa dei Cinegiornali Luce di mussoliniana memoria. Da parte delle forze di opposizione, su questo tema come anche su molti altri, mi pare ci sia ancora una grande sottovalutazione. Ora, a meno che non pensino che in fondo una situazione senza troppi giornalisti scomodi potrebbe far comodo anche a loro, secondo me servirebbe una grande mobilitazione a difesa dell’informazione. Non è un orpello bello ma di cui si può fare a meno.

Il nostro sistema attuale è già fin troppo debole e spesso troppo appiattito sul potente di turno e non è un orpello qualsiasi. La democrazia stessa viene meno se non viene garantito il diritto dei cittadini a essere informati. Informati, non “narrati”.

Che fare dopo il disastro? Ripartire da ecologia e socialismo.
Il pippone del venerdì/104

Giu 7, 2019 by     No Comments    Posted under: Il pippone del venerdì

Ora, una volta che si sono abbassati i polveroni delle consuete dichiarazioni post elettorali, in cui ciascuno trova una ragione di vittoria, due dati sono evidenti. A livello europeo l’avanzata dei sovranisti, che pure c’è, non è sufficiente a garantir loro la maggioranza in parlamento. Ci sarà un asse ancora più spurio del passato, che vedrà insieme socialisti, popolari e liberisti dell’Alde. Per me è un male, sia chiaro, che comprometterà ancora di più la già scarsa credibilità del Pse. Non si capisce ancora bene quale ruolo possano giocare i verdi, forti di un risultato molto positivo in molti Paesi.

A livello italiano siamo arrivati al minimo possibile per tutte le componenti della diaspora della sinistra. La parte cosiddetta radicale, a forza di presentare nuove aggregazioni posticce e simboli sempre differenti, è passata a miglior vita. Gli altri, dopo proclami di autonomia e lanci di improbabili ricostruzioni, si sono acconciati al ruolo di comparse nel Pd. Aspettano che Renzi e Calenda si tolgano di mezzo per poter rientrare in qualche cantuccio di quella che continuano a considerare la loro casa comune. Chissà se succederà davvero.

Intanto varrebbe la pena segnalare che, oltre alle bacchettate che arrivano dall’Europa, sulle quali Salvini continua a costruire le sue fortune elettorali, in Italia la crisi ha ripreso a mietere vittime a pieno regime. Whirpool che chiude lo stabilimento di Napoli, gli indiani che puntavano al rilancio dell’Ilva annunciano oltre mille cassintegrati. Per non parlare di Mercatone Uno fallito di recente. Le piccole e medie imprese che chiudono non le contiamo neanche più. Centinaia di migliaia di lavoratori rischiano di andare a spasso.

Che si fa insomma? Ci si limita a qualche patetica assemblea (quelle che si fanno ormai in sale condominiali o poco più) nella quale verrà annunciata sicuramente l’ennesima finta fase costituente dell’ennesimo tentativo di costruire l’ennesimo soggetto politico. Ci sarà sicuramente una qualche Falcone che scenderà dal suo salotto e verrà a spiegare come fare, un qualche professore che darà una presunta base culturale al tutto e avanti fino alla prossima batosta.

Ma possibile che non ci sia il modo di rompere questo cerchio vizioso in cui le uniche strade per l’impegno politico sono un antagonismo parolaio dei gruppi dirigenti “radicali” o l’assorbimento fra i moderati del Pd? Hanno detto bene Bersani e D’Alema: non c’è bisogno di nuove rincorse al centro, perché quei voti stanno già nel portafoglio dei democratici. E allora sarebbe il caso, per una volta, di andare fino in fondo a quello che si dice.

Io sono uno di quelli che aveva davvero creduto alla svolta ecosocialista che aveva annunciato Roberto Speranza a dicembre. Il coordinatore nazionale di Articolo Uno spiegò che questo era il paradigma sul quale costruire la nuova sinistra, contemporanea, in grado di affrontare le sfide che abbiamo di fronte. Non uno sterile laburismo in stile ‘900, né un terzomondismo di pura facciata. La sfida era tornare a una critica radicale del capitalismo, un sistema di produzione che ha nel suo dna non solo lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, ma addirittura la scomparsa stessa della specie umana, grazie al riscaldamento globale che porterà a rendere la Terra inabitabile per tutti noi. Le stesse elezioni europee ci hanno segnalato una grande avanzata delle forze ecologiste in gran parte del continente. Anche in Italia, nel loro piccolo, i Verdi hanno aumentato i loro consensi. Non possono essere loro la risposta, ma possono essere parte della risposta.

Avevo creduto a quella svolta, dicevo. Avevo creduto all’annuncio di una fase costituente vera, aperta e innovativa nelle forme. In cui non ci si ponesse il problema dei gruppi dirigenti, ma dei contenuti. Perché una volta stabilità la bussola, ecologia e socialismo insieme, serviva un grande progetto per l’Italia che traducesse i valori in atti concreti. Un progetto radicale. Cosa direbbero, ad esempio, gli ecosocialisti sull’Ilva? La chiudiamo? O il lavoro per la sinistra resta valore che passa sopra la salute, posto che abbia senso un’affermazione del genere?

Tutto si è risolto in un congressino di Articolo Uno, ormai esanime. Hanno deciso di togliere dal nome la seconda parte e si sono auto trasformati in partito. Di ecologia e socialismo non si è più parlato. C’era l’emergenza elettorale e in nome dell’unità e della resistenza alla destra peggiore del mondo ci si è acconciati a un’ospitata nelle liste democratiche, appena due candidati, in posizione mediana, che non sono stati neanche eletti. Come è andata a finire lo abbiamo già detto, non vale la pena tornarci. Vedremo come finiranno i ballottaggi di domenica, se l’avanzata della Lega continua, come suggerirebbero gli ultimi sondaggi. Vedremo se una classe dirigente locale ancora con una certa credibilità personale riuscirà a fare da barriera all’onda.

Adesso, con l’incubo delle elezioni anticipate che incombe sulle nostre teste, le cose sono ancora più difficile che sei mesi fa. Eppure, secondo me, la sfida resta la stessa. Mettere in piedi una forza che faccia del socialismo e dell’ecologia la sua ragione di vita. Che non insegua Salvini e soci in sterili difese dell’Europa, ma lo incalzi giorno dopo giorno sui temi temi veri: la scuola, la sanità, lo sviluppo di una economia che non ci porti all’estinzione. Si può provare ad aprire finalmente questo cantiere, a rispondere a questo bisogno di impegno politico che i ragazzi da mesi ci gridano in faccia? Oppure ci si accontenta di vivacchiare sui quattro gatti che Leu ha portato in Parlamento? Fra un po’ ci dichiarano specie protetta.

Fatemi sapere, fateci sapere cosa avete deciso. Nel frattempo, qua nel bosco la situazione è tornata affollata.

Non capisco che avete da ridere.
Il pippone del venerdì/103

Mag 31, 2019 by     No Comments    Posted under: Il pippone del venerdì

Facce sorridenti, visi rilassati. C’è addirittura chi parla di vittoria e chi, più prudente, si limita al pareggio. Io mica vi capisco. L’Italia che esce dalle urne è il paese europeo più a destra, si supera anche la Francia. Salvini e Meloni insieme, una somma tutt’altro che arbitraria, arrivano al 40 per cento dei voti. La lega, nel giro di un paio di anni, è passata da essere partito locale, che valeva il 3 per cento a livello nazionale, a fenomeno radicato in tutto il Paese. Fa da attrattore a tutte le forze disperse messe in crisi dal crepuscolo di Berlusconi.Una vera e propria impresa: nati come secessionisti, contro i terroni del sud, ora riescono a essere addirittura secondi nell’odiata Sicilia. Va bene avere la memoria corta, ma qui si esagera. La sinistra non esiste più. Fra tutte le listarelle sparse arriva a stento al 5 per cento. Il Pd, sommando tutto il sommabile, riesce a dare un segnale di esistenza in vita e supera il 22 per cento. Un dato che non ci consente di essere ottimisti. Ancora meno, considerando il successo dei candidati renziani in tutta Italia.

Sinistra Italiana e Articolo Uno sono praticamente estinti. La prima, sommata a Rifondazione, non arriva al 2 per cento, mentre i bersaniani segnano un bello zero nella casella degli eletti. A meno che non ci si voglia appropriare del boom di preferenze di Bartolo, ma davvero sarebbe un’operazione ridicola. Perfino lo stentato 3,4 per cento di Liberi e uguali alle politica adesso sembra un miraggio lontano. E anche qui, sia gli uni che gli altri rivendicano la strada scelta, quella della divisione e della subalternità al Pd: si tira avanti. Ingenuamente chi aveva previsto il disastro attuale pensava che una volta arrivati a zero, gli attuali gruppi dirigenti si sarebbero fatti da parte. Manco per sogno. Chissà verso quali sconfitte ci vogliono ancora condurre. Sinistra italiana giura di voler andare avanti con Rifondazione, Articolo Uno pare ormai avviato a una lenta ma inesorabile confluenza nel Pd. Basta leggere l’intervista di D’Alema su Repubblica di ieri: si parla solo dei democratici, visti come unico punto da cui ripartire. Auguri.

Meno peggio di quanto ci si poteva aspettare visti i dati delle elezioni europee, questo va detto, sono andate le amministrative. Ma anche qui, i Comuni vinti sembrano sempre più fortezze residuali sotto assedio che reali segnali di riscossa. Perché se è vero che nella destra chi traina è la Lega di Salvini, è anche vero che non ha ancora una struttura territoriale così ramificata da arrivare nei Comuni. Vincono nel voto di opinione, non riescono ancora a essere competitivi, in molte zone d’Italia, quando scendono in campo i candidati locali. Il prestigio di una buona classe dirigente locale e di buoni sindaci in carica riesce ad arginare l’ondata. Per il momento. Quando la competizione si allarga un po’ però, la destra non sbaglia un colpo: con la vittoria nel Piemonte di Chiamparino siamo a sette Regioni di seguito. Attendo con una certa ansia l’esisto dei ballottaggi fra due domeniche. Temo un effetto trascinamento del risultato nazionale.

Evito di approfondire l’analisi del voto, per non annoiare troppo. Il quadro generale mi sembra significativo. Il Pd, in sostanza mantiene quasi gli stessi voti di un anno fa, in valori assoluti. La Lega esplode, i 5 stelle si dimezzano. Ma i loro elettori passano direttamente a Salvini o all’astensionismo. Di guardare a sinistra o quanto meno al Pd neanche a parlarne.

Insomma, i dirigenti democratici saranno anche contenti, ma devono essere consapevoli che con questi dati non c’è alcun ritorno a un bipolarismo di tipo classico con la contrapposizione destra-sinistra come qualcuno vorrebbe far credere. C’è uno schieramento ben consolidato, che con Berlusconi sfiora addirittura la maggioranza assoluta e non avrebbe problemi, con questa legge elettorale a conquistare percentuali bulgare nelle due Camere. Di fronte c’è il Pd e poco altro. I 5 stelle pagano un anno passato all’ombra di Salvini e pagano l’assenza di un partito strutturato sul territorio, in grado di resistere nei momenti di difficoltà.

Per provare a cambiare questa situazione bisognerebbe cambiare il campo sui cui si gioca. Perché questo schema tende inevitabilmente a favorire la forza comunicativa del ministro dell’Interno, che pur governando si comporta sempre come se fosse all’opposizione. Quando è in difficoltà trova nemici nuovi su cui scaricare i propri insuccessi e mascherare così la debolezza di un governo sempre più chiacchiere e distintivo. Cambiare il gioco, dicevo. Perché se si accetta sempre il terreno proposto dalla destra si finisce per ampliare ancora il loro consenso. Non mi pare ci sia in giro questa consapevolezza. Tutt’altro.

Eppure almeno nel momento in cui il centro sinistra ha più o meno la metà dei voti della destra bisognerebbe capirlo che questo schema va cambiato. Ho assistito a una delle campagne elettorali più vuote della storia. Alzi la mano chi ha capito cosa proponeva Zingaretti per rinnovare un’Europa sempre più distante dai cittadini. Io resto convinto di quanto sostengo da mesi. Il Pd non regge, dalla fondazione a oggi è rimasto una somma di correnti più che un partito. Al massimo, un segretario prudente e accorto come Zingaretti può farlo sembrare meno litigioso, ma è l’effetto di un momento. Per tornare a essere concorrenziali, secondo me servono due cose: intanto una scomposizione delle forze in campo per tornare ad avere una forza di sinistra e una moderata. E poi bisogna aprire un dialogo con i 5 stelle. Non sono più il blocco monolitico schierato dietro Di Maio, si cominciano a sentire spifferi. Facciamoli diventare correnti d’aria. Apriamo un dialogo con loro, sfidiamoli sui contenuti. Anche loro hanno bisogno di sottrarsi all’abbraccio mortale di Salvini se vogliono continuare ad avere un ruolo nel panorama politico italiano.

Resta il tema della classe dirigente che può mettere in moto questo processo. Serve intanto un passo indietro, ma vero non di facciata, di tutti quelli che ci hanno ridotto così. Siamo all’anno zero, insomma. C’è bisogno di cambiare davvero. E temo che il tempo che ci è concesso non sia infinito. Si è aperta la gara tra Renzi e Calenda a chi fa prima a costruire un soggetto politico che sia la casa dei moderati (che in verità la casa paiono averla già trovata fra i democratici) non pare esserci la stessa consapevolezza a sinistra. E così si va avanti, di sconfitta in sconfitta, ma con il sorriso stampato in faccia.

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