Articles by " mik154"

Un governo che ci dia felicità.
Il pippone del venerdì/53

Apr 27, 2018 by     No Comments    Posted under: Il pippone del venerdì

Quale dei governi liberi meglio convenga alla felicità d’Italia? Se lo chiedeva nel 1796 Melchiorre Gioia, esponente di spicco del giacobinismo italiano, con una lunga dissertazione nella in cui sosteneva la tesi di un’Italia libera, repubblicana, retta da istituzioni democratiche, indivisibile per i suoi vincoli geografici, linguistici, storici e culturali. Non so perché, ma in questi giorni di convulse (si fa per dire) trattative, ribaltoni bizantini, forni che si chiudono e si aprono, mi è tornato in mente questo saggio con il quale Gioia vinse un concorso, studiato negli anni dell’università. Mi è tornato in mente perché sono in molti gli studiosi della politica che attribuiscono alla mancanza di una qualsiasi forma di rivoluzione lo stato magmatico dell’Italia attuale.
Il giacobinismo, del resto, in Italia non ebbe gran seguito, occupa appena una mezza paginetta nei manuali dei licei. Non abbiamo avuto rivoluzioni politiche, né abbiamo partecipato a pieno a quelle tecnologiche. Da noi gli effetti di quello che succede nel resto del mondo arrivano sempre con decenni di ritardo, depurati dagli aspetti più traumatici e rivoluzionari. Assorbiti dalla classe dirigente che più o meno è rimasta quella dell’ottocento a essere ottimisti. Questa è la vera casta, davvero inamovibile, che ha saputo sempre adattarsi ai cambiamenti. Del resto siamo il paese del “se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi” come siamo il paese sempre pronto a saltare sul carro dei vincitori. E allora siamo sempre stati governati da una commistione fra grandi famiglie, ordini professionali, notabili locali, sistema delle banche. Una sorta di potere feudale che, sostanzialmente sempre uguale, è arrivato al ventunesimo secolo adattandosi alle condizioni mutate, anzi avvolgendo la realtà in una sorta di blob melmoso che tutto attenua e tutto comprime.
Certo, poi succede che un mondo sempre più globale fa in modo che i movimenti mondiali si espandano con maggior rapidità. E allora arriva il ’68, esplodono i no global. Sembra che tutto debba cambiare nel tempo di un batter di ciglia. Ma l’Italia sa sempre come trattare chi vuole tutto e subito. Basta pensare agli anni del terrorismo – si chiamavano “di piombo” – che seguirono il ’68 o a piazza Alimonda che spense la luce su quel movimento che – visto con occhi obiettivi – aveva capito gran parte dei disastri, sociali e ambientali, che la globalizzazione stava causando. Tutto deve cambiare perché tutto rimanga come è. Il ritornello è sempre lo stesso.
L’anomalia italiana, vera – lo so sono noioso e ripetitivo, ma invecchiando peggioro – nacque dopo la seconda guerra mondiale. E fu quel Partito comunista che diventò una sorta di Stato nello Stato. Una comunità con una sua etica perfino feroce, un suo scopo da raggiungere oltre i confini temporali della vita umana. Anche quella esperienza, davvero originale, è stata ormai messa definitivamente a tacere. Non rifaccio tutta la storia da Occhetto a oggi, ma nel momento stesso in cui si decise di cancellare il Pci perché bisognava arrivare al governo si mise una grossa pietra tombale sulla storia della “differenza” dei comunisti italiani.
E così arriviamo ai giorni nostri. Sono giorni in cui essere ottimisti diventa davvero difficile. La sinistra è sparita. Ora, Liberi e Uguali sarà anche un gruppo sparuto, ma comunque più consistente di partiti che ai tempi del proporzionale facevano il bello e il cattivo tempo. Basta pensare che un eventuale governo Pd-M5s al senato avrebbe appena 161 voti. Roba che il primo Turigliatto che si sveglia con la luna storta ti fa saltare il banco. Quei quattro senatori eletti con Leu, insomma, servirebbero come il pane. Eppure nulla: manco vengono consultati dall’esploratore Fico. Il Pd, dal canto suo, dorme sonni agitati, diviso fra chi vede una luce in fondo al tunnel perché proprio costituzionalmente non riesce a immaginarsi confinato all’opposizione e Renzi che pensa la politica soltanto in termini di potere personale. Faranno mai un governo?
Il ragionamento gattopardesco lo vorrebbe fortemente. Non a caso in questa direzione premono i mass media più legati alla casta del potere. Perché un governo che renda normali i 5 stelle, che depotenzi la domanda di cambiamento contenuta nel loro successo ricondurrebbe la situazione politica a un ambito noto e quindi rassicurante. E quindi mai un governo fra Di Maio e Salvini perché sarebbe una rincorsa fra estremismi differenti, ma simili nella loro radice culturale. Ben venga un governo che faccia piombare nel blob Grillo e i suoi.
E la sinistra? Viene da pensare che abbia perso il suo ultimo appuntamento con la storia. Non oggi. Il risultato elettorale del 4 marzo è solo l’ultimo effetto del logoramento quanto meno ventennale al quale siamo stati sottoposti. Dall’accettazione del capitalismo come orizzonte unico, alla globalizzazione subita e neanche mitigata. Capita la lezione si potrebbe ripensare, riorganizzare, pensare a nuove radici da far crescere nel conflitto, in quelle periferie sociali che crescono sempre più. Nulla di tutto ciò. Si continua stancamente a parlare di governo, di costruire un nuovo centro-sinistra non si capisce bene con chi. Ultimo caso il Molise. Dove tutti insieme – ma proprio tutti – si arriva al 17 per cento. Sarà un test piccolo, ma non insignificante. Il centro-sinistra ha chiuso un ciclo storico. La partita è ormai fra 5 stelle e destra. Non solo non esiste quel quarto polo vagheggiato da Sinistra italiana, ma manco il terzo che vorrebbero Bersani e soci.
I partitini di Leu si sono rinchiusi nei loro piccoli recinti, teatro di miserie umane di autoproclamati leader. Pensano ai loro piccoli tesseramenti. Alle loro piccole idee per sfangare le prossime elezioni. Alle loro piccole clientele per far felice qualche famiglia. Come ho sentito dire. Quella voce che, sia pur in maniera contraddittoria e con toni incerti, aveva cominciato a farsi sentire in campagna elettorale è scomparsa. Di Potere al popolo si sono perse le ancor più flebili tracce. Si aspetta il big-bang del Pd per rifare un partito socialdemocratico alla tedesca, in grado di tornare a quelle cifre elettorali che garantiscano tranquillità alla sua classe dirigente. E allora? Alla domanda che poneva Melchiorre Gioia alla fine del ‘700, come si può rispondere oggi?
Io credo che il nuovo paradigma debba essere quello della felicità. Capisco che è un parametro complesso da misurare, ma il benessere di un popolo è qualcosa di meno semplice rispetto al reddito. Servirebbe un movimento che si ponesse la felicità come obiettivo. Felicità in termini di esperienza comunitaria, di coesione sociale, di conservazione delle ricchezze ambientali, di mutuo soccorso. Sarebbe una rivoluzione, questa volta difficilmente riassumibile negli schemi classici. E per questo non la vedremo mai.
E comunque, buon Primo maggio a tutti. Che almeno questa sia una giornata senza lavoro.

La sinistra faccia una cosa giusta: riprendiamoci L’Unità.
Il pippone del venerdì/52

Apr 20, 2018 by     No Comments    Posted under: Il pippone del venerdì

Mentre l’Italia aspetta con ansia la formazione di questo benedetto governo, fra incontri, incarichi, esploratori giornalieri e aspiranti presidenti del Consiglio, una notizia è passata quasi inosservata: L’Unità viene messa all’asta. La storica testata che fu del Pci, fondata da Antonio Gramsci, è stata pignorata dai dipendenti a garanzia dei propri crediti con l’editore (fondamentalmente stipendi arretrati) e il tribunale adesso ha avviato la procedura e affidato la perizia per la valutazione, primo passo per poi procedere alla vendita del giornale. Trattandosi di procedura giudiziaria, ovviamente, non c’è spazio per mediazioni o ragionamenti politici: se la aggiudicherà il miglior offerente.

Ora, partiamo da una notazione: intanto questo fatto sottolinea, ce ne fosse ancora bisogno, l’assoluta cialtronaggine dei dirigenti del Pd che si sono occupati dell’ultima edizione del giornale. Ripercorriamo  rapidamente: il quotidiano era tornato in edicola nel 2015, dopo la crisi e la sospensione delle pubblicazioni avvenuta nel 2014. L’editore, come già avvenuto in passato, non era più il partito di riferimento, il Pd in questo caso, o una società controllata dallo stesso, ma un privato, tal Pessina, imprenditore impegnato nel campo delle costruzioni, a digiuno di vicende editoriali, vicino – all’epoca – a Matteo Renzi. Fu costituita una società in cui il partito aveva, tramite una fondazione, una quota di minoranza, ma si riservava il potere di nomina del direttore. In questi casi, di solito, si tende a separare la proprietà della testata dall’editore vero e proprio, attraverso un contratto di affitto, magari a un prezzo simbolico. Detta in poche parole: il Pd avrebbe potuto rimanere proprietario della testata, il vero valore di un giornale, affidandone la semplice edizione al socio privato. Invece no, a Pessina viene trasferito il pacchetto completo. Morale della favola, il costruttore attualmente è proprietario de L’Unità e anche dell’archivio del giornale. Un patrimonio storico e culturale di enorme valore in mano a uno che costruisce ospedali. E, morale della favola due, la testata rischia di essere comprata da qualche sconosciuto che ne potrà fare l’uso che vuole. Sempre che questi sprovveduti non facciano addirittura scadere la registrazione: una testata per “esistere” deve essere pubblicata almeno una volta l’anno, altrimenti decade la sua iscrizione nel registro della stampa e chiunque la potrebbe iscrivere ex novo senza pagare un euro ai lavoratori. Mancano pochi mesi.

Ecco, proprio nei giorni in cui esercitiamo la nostra abituale capacità di prenderci a martellate i cabbasisi litigando sulle sigle per il 2 per mille, vorrei lanciare un appello credo un po’ più utile: utilizziamo quei fondi, magari integrati da una sottoscrizione popolare, per ricomprare L’Unità. Credo che sarebbe un utilizzo più utile che pagare qualche costosa sede in centro, comoda perché “sta proprio accanto alla Camera”, per non parlare dell’utilità degli staff dei (sedicenti) dirigenti. Vorrà dire che per le riunioni utilizzeranno le sedi istituzionali e gli staff se li pagheranno di tasca loro. Per quello che producono…

I partitini della sinistra dispersa – comprendendo anche Rifondazione, neo Pci e tutti quelli che ci vogliono stare – potrebbero mettersi attorno a un tavolo non per contrattare l’ennesima alleanza elettorale, ma un progetto concreto di una casa comune, sia pur solo editoriale.  Si potrebbe anche chiedere un impegno alle fondazioni che amministrano il patrimonio immobiliare ex Pci. Sposetti batta un colpo. Sicuramente il milione e mezzo di elettori che hanno votato per formazioni di sinistra il 4 marzo non sarebbero insensibili.

Non si tratta soltanto, insomma, di salvare dal “macero” una testata di grande valore per tanti di noi. Ma di ridare a tutti un punto di riferimento, un luogo di confronto aperto. Ecco io la immagino così la nuova Unità: una ossatura snella, pochi giornalisti giusto per coordinare il lavoro, inizio solo on line, spazio al dibattito e al contributo di intellettuali. Non credo ci sarebbe alcuna difficoltà a trovare giornalisti, uomini di cultura, ma anche militanti disposti a dare un contributo volontario. Siamo un popolo di grafomani del resto.

Poi, magari, siccome sono uno anche affezionato al mondo reale, da lì potremmo riorganizzare le feste, tutti insieme. E ancora potremmo pensare a dei quaderni cartacei, magari con cadenza mensile o anche più. Quaderni tematici che possano essere punti fermi, di raccolta di idee, in un mondo dove tutto dura lo spazio di un click. E magari potremmo far vivere la nuova Unità aprendo spazi di dibattito non solo web, usando la testata per tornare – non ci torno perché ne ho già parlato più volte –  aprire sedi, non di partito, ma utili: ecco, quelle che ho chiamato le Case del popolo 2.0, perché, a questo punto, non chiamarle Case dell’Unità?

Insomma, questa vicenda de L’Unità potrebbe essere un nuovo inizio. Visto che Liberi e Uguali lo stanno ammazzando in culla, tra reciproci veti, personalismi di (sedicenti) dirigenti che parlano soltanto fra di loro e si convincono – sempre fra di loro – della giustezza delle posizioni che assumono salvo poi prendere schiaffoni a ogni tornata elettorale, una casa anche solo editoriale unitaria sarebbe un bel modo per ripartire da zero, tornando a parlarci senza dannose intermediazioni. Avendo luoghi in cui farlo, ne sono convinto, scopriremmo che le divisioni tra noi sono molto meno di quelle che ci fanno pensare.

Cari elettori, vi abbiamo preso per il culo.
Il pippone del venerdì/51

Apr 13, 2018 by     No Comments    Posted under: Il pippone del venerdì

Noi ci abbiamo provato in tutte le maniera a essere ottimisti, positivi, propositivi. Da noi, cosiddetta base, in questo mese post elettorale sono arrivate proposte, iniziative, documenti, discussioni sulla forma partito. Da voi, cari dirigenti, non sono arrivate mai parole chiare. Intervistine, indiscrezioni passate a mezza bocca al giornalista amico. E invece dovete avere il coraggio di dirlo chiaramente: cari elettori vi abbiamo preso per il culo.

Ricordate quando ci hanno detto: non c’è tempo adesso per fare il partito, ma dopo le elezioni ci impegneremo tutti insieme a costruire una grande casa comune, con un percorso aperto, democratico, partecipato? Lo hanno messo nero su bianco, in un appello pochi giorni diffuso pochi giorni prima delle elezioni. Tutte balle. Subito dopo il 4 marzo è parso subito chiaro che ognuno preferiva tornarsene nella casetta propria. Qualcuno trombato e quindi offeso a morte (per la serie: la sinistra esiste soltanto se la dirigo io). Altri perché “abbiamo di fronte a noi prospettive differenti”, altri ancora in attesa che il Pd si scomponga per rifare un partito un po’ di sinistra, ma non troppo. Par di ascoltare quella canzone di Jannacci, quando dice “il nostro piangere fa male al re”. La morale della favola è semplice: una sinistra forte, autorevole, autonoma, in Italia non ci deve essere. Dà fastidio al manovratore.

Ma come, potreste dire, Liberi e Uguali allora? Che fine fa? Par di capire – ma la conferma si avrà solo nei prossimi giorni con i congressi e le assemblee varie di Possibile, Sinistra italiana e Mdp – che rimarrà una specie di coordinamento parlamentare e poco più. Del resto ci sono elezioni dove il simbolo è già stato presentato e, soprattutto, fosse mai che non si fa un governo e si torna a votare. In quel caso Leu verrebbe rispolverato e ripresentato in grande stile (si fa per dire). Insomma: cari elettori, non solo vi abbiamo preso per il culo, ma siamo pronti a farlo di nuovo. Il primo risultato dell’ennesima trovata geniale del gruppo dirigente di Leu è che alle regionali di fine aprile e alle amministrative di giugno, come diceva uno splendido Guzzanti d’antan, ognuno fa un po’ come cazzo gli pare. Da qualche parte c’è il simbolo rosso con le foglione, altrove liste civiche, in qualche caso saremo con il Pd, in altri da soli.

Ora, a parte l’ingenuità del ragionamento, io vorrei provare a ripercorrere quello che è successo in un anno e poi ditemi voi, io mi taccio, quale sia la definizione migliore da dare a questo (sedicente) gruppo dirigente.

Febbraio 2017: si scinde il Pd, quelli della “ditta” chiedono a Renzi di arrivare alle primarie con più tempo per presentare e far conoscere candidati alternativi. Gli rispondono picche e loro se ne vanno. Il 25 febbraio fondano Articolo Uno – Mdp. Nello stesso periodo dalla fusione di Sel e Futuro a sinistra nasce Sinistra italiana. Una parte rilevante dell’ex Sel, – fra cui Arturo Scotto, Ciccio Ferrara e Massimiliano Smeriglio – aderisce però a Articolo Uno. Un movimento con un cospicuo gruppo di parlamentari, ma che rinuncia ad essere strutturato nei territori. Perfino il tesseramento parte a stento. Di eleggere un gruppo dirigente non se ne parla proprio, bastano gli “eletti”.

Aprile-giugno 2017: Massimo D’Alema propone di fare un partito unitario della sinistra, riunendo le esperienze a sinistra del Pd. Ipotizza una alleanza elettorale, costruita con la selezione democratica dei candidati che poi diventi un partito. Bersani, d’altro canto, guarda all’ex sindaco Giuliano Pisapia come possibile “federatore”. Anna Falcone e Tomaso Montanari lanciano l’idea di una grande assemblea per promuovere una nuova formazione politica che nasca dal basso, nella quale i partiti ci siano ma anche no. E’ l’assemblea del Brancaccio, da cui origina l’omonimo percorso, poi fallito per ragioni rimaste misteriose.

Luglio 2017: dopo qualche mese di travaglio nasce “Insieme” con una manifestazione a Roma in piazza Santi Apostoli. Dovrebbe essere il nucleo di una specie di Ulivo 2.0. Ci sono Tabacci, Lerner, qualche prodiano, le truppe bersaniandalemiane, i verdi, qualche socialista. Una forza politica autonoma che mira a costruire un campo largo del centro-sinistra. Leader indiscusso il già citato Giuliano Pisapia. Che dopo pochi giorni manifesta profonde crisi di identità e si abbraccia calorosamente con la renzianissima ministra Boschi.

Ottobre-dicembre 2017: dopo un’estate travagliata, piena di reciproci malumori, Bersani e Pisapia divorziano ufficialmente. L’avvocato milanese tenterà poi in tutti i modi di fare un accordo con il Pd per presentare una lista ulivista alle elezioni, ma alla fine si ritirerà. Alcuni dicono di averlo avvistato in qualche parco milanese a dar da mangiare i piccioni. La lista Insieme alla fine si presenterà sul serio alle elezioni, con un risultato che non lascerà traccia alcuna nella storia italiana. Articolo Uno, Si e Possibile, dal canto loro scoprono di essersi sempre amati e trovano un altro leader, il presidente del Senato Grasso, uscito dal Pd poche settimane prima. Una grande assemblea popolare, il 3 dicembre, lo incoronerà ufficialmente: nasce Liberi e Uguali. Nello stesso periodo l’altro pezzo del Brancaccio, quello capitanato da Rifondazione e partitelli vari, trova come foglia di fico alcuni centri sociali e nasce la lista “Potere al popolo”.

Da dicembre a oggi come sia andata lo sappiamo tutti. In una frase sola: Liberi e Uguali non ne azzecca una manco per sbaglio. Una campagna elettorale inesistente, liste per niente nuove e calate dall’alto. Un risultato elettorale modesto. La sinistra nelle sue varie forme viene spazzata letteralmente via. Anche considerando il Pd un partito di questa area, complessivamente arriva a stento al 25 per cento. Leu si ferma al 3,4 per cento, Pap si ferma all’un per cento classico di Rifondazione. E anche dove si è vinto (almeno un po’) come nel Lazio, dal giorno dopo abbiamo ricominciato a darci martellate sulle gengive (o giù di lì).

Ci sarebbe da dire, ragazzi, fermiamoci, ragioniamo un mesetto, ma poi ripartiamo. Come la penso lo sapete. L’ho scritto ampiamente in questo periodo. Forma partito, valori fondanti, esigenza di tornare a una radicale critica della società capitalista, un nuovo orizzonte a cui guardare. Ci sarebbe materiale per avviare davvero una fase di ricostruzione. Che non si esaurisca in pochi giorni e poche assemblee nelle quali contrattare i posti negli organismi dirigenti. Andrebbero demolite le casette da cui veniamo, per farne una dove accogliere non soltanto i militanti con la tessera, ma anche tutti quelli che di tessere non ne avevano ma hanno creduto al progetto di Liberi e Uguali. Bisognerebbe considerare il milione e mezzo di voti che sono arrivati a sinistra del Pd come una base di militanti irriducibili su cui poggiare questo nuovo edificio. E invece no. Pap va avanti da solo. Leu, dopo aver annunciato assemblee territoriali, assemblee costituenti nazionali,  resta, di fatto, come mero specchietto per le allodole ma partono i tesseramenti ai soggetti fondatori. Delle assemblee unitarie, al momento, non se ne parla proprio più.

Se avete un certo mal di testa dopo questo pippone, pensatevi adesso tornare nelle vesti di militanti e dirigenti di base e spiegare ai compagni che si devono rifare la tessera di Articolo Uno – Mdp, di Sinistra italiana o di Possibile. Io mi immagino le facce e anche qualche insulto. Per non parlare degli elettori (non che ci abbiano creduto poi in tanti) a quali dovremo dire, sinceramente, che li abbiamo presi in giro. Per l’ennesima volta. Che Leu era solo l’ennesimo accrocco messo in piedi in fretta e furia per eleggere qualche parlamentare.

Cosa fare, come andare avanti non lo so davvero. Una provocazione però la voglio lanciare: mi chiedo ma davvero è stato un bene superare il quorum del 3 per cento ed eleggere 18 parlamentari? Forse era meglio restare fuori dalle elezioni. Almeno il partito degli eletti ce lo saremmo scordati. Ci saremmo scordati le segreterie, i portaborse, la corsa al posticino per gli amici degli amici. Perché di una cosa sono convinto: con questa classe dirigente ci meritiamo di essere cancellati. Loro perché per l’ennesima volta ci hanno dimostrato tutta la loro incapacità tattica e strategica. Noi perché non siamo in grado di prenderli a calci nel sedere.

La cosa drammatica, e la finisco davvero, è che non ci si rende conto del fatto che le energie e le idee ci sono, basta leggere i mille documenti prodotti in tutta Italia, i tanti interventi di intellettuali che pongono problemi, indicano soluzioni. Energie vive, da non disperdere. Serve, insomma, una ripresa forte dell’iniziativa unitaria. Badate bene, non è facile e il processo non durerà un giorno. Ma se aspettiamo i gruppi dirigenti nazionali e non mettiamo in rete le esperienze di questi mesi, se, insomma, non li prendiamo per il collo e li costringiamo a guardare un po’ verso il basso (che non fa male), continuerà questo processo di distruzione che va avanti dal 1989 e che ci priverà di ogni prospettiva di cambiamento anche per i prossimi trent’anni. Insomma, la situazione è un po’ come l’immagine che accompagna questo articolo: sono macerie? O sono mattoni?

Il Partito delle Case del popolo 2.0. Per fare società.
Il pippone del venerdì/50

Apr 6, 2018 by     No Comments    Posted under: Il pippone del venerdì

Il Pd sembra essere tornato improvvisamente a essere centrale nella vicenda politica italiana. La linea renziana dell’Aventino lo ha trasformato in una preda ambita, sembra una scena di un film di quelli classici: la bella figlia del re contesa fra più principi che si nega. E più si nega e più la braccano. In realtà si tratta di un effetto ottico. Di Maio usa il Pd per giustificare l’approccio con Salvini. Quando dice che lui preferirebbe un accordo con il Partito democratico non renziano fa finta di non sapere che si tratta di una condizione impossibile. Renzi, al di là dei vagiti delle varie correnti interne, è ancora l’azionista di maggioranza. E senza i suoi voti (già ampiamente negati) un governo non si può proprio fare. Questione di numeri. E allora, incassato il no, porterà i 5 stelle a un accordo con la destra di Salvini. Esclusa Forza Italia? Vedremo. Se ne parla a fine aprile, dopo le regionali in Friuli e Molise. Intanto becchiamoci un’altra settimana di consultazioni soporifere.

Nel frattempo, salvo rinvii, si sarà svolta anche l’assemblea nazionale dei democratici che incoronerà il nuovo segretario. Si dice che sarà confermato il reggente Martina (anche se nelle ultime ore affiorano incertezze fra gli azionisti di maggioranza, ovviamente i renziani). Le variabili sono molte. Per quanto tempo? Fino alla scadenza del mandato? Fino a ottobre? Fino alle Europee? La data di svolgimento delle primarie (sì, faranno ancora le primarie, nessuno ha la forza di modificare lo statuto) è una delle chiavi di lettura per capire cosa accadrà nei prossimi mesi. Affari loro? Neanche tanto, visto che al futuro del Pd, di fatto, ha deciso di legare i suoi destini anche Liberi e uguali, che ha rinviato la sua assemblea nazionale a maggio. Il fatto che la data sia successiva a quella dell’appuntamento democratico non è casuale.

Sulla scialuppa di Liberi e Uguali arrivano, infatti, gli echi di due sirene contrapposte. Da un lato, quello di Sinistra italiana, non si è insensibili al richiamo di de Magistris e al progetto di Diem25, ovvero la lista transnazionale per le Europee che farebbe capo all’ex ministro greco Varoufakis e al francese Hamon, già candidato alle presidenziali francesi per il Partito socialista. Dall’altro lato, quello di Articolo Uno, si sta con l’orecchio teso pronti a scattare nel caso qualcosa si muova in casa democratica. Non un semplice cambio di segretario, che tutti (o quasi) considerano insufficiente per “tornare a casa”, ma una vera e propria scomposizione del partito che riporti a uno schema bipolare il centrosinistra. Una sorta di riedizione di Ds e Margherita. Non è più, infatti, il solo Sandro Gozi a sostenere la necessità di andare oltre il Pd per fare una sorta di partito di Macron in Italia. Anche fra i renziani doc sono molte le voci che, più prosaicamente, fanno i conti. Il centro destra, con due forze trainanti arriva a essere la coalizione più forte, perché non ripetere lo stesso schema anche dall’altra parte?

C’è la convinzione, tra l’altro, che alla fine un governo Di Maio – Salvini si farà, magari aggregando un pezzo di Forza Italia. E a quel punto tornerebbe in campo l’idea originaria dello statista fiorentino: ovvero lanciare un’Opa sui moderati in libertà, dopo essersi ovviamente liberato di quel che resta della sinistra nel Pd. Oppure dopo essersi liberato proprio del Pd e aver lanciato “Avanti”, la riedizione italiana di “En marche”. In pratica, a quanto si capisce dai retroscena, il marchio democratico, considerato ormai usurato dalle sconfitte, si trasformerebbe in una specie di bad company sulla quale scaricare tutte le colpe del passato e Renzi tornerebbe in campo con un contenitore tutto nuovo, dove assemblare i moderati in cerca di casa. La sinistra avrebbe il compito di fare altrettanto in vista di una futura ricomposizione, quanto meno sotto forma di alleanza elettorale.

In pratica si tratterebbe di fare quel nuovo Ulivo da molti evocato già prima del 4 marzo ma reso impossibile proprio dalla presenza stessa del Pd. Troppo grande per essere alleato alla pari, troppo piccolo realizzare davvero la vocazione maggioritaria di veltroniana memoria.

A me è venuta la nausea soltanto a scriverla questa roba. Figuriamoci a metterla in pratica. Per due ragioni essenziali. La prima è che non sono davvero un nostalgico di Prodi e dell’Ulivo. A quella stagione, che oggi si tenta di dipingere come età dell’oro, si deve, in buona parte, il disastro attuale. Fu in quegli anni che si delineò una sinistra culturalmente minoritaria, che si accontentò del compito di rendere un po’ meno cattivo il capitalismo. In quella stagione si sono gettate le basi per il Jobs act renziano, si è precarizzato il lavoro, rendendo sempre più complesso perfino portare il sindacato nelle aziende. Si è, in sintesi, spianata la strada a quella frammentazione sociale che oggi rende così debole, non tanto e non solo la sinistra, ma la nostra stessa democrazia. La seconda ragione, è che, se anche non volessimo considerare il carattere secondo me negativo della prima versione dell’Ulivo, le minestre  riscaldate non funzionano mai. Dopo una sconfitta si riparte cercando strade nuove.

Non sto a ripetere come la vedo, il percorso che secondo me andrebbe seguito, coniugando, come ho già ampiamente scritto, le necessità strettamente organizzative con quelle della creazione di un vero e proprio laboratorio politico. Per me quella di un partito che metta in campo un’analisi di tipo marxista della società resta non solo la prospettiva più credibile, ma l’unica che possa ridare fiato a una prospettiva vera di cambiamento, di riscatto sociale. Un partito genericamente di sinistra sarebbe l’ennesima ridotta difensiva. Peccato che da difendere ci sia ben poco. I nostri dirigenti, questo è l’altro corno del problema, sono insufficienti. Quelli più acuti come Bersani hanno forse azzeccato l’analisi, intravedendo l’ondata antisistema che stava per arrivare. Ma nessuno pare in grado di andare oltre la stantia formula del centrosinistra. Al massimo, quando proprio si impuntano, pretendono di mettere un trattino fra le due parole. E’ deprimente, ma questo sono in grado di produrre. Né dal sindacato sembrano arrivare segnali di un possibile risveglio nel campo più prettamente sociale. Politica e società vanno di pari passo e se non hai rappresentanza politica diventa sempre più complesso dare rappresentanza sociale.

E allora che fare? Arrendersi e mettersi al vento aspettando che ci sbattano il grugno per l’ennesima volta? Io non credo sia possibile, perché non c’è più tempo. Credo che servano due condizioni insieme per uscire dall’avvilente stallo attuale: dall’alto, le energie migliori dei vari campi – politica, cultura, sindacato, esperienze sociali – devono unirsi e fare squadra; dal basso, serve una campagna nazionale di assemblee popolari. Non il “Brancaccio due”, perché quella roba lì era finta, c’eravamo solo “noi”, la sinistra tradizionale nelle varie declinazioni. Non prendiamoci in giro. Bisogna andare in profondità, nei quartieri nei luoghi di lavoro, nelle scuole, nelle università. Io penso a una rete di “Case del popolo 2.0” luoghi dove non si fa soltanto politica, si fa società. Luoghi di aggregazione, dove trovi il medico popolare, la scuola per gli stranieri, servizi di tipo mutualistico, momenti di svago e di cultura. Non un “muretto” per far svernare i militanti, ma iniezioni di un nuovo modello di comunità. Da lì si deve ripartire, non basta un nuovo partito. Serve una nuova comunità che non stia a discutere per giorni su quale assessore indicare al Comune, su chi candidare. Una comunità attiva, riconoscibile, che infonda robuste solidarietà nella nostra società polverizzata. La nuova sinistra non può nascere negli studi televisivi o nei gruppi parlamentari, deve essere sinistra sociale.

Ci sono le energie e il coraggio per rifondare un partito in questo modo? Le energie sicuramente ci sono, serve la capacità di metterle in rete e farle connettere. Ma il tempo non è molto, basta con i rinvii a fantomatiche assemblee nazionali. Bisogna mettersi “en marche”, ma senza Macron.

Azzeriamoci tutti per costruire la sinistra che parla al futuro. Il pippone del venerdì/49

Mar 30, 2018 by     1 Comment     Posted under: Il pippone del venerdì

Mi sono riproposto, nei giorni scorsi, di non esprimere una posizione su quanto successo nel Lazio, in particolare sulla travagliata – diciamo così – formazione della giunta regionale. E mi atterrò a questo mio proposito. Perché credo che la discussione su come sia stata condotta questa partita e sugli esiti (tra l’altro mentre è ancora da scrivere la parola fine) vada fatta nelle sedi che abbiamo a disposizione e non con interviste, post e articoli sui blog. Dico questo non perché creda alla vecchia disciplina di partito che voleva tenere riservate le discussioni. Nel mondo della comunicazione continua questo non è davvero più possibile. Ma perché credo che ci sia un tempo per tutto. Questo, per me, è quello della riflessione interna. Verrà quello dei bilanci pubblici. Alimentare il chiacchiericcio smodato di questi giorni non fa bene a nessuno.

Su tutta questa vicenda, però,  alcune cose mi sento di dirle, al di là della stretta attualità. La prima è l’inadeguatezza complessiva della classe dirigente della sinistra. Non parlo solo di Liberi e Uguali. Mi pare che la lezione del 4 marzo non sia stata ben compresa. E’ stato un voto che ha premiato chi si è presentato come alfiere del cambiamento. Non lo abbiamo capito prima, continuiamo a fare finta che nulla sia successo adesso, insistendo nelle pratiche nefaste che ci hanno ridotto in questo stato. Il Lazio è solo la spia più evidente. La seconda è che paghiamo, come è successo in tutta la campagna elettorale, la mancanza di un processo decisionale riconosciuto da tutti. Questo, prima delle elezioni, non ci ha permesso di arrivare all’accordo con Zingaretti in maniera chiara e lineare. Non ci ha permesso di indicare un capolista alle regionali. E adesso non ci permette di indicare un assessore condiviso. In questa situazione si fanno largo le furbizie, i personalismi, i “tengo famiglia”, le autocandidature, i protagonismi eccessivi di chi rivendica di “aver preso i voti”. C’è una zona grigia favorita dal non avere un processo democratico interno a Liberi e Uguali dove le vecchie pratiche della politica, del sottogoverno, del clientelismo, stanno purtroppo trovando terreno fertile.

Tutto questo avviene fra lo sconcerto dei militanti che hanno creduto nel progetto politico di Liberi e Uguali e hanno continuato a crederci anche dopo il non esaltante 3 virgola qualcosa per cento. Anzi, la dico tutta, questa vicenda, se non governata in maniera sapiente è anche peggio della bocciatura elettorale. Perché se siamo comunque sopravvissuti in una partita tutta giocata in trasferta, oggi rischiamo di allontanare definitivamente proprio quella base militante che ci ha permesso (a stento) la sopravvivenza. Per questo, innanzitutto, non solo sono rimasto sostanzialmente in silenzio, ma inviterei anche gli altri, soprattutto quelli che si (auto)definiscono dirigenti, a fare altrettanto. Mi permetto solo due domande ulteriori: ai cittadini del Lazio interessa qualcosa se l’assessore al Lavoro è di Sinistra italiana o di Articolo Uno? Ma se ci mettessimo uno bravo? Non sarebbe, infine, il caso di coinvolgere anche i compagni di Possibile nella discussione?

Nel Lazio una qualche soluzione, speriamo dignitosa, si troverà. Ma i danni rischiano di non essere riparabili. E in questo quadro il percorso nazionale delineato dagli organismi dirigenti dei vari partiti di origine non pare risolutivo. Anzi. Io credo che ripartire da un’assemblea generale dei delegati di dicembre sia un altro errore grave. L’ho già scritto e lo ripeto. Perché sono stati eletti con una logica pattizia, in base a quote decise non si capisce bene in base a cosa, senza un reale processo di coinvolgimento dei territori. Tra l’altro, mi permetto di segnalare come sia una platea vecchia. Nel frattempo ci sono state parecchie defezioni, come molte altre persone si sono aggiunte in questi mesi di campagna elettorale. Voler far partire un progetto davvero nuovo da un’assemblea morta è un controsenso che rischia di minare alla base il processo che si vuole mettere in campo. Sempre che si voglia davvero mettere in campo.

Io credo che un partito nuovo della sinistra serva. Ma è utile soltanto se passa da un salutare atto di azzeramento. Vanno sciolte tutte le organizzazioni esistenti, mantenendo in carica gli organismi eletti soltanto per l’ordinaria amministrazione e gli aspetti organizzativi. Facciamola così la fase costituente, senza alcuna figura che si arroghi il diritto di dirigere qualcun altro.

E allora come si fa? La mia proposta è quella di un regolamento di poche righe. Assemblee locali convocate dai coordinamenti comunali o di quartiere nelle città più grandi, si eleggono i delegati alle assemblee provinciali in base a una media ponderata del numero degli abitanti e del numeri dei voti alle politiche. Le assemblee provinciali fanno la stessa cosa per il livello nazionale. Contestualmente le stesse assemblee locali eleggono dei comitati provvisori per promuovere il tesseramento alla nuova formazione politica che deve partire contestualmente e gestire la fase transitoria. La nuova assemblea nazionale così eletta elegge tre comitati: un comitato organizzativo provvisorio, che pensa alla gestione quotidiana del partito un comitato per la forma partito e lo statuto, un comitato per il manifesto dei valori. Ci si dà un tempo preciso, poi i documenti elaborati vengono messi in discussione, con lo stesso procedimento partendo dalle assemblee locali, che nel frattempo devono essere diventate assemblee degli iscritti.

La precondizione perché tutto questo abbia successo è che le assemblee locali siano davvero aperte. A quelli che hanno fatto la campagna elettorale, agli elettori di Leu, ma anche a chi ha scelto, a queste elezioni, altre formazioni elettorali del centro sinistra. Anzi, io rivolgerei da subito un appello anche a Potere al popolo a partecipare a questo processo. Coinvolgiamo tutti quelli che ci stanno, non solo singoli. Anche i sindacati, le associazioni, i comitati dei cittadini, le reti cooperative. Torniamo a dare importanza a quei livelli intermedi che una idea sbagliata di società tende a cancellare. Ha ragione chi dice che serve un partito che “faccia società” non solo politica. Nel periodo transitorio si deve pensare a radicare il partito: sezioni territoriali, diffusione sul web, reti e riferimenti sociali da ricostruire da zero.

Conosco le critiche a questa idea di una fase costituente “senza la rete di protezione”. Ci sarà chi dirà: “No, io prima di sciogliere il mio partito devo sapere dove si va, quale direzione si prende”. Stolti. Il vostro partitino non esiste più, è solo un ostacolo: siete ostaggi di qualche dirigente narciso che si specchia e si piace da solo. La direzione non ce la può indicare nessuno, la dobbiamo costruire insieme.

Io credo che ci siano tutte le possibilità per tornare a svolgere un ruolo determinante per la democrazia nel nostro paese. Io nel nome sarei chiaro, lo chiamerei Partito socialista dei lavoratori. Basta con i riferimenti generici. Il nostro campo è il socialismo, ovvero il superamento del capitalismo. Il nostro blocco sociale sono i lavoratori.

Sarà, insomma, anche un azzardo, ma adesso in mano abbiamo soltanto un pugno di mosche. Prima di tornare nel bosco ci voglio ancora provare e come me tanti altri. Proviamo a farlo insieme. Grasso, Speranza, Civati, Fratoianni diano un segnale, ci dicano: “Cari compagni, abbiamo capito la lezione, ora si fa sul serio”. Noi ci siamo.

Aspettando un Godot che non arriva mai.
Il pippone del venerdì/48

Mar 23, 2018 by     No Comments    Posted under: Il pippone del venerdì

La sinistra italiana senza essere vittima di una sorta di coazione a ripetere sempre gli stessi errori. E la gravità della situazione attuale non pare essere in grado di provocare un qualche sforzo se non altro di originalità. Ora, lo stato attuale dell’arte è più o meno questo. Tutti danno la colpa a tutti del pessimo risultato del 4 marzo. Quelli di Sinistra italiana dicono che la colpa è di quelli di Mdp, visti troppo in continuità con il Pd di Renzi, quelli di Mdp rispondono che se non c’erano Grasso, Bersani e soci in prima fila manco al 3 per cento si arrivava. Quelli di Possibile che dicono che la colpa è di tutti (gli altri) e si chiudono in un narcisistico quanto paradossale congresso. Poi c’è anche Tomaso Montanari – che ormai sta sulle palle un po’ a tutti – il quale dal canto suo spiega che l’unico che ha avuto ragione fin dall’inizio è proprio lui. Avevamo giusto bisogno di un essere perfettissimo e infallibile, ma incompreso

La novità, almeno a girare un po’ per le assemblee che si stanno svolgendo a Roma, è questa: il gruppo dirigente è tramortito, se non altro dal fatto che gran parte di esso si deve cominciare a porre il tema di come mettere insieme il pranzo con la cena. Sono i militanti, i quadri, che provano a rianimarli un po’ spiegando ai dirigenti che l’unica cosa da fare (sperando che non sia troppo tardi) è procedere insieme verso un partito nuovo. Parlo di novità perché, di solito, dopo le batoste elettorali, avviene esattamente il contrario: c’è scoramento nella base e i dirigenti provano a tenere insieme i cocci.

L’errore che sembriamo costretti a ripetere, invece, è quello di continuare a parlare di Pd, di centrosinistra, di alleanze. Speranza, Bersani, lo stesso D’Alema che pure è più defilato. Sembra di sentire un disco rotto: abbiamo sbagliato in campagna elettorale, siamo sembrati troppo in continuità, troppo vicini al Pd. E il tracollo di Renzi ha travolto anche noi. Del resto basta vedere i dati delle elezioni per vedere quanto il “pozzo” avvelenato dall’ex leader rignanese sia stato letale tanto al Pd quanto a Liberi e Uguali. I numeri – sia pur nelle rispettive dimensioni – viaggiano in parallelo. Dove “tiene” il Pd va benino anche Leu (centri storici, quartieri medio alti delle grandi città). Dove il Pd crolla, Leu tende allo zero (ceti popolari, quartieri delle periferie estreme). Nulla che non fosse già successo, sono soltanto le dimensioni differenti rispetto al passato.

Insomma, comunque sia, abbiamo capito cosa non funziona. Su questo sono tutti d’accordo, sia pure ognuno con accenti differenti. E allora che si fa? Si continua nell’errore, mi pare ovvio. E giù interviste in cui si parla soltanto del Pd come baricentro di un nuovo centrosinistra. Mi sembra che in molti (troppi) stiano un po’ guardando cosa succede dal buco della serratura, nella semplice attesa che il Pd si doti di una leadership più presentabile per rientrare armi e bagagli nella vecchia casa. Siamo alle solite, insomma. Quando la sinistra è in difficoltà si mette seduta sotto l’albero aspettando un nuovo Godot. Questa volta si chiama Nicola ZIngaretti, unico vincitore (a metà) in questa tornata elettorale. Prima era stato Prodi, poi Rutelli, poi Veltroni. Poi ancora Renzi. E ogni volta tutti a chiedersi: sarà quello buono, sarà quello che ci farà vincere?

Per me – lo so sono noioso, ma questo pezzo si chiama “il pippone”, deve essere noioso – tutto comincia dalla sciagurata svolta della Bolognina. Quando abbiamo buttato a mare l’esperienza più forte della sinistra europea alla ricerca di una irraggiungibile verginità. Per me l’errore resta radicato in quello sbaglio culturale: l’idea che basta un nuovo contenitore e un nuovo simbolo per riuscire a superare i momenti di difficoltà. Grazie all’abbaglio di Occhetto e soci ci ritroviamo in questa situazione: venuto meno l’ancoraggio ideale, piano piano si è sgretolato tutto. L’organizzazione, la militanza, il senso di comunità. E continuiamo a perseverare nell’errore, cercando soltanto il leader in grado di tenere insieme la baracca e farci vincere. Senza avere l’umiltà di ripartire dai fondamentali, da quella ricerca che abbiamo abbandonato. Senza chiedersi più a cosa ci serve vincere.

Anche Liberi e Uguali nasce con la stessa tara genetica. Un quadro di valori confuso, lo scimmiottamento di procedure fintamente democratiche e in realtà soltanto pattizie, un presunto leader scelto a tavolino, doveva essere Pisapia, alla fine siamo andati su Grasso, visto che il primo era un agente del nemico. Basta che non vengano dalla tradizione comunista, verrebbe da dire. Il solito complesso di inferiorità che ci porta a scegliere il Papa straniero. Per il resto Leu era solo un contenitore. Di cosa? Questo lo vedremo dopo, ci avete spiegato.

Ecco, dopo è adesso. Mi pare di capire che si delinea un percorso di questo tipo: si fa una grande assemblea nazionale, con i famosi 1.500 delegati eletti dalle riunioni provinciali. Lì si discute e si approva (ancora una volta un finto esercizio democratico) un documento con carta dei valori e tappe del processo costituente. Chi lo scrive questo documento non è dato saperlo, si immagina siano i responsabili delle forze politiche che hanno dato vita a Leu, più Grasso. Una sorta di segreteria ultraristretta. Avrei preferito che si procedesse, per una volta, al contrario. Va bene la traccia decisa a livello nazionale. Ma poi arricchiamola e facciamola diventare “carne viva” in un confronto quartiere per quartiere. Troviamo sedi, apriamole, facciamolo vivere con un intreccio di vertenze locali, servizi utili ai cittadini e grandi questioni. Raccontiamoli questi quartieri, i loro problemi. Conosciamoli.

L’assemblea nazionale dei 1.500 è un residuo. E’ stata eletta in base a quote stabilite non si sa bene in base a cosa. Ognuno ha indicato i suoi. La lista non è mai stata scelta. E’ stata ratificata in maniera ipocrita. Dopo l’appuntamento di aprile, che ormai pare ineluttabile, allora dichiariamola sciolta in maniera definitiva. Dico di più dichiariamo che non procederemo più in quella maniera. Rinunciamo alle strutture da cui veniamo e facciamo davvero il tesseramento, nei quartieri, nelle università, nelle scuole, nei luoghi di lavoro. E delegati facciamoli eleggere nelle sezioni, non nelle stanze dove non entra la vita reale. In base a chi sono non in base alla loro provenienza. Io non vorrei più essere di Mdp. Vorrei essere di Leu.

E il gruppo dirigente facciamolo nascere così. Nelle assemblee e nelle piazze.  Tra l’altro, queste elezioni un merito ce l’hanno: abbiamo cancellato il cosiddetto partito degli eletti. Andiamo a parlare, fin da subito, con quelli che hanno scelto l’impegno in Potere al popolo e vediamo insieme se siamo proprio così differenti. Perché io resto convinto che non è così, se si parte dalla base e non dalle altezze presunte. Cominciamo a parlare da subito di Europa, di quale casa costruire anche a livello continentale. Forse questo è ancora più urgente. Bastano i vecchi socialisti? Basta alla Gue, la sinistra cosiddetta radicale? Per me l’Europa resta l’orizzonte minimo a cui guardare. Basta cominciare a guardare davvero.

Ecco, proviamoci a non aspettare Godot. A rompere questa spirale che ci sta consumando, elezione dopo elezione. Non serve fare un partito con i dirigenti rimasti in piedi, dobbiamo cercare la sinistra del XXI secolo. Sbaglieremo ancora, magari. Ma almeno proviamo a fare errori nuovi.

La Grande Risacca: Sinistra e Capitalismo al tempo dell’algoritmo

Mar 16, 2018 by     No Comments    Posted under: appunti per il futuro

Di seguito diamo ospitalità a un interessante saggio di Luigi Agostini, che ringraziamo per queste riflessioni.

La tecnologia non è né buona né cattiva; nemmeno neutrale.
(Prima legge di Kranzberg)

Tra mondializzazione dei mercati/riterritorializzazione degli interessi

Il mondo da oltre un decennio è attraversato da un doppio movimento: da una parte una sempre più spinta mondializzazione dei mercati, dall’altra una sempre più spinta riterritorializzazione degli interessi; interessi locali e interessi nazionali.
Il primo movimento rimanda al secondo e viceversa. La velocità di entrambi i movimenti sta nella rivoluzione informatica, nella potenza di calcolo che ne è il motore. Le due dinamiche, in una dialettica sempre più aspra e biunivoca, insieme modellano la struttura  del mondo. E quindi necessariamente prima o poi anche la sovrastruttura politica e istituzionale, nei contenuti e nelle forme, dei singoli paesi.
Questa doppia dinamica, nella potenza tellurica che sta assumendo, porta a configurare una spazialita’ politica inedita; inedita sia per la progressiva accelerazione assunta da tali movimenti sia per il peso, anche quantitativo dei fenomeni che tali movimenti innescano e producono.

La potenza tellurica di tali movimenti sprigiona dal nuovo nesso scienza/tecnologia, in accelerazione esponenziale, emblematicamente raffigurata dall’algoritmo. L’algoritmo risale ai primordi della storia dell’uomo, ai Babilonesi, a Pitagora, come ricorda Paolo Zellini, in La Matematica degli Dei e l’Algoritmo degli uomini. Solo oggi, però, con la potenza di calcolo prodotta dalla rivoluzione informatica, l’algoritmo diventa progressivamente un fattore determinante  di ogni aspetto della vita quotidiana. Il nuovo spazio politico assume i contorni, la forma di una Grande Risacca: in termini sociali, ad un estremo la secessione dei Patrizi (Saskia Sassen), all’altro estremo la secessione dei Plebei. Le onde della globalizzazione dei mercati producono il Partito della Trilateral, il Partito di Davos,il cosmopolitismo della borghesia; le onde della riterritorializzazione degli interessi producono partiti territoriali, nazionalisti e leghisti. Fino al sangue e suolo di memoria fascista.

Sinteticamente, tale doppio movimento spinge la Forma sociale, cioè il Sindacato  ad una sua progressiva aziendalizzazione e corporativizzazione del lavoro; spinge la Forma politica, cioè il Partito organizzato, alla frammentazione,  alla proliferazione in tanti partiti personali, sempre più simili alle compagnie di ventura dell’età del Rinascimento.
Come conseguenza complessiva e ultima, la politica è  ridotta ad intrigo, congiure, gioco di Palazzo, ed intrattenimento, maschera di una lotta feroce tra oligarchie, buono soltanto a riempire i palinsesti dell’industria della comunicazione, diventata a sua volta, arma formidabile nella contesa tra le stesse oligarchie.  Con il popolo confinato al ruolo di spettatore, come la plebe romana al Colosseo.

Tra dissoluzione della Sinistra Storica e Rivoluzione informatica.

Naturaliter, in tale Risacca, la Sinistra socialista, proprio perché è l’unica sinistra che non può che essere allo stesso tempo sociale e politica, viene accompagnata alla periferia della storia, alla sua insignificanza: la parabola dei socialisti francesi, del Pasok greco ecc. come comune destino.
Tale destino può essere contrastato ad una sola condizione: se la Sinistra di tradizione socialista – che ha espunto in questi decenni, persino dal suo vocabolario la parola capitalismo – trova la forza di  mettere mano ad una grande riorganizzazione teorica e culturale, premessa di ogni controffensiva politica: se opera cioè un ritorno alle sue origini, come sta tentando Corbyn, una Bad Godesberg alla rovescia.
Solo così è possibile accumulare la forza sufficiente per  forzare i vortici della Risacca, uscire dal buco nero della sudditanza al mercato, e riaprire – dentro la Grande Crisi e la prospettiva della Stagnazione Secolare  – la dialettica/conflitto con il capitalismo della attuale fase: il capitalismo informazionale. La crisi in cui versano tutti gli attuali partiti socialisti parla sostanzialmente di questo: i cambiamenti nella struttura pongono tali forze di fronte ad un bivio inaggirabile.
L’Italia vive una situazione ancor più specifica: il triangolo, costituito a un lato dal modello di partito liberal proposto al Lingotto, e agli altri due, dal giornale/partito della Repubblica di Debenedetti, e dalle Primarie come mito fondativo ,è diventato rapidamente il triangolo delle Bermude della Sinistra storica italiana, il luogo dove si è progressivamente spenta la sua autonomia ,culturale e politica.

La fotografia è impietosa:
Dietro,alle spalle abbiamo la dissoluzione della Sinistra storica-fine del PCI ,la macchina politica più potente dell’Occidente,  collasso del psi ,il partito più antico del paese – ,con tutti i suoi detriti;
Davanti, la rivoluzione informatica, l’affermarsi di un nuovo paradigma tecno-economico e le  nuove contraddizioni che tale affermazione produce nel suo cammino.

Contraddizioni, su cui a malapena è incominciata un’analisi critica. Come impostare il discorso di un nuovo Partito della Sinistra, in grado di affrontare le nuove contraddizioni?

Ieri, la rivoluzione fordista ha prodotto le contraddizioni, e quindi la necessità di grandi Partiti di massa;
Oggi la rivoluzione informatica quali contraddizioni  produce per alimentare la necessità e la vita di un nuovo partito della Sinistra? L’impresa che la Sinistra ha di fronte è sostanzialmente analoga a quella che gli si parò di fronte all’apparire del Fordismo e su cui A. Gramsci scrisse le pagine indimenticabili di Americanismo e Fordismo. Impresa però ancor più complessa e sofisticata. La rivoluzione informatica è, infatti,  molto più  pervasiva  e  avvolgente della rivoluzione fordista. Oltre il corpo coinvolge sempre più la mente ,il modo di pensare, come dice D.Dekerkowe. L’impresa è in primo luogo culturale. Egemonica. Esiste però un punto fermo e in comune tra le due rivoluzioni tecnologiche, fordista e informatica.

La Sinistra ora come allora, continua a definirsi fondamentalmente in rapporto ala sua concezione del Mercato: atteggiamento di autonomia o di subalternità. La rivoluzione informatica, finora , ha diviso la sinistra in due tronconi: per dirla con Umberto Eco, da una parte gli Apocalittici, dall’altra gli Integrati. Una forma di neoluddismo ,una forma di passività.
Il capitolo sulle Macchine, frutto della folgorante intuizione  di Marx, non ha innervato nessuna forza ,ne’ sindacale ne’ politica: solo qualche minoranza isolata.
Questo scritto vuole essere un contributo in tale direzione.

Un nuovo modo di produrre – un nuovo paradigma tecnico-economico – sta rivoluzionando i quadri temporali, spaziali, istituzionali, sociali di tutti i continenti. Dopo Manchester (nascita della prima rivoluzione industriale), Detroit (nascita del fordismo), la Silicon Valley è diventata il centro di irradiazione della “nuova tempesta di distruzione creatrice”. Questi tre luoghi geografici rappresentano anche tre luoghi. Emblematici  per il pensiero socialista: Manchester per Marx, Detroit per Gramsci; la Silicon Valley è ancora alla ricerca di una teoria all’altezza delle sistemazioni del passato.

Un recente contributo di Evgenij Morozov è particolarmente suggestivo. Siamo, secondo gli studiosi di scuola schumpeteriana, nel pieno del quinto ciclo di Kondratief (cotone, carbone, acciaio, petrolio, microprocessore).  Ma cambiando il modo di produrre e di consumare, cambiano tutti i rapporti sociali. Vi ricordate? Il mulino a braccia vi da “la società” del signore feudale, il mulino a vapore la società del capitalista industriale. Cosa ci sta dando il mulino digitale? L’essenza, la peculiarità, del nuovo modo di produrre sta nella capacità – in un accumulo in grande accelerazione — di progettare rapidi mutamenti nei progetti, nei processi, nell’organizzazione: individualizzazione del lavoro, personalizzazione del consumo,sembrano essere le tendenze fondamentale. Integrazione nelle imprese delle fasi di progettazione e di produzione, riduzione di importanza delle economie di scala, alleggerimento e riduzione del numero dei componenti meccanici in tanti prodotti, integrazione in rete dei fornitori di componenti e di imprese di assemblaggio dei prodotti finali, sviluppo velocissimo di piccole imprese specializzate nella produzione di servizi e componenti.

Così schematizzati, possono riassumersi i principali caratteri dei cambiamenti organizzativi nelle imprese e nei settori. Potenza di calcolo (computer) e di comunicazione (telefonia, reti di computer, Internet),  sempre maggiore e a costi via via decrescenti, costituiscono la rete su cui scorre la transizione dal fordismo al nuovo modo di produrre. Ma potenza di calcolo e comunicazione sono risorse la cui particolarità sta nel produrre organizzazione, alimentando relazioni, ordinando dati, creando significati.

Un modo di comunicare, è anche un modo di organizzare. (Christopher Freeman)
Secondo un’antica regola, le prime vittime dell’onda d’urto sprigionata dal nuovo modo di produrre – un vero e proprio tsunami – sono proprio i sistemi più organizzati e strutturati: ciò vale sia per i sistemi di pensiero, sia per le realtà, produttive o politico-istituzionali. L’onda d’urto ha avuto un effetto micidiale sull’insieme del discorso strategico socialista; ad andare in pezzi sono stati soprattutto due pilastri: la concezione del lavoro come dimensione collettiva, la concezione dello Stato/nazione come luogo storico e strumento principe delle politiche di redistribuzione e di cittadinanza. Strategicamente, l’individualizzazione del lavoro, configura un processo di destrutturazione  dello spazio sociale, l’esaurimento-svuotamento dello Stato-nazione, nel vortice della globalizzazione, configura una destrutturazione dello spazio politico. Ma l’effetto combinato della destrutturazione dei due pilastri sconvolge il triangolo dello Stato/nazione – democrazia politica – cittadinanza sociale – che ha rappresentato lo spazio politico, l’arena all’interno della quale, in un lungo scontro-confronto, si è costruito l’edificio moderno dei diritti sociali, “stecche del corsetto” della cittadinanza democratica.

Destrutturazione dello spazio sociale.

Quali sono le nuove faglie sociali, intrinseche al nuovo modo di produrre? Chiederselo è imprescindibile, coglierne le linee di tendenza sonoessenziali – perché solo in questo modo è possibile fare i conti con l’affermarsi del nuovo paradigma. Ragionare sulle cause profonde di tale crisi mi sembra prioritario. All’inizio, l’analisi va posta sulle nuove faglie sociali, intrinseche al nuovo modo di produrre. Riconcettualizzare la “frattura sociale”, coglierne le nuove caratteristiche, diventa determinante, per fare i conti con le ragioni della crisi e per delineare i termini e i terreni di una possibile controffensiva, che per essere tale deve riguardare la riorganizzazione del discorso su entrambi i pilastri; non solo il pilastro dello spazio sociale, ma anche il pilastro dello spazio politico, proprio perché l’ultimo ha svolto e svolge, nello stesso tempo, la funzione d’ambito e di garanzia del primo.
Nel suo grande affresco sul capitalismo informazionale – la sistemazione forse più profonda sulla terza marca di capitalismo, dopo quello del laissez-faire, dopo quello keynesiano – Manuel Castells evidenzia, come all’interno del nuovo modo di produrre, emergano due grandi faglie sociali, fenomeni confermati anche da tante analisi di caso: la prima riferita al lavoro, la seconda alla condizione sociale.

  1. a) Il lavoro sta vivendo una profondissima metamorfosi: un primo aspetto riguarda il processo d’individualizzazione, aspetto su cui si è concentrata particolarmente l’attenzione, cioè il passaggio dal lavoro-posto al lavoro-percorso; ma c’è anche un secondo aspetto, ancor più importante, la tendenza crescente alla sua interna polarizzazione: da una parte cioè una specie di riartigianalizzazione del lavoro, dall’altra un lavoro generico, dequalificato.

Inoltre, il lavoro non solo s’individualizza e si polarizza ma subisce un’ulteriore trasformazione: perde parte della sua potenza e della sua capacità d’integrazione sociale; in termini politico-sociali le implicazioni sono formidabili proprio perché, nel lavoro e con il lavoro, si è realizzata la grande opera di integrazione sociale dell’era moderna. A ben vedere, la metamorfosi del lavoro porta anche a una crisi progressiva, a uno svuotamento, della stessa categorializzazione del lavoro affermatasi fin dal sorgere della rivoluzione industriale: i tessili, i chimici, i metalmeccanici ecc.; ma tale categorializzazione, pur di natura essenzialmente merceologica, ha funzionato, per dirla con Max Weber, anche come idealtipo: essere cioè allo stesso tempo identità e arma formidabile nella lotta sociale delle classi lavoratrici.

Tale questione ha un’enorme portata, proprio perché sul nesso categoria/camera del lavoro si è costituito il Sindacato confederale, la forma più politica di sindacato, e di cui la categoria rappresenta il muro portante dell’intera costruzione. Il nesso categoria/camera del lavoro ha simbolicamente rappresentato il tentativo di impedire che il lavoro si riducesse primitivamente a semplice forza-lavoro.

Ma se ricategorializzare il lavoro diventa sempre più necessario, di fronte al progressivo svuotamento di significato della antica categorializzazione  merceologica, ricategorializzare il lavoro significa anche smontare e rimontare la forma di organizzazione che le lotte del lavoro hanno costruito e sedimentato in decenni e decenni di lotta sociale. Ma non c’è alternativa: oggi un uomo al computer è un uomo al computer in tutte le postazioni di lavoro. Il nuovo modo di produrre permette, infatti, contemporaneamente sia l’integrazione del processo lavorativo, sia la destrutturazione della forza-lavoro; e, conseguentemente, della sua potenza di integrazione.

Le tecnologie informatiche ed elettroniche – una volta si sarebbe detto l’uso capitalistico delle macchine – rendono possibile la disintegrazione e la dispersione delle antiche comunità di lavoro. Delocalizzazioni e ristrutturazioni diffondono insicurezza. L’obsolescenza rapida dei saperi e dei mestieri genera erosione biografica (Richard Sennet).
Ma le tecnologie informatiche rendono  possibile anche il processo inverso:innescare cioè un processo di recupero di autonomia del lavoro: passare dalla mano d’opera al cervello d’opera. Come imboccare e percorrere tale via? Questo è il tema fondamentale su cui ricostruire sia la futura confederalità del sindacato, sia il futuro di una forza politica neosocialista.

  1. b) La seconda faglia si configura come un ritorno della vulnerabilità, inedita e su larga scala, cioè l’emergere e l’estendersi del fenomeno definito esclusione sociale.

In termini di struttura sociale, tempo fa si parlava della società dei due terzi. Una società industriale che vedeva la gran parte dei suoi membri integrata verso l’alto, che si lasciava dietro però una fascia residuale di povertà, fascia non ancora pienamente coinvolta nel processo di sviluppo ,questione che, affrontata però con politiche opportune, sostanzialmente redistributive, lasciava intravedere la possibilità di un qualche riassorbimento.
Oggi invece alcuni parlano di società dei quattro quinti: un nucleo ristretto, collocato molto in alto in termine di occupazione e di reddito, circondato da una grande area di precarietà e di vulnerabilità che naviga faticosamente tra lavoro precario, occupazione intermittente, disoccupazione. Thomas Piketty) Altri ancora di società dei tre terzi, un terzo di privilegiati, un terzo di deboli, un terzo di precari.

Tutte le interpretazioni puntano comunque a evidenziare che la marginalità non indica tanto un’area periferica in via di più o meno lento assorbimento, quanto il prodotto della destabilizzazione degli stabili, per dirla con Robert Castel, l’effetto cioè dell’onda della crisi che parte dal centro della società, in particolare del lavoro salariato e confina al margine una parte sempre più consistente di popolo.
Il senso del mutamento sociale in corso configura una nuova questione sociale, i cui elementi fondamentale possono così riassumersi: drastica riduzione della mobilità sociale verso l’alto, destabilizzazione degli stabili, polarizzazione del lavoro, perdita del potere di integrazione del lavoro.
Il tema della povertà e della diseguaglianza, tema eminentemente economico e che rimanda a politiche distributive, si mescola e viene progressivamente sovrastato dal tema della esclusione sociale, tema eminentemente relazionale, che rinvia a sua volta alla questione ben più complessa del legame sociale, della sua rottura e della sua ricostruzione.

Si tratta di fare i conti con i caratteri nuovi sia della configurazione del lavoro, sia della configurazione sociale e, tutto ciò, in un contesto in cui le grandi migrazioni e l’insicurezza spingono alla etnicizzazione e alla corporativizzazione del conflitto sociale: significa sinteticamente una profonda reinvenzione strategica ed organizzativa del campo di forze della sinistra politica e sociale – in sintesi della costruzione/ricostruzione di un nuovo assetto strategico,( analogo a quello dei movimenti socialisti delle origini), del  Partito. Sindacato, della  Cooperazione, dei Movimenti Consumeristici. Senza Partito la stessa autonomia del sociale finisce per essere episodica ed esaurirsi in se stessa.

Destrutturazione dello spazio politico.

Sostiene Jurgen Habermas che la questione oggi più importante è quella di sapere se la forza del capitalismo planetario – forza esplosiva in senso produttivo, sociale, culturale – possa essere ricondotta sotto controllo sul piano sopranazionale e globale, ossia al di là dei confini nazionali. Tale possibilità decide nella sostanza del rapporto tra politica e mercato: se la politica riguadagna terreno rispetto agli automatismi del mercato oppure se continua a svolgere solo una funzione ancillare; allenare i propri cittadini alla concorrenza, trasformare i cittadini in impresari del proprio capitale umano – alla Tony Blair – adeguarsi semplicemente a una visione etica del mondo che è tipica del neoliberalismo; se, in definitiva, il capitalismo globalizzato possa essere addomesticato o semplicemente smorzato. La costruzione di Entità Statuali Continentali diventa il banco di prova ed insieme la condizione per innalzare a un livello superiore la potenza della politica. Il triangolo stato/nazione – democrazia politica – cittadinanza ha rappresentato lo spazio, all’interno del quale, attraverso un lungo processo di lotte politiche e sociali, il movimento operaio e socialista è riuscito ad addomesticare gli spiriti animali delle due precedenti forme di capitalismo. L’esaurimento dello stato/nazione mette la sinistra di fronte ad un bivio: disarmo dello stato sociale o riarmo dello stato/nazione; accettare un’ erosione degli standard pubblici di solidarietà sociale, oppure delineare un balzo in avanti; pensarsi e proporsi cioè come la forza propulsiva del nuovo Stato federale europeo, sia per garantire la difesa e l’avanzamento della strategia della cittadinanza democratica, sia per costruire una prospettiva di governo del processo di globalizzazione.

In un saggio recente, Massimo D’Alema sostiene che «un forte potere democratico sopranazionale non è mai stato assunto come carattere distintivo dai partiti socialisti europei»; la radice di tale orientamento sta probabilmente nell’errore di aver concepito la globalizzazione come interdipendenza invece che come rottura di confini, come sconfinamento come sostiene Carlo Galli.

Errore che, se è stato fatale a Mikhail Gorbaciov, non è stato certamente irrilevante per i partiti socialisti europei, quando, al governo in tredici Stati su quindici, non hanno colto l’occasione straordinaria per chiudere la partita dello stato federale europeo. La globalizzazione, dal punto di vista sociale, si è rivelata come polarizzazione spaziale, come polarità tra locale e globale. Per riportare sotto controllo la potenza del capitalismo planetario, forma più indurita nei suoi scopi, ma incomparabilmente più flessibile nei suoi mezzi delle forme precedenti di capitalismo, è indispensabile riordinare lo spazio politico, ridefinire i confini.

Mentre, appunto, la globalizzazione sembra dispiegarsi attraverso una doppia dinamica (mondializzazione dei mercati – riterritorializzazione degli interessi) una politica socialista dovrebbe, all’inverso, separarsi e uscire dalla cattiva polarità locale-globale. Se, infatti, lo Stato-nazione, strategicamente, risulta una trincea abbandonata, la polarità locale/globale configura una doppia negatività: una dimensione locale sostanzialmente ininfluente, o peggio ancora, uno scivolamento verso le piccole patrie, e una dimensione globale sostanzialmente inafferrabile.
Il cosmopolitismo borghese non è la stessa cosa dell’internazionalismo proletario, per usare una antica formula.
Solo un Partito socialista della globalizzazione può proporsi di determinare una nuova spazialità come arena della contesa tra mercato e politica: assumere lo stato federale europeo come suo nuovo spazio politico, può, a un tempo, ridare allo spazio territoriale la funzione di pietra angolare progressiva, e allo spazio europeo la potenza necessaria per un controllo multipolare del processo di globalizzazione.

Inoltre, se la struttura sociale post-fordista presenta molte analogie – scontando ovviamente il balzo in avanti simbolizzato dall’avvento della Rete – con la struttura sociale pre-fordista,la configurazione sociale complessiva sembra sempre più assumere le caratteristiche della Moltitudine, per usare una categoria cara a Toni Negri.
Sorge quindi spontanea la domanda:  Come ci si organizza nella Moltitudine? Tutte le grandi città, Napoli docet,oggi sono interpretabili solo introducendo tale categoria.  Se si sta al tema, straordinaria importanza viene ad assumere quelli che con un neologismo possono chiamare Condensatori sociali, cioè organismi cooperativi (autoorganizzazione, volontariato, consumerismo, cooperazione ecc.), che sono a un tempo argine versus l’atomizzazione sociale e produttori di socialità collettiva.

Organismi che nella Rete possono acquistare una diffusione e una potenza assolutamente inedita.
Di straordinario interesse, l’analisi che è proposta da Paul Mason nella sua opera sul Postcapitalismo, insieme con quella di Mariana Mazzucato sullo Stato innovatore.
La nuova rilevanza strategica dei Condensatori sociali è esaltata dal fatto che, mentre l’impresaLa nuova rilevanza strategica dei Condensatori sociali è esaltata dal fatto che, mentre l’impresa fordista contribuiva a costruire essa stessa, concentrando il lavoro, la forza del suo interlocutore, l’impresa a rete, disperdendo il lavoro, lo rende più debole e vulnerabile e ciò, oggettivamente, modifica tutti i rapporti di forza sociali e politici nella città.
Per riformulare una strategia neosocialista, concentrare l’analisi sui Condensatori sociali – vecchi e nuovi – sulla loro missione e sulla loro forma, diventa oltre modo dirimente per due ragioni: se una delle faglie è rappresentata dall’esclusione sociale, cioè da un fenomeno essenzialmente relazionale, la risposta non può consistere in misure sostanzialmente redistributive com’è avvenuto verso la povertà, ma deve spostarsi sulla ricostruzione delle cosiddette reti primarie di solidarietà; reti primarie che il Welfare classico, nel suo percorso, ha sostanzialmente relegato ai margini (lo statalismo ha marciato di pari passo con l’individualismo – direbbe Émile Durkheim).
Ma se il cuore della questione sta nella ricostruzione-costruzione delle reti primarie di solidarietà, ciò significa anzitutto militanza sociale e culturale, più ancora che militanza politica in senso stretto. Probabilmente ha ragione Alain De Benoist – in questo sta forse il suo gramscismo – quando sostiene che se il secolo passato è stato il secolo della militanza politica, il prossimo secolo sarà soprattutto il secolo della militanza culturale e della militanza sociale. Ma ciò non può non avere un effetto profondo sulla forma-partito, sul modello stesso di Partito. L’etero-direzione del mercato, la riattualizzazione continua della cittadinanza sociale e democratica rappresentano sempre il cuore della questione che un partito socialista europeo ha davanti, nella ridefìnizione del suo profilo e del suo ruolo. L’esito di tale impresa dipenderà in definitiva, dalla capacità di riordinare il suo intero campo di forze, attingendo alle stesse esperienze sociali che sempre la realtà incessantemente produce ma selezionandole e connettendole e riconnettendole in un discorso unitario.

Le idee, contrariamente a quello che comunemente si crede, sono l’elemento più abbondante in circolazione nel mondo: sono rare invece le organizzazioni che scelgono e connettono.
Reinventare strategia e organizzazione alla misura della nuova marca di capitalismo e delle nuove faglie sociali rappresenta per tutti gli insiemi che costituiscono la Sinistra l’occasione per misurare le proprie forze e per sfuggire a un destino da replicanti.
Condensatori sociali vecchi e nuovi vanno pensati o riformati alla luce delle nuove faglie. L’invenzione di nuovi istituti (Carta del lavoro all’ Alain Supiot, ecc.), la trasformazione e la riorganizzazione delle Istituzioni storiche (Sindacato confederale, Cooperazione, ecc.), l’investimento in quella che Lesther Salomon chiama rivoluzione associativa (terzo settore, economia sociale, ecc.), lo sviluppo di un altro potenzialmente grande attore sociale come il movimento dei consumatori, lo sviluppo di grandi reti cooperative e comunitarie rappresentano elementi essenziali nella riformulazione del discorso strategico socialista.
Un partito socialista europeo cui pensare – europeo perché l’Europa è la patria della politica – deve proporsi come centro motore di tale innovazione.
Il martello nell’iconografia della concezione originaria marx-lassalliana del partito di massa rappresentava il simbolo della innovazione, cioè di un concentrato di capacità e di volontà collettiva.  Innovazione sociale e, insieme, innovazione politica: non si dà l’altra senza l’una.
Solo diventando centro motore, cioè solo alla condizione di produrre l’innovazione necessaria è possibile porsi al centro di una costellazione di forme antiche e nuove di partecipazione e cooperazione sociale e reggere la sfida con la nuova marca di capitalismo.
Specie nel momento in cui il capitalismo attuale attraversa la più grande crisi della sua storia, crisi che scuote dalle fondamenta i modelli produttivi e i modelli di consumo e che proietta come avvenire una stagnazione secolare.

Modello di Partito.

Un Partito per diventare grande, deve nascere grande proprio per poterlo poi diventare. Ma per diventare grande, il tema del modello di Partito, della sua Organizzazione, diventa imprescindibile. Pena il ridursi a profeti disarmati. Il tema merita uno scritto a se, data la pressoché generale sottovalutazione,se non diffidenza,che la questione della Organizzazione si porta ormai dietro. Qui il tema è necessario richiamarlo almeno per sommi capi. L’Organizzazione, in generale, rappresenta la metafora della lunga durata e dell’impresa collettiva. In un mio scritto di qualche tempo fa, mi è venuta in soccorso una figura  mitologica, il pipistrello, inventata dal favoliere  francese La Fontaine.

Il pipistrello, animale sofisticatissimo e per di più-nella visione immaginifica di Lafontaine-  metà  roditore,metà uccello. Roditore,aderente a tutte le pieghe della realtà’,Uccello, in grado di interpretarla e indicare la via del superamento. La via della trasformazione sociale. Se il mondo fosse come appare – diceva Hegel – non ci sarebbe bisogno della teoria.

In una società liquida, solo una figura cosi ancipite può reggere la doppia pressione/tensione dell’identità, delle radici del passato e della dittatura del presente , dell’essere e del divenire. Ogni forma di Organizzazione rimanda, in ultima analisi, a due fattori di fondo: la struttura sociale e la tecnologia dominante. E alla loro corrispondenza biunivoca.

La rivoluzione fordista ha” prodotto” in definitiva le condizioni del Sindacato di classe e del Partito di massa. Americanismo e Fordismo di Aantonio Gramsci  rappresenta in tal senso un testo formidabile di riferimento.

Quale forma di Organizzazione sta” producendo” la rivoluzione informatica?

La rivoluzione informatica sta producendo-dando un rilievo particolare alla figura del Consumatore- il movimento consumerista. Inoltre, data  la sua pervasivita’ totalizzante sta mettendo in una crisi/trasformazione drammatica ed irreversibile tutte le forme di organizzazione prodotte dalla precedente rivoluzione fordista, il loro modo di vivere e di operare: in primis Partito e Sindacato. Il modello di Partito e di Sindacato che ha trovato la sua piena maturità negli anni settanta, và ripensato dalle fondamenta, portando in salvo due suoi  aspetti basilari :il sistema di valori ,la sacra triade del 1789, -liberteEgalitè fraternitè- ,e la modalità di adesione, cioè l’iscrizione, primo passo del militante.

L’innovazione è sempre la risultante del massimo della tradizione e del massimo della modernità. Un antico maestro insegnava che due questioni sono preminenti per lo sviluppo di una qualsiasi Organizzazione: il reperimento delle risorse, l’attività di formazione.  Con la fine del sostegno pubblico del Partito (ex malo,bonus),le risorse  devono essere autoprodotte dalla Organizzazione: questo fatto significa ,-se ben compreso –il ritorno del ruolo e del peso del militante e dell’iscritto nella vita della Organizzazione. Partito quindi come soggetto collettivo. Militante e iscritto che con una semplice indicazione alla propria banca,autorizza, come oggi comunemente si fa per tante questioni ,rateizzandolo e percentualizzandolo, il proprio contributo , garantendo inoltre per questa via un flusso regolare di risorse alla Organizzazione, condizione di base per la programmazione di ogni attività.
La formazione rappresenta la proiezione di se, nel futuro prossimo venturo, di ogni Organizzazione.

Niente formazione,niente futuro.
Nel vortice della rivoluzione informatica, l’attività formativa assume un ruolo assolutamente strategico: la connessione tra tanti saperi, tra tanti specialismi, tra tanti linguaggi, tanti luoghi di produzione di ricerca, può essere perseguito proprio attraverso  momenti, organizzati e pianificati di formazione. Il tempo dell’algoritmo non può essere saltato, pena  l’irrilevanza prima e  la scomparsa poi.  Tale tempo va afferrato. E posseduto.

La dittatura del presente, che può diventare facilmente il tempo dell’occasionalità, può essere contrastata, solo organizzando luoghi che sono in grado di connettere passato e futuro. La nuova potenza di calcolo, sprigionata dalla rivoluzione informatica, va messa al servizio dell’antico progetto. La rivoluzione informatica permette di organizzare un nuovo e più favorevole rapporto tra il momento verticale e il momento orizzontale, tra democrazia diretta e democrazia delegata, in definitiva ,per dirla sempre con A.Gramsci, tra governanti, soggetto della politica, e governati, oggetto della politica. E’ una grande occasione e sfida.

Tra Apocalittici e Integrati, Prometeo, può ritornare a essere il Santo protettore della Sinistra.

Luigi Agostini

3 marzo 1918

 

 

La politica e il rispetto degli elettori.
Il pippone del venerdì/47

Mar 16, 2018 by     No Comments    Posted under: Il pippone del venerdì

Andiamo dal notaio, firmiamo le dimissioni contestuali dei 26 consiglieri di opposizione, mandiamo a casa Zingaretti e torniamo alle urne, senza, tra l’altro, avere più l’ingombrante candidato del centro-sinistra fra i piedi. Lo ha proposto, trovando scarsi consensi vale la pena sottolinearlo, nei giorni scorsi il pirotecnico sindaco di Amatrice, Sergio Pirozzi. Parentesi breve: come i miei lettori più affezionati sanno, ormai secondo me non si può parlare più di politica, ma di cinema. Bene, quale prova migliore di questa: Zingaretti vince anche grazie alla presenza di due candidati del centro-destra. Che succede poi? Che proprio l’artefice di quella spaccatura lo vuole cacciare. Oltre il cinema, fiction. Chiusa la parentesi.

Perché parto da questo, tutto sommato, secondario episodio della politica laziale nel pippone di oggi? Perché secondo me è emblematico della dimensione autoreferenziale che ha assunto la politica, o almeno una parte degli attori (è il caso di dirlo) del panorama politico italiano.

La legge regionale è chiara: viene eletto presidente della Regione Lazio chi prende un voto in più degli altri contendenti. Se non raggiunge il 60 per cento dei seggi gli viene attribuito un bonus massimo di dieci consiglieri, il cosiddetto premio di maggioranza. Poi c’è questa possibilità, assolutamente contradditoria lo sottolineo una volta di più, prevista dal nostro ordinamento anche nella legge per l’elezione dei sindaci: la sfiducia dell’aula o le dimissioni contestuali della maggioranza dei consiglieri provocano la decadenza del presidente e lo scioglimento del consiglio stesso. Dico che si tratta di una norma contraddittoria perché visto che il presidente è eletto dai cittadini, non ha bisogno del voto di fiducia dell’aula, non si capisce come quest’ultima possa sfiduciarlo. Si tratta di un espediente per ridare potere agli organismi collegiali indeboliti dall’elezione diretta del vertice. Ma è comunque una norma, lo ribadisco, del tutto contraddittoria.

Sono stati, però, altrettanto chiari i cittadini del Lazio: pur nella stessa tornata elettorale in cui si votavano anche Camera e Senato, quando hanno avuto in mano la scheda verde, quella per le regionali hanno cambiato il voto che hanno dato sulle altre due, i cui avevano premiato 5 stelle e destra, dando più voti al candidato Nicola Zingaretti. Questo fatto non va sottovalutato, lo preciso meglio, perché rappresenta un elemento importante di riflessione. La campagna elettorale, in questi casi, tende ad appiattire i risultati. Ovviamente prevalgono i messaggi politici nazionali. Questa volta, invece, l’indubbio consenso personale di Zingaretti (il presidente ottiene 1milione e 18mila voti, la somma delle liste che lo sostengono si ferma a 861mila)  porta a capovolgere addirittura il risultato delle politiche.

Viene da pensare che, proprio per l’effetto appiattimento, se non si fosse votato lo stesso giorno il divario fra il presidente uscente e i suoi avversari sarebbe stato anche maggiore, ma questa è un’altra storia.

Quello che esce da questa tornata elettorale nel Lazio è insomma evidente: i cittadini vogliono ZIngaretti presidente, ma lo obbligano a confrontarsi con le opposizioni per governare. Io lo traduco brutalmente così, magari sbaglio: ci fidiamo di te, non di quelli che ti sei portato appresso.  E il presidente riconfermato, che lo ha capito, si appresta a un giro di confronto con le opposizioni. Bisogna anche notare che si tratta di tre schieramenti differenti: da un lato i grillini, poi il centro-destra classico e infine il simpatico Pirozzi. Fatto di cui tenere conto: non è la stessa cosa che avere di fronte una opposizione unica.

Apro un’altra parentesi, perdonatemi, ma i temi si intrecciano: dal punto di vista meramente tecnico, questa è la dimostrazione plastica di come, in un sistema tripolare l’unica legge che assicura una maggioranza stabile, piaccia o no, è quella dei sindaci: elezione diretta, ma con il doppio turno e premio di maggioranza fisso.

Riprendendo il filo, cosa sconcerta nel ragionamento tutto politico che fa Pirozzi? Il mancato rispetto per la volontà degli elettori. Vale la pena di ricordare il precedente non fortunato per chi lo mise in pratica. Il Pd che sfiducia il suo sindaco a Roma. Ora, Ignazio Marino, pur venendo dopo il disastro di Alemanno, era ai minimi storici di popolarità. I cittadini romani lo consideravano uno dei peggiori sindaci della storia recente. Ma non tollerarono quell’atto vigliacco e prepotente al tempo stesso: quelle firme messe di nascosto per far decadere il sindaco eletto dai romani. Da quella data il Pd a Roma non ha vinto manco le condominiali. E’ come se gli elettori si fossero sentiti espropriati: lo abbiamo eletto noi e lo giudichiamo noi. Né si può dire semplicemente che in questo caso non sarebbe la maggioranza ma l’opposizione a far cadere Zingaretti. E’ una semplice aggravante che non inficia il senso del ragionamento: il presidente eletto dai cittadini lo giudicano i cittadini.

Io credo che chi fa politica debba sempre avere il massimo rispetto e la massima attenzione per gli elettori. Badate, non solo per i propri elettori, ma proprio per il complesso del corpo elettorale. E fare politica significa anche capire quello che ti hanno detto con il loro voto. Nel caso delle elezioni regionali è chiaro. Come, però, proviamo a fare un passo in avanti, è chiaro anche per quanto riguarda le elezioni politiche: il fatto che nessuno degli schieramenti arrivi alla maggioranza dei seggi è frutto, come è evidente, di una legge elettorale studiata appositamente, ma è al tempo stesso anche il messaggio profondo di questo 4 marzo. Vuol dire: nessuno di voi ci ha convinto fino in fondo. E allora che fare? Si torna a votare? Io credo che la cosa più seria da fare, una volta esaurita la fase della gara a chi ce l’ha più lungo, sarebbe avviare un confronto fra le forze politiche, fra quelle che si presentavano con idee simili e provare a costruire un esecutivo su basi programmatiche. Al di là dei toni e della propaganda, forse, se ci fosse un po’ di umiltà non sarebbe neanche tanto difficile.

Dico questo, e la finisco qui, perché questa legge, al di là delle balle che ci siamo sorbiti in questi mesi, è essenzialmente proporzionale. E anche il 30 per cento dei parlamentari che si elegge nei collegi uninominali, per effetto della presenza di tre poli di grandezza confrontabile, tende a diventare quasi proporzionale. A riprova di questo, salvo rare eccezioni, basta portare lo scarso rilievo avuto dal voto al singolo candidato rispetto al voto al partito. E nei sistemi proporzionali, facciamocene tutti una ragione, ci si confronta su programmi, si prendono i voti e poi si cerca una sintesi con chi è più simile a noi. Vi lascio proprio con questo interrogativo, inevaso. Chi è più simile a chi nel sistema politico italiano attuale?

Niente scherzi, ora si rema. Magari tutti nella stessa direzione.
Il pippone del venerdì/46

Mar 9, 2018 by     1 Comment     Posted under: Il pippone del venerdì

Se vi aspettate un pippone lamentoso per la serie “quanto siamo incompresi noi della sinistra” oppure, ancora peggio, “abbiamo sbagliato tutto, quanto sono cattivi quelli di Mdp” (sostituire con Si o Possibile a seconda della formazione politica di provenienza), oppure ancora un’infinita lista di errori commessi dai nostri dirigenti, dicevo, se vi aspettate tutto questo, cambiate pagina. Il 3 per cento è la nostra realtà. Questo siamo oggi, da qui bisogna ripartire.

Del resto, conoscevamo bene i problemi che avrebbero caratterizzato questa campagna elettorale. Un’aggregazione che appariva frettolosa e tardiva al tempo stesso, un simbolo sconosciuto ai più, l’appello al voto utile che ci avrebbe inevitabilmente schiacciato. Non ha premiato il Pd, ma i 5 stelle, che sono stati percepiti dall’elettorato come l’unica alternativa credibile alla destra. Infine, non lo dimentichiamo, abbiamo giocato una partita, mi piace credere sia soltanto il primo tempo, su un campo – il Rosatellum – che non avevamo di certo scelto noi. Anzi, era stato studiato nei particolari per metterci in difficoltà.

Certo, poi ci abbiamo messo del nostro. Dell’entusiasmo di quella mattinata romana in cui Grasso aveva lanciato Liberi e Uguali è rimasto ben poco nei mesi che si sono succeduti. Le assemblee-teatrino in cui era tutto deciso, le liste calate dall’alto senza tenere conto delle proposte dei territori, la gestione farraginosa delle alleanze per le elezioni regionali. E poi il silenzio dei media, pronti a fare da grancassa soltanto a quello che ci metteva in difficoltà. Dalle affermazioni ambigue, alle differenze di vedute fra i nostri candidati. Li ricordate i litigi fra noi sui social sulla parola “foglioline”? Beh, altro che tafazzismo. In più mettiamoci anche i mezzi a disposizione. Scarsi. L’organizzazione. Approssimativa. Infine, lasciatemelo dire da un punto di vista professionale, una campagna di comunicazione di scarso spessore.

Lo sapevamo. Come sapevamo che il nostro era un tentativo necessario ma insufficiente. Questa non è comunque la fine della storia. In questi mesi ce lo siamo detti per farci coraggio o perché lo credevamo davvero? Bene, care tutte e tutti, come va di moda dire, io ci credevo davvero. Perché questo impegno ha riempito le mie giornate dal 2015 – quando ho lasciato il Pd – a oggi. E non ho alcuna intenzione di mollare ora. Cambia qualcosa aver preso il 3 per cento rispetto al 6 che ci aspettavamo, illusi da sondaggi che cercano più di condizionare la realtà che di raccontarla? Siamo in Parlamento. Missione compiuta, seppur al minimo sindacale. Questo era l’obiettivo, dare una rappresentanza al partito che dobbiamo costruire. Abbiamo fatto un percorso un po’ al contrario, ma sapevamo anche questo. Dunque: avanti.

Cercando magari di non ripetere gli errori fatti. Avanti. Senza rottamare nessuno, perché non fa parte della nostra cultura, senza chiedere a nessun dirigente della vecchia di guardia di fare un passo indietro. E non è onesto dare la colpa a una generazione di leader he ha fatto una corsa generosa, spesso senza essere candidato ovunque. A volte ha funzionato, altre meno. Io resto convinto che uno come D’Alema sarebbe stato bene averlo in parlamento. Resta fuori non per chissà quale rifiuto popolare nei suoi confronti, ma per il gioco dei seggi del Rosatellum, una sorta di partita a dadi che giochi da bendato. Insomma, non crocifiggiamo nessuno, avremo ancora bisogno di tutti.

E allora, tutti, facciamo insieme un passo in avanti. Che ognuno riconosca i proprio limiti. Che tutti si rendano conto che non siamo stati percepiti come la soluzione, ma come una parte del problema. In una competizione elettorale caratterizzata da un voto anti-istituzioni, che ha premiato tutto quanto era più lontano dall’establishment in tutti gli schieramenti, ci siamo presentati con il presidente del Senato e della Camera in prima fila. Abbiamo proposto soluzioni spesso confuse, spesso descritte in maniera contraddittoria. E’ ora di ripartire.

Io direi di dimenticare – per un po’ almeno – alcune delle parole che più usiamo, cito, a mero titolo di esempio: responsabilità, sinistra di governo, centrosinistra, Ulivo, governo di scopo, del presidente, istituzionale. Dobbiamo essere un po’ sanamente irresponsabili, insomma. Dobbiamo stare nei luoghi del conflitto, non nei salotti bene. Dobbiamo mettere in campo azioni positive per cominciare a raccontare il cambiamento che vogliamo nelle cose che facciamo e non solo nelle parole che ripetiamo sempre più stancamente.

Meno metafore, magari. E più presenza nelle scuole, nelle università, nelle periferie. Ripartiamo nella costruzione di un partito vero. Non un’associazione temporanea fra separati, ma un luogo che appartenga a tutti. Dove ci si chiama per nome e non si aggiunge la sigla di provenienza.

Il documento-appello lanciato da Grasso, Civati, Speranza e Fratoianni (l’ordine è puramente casuale), è un inizio necessario ma insufficiente al tempo stesso. Necessario perché serviva una scossa, bisognava lanciare un appuntamento immediato. Ma io credo che non basti dire: decidete un po’ voi che volete fare. Una direzione se ti vuoi ancora chiamare dirigente, la devi pur indicare. Cosa avete in mente, diciamolo chiaro: una federazione a cui tutti cedano pezzi di sovranità, un partito unitario, magari con forme di adesione collettiva? Quali sono i temi da cui partiamo? Quale il rapporto che vogliamo costruire con i sindacati, con l’associazionismo, con le realtà cresciute in questi anni nelle città? Su questo ultimo punto ad esempio, basta candidare qualche esponente di associazioni sconosciute ai più? Oppure serve un rapporto di tipo diverso? Più organico, come si sarebbe detto un tempo.

Insomma, ragazzi, gli elettori della sinistra saranno anche stati nel bosco, ma sono usciti e hanno scelto altre strade. Di fronte al tracollo del Pd, che perde buona parte del suo elettorato storico, a noi arrivano le briciole. Oggi siamo percepiti come residuali. La sinistra che fu, alla quale si accorda una sorta di diritto di tribuna perché in fondo è simpatica da vedere. Poco più che soprammobili.

Ora, io in pensione ci vorrei anche andare. Ma tra qualche anno. Sento ancora forte il bisogno di impegnarmi, di mettermi a disposizione per aiutare una nuova generazione a prendersi la rivincita. Come fare? Sono queste le domande che sento in giro fra i compagni un po’ sconsolati. Tutte le risposte non le so, vanno cercate insieme, ma alcune idee ce l’ho e vorrei avere modo di metterle alla prova. Ecco, ad esempio, evitiamo di parlare di alleanze per qualche anno, non ci facciamo incartare dagli appelli alla responsabilità. Possiamo ripartire alla definizione di una nostra visione di società. Ecco, ad esempio, riusciamo a ridare cittadinanza alla parola “socialismo”? Si può tornare a usare, si può tornare a sognare un mondo diverso. A me questo fa un po’ schifo. E’ un mondo cafone e arrogante. Ci sto stretto.

Ecco, ad esempio, possiamo invertire la tendenza? Invece di fare assemblee megagalattiche in cui parlano sempre pochi noti, possiamo aprire “la stagione delle mille piazze”? Diamoci un tempo, apriamo una fase di ascolto. Quartiere per quartiere. Dove siamo presenti usiamo le strutture esistenti, ma poi andiamo in giro, andiamo dove non siamo. Prendiamo i risultati delle elezioni politiche e cominciamo dai seggi dove prendiamo meno voti. A viso aperto. Il partito della sinistra, per me va fatto strada per strada, non nei teatri dove siamo sempre gli stessi (Brancaccio compreso). Perché non solo siamo sempre gli stessi, ma siamo sempre più vecchi e stanchi. Io penso che in questa maniera si possa ricostruire qualcosa che non sia un’aggregazione di reduci. La protezione di un gruppetto di parlamentari poco abituati a confrontarsi con gli elettori non mi interessa. Non ci sto più a portare acqua a chi è sempre presente quando si tratta di essere candidato, ma poi non risponde più al telefono una volta eletto. Ecco, queste assemblee di Liberi e Uguali che svolgeremo nelle prossime settimane, facciamole strane. Usciamo dalle liturgie politiciste che ci piacciono tanto ma ci hanno portati alla separazione dalla realtà. Non facciamo programmoni, tavoli di lavoro. Partiamo da due o tre domande e chiediamo a tutti di esprimersi su questo. Vogliamo stare insieme? Per fare cosa? Con quali strumenti? Cerchiamo di essere chiari, di non usare ambiguità comode. Non è più il tempo delle convergenze parallele, dei due forni. E’ tempo di abbattere qualche muro. Anche a testate se serve.

Infine, una notazione sul Pd. Noto con un qualche allarme che diversi compagni che hanno fato questo tratto di percorso con noi sembrano molto interessati alle prossime primarie, alle quali – i giornali lo danno per certo – parteciperà anche Nicola Zingaretti. Non voglio commentare questa forma di esercizio falsamente democratico. Sono, ovviamente, uno spettatore interessato. Perché continuo a ritenere il Pd uno dei possibili interlocutori della sinistra. Ma resto concentrato sulla costruzione di una forza di sinistra. I democratici facciano le loro scelte, vedremo se in futuro le nostre strade, di forze autonome, potranno incrociarsi ancora.

Il 4 marzo, ma anche il 5.
Il pippone del venerdì/45

Mar 2, 2018 by     No Comments    Posted under: Il pippone del venerdì

Si vota, finalmente. Sono state settimane interminabili e corte al tempo stesso. Interminabili per gli appassionati della politica da spettatori. La noia del dibattito sui mass media non ha precedenti. Liberi e Uguali non ha brillato in campagna elettorale.  Spesso ci siamo fatti stringere all’angolo, raramente, ci è riuscito a tratti Bersani, siamo entrati nel merito delle nostre idee. Sul fisco, sulla riduzione dell’orario di lavoro, sul diritto allo studio, sull’ambiente. Abbiamo avviato un processo, anche autocritico, di profondo ripensamento delle proposte classiche della sinistra riformatrice. Finalmente siamo usciti – stiamo provando a uscire, restiamo cauti – dalla bolla blairista del “liberismo di sinistra” e abbiamo ricominciato a fare il nostro mestiere, guardare il mondo con gli occhi dei più deboli. Temo sia troppo poco e troppo tardi per riuscire a spostare l’ago della bilancia elettorale in maniera sensibile. Ma questo, ce lo siamo detti in tutte le salse, è solo il primo tempo della partita.

Almeno abbiamo iniziato, a ripensare la sinistra. Mi dispiace solo che una parte dei movimenti e dell’associazionismo di base – che dovremmo considerare nostri interlocutori privilegiati – abbia preferito al confronto con noi le sirene della purezza ideologica. Che poi è un po’ una catena: se cominci a fare l’analisi del dna trovi sempre qualcuno che ce l’ha più puro del tuo. Per cui alla fine, invece di quel pungolo a sinistra di cui avremmo bisogno come il pane, le varie listarelle presentate saranno soltanto una (non so quanto) inconsapevole foglia di fico per Renzi. Ogni voto in meno a Liberi e Uguali, secondo me, è un passo indietro nella costruzione della sinistra – laica e socialista  – che serve in questo paese. Avremo tempo, spero tutti insieme, per riflettere, una volta passata la frenesia della campagna elettorale.  Vorrei però che due temi restassero centrali nel nostro ragionamento: quello dell’orario di lavoro e quello di un necessario radicamento popolare del nuovo partito che andremo a costruire.

Partiamo dal lavoro, visto che la nostra proposta di riduzione a parità di salario è stata praticamente ignorata da giornali e tv, interessati, come ormai avviene da mesi, soltanto alle alleanze, alle formule politiciste per giustificare un ipotetico governo post 4 marzo. Io credo che questa resti una questione centrale. Ne ho già parlato, ma vale la pena tornarci su, sia pur rapidamente. La rivoluzione robotica, della quale vediamo soltanto i primi effetti, porterà a una progressiva e fortissima riduzione della manodopera necessaria per produrre e movimentare la merce. Resto al campo dell’informazione: la scomparsa progressiva dei giornali su carta quanti posti di lavoro fa perdere? Dai tipografi, ai distributori, alle edicole. Migliaia. E ci sono sicuramente settori che saranno ancora più colpiti. Penso all’industria pesante, dove l’uomo in un futuro neanche troppo lontano non ci sarà proprio più. Le soluzioni proposte restano varie e contraddittorie. E anche questo fa parte della debolezza di una sinistra europea che è troppo presa a guardare il suo ombelico per tornare a ragionare a livello internazionale.

C’è chi ha lanciato addirittura l’imposta sui robot, proponendo di istituire una sorta di meccanismo di compensazione che vada a salvaguardare quanto meno le entrate dello Stato. Guadagni di più, devi essere tassato in qualche modo. Io credo che la riduzione dell’orario di lavoro resti lo scenario migliore. Per due ordini di ragioni: in primis perché mantiene inalterato il margine  di profitto. Le innovazioni tecnologiche, del resto, devono produrre come risultato ultimo un miglioramento del benessere collettivo. Se comportano un semplice aumento del profitto di pochi a scapito del livello di vita di molti non sono innovazione, ma regresso. E quindi è giusto che il lavoro umano diventi, come dire, più prezioso. Serve meno, ma resta indispensabile. Quindi lo paghi di più.  Succede in Germania, dove i metalmeccanici hanno appena firmato un contratto che prevede la possibilità di scendere a 28 ore settimanali, non si capisce perché la proposta di Liberi e Uguali (32 ore) non sia realizzabile. Certo non ci arriveremo domani, ma la strada è quella. Poi, resta sempre il problema di come organizzare una società in cui l’orario di lavoro scenda così drasticamente.

Mi affascina l’idea di una sorta di banca del tempo, dove ognuno mette a disposizione della collettività le proprie ore avanzate per lavori utili. Mi affascina per due motivi: il primo perché rappresenta una forma di socialità nuova, che combatte l’isolamento che pervade il nostro tempo. Per dirla chiaramente: le ore in più le possiamo sommare a quelle che dedichiamo all’addivanamento da televisione, oppure viverle in maniera sociale, dando un contributo al benessere collettivo. Il secondo, perché potrebbe essere un modo per fare esperienze lavorative differenti, sia pure in forma ridotta, ampliando sul campo la propria formazione. E anche di questo, di persone in grado di svolgere più ruoli, temo avremo sempre più bisogno.

Dovremo, insomma, riflettere molto e con la mente aperta su questi temi, su quella “società del non lavoro” destinata a rivoluzionare i nostri classici parametri di riferimento. La sinistra deve servire anche a questo. A ragionare e trovare le soluzioni ai problemi complessi. Si dice tanto che serve un argine al populismo. Bene. Magari sarebbe utile che chi lancia appelli non fosse, a suo modo, altrettanto populista. Ma non si costruiscono argini a nulla, se non si pensa a radici culturali profonde. Se la sinistra non fa il suo mestiere, non mi stanco di ripeterlo, non argina proprio nulla.

L’altro tema – anche su questo ho già scritto, ma vale la pena ricordarlo – del quale dobbiamo farci carico è come organizzare un moderno partito di massa. E guardate che non è una questione meramente tattica. Perché la crisi che sta attraversando la nostra democrazia è stata in primo luogo proprio la crisi dei partiti di massa. E più in generale la crisi dei corpi intermedi. In queste settimane, pur nel vortice della campagna elettorale, ho avuto sempre in testa l’intervento di una compagna in una riunione nella periferia romana. Diceva più o meno che non basta dire cosa vogliamo fare, non basta scrivere meglio i programmi e fare volantini più accattivanti. Dobbiamo darne una dimostrazione concreta. Confesso che – detta nel corso di una delle nostre sonnolente e spesso rituali riunioni – l’ho ascoltata con sufficienza. Questa è un po’ matta, mi sono detto. Spero non si offenda se per ventura mi legge. Poi, però, ho cominciato a riflettere e mi sono reso conto non solo di quanto avesse ragione, ma anche del fatto che la storia del movimento operaio è piena di esempi virtuosi e concreti. Basta pensare alle società di mutuo soccorso della fine dell’800. Non è da lì che nasce il movimento socialista? E cosa c’è di più socialista che realizzare dei piccoli presidi di egualitarismo e solidarietà? Io la dico, di solito, in maniera più banale: le sezioni di partito, per vivere, devono tornare a essere percepite come luoghi utili per i cittadini. Luogo utile ovviamente ha significati differenti a secondo del nostro interlocutore. A Roma, nel pieno dell’emergenza dei rifugiati, offrimmo alcune nostre sedi per farli dormire, per fare un esempio. Non si tratta di assistenzialismo, ma di cominciare a cambiare la società pezzo per pezzo. E così: biblioteche e scuole popolari, mutua assistenza, gruppi di acquisto solidale, mense popolari. Dobbiamo aprire sedi in tutti i quartieri e farne luoghi vivi, di costruzione dell’alternativa di sistema a cui pensiamo. Anche per questo mi dispiace l’occasione persa da chi ha preferito l’isolamento all’unità: perché tante esperienze esistono già e bisogna che siano protagoniste.

Sono andato lungo, ma sono temi che mi appassionano e ben altro ci sarebbe da scrivere. Vi saluto. Non prima ovviamente di fare l’ultimo appello. Si vota solo domenica. Alle politiche bisogna solo fare una croce sul simbolo. Su quale lo sapete. E’ inutile tornarci su. Alle regionali (Lazio e Lombardia) potete anche esprimere due preferenze di genere (uomo-donna). E andate a votare presto. Da bravi compagni.

 

 

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