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La sinistra c’è. Ora facciamo la sinistra.
Il pippone del venerdì/32

Nov 10, 2017 by     No Comments    Posted under: Senza categoria

Diciamolo chiaramente: quando, era il 7 novembre, a raffica, sono apparsi il documento unitario per la lista di sinistra, le date delle assemblee delle forze politiche che hanno elaborato la bozza che andrà discussa e approvata, fino al nome (importante) di quello che potrebbe essere il futuro “presidente” di questa aggregazione, diciamolo chiaramente, molti di noi hanno aperto la bottiglia buona. Quella che tieni da parte per le grandi occasioni. Senza neanche leggere le dieci scarne paginette prodotte dal comitato dei “saggi”. E anche questa “laconicità” è una positiva novità.

Non saranno i 140 caratteri che vanno di moda oggi, ma rispetto ai programmi dell’Ulivo è una rivoluzione. Abbiamo brindato senza neanche leggere, dicevo, perché dopo mesi e mesi di messaggini criptici, di mezzi passi in avanti seguiti da ampie retromarce, di silenzi imbarazzanti sui temi fondamentali dell’agenda politica, siamo stremati. Siamo come quei naufraghi che dopo mesi di navigazione senza meta vedono uno sperduto isolotto in mezzo al mare, con un’unica palma, e gli sembra il paradiso. Poi, magari, bisognerà anche ragionare su questi mesi che ci separano dalle elezioni e soprattutto su quello che dovrà succedere dopo. Datemi tempo che ci arrivo. Ma, intanto, per una volta non facciamo i rompiscatole e prendiamoci cinque minuti di gioia pura.

Sì, gioia pura. La sinistra manca in Italia da anni. Questo lo hanno capito anche le pietre ormai. Ma oggi siamo di fronte al fatto nuovo della possibile scomparsa di qualsiasi tipo di rappresentanza degli ultimi. Non solo in parlamento, ma anche nella società. Questo è il rischio che abbiamo di fronte. Perché la prossima legislatura senza una forza di sinistra in parlamento e nella società sarà quella del colpo definitivo ai sindacati, all’associazionismo, ai corpi intermedi che sono la vera garanzia per le libertà democratiche. Sarà quella in cui famoso “piano di rinascita nazionale” di Licio Gelli troverà la sua definitiva attuazione grazie all’asse Berlusconi-Renzi. Inutile che vi incazzate. Basta leggerlo e confrontarlo con le leggi approvate negli ultimi cinque anni, compresa la riforma della Costituzione. Salta agli occhi la perfetta convergenza di intenti: passare dalla democrazia avanzata descritta dai padri costituenti a una moderna forma di Stato autoritario dove gli spazi di partecipazione si esauriscono nell’acclamazione del leader.

Ecco perché abbiamo brindato. Con la bottiglia delle grandi occasioni. Non è che quel documento e quel percorso frettolosamente delineato risolvano d’incanto tutti i problemi. Ce ne accorgeremo nelle prossime settimane. I guastatori professionisti non mancano, sono già cominciati i distinguo, le accuse di verticismo e via dicendo. Sono gli stessi che denunciavano la mancanza di iniziativa politica di questi mesi. Non ce ne curiamo troppo. Come non ci curiamo troppo dei mal di pancia di Pisapia e soci. Che restano ancora sospesi tra un’alleanza con il Pd e una convergenza nella lista di sinistra. Decideranno. Siamo gente paziente. Ci piace, però, la determinazione e la nettezza delle posizioni e delle dichiarazioni dei dirigenti delle varie formazioni politiche di queste ore. Si respingono le tardive sirene che arrivano, più per strategia della disperazione che per convinzione politica, dal Pd. Compresi gli accordi tecnici lanciati da quel Parisi che tanti danni ha prodotti negli anni passati. Si affermano con ritrovata convinzione i valori della sinistra. Scopriamo la forza e la determinazione di Pietro Grasso, sempre meno presidente del Senato e sempre più in campo con noi. La sua spigolosità, le sassate che lancia, i suoi toni sempre decisi. Niente più timidi pigolii.

Insieme, questa volta si può dire davvero. Attendiamo con ansia non tanto le assemblee del fine settimana 18-19 novembre, quando arriverà il via libera al documento dai “costituenti”, quanto l’assemblea del 2 dicembre. Perché ci siamo stancati di riunirci divisi, ognuno nella sua casetta. E poco importa se qualche maître à penser della borghesia cosiddetta illuminata parla di ritorno ai riti burocratici dei vecchi comunisti. Congressi locali, regionali, nazionali, comitati centrali, commissioni, discussioni infinite. Poco importa perché, gli editorialisti pensosi non lo sanno, quei riti sono il sale della democrazia. La partecipazione è questo: non pagare due euro e imbucare il nome di un leader scelto da altri. Democrazia è discutere faticosamente per ore in sale sempre fredde e troppo piccole. Trovare una sintesi, legittimare dal basso una linea politica e in base a quella indicare una classe dirigente. Magari fosse.

E proprio questo, esauriti i brindisi voglio provare a dire. I passi fatti in queste settimane sono soltanto l’inizio della soluzione del problema. La condizione necessaria, come dicono quelli bravi. Ora bisogna non solo arrivare alla condizione sufficiente, ma anche andare oltre la sufficienza. La dico chiara: in questo periodo ho avuto modo di contattare tanti compagni, molti dei quali tornano ad affacciarsi dopo anni di disimpegno. Il messaggio è chiaro: siccome ci siamo stancati di votare il meno peggio come ci succede da tempo, diamoci da fare. Siamo anche disposti a rimboccarci le maniche in prima persona, ma sappiate che se il risultato è il meno peggio, ce ne restiamo a casa. E allora, secondo me, abbiamo poco tempo per fare due cose.

La prima, essenziale: avviare un vero processo dal basso. Non bastano le assemblee provinciali di Mdp, di Sinistra italiana, dei “civici” del Brancaccio. Non bastano perché siamo sempre gli stessi. E non siamo sufficienti. Bisogna lanciare appuntamenti unitari in tutte le città, in tutti i quartieri. Tornare nei luoghi del conflitto, dall’Ilva occupata a Ostia Nuova regno dei clan mafiosi e della destra fascista. Tornare per restarci. Aprire sedi, luoghi di confronto, luoghi utili anche a “mettere insieme il pranzo con la cena”, come si dice a Roma. Troviamo le forme moderne delle pratiche antiche della mutua assistenza. Sporchiamoci le mani senza paura. I comitati per la sinistra unita (il primo nome che mi viene in mente) devono piantare bandierine ovunque.

La seconda: scriviamolo chiaramente, non si torna più indietro nelle nostre casette. Del resto, lo abbiamo visto, se ci si arma di buona volontà, ci si siede a un tavolo, si discute e si arriva a una posizione comune. La voglia di unità, il bisogno di ritrovarsi insieme prevale sulle ragioni che ci hanno diviso negli anni. Quello della lista deve essere il punto di partenza, non di arrivo. Non illudiamoci di chissà quale risultato mirabolante. Saranno tempi grami. Riportiamo una pattuglia agguerrita della sinistra in Parlamento e nelle Regioni dove si vota. Che siano le nostre punte avanzate, non il fine della nostra iniziativa politica, ma lo strumento che ci permetta di costruire un futuro meno gramo. Queste forche caudine delle elezioni possiamo superarle con un risultato dignitoso. Date le condizioni io sarei più che contento di un 6 per cento a livello nazionale. Ma stiamo bene attenti, che se lo scopo è solo quello di garantire qualche poltrona a un pezzo di ceto politico stanco e consumato, non solo non arriveremo al 6 per cento, ma manco al 3. Per questo dico: scriviamolo subito che indietro non torneremo. Poi troveremo le forme per arrivare gradualmente a un nuovo partito. Una federazione, forme di adesione collettiva, tematiche. Inventiamo senza paura, tanto peggio di così non si può fare? Ma l’obiettivo deve essere un partito. Si, partito. Di quelli con le sezioni, i congressi, e tutto il rito della democrazia. Saremo anche noiosi. ma per tornare a incidere nella società serve una forza organizzata, di massa, in grado di contrastare il ritorno della destra. Della destra fascista, non dei moderati.

Buona sinistra, buon vento a tutti (il riferimento velistico non è casuale, diciamo).

Lo spiegone del lunedì/3
La legge elettorale in vigore: genesi e prospettive

Mar 27, 2017 by     No Comments    Posted under: lo spiegone del lunedì, Senza categoria

spiegoneDopo anni di tentativi di dialogo sono arrivato alla triste conclusione che i renzini non sono umani e quindi discutere con loro è abbastanza inutile. Con gli ultras – di tutte le razze – non c’è dialogo possibile. O ci fai a botte, oppure sei d’accordo con loro. E’ pur vero che si possono avere opinioni differenti, ma a raccontare bugie si finisce dritti dritti all’inferno. Siccome, però, siamo buoni e alle loro anime ci teniamo, proviamo a ricapitolare.
Cosa dicono i nostri eroi? E’ presto detto: per loro il no al referendum ha provocato il ritorno al proporzionale e dunque il proliferare di partiti che ci porterà all’ingovernabilità. Aggiungono indomiti: dove sono finite le riforme che D’Alema aveva annunciato? Non aveva detto che le faceva in sei mesi?

Andiamo con ordine. Cosa si è votato il 4 dicembre, con il referendum? Si è votata la riforma costituzionale proposta dal governo Renzi e approvata a colpi di canguro dalle camere. Cosa prevedeva? Molte cose. In sintesi: trasformazione del senato in organo nominato dai consigli regionali, con meno poteri (non era più, fra l’altro titolare della fiducia al governo), ridisegnava i poteri di governo e regioni, aboliva il Cnel. Una riforma molto complessa alla quale quasi il 60 per cento degli italiani ha detto no. Cosa ha provocato questo no sul piano della legge elettorale? Assolutamente nulla, vediamo perché.

Dopo il referendum è rimasto in vigore lo stesso sistema zoppo derivante da due fatti: la bocciatura da parte della corte costituzionale del vecchio porcellum (2014) che aveva sostanzialmente consegnato al Parlamento un sistema proporzionale (con uno sbarramento molto alto al senato) e la nuova legge elettorale approvata nel 2015, il cosiddetto Italicum approvato nel maggio del 2015.
Tale situazione è cambiata in seguito alla sentenza della Corte costituzionale della fine del gennaio scorso che ha dichiarato l’incostituzionalità dell’Italicum su due punti: il ballottaggio e la possibilità di chi è candidato in più collegi elettorali di scegliersi il seggio dopo le elezioni. Eliminando il ballottaggio la sentenza ha creato, di fatto, un sistema proporzionale. Resta, infatti, il premio di maggioranza (alla Camera) per la lista che supera il 40 per cento dei voti, ma in un sistema politico in cui avremo almeno 4 o cinque liste che andranno oltre il 10 per cento diventa maticamente molto complesso. Senza contare che la maggioranza sarebbe limitata a una sola Camera.

Appare evidente, dunque, e questo è un fatto, non un’opinione, che l’attuale sistema elettorale non deriva dal referendum del 4 dicembre, ma da due distinte sentenze della Corte costituzionale, che, come è ovvio, basta leggerle, con l’esito del referendum non hanno nulla a che vedere.

Punto secondo: la riforma proposte da D’Alema. Riporto i tre punti per chiarezza con le stesse parole di D’Alema: «Solo tre articoli, il primo riduce sia deputati che senatori, 400 i primi e 200 i secondi. Articolo due: fine della navetta parlamentare adottando il sistema degli Usa. Articolo tre: il rapporto di fiducia del governo è solo con la camera».

Chiaro e semplice. Si vuole fare? D’Alema non ha incarichi né di partito né tanto meno istituzionali, complicato dunque dargli la colpa di una mancata iniziativa legislativa. Che spetta, come è ovvio, a chi ha la maggioranza del Parlamento, ossia al Pd. Dunque avete i numeri sia per approvare una riforma costituzionale davvero utile che per approvare una nuova legge elettorale. Siete d’accordo con il ritorno all’Italicum? Avete la maggioranza per proporlo e approvarlo in tempi rapidi. Sicuramente è una legge che rispetta la Costituzione, sicuramente aiuta la governabilità senza comprimere troppo la maggioranza. Ma c’è davvero da parte di Renzi, che resta il padrone del Pd anche in questa fase congressuale, la volontà di dare all’Italia una legge elettorale seria e funzionale? Lo vedremo nei prossimi mesi.
Tutto questo per la precisione.

Piccoli stalinisti alla corte di Renzi

Giu 24, 2015 by     3 Comments    Posted under: in primo piano, Senza categoria

fassina leuciQuello che vi racconto oggi è un piccolo esempio di come si costruisce un piccolo quanto inutile falso mediatico. Siamo alla periferia di Roma, assemblea organizzata da due circoli del Pd, con un parlamentare della minoranza. Introduzione della segretaria del circolo, molto critica con il partito. Poi una cittadina, ex iscritta al Pd, interviene con molta passione. E’ una insegnante e fa un lungo discorso, vero, si sente che è lacerata da una riforma che mette in discussione la sua stessa vita. Nel corso dell’intervento  a un certo punto strilla “Renzi è un fascista”, applaudita da una parte – minoritaria – della platea. In tutto una cinquantina di persone. Ci sono molti insegnanti.

E’ un piccolo circolo di periferia, un quartiere di poche migliaia di abitanti. Cinquanta persone sono una folla. Subito dopo interviene un anziano cittadino di quella zona, che sta registrando tutto sulla videocamera e dice: ma come mai non le avete detto nulla, ci sono i segretari di due circoli del Pd, difendete Renzi.

Nei successivi interventi, in realtà sono molte le persone che dicono: guarda che il tema non è questo, Renzi non è fascista. Argomentano anche. C’è chi lo definisce un principe machiavellico. C’è anche chi dice che sarebbe pure meglio, perché avresti individuato l’avversario. Chi, come il segretario del secondo circolo dice che secondo lui Renzi è il prodotto ultimo del fallimento della sinistra italiana negli ultimi venti anni Alla fine interviene il deputato presente, Stefano Fassina​. Che fa un appassionato intervento, anche lui dice che è sbagliato definire Renzi fascista. E annuncia che gli spazi per fare una lotta di minoranza all’interno del Pd sono sempre più ristretti.
Succede che alla fine della manifestazione, senza dire nulla a nessuno, ma ovvviamente è nel suo diritto, l’anziano cittadino pubblica il video del suo intervento e quello di Fassina in un oscuro gruppo su facebook dove però ci sono anche degli esperti di comunicazione.

Ad esempio c’è Massimo Micucci, che conosco fin dai tempi della Point, una delle prime società dove ho lavorato. Un vecchio lupo passato per il gruppo dei D’Alema Boys a Palazzo Chigi, per le varie società di Velardi. Adesso a quanto ho capito si occupa di cinema, al Roma film festival. Insomma uno che c’ha mezzo metro di pelo sullo stomaco, uno di quelli che cadono sempre in piedi.

Insomma per farla breve, prende questo video e lo pubblica su youtube. E fin qui ancora nulla di male. Anzi il video viene ripreso dalle principali testate nazionali, ha migliaia di visualizzazioni. E tra l’altro è un video molto vero, Il vento, le bandiere al tramonto. Insomma molto fico dal punto di vista della comunicazione. Chissà se Micucci è d’accordo, lui che è uno di quelli abituati a costruire campagne finte a tavolino. Spesso sono più efficaci queste cose qui. Pochi secondi di parole chiare, senza effetti speciali.

Ma il Micucci non è neutrale e deve provare a disinformare, chissà se è solo un atavico riflesso dei tempi che furono oppure è proprio un mestiere. E allora ci mette una bella didascalia, su youtube. “Dopo che una ex iscritta ha appena detto che Renzi è fascista, senza che né Fassina né i due segretari di circolo fiatassero, Fassina annuncia che lascia il PD”.

Ovviamente, se avete avuto la pazienza di leggere quello che ho scritto, è completamente falso. E chiedo subito a Micucci di cancellare la didascalia.

Quello che segue è il dialogo con il personaggetto di cui sopra. Si commenta da solo, ma ci dà un esempio, in piccolo, di come si crea un falso.

Io: “Come ti ho scritto su youtube: Libero di pubblicare quello che vuoi, ma non di scrivere cose false. Ai sensi della legge sull’editoria ti invito a cancellare quanto prima quella frase in quanto non corrispondente al vero”.

Micucci: “Quale frase?”

Io: “Quella con cui commenti il video di fassina. è falsa. Come ho scritto ampiamente non è vero che nessuno abbia risposto alla compagna che ha dato del fascista a Renzi. Semplicemente nessuno l’ha interrottta, io sono abituato così. ma perche devi fare battaglia politica scrivendo falsità”.

Micucci: “Senti hai fatto della ironia sulla scorta a Orfini chiamandola arma di distrazione di massa, per questo ti ho rimosso dagli amici. Non meriti considerazione, ma biasimo.ti consiglio sobrietà”

Io: “Ok, vado: hai scritto una cosa falsa. dopo l’intervento di una cittadina in una piazza, non in una sede di partito, almeno altri cinque interventi hanno detto “guarda che non è vero”. Compreso il mio.

Per quanto riguarda la scorta di orfini:

1) il mio spazio su facebook è uno spazio satirico

2) rispondevo a un compagno che mi diceva: confessa che le minacce anarchiche a Orfini sei stato tu a farle

dopodiche

i metodi sono sempre gli stessi

buona giornata.

Micucci: “Scrivilo pubblicamente, ne prenderò atto con piacere, nonostante le tue ridicole minacce. Anche se confermi che non hai fiatato durante l’intervento ed un tempo non sarebbe accaduto. Confermi anche che hai ironizzato sulla scorta di Orfini. Ma che vuoi che ti dica che hai perso la testa? Mi spiace per te”.

Io: vabbeh lascia perdere fiato sprecato”.

Ovviamente è un dialogo privato, non è corretto pubblicarlo. Ma come si dice… a brigante brigante e mezzo. Quel video in poche ore ha avuto più di duemila visualizzazioni. E tutti hanno dovuto leggere come didascalia una cosa meramente falsa. Non vale la pena di querelare i due signori per diffamazione, avrei la sentenza fra qualche anno dopo aver speso un sacco di soldi. Ma di sputtanarli, nel mio piccolo, sì.
Perché io faccio il giornalista, questi personaggetti fanno solo danni al padrone di turno. Ieri D’Alema oggi Renzi.



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