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Caro Goffredo, il Pd è l’ostacolo, non Renzi. Ti aspettiamo a sinistra

Nov 11, 2017 by     No Comments    Posted under: appunti per il futuro

Caro Goffredo,

ho letto come sempre con grande attenzione e rispetto le considerazioni che hai espresso su Repubblica di ieri. Ho provato a replicare brevemente su facebook, ma non soddisfatto provo a buttare giù due righe. La profondità e la sofferenza che leggo nella tua analisi merita ben più che pochi caratteri digitati dal telefono. Parlo di sofferenza perché proprio tu, non senza destare stupore, avevi riposto grande speranza nella svolta renziana. A determinate condizioni, sintetizzo, pensavi che potesse far uscire il Pd dalle secche correntizie in cui si era arenato dopo un inizio che aveva suscitato speranze e attese nel nostro popolo. Questa svolta, convieni adesso, al contrario non solo non ha portato fuori da quelle secche, ma ha imprigionato la sinistra in uno schema alla Macron, senza peraltro averne i numeri. Con i voti presi a sinistra, banalizzo, si sono fatte le leggi che voleva la destra.

Vado sempre per sintesi, continui il ragionamento invitando esplicitamente il segretario del Pd a farsi un partito suo perché nel Pd non ci dovrebbe essere spazio per quel tipo di personalismo leaderistico.

Sull’analisi si può anche convenire. Il renzismo imprigiona tutt’ora un pezzo importante della sinistra italiana. Di gran lunga maggioritario, dici tu. Le conclusioni, però, sono francamente deludenti. Se, come tu sostieni, il centrosinistra è essenziale per dare un’impronta di natura progressista al governo del Paese, e se per farlo serve una sinistra forte, insieme al centro, io credo che il Pd, non Renzi, sia l’ostacolo fondamentale. Se non ci diciamo che bisogna uscire dall’equivoco alla base della nascita del partito democratico, ovvero la coesistenza del centro e della sinistra nello stesso contenitore, non si può ricominciare a costruire un futuro per la nostra comune cultura politica. Quella del comunismo democratico, che tanta parte ha avuto nella costruzione di questo Paese. Questa è l’emergenza di oggi. Non altro. Ridare spazio a una sinistra non velleitaria, radicale nella sua proposta, che punti a governare questo Paese su basi profondamente discontinue non solo rispetto a Renzi, ma anche rispetto ai governi degli anni ’90 del secondo scorso.

E dire a Renzi, che rappresenta a occhio circa l’80 per cento del partito, che se ne deve andare mi sembra francamente velleitario. Io non credo che lì ci sia ancora tanta parte della sinistra. Tante intelligenze forse. Perso a te, a Cuperlo, a Zingaretti. Ma il popolo non c’è più. E non si è classe dirigente se non si avverte quanto sia forte e profondo questo distacco. Già tre anni fa, da segretario di un circolo della periferia romana, nei volantinaggi sentivo non solo la distanza, ma il vero e proprio rifiuto che quel simbolo destava. E questi tre anni non hanno di certo attenuato questo sentimento. Come potete non avvertirlo voi che siete dirigenti politici?

La sinistra fuori dal Pd non è attrattiva, sostieni. E su questo siamo perfettamente d’accordo. Non è attrattiva per le tante incertezza, perché non sta più fisicamente nei luoghi del conflitto ma solo nei salotti buoni della città. Non perché è troppo radicale, ma perché lo è poco. Le ragioni sono tante e mi piacerebbe trovare un luogo dove poterne discutere insieme.

Non è attrattiva ma c’è. E con tutti i limiti che dicevo ci stiamo provando seréiamente a rifondare una casa. Una casa che, lo dico da sempre, non deve avere porte e finestre, ma un tetto solido, fatto con la nostra cultura e i nostri valori. Ecco, in quella casa, quando lo riterrai opportuno, sarete sempre i benvenuti.

Con immutato affetto e ammirazione,

Michele Cardulli

Io la vedo così.
Articolo Uno, si può fare. I motivi della mia adesione

Mar 30, 2017 by     No Comments    Posted under: appunti per il futuro

Sunnamedono stato molto indeciso nelle settimane scorse. Rimanere a casa, continuare a fare il semplice commentatore o tornare a impegnarmi in prima persona? La tentazione di restare ai margini è forte. Mi diverto molto a stare seduto sulla riva del fiume a contare i cadaveri di quelli che sempre sicuri che non sbagliano mai.

E poi si sta comodi.  Intanto perché, chi mi conosce sa quanto sia vero, sono un pigro, iperattivo ma molto pigro. E dunque l’idea di rimettermi al lavoro, per giunta riprendere una sfida sostanzialmente da zero, senza strutture, senza sedi… da un lato stimola il mio lato iperattivo, ma dall’altro atterrisce il mio lato pigro.

Ma l’idea di ricostruire una casa insieme a tante persone di cui ho stima mi piace. Lentamente prende il sopravvento. E nei giorni scorsi, andando a curiosare in riunioni private e pubbliche, ho provato questa sensazione, perduta da tempo, di aver ritrovato la mia comunità politica. Poi magari mi sbaglio, magari come dice qualcuno fra tre mesi ci ripenso. Può darsi, non per calcolo personale. Qualcuno troppo abituato ad applicare agli altri i propri schemi pensa che si partecipi a un movimento politico solo in base agli incarichi che ti vengono garantiti. Io dalle scissioni della mia vita c’è sempre rimesso, devo essere strano. E non ho incarichi da pretendere. Militante semplice è pure troppo. Anche perché ho sempre pensato che le medagliette non servono a nulla. Sono state dirigente dei Ds del Lazio, poi del Pd, è tempo che forze fresche conducano la baracca, io se serve posso attaccare i manifesti.

Una casa, da costruire, dicevo, senza sentirsi ex di qualcosa. Ma parte di un progetto che guarda al futuro. Un progetto che va oltre i nostri destini personali e guarda alla realizzazione delle libertà della costitutuzione.

Ecco, Articolo Uno mi piace. Ho sempre letto con commozione quelle parole. La prima parte della Costituzione. Ho sempre cercato di difenderla e di renderla più vera, concreta. E credo che questo possa essere il compito della sinistra in Italia. Perché nella Costituzione abbiamo scritto i nostri valori, dopo settanta anni sarebbe il caso di renderli anche concreti, di farli vivere nella realtà disastrata del nostro paese. Questo, insomma, è il tempo di ripartire. Di costruire non un recinto, ma un villaggio senza mura accanto, che possa essere un punto di riferimento per chi è in viaggio e cerca un nuovo approdo, Un movimento, dunque, dove tutti, anche quelli che arrivaranno fra un po’ si sentano a casa e non ospiti. I

Questo è ancora il nostro tempo. Ripartiamo da Articolo Uno.                

 

Costruiamo ponti, non steccati

Feb 20, 2017 by     No Comments    Posted under: appunti per il futuro, in primo piano

sinistraIl 15 luglio del 2015, forse un po’ paradossalmente, conclusi così l’intervento con il quale annunciavo al direttivo del circolo Pd Capannelle le mie dimissioni da segretario e dal Pd stesso: “Dobbiamo, anche in questa fase, avere sempre l’obiettivo di costruire ponti e non steccati”. Paradossale perché anche in quel momento, di rottura, facevo riferimento al bisogno di trovare le forza di proseguire un dialogo, anche se una storia comune si interrompeva. Il bisogno di continuare a esplorare insieme terreni sconosciuti. La risposta fu più che uno steccato: la commissaria di zona, una sorta di Orfini un po’ più arrogante, ordinò di cambiare immediatamente le chiavi del circolo e mi diffidò via mail dall’entrare in quelle stanze. Come dire: mi hanno sbattuto le serrande in faccia. Poco male.

Da allora mi è sempre rimasta in testa quella frase, quell’obiettivo. E per questo ho lavorato da subito, quando il gruppo di compagni con cui avevamo lavorato in quei mesi, mi propose di essere il “referente romano” (nome un po’ bizzarro che vuol dire coordinatore) di Futuro a sinistra, l’associazione a cui aveva dato vita Stefano Fassina, anche lui appena uscito dal Pd.
Costruire ponti era la mia ossessione perché vedevo con forte preoccupazione quello che stava succedendo: invece di provare a lavorare per riunire il campo disgregato della sinistra italiana, ognuno coltivava soltanto il proprio orticello. Troppo sigle, poco popolo. La dico così in sintesi. Tutti gruppi tesi ad alimentare esclusivamente la sopravvivenza del proprio gruppo dirigente. Dove si parla di partecipazione e poi manco ti comunicano le decisioni, le leggi sui social. Troppi recinti, troppe casette magari rassicuranti e protettive per chi sta dentro, ma poco attrattive e poco utili se non ci si vuole accontentare di sopravvivere. Settarismi, si sarebbe detto un tempo, che non portano da nessuna parte.

L’ho detto ogni volta che ho potuto. Non chiudiamoci, inventiamoci forme nuove per stare insieme. E anche quando è stato avviato il percorso che poi ha portato alla nascita di Sinistra italiana, ho sempre insistito sulla necessità che non fosse un partito classico, ma un arcipelago di mille isole, autonome, con la propria identità, ma messe in rete. Perché non bisognava escludere nessuno. Anzi.

Per questo ho proposto, dove mi è stato concesso, che si partisse da un manifesto, pochi punti chiari. E su questo si avviasse un processo costituente dal basso, che non fosse un accordo fra gruppi dirigenti ma un processo che, al contrario, si aprisse a quanto è nato e cresciuto in questi anni nelle città e nei quartieri. Non serviva che qualcuno scrivesse la storia per noi, che qualcuno scrivesse in qualche bel documento che “bisogna ridare centralità al lavoro, tornare a parlare al popolo della periferia”. Serviva che il lavoro e le periferie tornassero a essere protagonisti nella scrittura di una storia comune.

Nell’appello con cui lanciammo Futuro a sinistra a Roma scrissi: “La sinistra a cui pensiamo nasce dal basso, non dalla fusione di ceti politici. Non vogliamo essere i reduci delle sconfitte dell’ultimo ventennio che si mettono insieme alle rinfusa dimenticando le divisioni e le ragioni che le hanno prodotte. E’ una sinistra nuova, inclusiva, plurale e che raccoglie anche culture differenti. Una forza di governo e riformatrice”.

Poi sono arrivate le dimissioni di Marino, il notaio, insomma la vicenda è nota. E tutto è precipitato. A Roma si è decisa non si capisce bene dove, la candidatura di Stefano Fassina a sindaco. Ho espresso timidamente a chi mi prospettava questa eventualità le mie perplessità. Per il profilo nazionale di Fassina, per la sua storia politica complessa, per la mancanza di un legame con la città.
Una volta tratto il dado, sono fatto così, ho sostenuto la sua candidatura con tutte le mie energie. In campagna elettorale servono gli eserciti, i soldati, non le discussioni.

Ho cercato comunque di portare le mie idee e di calarle in questo percorso, troppo breve. E qui ho trovato muri robusti. Tutto si è deciso in stanzette anguste. In riunioni di pochi. E invece bisognava davvero ascoltare la città, chiedere a Roma di mettersi in gioco insieme a noi. Di non delegare, ma esporsi in prima persona. Ho proposto di fare le primarie delle idee, quartiere per quartiere. Grandi assemblee con tutta la sinistra diffusa, i lavoratori, le associazioni locali, le forze disperse di una sorta di sinistra sociale che in questi anni di vuoto si è organizzata fuori dai canali tradizionali e li ha anche sostituiti. Non, insomma, le primarie sulle persone, ma un confronto vero sui temi. Da cui poi nascesse il confronto sulle persone da scegliere. C’erano energie che sono state disperse. Tante energie. E invece si è scelta la strada del “tavolo fra le forze politiche”. Interminabili trattative fra partitini inesistenti per decidere chi andava candidato. Esponendosi alle azioni di disturbo di chi ci vedeva come il fumo negli occhi.

Avendo manifestato una forte contrarietà per il metodo e anche per le persone scelte mi è stato prima proposto di candidarmi, nell’ordine: al Comune, come presidente in VII e in VI Municipio. La cosa non mi entusiasmava particolarmente, ma mi misi, come si dice, a disposizione. Poi furono fatte altre scelte, che lessi sui giornali.
Contro di me e contro gli altri compagni che avevano osato dissentire cominciarono a girare le letterine infami. Una sorta di riflesso staliniano che porta chi si sente attaccato a rivolgersi al capo cercando la sua benedizione. La faccio breve perché ho ancora molto da dire: siamo gente con le spalle grosse, le lettere e gli infami ci scivolano addosso.

E in silenzio mi sono fatto tutta la mia campagna elettorale, pacchi di volantini, strada per strada, casa per casa. Strade e case di quella periferia che i leader invocano, ma da rassicuranti distanze. Salvo poi stupirsi se in quelle strade dilagano i diversi populismi. Vi faccio un promemoria: non ci sono soli i 5 stelle, Casapound sta diffondendosi con una rapidità e una profondità impressionante nelle periferie romane. Poi non dite che non lo sapevate.
Continuando in questo racconto, i risultati delle elezioni li sapete. Per la nascente sinistra è stata un risultato rovinoso, altro che storie. Gli eletti si contano sulla punta delle dita. E non è una metafora. Fuori da quasi tutti municipi, salvo che, guarda caso nel centro della città e a Garbatella, dove si ricandidava il presidente uscente, evidentemente molto radicato. Ho provato ad analizzare serenamente il risultato con una lunga lettera inviata ai miei compagni di viaggio, ribadendo il mio giudizio su una campagna elettorale nata male e proseguita peggio. Unica risposta ricevuta, da Fassina: abbiamo fatto il massimo data la situazione.

Ora, sia chiaro, una sconfitta elettorale ci sta. Non hai una forza politica definita e riconoscibile dietro, paghi lo scotto della mancata chiarezza sui valori, sulle prospettive future. E però devi capire dove hai sbagliato e cercare di cambiare strada. E invece che si fa? Si chiude ancora di più il recinto: la coalizioncina elettorale che aveva sostenuto Fassina diventa un’associazione fatta dagli ex candidati, che si scelgono anche un coordinatore e un coordinamento. Tutto questo lo apprendo su Facebook. Nel frattempo lo stesso Fassina riunisce Futuro a Sinistra di Roma e nomina un nuovo coordinatore.

E di Sinistra italiana? Si perdono le tracce. Della costituente dal basso che tutti avevano giudicato come necessaria non se ne parla più, dell’unione con altri partiti e movimenti neanche. Non si fa neanche la fusione tra gruppi dirigenti. C’è solo Sel più alcuni esponenti ex Pd. C’è un comitato esecutivo nazionale, li si discute e si decide. Nulla più.

Io me ne vado in vacanza, dove maturo la decisione, sofferta, di abbandonare l’impegno politico. Definitivamente? Mai dire mai. Ma questo anno vissuto così, la delusione, le speranze disattese, la fiducia che – come è evidente – ho riposto nelle persone sbagliate… insomma mi sono sentito svuotato. Troppa cattiveria per poter portare avanti le proprie idee. Non che la battaglia mi abbia mia spaventato. Ma mica puoi guerreggiare sempre, anche dentro casa. Sono talmente distaccato che mi scordo pure di togliere “militante del Pd” da questo blog. Sta ancora lì.

Insomma ho scelto il distacco totale. Seguendo da osservatore lontano e disincantato le vicende delle sinistre. Da un lato Sinistra Italiana che ha rinunciato a un processo costituente vero e proprio e ha scelto di fatto di fare solo un congresso nazionale per eleggere un segretario. E si sono persi per strada metà o più dei parlamentari. Ai congressi provinciali hanno partecipato, se ho capito bene, circa 8mila persone. Un condominio o poco più. Poi c’è il nuovo campo di Pisapia. In divenire.

E c’è questa vicenda della scissione (forse ci siamo) del Pd. E qui devo fare un po’ di autocritica. Ho sbagliato a lasciare il partito nel 2015. Non perché mancassero le ragioni: continuo a ritenere che andarsene oggi sia una scelta tardiva e poco comprensibile. Ma perché uscendo da solo mi sono auto isolato da quella comunità con cui avevo percorso un tratto importante del mio impegno politico e – in ultima istanza – della mia vita. Un errore, senza dubbio.

Incontrarli di nuovo, all’assemblea che si è svolta sabato a Testaccio mi ha fatto piacere. Non mi sono sentito ospite, la dico così.

E ora che succede? Io sono sempre convinto che non serva un nuovo partito della sinistra italiana. O meglio. Sono convinto che quello debba essere l’obiettivo da raggiungere, ma aprendo l’orizzonte. Facendo rete fra le realtà che ci sono e che vogliono rappresentare la loro identità, la loro specificità. E riprendere un cammino comune non è facile se si chiede di annullarsi. Ancora una volta torna il tema dei ponti. Un movimento plurale dove ci sia spazio per tutti. Non una casa dove si entra bussando, ma un cantiere dove per entrare nessuno ti chiede da dove vieni, cosa hai fatto, quanti globuli rossi hai nel sangue. Perché stare insieme significa arricchirsi se si considerano le storie, le esperienze, le forme organizzative e le diverse intelligenze come parti da esaltare e non come semplici cellule che devono uniformasi. Un partito non si creare fondendo gruppi parlamentari, insomma. Anche se i gruppi parlamentare servono eccome.

Si potrebbe finirla, ad esempio, di dire: il Pd è un alleato naturale oppure mai con il Pd. Io credo che Si debba riannodare un rapporto con l’Italia che la sinistra, nelle sue diverse forme, non ha più. Scuola, lavoro, movimenti, sindacati, un ceto medio sempre più marginalizzato. Chi ci parla più con questi mondi? Chi li ascolta. Da sempre, faccio un esempio, ho ritenuto che lo scontro con la scuola fosse l’inizio del declino del Pd. Perché la scuola rappresenta tutto il paese. Scontrarsi con famiglie, studenti, insegnanti vuol dire litigare con l’Italia. E come ci rimettiamo in sintonia adesso? Non è che bastano i social o le televisioni. O ancora le periferie. Come tornare a metterci piedi e cuore dentro? Come tornare a essere percepiti come un interlocutore utile e non come la peste da evitare? Come si torna a essere presenti nei luoghi del conflitto, come ci si sta dentro e non ci si limita più a descriverlo?

Invece di preoccuparsi delle alleanze, le sinistre si devono preoccupare di ricostruire un rapporto, un intesa con la loro base sociale. Poi le alleanze serviranno. Perché io a essere condannato a essere minoranza non ci sto, non fa parte della mia cultura politica. Alleanze sulle cose, non sulle sigle. Guardando alla realtà non al curriculum. Possiamo dialogare se tu ti fai un giro di campo sui ceci. A me queste cose fanno impazzinre. E dai su, smettiamola di dare giudizi sugli altri e sediamoci ad ascoltarci. Si torni a fare politica. Non comizi, ma luoghi di confronto.

E come si organizza questo movimento? Con quali strumenti di partecipazione? Le primarie modello Pd, altro abbaglio che ho preso anni fa, hanno distrutto la partecipazione, riducendo il partito a un seggio. E adesso che fare? Quale forma dare all’impegno? Come si seleziona, oggi, una nuova classe dirigente? Vogliamo puntare ancora sulla fedeltà al capo? Occhio che così si producono i Rondolino e gli Orfini.

Pongo domande, non credo che nessuno abbia la risposta. Di certo c’è bisogno di un luogo dove si provi a darne qualcuna di risposte. In questo luogo, se mai ci sarà, metterò la mia passione e la mia intelligenza.

Un treno nella storia
“Appia Antica Station”

Mag 28, 2014 by     4 Comments    Posted under: appunti per il futuro

Una stazione del treno dentro la più grande area archeologica del mondo, a cavallo tra due splendidi parchi. Io mi immagino cosa succederebbe in qualsiasi altro paese, se avesse questa possibilità. Qua, quando ne parli, ti prendono per un marziano e ti rispondono con il solito “non ci sono i soldi”.
Lo dico subito, l’idea originale non è mia, ma del presidente del Comitato di quartiere Statuario-Capannelle, Guido Marinelli. Me l’ha illustrata nel corso di un incontro organizzato dal circolo del Pd e ho avuto una specie di illuminazione.

Andiamo con ordine. Nel piano regolatore è già prevista una stazione sulla vecchia Roma-Napoli, adesso scarsamente utilizzata dopo l’apertura della linea ad alta velocità. La stazione doveva nascere a via Polia. E sembrerebbe una semplice fermata di quartiere, lungo una delle linee che dovrebbero diventare una futura metropolitana di superficie.

E invece – l’idea è semplice ma proprio per questo formidabile – potrebbe diventare una vetrina di Roma nel mondo. Perché, guarda caso la fermata si trova in pieno Parco degli Acquedotti, ma soprattutto a poche centinaia di metri dall’Appia Antica. Insomma a Roma si potrebbe arrivare in treno dentro l’area archeologica più grande del mondo.

All’idea originaria aggiungo qualcosa di mio. Secondo me la stazione andrebbe spostata direttamente sull’Appia nuova, proprio davanti a quella che, nei progetti della giunta comunale dovrebbe diventare “la porta di accesso al Parco dell’Appia Antica”.
In questa maniera, infatti, avremmo anche un nuovo nodo di scambio per chi arriva in macchina dai Castelli romani e la stazione avrebbe così una doppia valenza, sia turistica che di alleggerimento per la linea A della metropolitana. Dico di più, in questa maniera si troverebbe proprio davanti alla Villa dei Quintili. Un altro gioiello straordinario e ancora poco conosciuto.

Ci metto ancora del mio. Mi immagino un grande concorso di idee internazionale per dare una veste architettonica adeguata a quello che, lo ripeto, potrebbe diventare uno straordinario biglietto da visita per Roma in tutto il mondo. Mi immagino molto legno e vetro, una struttura leggera e luminosa. Immagino anche una stazione che sia davvero una porta per l’archeologia. E allora un punto di informazioni adeguato, un servizio di guide. Un punto di bike sharing, ma anche una ciclofficina, archeo-percorsi con app dedicate.

I soldi? Ragazzi, basta con il ritornello della crisi e dei fondi che mancano e dei tagli inevitabili. Intanto il nostro Paese, se vuole ripartire, deve fare delle scelte. E quella di valorizzare il nostro patrimonio dovrebbe essere obbligata.

E poi, facciamo uno sforzo di fantasia. Andiamo dalle più grandi aziende del mondo, andiamo da Apple, da Microsoft, da Google. I nomi sono ovviamente solo a titolo di esempio. E proponiamogli di unire il loro marchio a un’operazione di questo tipo. Immagino anche lo slogan: “Chi cerca il futuro ama la storia”. Io non credo che aziende di questo tipo sarebbero insensibili al fascino mediatico di un’operazione di questo tipo. Appia Antica Station, si può fare. Basta essere un po’ meno provinciali.

Marino e Zingaretti: sveglia!

Ora per vincere serve il Pd. In campo per davvero

Apr 8, 2013 by     No Comments    Posted under: appunti per il futuro, il pd, il x municipio, roma

Finita la giostra delle primarie, bisogna dire che mediamente gli elettori del centrosinistra sono migliori di noi. Il quadro dei candidati in campo, dal Comune ai Municipi mi sembra complessivamente credibile, rinnovato, con alcune punte di eccellenza. Poi non tutto va come uno vorrebbe, ma la perfezione si sa…
Parto dal candidato Sindaco. Ripeto quanto ho detto in tutta la campagna per le primarie e provo ad andare oltre. Secondo me Marino da solo non basta per vincere Roma. Sicuramente ha il merito di averci evitato Sassoli – e non è poco – ma da oggi gli avversari si chiamano Berlusconi e Grillo. Sperando che il livello nazionale non ci sommerga, avremo i due leader schierati a Roma per un mese.
Sicuramente Marino è un candidato che ci garantisce su un fronte importante: moralità e trasparenza. Quell’aria da bravo ragazzo, la sua pacatezza nel rispondere, il modo di sorridere, sono gli elementi che ne fanno un candidato che buca nell’opinione pubblica. In primarie tutte concentrate sui municipi (una sorta di guardarsi l’ombelico e pensare che sia l’universo) c’è stato meno voto organizzato sul livello comunale. Il leit-motiv era: vota tizio per il municipio, per il Comune fai quello che credi. E se si confrontano seggio per seggio i risultati dei candidati municipali “sassolini” con il risultato al Comune di Marino, il tema è evidente. Marino capovolge i rapporti di forza delineati nei municipi.
La sua storia, il suo modo di fare politica, un po’ da esterno senza mai però alzare troppo i toni, ne fanno un candidato credibile per l’elettorato di centro sinistra. Si può ipotizzare un recupero di quel voto che alle politiche è andato a Grillo ma che, a distanza di pochi secondi, si era già indirizzato su Zingaretti.

Si dice: vabbeh ma Roma è la capitale del cattolicesimo. Faccio notare che alle Regionali del 2010 Emma Bonino, ovvero una sorta di Satana in gonnella, a Roma portò via il 54 per cento dei voti. Quindi non mi sembra questo il tema vero.
Il dato delle primarie ci dice Marino sfonda nelle periferie, proprio lì dove Grillo alle politiche è stato primo partito ovunque. E sfonda in quelle periferie che spesso sono state accusate di essere la patria del voto di scambio. Devo dire, è solo un inciso, che a me sono sembrate primarie generalmente corrette. Molto più che in passato. Abbiamo imparato a limitare ed emarginare i fenomeni clientelari che pur esistono. Si può ancora migliorare, ma siamo sulla strada giusta.
Il punto, secondo me, è che Marino, per vincere non deve essere solo e deve essere capace di allargare il campo. Bene, insomma, il suo essere personaggio civico più che politico. Ma adesso servono le idee, le persone, una squadra che, tutelando queste caratteristiche preziose, lo accompagnino in una sfida complessa, lunga. Roma è una città difficile. Che ti ama e ti odia. Ti coccola e ti prende a calci nel sedere. Non basta dire di amarla, devi imparare a sentirne il respiro, a capire in anticipo quale sarà l’emergenza di domani. Credo che Veltroni in questo fosse straordinario. Serve un campo di forze ampio, non tanto in senso politico, ma sociale. Serve un blocco che senta Marino come il proprio candidato. E questo si fa mettendo in campo, da subito una squadra larga, rappresentativa di questa città. Si fa uscendo dall’etichetta di candidato della sinistra e basta, mettendo le mani nei problemi quotidiani di questa città. Per fare il sindaco dei romani devi andare oltre. Altrimenti c’è il rischio di andare lindi e puliti contro un muro. A posto con la coscienza ma irrimediabilmente perdenti.
Marino deve dire cosa vuole fare sui grandi temi, dall’urbanistica, alla mobilità. Ricordandosi sempre, però, che questa è una città che ha fame. Che manca il lavoro. Che la disoccupazione giovanile è un livello intollerabile. Deve saper parlare al cuore della sinistra, deve far tornare in campo anche alle elezioni “vere” quel voto di opinione senza il quale si perde. Sempre. Ma deve dare anche risposte alle ansie quotidiane dei cittadini, dalle buche, ai rifiuti, agli autobus scalcinati. Al lavoro, lo dico ancora una volta.
Io credo che per fare questo serva l’unione fra forze sociali e partiti della coalizione. E serva innanzitutto il Pd. Che non si deleghi, ancora una volta, la campagna elettorale ai soli candidati al consiglio comunale. Mettiamo al servizio del candidato sindaco le nostre idee alle quali abbiamo lavorato in questi anni e le nostre persone migliori. Scelga lui. In assoluta libertà chi crede sia più utile a costruire un progetto per Roma. Ce la facciamo a fare questo? Questo, malgrado sia un po’ scassato, resta un partito grande, forte e generoso. Ricco di intelligenze. Mettiamole in campo.

I Municipi
Quello del voto municipale è l’aspetto che, diciamo la verità, ci ha occupato di più in tutta la campagna per le primarie. I risultati mi sembrano positivi, con una squadra di candidati, nel complesso, giovane, rinnovata e soprattutto all’altezza della sfida che ci attende.
Alfonsi, Torquati, Santoro, Veloccia, Marchionne. Cito solo quelli che conosco un po’, nessuno si offenda. Mi soffermo, in conclusione sul risultato del VII Municipio (ex IX e X) dove le cose sono state complicate dall’accorpamento “a freddo” deciso dalla destra proprio alla vigilia delle primarie. Io credo che possa rappresentare un modello di cosa il Pd non deve fare. Nessuna selezione delle candidature, troppi candidati competitivi. Non è un giudizio di valore. Ma faccio notare che, soltanto limitandosi ai due candidati ex Ds, Franco Morgia e Fabrizio Patriarca, la somma dei loro voti doppia il risultato della candidata vincente, Susanna Fantino di Sel. Che ha avuto una buona affermazione, ma che sarebbe rimasta lontana dal primo posto se fossimo riusciti a fare sintesi. Mi ci metto anche io, anche se ho provato fino all’ultimo a trovare una soluzione più unitaria. Non ci sono riuscito e quindi sono parimenti responsabile rispetto agli altri.
In sintesi e per non annoiarvi oltre, Io credo che di quella squadra larga i primi attori debbano essere proprio i candidati presidenti. Sono loro che sentono il respiro della città più da vicino. Mettiamoli in condizione di lavorare da subito per il nostro Bene Comune, Roma.

Questo è il tempo per costruire

Dic 3, 2012 by     2 Comments    Posted under: appunti per il futuro, dituttounpo', il pd, il x municipio

Le primarie nazionali ci dicono cose importanti. La prima, non mi stancherò di ripeterlo, è che c’è un popolo che guarda a noi come l’unica speranza di cambiamento per questo Paese. In un periodo di disgusto verso la politica, vedere migliaia di persone, milioni, che si registrano, si mettono in fila e pagano addirittura per poter esprimere il loro contributo dà un’iniezione di adrenalina fortissima. Che ti permette di superare la stanchezza delle settimane passate al circolo, delle alzatacce, delle polemiche inutili e faziose.
A questo popolo, vero, non teleguidato, non comandato dagli “apparati” come hanno provato a far credere, noi dobbiamo sincerità e concretezza: ci hanno dato fiducia e ci hanno rimesso al centro della scena politica. E’ chiaro a tutti che senza la coalizione di centro sinistra, questa volta, non sarà possibile nessun governo. Il popolo delle primarie ci ha dato questa forza. Un patrimonio immenso. Non disperdiamolo, facciamo vedere loro che la fiducia è ben riposta.
La seconda è che le campagne fatte tutte “contro”, tutta polemica e poco sostanza, alla lunga non pagano. A me lo hanno insegnato da piccolo. Mi dicevano i “vecchi”: anche quando fai un volantino ci devi mettere i no ma anche i per. Altrimenti non va bene, siamo all’opposizione ma vogliamo costruire non distruggere. Ecco penso che Renzi abbia sbagliato questo. Ha cercato di fare la parte di quello che mandava tutti a casa, di quello giovane e brillante, una sorta di Obama bianco, che avrebbe rimesso l’Italia a posto in quattro e quattr’otto. “Io ho contro l’apparato, ma ho il consenso dei cittadini”. In realtà del mago Zurlì non ne abbiamo bisogno, le sue ricette sono vecchie, affondano le radici in un neoliberismo bocciato dalla storia. E il popolo del centro sinistra, che condivide sicuramente una parte del suo messaggio, ha dimostrato di aver capito che si serve una persona seria, un lavoratore come Bersani, un centromediano alla Oriali, per rimettere insieme i cocci e ripartire. Per cui alla fine Renzi è stato bocciato proprio da quel voto di opinione su cui aveva puntato la sua campagna elettorale tutta fuochi d’artificio e lustrini televisivi. Verrebbe da dire che non è più tempo di format ma di concretezza. E la concretezza emiliana di Bersani, che magari non avrà un grande carisma, ha avuto la meglio. Come fu per Prodi contro Berlusconi.

Eppure di Renzi dobbiamo tener conto. Dobbiamo tener conto della voglia di rinnovamento che c’è nella gran parte di quel voto. Dei tanti che l’hanno scelto, magari non conoscendo nulla delle sue proposte, ma che esprimono un’ansia e una preoccupazione vera. Ci dicono chiaramente che non si può continuare sulla strada degli anni passati. Ci dicono che anche noi, anche il centrosinistra deve andare oltre i suoi vecchi schemi di pensiero e proporre persone diverse. C’è un tempo per tutti. E questo non è più il tempo delle vecchie facce. Qualcuno l’ha capito e si è messo a disposizione. Altri sgomitano per restare in pista. Bersani adesso ha la forza, la legittimazione necessaria, per promuovere una classe dirigente nuova e preparata. Non serve la rottamazione, non serve la delegittimazione di un partito che, nelle sue mille e mille contraddizioni, ha dimostrato ancora una volta tutta la sua forza.
Serve un lavoro di promozione di quei dirigenti, giovani e non, che in questi anno sono cresciuti, nell’amministrazione, nel partito. Sono tanti, questo è il loro tempo.

E questo va fatto, non solo in Parlamento. Va fatto nelle Regioni che vanno al voto, a partire dal Lazio, va fatto nella scelta dei candidati a tutti i livelli.

Il caso Roma

Entro più nello specifico del caso Roma. Emigrato Zingaretti verso la conquista della Regione si è aperta una voragine. E’ mancato un lavoro di sintesi da parte del gruppo dirigente che si è fidato troppo delle primarie prossime venture. Ai cittadini dobbiamo presentare una sintesi, candidati in grado di governare una città umiliata dagli anni di Alemanno. Non dobbiamo presentare un campionario delle nostre debolezze, ma delle nostre energie migliori. Deve essere una sfida in positivo per far tornare a correre la Capitale. Ecco che allora i vari Sassoli, Gentiloni, Prestipino, Marroni, non sono sufficienti. Serve un sindaco, non un ex giornalista emigrato a Bruxelles o un ex assessore della giunta Rutelli. Neanche la candidatura del capogruppo in consiglio comunale, che in questo quadro è sicuramente la più legittima, quella che segue un percorso logico, secondo me è sufficiente a rappresentare una svolta per Roma. Nomi non ne faccio, perché questo corsa che si scatena ogni volta ci fa soltanto male. Segnalo però un’esigenza, un’urgenza: che il gruppo dirigenti largo del Pd romano si faccia carico di trovare questa sintesi: non lasciamola ad altri, perché quando Roma ha rinunciato alla sua autonomia si sono prodotti disastri.

Il X Municipio e mezzo

Chiudo queste brevi considerazioni sulla situazione del territorio dove faccio politica tutti i giorni o quasi. Con l’accorpamento annunciato fra X Municipio e una parte del IX, questa diventa una città da oltre 200mila abitanti. Ci sono capoluoghi di Regione più piccoli in Italia. Una grande città che continua a crescere e ha problemi diversi dal suo “centro” alla sua periferia. Per quanto riguarda il X io ribadisco che la sinistra, il PD in primo luogo, ha la necessità di chiudere la negativa esperienza dell’ultima consiliatura di Medici e di guardare oltre. Ho in passato ampiamente spiegato perché ritengo sia un’esperienza da chiudere al più presto.
Le candidature presentate al momento non sono sufficienti. Su un versante abbiamo  una continuità preoccupante con il malgoverno di questi anni, dall’altro manca la “brillantezza” che serve per fare una battaglia vera, non di testimonianza. Se non altro almeno da questa parte c’è la consapevolezza della necessità di ampliare il quadro e di non presentare una candidatura slegata da un percorso condiviso.
Da luglio in poi non ho sostanzialmente più parlato del X Municipio, rispondendo con i fatti alla richiesta che il gruppo con cui ho lavorato in questi mesi mi ha fatto. Non ho portato avanti quel programma di rottura radicale che avevo abbozzato, con la proposta di una mia candidatura. Eppure sono ancora molti – e non solo nel partito – che mi chiedono di mettermi in gioco in prima persona. Da quelli che non considerano il PD locale e il suo attuale gruppo dirigente un interlocutore credibile, a quelli che avvertono, come me,  il bisogno di una rottura non solo generazionale, ma di contenuti. Di una cesura netta. Che vogliono parlare di qualità della vita e non di nuove costruzioni. Di smart city, di raccolta differenziata, di zone pedonali e non di nuove inutili strade.
Non nascondo che l’avventura non mi dispiacerebbe affatto. Del resto bastano 750 firme fra i cittadini per candidarsi alle primarie del centro sinistra. Come dire: una mezza giornata con tre banchetti nelle zone di maggior aggregazione.
E questo, lo ripeto, è il nostro tempo. Non è il tempo delle candidature “conservative”. E’ il tempo di osare, di provare sul campo una nuova classe dirigente.
Eppure sento che una mia candidatura sarebbe insufficiente. Sento che non è il momento delle avventure, degli uomini soli al comando. E’ il tempo, anche nel X Municipio e mezzo, di fare squadra. Di proporre agli elettori, un candidato presidente, ma soprattutto una squadra unita, al di là e oltre le correnti, per fare una rivoluzione democratica anche in quella città che si distende fra Ponte Lungo e Vermicino. A questo lavorerò nelle prossime settimane: alla costruzione di un percorso condiviso, che porti non solo e non tanto a un candidato in netta discontinuità con il passato, ma alla costruzione di una nostra squadra che rappresenti a pieno il percorso fatto in questi anni e che dica chiaramente queste sono le nostre idee per fare del X Municipio e mezzo la casa della trasparenza e della partecipazione.
Perché questo viaggio va fatto assieme.  Non c’è un uomo solo al comando.

Appunti per il governo
del Lazio

Ott 26, 2012 by     4 Comments    Posted under: appunti per il futuro, dituttounpo', il pd

Un mio piccolo contributo all’elaborazione del programma per le prossime elezioni regionali. Non si tratta ovviamente, di un ragionamento articolato e complessivo, ma di alcuni spunti, secondo me essenziali, per governare davvero e non tirare a campare. Read more »

Fatevene una cazzo di ragione

Ott 3, 2012 by     24 Comments    Posted under: appunti per il futuro, dituttounpo', il pd

Alla vigilia della direzione regionale del Pd di oggi, permettetemi alcune considerazioni su quello che è successo in questi giorni. Mi sembra di poter dire, intanto, che non abbiamo capito la lezione. Ci si divide fra chi vorrebbe ricandidare solo alcuni dei consiglieri regionali uscenti, chi vorrebbe azzerare il tutto e chi sostiene che il gruppo del Pd alla Pisana, pur avendo sbagliato in passato ha fatto una opposizione rigorosa e, in fondo, ha mandato a casa la Polverini. Read more »

Rivoluzioniamo il Pd. Per cambiare davvero

Set 25, 2012 by     9 Comments    Posted under: appunti per il futuro, dituttounpo', il pd

In questi giorni, dopo la mia lettera ai consiglieri regionali, in tanti mi avete chiesto. “Ma come fai ancora a stare nel Pd”. Altri addirittura come faccio a occuparmi di politica.

La politica è un pezzo della mia vita. Del resto uno dei libri più belli che ho mai letto è “Una scelta di vita” di Giorgio Amendola. Sono cresciuto a pane e Berlinguer. Politica per me non sono le ostriche e le Bmw e neanche i regali di natale dei consiglieri pagati con i soldi dei contribuenti. Politica è pensare il futuro, cercare di ridurre quella drammatica frattura fra i deboli e i potenti che nella nostra società assume connotati sempre più inquietanti. E il Pd, con tutte le sue contraddizioni, rimane il partito che più si avvicina a questo concetto. Non ci sono soltanto le spese faraoniche di pochi, ci sono i sacrifici e le passioni di molti. Che adesso, forse, devono uscire dal guscio e “fare massa” per cambiare davvero. Provo a scrivere alcuni punti che spero di poter discutere presto. L’assenza di dibattito ieri in direzione regionale era giustificata dall’emergenza, ma di cose da dire ce ne sono eccome. E vanno dette a viso aperto, se non vogliamo essere travolto da quella valanga di disgusto che cresce in tutto il Paese.

Siamo tutti d’accordo che le responsabilità principali siano della destra. Ma dobbiamo dire chiaramente che non sono tollerabili comportamenti come quelli che hanno caratterizzato questa legislatura. Non è pensabile che si aumenti l’Irpef ai cittadini, si taglino i servizi e non si dia l’esempio. Per primi. Perché questo è il primo dovere di chi amministra. Così non è stato.
Questa è la prima discussione che il Pd deve fare. Intanto un appello: i consiglieri regionali, una volta che la Polverini avrà formalizzato le sue dimissioni, resteranno in carica fino all’insediamento della nuova assemblea per l’ordinaria amministrazione. Indennità compresa. Poi avranno una corposa liquidazione e il vitalizio. E in più hanno a disposizione ancora molti dei fondi erogati ai gruppi nel 2012. Non so quanto, Montino dice circa 600mila euro.
E’ possibile fare finta che non sia successo nulla? Io non credo.
Ecco il primo punto da affrontare, per il Pd è cosa fare con quei soldi. Restituirli al Consiglio regionale potrebbe essere una buona idea. Che i consiglieri regionali destinassero buona parte dell’indennità che percepiranno nei prossimi mesi per la campagna elettorale del partito potrebbe essere un’altra idea.
E poi dobbiamo dircelo chiaramente: serve una scelta chiara, decisa, senza compromessi: nessuno dei consiglieri uscenti può essere ricandidato. Lo so che non sono tutti uguali. Capisco bene la discussione che c’è stata in questi giorni fra chi approvava la linea Gasbarra e chi ha resistito fino in fondo. Ma in questo caso non si possono fare distinzioni. Serve una scelta di forte rinnovamento, radicale. Serve una rivoluzione. E questa deve partire dall’opzione zero. Zero ricandidati in lista. Montino, devo ammettere con grande stile, ha indicato la strada, la seguano anche gli altri.
Ancora. Servono idee di rottura per la nostra Regione, senza guardare in faccia a vecchi privilegi: sulle società, non servono tagli e riorganizzazioni. Serve una legge di due righe: tutte le società in house, le Spa a totale partecipazione regionale sono abolite. Allo stesso tempo ne serve un’altra nella quale si descrive la nuova organizzazione, si creano le strutture necessarie alla gestione dei servizi. Perché ci sono carrozzoni, ma anche enti che funzionano e anche bene.
In questa maniera si cambia passo, si disbosca una rete di clientele le cui radici corrompono profondamente i territori. Bisogna cambiare passo sulla sanità, andando a colpire quello che non si è mai voluto toccare, il settore privato rimasto sempre a margine dei tagli. Bisogna investire sulle tecnologie, ma davvero. Dire parole chiare sul tema dei rifiuti, dicendo che una discarica, nel terzo millennio, è davvero antistorica. E ancora sui trasporti, sul lavoro. Mettiamo a lavorare le nostre energie migliori, guardiamo alle tante esperienze cresciute in questi anni. Apriamoci. Ma davvero.

Sono solo i titoli, anche provocazioni, ma non è questa la sede per entrare nel merito. Lo faremo nei prossimi mesi. Spero tutti insieme.

E poi serve una cura da cavallo sul piano della trasparenza. A partire dalle liste e dalla campagna elettorale. Liste nuove, pulite, trasparenti. E deve essere una campagna elettorale tirchia: serve un limite di spesa bassissimo, penso a una cifra che non superi 10mila euro. Nessun manifesto con i faccioni, torniamo alle cene di sottoscrizione, evitiamo che i candidati debbano andare a pietire finanziamenti dagli imprenditori perché in consiglio regionale servono uomini liberi. Il partito torni a essere protagonista della campagna elettorale. Spese e finanziamenti dovranno essere messi on line in tempo reale.

E così una volta insediato il nuovo Consiglio le prime misure dovranno essere sulla trasparenza totale, sul funzionamento della macchina. Vanno dimagriti i gruppi e creati servizi efficienti istituzionali. Solo un esempio per rimanere al mio campo: oggi ogni consigliere, o quasi, ha il suo addetto stampa. E poi sul Consiglio regionale, salvo scandali, non esce nulla sui giornali. Sono una sorta di status symbol, come le auto blu. Fosse per me darei a ogni consigliere regionale un abbonamento intera rete per i mezzi pubblici, così, magari, si accorgerebbero di cosa vuol dire fare il pendolare e di come funziona male quel “Tpl” di cui tanto discutono e su cui tanto pontificano.
Ho voluto scrivere un po’ di idee alla rinfusa per dire una cosa: se la sinistra vuole governare davvero, a tutti i livelli deve mettere in atto questa “rivoluzione gentile”. Io credo che il Pd abbia le energie per essere il motore di questo grande processo. Bisogna andare oltre le correnti, gli schieramenti precostituiti. Alziamo la testa e prendiamo in mano questo partito. Io ci sto.

Appunti per il futuro
La direzione da prendere

Lug 18, 2012 by     No Comments    Posted under: appunti per il futuro

Una premessa: le questioni urbanistiche vanno analizzate insieme alla mobilità e alle politiche per la casa, altrimenti continueremo a progettare quartieri senza collegamenti e appartamenti destinati a restare vuoti. Anzi a essere precisi, continueremo a progettare quartieri sempre più lontani dai luoghi di lavoro, ad avere una città sempre più a macchia di leopardo, ingestibile. Read more »

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