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Liberi e Uguali, c’è qualcosa di nuovo.
Il pippone del venerdì/36

Dic 8, 2017 by     No Comments    Posted under: Il pippone del venerdì

Ora, chi vive sui social probabilmente non se ne sarà accorto, perché la vita virtuale in questa settimana è stata dominata dalle polemiche grammaticali sul nome della nuova lista. Liberi e Uguali sarebbe maschile e quindi non va bene. E chi è sopravvissuto alle suddette polemiche è stato steso dalla nuova, ennesima, lettera di Tomaso Montanari che ha stroncato l’assemblea di domenica scorsa. Lui non c’era, ovviamente, ma ha capito benissimo tutto quello che è successo e ce l’ha spiegato – a noi che invece c’eravamo eccome – con righe di fuoco. Al leader mancato della sinistra perfetta verrebbe da rivolgere un accorato appello: “Caro Tomaso, fatti una vita tua, non parlare sempre di quanto sbagliano gli altri”. In realtà lui ci ha anche provato. Alla fine l’hanno rimasto solo.

Insomma: chi, come ormai tanti di noi, segue il dibattito politico solo ed esclusivamente sui social rischia una depressione che neanche il disastro del duo Pisapia-Fassino riuscirà ad alleviare. A me è capitato di passare un paio di giorni così. Incupito dalle notizie che apprendevo via facebook, mi si erano appannate le belle immagini di domenica. Poi ho fatto mente locale, ho partecipato a qualche riunione vera. Ho parlato con persone in carne e ossa e non con icone virtuali. Aiuta, bisognerebbe tornare a farlo con una certa continuità. Si possono perfino guadagnare voti.

Intanto alcune considerazioni: non ho trovato nessuno in giro che si lamenti dell’acclamazione di Grasso come leader. Che poi, siete davvero intossicati da questi anni passati a contarsi nel Partito democratico: ma se siamo tutti d’accordo, se c’è un candidato solo, condiviso da tutti, ma che cosa dovevano votare mai i delegati? La politica, mi riconoscerete di averlo sostenuto in tempi non sospetti, deve tornare ad essere confronto, anche scontro, ma luogo dove si cercano soluzioni condivise e non si cerca la conta a ogni angolo di strada. Perché già nelle aule istituzionali è un dovere cercare sempre punti di mediazione, ma in un partito diventa essenziale, procedere sempre a maggioranza finisce per far venire meno le ragioni per cui si è scelto di stare insieme. Avremo modo di confrontarci già nelle prossime settimane sui programmi e poi sulle liste: la strada della condivisione mi sembra la migliore.

Detto questo, parlando con le persone reali, non le icone sui social, non ne ho trovato uno che mi abbia posto i problemi di cui cianciano i soloni da tastiera dei salotti bene, da Montanari in giù. E questo mi ha francamente sorpreso. Se usciamo un po’ dalla cerchia di chi ha già la tessera di uno dei partiti che hanno fondato Liberi e Uguali (cerchia molto ristretta) i problemi che ci pongono sono altri. Nessuno ti chiede se Grasso è stato votato o come sono stati scelti i delegati.
Faccio un salto logico, ma solo in apparenza. Uscendo dall’Atlantico Live, reduce da un’assemblea complicata da un’organizzazione frammentaria, ho scritto, sinteticamente: ci siamo sentiti tutti a casa. A me non succedeva da tempo, di partecipare a un evento insieme a persone che hanno una storia differente dalla mia e non sentirla questa differenza. Ricordo il primo luglio le facce sconcertate dopo l’intervento di Pisapia, domenica al contrario ho visto facce sorridenti. Certo poi non c’è il simbolo, poi siamo stati in piedi o seduti sulle scale. Ma chi c’era ha percepito un’aria diversa in quell’assemblea.

Io credo che – è questa la novità – gli interventi, la loro qualità e anche intensità emotiva, ci hanno fatto guardare in faccia senza il pensiero rivolto al passato. Non sono stati i soliti interventi di circostanza, i testimonial scelti per dare una verniciata civica a qualcosa di preconfezionati. Io ho ancora i brividi per il discorso del medico di Lampedusa, ho ancora il senso di speranza che mi ha dato la compagna della Melegatti. Ho ancora in testa le questioni sollevate da Legambiente, le questioni non tanto contabili quanto di senso poste dal presidente di Banca Etica. E quella figura, forse un po’ da nonno saggio che tiene a bada tre ragazzini, di Piero Grasso ci ha dato finalmente alcune sicurezze. L’ombra incombente dei cattivi Bersani e D’Alema, i reduci delle sconfitte che ora mettono la figurina a coprirli. Io non ho visto né percepito questo. Bersani e D’Alema erano li in platea, pronti ad abbracciare Grasso dopo il suo intervento. Ho sentito sentimenti fraterni, non calcoli da bassa politica.

Lo dico sottovoce: c’era un’aria nuova in quel brutto capannone della periferia romana. Non c’erano i lustrini e i palloncini colorati delle convention mediatiche. C’era un popolo ansioso. Ceto politico hanno detto. Io ho qualche dubbio. Cinquemila persone in fila al freddo di una mattinata di dicembre. E poi gli applausi, quasi liberatori. Abbiamo capito tutti insieme una cosa, forse la abbiamo addirittura scoperta tutti insieme domenica. Provo a raccontarvi la mia sensazione. Sono partito dubbioso, quel nome ostico, l’assenza della parola sinistra. Sarà l’ennesimo e inadeguato papa straniero, pensavo. Poi quel discorso, quelle facce. Ho cominciato ad avere la sensazione che il “modello Grasso”  non parli a noi, a quelli che con disprezzo i giornali nella migliore delle ipotesi definiscono i fuoriusciti. La costituzione, i valori, la lotta alla mafia, la questione sociale. Un discorso semplice e alto allo stesso tempo. La serenità e la fermezza di un uomo che vive sotto scorta da non so quanti anni ma non molla. Dice con fierezza: Io ci sono. Andiamo avanti tutti uniti.

Guardate che Grasso non parla alla sinistra. Non parla neanche solo a quelli che stanno ancora nel bosco. Grasso parla agli italiani. A quelli che non arrivano a fine mese. A quelli che sono stanchi dei furbi e dei favori. A quelli che rivendicano i propri diritti. Abbiamo una figura che non è solo o tanto un leader, è una specie di garante. E’ un programma vivente, ha detto Vendola con una battuta molto efficace. E’ uno serio, non un venditore di pentole, mi permetto di aggiungere.

Attenzione che c’è qualcosa di nuovo. Non siamo alla riedizione della sinistra minoritaria 2017. C’è curiosità e attesa nei nostri confronti. Ho visto facce diverse, nuove. Ho sentito tante persone che ci dicono: attenti a quello che fate, perché ci interessate. Non ci deludete. Ecco, ora tocca a noi. Usciamo dalle discussione social, troviamo un modo intelligente per selezionare i candidati migliori a ogni livello. A me non importa che siano nuovi o vecchi. Devono essere i migliori che possiamo mettere in campo. E allora magari a Lampedusa potrà essere il medico degli immigrati, nel Salento potrà essere D’Alema. Io non la vedo in contrapposizione. Devono esserci tutte e due le cose: dobbiamo portare in parlamento novità ed esperienza allo stesso tempo. E poi, lo so sono ripetitivo. Apriamo sedi, comitati, facciamoci vedere a ogni angolo di strada, nei mercati, nelle scuole, sui luoghi di lavoro. Dentro i luoghi del conflitto. Radicali, ha detto Grasso. Ha ragione. Non è tempi delle sfumature di grigio. Servono proposte da battaglia.

Attenzione che c’è qualcosa di nuovo. E cresce di giorno in giorno. Altro che ridotta di sinistra. Noi stiamo costruendo il futuro della sinistra in Italia. La ridotta (di centro) rischia di essere il partito di Renzi.  Quindi, compagne, compagni eccetera: scarpe comode, poche polemiche, al lavoro e alla lotta. Anche questo l’ho già detto, ma ci stava bene.

La melma mediocre che ci avvolge.
Il pippone del venerdì/35

Dic 1, 2017 by     No Comments    Posted under: Il pippone del venerdì

Lo so che siete tutti impegnati nell’attesa spasmodica di scoprire il nome della sinistra prossima ventura. Lo so che vi sareste aspettati una severa condanna dei nazi di Como. Lo so che volevate l’ennesima presa in giro di Pisapia, questo novello sor Tentenna che non riesce a decidere neanche da quale parte del letto dormire. Ma per una volta permettetemi di estraniarmi dalla quotidianità per fare una riflessione slegata dai fatti del giorno. Che poi, cari ragazzi, tirate fuori qualcosa di meglio che qui gli argomenti scarseggiano sempre più. La politica sembra un remake degli anni ’90. I social sono sempre più piatti. Le prime avvisaglie della campagna elettorale del resto non fanno presagire niente di buono. Altro che sonniferi, bastano i talk show.

E allora, in tutto questo piattume, afflitto da un raffreddore latente che se ne sta lì in agguato, pronto a prendere il sopravvento al minimo segno di cedimento, pensavo a un dato davvero epocale: avete mai notato che in Italia, caso unico al mondo, abbiamo l’abitudine di cambiare il nome alle cose? So che può sembrare una cazzata, ma seguitemi perché è un dato essenziale per il pippone di oggi.

Cambiamo nome alle società: Teti, Sip, Telecom, Tim. Fanno sempre la stessa cosa. Cambiamo nome alle tasse, Tarsu, Tari, Tasi, Imu, sigle che si susseguono vorticosamente. Cambiamo nome perfino alle leggi: la Finanziaria, per fare un esempio, è diventata la legge di stabilità. In Regione l’assestamento di bilancio è diventato il collegato. Quando non cambiamo il nome, si rinnova almeno il logo, si fa un bel restyling grafico. Se fate mente locale questo fatto succede solo da noi. ln America non è che pensano di chiamare diversamente la Cocacola e neanche di cambiargli il logo. La General electric, per fare un altro esempio, si chiama così dal 1892.

La verità è che noi siamo il paese più immobile al mondo e allora, in una sorta di gattopardismo generale, siamo costretti a cambiare almeno l’apparenza. Cambiare il logo mi pare la versione 2.0 del “facimme ammuina”. Cosa è cambiato per gli inquilini delle case popolari di Roma con il passaggio della gestione dall’Iacp all’Ater. Nulla, vengono gestite sempre male. Però per almeno qualche mese hanno avuto la speranza che si trattasse di una vera riforma.   Il campione del gusto italico per il finto cambiamento è stato sicuramente quel fenomeno che risponde al nome di Achille Occhetto, che non si pose il problema della ridefinizione delle basi culturali di un moderno partito socialista in un periodo in cui tutto il mondo stava cambiando a velocità vorticosa. No, il prode Occhetto pensò di cavarsela cambiando il nome al Pci. Partito comunista era troppo complesso da sostenere e allora ebbe la grande trovata: proviamo a chiamarci Partito democratico della sinistra, che non significa un tubo, magari gli elettori ci cascano. Sappiamo come andò a finire, oggi – in pieno renzismo – lo possiamo dire con assoluta certezza: male.

Ma perché questo paese è così dannatamente mediocre? Non mi venite a dire che siamo la terra di Dante, di Leonardo, di Cavour, di Gramsci, solo per citarne alcuni. Le eccezioni non contano. Non siamo un paese di santi, poeti, navigatori. Gente nata per sbaglio da noi. Siamo un paese dove il 99,9 per cento della popolazione non solo si adagia nella melma mediocre che ci avvolge, ma odia anche chi prova a scrollarsi di dosso tale pesante retaggio. Succede in politica, basta vedere i personaggi che vanno per la maggiore. Da Renzi a Salvini. Se non siete proprio convinti cercate l’immagine di Gasparri. Ecco, appunto.

Succede nella società cosiddetta civile (prima o poi scoprirò chi per primo ha inneggiato alle qualità della società civile: non è una promessa, è una minaccia), nelle attività lavorative – per fare un altro esempio – il modo per emergere è dimostrarsi fedeli al potente di turno che a sua volta è diventato qualcuno facendosi strada a forza di sissignore. Quale qualità ne potrà venir fuori?

Siamo l’unico paese – vado a memoria, ma non  credo di sbagliare di tanto – che non ha mai vissuto una rivoluzione, un fatto davvero traumatico. Basta pensare alla Francia dell’89, o alla rivoluzione industriale. Tutti eventi di cui siamo stati spettatori. Da noi i moti carbonari sono stati una cosa riservata a ristrettissime élite che, peraltro, il popolo manco amava. Tutt’altro. Da noi i Mazzini, i Garibaldi non hanno guidato le masse popolari ma esigue minoranze.

Per farla breve, io la vedo così: il progresso, non solo in politica, ma un po’ in tutti i campi, nasce da una discontinuità, da un momento di frattura. Non sono i “signorsì” che fanno la storia, sono i folli, quelli che saltano dalle barricate della storia e fanno a cazzotti con lo status quo.

Nella nostra di storia ne abbiamo avuti troppo pochi. L’unico grande moto popolare che ha davvero cambiato qualcosa è stata la Resistenza. Ma, anche in questo caso, tutto nacque da una ristretta élite (si chiamavano fra di loro “rivoluzionari di professione”),  per diventare moto popolare si dovette aspettare la disfatta bellica dell’asse nazifascista e comunque non si trattò di un fenomeno esteso a tutto il territorio. Basta guardare i risultati delle elezioni e si capisce l’effetto.

Subito, tra l’altro, si pose fine al conflitto civile, permettendo a larga parte della classe dirigente, penso a tutta la burocrazia statale, di riciclarsi da un giorno all’altro. Un cervello di primissimo ordine come Togliatti avvertì il rischio dell’ennesimo ciclo gattopardesco, ma capì anche che la stragrande parte della popolazione fino a due anni prima era fascista. Non poteva epurare un popolo. Anche la Resistenza, dunque, fu un fenomeno limitato e parziale. Eppure gli effetti si sono visti per decenni. Intanto quella classe dirigente, uscita dalla guerra, si era forgiata in 20 anni di fascismo e di lotta clandestina. La lotta politica si faceva con l’Ovra che ti bussava alle porte. Ci sono stati Togliatti, Pertini, Nenni. E Sturzo, De Gasperi, Andreotti. Solo per citarne alcuni. Insomma, la frattura violenta, la lotta al fascismo, ci ha regalato 20, forse 30 anni di una classe dirigente di livello superiore. Non voglio fare un trattato storico, ma il fatto che adesso ci si contenda un Pisapia qualsiasi per vincere le elezioni la dice lunga. Siamo ripiombati nella mediocrità. A tutti i livelli. E lo stato di assoluto sfacelo in cui si trova il nostro sistema scolastico non fa ben sperare per il futuro. Addirittura promuoviamo la mediocrità, la formiamo. Non la subiamo solamente.

E lo paghiamo a maggior ragione nel mondo globale dove la mancanza di qualità la paghi duramente. Siamo come in un gara di Formula Uno dove la differenza la fanno i particolari. Basta una ruota montata in ritardo di pochi decimi di secondo e la gara è perduta. Ecco, noi la ruota ce la siamo persa per strada. Sarà anche disperante, ma secondo me bisogna avere ben chiaro il problema per provare a trovare la via d’uscita. Escluderei di dichiarare guerra a qualcuno, mi sembra una soluzione troppo estrema. Ma un qualcosa dovremo pur inventarcelo, una sorta di selezione sociale che ci porti davvero a un modello in cui ciascuno sia messo nelle condizioni di dare davvero un contributo a seconda delle sue capacità. Non è una questione di promuovere il merito. Da noi si parla di merito quando si vuole mascherare la promozione dell’amico dell’amico. Da comunista sono per l’eguaglianza delle possibilità, poi potremo anche parlare di come premiare il merito.

Io credo che questo sia il nodo vero che l’Italia deve affrontare: come si esce dalla mediocrità, come si premiamo le intelligenze rispetto ai servilismi. Come, in una frase sola, si riesce a cambiare la cultura di un popolo. Questo, per me, è il lavoro che dovrebbe fare, innanzitutto, la nuova sinistra. Creare una società in cui le individualità sono coltivate, le intelligenze sono incoraggiate e stimolate. Ecco io la farei una discussione su questi temi, non sarà la realizzazione del socialismo, ma francamente sentire soltanto parlare di come si eleggono delegati al nulla mi ha un po’ stufato.

Tre mesi da vivere pericolosamente.
Il pippone del venerdì/34

Nov 24, 2017 by     No Comments    Posted under: Il pippone del venerdì

Se la data delle elezioni sarà, come dicono, intorno a metà marzo abbiamo di fronte a noi tre mesi o poco più. Io non sono uno di quelli che considera questo appuntamento una sorta di armageddon dove si decideranno i destini dell’umanità. Tutt’altro. Anche perché, diciamolo chiaramente, con tutta probabilità non si avranno maggioranze certe, anche grazie a questa legge elettorale pasticciata che non prevede né coalizioni né un premio di maggioranza. Si è partiti dicendo che gli italiani avrebbero dovuto sapere fin dalla serata chi aveva vinto, finirà che avranno vinto tutti e non avrà vinto nessuno. All’italiana appunto. Fatta questa premessa, però, è ovvio che la nuova sinistra – che proprio in queste ora affronta il battesimo nelle assemblee che si stanno svolgendo in tutte le città d’Italia – dovrà affrontare una prova severa. Senza avere il tempo per farsi davvero movimento di popolo.

Possiamo anche prenderci in giro e mi direte che sono cinico e che con il cinismo non si prendono i voti. Ma un sano realismo serve proprio, invece, a prendere le misure del problema e a cercare le soluzioni. Breve analisi della situazione, dunque.

Punto primo: abbiamo perso 8 mesi appresso a Pisapia (peso elettorale 0.5 per cento) perché ci serviva una figura “federante” che non avesse l’immagine consumata dagli scontri, dalle sconfitte. Insomma la storia la sapete. Quando ci siamo accorti che ci stava prendendo in giro, abbiamo fatto una brusca accelerazione. Pronti, via. Ed è partito il fuoco “amico” dei cosiddetti civici riuniti nell’ormai mitico “percorso del Brancaccio” che ci hanno accusato di fare un percorso verticista, tutto di ceto politico eccetera eccetera. Insomma sapete anche questa di storia.

Punto secondo: malgrado tutto ci siamo. Assemblee in tutte le province, si discute, spero che ovunque si trovi un accordo non preconfezionato ma nell’assemblea stessa sui nomi delle persone da delegare all’appuntamento nazionale. E che tutto si svolga in un clima positivo. Ne abbiamo bisogno. Non sarà un percorso di popolo, ma non è neanche un percorso verticistico. In questo fine settimana ci saranno decine di migliaia di persone, in tutta Italia, che passeranno giornate a discutere sui contenuti. Persone che, in larga parte, non aderiscono a nessun partito esistente, non hanno interessi personali da mettere in gioco. Vogliono solo partecipare, ascoltare, dire la loro. Vogliono capire (perché in questa fase siamo) se è il caso di uscire dal bosco per impegnarsi. Chi, come me, non vive di soli social ma un po’ di antenne sul territorio ce l’ha, percepisce un clima di attesa, di grande interesse. Capisco che i giornali sono appassionati di polemicucce, ma questo non avveniva da decenni e dargli uno sguardo non sarebbe male. C’è chi fa le primarie, è vero, ma quelle non sono un momento democratico di partecipazione, sono una semplice conta fra chi ha le truppe più allenate. La partecipazione, la politica direi, è altra cosa.  E’ un po’ come se un pezzo non piccolo dell’elettorato ci stesse dicendo: ora, io non mi fido di voi, grazie ai vostri errori ci troviamo sostanzialmente all’anno zero della sinistra in Italia, ma sto qui a vedere se questa volta avete capito davvero. Non mi fido di voi, ma sono qui. Fatemi vedere di cosa siete capaci.
Attenzione dunque a quello che facciamo.

Punto terzo: il percorso che siamo riusciti a mettere insieme fin’ora è comunque fragile. Mi sembra che la sinistra sia come quelle squadre di calcio che prendono sette goal in una partita e che perdono completamente la fiducia. Alla partita successiva non riescono a fare neanche un passaggio di quelli elementari. E dunque, essendo un percorso fragile, va maneggiato con cura. Va nutrito e protetto. Dobbiamo arrivare all’assemblea del 3 dicembre avendo posto le basi per creare una nuova comunità: quell’appuntamento dovrà dire cose chiare, dare linee programmatiche, scoprire il nostro simbolo e, mi pare di aver capito, indicare anche il nostro leader, una sorta di presidente di garanzia (e ho detto tutto). Bene. Ma dovrà dire una cosa chiara: ci impegnamo a non tornare indietro. Le nostre casette di provenienza stanno ancora lì, ma da oggi ne costruiamo una che sia di tutti quelli che sono qui oggi e di tutti quelli che arriveranno domani e dopodomani.

Questo secondo me resta il nodo di fondo e il mio cruccio di questi mesi. Non siamo riusciti –  ancora – a fare questo passo in più, che sembra piccolo ma è fondamentale. Io ho deciso di uscire dal mio personale ritiro per questo. Perché quando è stato costituito Articolo Uno il mantra che ho sentito ripetere ossessivamente è stato: noi nasciamo non per costruire un nuovo partitino, ce ne sono già abbastanza, ma per ricostruire la sinistra italiana. Non ce l’abbiamo fatta – e forse era una sorta di missione impossibile – ma questa deve restare la nostra stella polare.

Ora, fatte queste brevi premesse, provo a spiegare il titolo di queste mie considerazioni settimanali: saranno tre mesi da vivere pericolosamente. Si capisce fin d’ora quale sarà tema di fondo di questa campagna elettorale. Malgrado i tentativi disperati del Pd di uscire dalla tenaglia scaricando su di noi le ragioni del disastro che lo attende, sarà la disfida fra Di Maio e Berlusconi. Nella sua senile ingenuità lo ha esplicitato bene Scalfari. Una sorta di tenaglia che cercherà di strangolare sul nascere la nostra nuova forza politica. Se ne esce con due mosse: intanto questa lista – lo so mi ripeto come un disco rotto – deve vivere non nelle istituzioni ma nei territori. Dalle nostra assemblee provinciali deve uscire forte un messaggio: costruire comitati unitari in tutti i quartieri delle città, in tutti i comuni delle province. Facciamoci vedere tutti i giorni, stampiamo migliaia di bandiere e chiediamo ai nostri militanti di metterle alle finestre. Ci siamo e dobbiamo farlo vedere. Seconda mossa: poche proposte chiare, secche. Direi radicali. Faccio un esempio: non possiamo dire l’alternanza scuola lavoro non funziona, la dobbiamo modificare e giù 4 cartelle per spiegare come. Dobbiamo dire: la scuola – salvo quelle professionali – non deve formare al lavoro, deve formare le coscienze. Dunque aboliamo l’alternanza scuola lavoro. E così sui diritti, sull’ambiente, sul lavoro. Chiarezza e radicalità della proposta. E poi i valori. Diamo un orizzonte ideale necessario a risvegliare le passioni. La politica è anche passione.

Lasciamo perdere, e la finisco qui, la contesa quotidiana sul voto utile. C’è un sistema quasi interamente proporzionale. Siamo stanchi di votare il meno peggio per mera paura. Ognuno pesi la sua proposta nel modo più democratico possibile: con il voto. Poi non è che ricominceremo con le trattative, i caminetti. No. Poi ci ritroveremo nell’unico luogo dove si confrontano le proposte e – se si può – si trovano le sintesi: il Parlamento. Ecco, siccome il nostro compito era troppo  semplice, secondo me ce ne dobbiamo assumere anche un altro: spiegare che dobbiamo tornare a dare centralità al Parlamento. A chi ci dice che servono decisioni rapide, che questo mondo, la globalizzazione e via dicendo, ce lo chiedono, possiamo rispondere che con questa strada siamo arrivati al disastro di oggi. Serve più politica e non meno politica.

Insomma, cari compagni, amici, simpatizzanti, abbiamo tre mesi complicati. Tre mesi in cui tutti passeranno le giornate a gettarci fango addosso (sono ottimista sulla natura della materia che ci pioverà da tutte le parti), quindi nervi saldi e scarpe comode. Avanti!

Fatevene una ragione: la sinistra alle elezioni ci sarà.
Il pippone del venerdì/33

Nov 17, 2017 by     No Comments    Posted under: Il pippone del venerdì

Come avevamo previsto (non ci voleva di certo Nostradamus), una volta avviato il percorso per arrivare alla lista unitaria della sinistra si sono messi immediatamente in azione gli sfasciatori di professione. Quelli specializzati – perdonate la volgarità – nella martellata continue sugli attributi (i propri) senza sbagliare un colpo. Mai.

Ultimo, ma solo in ordine di tempo, è arrivato Bertinotti. Una sorta di specialista del genere. Ha pontificato dall’alto dei suoi successi indiscussi: “La sinistra alle elezioni non si deve proprio presentare”. Non ho letto, francamente, le spiegazioni, sicuramente alte, sicuramente filosofiche. Prima di lui era partito alla carica il duo del Brancaccio annullando la prevista assemblea del 18: colpa dei partiti cattivi. Poi, una volta che si è precisato il percorso e il regolamento delle assemblee locali che precederanno l’appuntamento nazionale del 2, sono scattati quelli della virgola. E il regolamento non va bene, non si garantisce la partecipazione popolare, è tutto appaltato ai partiti: serve il civismo. Spunta perfino un nuovo appuntamento convocato per il 18 dicembre, firmato Potere al popolo. No comment. Intanto riappare sulla scena perfino Ingroia. Si è dato all’ippica, sarà contento Crozza.

Dall’altro lato è partito il tentativo del mediatore culturale (la definizione non è mia, la prendo in prestito dal mitico compagno D’Avach). Renzi ha preso da parte Fassino gli ha detto: con quelli parlaci tu che sei di sinistra. Fassino si è attaccato al telefono. Speriamo per lui che abbia un abbonamento di quelli tutto compreso. Si sa già che, se gli va bene, convincerà al massimo un pezzetto del campetto di Pisapia, ma va bene così: l’unico scopo di tutta l’operazione è dimostrare quanto siamo settari, trinariciuti e perfino un po’ zozzoni. Lo chiamano il gioco del cerino, da quei fiammiferi in uso lustri fa, famosi perché ti bruciavano le dita perché erano flessibili e molto corti.

Ora, poi magari proverò anche a entrare nel merito seppur l’esercizio sia abbastanza ozioso, ma una domanda mi si agita nelle viscere prepotentemente: ma di tutto questo chiacchiericcio, se si escludono tre o quattro tastieristi da social network, interessa a qualcuno? Io direi di no. Al massimo può ingrossare, per noia, le già pingui file degli astensionisti.

La cosa che vorrei evidenziare è un’altra: i critici del progetto unitario, sia quelli del genere A che quelli del genere B, dicono che su quella strada non andremo da nessuna parte. E allora perché tanto affanno, perché mobilitare tanta intellighenzia, quasi una tenaglia che quotidianamente tenta di tagliare i fili che, pazientemente, stiamo provando a trasformare in rete? Io credo che tutto questo, con le sue contraddizioni, i suoi limiti, faccia paura. La mia tesi la conoscete: sono decenni che un pezzo di sistema politico-imprenditoriale lavora per eliminare la cultura “comunista italiana”, sintetizzo così che capiamo tutti cosa intendo. E il lavoro continua senza sosta. Appena proviamo a rialzare la testa, avete presente il gioco con gli scoiattoli e il martellone? Beh, succede la stessa cosa. Mazzate.

Provo a rimettere due o tre ragionamenti in fila. La partita che stiamo giocando non solo è uno spareggio per accedere al campionato. Ma è anche l’ultima occasione che abbiamo. Per recuperare quella credbilità perduta negli anni. Dalla improvvida svolta della Bolognina a quando abbiamo subappaltato a Prodi e Parisi i nostri destini. Fisso questi due momenti per comodità. Ma se vogliamo essere meno didascalici direi: da quando abbiamo rinunciato alla nostra autonomia culturale e ci siamo piegati a rincorrere i paradigmi che ci imponevano le forze capitaliste. Abbiamo accettato di combattere sul loro campo da gioco. Chiusi nella difesa delle conquiste del passato. E la palla non l’abbiamo toccata mai o quasi.

Autonomia culturale. Per me la chiave per ricostruire un partito (dico partito perché a me sta storia dei campi – democratico o progressista che dir si voglia – non mi convince proprio) è questa. Il percorso, che avrà nell’assemblea del 2 dicembre il suo punto di partenza e non di arrivo, a questo deve mirare. E avrà anche tutte le incertezze e le magagne che derivano dalla debolezza di chi lo avviato. Ma teniamocelo stretto questo percorso. E poi magari rendiamolo coinvolgente e democratico. Ma non affossiamolo.

Che poi, visto che io dal 2015 propongo i caucus – le assemblee decidenti – come mezzo democratico alternativo alle primarie, non mi dispiace neanche lo strumento proposto. Provo a entrare nel merito, appena un po’: si fanno le assemblee provinciali, dove possono partecipare tutti, sottoscrivendo il documento programmatico unitario e versando un contributo. Si interviene, si discute, si emenda. Poi, in ragione del numero di abitanti si eleggono i delegati. Sono previste sostanzialmente due forme. La presidenza (una sorta di commissione elettorale da vecchio congresso) prova a elaborare una lista unitaria. Se non ci riesce, si raccolgono le firme (almeno il dieci per cento dell’assemblea) e si presentano liste alternative. Io credo che ci sia lo spazio per rappresentare ampiamente non solo i partiti firmatari, ma anche esperienze locali, associazioni, movimenti. Basta rappresentare qualcosa, avere un minimo di consenso. Io non credo ci sarà bisogno di arrivare alla classica “conta”, che poi, se ragionate bene, è la sconfitta della politica, certifica l’incapacità di trovare un equilibrio attraverso il confronto.

Quanto invece al tentativo del grissino torinese, la tentazione di ricorrere a un classico ciaone è molto forte. Perché tanto l’esito non potrà che essere quello. C’è troppa distanza non tanto programmatica, ma culturale (si, lo so sono fissato) tra noi e il Pd. Il che non vuol dire che non ci si possa alleare né ora né mai. In politica sarebbe meglio evitare le dichiarazioni assolute. Vuol dire semplicemente che due culture politiche differenti, due proposte politiche distanti hanno il dovere di presentarsi agli elettori per verificare la loro solidità e il consenso che generano. Tutto qua. Questo porterà a perdere le elezioni? A consegnare il paese alle destre? Se avranno la maggioranza degli italiani ce ne dovremo fare una ragione. La democrazia funziona così. Non sarà un’alleanza basata soltanto su una ipotetica convenienza elettorale a cambiare il risultato delle urne. Un risultato provocato dalle politiche seguite in questi anni. Uniti si perde, Bersani lo ha spiegato con grande chiarezza, non ci torno su.

Del resto ci abbiamo provato. Ci siamo turati il naso e siamo andati insieme in decine di Comuni. Li abbiamo persi tutti. E anche questa volta io credo che la separazione non sarà generale. Nelle situazioni locali dove ci saranno le condizioni, politiche e programmatiche, e dove si troveranno gli uomini adatti a unire, non ci tireremo indietro. Non siamo sfascisti, non abbiamo la cultura minoritaria del tanto peggio tanto meglio.

Ma a livello nazionale serve un grande bagno elettorale. C’è l’esigenza per tutti di lavarsi le vesti nel grande mare delle urne. Vedremo se la nostra proposta sarà così residuale come dicono. Io sono convinto che ci sia lo spazio per un risultato importante, che costituisca la base solida per costruire un nuovo partito. Di sinistra. Socialista direi. Per il momento va bene qualsiasi nome, anche il banale Libertà e uguaglianza circolato nei giorni scorsi. Magari facciamo il contrario, Uguaglianza e libertà, che almeno non è cacofonico e si riesce a pronunciare bene. Io avrei scelto “La sinistra”. Con l’articolo davanti a rafforzare il concetto. Ma siccome non sono uno di quelli delle virgole: fate voi.

Come si dice a Roma, le chiacchiere stanno a zero: stampiamo bandiere e volantini con poche proposte radicali e chiare. E riempiamo con le nostre bandiere (spero ci sia una robusta dose di rosso) le strade di ogni città. Dal 3 dicembre questo va fatto. Assemblee in ogni quartiere, comitati unitari, tornare nelle fabbriche, nelle scuole. E poi, come diceva un grande comunista, compagni al lavoro e alla lotta. Casa per casa.

Fatevene una ragione. La sinistra ci sarà.

Roma, Capitale a scartamento ridotto.
Il pippone del venerdì/31

Nov 3, 2017 by     No Comments    Posted under: Il pippone del venerdì

Premessa doverosa: per una volta invidio i cittadini siciliani che domenica sono chiamati ad eleggere il presidente della Regione. Li invidio perché hanno la fortuna di poter votare Claudio Fava, uno dei miti della mia giovinezza. Uomo con la schiena dritta, non tanto un simbolo della lotta alla mafia, ma un pezzo vivente di quella lotta. Uno che, insieme al gruppo del settimanale “I Siciliani”, la mafia l’ha combattuta quando non si poteva neanche nominare. Quando i giornali di Catania rispettavano ossequiosi i quattro “cavalieri del lavoro”, Pippo Fava diceva apertamente che erano mafiosi. Insieme a lui c’era quel gruppo di giovani coraggiosi, dal figlio a Riccardo Orioles a Michele Gambino che poi ho avuto la fortuna di conoscere nell’esperienza romana di Avvenimenti. Ma fra i Siciliani e Avvenimenti c’era stato l’assassinio di Pippo Fava, le vite a rischio degli altri giornalisti, alcuni dei quali costretti a scappare all’estero per anni. Un grande giornalista ma soprattutto, lo ripeto, un uomo con la schiena dritta. La Sicilia ha bisogno di uscire dalla eterna ammucchiata dei compromessi se vuole pensare a un futuro differente. E con Fava presidente ne ha l’opportunità. Non la sprecate.

Che c’entra con il titolo? Nulla o forse molto. Perché Roma, in condizioni differenti, mi sembra avviata verso lo stesso declino a cui – lo dico da osservatore lontano, ma sempre attento a quello che succede a quelle latidunini  – l’isola del sud è soggetta da troppo tempo. Le varie “primavere” siciliane rischiano di essere soltanto pallidi intermezzi. Tagliamo corto, ne ho già ampiamente parlato un anno fa, ma mi ha stimolato l’intervento di Massimo D’Alema che, concludendo una iniziativa di Articolo Uno,  ha dato una definizione sferzante della situazione: “Roma – ha spiegato – rischia di non essere più la capitale d’Italia, ma la capitale del mezzogiorno”. Una definizione che è un po’ un cazzotto nello stomaco. Un cazzotto salutare, ma per sempre una botta violenza. D’Alema, in sostanza divide l’Italia in due, immagine non nuova ma che torna d’attualità, per dire che Roma non segue più la parte più virtuosa del Paese, ma si ritrova a guidare quella che arranca, quella in cui il degrado vince sulla bellezza. Quella si arrende al declino. Da un lato Milano, tornata la città rampante degli ultimi decenni del secolo scorso, in cui lo sviluppo, economico e culturale è impetuoso. Dall’altro Roma che perde pezzi come l’asfalto delle sue strade massacrate dall’incuria.

La definizione mi ha particolarmente impressionato per una ragione anche personale. Come molti sanno dal 2001 al 2007 ho lavorato come responsabile della comunicazione al gruppo dei Democratici di sinistra del Lazio, curando contemporaneamente anche la comunicazione del partito regioanel. E mi sono trovato, lavorando spesso alle relazioni del segretario, Michele Meta, a usare l’immagine di una regione al bivio, in bilico, fra le due italie. Regione e non città, perché avevamo ben chiaro che una grande capitale non è solo una città, ma è una Regione intera. Sia dal punto di vista economico e sociale che politico. Avvertivamo il rischio, insomma. E indicavamo anche le soluzioni: la città della tecnologia e della comunicazione, lo sviluppo dell’Information and communications technology, l’aerospaziale, il settore farmaceutico. E ancora: la rete della conoscenza e della ricerca basata sulla necessità di mettere a sistema le grandi istituzioni universitarie del centro-sud, il turismo, l’opportunità rappresentata dalla linea ferroviaria ad alta velocità che si stava completando in quegli anni.

Varrebbe forse la pena riprendere quella riflessione, perché rappresenta un po’ un libro delle occasioni perse. A oggi succede l’esatto contrario di quello che auspicavamo: Roma perde pezzi ogni giorni. Da Sky emigrata a Milano insieme ad altre redazioni importanti, alla ricerca farmaceutica che ha sempre meno casa a Pomezia, alla Tiburtina Valley eterna incompiuta che è persino difficile da raggiungere grazie alle strade iniziate e mai finite.  Roma ha vissuto anni impetuosi dalla metà degli anni ’90 all’inizio del nuovo secolo. Era la locomotiva d’Italia, la sua economia cresceva il doppio rispetto al resto del Paese. C’erano insomma basi importanti sulle quali chi governava quei processi – ovvero il centrosinistra – non è riuscito a costruire un modello di sviluppo, quel modello che pur avevamo intuito e tratteggiato in tanti convegni.

E’ bastato il combinato disposto della crisi economica unita ad anni di amministrazioni comunali incapaci di intendere e di volere, per svelare quanto quella crescita fosse effimera. Legata a un fiume di finanziamenti pubblici che poi si sono interrotti. Ai giubilei, alle manifestazioni sportive. Ecco, in questo vedo un parallelo profondo con la situazione siciliana, una regione intera che per cento anni è vissuta così, con un flusso ininterrotto di finanziamenti dallo Stato centrale che tutto copriva e tutto metteva a tacere. Tutti avevano un posto pubblico. Un posto sicuro. Poco importa che fosse improduttivo o che, nei casi peggiori, fosse in gran a parte un territorio a gestione mafiosa. Non è un caso che a Roma la penetrazione delle organizzazioni criminali sia diventata sempre più profonda. Basta guardare le insegne dei ristoranti e dei bar.

Né la Regione, amministrata sicuramente meglio in questi anni, è riuscita a sopperire al disastro delle amministrazioni Alemanno, Marino, Raggi. Stiamo continuando a rotolare lungo una china. Nella quale il romano è tornato a essere quel personaggio un po’ indolente che Sordi ha saputo descrivere nei suoi film con tanta profondità. Indifferente, apatico, incapace persino di ribellarsi. Anche le esperienza civiche, dai comitati di quartiere alle tante realtà associative, mostrano tutti i loro limiti. Perché possono essere spalle importanti per arrivare dove una buona amministrazione non riesce ad arrivare, ma non possono sostituirsi ad essa.

Ecco, io credo che Roma possa ripartire, possa tornare a essere Capitale d’Italia e non dell’Italia di serie B, soltanto se unisce questi due fattori: una classe politica (Comune e Regione insieme) meno peracottara di quella attuale, ma soprattutto una nuova coscienza civica. Serve una vera e propria rivoluzione culturale che scuota questa città indolente. Fa impressione vedere ragazzi arrivati da lontano che puliscono le strade e chiedono in cambio qualche moneta per tirare avanti e i negozianti (ma anche i condomini) che se ne fregano se qualcuno riempie la strada davanti alle loro attività di materassi, frigoriferi e rifiuti vari. Poi servirà anche il resto, a partire da un nuovo modello di governo della città. Più decentramento vero, una dimensione non più limitata a Roma, ma che comprenda anche l’area metropolitana. Una vera rivoluzione nelle istituzioni e non la presa in giro architettata da Renzi e Delrio. Tutto vero. Ma se insieme non ci sarà una rinascita dei romani sarà l’ennesima primavera effimera. Verrà magari anche l’estate, ma poi tornerà inesorabilmente l’inverno. Se la riflessione della sinistra non riparte da qui non basteranno mille convegni. Saremo sempre una capitale a scartamento ridotto, lontani da quelle grandi realtà europee a cui guardavano Rutelli e Veltroni, gli ultimi due sindaci di Roma.

Il mio sogno impossibile: andare in pensione.
Il pippone del venerdì/30

Ott 27, 2017 by     No Comments    Posted under: Il pippone del venerdì

Premessa doverosa: non tiratemi per la giacchetta non parlo di Grasso né di possibili futuri leader della sinistra. Non era un sabotatore delle istituzioni quando ha subito la fiducia imposta da Renzi sulla legge elettorale, non è un eroe adesso che ha tratto le conseguenze lasciando il gruppo del fu Pd. Una persona coerente. Certo di questi tempi non è poco, ma lasciamolo in pace. Quello che succederà in futuro lo scopriremo.

Parliamo del nostro di futuro, di quello concreto di tutti noi. Non per personalizzare, ma la dico semplice: mobbizzato e costretto in un sottoscala da un’amministrazione pubblica che si riempie la bocca di parole come merito e capacità, ma poi premia la prontezza della lingua più che della penna, non ho davvero ambizioni di carriera. Chiedo solo di essere lasciato in pace e di poter arrivare serenamente alla pensione, senza troppe rotture di scatole.

Ecco, la pensione. Da ragazzo, ingenuamente, pensavo che ci fosse una specie di contratto con lo Stato: quando comincio a lavorare so che dopo un certo numero di anni, prefissato, avrò una pensione che sarà pari a una certa cifra, determinata da parametri precisi, predefiniti anche questi. Non è un regalo dello Stato generoso, badate bene, perché per tutti gli anni che uno lavora versa una determinata cifra ogni mese, in percentuale sul suo stipendio, che viene messa da parte proprio per pagargli la pensione quando sarà il momento.

Quando ho cominciato a lavorare c’era ancora il sistema retributivo, in sintesi la pensione era calcolata non su quanto effettivamente versato, ma sullo stipendio degli ultimi anni di attività. Potrebbe sembra un sistema ingiusto, ma era pensato per tutelare chi – e in Italia non erano e non sono pochi – prima di avere uno stipendio regolare con regolari versamenti dei contributi aveva lavorato per decenni in nero o con formule variamente precarie. Per non farla troppo lunga, da quel momento, le regole sono cambiate una decina di volte. Una volta si passa al sistema contributivo, la volta dopo si allunga il tempo che uno deve lavorare, poi ancora si inseriscono complicati calcoli da fare considerando sia l’età che il numero di contributi versati. Ora siamo arrivati all’età variabile. Ovvero l’età a cui si va in pensione cambia a seconda dell’aspettativa media di vita calcolata dall’Istat. Se si allunga l’età sale, se si accorcia resta la stessa. Un po’ come il prezzo della benzina, che aumenta sempre anche quando il costo del petrolio diminuisce. Come se uno scalatore arrivasse alla cime a gli aggiungessero ogni volta una decina di metri in più.

Il mio professore di demografia all’università ci guardava con occhi comprensivi e ci spiegava: “Voi siete la generazione più sfortunata, siete gli ultimi del boom delle nascite e quindi avrete difficoltà enormi a trovare lavoro, ma siccome dopo di voi il dato delle nascite crolla non andrete mai in pensione perché non si sarà una base di contribuzione abbastanza ampia per garantirla a tutti”. Le condizioni in realtà sono un po’ cambiate, c’è stata una forte immigrazione a colmare quel vuoto nelle nascite. C’è stata la globalizzazione, la rivoluzione informatica. Insomma il mondo si è rivoltato, ma quella profezia si sta tristemente rivelando esatta. Perfino ottimistica.

Sì, ottimistica, perché qui non solo non ti mandano in pensione, ma ti prendono anche in giro. Ti dicono che campi di più e quindi deve lavorare di più, senza per altro fare distinzioni: la statistica è quella, prendere o lasciare. Poco importa se poi tu, personalmente, stai bene o stai male, hai fatto per una vita il minatore piuttosto che quello che conta il passaggio dei gabbiani davanti al faro di Malibù. Niente pensione.

Poco importa se il tuo posto di lavoro potrebbe essere occupato da uno di quei giovani per cui l’occupazione resta un miraggio. Poco importa se sei rincoglionito e alcuni lavori non puoi proprio sostenerli per impossibilità fisica o intellettuale. Si lavora fino a 67 anni. Per ora. Quando arriverete a 67 anni ne riparliamo.

Io credo sia una vera e proprio truffa, alla quale dovremmo tutti ribellarci. Ma non con uno scioperetto, no, una ribellione vera. Tutti davanti al Parlamento fino a quando non cambiano quella norma infame. Tutto il paese bloccato, senza fasce di garanzia, precettazioni o limiti vari. Come fanno nelle altre nazioni europee. Quando c’è da protestare si protesta. Senza chiedere il permesso.

Per oggi la finisco qui. Sono un po’ più breve del solito, mi perdonerete. Ma l’età avanza e anche il pippone ne risente. Del resto anche i vostri occhi non sono più quelli di una volta.

I populismi, i supposti argini e il vero voto utile.
Il pippone del venerdì/29

Ott 20, 2017 by     No Comments    Posted under: Il pippone del venerdì

Sto leggendo in questi giorni un libro di Giorgio Amendola, trovato su ebay per pochi euro, che racconta la storia del Partito comunista italiano dal 1921 al ’43. Doveva essere il primo capitolo di un lavoro più complessivo, ma non ne ebbe il tempo. Di lui ho sempre apprezzato una grande capacità di raccontare i fatti più complessi in maniera chiara, intrecciando le vicende personali con gli avvenimenti più generali. Non freddi saggi, insomma, ma la storia che diventa concreta, che scende dalle cattedre universitarie e si colora di facce, persone,  passioni. In questo suo lavoro, meno romanzato rispetto ad altri, trovo la stessa facilità di racconto, unita al solito rigore nell’analisi.

Arrivo al punto. Una cosa mi colpisce sempre quando leggo qualcosa che riguarda la storia del Pci: la distanza fra il racconto dei protagonisti e la narrazione che degli stessi avvenimenti veniva rappresentata dai mass media. Mentre nella storiografia spesso si ritrova la descrizione di un partito e un gruppo dirigente chiuso e dipendente da Mosca, sia leggendo Togliatti, che Amendola, ma anche Ingrao, si percepisce sempre, sia pur nelle posizioni spesso differenti, un sentiero comune di tutt’altra natura: il bene del Paese. Questa sorta di stella cometa ha sempre guidato il gruppo dirigente dei comunisti italiani per settant’anni. Più che il destino personale, quello del Partito, contava il destino complessivo dell’Italia. E lo stesso progresso dei lavoratori, degli ultimi, dei proletari, veniva visto come condizione necessaria per il miglioramento del Paese.

Quando quella storia, quella del Pci, finisce si perde anche questo senso comune che aveva caratterizzato quella comunità? Sicuramente non è più stato quello il filo conduttore delle forze della sinistra. Di quel pensiero si ritrovano tracce, anche importanti. Penso, ad esempio, al Bersani che sostiene Monti, convinto che andare alle elezioni senza aver prima messo in sicurezza i conti sarebbe stato un disastro per l’Italia. Non ho condiviso quella strategia, Monti non era la medicina giusta, ma quella era la ragione. Perché una parte importante della classe dirigente della sinistra quel marchio di fabbrica ce l’ha impresso nel Dna.

Per questo mi capita, in questi giorni, di chiedermi cosa convenga davvero fare oggi per il bene dell’Italia. E credo anche che sarebbe bene che partissimo proprio da questa riflessione nel processo della ricostruzione della sinistra. Questa per me è la strada per ritrovare una connessione, anche emotiva, con il nostro popolo. Perché altrimenti si rischia di essere percepiti come quelli che si mettono insieme solo per riportare qualche deputato in Parlamento. E se questo è non si raggiunge neanche questo obiettivo francamente non particolarmente attraente.

E credo anche che sia una riflessione da fare a maggior ragione in questi giorni in cui l’offerta politica italiana appare in tutta la sua miseria. C’è una destra che si unisce per ragioni di potere dietro l’effige stinta di Berlusconi, dove la voce di Salvini è sempre più forte, ci sono i 5 stelle che a parole sono rivoluzionari ma quando governano si dimostrano soltanto apprendisti pasticcioni, c’è un centro che si affida a Renzi, forse il più populista della compagnia. Si odono sinistri scricchiolii a destra con l’avanzata dei fascisti veri e propri, di cui abbiamo già parlato.

Le vicende di questi giorni non sono altro che una conferma delle riflessioni di questi anni. Renzi si proclama a parole unico argine al populismo parolaio e poi ne usa gli strumenti a piene mani. Al di là del giudizio su Visco, sicuramente non univoco, la sgrammaticata mozione del Pd rappresenta uno schiaffo alle istituzioni. Il paradosso è che chi è fra i responsabili degli scandali che hanno colpito i risparmiatori negli ultimi anni si erge a paladino degli stessi andando a mettere sotto accusa l’organismo che sulle banche ha esercitato un’azione costante di controllo, sia pure con ritardi e omissioni, evitando guai peggiori. Insomma, invece che perseguire i malfattori si perseguono i controllori. Si indebolisce la Banca d’Italia, la sua indipendenza sancita dalla Costituzione.  Per qualche voto in più si mette a rischio una istituzione essenziale. La stessa cosa che rimproveravamo a Berlusconi, le stesse critiche che da sempre muoviamo a Grillo.

Anche a voler ignorare le inchieste giudiziarie in corso, questo modo di fare politica è di per sé un danno per il Paese. Perché non di discosta minimamente da quel populismo che vorrebbe combattere. Si fa forcaiolo quando il vento tira da quel lato, razzista quando le tensioni sui migranti fanno ondeggiare l’opinione pubblica, stucchevole nella sua deferenza verso i potenti, arrogante con i sindacati e gli studenti. Unico scopo è l’affermazione personale, la gestione del potere fine a se stessa.

Io resto convinto che fosse sbagliato il progetto stesso del Pd, ma ai Veltroni, ai Prodi, ai Franceschini, ai Gentiloni vorrei chiedere ugualmente: ma era questo il partito che sognavate? La famosa vocazione maggioritaria voleva dire che pur di raccattare un voto in più si può fare tutto? E pur di salvare qualche posticino in parlamento per voi e la vostra corrente siete disposti a digerire tutto?

Ecco, il bene del paese: cosa è oggi il bene del Paese? Arginare i populismi. Bene. Io credo che siano due le condizioni necessarie. Per prima cosa ricostruire un campo della sinistra. Senza altri aggettivi, radicale, di governo, riformatrice. La sinistra e basta. Quella che parte dalla cultura del bene comune e che non a caso in questi anni è stata costantemente sotto l’attacco concentrico di tutti. Per seconda cosa deve morire il Partito democratico, deve esplodere questo contenitore malato che ancora ingabbia e illude tante energie positive.

Solo ricreando una sinistra forte e autorevole e un partito che rappresenti i moderati, si può davvero mettere un argine ai populismi che sembrano oggi inarrestabili. Non è un compito che si esaurisce in due o tre mesi, lo dico da troppo tempo. Ma è essenziale che si cominci adesso a costruire un campo differente. Ognuno a casa sua. Noi dobbiamo lavorare per dare voce a quel popolo di sinistra che ormai puntualmente resta a casa a ogni elezione. I Veltroni, i Prodi devono abbandonare Renzi al proprio destino e dare vita a un nuovo progetto moderato con il quale poter interloquire.

Se ci ritroviamo su questi obiettivi è anche più facile capire cosa fare, sia a livello nazionale che a livello locale, dove bisogna lavorare per isolare il giglio magico e rafforzare le energie che in modo manifesto si dichiarano alternative, anche dentro il Pd. Questo sarà il vero voto utile.

Le elezioni, in questo quadro, sono un passaggio obbligato ma non dirimente. Un passaggio che può aiutare questo grande big-bang, questa complessiva scomposizione e ricomposizione su basi nuove che serve alla rinascita di un sistema politico che ormai è solo un danno per l’Italia, per noi tutti.

Serve una sinistra autonoma e socialista. Facciamola.
Il pippone del venerdì/28

Ott 13, 2017 by     No Comments    Posted under: Il pippone del venerdì

Era il due giugno scorso, ovviamente un venerdì, e scrivevo che Pisapia rappresentava l’ultimo killer mandato a eliminare quel che restava della tradizione dei comunisti italiani. Da allora sono passati quattro mesi e la convinzione si è rafforzata, devo dire che nelle ultime settimane mi è parso di non essere più il solo a pensarla in questa maniera. Con sollievo. Scrivo questo non tanto per un classico “ve l’avevo detto”, quanto per un più incazzato “possibile che non ve ne siete accorti prima?”. Abbiamo buttato sei mesi nel secchio, con tutti i giornali che adesso ci sparano contro a pallettoni: siamo la sinistra residuale, minoritaria, mera testimonianza, litigiosa, un partitino del 3 per cento. Qualcuno parla addirittura di spaccatura in Articolo Uno, visto che un pezzo dei parlamentari iscritti al gruppo erano in realtà legati a Campo progressista. Non se ne può più. Pagine e pagine dedicate alla “scissione degli scissionisti”.

Che poi non si capisce bene: se siamo davvero così residuali da arrivare a malapena al 3 per cento, perché darsi tanta pena, mobilitare tante brillanti penne del nostro giornalismo per demolirci? Viene addirittura richiamato in servizio permanente effettivo quell’Achille Occhetto che di demolizione della tradizione comunista resta l’autorità principe nel nostro paese. Quando si richiamano in campo i pensionati vuol dire che c’è davvero una gran paura in giro.

A me sembra che i salotti che contano abbiano una gran paura di questi quattro cialtroni malmessi che riescono a stento a parlarsi fra loro e portano troppe ferite delle battaglie del passato. Il tiro a pallettoni contro D’Alema è solo l’inizio. Da qui alle elezioni ne vedremo delle belle. Quello che fa paura è l’idea che un gruppo (al momento quasi soltanto di parlamentari) possa anche solo pensare che in Italia debba esistere una sinistra autonoma. Autonoma: è questa parola che turba i sonni di chi decide i nostri destini fin dagli anni ’90. L’idea che nel nostro Paese torni a esistere una qualche forma di soggetto politico che provi a staccarsi dalla deriva liberista che ci ha portati alla situazione di oggi e che ridefinisca se stesso sui valori dell’eguaglianza e della libertà. Una formazione di natura socialista che dice con chiarezza che serve una nuova rivoluzione per ridare forza ai deboli, voce agli ultimi.

Hanno provato a fermarci in tutti i modi, Pisapia e la sua riedizione sbiadita dell’Ulivo, ci hanno portato fuori strada. Si è tentato di dividerci ancora. E continueranno a farlo. Servono nervi saldi perché adesso non si può più sbagliare. E allora un appello a tutti: fermiamoci e cambiamo registro, perché le elezioni sono pericolosamente sempre più vicine, forse anche più di quello che si dice. Insomma, si può tornare a parlare della sinistra. E bisogna farlo subito, bisogna farlo in tutti i quartieri, nei luoghi di lavoro. Perché l’attività di sabotaggio ci ha portato a un minuto dalle elezioni. Non so se la data sarà sul serio il 19 novembre. Poco importa se sarà una settimana dopo, le cose importanti sono le coordinate che dovrà avere quell’appuntamento.

Dovrà essere un appuntamento di massa nel quale dal basso si sceglie un gruppo dirigente provvisorio, un comitato di direzione, chiamatelo come vi pare, e si indicano le coordinate del percorso che dovremo fare insieme. Un percorso che, lo dico senza perifrasi, secondo me non può avere come semplice approdo un’alleanza elettorale. Dobbiamo dire chiaramente che la lista della sinistra è il primo passo, forse quello più difficile per le date ravvicinate e le reciproche diffidenze, verso un nuovo partito. Di questo abbiamo bisogno: di una casa comune nuova, nella quale nessuno si senta ospite, magari anche poco gradito. Magari si può iniziare da una forma di federazione. Ma deve essere chiara la direzione, la “cessione di sovranità” degli aderenti: un investimento verso il futuro, non una coperta di Linus per riportare in Parlamento una pattuglia di dirigenti. Qualsiasi forma partito si scelga, chiari devono essere i processi di formazione delle decisioni. Non la corsa alle tessere che tanti di noi hanno vissuto come un incubo negli ultimi anni, ma la possibilità per chi vuole partecipare di contare e portare il proprio contributo.

In quell’appuntamento dovremo scegliere carta dei valori, nome e simbolo da presentare alle elezioni. Io suggerisco di rivolgersi a un’agenzia di comunicazione diversa. Serve discontinuità anche in questo, perché gli ultimi simboli non erano un granché. E mi trattengo molto. Servono un nome e un simbolo “facili” da riconoscere ma che al tempo stesso guardino al futuro, facciano pensare non a un evento momentaneo ma a qualcosa di stabile. A me non dispiacerebbe la parola socialismo, da troppo tempo caduta in disgrazia, come non dispiacerebbe un riferimento al lavoro. Altrimenti “La Sinistra”. Secco, senza fronzoli. Magari con una stella ad accompagnarlo. Eviterei le rose, perché anche a livello europeo serve una nuova sinistra, il Pse mi sembra sulla strada del declino, neanche troppo lento.

Io non credo a un processo civico. C’è bisogno, al contrario di una formazione politica, dove le esperienze civiche abbiano piena cittadinanza. Un processo esclusivamente civico secondo me è un’illusione. Come è un’illusione quella del campo informe, del movimentismo perpetuo. Dobbiamo fare un partito politico. Senza avere paura di dirlo. La crisi della sinistra è anche la crisi dei partiti così come erano stati pensati nella Costituzione. A quello spirito dobbiamo tornare. Perché senza grandi corpi intermedi, organizzazioni di massa, non c’è democrazia, c’è solo il leaderismo che abbiamo conosciuto in questi decenni.

Queste coordinate (sinistra autonoma, socialista, valori chiari, partecipazione dal basso) dobbiamo farli vivere nei territori. Dobbiamo aprire sedi comuni, accorciare le distanze anche fisiche tra noi. Una sezione (io sono affezionato a questo nome) in ogni comune, in ogni quartiere delle città più grandi. Poi servirà anche la comunicazione via internet, la presenza sui social. Ma se non torniamo a essere presenti con forza e continuità nelle piazze e nei luoghi di lavoro abbiamo perso in partenza.

Ecco, io immagino un percorso così, non un autobus dove c’è chi guida e ci sono i passeggeri. Un percorso in cui tutti si sentano attori protagonisti. Di comparse non ne abbiamo bisogno, come non abbiamo bisogno di personalismi. Abbiamo bisogni di tanti protagonisti che sappiano fare squadra guardando al futuro. E che siano consapevoli che il futuro non sarà domani. Che le elezioni sono solo il primo passo per ricostruire una sinistra di popolo e non di palazzo. Che il tema non è tanto andare al governo, ma creare le condizioni sociali per una nuova stagione di progresso nel nostro paese. Poi ci porremo tutti insieme anche il problema di chi sia il regista. Non tanto il centravanti, ma il mediano. L’uomo solo al comando, francamente, mi ha un po’ stufato. Sono l’unico a pensarla così? Io non credo.

Sarà una traversata nel deserto. Ma non si torna indietro. In tutta Europa la sinistra guadagna consensi e torna a essere decisiva quando dice e fa cose di sinistra. Sembra semplice no? Facciamolo anche noi.

L’ondina nera della destra che cresce.
Il pippone del venerdì/27

Ott 6, 2017 by     No Comments    Posted under: Il pippone del venerdì

Vi aspettate un bel pippone in difesa del soldato D’Alema dal cattivo Pisapia. Lo so. Si potrebbe dire che ci siamo rotti, confermare che è un sabotatore della sinistra e non già quel federatore che Bersani ci aveva annunciato. Tutto già scritto, già detto in tempi non sospetti. Continuo, dunque, con la mia linea: non mi occupo più di questi personaggi minori della politica italiana, è tempo perso. E ho detto tutto, diciamo.

In realtà, la sinistra questa volta voglio chiamarla in causa (come al solito) sia pur indirettamente. Impressionato da due episodi. Il primo: nel popolare quartiere di Magliana dove abito è stata aperta una sede di Forza Nuova, che si affianca a quella di Casapound che da un anno mi alberga praticamente sotto casa, sempre piena di robusti ragazzotti dallo sguardo truce. Il risultato è che tutta la zona, fino a qualche mese fa tappezzata di manifesti e striscioni dei centri sociali, è invasa da cupi addobbi murali che inneggiano alla razza e alla supremazia italica.

I suddetti fascisti del terzo millennio, e vengo al secondo episodio, si candidano alle elezioni municipali di Ostia, da soli, e vengono accreditati dai sondaggi di un risultato più che lusinghiero. C’è chi li dà addirittura al 10 per cento. Ora, sarà anche esagerato, ma dopo il successo di Casapound alle amministrative della primavera scorsa, quando sono riusciti a piazzare i loro esponenti in assemblee elettive di città importanti (si pensi a Lucca), si apprestano a entrare anche in un consiglio municipale romano: “Gli italiani sono pronti a una soluzione fascista ai problemi locali”, dichiara su un giornale nazionale il loro leader.

Personalmente ogni volta che passo davanti alla loro sede metto ben in vista la falce e martello che ho sempre appesa al collo. Ma mi sembra, come dire, una soluzione minimalista. Ti fa star bene per quei cinque secondi in cui ti guardano sconcertati da tanta sfacciataggine. Però resta intatto il mio sconcerto per quella ventina di ragazzi che si riuniscono in quella sede, discutono, preparano gli striscioni, vanno ad attaccare i manifesti, organizzano gli studenti nelle scuole  e all’università. Un po’ come facevamo noi trent’anni fa, verrebbe da dire, prima che i nostri ragazzi non si chiudessero in stanze dove esercitarsi al fare il verso agli errori dei grandi. Né tantomeno credo alla soluzione di una nuova legge per dichiarare fuorilegge tutti questi movimenti pseudo fascisti.

Torno a Ostia, questi ragazzotti il sabato organizzano la raccolta alimentare, che poi distribuiscono a circa 200 famiglie bisognose. Italiani, ci mancherebbe altro. “Agli immigrati pensa la Caritas”, rispondono. Come se l’associazione cattolica ne facesse una questione di cittadinanza. Li abbiamo fatti insediare nei nostri quartieri, nelle zone più popolari di Roma, dove il disagio è diventato più forte. Quartieri dove la sinistra non esiste più. Scomparsa nel giro di dieci anni. Penso a Tor Bella Monaca, dove alle scorse comunali abbiamo ottenuto il risultato più basso di Roma, appena sopra il 2 per cento. Alla stessa Ostia, a Corviale.

Che cosa succede nella nostra città? Questo dovremmo chiederci, più che rinchiuderci in discussioni asfittiche in cui ci parliamo sempre da soli, sempre con gli stessi interlocutori stanchi. Come torniamo a parlare a quelle periferie? Periferie non solo in senso fisico, inteso come distanza dal centro della città. Ma periferie in senso sociale. Le borgate romane  non erano così. Erano luoghi dove la solidarietà fra gli ultimi era pratica quotidiana. Dove c’era un tessuto sociale forte, fatto di luoghi, di partecipazione. Dove c’erano decine di sedi dei partiti della sinistra, del sindacato. Dove è nata la grande stagione del civismo romano, quella dei comitati di quartiere, dei consorzi delle borgate che davano voce agli ultimi, li rendevano protagonisti. Le borgate erano i luoghi più vivaci della nostra città. Quasi in contrapposizione ai quartieri bene, dove quasi non ti facevano nemmeno entrare.

E adesso il mondo si è capovolto. La sinistra vince ai Parioli, scompare a Tor Bella Monaca. La stessa conformazione urbanistica di queste nuove periferie, probabilmente, ha favorito questa deriva. Alle “borgate paese”, fatte di casette abusive strette intorno a pochi punti di aggregazione. Senza fogne e illuminazione, ma tutto sommato con una dimensione umana, si è passati agli sterminati quartieri cemento, dove ci siamo fatti guidare da urbanisti che dell’Italia non sapevano nulla e hanno progettato palazzi senz’anima, con i negozi chiusi in tunnel, senza piazze, senza giardini.  Questo elemento di spersonalizzazione è sicuramente alla base di quello che sta succedendo in questi anni. In questo panorama si va a sommare la convivenza con i migranti, sempre più complessa. La crisi economica che, malgrado tutti parlino trionfalmente di ripresa, qua morde ancora le caviglie dei poveracci. La somma dei due elementi (quartieri senz’anima e crisi) ha fatto da moltiplicatore. Aggiungiamoci anche l’abbandono da parte della pubblica amministrazione.

Capito ormai di rado  a Ostia, ma ogni volta ho la sensazione che tutto stia a andando a rotoli sempre più velocemente. Le buche nelle strade (se di strade si può ancora parlare) sono un termometro preciso. Qua l’asfalto è diventato una rarità. Secondo me non è tanto la vicenda di mafia capitale e del commissariamento del Municipio (a mio avviso ancora inspiegabile). E’ la sensazione di abbandono che ti fa incazzare.

Alle ultime elezioni amministrative sono queste le zone dove i Cinque stelle hanno sfondato. Percentuali bulgare. Hanno sfiorato il 50 per cento al primo turno, al ballottaggio sono schizzati sopra al 70. Ma adesso anche nei loro confronti monta la sfiducia, si comincia a percepire, e lo vedremo il 5 novembre a urne chiuse, che quella che appena pochi mesi fa sembrava una corazzata è diventata una barchetta. Ci sarebbe tanto spazio, insomma, dove ricominciare a lavorare.

Proprio quello che fanno i ragazzi di Casapound. Lavorano, stanno sui territori, aprono sedi fisiche, non sui social. Sedi dove puoi andare, offrono servizi, anche luoghi dove sfogarsi, trovare ascolto. Una ricetta antica, togliattiana verrebbe da dire. Pescano nel nostro vuoto, insomma, gettano reti dove noi abbiamo rinunciato a stare. E certo che il loro messaggio è anche semplice da far passare, rozzo, elementare ma di facile penetrazione. L’Italia agli italiani. Incentivi per i figli. Reddito di cittadinanza. Canone sociale per gli affitti. Alcune parole d’ordine, se non ci fosse quella premessa di razza, sarebbero addirittura degne della sinistra anni ’70.

Io credo che per il momento sia soltanto un’ondina che si può ancora gestire. Ma sicuramente non sono più il fenomeno folkloristico di qualche anno fa. Non sono più qualche decina di reduci. Sono giovani, contemporanei. Si fanno poche pippe mentali e lavorano sui territori.

Ecco forse se stessimo meno a pensare a come farci del male da soli e cominciassimo a riaprire sedi politiche, spazi sociali, in tutta la città, potremmo cominciare a circoscrivere e limitare questa ondina. Poi crescerà e sarà tutto più complesso. Sarò divisivo anche io, ma la sinistra deve tornare a fare la sinistra. Sarà poco, non sarò originale.

Ora vanno di moda, le officine, i camp, le riunioni nelle librerie, gli spazi alternativi. A me piacciono i muri scrostati delle vecchie sezioni popolari.

M5s: la fabbrica dell’irrealtà.
Il pippone del venerdì/26

Set 29, 2017 by     No Comments    Posted under: Il pippone del venerdì

Ora, vi aspettate tutti una lunga tirata riprendendo le argomentazioni di D’Alema, elogiando Montanari che parla di sinistra, bacchettando Pisapia e i pisapini che si sono offesi, applaudendo il presidente Grasso… Sono stato molto tentato, ma ieri l’ineffabile avvocato milanese ha affermato chiaramente che lavora a un soggetto politico non alternativo al Pd, ma sfidante, con questa legge elettorale. Come dire, se cambiate la legge ci alleiamo subito, basta mettersi d’accordo. Per me la partita è chiusa. Parliamo d’altro.

Voglio tornare, dunque, sul carattere profondamente antidemocratico dei Cinque stelle. Ne avevo già ampiamente parlato in questo articolo addirittura nel 2014, devo dire che ne sono sempre più convinto: dovrei cambiare il mio nome in “Cassandro”.

E’ cronaca di questi giorni la richiesta di rinvio a giudizio per il sindaco di Roma, Virginia Raggi, colpevole, secondo la procura, di falso. Era indagata per due ipotesi di reato: falso e abuso di ufficio. Per la seconda è stata chiesta l’archiviazione. Ora la notizia principale, da giornalista, è che il sindaco della Capitale d’Italia rischia il processo per falso. E, invece, ovunque vedi scene di giubilo. Non degli altri partiti, sia chiaro. Sono proprio i pentastellati a esultare. Dice il capo: “Ora la stampa deve chiedere scusa, la Raggi è stata scagionata”. Sì, viene scagionata per l’abuso di ufficio, un reato nel quale, come ben sanno tutti gli amministratori, è facile incappare, vuol dire semplicemente che si adottato un atto che non rientrava nei propri poteri. E visto il groviglio di leggi con cui un sindaco si trova a dover combattere quotidianamente può anche capitare. E poi, secondo la procura, la nomina di Marra (sempre di questo galantuomo stiamo parlando) resta illegittima, manca l’elemento del dolo e quindi decade anche il reato.
Ma resta in piedi l’accusa di falso. Il procuratore  aggiunto Paolo Ielo e il pubblico ministero Francesco Dall’Olio le contestano la falsa dichiarazione inviata alla responsabile  Anticorruzione del Comune in cui attestata che la scelta di nominare Marra era stata solo sua. Insomma, per farla semplice. Il sindaco della Capitale d’Italia avrebbe mentito all’autorità anticorruzione. Ecco, per i grillini, a partire dal capo, si tratta di un episodio minore. A tal punto che Raggi si aspetta addirittura le scuse della stampa.

Quanto siamo poco anglosassoni. Alcuni eccessi che arrivano talvolta da oltreoceano fanno inorridire. Ma faccio notare che per molto meno sono saltate addirittura candidature alla presidenza degli Stati Uniti. Per una banale menzogna in una storia di corna ha rischiato addirittura l’impeachment un grande presidente come Bill Clinton. Loro non votano un politico che mente esplicitamente e viene scoperto. Come fidarsi? E dunque, se venisse condannata, come fidarsi di un sindaco che mente all’autorità anticorruzione per giustificare la nomina di un galantuomo come Marra?

Se fosse stato un politico di un altro partito, i grillini sarebbero già partiti con la lapidazione. Non alla richiesta di rinvio a giudizio, già dall’avviso di garanzia. Politici come Errani, Del Turco, Penati, gente eletta, votata dal popolo, si sono dimessi e hanno atteso pazientemente il processo. Poi sono stati assolti senza che nessuno gli chiedesse scusa. Loro no, i pentastellati sono diversi. Perché al M5s aderiscono soltanto persone oneste. Per definizione. Non è proprio possibile che un sindaco dei cinque stelle sia un delinquente. Non è previsto dalla loro religione. E dunque se vengono accusati è un complotto. Se la loro amministrazione fa acqua da tutte le parti è sabotaggio o è colpa di chi ha amministrato prima. Questa è la verità indiscutibile.

Gli adepti della setta non ammettono tentennamenti. Secondo il famoso principio uno vale uno, ma Grillo (Casaleggio) decide per tutti, l’unica sentenza che conta non è quella della magistratura ma quella di Grillo stesso. Basta guardare la loro presenza sui social. Compatti come una falange macedone. Tutti in linea. E che non si scomodino paragoni con il centralismo democratico del Pci. In quel partito si discuteva eccome. Una volta assunta una linea, poi, ci si atteneva a quella. Nel M5s no, non esiste discussione, ma solo catena di comando gerarchica. L’autonomia scende man mano fino ad arrivare alla base, ai militanti che sono semplici “megafoni” del vertice. Altro che democrazia e partecipazione.

Affermare questo e dire che a quel popolo bisogna comunque rivolgersi è una contraddizione? Assolutamente no. Anzi, una volta assunta come certezza la pericolosità di una setta che si fa partito politico per la democrazia, diventa un’urgenza assoluta quella del dialogo con gli elettori che, in buona fede, gli hanno dato fiducia. C’è un bel pezzo della sinistra in quei voti. C’è un bel pezzo del nostro popolo che abbiamo costretto noi a rivolgersi altrove e che è stato attratto dal messaggio di Grillo. Dalle critiche alla partitocrazia (come avrebbe detto Pannella), dalla lotta alla casta, dal messaggio contro le multinazionali e per la protezione dell’ambiente. Bisogna sfidare Grillo e i suoi proprio su quel terreno.

Certo, per farlo – e per oggi meglio che la finisco qui – bisognerebbe finirla di parlare di noi e fra noi e dare un messaggio concreto, tornare a parlare del lavoro che non c’è, della scuola, di una società nuova. Se proprio non siamo in grado di farlo, proviamo a copiare Corbyn. Basta google traduttore.

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