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Me ne vado in vacanza, non fate danni.
Il pippone del venerdì/22

Ago 4, 2017 by     No Comments    Posted under: Il pippone del venerdì

Arrivati ai primi di agosto, nella calura dell’estate più calda del secolo, tutto procede per il meglio.

Invece di combattere i moderni trafficanti di schiavi il governo italiano combatte le Ong che salvano i migranti dal mare, tanto fra un po’ non serviranno più, visto che ci prepariamo a pattugliare le coste libiche per ricacciarli all’inferno.
L’occupazione cresce come un soufflé, mai avuto così tante donne al lavoro. Peccato che poi se vai a leggere sono tutti posti precari. E mi piacerebbe anche capire quanti di questi sono lavori a tempo indeterminato a cui sono scaduti i benefici fiscali previsti dal jobs act.

Negli Stati uniti Trump ha licenziato tutto il suo staff e ne ha assunto uno nuovo. Anche quelli sono posti di lavoro in più, con il metodo di calcolo dell’Istat. E aiuta anche la Raggi che, finiti a quanto pare i posti nelle segreterie degli assessorati, pensa di assumere direttamente due nuovi assessori. Due donne, si legge sui giornali, una delle quali crede anche a Babbo Natale e quindi va benissimo per gestire i lavori pubblici a Roma. Argomento che rientra nella letturatura fantasy. Se questi sono gli assessori immagino i loro staff.

La sindaca, in un sussulto di efficientismo estremo, ha perfino varato il piano antincendi per la pineta di Castelfusano. La pattuglierà addirittura l’esercito. Peccato che nel frattempo sia ridotta a una landa desolata di tizzoni ardenti, ma non si può avere tutto.

Il presidente della Regione, Nicola Zingaretti, per non essere da meno, ha risolto l’emergenza idrica che rischiava di assetare i cittadini romani. E’ bastato ritirare l’ordinanza che aveva fatto due settimane prima e tutto è tornato a posto.

Nelle zone devastate dal terremoto di un anno fa i lavori fervono. Ad Amatrice è stata perfino aperta la prima zona commerciale, con tanto di ristoranti. Torneranno i turisti, si dice. A guardare la distesa di macerie.

Per quanto riguarda la politica, Renzi ha superato tutti i record di vendite con il suo nuovo libro. E visto che le elezioni le perde tutte, almeno ha un futuro come scrittore. Pisapia ha fatto pace con Speranza. L’ex sindaco di Milano si è fatto un paio di settimane di ferie, non ha fatto interviste, non ha abbracciato nessuno. Gli italiani sono vissuti benissimo lo stesso. A ottobre nascerà “Insieme”. Insieme a chi non è ancora dato saperlo. Grillo nel frattempo si è rifatto la piattaforma web, subito preda degli hacker. Sul fronte della destra, infine, Berlusconi si è fatto l’ennesimo lifting. Ora tutto è pronto per le elezioni.

La Camera ha perfino approvato una serissima norma che ridimensiona i vitalizi degli ex parlamentari. E che diamine basta con i privilegi della casta. Poi ci sono amministratori delegati che se ne vanno con liquidazione che sono più cospicue del bilancio del Molise, ma quelli producono mica sono parassiti come deputati e senatori. Certo lo Jus soli è stato rinviato a tempi migliori, ma non si può avere tutto. Certo la legge sul fine vita è scomparsa dal radar, ma tanto non sono annunciati altri suicidi assistiti di personaggi famosi. Non sarebbe carino in campagna elettorale.

Insomma, in questa Italia che si prepara a chiudere per ferie, va tutto bene. Non fate i gufi come al solito. Il calcio mercato procede, tra colpi da centinaia di milioni e onesti pedatori che cercano un contratto per allungarsi la carriera di un anno. Non avremo più a quanto pare la tessera del tifoso, si farà lo stadio della Roma, sarà tre volte natale e festa tutto l’anno.

E allora, sapete che c’è? Me ne vado anche io. Verso il mare, verso le pinete della Versilia, verso gli ombrelloni schierati in parata militare. Non fate danni, tra un mese torno e vorrei ritrovare qualcosa.

Allarmi son franzosi.
Il pippone del venerdì/21

Lug 28, 2017 by     No Comments    Posted under: Il pippone del venerdì

 

Verrebbe voglia di dedicare l’appuntamento settimanale con il pippone a Pisapia e soci. Agli abbracci impuri dell’ex sindaco di Milano. Ai paradossi di chi sta nel Pd e vorrebbe speigarci come si costruisce una coalizione alternativa al Pd, oppure alla strana sindrome di Tafazzi che spinge Bersani e soci ad andare per sei mesi appresso a uno che non li vuole, oppure ancora a Lerner che si gratta quando D’Alema nomina lo stesso Pisapia. Verrebbe voglia, ma dura solo un attimo, fate conto che l’abbia fatto. Come la penso su Pisapia lo sapete. Elettoralmente conta lo 0,5 per cento e ho detto tutto. Andiamo oltre.

E allora alziamo lo sguardo, perché mentre noi stiamo a litigare sugli abbracci, sul fatto se sia necessaria o meno una forza unitaria di sinistra in Italia, l’idolatrato Macron ci piglia a pesci in faccia. E anche questo ci sta, negli ultimi anni ci siamo abituati a essere sbertucciati dai nostri presunti alleati internazionali. Ha cominciato Berlusconi, Renzi da ottimo allievo si è messo in scia. E adesso avere Alfano come ministro degli Esteri non aiuta di certo. No, non è una battuta, è proprio lui il ministro degli Esteri.

Comunque sia, dalle vicende degli ultimi giorni, la Libia, la crisi sulla proprietà della cantieristica, si possono imparare due cose. La prima è facile facile: quando tu, nel campo della sinistra, hai alcune personalità di livello internazionale, conosciute e apprezzate da tutti, che potrebbero guidare con autorevolezza la diplomazia italiana ma anche quella europea e le rottami per fare posto ad accordicchi di bassa lega e ai tuoi sodali, beh, allora poi non ti stupire se i francesi ti mettono le dita negli occhi.

Non sono un esperto di politica internazionale e quindi non sono in grado di analizzare la situazione in maniera compiuta e approfondita. Mi limito a ricordare, perché di memoria sono ampiamente dotato, che una volta in Medio Oriente eravamo i padroni di casa. Le carte le davamo noi, dal punto di vista politico e questo comportava ovviamente anche un notevole ritorno economico. Ora per entrare dobbiamo chiedere permesso. Certo gli attori sullo scenario internazionale erano gli Andreotti, gli Spadolini, i Craxi (per limitarci alla fine del XX secolo) adesso mettiamo in campo Alfano e Mogherini. Ci piace perdere facile.

L’altro ragionamento, più complesso, ma nel quale provo a muovermi con meno superficialità, riguarda le aziende private e il ruolo del pubblico. Se uno Stato ritiene che un’azienda sia strategica per il suo sviluppo o la sua sicurezza che fa? Beh le risposte sono diverse: se questo Stato è l’Italia le regala a imprenditori privati, preferibilmente stranieri e paga anche i debiti, se invece stiamo parlando della Francia, le nazionalizza. L’Italia dice: il governo non può intervenire, ci mancherebbe altro, ci sono le regole europee, la concorrenza, il libero mercato. La Francia dice: nazionalizziamo, l’Europa tace.

Insomma, secondo le regole europee si può nazionalizzare un’impresa o un settore? Fateci capire bene, non siamo né giuristi né economisti, ma l’anello al naso non lo portiamo più da anni. Noi abbiamo regalato Telecom, rete di comunicazione, Alitalia, trasporto aereo, le acciaierie, il polo chimico, l’Alfa Romeo. Insomma, settori che qualsiasi governante dotato di media intelligenza definirebbe “strategici” sono passati di mano per due lire. E spesso sono stati anche amministrati peggio dai colossi multinazionali che li hanno ereditati o sono stati fatti fallire scientificamente per favorire industrie analoghe in altri Paesi. Ma se si può nazionalizzare e quindi proteggere industrie chiave, anche sostenendole in periodi di crisi, per quale motivo noi abbiamo avuto negli anni passati questa sorta di sacro furore contro il pubblico?

E mica è finita, perché in Italia, e siamo al paradosso, ci sono ampi settori della politica che hanno premuto e premono per far gestire ai privati (meglio se stranieri) anche gli stessi servizi pubblici. Per fermarci a Roma abbiamo messo sul mercato Acea, l’abbiamo trasformata in Spa, pur mantenendo la maggioranza in mano pubblica, per fare cassa. E adesso ci lamentiamo per l’inefficienza aumentata negli anni. La Capitale rischia di rimanere senz’acqua. Non basta: abbiamo addirittura loschi figuri che raccolgono le firme perché vorrebbero privatizzare anche il trasporto pubblico. Per non parlare della sanità dove la maggioranza dei posti letto sono privati. Anzi, a essere puntigliosi sono “accreditati”, ovvero privati pagati dal Servizio sanitario nazionale, dai soldi nostri. Perché i nostri imprenditori sono talmente bravi e coraggiosi che vogliono tutti i guadagni ma non i rischi: non vogliono la concorrenza, vogliono la garanzia.

Se ci pensate bene c’è materia da psichiatri, ma di quelli bravi. Il meccanismo è un po’ questo: c’è un servizio che deve essere garantito dallo Stato, lo peggioro, metto il settore pubblico che lo gestisce in condizione di non funzionare (gli nego i fondi, lo infarcisco di raccomandati, lascio che tutto si sfasci) e poi invoco il santo intervento di imprese private. Che ovviamente costano di più (perché lo Stato non ci deve guadagnare, il privato sì) e spesso non garantiscono neanche un servizio migliore. Perché non avendo come interesse il bene comune, ma il proprio, quando chiedi una prestazione non ti propongono quella più appropriata, ma quella su cui guadagnano di più.

E allora ci sarà una ribellione, immaginerà chi non conosce noi italiani. E invece no. Troviamo qualche azzeccagarbugli che ci dice “l’Europa ci impone la concorrenza, bisogna fare le gare”. Qualche gruppo editoriale sostiene la balla e questa diventa verità assoluta. Poco importa che queste gare non le faccia nessun altro Stato. Noi siamo per il libero mercato. Loro nazionalizzano.

Il caso delle agenzie di stampa è emblematico. Il governo per affidare il servizio ha deciso di fare una gara europea. Un settore che più strategico non si può, quello dell’informazione alle e sulle istituzioni noi rischiamo di affidarlo a un’agenzia francese o inglese. In pratica le notizie sull’Italia al Governo e alle altre amministrazioni le daranno giornalisti di altri Paesi. E gli altri governi ovviamente faranno lo stesso? Manco per niente, sostengono le loro agenzie che danno occupazione ai loro giornalisti. Ma non era un obbligo europeo? Ma quando mai.

Questa ansia privatista ed esterofila è tipica del nostro Paese, tipica del nostro provincialismo, per cui abbiamo un senso di inferiorità innato. Ecco, questo, secondo me, è un bel campo di discussione per la ricostruzione di una sinistra autonoma e alternativa. Il ruolo del pubblico dell’economia deve essere quello di semplice spettatore, oppure deve lo sviluppo deve essere progettato e indirizzato, anche intervenendo direttamente? E quale deve essere il rapporto con gli altri Stati europei? Possiamo finalmente tornare ad avere un rapporto paritario e non essere sudditi? E’ possibile dare a questi temi una risposta che non sia quella di chiusura a riccio della destra populista?

Io credo che sia una delle sfide che dobbiamo raccogliere. Invece di pensare a improbabili leader, alla promozione dei nostri curricula, torniamo a ragionare, a confrontarci, torniamo a pensare il futuro.

L’Ulivetto, la rotazione e altre baggianate.
Il pippone del venerdì/20

Lug 21, 2017 by     No Comments    Posted under: Il pippone del venerdì

E’ passata una settimana dall’ultimo appuntamento con il pippone del venerdì, ma non ho cambiato idea: sono sempre più convinto che l’ostacolo per l’unità della sinistra in Italia sia Giuliano Pisapia. Per non parlare della strana fauna che gli gira attorno: maestri della politica da salotto che sarebbe bene mandare ad attaccare robuste quantità di manifesti.

Pisapia, bontà sua, ha passato due giorni a Roma per incontrare personalità della sinistra, ma anche del Pd. E già questo si capisce poco. Il risultato di questo lavorio è stato uno striminzito comunicato congiunto con il coordinatore di Articolo Uno, Roberto Speranza, nel quale si auspica un’accelerazione nel processo di formazione di una nuova forza politica progressista. Poco altro. Poi, i soliti retroscena, vero scandalo del giornalismo italiano, ci fanno sapere, nell’ordine che:
1) Gad Lerner quando D’Alema nomina Pisapia si gratta parti non telegeniche;
2) Pisapia conta sempre nell’alleanza con il Pd di Renzi;
3) Prodi benedice l’operazione;
4) Orlando punta all’alleanza con Pisapia.

L’operazione, par di capire, sarebbe una riedizione in scala ridotta dell’Ulivo, un Ulivetto a esser magnanimi, che comprenderebbe equivoci personaggi del centro, ex galeotti compresi, per arrivare fino a Pippo Civati. Resterebbero fuori il movimento di Falcone e Montanari, Sinistra Italiana e ovviamente quelli di Rifondazione che vedono Articolo Uno come il braccio armato del liberismo. Secondo Pisapia, insomma, troppo rosso non va bene. Come il primo luglio, quando in piazza dal palco hanno chiesto di non far sventolare le bandiere per non disturbare. Troppo rosso, appunto.

Insomma, mentre in tutto il mondo la sinistra dà risposte in termini radicali alla crisi che la attanaglia da un decennio, in Italia torniamo a sventolare non le nostre bandiere ma le ricette degli anni ’90. Non è politica, è cinema. Per non parlare della prospettata cabina di regia che dovrebbe guidare questo percorso: un rappresentante per ogni forza politica, più i sindaci “arancioni” più singole personalità. Compito di questo coordinamento sarebbe, fra gli altri, quello di trovare le forme per partire dal basso. Insomma, si nomina dall’alto un coordinamento che deve poi partire dal basso. Se la raccontiamo in giro ci rinchiudono.

Ora, quello che manca, secondo me è proprio la percezione della realtà. Si continua a ripetere come un mantra la parola centrosinistra, mentre le coalizioni che si richiamano a questo concetto vengono letteralmente spazzate via in tutta Italia. Si continuano a nascondere il rosso, il socialismo. La nostra storia deve essere negata. Si tengono nascosti in soffitta i nostri padri ideali, da Marx a Gramsci (io che sono estremista ci metterei anche Togliatti, pensate un po’). Si continuano a progettare nuovi soggetti politici senza darsi una prospettiva, una base culturale. Per quale motivo, lo scrivo ancora una volta, abbiamo deciso che una intera cultura politica, quella che viene dal Pci, non può più avere cittadinanza in Italia? Per quale motivo siamo condannati a questa eterna sindrome di Tafazzi?

Altro argomento interessante è la strana fauna che attornia questo presunto federatore del nulla. Simpatici ragazzotti che si ergono a statisti del terzo millennio e proclamano solennemente che vogliono portare in Parlamento “il miglior ricercatore d’Italia”. Bella soluzione per l’annoso problema della selezione della classe dirigente: si mandino i curricula, si fa la rotazione delle cariche. Questa baggianata l’ho già sentita. Fa il paio con l’avversione per il finanziamento pubblico ai partiti, con le campagne contro la casta. Bisogna portare le competenze in Parlamento. Poi se questi non capiscono un tubo di politica poco male, tanto sono i migliori.
Altri vanno in giro per l’Italia a rivendicare il loro voto favorevole al referendum costituzionale. Altri ancora ci fanno la lezioncina sul fatto che bisogna evitare il rischio “sinistra arcobaleno”. Però sono pronti a tornare al loro ruolo naturale di foglia di fico per Renzi.

Io mi chiedo dove li abbia trovati, perché mica deve essere stato facile mettere insieme una squadra così di livello. Non vorrei replicare punto per punto, perché ho già ampiamente scritto su ognuno di questi temi nel corso di questi ultimi mesi. Una sola domanda vorrei fargli: ma se uno è il miglior ricercatore d’Italia perché non metterlo in condizione di svolgere al meglio il proprio lavoro? In Parlamento non sarebbe meglio portarci i migliori politici d’Italia, quelli in grado di ascoltare le sue esigenze e di tradurle in proposta politica? Guardate che questo, come si seleziona la classe politica (e dunque come si rifondano partiti politici veri, democratici e utili) è il vero tema, il vero nodo che non riusciamo a sciogliere.  A meno che il loro fine ultimo non sia semplicemente costituire una sorta di sinistra delle larghe intese, da Berlusconi a Pisapia. Se è così, auguroni.

Ultima notazione, perché siamo ormai in pieno clima vacanziero e sarà bene che anche i pipponi siano più snelli: mentre noi stiamo a discutere sul nulla, quelli che contano già preparano il prossimo attacco. E’ proprio di oggi un editoriale di Angelo Panebianco sul Corriere della Sera (roba seria altro che Repubblica) nel quale si individua il vero obiettivo, il nemico da abbattere. La prima parte della Costituzione. Quella relativa ai principi. Va cambiata radicalmente perché sarebbero quei principi a ingessare la nostra società e a rendere il Paese non in grado di competere. Sia a livello di sistema politico che, ma guarda tu, di sistema economico.

Ecco, cari compagni, questo è quello che ci aspetta nei prossimi mesi. Altro che tende da spostare, altro che discussioni sulle cabine di regia, altro che raffinate dispute epistemiologiche sul sesso degli angeli.

Scarpe rotte, eppur bisogna andar.



Unità della sinistra, l’ostacolo si chiama Pisapia.
Il pippone del venerdì/19

Lug 14, 2017 by     5 Comments    Posted under: Il pippone del venerdì

Chi mi conosce sa bene che dico quello che penso. E non voglio di certo venire meno adesso che ce ne è più bisogno. Ho ascoltato tutti gli interpreti, a titolo vario, ho letto le dichiarazioni, digerito i retroscena, sono stato al Brancaccio, sono stato a Santi Apostoli, sono stato al confronto tra Fratonianni, Falcone e Rossi che c’è stato ieri sera alla festa romana di Si. Sono un paio di mesi che ci penso. E non me la spiego altrimenti. Sono tutti d’accordo sui temi, sono tutti d’accordo sul percorso, sulla necessità di non dare vita a una mera aggregazione elettorale ma di far partire un processo che porti a un nuovo soggetto politico unitario (non unico). Articolo 18, investimenti, progressività fiscale, tassazione dei grandi patrimoni, welfare. E poi identità di una nuova sinistra. Che si allontani dalla terza via di Blair e sia più simile a Corbyn. Nessuno dissente, si chiama fuori al massimo il solo Acerbo, nome omen verrebbe da dire, oscuro segretario di Rifondazione comunista, ma abbiamo detto lista unitaria, unica sarebbe impossibile. Dico di più: si moltiplicano gli appuntamenti, a livello locale, nelle feste estive soprattutto, dove in calendario c’è proprio il tema di come si scrive (prendo a prestito lo slogan di Sinistra italiana non me ne vorranno) una nuova agenda per la sinistra. Appuntamenti dove il carattere unitario è molto forte, a partire dagli interlocutori.

Dico ancora di più. Se escludiamo quattro esperti in settarismo da tastiera che farebbero bene a mettere la testa fuori dal web, più ci spostiamo dai vertici verso la base, verso quel popolo della sinistra evocato da tutti, più il messaggio è chiaro: questa volta o state tutti insieme oppure non ci provate neppure a chiederci il voto. Lo ha capito bene D’Alema, che in questi mesi è davvero quello più in forma. Lo sciopero del voto confermato nelle ultime amministrative si allarga, altro che storie. Si argina soltanto quando ci sono esperienze con tre caratteristiche: unitarie, autonome e alternative al Pd, con una forte radice nei territori.

E allora, ma se questa è la realtà, ma per quale diamine di motivo non si sono ancora seduti a un tavolo, lontano dai riflettori, per buttare giù quattro idee, quattro parole d’ordine? Guardate che noi siamo pronti, dateci i volantini e ci facciamo le spiagge metro per metro, ferragosto compreso. Ecco, la dico chiara, il motivo,l’ostacolo,  secondo me, ha un nome e un cognome: Giuliano Pisapia.

Per non farla troppo lunga e risparmiarvi in questo fine settimana caldissimo, procedo per punti.
Il primo luglio per lui è stato un flop di dimensioni gigantesche: una piazza entusiasta per le parole di un Bersani già in forma campionato, ha accolto con sconcerto i suoi farfugliamenti confusi. La gente si guardava sconcertata. Contenuti meno di zero. Quando ha detto (e ci mancherebbe altro) che bisogna reintrodurre l’articolo 18 c’è stato quasi un sospiro di sollievo collettivo. Carisma, non pervenuto. Capacità di analisi della realtà, nulla. Una figurina telecomandata da potenti gruppi editoriali e dai salotti buoni della borghesia italiana.

Campo progressista e le officine delle idee? Ma chi l’ha visti? Una finzione. La piazza l’ha detto chiaramente: Articolo Uno rappresenta l’unica forza organizzata. E chi farebbe il centro in questo fantomatico centro-sinistra evocato dall’ex sindaco di Milano? Tabacci e Carra? E i preannunciati Letta, Prodi dove stavano? Tutti in campeggio.

E poi la cronaca di queste settimane successive alla manifestazione: la richiesta, reiterata e nuovamente respinta al mittente, di sciogliere Articolo Uno. Non si capisce bene per quale motivo e in cosa si dovrebbe sciogliere. La sinistra si deve radicare nelle città, altro che sciogliere. E poi l’assenza di Pisapia sulle questioni che si pongono di giorno in giorno. Sui migranti, sulle banche, sul Ceta. Dove sta il sedicente leader? Poi la reazione allergica all’idea della cabina di regia della sinistra. Ieri quest’altra grande trovata: non mi candido alle elezioni. Ora, Giuliano caro, ma chi ti credi di essere? Non sei un generale, non hai un esercito, non federi alcunché, ci aggiungo anche che negli anni scorsi non ne hai azzeccata una. Insomma, datti una calmata. E sia chiaro: le prossime elezioni non sono la fine del mondo, ma sono una tappa decisiva nella ricostruzione della sinistra. E allora tutti in campo: quando si devono prendere i voti, i leader servono. E un leader dove lo vedi? Dal consenso che riesce a raccogliere. Tutti dentro la battaglia, territorio per territorio. Casa per casa, metro per metro. O si pensa che bastino gli editoriali benigni di giornalisti amici per generare automaticamente consenso? E poi il Parlamento è il centro della politica italiana, questa idea dei leader che si tengono lontani dalle Camere la trovo non solo sbagliata ma opposta alla mia concezione di democrazia.  Chi vuole contribuire a far crescere il Paese, chi vuole partecipare alla vita politica si candidi e dia il proprio contributo nelle aule del Parlamento. E’ un onore, non una vergogna.

Insomma, io ho sempre cercato, da quando sono uscito dal partito democratico, di essere inclusivo. Abbiamo aspettato gli altri che ancora erano dentro. Non sono per chiudere le porte a nessuno. Ma inclusivi verso chi? Io direi verso gli elettori soprattutto. E adesso non credo sia il momento dell’affermazione del proprio ego. A meno che, questo quello che penso davvero, a meno che non ci sia una profonda divergenza di prospettive.

Ecco, ma fosse sempre il solito il problema vero? Malgrado le affermazioni, la linea di Pisapia e soci resta la stessa: convincere Renzi che serve un’alleanza, che non può andare alle elezioni da solo. Insomma vorrebbero, con la regia di Prodi, ingabbiare, depotenziare il segretario del Pd, con una manovra di accerchiamento: da un lato loro, i padri nobili che gli fanno no con il ditino, dall’altro Orlando, ma anche Francheschini, Bettini e Veltroni che fanno il controcanto dentro il Partito. Da qui l’allergia a una alleanza a sinistra e, ancora di più, alla costruzione di un polo della sinistra in Italia. Pisapia dica chiaramente, per una volta, quale è la prospettiva a cui lavora: una forza alternativa e autonoma dal Pd o l’ennesima stampella a un progetto traballante? Se il suo piano è il piano B, non abbiamo nulla da dirci: uscire dal Pd per farci un’alleanza elettorale insieme, non avrebbe senso. Renzi è sempre quello del jobs act, della riforma costituzionale, delle leggi liberticide come il decreto Minniti.

Nel primo caso, invece, Pisapia scenda dal piedistallo e si metta al servizio, insieme a tutti gli altri, senza primogeniture o presunte leadership. Un leader ha due strade per diventare tale: o è riconosciuto da tutti oppure ha una legittimazione democratica. Secondo me, tra l’altro, alla sinistra italiana serve un gruppo largo e non un capo, la legge elettorale non prevede alcuna forma di indicazione del candidato premier. E comunque la questione sta in fondo all’agenda e non al primo punto.

Enrico Rossi, al confronto che citavo all’inizio ha fatto una proposta che mi pare di grande buonsenso: costruiamo l’unità sui temi, a partire dalla manovra di stabilità. Quello è il momento vero in cui – seppur in ritardo – affermare la nostra discontinuità con il passato e rompere con le politiche renziane che Gentiloni sta portando avanti. La sinistra si metta a sedere attorno a un tavolo e scriva un emendamento comune con quattro idee per il paese. Io alzo il tiro: presentiamo, tutti insieme, una contromanovra. Abbiamo le competenze per farlo. Facciamo vedere che siamo sinistra di governo non a parole ma con i fatti. E poi, niente scherzi: conseguenti fino in fondo. Ci bocciano le nostre proposte, nessuna fiducia a nessuno governo. Serve coerenza fra quanto affermiamo e i comportamenti dei parlamentari.

Allo stesso tempo, l’ho già proposto e lo rilancio, facciamo comitati unitari in tutti i quartieri. Usiamo le feste estive che si stanno moltiplicando in tutta Italia come occasione di dibattito e di incontro. E magari non lasciamo la parola solo ai dirigenti, facciamo parlare il nostro popolo, anzi i nostri quadri, il popolo ancora resta a casa, bisognerà andarlo a cercare a domicilio. Ascoltateci e capirete la nostra voglia di costruire. I retroscena lasciamoli agli editorialisti che guardano la società dal buco della serratura delle veline telecomandate.  Noi abbiamo un altro compito, dobbiamo guardare in faccia la società italiana, quello che non va. Dobbiamo ridare una prospettiva, una speranza. E per fare questo dobbiamo imparare a prenderci i pesci in faccia nelle strade delle periferie. Non discettare sui massimi sistemi in qualche apericena terrazzato.

Bandiera rossa, ridiventa straccio…

 

La fine dell’era dello streaming: partiti addio?
Il pippone del venerdì/18

Lug 7, 2017 by     No Comments    Posted under: Il pippone del venerdì

La notizia fa epoca (si fa per dire): dopo dieci anni, la direzione del Pd non va in streaming: niente diretta tv, si passa alle “porte chiuse”. Aveva cominciato Veltroni – grande comunicatore – nel 2008, poi la diretta internet è divenuta lo strumento preferito dei grillini (almeno a parole), adesso Renzi pone fine all’era della trasparenza totale (finta). Il presidente Matteo Orfini, all’inizio della seduta ha addirittura invitato tutti ad evitare di usare i social durante la riunione. Insomma, a leggere gli intenti, nello spazio di pochi giorni il Pd sarebbe tornato a costumi in stile Pc anni ’70. Quando le riunioni erano riservate e il giorno dopo trovavi solo le decisioni assunte e soltanto sulle pagine dell’Unità. Ora l’Unità l’hanno uccisa, quindi il problema non si pone.

E infatti, in realtà, non è andata proprio così: i giornali online hanno pubblicato in tempo reale la relazione di Renzi, gli interventi di Franceschini e Orlando, i commenti e i soliti retroscena. Cuperlo, che non fa più parte della direzione ma è invitato senza diritto di parola ha già annunciato che pubblicherà oggi quello che avrebbe voluto dire. Pare che per l’attesa migliaia e migliaia di iscritti al Pd abbiano passato la notte insonne.

Al di là delle battute, mica si è capita bene la motivazione dell’oscuramento della Direzione. Le telecamere sarebbero un’istigazione al litigio, si dice nei corridoi, eccitano gli animi e aumentano il protagonismo. Di motivazioni ufficiali non ce ne sono. Si paventava un regolamento di conti da duello rusticano tra Renzi e Franceschini. In realtà, Renzi lo ha un po’ preso per il sedere, Franceschini come tutta risposta ha votato a favore della relazione del segretario. Il senso dell’importante documento? “Mi hanno votato alle primarie, ora faccio come mi pare”. Il ministro dei Beni culturali se ne faccia pure una ragione: dovrà lavorare meglio e di più per accoltellare il leader. Dopo Veltroni, Bersani e Letta, del resto oramai è un esperto.

Ora, direte voi, ma che ce ne frega se la direzione del Pd va in streaming oppure no? Davvero poco in realtà, anche perché, come già detto, chi vuole sapere cosa è successo viene ampiamente informato praticamente in diretta dalle solite veline che fanno circolare gli staff.  Una Meli che le virgoletta e te le stampa sul Corriere si trova sempre. A buon mercato, non costano neanche tanto. La diretta streaming, insomma, è roba da addetti ai lavori. Al massimo aiuta quei giornali locali che non si possono permettere un inviato a Roma.

La cosa interessante, però, è il cambiamento direi quasi “di costume” direi che avviene nella politica italiana. I 5 stelle, in questo caso, sono stati i primi assoluti a dismettere lo streaming. Del resto la segretezza, al di là dei proclami ufficiali, è il loro marchio di fabbrica. Segreti sono i meccanismi di votazione, riservatissimi tutti i colloqui, segretissimi i criteri per la scelta di tutte le cariche. Lo streaming lo hanno preteso solo per sbattere in faccia il loro no alla proposta di Bersani dopo le elezioni del 2013. Vollero umiliare l’allora segretario del Pd. Continuo a pensare che un governo Pd-Sel con l’appoggio esterno del M5s (una sorta di riedizione della non-sfiducia dei tempi antichi) avrebbe rappresentato una rivoluzione per il nostro Paese. Ma questa è un’altra storia.

Insomma, la fine della diretta streaming in politica rappresenta davvero la fine di un’epoca. Ma non quella della trasparenza nella vita interna dei partiti, che, se permettete, è una grossa stupidaggine. La data di ieri, cosa davvero più rilevante, rappresenta la fine certificata dell’ultimo partito di massa presente in Italia. Che Renzi avesse da sempre una sorta di “invidia penis” nei confronti di Grillo, Berlusconi e Salvini, questo si sa. Tutti leader che fanno e disfano senza dover fare congressi, primarie, direzioni. Che il segretario del Pd provasse una sorta di fastidio per le forme democratiche di partecipazione lo avevano già intuito gli italiani: tutte le riforme istituzionali tentate dal fiorentino tendono ad eliminare la possibilità per i cittadini di scegliersi i propri rappresentanti.

Nella direzione di ieri ha esplicitato il suo ragionamento: sbagli – ha detto all’ex fedelissimo Franceschini – a esternare le tue critiche sui giornali. Ci sono gli organismi dirigenti di partito per parlare. Parla qui. Tanto non me ne frega nulla perché io rispondo soltanto ai due milioni di cittadini che mi hanno eletto. Insomma, non puoi parlare sui giornali perché danneggi il partito, ti puoi sfogare qui, tanto non ti ascolta nessuno. E attento, caro Dario, perché c’è da fare le liste. Per la cronaca: i due milioni, sono un milione e otto scarsi, e solo il 70 per cento di loro ha votato Renzi. Cambia poco, ma in questo Paese le leggende a forza di essere ripetute diventano realtà, meglio essere pignoli.

Insomma per farla breve, io la vedo così: perché trasmettere in streaming un “non dibattito” in un “non partito”? Il Pd, ormai, è affare interno di casa Renzi, che per caso voi trasmettete in streaming i pranzi di famiglia?  Se ne facciano una ragione quelli che si definiscono “sinistra” o “minoranza” del Pd. Ormai sono soltanto la foglia di fico piazzata lì dallo stesso Renzi per cercare di frenare la vera e propria diaspora che il Partito democratico sta subendo giorno dopo giorno. Centinaia di quadri e dirigenti che se ne tornano a casa. Fogli di fico utile fino a quando non alzano troppo la testa. Perché allora arriva la mannaia. Inesorabile. E del resto, fra un po’ c’è da fare le liste. Meglio starsene buoni, in fondo.

E’ finito il sistema dei partiti. Questa è la verità. La cosa può far felici anche i populisti di tutte le risme, ma la verità è che si produce una grave ferità, perché i partiti rappresentano uno strumento insostituibile di partecipazione alla vita democratica che non può essere limitata al fare una croce su una scheda, dove, tra l’altro, molto è stato già deciso. Questa è la verità e questa è un’emergenza. Perché rappresenta un po’ lo specchio estremo della nostra società. Una società in cui, malgrado l’illusione della comunicazione permanente, si è sempre più isolati, chiusi nel narcisistico isolamento del like sui social, si è sempre più singoli e meno comunità. Per questo è importante non solo ricostruire una forza politica che dia una rappresentanza alla sinistra nel nostro Paese, è importante ricostruire una comunità politica, una casa fatta di un “cielo”, una identità precisa, e una “terra”, una piattaforma di proposte nette e radicali che possano dare un futuro a questa terra stanca. E questo lavoro, non sarà facile, ma è quello che serve davvero non solo alla sinistra, ma al nostro Paese.

Un’ultima notazione, fuori tema, e vi lascio prima del solito, fa caldo e non voglio sterminare i lettori. Regione Lazio: avanza la candidatura del sindaco di Amatrice, Sergio Pirozzi, arretra quella di Nicola Zingaretti, tentato da un più comodo seggio in Parlamento. Tempi duri ci attendono, non che questi anni siano stati rose e fiori, tutt’altro. I prossimi, con questi dati di partenza, saranno peggio.

E domani si torna in piazza: per fare la sinistra.
Il pippone del venerdì/17

Giu 30, 2017 by     No Comments    Posted under: Il pippone del venerdì

E domani si torna in piazza: per fare la sinistra. <br>Il pippone del venerdì/17

Mettetevi seduti che ve la dico brutale: secondo me ha ragione Renzi. I ballottaggi delle elezioni amministrative di domenica scorsa dimostrano una cosa semplice: la formula del centrosinistra che è in voga dal 2007, ovvero Pd più liste civiche e cespuglietti della sinistra, non funziona più. Le conclusioni del neosegretario del Partito democratico, insomma, sono esatte, anche se muove da un’analisi del voto completamente errata. E’ falso, infatti, che non ci sia bisogno in Italia di un’aggregazione che unisca le forze progressiste – mi piace chiamarle così perché centrosinistra mi sa tanto di politichese – e che rappresenti un’alternativa credibile al liberismo della destra e al sovranismo che tanto va di moda anche in spezzoni della sinistra. Tutt’altro. Non solo ce ne è bisogno, ma è essenziale. Quello che è finito, al contrario, è un modello di alleanza dove c’era un soggetto centrale, il Pd, che con la sua forza attrattiva faceva da traino agli alleati, deboli, subalterni, utili soltanto a rappresentare quella foglia di fico necessaria per arrivare a vincere i ballottaggi. E non funziona più per un semplice motivo: il Partito democratico, da elemento attrattivo è diventato una sorta di veleno che inquina i pozzi, anche quelli dove andiamo a bere noi. Basta guardare i miseri risultati delle liste di sinistra quando si alleano con i renziani. E anche quelli delle liste che fanno dell’antirenzismo il loro unico punto politico, paradossalmente, non paiono un granché. Vanno bene, al contrario le esperienze che partono dal basso, dalle realtà locali (ecco, io eviterei il termine liste civiche perché serve soltanto a generare confusione). E dove la sinistra si presente in maniera autonoma non solo raggiunge risultati considerevoli,  anche oltre il 20 per cento, ma riesce a trascinare il Pd alla vittoria al secondo turno. Padova è un esempio, ma ci sono tanti realtà più piccole sparse per il Paese.

Di questo processo si sono accorti anche autorevoli esponenti del Pd che si affrettano a invocare un nuovo tipo di coalizione, con un forte connotato civico. Che, tradotto dal politichese, vuol dire più o meno due cose:
1) Renzi può restare segretario del Pd ma non può essere lui il nostro candidato premier, serve un leader meno consumato dalle sconfitte a ripetizione;
2) Bisogna mascherare un marchio che non tira più, quello democratico appunto, dietro una qualche aggregazione che si tinga di civico. E torna ancora questa parola che adesso sembra diventata magica.

Ancora una volta io non sono d’accordo. Servono due cose. Intanto serve una sinistra forte, che rinasca dal basso, unendo le diverse esperienze cresciute in questi anni, da quelle politiche, a quelle sociali, alle forze sindacali. Non una coalizione civica. Serve una forza politica, molto politica. Che riparta dalle analisi degli economisti della sinistra europea, di quelli che hanno archiviato la terza via blairiana per tornare a parlare il linguaggio della sinistra. E quindi una forza che dica chiaramente di essere contro i privilegi, per l’uguaglianza, per i diritti dei lavoratori, per una scuola pubblica e democratica, per un nuovo stato sociale costruito sulle comunità e non sul dirigismo statale e regionale, per la riconversione ecologica dell’economia. Poche cose dette in maniera netta. Questa forza deve essere costruita nelle strade e nelle piazze delle città. Non in convegni chiusi dove si ritrova sempre la compagnia di giro dei reduci di mille sconfitte. E deve parlare alle forze sociali organizzate, dalle associazioni ai sindacati. Deve parlare ai sindaci indipendenti, da Orlando a De Magistris a Coletta (per restare nel Lazio). E deve essere una forza plurale, che rompa la logica maggioritaria dell’uomo solo al comando per valorizzare una classe dirigente diffusa, per tornare a formare una classe dirigente fatta di persone indipendenti e non di portaborse.

E poi serve la capacità di allargare il campo, di dettare i temi dell’agenda politica e non subirli. Di affermare i nostri valori anche quando i sondaggi te lo sconsigliano. Guardate che sembra semplice, ma non è così: da Berlusconi in poi non abbiamo più scritto noi la il menu, ma lo abbiamo solo letto e subito. Quella che Gramsci chiamava l’egemonia, l’abbiamo subita. Altro che storie.

Io credo che il primo luglio, la manifestazione lanciata da Articolo Uno e da Pisapia, possa essere la giornata giusta per lanciare un progetto di questo tipo. Mi sembra che l’impostazione iniziale, troppo centrata sulla presunta esigenza di individuare un leader sia stata corretta. A quanto si capisce dai quotidiani, mi pare anche che l’asse politico dell’iniziativa sia stato riportato sull’esigenza di una forza politica che sia autonoma, alternativa e in concorrenza con il Pd.

Gli elettori hanno, insomma, ci hanno dato una mano. Hanno spazzato via le incertezze e le titubanze di questi mesi. Mai come in questa occasione si è resa evidente la frattura fra il Pd e quello che era il suo popolo. E’ evidente. Perché ai ballottaggi sono rimasti a casa, ci sono città dove l’affluenza alle urne supera a stento il 30 per cento. Il caso Genova, città medaglia d’oro della resistenza, città ribelle, è emblematico: neanche l’aver contro un candidato della Lega ha fatto uscire di casa gli elettori di sinistra. Riportarli alle urne non sarà il lavoro di un giorno. Ci vorrà il lavoro di una generazione non tanto per mettere qualche toppa, ma per varare una nuova nave. Parliamo di Genova, uso una metafora portuale.

E allora bisogna lavorare su due fronti: quello immediato, in cui serve un’alleanza credibile, larga, in grado di porre argine alla destra che torna forte. Un terzo polo, credibile, che possa rappresentare un’alternativa sia ai moderati di Renzi e Berlusconi che ai populisti di Grillo e Salvini. Una forte rappresentanza in Parlamento ci servirà se vogliamo davvero diventare un punto di riferimento politico per quel pezzo di società che in questi anni si è sentito orfano.

Al tempo stesso serve un lavoro di lungo periodo, con due obiettivi. Intanto definire quale sia l’identità della sinistra. Di una sinistra che parte dalle sue radici ma che ha i piedi ben piantati nel presente e lo sguardo al futuro. Serve una identità nella società liquida? Io direi che serve a maggior ragione. Serve un’ancoraggio forte per resistere ai marosi di un oceano in tempesta.
I programmi li sappiamo fare bene, magari ci vengono un po’ lunghetti, ma siamo bravissimi. Quello che manca è un tratto identitario, in cui riconoscersi. Una nuova utopia, verrebbe da dire. Con il crollo del muro, nell’89, non è venuta già solo l’idea comunista. E’ venuta a mancare la nostra capacità di suscitare passioni, la speranza per chi è più debole di farsi gigante con gli strumenti della politica. Senza un orizzonte non si resiste alle intemperie di una destra che, al contrario, una sua identità ce l’ha e sa adattarla alle condizioni che cambiano.

Secondo: bisogna trovare una forma partito che esca dalla tradizione novecentesca. Io su questo punto sono davvero convinto che la tradizionale piramide, dalla sezione di quartiere alla direzione nazionale non sia più sufficiente. Le sezioni territoriali erano già morte nei Democratici di sinistra, il Pd ha solo rappresentato l’evoluzione di una crisi irrisolvibile. Non erano più da tempo punti di riferimento locali. E adesso i circoli sono “personali”, basta vedere i risultati dell’ultimo congresso romano per averne la prova. Non più luoghi di confronto, di iniziativa politica, di partecipazione e formazione, ma solo aggregazioni dietro un boss locale, a sua volta referente di un boss regionale e così via. E’ questa involuzione, la vera grande trasformazione genetica della principale forza organizzata della sinistra, che ha permesso l’affermazione di avventurieri vari, di cui Renzi è solo l’espressione più alta ma di certo non l’unica. Un modello organizzativo dove si annida spesso il malaffare, dove la corruzione può divenire strumento di affermazione personale. Servono soldi, tanti, per sfamare i clienti.
Veltroni, di cui spesso non ho condiviso il percorso ma che resta una personalità di spicco, l’aveva capito. Quando propose il partito liquido, dove non contavano tanto gli iscritti ma gli elettori, aveva in mente una maniera per scavalcare questa organizzazione basata sul potere personale di piccoli cacicchi locali. Un tentativo fallito, perché alla fine, controllare gli elettori (quando la base si restringe) diventa anche meno faticoso e costoso. Un votante alle primarie costa due euro, un iscritto ne costa una quindicina.

E allora va messo a punto un modello di organizzazione politica che metta in rete, che tenga conto delle diverse identità, che non sia necessariamente individuale, che dia la possibilità di emergere alle personalità più forti, alle competenze, finanche agli eretici, categoria della quale si sente un gran bisogno. Una nuova classe dirigente ci serve. Molto. Sarà utile se nascerà dal conflitto, dalla lotta politica. Se avremo l’ennesima covata di polli da batteria avremo perso la nostra battaglia. Ci serve la partecipazione. Meglio un vaffanculo che un ossequiosa leccata. Rete, partecipativa e democratica. Io sarei anche per scegliere i contenuti più che le persone. Se si ragiona prima di politica, se si costruisce iniziativa, le persone, i dirigenti vengono naturali. La forma con cui ci si organizza, insomma, è sostanza politica. Non semplice sovrastruttura. E che nessuno pretenda che altri si sciolgano da un giorno all’altro, le fusioni hanno bisogno di tempi.

Sono noioso, ripeto le stesse cose a ogni occasione possibile. Speriamo che questa sia la volta buona per uscire dai buoni propositi e cominciare a lavorare sul campo.

Ci vediamo domani. In piazza.

Il pippone del venerdì /16.
Salvate il soldato D’Alema

Giu 23, 2017 by     No Comments    Posted under: Il pippone del venerdì

 

D’Alema di’ qualcosa, D’Alema di’ una cosa di sinistra. Ve lo ricordate Aprile? Quella frase che poi è diventata un tormentone? Beh, che dire, Moretti sarebbe stato contento. Perché di cose di sinistra, ieri, D’Alema ne ha dette tante. Ci voleva un caldo pomeriggio di fine giugno una iniziativa semiclandestina organizzata da un’associazione cattolica, nel centro di Roma. Si parla di povertà e diseguaglianze sociali, con religiosi, studiosi, politici. Uno strano parterre. Niente giornalisti, niente assillo della quotidianità. E un D’Alema assoluto mattatore. Quindici, venti minuti. E ti racconta il mondo. Le diseguaglianze, la finanza come generatore di ricchezza fuori da ogni forma di controllo sociale. Il ritrarsi delle masse degli esclusi dal protagonismo sociale e politico. La povertà viene sezionata: fenomeno economico, ma anche sociale. Si sentono le vite di scarto di Bauman che aleggiano nella sala. Ci sono Stiglitz e gli economisti francesi quando D’Alema parla della necessità di una tax autority internazionale per sottoporre a un nuovo controllo sociale le ricchezze che ormai hanno una dimensione non più nazionale.

Ma c’è anche tanta sinistra e tanta innovazione nell’analisi finale del. Due cose da fare per combattere la diseguaglianza: recuperare la funzione degli Stati, una dimensione pubblica di intervento e al tempo stesso favorire un nuovo stato sociale, un nuovo sistema di protezione, che veda protagoniste le persone e le comunità locali.

“C’è una tema enorme di fronte a noi – racconta chiudendo la sua relazione  – nei prossimi anni, l’automazione crescente porterà alla perdita di milioni di posti di lavoro. L’Europa non può permetterselo. Che fare?” La risposta è di quelle che non ti aspetti da chi, qualche anno fa, era un alfiere della terza via e di Tony Blair. “Serve un taglio drastico dell’orario di lavoro a parità di salario. Se diminuisce il tempo di lavoro necessario – come lo  definiva Marx – o calano gli occupati o si tagliano le ore  e quelle ore devono essere messe a disposizione della comunità”. Occhio che in questa frase c’è tutto un programma politico. C’è la piena occupazione, c’è il tema del tempo del non lavoro, c’è il tema di un nuovo umanesimo che deve permeare la sinistra. C’è la convergenza, questa volta sui fatti non nella fusione di gruppi dirigenti, della cultura cattolica e di quella marxiana. C’è la liberazione dallo sfruttamento della catena di montaggio per arrivare a una concezione del lavoro che diventa, almeno in parte, una sorta di servizio civile permanente.

Ora, facciamo un salto, io non sono mai stato dalemiano. A Roma era infestato da una pletora di cortigiani  che hanno approfittato del prestigio e del potere che quel nome portava con sé per creare una corrente che si muoveva con grande agilità in un intreccio grigio di politica e affari. Tutto (o quasi) lecito, per carità, ma meglio tenersi ben lontani da quelli che all’epoca chiamavamo “Talebani” o “Dalebani” che dir si voglia. Quando il potere è finito i dalemiani doc sono diventati renziani al mille per cento. Tutti, nessuno escluso. Dai Minniti, Latorre, Velardi, Rondolino fino al ragazzo di bottega, quel Matteo Orfini passato con un triplo salto carpiato dall’oscura segreteria di una sezione dei Ds di Roma a fare il capo corrente prima e il presidente del primo (o secondo) partito italiano. Tutti Talebani doc. Tutti pronti a ridere alle battute del capo, tutti pronti a correre al minimo battito di ciglia, anzi al minimo arricciarsi del baffo.

Insomma D’Alema, diciamolo, non ha avuto un gran fiuto nel selezionare i suoi collaboratori. Gente passata dal nulla a grandi quote di potere che adesso manco lo saluta se lo incontra per strada. E di errori, in generale, ne ha fatti davvero tanti. Li elenca lui stesso, anche perché non ama che lo facciano gli altri. L’esperienza di governo, quella passione per il new labour di Blair. Io ci metto anche una dimensione politica troppo legata alla contingenza del momento e poco tesa alla prospettiva, all’analisi.

Per questo dico che oggi sta vivendo una sorta di seconda giovinezza. Nel 2012 decide (lo fa da solo, non viene rottamato da Renzi come ripetono i costruttori di leggende prezzolati) di non ricandidarsi in Parlamento. Si dedica allo studio, alla sua fondazione, agli esteri. Nella lotta politica quotidiana appare poco. Fa la sua parte di militante, come ama definirsi, ma lo fa con un distacco quasi snob. Sono quasi cinque anni. Un’eternità. Poi ricompare impetuoso: il No al referendum del 4 dicembre, un ruolo importante nella scissione del Pd. Dice cose di sinistra, torna a essere “il Migliore”, l’erede ultimo di quella tradizione togliattiana che ha saputo essere egemone nella cultura politica italiana dal dopoguerra agli anni ‘90.

E subito riparte la caccia al D’Alema. C’è un accanimento decennale nei suoi confronti. Neanche il suo distacco dalla quotidianità lo ha cancellato. Erano solo in “sonno”. Pronti a ripartire. E gli ritirano fuori i presunti complotti contro Prodi, la Bicamerale, il patto della crostata, le bombe “illegittime” su Belgrado. Poi ripartiranno i dossier: dalle barche, al golfino, alle scarpe, al vino. La stagione di caccia è riaperta. Perché il Baffo è tornato. Non importa che non ricopra cariche. Non importa che non sia in Parlamento. Non importa che emani una naturale antipatia per quel suo essere volutamente scostante. Perfino quando dice “sono diventato buono”, ha una voce tagliente. E’ diventato nuovamente il nemico da abbattere numero uno. Ecco allora che parte la vendetta politica per cui in mezza Europa si lavora per toglierli la carica di presidente delle fondazioni del Pse. Ecco che si scatenano i giornalisti da cortile in fantastici retroscena in cui si raccontano – fonti certe ci mancherebbe altro – di dissidi continui con Bersani che starebbe manovrando per non riportarlo in Parlamento.

Ci si mettono anche quelli della sinistra cosiddetta radicale che quando sentono parlare di D’Alema usano perfino le parole di Renzi per attaccarlo. Tutti d’accordo.

Ora, io che dalemiano non lo sono mai stato, questo grido d’allarme posso lanciarlo senza tema di essere tacciato di cortigianeria. La mia stima è testimoniata dalla foto che apre questo pippone. Mi feci tutta la grande manifestazione del Circo Massimo con quel cartello al collo: “Liberate Baffino dai Talebani”. Un successone, devo dire. Ma una foto che testimonia anche la mia distanza. Eppure, ragazzi, ora che è libero, ci serve come il pane. Perché, sia pur senza cariche, è l’unico leader rimasto alla sinistra italiana. Abbiamo tanti dirigenti capaci, da Bersani, a Rossi, a Speranza, a Fratoianni, a Civati, alle new entry Falcone e Montanari. Abbiamo giovani che scalpitano e ai quali bisogna lasciare spazio. Ma di leader a tutto campo non ne abbiamo. Gli anni, le sconfitte, gli imporranno anche un ruolo di seconda fila. Di padre nobile, per così dire. Ma non ne abbiamo altri con la sua capacità di analisi, coraggiosa e ritrovata. Ci serve la sua passione, la sua volontà di unire, la sua capacità di immaginare una nuova sinistra, alternativa al Pd, perno di un altrettanto nuovo centrosinistra.

In questi mesi la navigazione non è stata facile, per usare una metaforica marinara che ci sta tutta. La barchetta sulla quale siamo saliti traballa parecchio. E i prossimi mesi saranno ancora più complicati. Mi chiedo però cosa sarebbe successo se non ci fosse stata l’iniziativa costante del soldato D’Alema. Quel pungolo, quell’assillo unitario che lo ha riportato in campo. D’Alema si deve o meno ricandidare? Si facciano le primarie che ha chiesto lui stessi a gran voce (primarie della sinistra, non del Pd, sia chiaro). E’ bene che i politici tornino a misurarsi con la ricerca del consenso. Nei mercati e nelle piazze. Che sia un oscuro comitato di garanti a decidere le nostre candidature  mi sembra un’idea ottocentesca, lo dico sinceramente. Bene liste costruite nei territori, bene che siano liste giovani. Ma senza polli da allevamento.

Il soldato D’Alema ci serve, cari compagni. Non ha bisogno di essere salvato, si potrebbe dire, ci pensa bene da solo. Ecco, lo so, ma io credo, che ricordarci tutti l’importanza della solidarietà fra di noi sia di per sé un passo in avanti nella ricostruzione non tanto della sinistra, ma di quella comunità politica che negli anni abbiamo perso.

Per cui, senza esitazioni: guai a chi tocca il soldato D’Alema.

Lettera aperta alla Sinistra
Edizione straordinaria del “pippone”

Giu 16, 2017 by     1 Comment     Posted under: Il pippone del venerdì

Scena prima, una strada di Roma, giugno, volantinaggio di Articolo Uno.
Passante: “Ma che è?”
Militante: “E il nuovo movimento della sinistra, con Bersani, Speranza, D’Alema”.
Passante: “Bravi, ce l’hanno fatta a lasciare Renzi. Però mica farete un altro partito. Dovete stare tutti insieme, sennò io me ne rimango a casa”.
Militante: “Hai ragione pure tu, ma insieme con il Pd? Con Renzi?”
Sguardo truce del passante: “Ma de che? Insieme sì, ma la sinistra”.

Scena seconda, sfoglio dell’organo di stampa di un grande gruppo editoriale.
“Pisapia: no alla sinistra rancorosa. Tutti insieme, ma serve il centrosinistra, non un partito di testimonianza, dobbiamo puntare al governo. Con quelli del 18 giugno abbiamo un’altra visione”.
“Il primo luglio nasce Insieme, appuntamento a Roma. Prodi non ci sarà, ma in futuro potrebbe arrivare la sua benedizione. Letta non ci sarà ma si sente vicino. Cuperlo tentato. Sul palco Boldrini, Bersani e Pisapia. Obiettivo: dividere Bersani da D’Alema. Prodi incontra Renzi: farò da collante”.

Scena terza, dibattito sui social.
Militante di Sinistra italiana:
“Eh no però, con chi ha votato Sì al referendum non ci voglio stare insieme. E poi D’Alema ha bombardato Belgrado. E Bersani che vuol dire che lui è liberale?”
Militante di uno dei partiti comunisti: “Ah, ma noi siamo comunisti, non ci interessano le istituzioni, siamo per la lotta nel lungo periodo”.
Militante di Articolo Uno: “Ma noi siamo per unire la sinistra, ma contro l’accozzaglia. Vi sento un po’ rancorosi oggi. E poi voi non siete neanche un prefisso telefonico”.
Sostenitore di Pisapia: “Bisogna tornare allo spirito dell’Ulivo, ma mica rivorrete fare l’Unione. E poi con il Pd, ma senza Renzi, bisogna dialogare”.

Insomma, qua non abbiamo capito nulla. Non abbiamo capito il grido del passante, a cui l’idea di un ritorno in campo di una sinistra piace anche, ma che nel guazzabuglio di gruppetti dirigenti, nei giochetti parlamentari non ci si ritrova proprio. Non vi capisce, cari presunti leader della sinistra. Non capisce cosa vi divide. E soprattutto, le elezioni amministrative ne sono l’ennesima riprova: non vi vota. Ritorna in campo solo quando vi presentate insieme e lo fate con un progetto radicato nella città e credibile. Alternativo e autonomo. E allora? Nel mio piccolo ci provo, con questa mia lettera-appello. Copiatela, condividetela, scrivetene una vostra, ma diamoci tutti (tutti tutti) da fare.

Lettera aperta alla Sinistra

Cara Sinistra,

da ragazzo, appeso davanti al mio letto, avevo un grande poster. C’era un Pasolini in bianco e nero, con accanto la sua poesia secondo me più bella: “Alla bandiera rossa”. Parla di una bandiera che era stata la speranza di milioni di persone e si sta sbiadendo, sta diventando un ricordo. Il poeta non era uno di quelli che te la mandava a dire, la conseguenza era drammatica, le parole impietose: “Chi era coperto di croste è coperto di piaghe, il bracciante diventa mendicante,  il napoletano calabrese, il calabrese africano, l’analfabeta una bufala o un cane”. Quando guardavo quel poster, quando leggevo quelle parole, mi venivano sempre le lacrime agli occhi. Un po’ perché era un regalo di mia madre. Un po’ per quelle parole, violente, di Pasolini. Ecco, cara Sinistra, tu oggi sei come quella bandiera rossa.

Ti sei sbiadita dietro i giochi in Parlamento, ti sei nascosta nei retroscena dei giornali. Ti perdi ogni giorno di più nelle divisioni, nella frantumazione, nelle votazioni “tattiche” alla Camera e al Senato. E mentre tu ti sei persa, gli altri, le destre, mica stanno a aspettare. Siamo il paese con più diseguaglianze d’Europa. Fra lo stipendio di un manager e quello della sua segretaria passano vite intere. Dodici milioni di cittadini non si curano più. Non hanno i soldi e lo Stato pensa a dare i buoni ai figli dei ricchi. Invece di diminuire le tasse ai poveracci, cara Sinistra, chi governa in tuo nome, le ha diminuite ai padroni, non gli tassa neanche i villoni, quelli con la recinzione alta due metri, messa lì perché non si possa neanche vedere quello che c’è dentro.

Cara Sinistra, ti sei persa fra le righe dei comunicati stampa, dietro al dialogo via tuitte. In quei 140 caratteri maledetti che non ti fanno pensare. In quella gara a chi fa la battuta più fica, non ti abbiamo più ritrovato. Ti sei persa perché ai cancelli delle fabbriche non ti sei fatta più vedere. Ormai ci va soltanto, pensa un po’, Papa Francesco. Sei prigioniera nei gruppi parlamentari. Ti sei persa da quando non solo non vieni più ad ascoltare i compagni e i cittadini, ma pretendi pure di insegnar loro come devono vivere.

Cara Sinistra, io te lo dico con grande affetto: ci hai un po’ rotto le palle a tutti. Noi siamo quelli che ci sono sempre, che stanno alle cucine alle feste, che fanno i rappresentanti di lista estate e inverno, che riempiono le sale quando arriva il deputato. Quelli che votano, cercano le preferenze, si sgolano per strada e si prendono i pesci in faccia per te. Quelli che si incazzano, discutono, Quelli che ci hanno sempre creduto e sono sempre stati iscritti al Partito. Con la P maiuscola.

Ecco, proprio voi, cari militanti ignoti della Sinistra dispersa: qua ci stanno mandando a sbattere, gruppi dirigenti senza popolo, leoni da tastiera che non alzano la faccia dal computer. Serve una ribellione unitaria. E nel mio piccolo ci provo. Con questa lettera-appello, rivolta alla Sinistra ma ancora di più a voi. Ribellatevi, ribelliamoci. Inondiamo di mail i nostri parlamentari, facciamoci sentire ogni volta che convocano un’iniziativa, ma, ancora di più, facciamola da soli, la sinistra. Telefoniamoci, messaggiamoci, fissiamo incontri tra noi, militanti ignoti frantumati per motivi ancor più ignoti. Convochiamo noi assemblee (caseggiato per caseggiato) con un solo slogan: Unità. E invitiamo i parlamentari, i dirigenti, li facciamo sedere in platea e li costringiamo, per una volta, ad ascoltare noi. E se ancora non capiscono prendiamoli e chiudiamoli in una stanza.

Cara Sinistra, insomma, non servono le cose complicate. Nome: La Sinistra. Simbolo: Una stella rossa, una sola mi raccomando. Un bel cerchio, con un altro slogan: Uguaglianza è democrazia. No, cara Sinistra, non è uno sbaglio. Volevo proprio usare il verbo essere. L’accento è giusto. Perché la democrazia, se il tuo padrone guadagna mille volte più di te è una presa in giro. Senza uguaglianza le libertà democratiche sono una chimera. Cara Sinistra, chiama un grafico bravo, fatti fare un simbolo chiaro, di quelli che sulla scheda si vedono bene Il partito unico? Lascia perdere, cara Sinistra: siamo un arcipelago, costruiamo intanto una rete. Non una piramide, hai capito bene: una rete. Fatta da tutti i partiti e i movimenti esistenti, dalle liste civiche, dalle associazioni, dai singoli militanti ignoti.

Cara Sinistra, parla anche con i sindacati e spiegagli che si devono dare una mossa anche loro, perché hanno cominciato con l’articolo 18 e la “Buona scuola”, ma mica hanno finito. Non fate i buoni, neanche voi. Scendete in campo, aiutateci, non pensate che la contesa politica sia altra cosa, che non vi riguardi.

Insomma, cara Sinistra, non perdere altro tempo, torna nelle piazze, torna dalla parte del torto, con i migranti, con i pezzenti, torna a fare la Sinistra.
Come diceva Pasolini, cara Sinistra “ridiventa straccio, e il più povero ti sventoli”.

Il pippone del venerdì/14
Di tatticismo si muore, Articolo Uno rompa gli indugi

Giu 9, 2017 by     No Comments    Posted under: Il pippone del venerdì

Mentre in Gran Bretagna i laburisti, con un programma di sinistra, guadagnano seggi per la prima volta dal 1997, in Italia quelli che sono sempre stati in vita loro in un partito del 3 per cento, spiegano a D’Alema come non fare un partito del 3 per cento. Sullo sfondo l’ennesimo disastro renziano: salta l’accordo sulla legge elettorale, il voto segreto fa emergere tutta la doppiezza dei grillini. Che saranno anche gli apriscatole del Parlamento, ma poi, quando si trovano a dover decidere, si comportano come la peggiore Democrazia cristiana: comandano le correnti. Succede nelle amministrazioni locali, dove non v’è traccia della trasparenza e della partecipazione dei cittadini. Succede alla Camera dove fanno finta di fare l’accordo e poi lo bruciano con manine che dovevano restare segrete e, invece, sono apparse sul tabellone elettronico di Montecitorio. Ma tutto questo è cinema. Torniamo al filone principale.

Ora, dicevamo la settimana scorsa: la sinistra guadagna voti quando fa il lavoro suo, difende i deboli, elabora programmi di riscatto sociale, parla ai lavoratori, agli studenti, ai pensionati. E’ successo in Grecia, in Spagna, in Portogallo, in Francia. Succede proprio in queste ore in Gran Bretagna. Il vecchietto Corbyn che tutti davano per defunto prende il 40 per cento. E allora come prendere voti e tornare a contare qualcosa anche in Italia? La risposta è facile. Copiamo dal resto del mondo. E invece no. Da settimane ci stiamo lambiccando sulla formula da adottare: rifare la sinistra, rifare il centro sinistra, no serve un sinistra centro. Ma poi ci mettiamo il trattino o no? Serve un centro-sinistra discontinuo. Sì, ma niente ammucchiate arcobaleno. E questa, lo dicevamo in apertura, è la più bella.

Andiamo con ordine. Che succede nel 2008? Caduto il governo Prodi, anche grazie ad alcune uscite improvvide sulla vocazione maggioritaria del Pd da parte del segretario Walter Veltroni, il Partito democratico decide che il centro-sinistra che aveva vinto le elezioni precedenti non serve più e che alle elezioni andrà da solo. Uno scontro frontale con Berlusconi. Bertinotti, allora leader di Rifondazione comunista, la principale formazione a sinistra dei democratici, dice che va bene e dà vita alla sinistra arcobaleno, raggruppando tutti i frammenti di quella variegata galassia: dai vari partiti comunisti, a quella parte dei vecchi Ds che non aveva aderito al Pd, ai verdi. Non aveva calcolato, il rivoluzionario dei salotti bene di Roma, due cose. La prima: andare alle elezioni con un simbolo nato dal nulla pochi mesi prima non era una grandissima idea. La seconda: il maggioritario tende a polarizzare lo scontro fra i due contendenti principali. Morale della favola la sinistra arcobaleno rimase fuori dal Parlamento e iniziò una lunga traversata nel deserto. Una batosta dalla quale, pur con risultati meno disastrosi,  non si è più ripresa: la diaspora è proseguita, le aggregazioni che si sono succedute negli anni sono sempre state accordi fra gruppi dirigenti, lontani dagli scontri veri in atto nel paese.

Che succede da qualche mese a questa parte? Qual è la vera novità? Che un pezzo di gruppo dirigente del Pd abbandona Renzi, dice che quella non è più la sua casa, troppo personalismo, troppi elementi di destra nell’azione del governo e dice: tocca ricostruire un soggetto politico plurale e unitario al tempo stesso, che possa dare rappresentanza a tutto quel popolo che non sa più chi votare. E si è rivolto perfino, negli ultimi anni, a un movimento populista e demagogico come i 5 stelle. Come fare? Ripartiamo dal basso. Insomma, le tesi che da qualche anno, non da solo, provo a sostenere. Chi ogni tanto legge le mie farneticazioni, lo sa bene cosa intendo: vedo la sinistra come tante isole disperse nell’oceano. Non parlo tanto delle tante (troppe) sigle di partiti e partitini, ma della sinistra diffusa, delle associazioni, dei movimenti. Di tutte quelle esperienze di resistenza sociale che, nel vuoto della politica, hanno tenuto duro in questi anni. E non hanno rappresentanza. Facile? Tutt’altro.

Non è per niente un compito facile. E diventa ancora più complicato se ci mettiamo a fare l’analisi del Dna a ciascuno di noi. A rispondere “no tu no” a chi dice “vengo anche io”. I veti reciproci, il rinvangare errori di vent’anni fa, non ci porterà da nessuna parte. Ora si parla di un nuovo Ulivo, di un nuovo centro sinistra, chi è stato protagonista della stagione della sinistra arcobaleno parla con terrore di quella esperienza. E lo venite a dire a noi? Guardate che abbiamo ben chiaro che non serve la somma delle siglette della sinistra. Non serve un’operazione di conservazione di ceto politico. Bisogna parlare a quelle mille isole disperse, bisogna dirgli che devono uscire dal guscio, che devono mettersi in gioco direttamente. Non delegare a una classe dirigente stanca e usurata dalle sconfitte, ma farsi classe dirigente in prima persona. Non aspettare che noi ricostruiamo una casa dove anche loro possano riconoscersi, ma costruirla insieme. Altro che sinistra arcobaleno, altro che somma di partitini inesistenti. Esperienze di questo genere, questa rincorsa minoritaria, non sono nel nostro Dna. Diciamolo una volta per tutte: non si prendono lezioni da chi in formazioni irrilevanti ha passato gran parte della sua storia politica. Che ognuno faccia i conti  con la sua storia, con le sue sconfitte e le sue vittorie.

Il punto da cui partire, la base comune, non può che essere, a mio avviso che uno: applicare la Costituzione italiana. Io credo che dire il nostro riferimento è il no al referendum del 4 dicembre, sia insufficiente. Intanto perché chi ha votato sì con molti mal di pancia, per mera disciplina di quello che all’epoca era il suo partito, non può essere crocifisso nei secoli a venire. Ma anche perché non si parte da un no, non ci si definisce per contrarietà. “Noi siamo quello che non vogliono”. Capite la debolezza di questa frase? Noi siamo quelli che, dopo un referendum che ha salvato la Costituzione da un attacco senza precedenti, ora vogliono farla vivere, vogliono che i principi scritti nella prima parte della Carta diventino azione politica quotidiana. Credo sia una prospettiva più solida, più attrattiva.

Punto secondo: le diseguaglianze. Io resto convinto della necessità di superare il capitalismo. Sarò vintage, ma sono rimasto legato alla prospettiva indicata da Togliatti prima e Berlinguer poi. Le libertà democratiche, i diritti civili e sociali, dicevano, sono nulla, diventano parole vuote, se non ci si aggiunge una libertà più importante, la libertà dal bisogno, dallo sfruttamento dell’uomo sull’uomo. Nel paese che ha accumulato negli ultimi vent’anni più diseguaglianze che nel resto d’Europa messa insieme, queste frasi sono fondamentali, la parola “uguaglianza” assume una valenza rivoluzionaria. E quindi lavoro, investimenti, sanità di qualità per tutti, una scuola pubblica più forte e più democratica. Non so se sono parole vecchie, antiche dice qualcuno. A me sembra che siano di gran moda in tutto il mondo.

Ultima notazione, la vicenda del leader di questo schieramento. Un sondaggio apparso nei giorni scorsi sul Fatto Quotidiano, attribuisce a una forza unita della sinistra percentuali intorno al 10 per cento. Con punte del 16 a seconda del leader. Saviano, per dirne uno, è quello che attira più consensi, a seguire Rodotà e Bersani. Io credo sempre che, più che sulla ricerca di una figura carismatica, dovremmo concentrarci di più su cosa vogliamo fare e metterci a farlo. Casa per casa. Poi le formule verranno da sole e i leader cresceranno. Alcuni errori, però, vanno evitati con accuratezza.

1) Basta con i tatticismi politicanti. Non ci capisce nessuno se ci definiamo in maniera differente a seconda del modello elettorale in voga durante la settimana. Credo che sia persino insufficiente e fuorviante definirsi come forza “alternativa” al Pd. Perché una forza non si definisce in relazione ad altri. Quella che dobbiamo costruire non è una forza alternativa a qualcuno, ma una sinistra autonoma, dal punto di vista culturale innanzitutto.

2) No al raggruppamento dei reduci. In queste settimane abbiamo dato tutti un’occhiata ai nomi che girano e che garantirebbero, nella mente di chi li fa filtrare, un profilo del tipo ulivista alla nuova formazione politica. Da Prodi, a Tabacci, a Letta. Fino a De Mita che le cronache danno in fase di grande attivismo. Tutte figure significative che hanno avuto un ruolo importante nella nostra storia. Ed è positivo sapere che ci guardano con attenzione. Ma non possono essere il nostro riferimento. Anche perché poi lo stesso Prodi ci fa sapere che si è accampato con la tenda e aspetta. Non si sa bene cosa. Noi di tutto abbiamo bisogno meno che di gente che aspetta.

3) Nessuno pensi che basta definirsi leader per esserlo. Lo dicono proprio i sondaggi. Non basta avere il via libera da parte di qualche salotto buono. Neanche se di quel salotto fanno parte editori, capitani d’industria e importanti intellettuali. Quando si va a votare, il loro voto sempre uno conta. Il leader, o meglio il gruppo dirigente si sceglie con un processo di partecipazione. Primarie, assemblee diffuse, decidiamolo insieme.

4) Basta con le posizioni dette a metà. Dobbiamo essere netti. Diritti: bisogna reintrodurre l’articolo 18. Punto, senza mediazioni a monte. Scuola: abolire questa vergogna dell’alternanza scuola lavoro. Tasse: paghino i ricchi, noi abbiamo già dato. Guardate che i Melenchon, i Corbyn i voti lo hanno presi così. Fra i giovani, mica fra i sessantenni.

5) Basta con le convocazioni in contrapposizione: prima si fa l’assemblea di quelli del No, poi si fa quella di Pisapia e soci. Articolo uno, che nasce proprio con la vocazione di riannodare i fili spezzati, non può essere semplice spettatore, infrastruttura a disposizione come dicono alcuni con un’espressione orribile. No, tutt’altro. Dobbiamo essere noi il motore della barca. Dobbiamo fare il giro delle isole, non aspettare che si spostino da sole.

 

Il pippone del venerdì/13
La sinistra, breve storia (triste) di un suicidio di massa

Giu 2, 2017 by     No Comments    Posted under: Il pippone del venerdì

Punto primo: la sinistra vince, o meglio resiste, quando fa la sinistra. Perde quando si sposta al centro e sposa i vari liberismi, magari tentando di mitigarne gli aspetti più estremi. Succede in tutto il mondo.
Punto secondo: il centro, in politica, non esiste. E’ una finzione che ci siamo inventati in Italia, in tutto il mondo i partiti si schierano sull’asse progressisti/conservatori. Possono essere più o meno orientati verso uno dei poli, ma un partito neutrale rispetto a questa contrapposizione non esiste in natura. E anche quando qualche movimento politico proclama la sua neutralità è solo per mascherarsi.

Il ragionamento sarebbe ovviamente più complesso e articolato. La contrapposizione progressisti/conservatori appare a volte più o meno netta. I fattori che entrano in gioco vanno spesso oltre la contrapposizione di classe dell’800. Anche se, lo dico per onestà, io trovo che capitalisti contro proletari, in fondo in fondo, funzioni bene anche adesso, se ampliamo l’orizzonte a livello mondiale. Al netto delle semplificazioni, che ammetto, io credo che queste coordinate siano vere, questi due punti fermi rappresentino bene la situazione politica. Tranne che in Italia. Paese nel quale c’è ancora il fattore k.

Riassumiamo brevemente, non me vorrete per la rozzezza dl racconto. Nel dopoguerra in Italia si crea una situazione del tutto originale, rispetto al resto dell’Europa occidentale: c’è un blocco moderato, conservatore, che ha il suo fulcro nella Democrazia cristiana, non c’è un blocco progressista che possa competere per la conquista del potere, perché la sinistra è rappresentata essenzialmente dal Pci, partito che arriverà nelle stagioni migliori a due milioni di iscritti e al 34 per cento dei voti. Una forza considerevole, ma non spendibile per il governo. Perché l’Italia, nella spartizione del mondo fra Usa e Urss che avviene dopo la seconda guerra mondiale, fa parte dell’occidente. E, malgrado l’evoluzione democratica avviata da Togliatti e conclusa da Berlinguer, resta la pregiudiziale: il Pci può amministrare Comuni e Regioni ma non può partecipare al governo del paese. Lo chiamano fattore K. E quando con Moro si profila una convergenza fra Dc e Pci, il famoso compromesso storico, ecco che il dirigente democristiano viene rapito dalle Brigate rosse e ucciso. Un rapimento dietro il quale c’è chiaramente la mano dei servizi segreti. Non solo italiani.

E allora che succede? Quale è il senso di questa storia? Complice il fattore K, in Italia ci siamo inventati il centro: la Democrazia cristiana da partito conservatore diventa un grande contenitore in cui sono presenti sia la destra che la sinistra. E tutto ruota intorno alla balena bianca: si allea con le forze moderate, poi si apre ai socialisti che si allontano dal Pci. Quando servono ci sono i voti del Msi, la destra fascista, voti in frigo, ma a disposizione. Una grande ammucchiata. La sinistra comunista, un terzo del Paese è bene ricordarlo ancora una volta, resta esclusa. Fino a tangentopoli. Siamo all’inizio degli anni ’90. Il Pci, finita l’Unione sovietica, ha cambiato nome, crollano gli altri partiti tradizionali. Sembra arrivato il momento per avere un governo progressista. E invece che succede? Salta fuori Berlusconi, aggrega la destra, parte della vecchia Dc e del Psi, tira fuori dal frigo il Msi, diventato nel frattempo An, e rimanda i nipotini di Togliatti all’opposizione. Servirà Romano Prodi, un ex democristiano per portare i progressisti al governo. Insomma, il fattore K passa dall’essere elemento di esclusione totale a elemento di “necessità di tutela”: potete governare ma non troppo, vi controlliamo comunque noi. Perfino quando un ex comunista diventa presidente del Consiglio, succede con Massimo D’Alema dopo la caduta di Prodi in Parlamento, la gestione del potere, la stanza dei bottoni vera, ha un forte ancoraggio occidentale. Il suo governo tira avanti grazie alle truppe di Francesco Cossiga, l’ex presidente della Repubblica regista di gran parte delle trame anticomuniste dei tempi della guerra fredda. E D’Alema per dimostrare la sua fedeltà all’occidente, dovrà perfino far partire i bombardieri contro la ex Jugoslavia. Una sorta di sindrome dell’ultimo arrivato che deve dimostrare al gruppo quanto è fico.

E che si fa? La sinistra, per risultare ancora più digeribile al potere economico in Italia, si annacqua ulteriormente: nasce il Partito democratico. Lo guida il meno comunista degli ex comunisti, Walter Veltroni. E manco così va bene. Ci prova Pierluigi Bersani, esponente della sinistra del fare, ex presidente dell’Emilia Romagna. Insomma, uno che vuole aiutare l’economia capitalista, non trasformare l’Italia in un paese socialista. E niente, non va bene neanche lui. Quando la vittoria sembra a un passo gli piazzano Mario Monti, presidente del Consiglio di un governo chiamato a salvare il paese dall’emergenza economica. E gli dicono: lo devi sostenere, altrimenti l’Italia va verso la bancarotta. Probabilmente non è vero, malgrado la cura liberista siamo ancora un paese troppo importante economicamente. Ma il Pd ci crede. Più di un anno di agonia. Non sto a fare l’elenco, perché i provvedimenti decisi dai tecnici sembrano la trama di un film dell’orrore. Tutti sappiamo come è finita, la vittoria non vittoria, i 101 contro Prodi, le dimissioni di Bersani, le nuove primarie.

Qui si chiude il cerchio della storia del dopoguerra. Renzi, giovane virgulto democristiano con entrature importanti in ambienti finanziari e in oscure lobby, diventa il “capo” degli ex comunisti. E cosa ti fa fin dal primo giorno di lavoro? Lavora per farli estinguere. Questa è la famosa rottamazione, altro che storie: non il pensionamento di uno o due leader politici consunti dagli anni, ma la rottamazione di un’intera cultura politica italiana, la cultura comunista italiana che ha continuato, in varie forme a essere cervello e gambe della sinistra nel nostro paese. Lo fa, o almeno prova a farlo, perché la trova nel momento più basso della sua storia. I dirigenti sono consumati dalle sconfitte, sotto di loro c’è una classe di giovani rampanti che, il giorno dopo l’elezione di Renzi, provano già a salire sul carro del vincitore. E il ragazzotto fiorentino, magnanimo, li accoglie, ma lascia loro i posti più scomodi e marginali, non entrano mai nella vera stanza dei bottoni. In cambio pretende fedeltà assoluta. Una roba che neanche negli anni in cui il centralismo democratico era regola assoluta per la vita del Pci. Perché lì almeno si discuteva prima di decidere. Adesso il leader decide e hai una sola opzione: dire di sì. Chi contesta, educatamente, diventa gufo, rosicone, parruccone, rema contro. Succede all’interno del partito, succede con i giudici che bocciano le leggi del governo, succede con i – rari – intellettuali che provano a gridare che “il re è nudo”.

Il resto è storia di oggi. Una parte, piccola o grande si vedrà, di quella tradizione, di quella cultura comunista italiana, prova a rialzare la testa, se ne va dal Pd e dice: “Ragazzi, si riparte”. E scatta subito il fattore K. Questa volta assume le sembianze di un timido avvocato milanese, un esponente della cosiddetta borghesia illuminata che si autonoma leader federatore, prende le redini della baracca e dice: bisogna rifare il centrosinistra. Anzi più che dice, pigola. Perché fra un tentennamento e l’altro questo Pisapia sembra più un pulcino spaventato – il pulcino Pisapio appunto – che un capo politico. Ma al di là delle battute, quello che vorrei provare a spiegare è l’errore di fondo su cui si basa questa operazione, alla quale, a quanto pare, tutti stanno accodandosi in buon ordine.
Immaginatevi questa scena: per vent’anni vi danno da mangiare biscotti con olio di palma. Poi a un certo punto si scopre che l’olio di palma fa male. Lo eliminano dai biscotti e lo sostituiscono con il burro di palma. Non è che fa male anche quello no?

Insomma, provo a dirla semplicemente, da qualche anno oramai mi sono fatto questa convinzione: non è che il progetto originario del Pd è fallito. Era proprio questo il progetto originario, ovvero rendere inoffensiva una famiglia politica, una cultura che tanto aveva rappresentato nella storia del ‘900. E la cura qual è? Ne facciamo un altro, ma più piccolo. Invece di Franceschini ci mettiamo Tabacci che almeno è simpatico. Guardate che se la raccontiamo a un cittadino di un altro stato ci prende per matti. Non è che gli altri lavorano per farci scomparire, non è il destino cinico è baro: stiamo facendo tutto da soli. Siamo noi che lavoriamo alla nostra scomparsa. Ora, io passo per essere realista. E dunque, prima di tutto bisogna pensare alla sopravvivenza. Va bene tutto. E quindi Pisapia, che uso come personificazione di una sinistra moderata, può essere parte di un progetto in due fasi: a) sopravviviamo alle elezioni; b) abbiamo cinque anni di tempo per riorganizzare la sinistra. Ma non può essere che per far ripartire la sinistra ci facciamo scegliere il capo da qualche gruppo editoriale italiano al quale non siamo mai stati particolarmente simpatici.

Dunque, che fare? A me convince molto lo schema indicato da D’Alema, non a caso indicato come il cattivo da abbattere: si parta da assemblee quartiere per quartiere, sui programmi, per ritrovarsi, per ricostituire una comunità politica che altri hanno diviso. Poi si facciano le primarie per scegliere i candidati alle Camere (che altrimenti saranno tutti nominati, con la legge elettorale che stanno discutendo in parlamento) e soprattutto per scegliere il leader di questa alleanza. Di sinistra, di centrosinistra… ha ragione chi sostiene di essere stanco di nominalismi. Io sarei anche per evitare di indicare un leader unico, sarei per dare la sensazione di una squadra ampia e rinnovata, ma dicono all’epoca della comunicazione sfrenata ci serve. Magari non lo lasciamo solo. Mettiamoci i contenuti, mettiamoci facce nuove. Di gente che viene dalla vita reale, non dai salotti. Il tempo dei polli di allevamento è finito.

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