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Sabato 26 maggio: non facciamo scherzi
. Il pippone del venerdì/56

Mag 18, 2018 by     No Comments    Posted under: Il pippone del venerdì

Questo fine settimana si avviano a conclusione due soap opera francamente melense e stanche. Sabato ci sarà l’assemblea nazionale del Pd, dove si annunciano fuoco e fiamme fra i renziani e gli altri. Si dovrebbe decidere chi guiderà al partito fino al congresso. Il fatto che il candidato dei non renziani sia quello che alle scorse primarie si era candidato in tandem con l’ex segretario fa parte dei paradossi di questo partito. Ha ragione Rosy Bindi: la cosa migliore che potrebbe fare è sciogliersi, dando il via a un processo di riaggregazione della sinistra su basi diverse. Siccome è l’unica cosa sensata da fare non la faranno. Facciamocene una ragione una volta per tutte. Alla fine, malgrado le annunciate conte, rese dei conti e via dicendo, si accorderanno secondo i voleri di Renzi.

L’altra storia che si avvia all’epilogo è quella del governo. Siamo ormai a 74 giorni dal voto, Lega e 5 stelle hanno raggiunto un accordo politico, si tratta sul nome del presidente del Consiglio. Se ne parlerà, a quanto si vocifera, lunedì. Il paradosso è che si cerca un nome dove aver trattato sul programma. Come se fosse una specie di notaio e non una delle figure più importanti del panorama politico. Una sorta di maggiordomo disponibile a prestare la propria faccia a idee altrui. Lo troveranno? Come finirà non è davvero dato saperlo. Salvini e Di Maio ci hanno abituato a sorprese continue. Temo che non saranno positive.  I contenuti del cosiddetto “contratto” non fanno ben sperare.

C’è una terza storia che si avvia se non alla conclusione quanto meno a un punto di chiarimento. Ed è quella di Liberi e uguali, ovvero del progetto di un nuovo partito della sinistra che avrebbe dovuto formarsi dopo le elezioni. Dopo un paio di mesi di silenzio si è fatto vivo a sorpresa Pietro Grasso: ci vediamo tutti a Roma sabato 26, non mancate. Per fare cosa non è dato saperlo: discuteremo insieme su come proseguire il percorso politico. Ci sarà un documento, un ordine del giorno? Mistero assoluto. Secondo me non lo sanno neanche loro. Si tratta, lo dico senza giri di parole, di una convocazione tardiva, perché siamo scomparsi dalla scena per oltre due mesi, ma affrettata al tempo stesso. Non è, infatti, di un’assemblea eletta, rappresentativa (si devono essere resi conto che i delegati nominati per l’appuntamento di dicembre appartengono a una diversa era geologica), ma aperta a tutti quelli che vogliono partecipare. E dunque non sarà un luogo in cui si prenderanno decisioni vincolanti.

Serviva un processo differente, che partisse dalle assemblee locali, capovolgendo la piramide e arrivasse a un’assemblea nazionale davvero rappresentativa. Ancora una volta la democrazia e il confronto vero fanno paura a un gruppo dirigente che guarda con preoccupazione anche alle proprie ombre. Si è preferito discutere separatamente nei diversi partiti, in maniera da alimentare le divisioni in maniera artificiale. Però questo abbiamo e tocca farselo bastare. Sarò dunque breve e spiegherò cosa mi aspetto da questo appuntamento messo insieme alla carlona.

Tre cose vanno fatte secondo me: per prima cosa i dirigenti chiariscano cosa pensano, senza tatticismi. Se vogliono davvero procedere verso la costruzione di un partito unitario, che vada oltre il ristretto orizzonte attuale, bene. Altrimenti, visto che alla base la volontà c’è, si facciano da parte. Devono finirla con questo assurdo gioco del cerino, in cui tutti dicono che la strada è tracciata e poi tifano perché avvenga qualcosa che interrompe il percorso a patto che la responsabilità sia di altri. In questi due mesi sono stato a molte assemblee locali, ho letto i resoconti di altri appuntamenti. Non ho sentito nessuno dire: torniamo indietro, chiudiamoci nelle nostre formazioni politiche di appartenenza. Anche perché molti dei partecipanti sono “esuli”, faticano a inquadrarsi nei tre partitini che hanno dato vita a Leu.

Chiarito il primo punto, si potrebbe passare a fare un elenco dei nodi da chiarire: analisi della situazione attuale, quadro di valori in cui collocare il nuovo partito, la casa europea da scegliere, la forma da assumere. Sono questi i punti su cui si costruisce una forza politica unitaria e autonoma, che non dipenda dalle decisioni che prenderà il Partito democratico. Siamo d’accordo, ad esempio, su una critica serrata sulle scelte compiute non nell’ultima legislatura ma – almeno – a partire dagli anni ’90 del secolo scorso? Siamo d’accordo sull’esigenza di costruire un nuovo orizzonte strategico per la sinistra a livello non solo italiano?  Senza un quadro di valori nuovo, che risponda alle esigenze della società liquida continueremo a farfugliare soluzioni estemporanee e non riusciremo a rappresentare un’alternativa credibile alla destra. Né tanto meno a tornare a parlare con quelle classi sociali più deboli che mai nella nostra storia sono così lontane da noi. Ma la sinistra che prende i voti solo dei ricchi e snobba gli operai è destinata, giustamente alla scomparsa. Quale forma vogliamo dare al nuovo partito? Anche qui, non servono risposte tese unicamente a preservare gruppi che ormai dirigono soltanto loro stessi. Federazione, confederazione, partito pesante. Tutte definizioni rigide che hanno poco senso nell’era liquida e non si calano nella realtà delle nostre città, dove serve un partito che “faccia società” e non si ponga solo la questione della rappresentanza. Dobbiamo porci, insomma, l’obiettivo di riannodare i fili in un mondo dove la solitudine digitale è ormai la regola. Tornare alle nostre origini, a forme mutualistiche, a iniziative che non solo descrivono la società che vorremmo ma la creano un pezzo alla volta. In questo quadro io resto dell’idea che la soluzione siano forme di adesione differenti al partito: singole o collettive, allo stesso tempo, lasciando aperte strade diverse per coinvolgere associazioni culturali, politiche, sindacali.

Terza questione da affrontare: come e in quali tempi si sciolgono questi nodi. Diffido per abitudine di chi lancia appelli a “evitare derive organizzativistiche, perché non ci servono nuovi contenitori altrimenti”… e via con un profluvio di parole senza senso alcuno. Una casa, solida e aperta al tempo stesso, ci serve eccome. Perché l’assenza di una struttura ben definita ha dato luogo a questa situazione di delega in bianco a gruppi parlamentari che a loro volta hanno teso esclusivamente alla propria sopravvivenza. Non mi aspetto ovviamente che l’assemblea del 26 ci dia tutte le risposte, ma, appunto, che ci indichi almeno i percorsi e i luoghi in cui darle. Se si individua un percorso chiaro e partecipato lo spazio in cui muoversi non sarà angusto, altrimenti, almeno da parte mia, non darò la mia disponibilità a soluzioni pasticciate e finte. Io credo, dunque, che dopo aver definito le domande a cui rispondere, l’assemblea del 26 maggio sia chiamata a dire quali sono i luoghi in cui si danno le risposte a quelle domande. E credo ancora che non sia possibile più dare deleghe in bianco a nessuno. Bisogna ripartire, lo dico per l’ennesima volta, dalle città, dai quartieri. Con assemblee aperte, in cui ci si confronta si trovano le strade unitarie. E ci si confronta non solo con chi c’era il 4 marzo, ma soprattutto con chi è rimasto a casa. Ci servono luoghi diversi in cui intrecciare discussioni “alte” sui valori, con la necessaria quotidianità dell’azione politica.

Ecco, sembrano cose semplici da fare. Ma non sono ottimista. Mi sembra che a oggi prevalgano ancora i tatticismi che ci hanno ridotto ai minimi termini. L’assemblea non ha una traccia, si prefigura come l’ennesima seduta di autocoscienza. Spero di sbagliarmi, ci vediamo il 26.

Tranquilli, siamo tutti su scherzi a parte.
Il pippone del venerdì/55

Mag 11, 2018 by     No Comments    Posted under: Il pippone del venerdì

Sintetizzo il quadro in cui ci troviamo. Nasce il governo più a destra nella (breve) storia della nostra Repubblica, con i voti di quelli che mai avrebbero fatto alleanze con chi “aveva rovinato l’Italia negli ultimi 20 anni”. Ora accettano perfino Berlusconi nel ruolo di badante interessata. Allo stesso tempo il capo del principale partito di opposizione, quello che, nell’immaginario collettivo, rappresenta la sinistra che fa? Chiama i suoi elettori alla mobilitazione? No, ci mancherebbe altro. Dice: adesso stiamo a vedere se siete bravi, popcorn per tutti. Intanto quelli della sinistra vera, ancora rintronati dallo scarso risultato elettorale non sanno bene se convocare un’assemblea nazionale unitaria: “Che gli diciamo ai nostri?”, è l’angosciata domanda aleggiata nel vertice di giovedì scorso. Mentre ci pensano bene, il prossimo ministro dell’Interno potrebbe essere quello della ruspa, quello che vuole cacciare gli immigrati a pedate, mentre il ministro degli Esteri potrebbe essere uno di quelli che voleva un referendum sull’uscita dall’Europa.

Sembra davvero un grande scherzo televisivo, quello ordito ai danni degli italiani. Che assistono quasi intontiti da questi due mesi di trattative. I mass media ci hanno convinto che un governo va fatto, ci hanno messo in mezzo anche gli europei, i soliti moniti sui nostri conti. Mattarella ha paventato un immediato ritorno alle urne e, come di incanto, tutto si è sbloccato. Caduti i veti dei 5 stelle, garantito Berlusconi che non partecipa al governo ma sta lì in caso di necessità. Tirano un sospiro di sollievo i 900 e passa parlamentari che temevano di restare a piedi.

Ci sono stati casi di panico acuto in questi giorni. Abbiano letto interviste drammatizzanti, ad esempio, di Roberto Speranza, autonominato coordinatore nazionale di Articolo Uno – Mdp, che preconizzava l’esigenza di un “campo largo”, di una nuova alleanza di centro-sinistra, profondamente innovata nei contenuti e nei partiti, che facesse da argine ai due contendenti veri della scena politica. E’ lo stesso Speranza che dopo il 4 marzo diceva che Leu aveva preso pochi voti perché percepita troppo in continuità con il Pd. Giovedì era pronto a farsi guidare da Gentiloni. Abbiamo letto di telefonate preoccupate di Renzi a Salvini: “Ma davvero non ce la fate a fare il governo?” Tutti presi dal panico, perché avevano ben chiaro che rischiavano la scomparsa o, quantomeno, la definitiva certificazione della loro irrilevanza.

Lasciato da parte il cinema e i popcorn, ho scritto tutto questo per arrivare a una domanda vera, la stessa che vi ripeto – lo so sono ormai a livelli ossessivi – da qualche settimana: non è che aveva ragione Nanni Moretti e che con dirigenti così non vinceremo mai? E la domanda seguente, quasi conseguente: non è che per Leu il 4 marzo sarebbe stato meglio stare sotto il tre per cento e rimanere fuori dal Parlamento? Forse era quello l’unico modo di liberarci una volta per tutte da queste mezze figure. Uno strano mix di vecchie cariatidi ferme al ‘900 e di giovani cresciuti con gli ormoni come i polli da batteria: sembrano belli e sani, ma sono soltanto gonfiati. E invece quel risultato miserello, ma sopra il quorum, ottenuto da Liberi e Uguali ci ha consegnato questo gruppuscolo di 18 parlamentari che un confronto vero con i propri militanti non ce l’ha proprio in testa.

Sabato 12 maggio è previsto il primo appuntamento pubblico di Articolo Uno. Sono passati più di due mesi dalle elezioni. Dopo una batosta simile si immagina un lavoro preparatorio, intenso, un documento nazionale discusso ed emendato a livello locale. Assemblee di base per stabilire i delegati a questa importante assemblea. E invece no. Si sono svolte le assise regionali senza manco sapere quale fosse l’ordine del giorno, né tanto meno chi avesse diritto di voto: una specie di grande seduta di autocoscienza dove ognuno ha parlato a ruota libera. Quella del Lazio, addirittura, manco si è conclusa: è stata aggiornata alla settimana prossima. E domani? Ingresso libero, solita sfilata di sedicenti leader della sinistra nelle sue varie forme, i soliti noti. Dalla Falcone, a Cuperlo, a Fratoianni, a Orlando. Un lungo elenco di bolliti che dopo aver sbagliato tutto o quasi negli ultimi decenni ci verrà a spiegare come continuare a farlo. Il congresso, Articolo Uno lo farà con calma, entro la fine dell’anno. E soltanto perché questo prevede il regolamento per ottenere i finanziamenti del 2 per mille, l’unica forma rimasta di contributo pubblico. Ancora cinema, insomma. E neanche di alto livello.

Allora che fare? Io sarei sempre per ripartire da assemblee al di fuori e al di sopra rispetto ai partiti esistenti. Che sono soggetti ridicoli, che non esistono più se non per dare un po’di medagliette da dirigente. Assemblee aperte, dove non ci si chieda da dove veniamo ma dove vogliamo andare. Non mi sembra, purtroppo, che ci sia lo spirito giusto. E allora bisogna combattere con i pochi mezzi che abbiamo, dentro questi partitini. Io lo farò, per le limitate forze che ho, dentro Articolo Uno. In questi mesi le scadenze elettorali, la necessità di fare comunque fronte comune, mi hanno indotto troppo spesso al silenzio e alla ricerca del compromesso. Da adesso, davvero basta. Lotterò, magari da solo, ma le spalle sono atte allo scopo, con pochi punti da cui partire.

  • Dimissioni immediate del gruppo dirigente nazionale di Articolo Uno. Speranza per primo. Non è possibile che in due mesi non abbiano sentito l’esigenza di avviare un confronto e abbiano continuato a parlarsi unicamente tra loro. Unica preoccupazione: come garantirsi il ritorno in Parlamento in caso di un nuovo voto. Grazie, non mi interessa. Sia chiaro a tutti che quando parlano non rappresentano che loro stessi. E siccome manco vanno d’accordo, a volte neanche quello.
  • Avvio altrettanto immediato dei “Laboratori della sinistra unita” in ogni quartiere. Su questo molto ho già scritto. Articolo Uno nasce un anno fa con questo scopo dichiarato. Sarebbe assurdo che proprio adesso decidesse di diventare a sua volta un partito con la propria struttura. E allora nessun tesseramento, nessun nuovo gruppo dirigente, si riparta da una forma il più aperta e inclusiva possibile, quella del “laboratorio” appunto. L’obiettivo è arrivare in tempo relativamente breve alla costruzione di un partito unitario. Non una federazione, perché sarebbe una presa in giro, una sorta di certificazione del fallimento. Semmai una forma nuova di aggregazione politica dove l’adesione possa essere sia a livello personale che collettivo. Nei laboratori si dovrà discutere e deliberare su pochi punti: la forma partito, la collocazione europea della nuova forza politica, i cardini essenziali per la stesura di una carta dei valori.

 

Io credo che la situazione, sempre che non sia tutto un grande scherzo, sia quasi disperata ormai per questo Paese. Sarà davvero la fine del bipolarismo destra-sinistra? C’è chi lo teorizza, quasi lo auspica, senza capire che, senza una forza che torni all’analisi marxista della società e la traduca nel mondo contemporaneo, non ci sono nuovi traguardi, c’è soltanto lo strapotere dei forti sui deboli. C’è il ritorno a una società dominata da quella élite che abbiamo combattuto dall’800 a oggi. Io credo che l’Italia sia una sorta di prova generale, siamo una specie di provetta dove i giganti della finanza sperimentano. E sarebbe bene che questo virus fosse isolato e battuto. Se ognuno di noi fa la sua parte con lo spirito che dicevo sopra ce la potremmo anche fare. Diciamolo in ogni occasione, nei partiti e nei movimenti di cui facciamo parte: non ci sono alleanza né campi da ricostruire, dobbiamo ripartire da noi stessi, dobbiamo ritrovare la capacità di parlare al nostro blocco sociale di riferimento. Prima la sinistra. Diciamolo forte, in ogni assemblea.

Non costringeteci a votare 5 stelle.
Il pippone del venerdì/54

Mag 4, 2018 by     No Comments    Posted under: Il pippone del venerdì

Dopo la direzione del Pd, come di consueto, la Meli sul Corriere della Sera ci riporta il pensiero di Renzi e i relativi retroscena. E viene istantaneamente voglia di cambiare paese. Ora, al di là dello sproloquio quotidiano della giornalista di fiducia, alcuni dati, in questo marasma, sono certi. Il primo è l’assoluto controllo che l’ex segretario ha sul Pd. E’ bastata una comparsata da Fazio per smantellare il cambio di rotta faticosamente appena abbozzato dall’ala cosiddetta “dialogante” del partito e tornare su quell’insensato Aventino su cui i democratici si sono ritirati dal 5 marzo. Martina, che si era fatto interprete del disagio interno, ha svolto una relazione con il timbro del giglio fiorentino ben in evidenza. Si è rimesso in linea nel giro di un paio di giorni, dopo aver minacciato tuoni e fulmini. La sua relazione, questa è la seconda certezza, è stata approvata all’unanimità. Si sono allineati tutti, dunque, come da copione. Con buona pace del povero Roberto Speranza che ancora due giorni fa auspicava che la sinistra tutta, anche quella rimasta nel Pd, dopo l’ennesimo disastro elettorale si rendesse conto della necessità di un big-bang, di un reset, per usare un linguaggio informatico. La terza certezza, dunque, è che una sinistra interna al Pd non esiste più.

Finiti i dati di fatto, restano aperti gli scenari per il futuro, prossimo e meno prossimo, ovviamente siamo nel campo delle ipotesi. Dunque, le carte in tavola sono queste: Matteo Salvini chiede un incarico per portare alle camere un governo di minoranza. A cosa serve lo spiega bene la collega Meloni. O si ottiene la fiducia o si va alle elezioni, ma con un esecutivo a guida centrodestra insediato, sia pur per l’ordinaria amministrazione, a Palazzo Chigi. Mattarella dice no. I grillini chiedono a gran voce le elezioni. Del resto, in questi due mesi, il forno l’hanno diretto loro, adesso rischiano di veder tornare in campo i vecchi fornai e di ritrovarsi a scaricare la farina. Il Pd dice che non parteciperà a nessun esecutivo con la destra e con i 5 stelle, ma si dice pronto a rispondere a un’eventuale chiamata di Mattarella. E qui arriviamo al punto vero.

Come è noto Renzi avrebbe voluto un “governo della nazione”, una sorta di larghe intese all’italiana che tagliassero fuori le ali estreme dei due schieramenti e che garantissero un periodo di decantazione nel quale provare a rimescolare le carte e rendere ininfluenti Grillo e soci. Il sistema elettorale demenziale con cui abbiamo eletto il Parlamento puntava chiaramente a realizzare questo obiettivo. La grande – e imprevista – forza elettorale di 5 stelle e Lega lo ha reso materialmente impossibile. E allora, come se ne esce? Con un governo del presidente. Ovvero un esecutivo sostenuto dalla destra e dal Pd, mascherato dalla presidenza affidata a un tecnico, la classica riserva della Repubblica. Pensano di prendere in giro gli italiani. Dubito che ci riescano, ma questa è un’altra storia. Il tentativo è già in atto. Era solo questione di tempo. Il tempo necessario a far cadere tutte le ipotesi di alleanze politiche.

Sono già partiti gli allarmi europei sullo stato della nostra economia, gli ultimatum e tutto l’armamentario che si usa in questi casi per convincere i bambini bizzosi. Un governo serve – si dice – perché altrimenti perdiamo il treno della ripresa, non potremo partecipare a pieno titolo alla definizione del prossimo bilancio europeo. E poi c’è la questione dell’aumento automatico dell’Iva se non si interviene nella legge di stabilità. Insomma serve responsabilità, dicono quelli che ci hanno ridotto praticamente in miseria.

Se questo non fosse possibile, visto che anche Salvini non sembra particolarmente portato a questa soluzione, che succederebbe? Si tornerebbe a votare, presumibilmente a ottobre a meno che non si voglia fare la campagna elettorale sulle spiagge d’agosto. E qui viene fuori il coniglio che la Meli attribuisce a Renzi. Quale sarebbe il grande piano che l’ex segreterio del Pd avrebbe in mente? Un centro-sinistra largo, a guida Gentiloni, che vada da una lista centrista (in stile Scelta Civica di montiana memoria) a Liberi e uguali. Magari benedetto da primarie di coalizione. Qua finisce che ritirano fuori anche Pisapia, parcheggiato da tempo nell’armadio delle scope.

Ovviamente, verrebbe da dire, vista la situazione i dirigenti di Leu si saranno già riuniti, avranno detto, cari compagni la faccenda è grave, prendiamo atto del disastro del 4 marzo, delle sconfitte in Molise e in Friuli, abbiamo sbagliato, ma abbiamo capito la lezione. Serve un partito autonomo, forte, che non solo stia nella società, ma che “faccia” società. Ci mettiamo al lavoro da subito per questo. Già ci si immagina un brulicare di iniziative, unitarie, compresi anche quelli di Potere al popolo che hanno capito l’errore di isolarsi. Ci saranno centinaia di assemblee, con i centri sociali, con i compagni che sono tornati dal bosco. Questo dovrebbe accadere, insomma, se non fossimo diretti, da una congrega di pippe. In realtà, ognuno si fa la sua assembleina, il suo congressino bonsai, il tesseramento in proprio, talmente in proprio che ormai siamo a livelli di bocciofila. Pronti a costruire il nuovo centro-sinistra con il Pd, che al di là della facciata è rimasto quello di alcuni mesi fa. Ora, qualcuno dirà che sono troppo pessimista. Che vedo tutto nero. Io credo di essere perfino ottimista.

Dico soltanto, non costringeteci a votare 5 stelle a ottobre. C’era l’occasione di spostare i grillini verso sinistra e farli diventare a pieno attori nel sistema democratico. Renzi e chi lo segue, per mero calcolo personale, li hanno ricacciati nel loro sterile strillonaggio continuo. Pensano, i dirigenti del Pd, di dimostrare così l’inutilità di quel movimento. Succederà l’esatto contrario. L’ultimo sondaggio di Piepoli dà la destra vicina al 40 per cento e i 5 stelle al 32. La partita sarà questa se si andrà a votare nei prossimi mesi. Non prendiamoci in giro. E allora il famoso voto utile a cui ci avete educato da anni, il voto per arginare la destra razzista e fascista, sarà soltanto uno, non ci sarà spazio per terzi o quarti poli.

Siccome sono ottimista, dico anche che siamo ancora in tempo. Lasciamo perdere le tessere, i congressi farsa, le assemblee nazionali palcoscenico per il nulla che avanza. Costruiamo davvero una sinistra autonoma, forte, con valori e programma davvero alternativo. Senza più balbettare. Senza più leader di plastica che sorridono e parlano a vuoto. Facciamola democratica e partecipata. E andiamo alle elezioni così. Non con una lista, ma con una forza politica vera, che non si scoglie alla prima burrasca. Il tema delle alleanze per governare non ce lo poniamo adesso. Non avrebbe senso. Il centrosinistra è morto, quel modello di alleanza ha voluto dire accettare le idee liberiste, ha voluto dire la precarizzazione del mondo del lavoro, la resa alle forze del capitalismo finanziario mondiale. E’ ora di nuova proposta. Poi, da pari, andremo a trattare eventuali alleanze. Trovando una sintesi fra i programmi. Prima misuriamo il nostro consenso. Lo faremo? Ci riusciremo? Non so davvero.

Ma siccome sono ottimista, ma non incosciente, dico – e la finisco – che il tempo è adesso. Non domani. Oggi.

Un governo che ci dia felicità.
Il pippone del venerdì/53

Apr 27, 2018 by     No Comments    Posted under: Il pippone del venerdì

Quale dei governi liberi meglio convenga alla felicità d’Italia? Se lo chiedeva nel 1796 Melchiorre Gioia, esponente di spicco del giacobinismo italiano, con una lunga dissertazione nella in cui sosteneva la tesi di un’Italia libera, repubblicana, retta da istituzioni democratiche, indivisibile per i suoi vincoli geografici, linguistici, storici e culturali. Non so perché, ma in questi giorni di convulse (si fa per dire) trattative, ribaltoni bizantini, forni che si chiudono e si aprono, mi è tornato in mente questo saggio con il quale Gioia vinse un concorso, studiato negli anni dell’università. Mi è tornato in mente perché sono in molti gli studiosi della politica che attribuiscono alla mancanza di una qualsiasi forma di rivoluzione lo stato magmatico dell’Italia attuale.
Il giacobinismo, del resto, in Italia non ebbe gran seguito, occupa appena una mezza paginetta nei manuali dei licei. Non abbiamo avuto rivoluzioni politiche, né abbiamo partecipato a pieno a quelle tecnologiche. Da noi gli effetti di quello che succede nel resto del mondo arrivano sempre con decenni di ritardo, depurati dagli aspetti più traumatici e rivoluzionari. Assorbiti dalla classe dirigente che più o meno è rimasta quella dell’ottocento a essere ottimisti. Questa è la vera casta, davvero inamovibile, che ha saputo sempre adattarsi ai cambiamenti. Del resto siamo il paese del “se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi” come siamo il paese sempre pronto a saltare sul carro dei vincitori. E allora siamo sempre stati governati da una commistione fra grandi famiglie, ordini professionali, notabili locali, sistema delle banche. Una sorta di potere feudale che, sostanzialmente sempre uguale, è arrivato al ventunesimo secolo adattandosi alle condizioni mutate, anzi avvolgendo la realtà in una sorta di blob melmoso che tutto attenua e tutto comprime.
Certo, poi succede che un mondo sempre più globale fa in modo che i movimenti mondiali si espandano con maggior rapidità. E allora arriva il ’68, esplodono i no global. Sembra che tutto debba cambiare nel tempo di un batter di ciglia. Ma l’Italia sa sempre come trattare chi vuole tutto e subito. Basta pensare agli anni del terrorismo – si chiamavano “di piombo” – che seguirono il ’68 o a piazza Alimonda che spense la luce su quel movimento che – visto con occhi obiettivi – aveva capito gran parte dei disastri, sociali e ambientali, che la globalizzazione stava causando. Tutto deve cambiare perché tutto rimanga come è. Il ritornello è sempre lo stesso.
L’anomalia italiana, vera – lo so sono noioso e ripetitivo, ma invecchiando peggioro – nacque dopo la seconda guerra mondiale. E fu quel Partito comunista che diventò una sorta di Stato nello Stato. Una comunità con una sua etica perfino feroce, un suo scopo da raggiungere oltre i confini temporali della vita umana. Anche quella esperienza, davvero originale, è stata ormai messa definitivamente a tacere. Non rifaccio tutta la storia da Occhetto a oggi, ma nel momento stesso in cui si decise di cancellare il Pci perché bisognava arrivare al governo si mise una grossa pietra tombale sulla storia della “differenza” dei comunisti italiani.
E così arriviamo ai giorni nostri. Sono giorni in cui essere ottimisti diventa davvero difficile. La sinistra è sparita. Ora, Liberi e Uguali sarà anche un gruppo sparuto, ma comunque più consistente di partiti che ai tempi del proporzionale facevano il bello e il cattivo tempo. Basta pensare che un eventuale governo Pd-M5s al senato avrebbe appena 161 voti. Roba che il primo Turigliatto che si sveglia con la luna storta ti fa saltare il banco. Quei quattro senatori eletti con Leu, insomma, servirebbero come il pane. Eppure nulla: manco vengono consultati dall’esploratore Fico. Il Pd, dal canto suo, dorme sonni agitati, diviso fra chi vede una luce in fondo al tunnel perché proprio costituzionalmente non riesce a immaginarsi confinato all’opposizione e Renzi che pensa la politica soltanto in termini di potere personale. Faranno mai un governo?
Il ragionamento gattopardesco lo vorrebbe fortemente. Non a caso in questa direzione premono i mass media più legati alla casta del potere. Perché un governo che renda normali i 5 stelle, che depotenzi la domanda di cambiamento contenuta nel loro successo ricondurrebbe la situazione politica a un ambito noto e quindi rassicurante. E quindi mai un governo fra Di Maio e Salvini perché sarebbe una rincorsa fra estremismi differenti, ma simili nella loro radice culturale. Ben venga un governo che faccia piombare nel blob Grillo e i suoi.
E la sinistra? Viene da pensare che abbia perso il suo ultimo appuntamento con la storia. Non oggi. Il risultato elettorale del 4 marzo è solo l’ultimo effetto del logoramento quanto meno ventennale al quale siamo stati sottoposti. Dall’accettazione del capitalismo come orizzonte unico, alla globalizzazione subita e neanche mitigata. Capita la lezione si potrebbe ripensare, riorganizzare, pensare a nuove radici da far crescere nel conflitto, in quelle periferie sociali che crescono sempre più. Nulla di tutto ciò. Si continua stancamente a parlare di governo, di costruire un nuovo centro-sinistra non si capisce bene con chi. Ultimo caso il Molise. Dove tutti insieme – ma proprio tutti – si arriva al 17 per cento. Sarà un test piccolo, ma non insignificante. Il centro-sinistra ha chiuso un ciclo storico. La partita è ormai fra 5 stelle e destra. Non solo non esiste quel quarto polo vagheggiato da Sinistra italiana, ma manco il terzo che vorrebbero Bersani e soci.
I partitini di Leu si sono rinchiusi nei loro piccoli recinti, teatro di miserie umane di autoproclamati leader. Pensano ai loro piccoli tesseramenti. Alle loro piccole idee per sfangare le prossime elezioni. Alle loro piccole clientele per far felice qualche famiglia. Come ho sentito dire. Quella voce che, sia pur in maniera contraddittoria e con toni incerti, aveva cominciato a farsi sentire in campagna elettorale è scomparsa. Di Potere al popolo si sono perse le ancor più flebili tracce. Si aspetta il big-bang del Pd per rifare un partito socialdemocratico alla tedesca, in grado di tornare a quelle cifre elettorali che garantiscano tranquillità alla sua classe dirigente. E allora? Alla domanda che poneva Melchiorre Gioia alla fine del ‘700, come si può rispondere oggi?
Io credo che il nuovo paradigma debba essere quello della felicità. Capisco che è un parametro complesso da misurare, ma il benessere di un popolo è qualcosa di meno semplice rispetto al reddito. Servirebbe un movimento che si ponesse la felicità come obiettivo. Felicità in termini di esperienza comunitaria, di coesione sociale, di conservazione delle ricchezze ambientali, di mutuo soccorso. Sarebbe una rivoluzione, questa volta difficilmente riassumibile negli schemi classici. E per questo non la vedremo mai.
E comunque, buon Primo maggio a tutti. Che almeno questa sia una giornata senza lavoro.

La sinistra faccia una cosa giusta: riprendiamoci L’Unità.
Il pippone del venerdì/52

Apr 20, 2018 by     No Comments    Posted under: Il pippone del venerdì

Mentre l’Italia aspetta con ansia la formazione di questo benedetto governo, fra incontri, incarichi, esploratori giornalieri e aspiranti presidenti del Consiglio, una notizia è passata quasi inosservata: L’Unità viene messa all’asta. La storica testata che fu del Pci, fondata da Antonio Gramsci, è stata pignorata dai dipendenti a garanzia dei propri crediti con l’editore (fondamentalmente stipendi arretrati) e il tribunale adesso ha avviato la procedura e affidato la perizia per la valutazione, primo passo per poi procedere alla vendita del giornale. Trattandosi di procedura giudiziaria, ovviamente, non c’è spazio per mediazioni o ragionamenti politici: se la aggiudicherà il miglior offerente.

Ora, partiamo da una notazione: intanto questo fatto sottolinea, ce ne fosse ancora bisogno, l’assoluta cialtronaggine dei dirigenti del Pd che si sono occupati dell’ultima edizione del giornale. Ripercorriamo  rapidamente: il quotidiano era tornato in edicola nel 2015, dopo la crisi e la sospensione delle pubblicazioni avvenuta nel 2014. L’editore, come già avvenuto in passato, non era più il partito di riferimento, il Pd in questo caso, o una società controllata dallo stesso, ma un privato, tal Pessina, imprenditore impegnato nel campo delle costruzioni, a digiuno di vicende editoriali, vicino – all’epoca – a Matteo Renzi. Fu costituita una società in cui il partito aveva, tramite una fondazione, una quota di minoranza, ma si riservava il potere di nomina del direttore. In questi casi, di solito, si tende a separare la proprietà della testata dall’editore vero e proprio, attraverso un contratto di affitto, magari a un prezzo simbolico. Detta in poche parole: il Pd avrebbe potuto rimanere proprietario della testata, il vero valore di un giornale, affidandone la semplice edizione al socio privato. Invece no, a Pessina viene trasferito il pacchetto completo. Morale della favola, il costruttore attualmente è proprietario de L’Unità e anche dell’archivio del giornale. Un patrimonio storico e culturale di enorme valore in mano a uno che costruisce ospedali. E, morale della favola due, la testata rischia di essere comprata da qualche sconosciuto che ne potrà fare l’uso che vuole. Sempre che questi sprovveduti non facciano addirittura scadere la registrazione: una testata per “esistere” deve essere pubblicata almeno una volta l’anno, altrimenti decade la sua iscrizione nel registro della stampa e chiunque la potrebbe iscrivere ex novo senza pagare un euro ai lavoratori. Mancano pochi mesi.

Ecco, proprio nei giorni in cui esercitiamo la nostra abituale capacità di prenderci a martellate i cabbasisi litigando sulle sigle per il 2 per mille, vorrei lanciare un appello credo un po’ più utile: utilizziamo quei fondi, magari integrati da una sottoscrizione popolare, per ricomprare L’Unità. Credo che sarebbe un utilizzo più utile che pagare qualche costosa sede in centro, comoda perché “sta proprio accanto alla Camera”, per non parlare dell’utilità degli staff dei (sedicenti) dirigenti. Vorrà dire che per le riunioni utilizzeranno le sedi istituzionali e gli staff se li pagheranno di tasca loro. Per quello che producono…

I partitini della sinistra dispersa – comprendendo anche Rifondazione, neo Pci e tutti quelli che ci vogliono stare – potrebbero mettersi attorno a un tavolo non per contrattare l’ennesima alleanza elettorale, ma un progetto concreto di una casa comune, sia pur solo editoriale.  Si potrebbe anche chiedere un impegno alle fondazioni che amministrano il patrimonio immobiliare ex Pci. Sposetti batta un colpo. Sicuramente il milione e mezzo di elettori che hanno votato per formazioni di sinistra il 4 marzo non sarebbero insensibili.

Non si tratta soltanto, insomma, di salvare dal “macero” una testata di grande valore per tanti di noi. Ma di ridare a tutti un punto di riferimento, un luogo di confronto aperto. Ecco io la immagino così la nuova Unità: una ossatura snella, pochi giornalisti giusto per coordinare il lavoro, inizio solo on line, spazio al dibattito e al contributo di intellettuali. Non credo ci sarebbe alcuna difficoltà a trovare giornalisti, uomini di cultura, ma anche militanti disposti a dare un contributo volontario. Siamo un popolo di grafomani del resto.

Poi, magari, siccome sono uno anche affezionato al mondo reale, da lì potremmo riorganizzare le feste, tutti insieme. E ancora potremmo pensare a dei quaderni cartacei, magari con cadenza mensile o anche più. Quaderni tematici che possano essere punti fermi, di raccolta di idee, in un mondo dove tutto dura lo spazio di un click. E magari potremmo far vivere la nuova Unità aprendo spazi di dibattito non solo web, usando la testata per tornare – non ci torno perché ne ho già parlato più volte –  aprire sedi, non di partito, ma utili: ecco, quelle che ho chiamato le Case del popolo 2.0, perché, a questo punto, non chiamarle Case dell’Unità?

Insomma, questa vicenda de L’Unità potrebbe essere un nuovo inizio. Visto che Liberi e Uguali lo stanno ammazzando in culla, tra reciproci veti, personalismi di (sedicenti) dirigenti che parlano soltanto fra di loro e si convincono – sempre fra di loro – della giustezza delle posizioni che assumono salvo poi prendere schiaffoni a ogni tornata elettorale, una casa anche solo editoriale unitaria sarebbe un bel modo per ripartire da zero, tornando a parlarci senza dannose intermediazioni. Avendo luoghi in cui farlo, ne sono convinto, scopriremmo che le divisioni tra noi sono molto meno di quelle che ci fanno pensare.

Cari elettori, vi abbiamo preso per il culo.
Il pippone del venerdì/51

Apr 13, 2018 by     No Comments    Posted under: Il pippone del venerdì

Noi ci abbiamo provato in tutte le maniera a essere ottimisti, positivi, propositivi. Da noi, cosiddetta base, in questo mese post elettorale sono arrivate proposte, iniziative, documenti, discussioni sulla forma partito. Da voi, cari dirigenti, non sono arrivate mai parole chiare. Intervistine, indiscrezioni passate a mezza bocca al giornalista amico. E invece dovete avere il coraggio di dirlo chiaramente: cari elettori vi abbiamo preso per il culo.

Ricordate quando ci hanno detto: non c’è tempo adesso per fare il partito, ma dopo le elezioni ci impegneremo tutti insieme a costruire una grande casa comune, con un percorso aperto, democratico, partecipato? Lo hanno messo nero su bianco, in un appello pochi giorni diffuso pochi giorni prima delle elezioni. Tutte balle. Subito dopo il 4 marzo è parso subito chiaro che ognuno preferiva tornarsene nella casetta propria. Qualcuno trombato e quindi offeso a morte (per la serie: la sinistra esiste soltanto se la dirigo io). Altri perché “abbiamo di fronte a noi prospettive differenti”, altri ancora in attesa che il Pd si scomponga per rifare un partito un po’ di sinistra, ma non troppo. Par di ascoltare quella canzone di Jannacci, quando dice “il nostro piangere fa male al re”. La morale della favola è semplice: una sinistra forte, autorevole, autonoma, in Italia non ci deve essere. Dà fastidio al manovratore.

Ma come, potreste dire, Liberi e Uguali allora? Che fine fa? Par di capire – ma la conferma si avrà solo nei prossimi giorni con i congressi e le assemblee varie di Possibile, Sinistra italiana e Mdp – che rimarrà una specie di coordinamento parlamentare e poco più. Del resto ci sono elezioni dove il simbolo è già stato presentato e, soprattutto, fosse mai che non si fa un governo e si torna a votare. In quel caso Leu verrebbe rispolverato e ripresentato in grande stile (si fa per dire). Insomma: cari elettori, non solo vi abbiamo preso per il culo, ma siamo pronti a farlo di nuovo. Il primo risultato dell’ennesima trovata geniale del gruppo dirigente di Leu è che alle regionali di fine aprile e alle amministrative di giugno, come diceva uno splendido Guzzanti d’antan, ognuno fa un po’ come cazzo gli pare. Da qualche parte c’è il simbolo rosso con le foglione, altrove liste civiche, in qualche caso saremo con il Pd, in altri da soli.

Ora, a parte l’ingenuità del ragionamento, io vorrei provare a ripercorrere quello che è successo in un anno e poi ditemi voi, io mi taccio, quale sia la definizione migliore da dare a questo (sedicente) gruppo dirigente.

Febbraio 2017: si scinde il Pd, quelli della “ditta” chiedono a Renzi di arrivare alle primarie con più tempo per presentare e far conoscere candidati alternativi. Gli rispondono picche e loro se ne vanno. Il 25 febbraio fondano Articolo Uno – Mdp. Nello stesso periodo dalla fusione di Sel e Futuro a sinistra nasce Sinistra italiana. Una parte rilevante dell’ex Sel, – fra cui Arturo Scotto, Ciccio Ferrara e Massimiliano Smeriglio – aderisce però a Articolo Uno. Un movimento con un cospicuo gruppo di parlamentari, ma che rinuncia ad essere strutturato nei territori. Perfino il tesseramento parte a stento. Di eleggere un gruppo dirigente non se ne parla proprio, bastano gli “eletti”.

Aprile-giugno 2017: Massimo D’Alema propone di fare un partito unitario della sinistra, riunendo le esperienze a sinistra del Pd. Ipotizza una alleanza elettorale, costruita con la selezione democratica dei candidati che poi diventi un partito. Bersani, d’altro canto, guarda all’ex sindaco Giuliano Pisapia come possibile “federatore”. Anna Falcone e Tomaso Montanari lanciano l’idea di una grande assemblea per promuovere una nuova formazione politica che nasca dal basso, nella quale i partiti ci siano ma anche no. E’ l’assemblea del Brancaccio, da cui origina l’omonimo percorso, poi fallito per ragioni rimaste misteriose.

Luglio 2017: dopo qualche mese di travaglio nasce “Insieme” con una manifestazione a Roma in piazza Santi Apostoli. Dovrebbe essere il nucleo di una specie di Ulivo 2.0. Ci sono Tabacci, Lerner, qualche prodiano, le truppe bersaniandalemiane, i verdi, qualche socialista. Una forza politica autonoma che mira a costruire un campo largo del centro-sinistra. Leader indiscusso il già citato Giuliano Pisapia. Che dopo pochi giorni manifesta profonde crisi di identità e si abbraccia calorosamente con la renzianissima ministra Boschi.

Ottobre-dicembre 2017: dopo un’estate travagliata, piena di reciproci malumori, Bersani e Pisapia divorziano ufficialmente. L’avvocato milanese tenterà poi in tutti i modi di fare un accordo con il Pd per presentare una lista ulivista alle elezioni, ma alla fine si ritirerà. Alcuni dicono di averlo avvistato in qualche parco milanese a dar da mangiare i piccioni. La lista Insieme alla fine si presenterà sul serio alle elezioni, con un risultato che non lascerà traccia alcuna nella storia italiana. Articolo Uno, Si e Possibile, dal canto loro scoprono di essersi sempre amati e trovano un altro leader, il presidente del Senato Grasso, uscito dal Pd poche settimane prima. Una grande assemblea popolare, il 3 dicembre, lo incoronerà ufficialmente: nasce Liberi e Uguali. Nello stesso periodo l’altro pezzo del Brancaccio, quello capitanato da Rifondazione e partitelli vari, trova come foglia di fico alcuni centri sociali e nasce la lista “Potere al popolo”.

Da dicembre a oggi come sia andata lo sappiamo tutti. In una frase sola: Liberi e Uguali non ne azzecca una manco per sbaglio. Una campagna elettorale inesistente, liste per niente nuove e calate dall’alto. Un risultato elettorale modesto. La sinistra nelle sue varie forme viene spazzata letteralmente via. Anche considerando il Pd un partito di questa area, complessivamente arriva a stento al 25 per cento. Leu si ferma al 3,4 per cento, Pap si ferma all’un per cento classico di Rifondazione. E anche dove si è vinto (almeno un po’) come nel Lazio, dal giorno dopo abbiamo ricominciato a darci martellate sulle gengive (o giù di lì).

Ci sarebbe da dire, ragazzi, fermiamoci, ragioniamo un mesetto, ma poi ripartiamo. Come la penso lo sapete. L’ho scritto ampiamente in questo periodo. Forma partito, valori fondanti, esigenza di tornare a una radicale critica della società capitalista, un nuovo orizzonte a cui guardare. Ci sarebbe materiale per avviare davvero una fase di ricostruzione. Che non si esaurisca in pochi giorni e poche assemblee nelle quali contrattare i posti negli organismi dirigenti. Andrebbero demolite le casette da cui veniamo, per farne una dove accogliere non soltanto i militanti con la tessera, ma anche tutti quelli che di tessere non ne avevano ma hanno creduto al progetto di Liberi e Uguali. Bisognerebbe considerare il milione e mezzo di voti che sono arrivati a sinistra del Pd come una base di militanti irriducibili su cui poggiare questo nuovo edificio. E invece no. Pap va avanti da solo. Leu, dopo aver annunciato assemblee territoriali, assemblee costituenti nazionali,  resta, di fatto, come mero specchietto per le allodole ma partono i tesseramenti ai soggetti fondatori. Delle assemblee unitarie, al momento, non se ne parla proprio più.

Se avete un certo mal di testa dopo questo pippone, pensatevi adesso tornare nelle vesti di militanti e dirigenti di base e spiegare ai compagni che si devono rifare la tessera di Articolo Uno – Mdp, di Sinistra italiana o di Possibile. Io mi immagino le facce e anche qualche insulto. Per non parlare degli elettori (non che ci abbiano creduto poi in tanti) a quali dovremo dire, sinceramente, che li abbiamo presi in giro. Per l’ennesima volta. Che Leu era solo l’ennesimo accrocco messo in piedi in fretta e furia per eleggere qualche parlamentare.

Cosa fare, come andare avanti non lo so davvero. Una provocazione però la voglio lanciare: mi chiedo ma davvero è stato un bene superare il quorum del 3 per cento ed eleggere 18 parlamentari? Forse era meglio restare fuori dalle elezioni. Almeno il partito degli eletti ce lo saremmo scordati. Ci saremmo scordati le segreterie, i portaborse, la corsa al posticino per gli amici degli amici. Perché di una cosa sono convinto: con questa classe dirigente ci meritiamo di essere cancellati. Loro perché per l’ennesima volta ci hanno dimostrato tutta la loro incapacità tattica e strategica. Noi perché non siamo in grado di prenderli a calci nel sedere.

La cosa drammatica, e la finisco davvero, è che non ci si rende conto del fatto che le energie e le idee ci sono, basta leggere i mille documenti prodotti in tutta Italia, i tanti interventi di intellettuali che pongono problemi, indicano soluzioni. Energie vive, da non disperdere. Serve, insomma, una ripresa forte dell’iniziativa unitaria. Badate bene, non è facile e il processo non durerà un giorno. Ma se aspettiamo i gruppi dirigenti nazionali e non mettiamo in rete le esperienze di questi mesi, se, insomma, non li prendiamo per il collo e li costringiamo a guardare un po’ verso il basso (che non fa male), continuerà questo processo di distruzione che va avanti dal 1989 e che ci priverà di ogni prospettiva di cambiamento anche per i prossimi trent’anni. Insomma, la situazione è un po’ come l’immagine che accompagna questo articolo: sono macerie? O sono mattoni?

Il Partito delle Case del popolo 2.0. Per fare società.
Il pippone del venerdì/50

Apr 6, 2018 by     No Comments    Posted under: Il pippone del venerdì

Il Pd sembra essere tornato improvvisamente a essere centrale nella vicenda politica italiana. La linea renziana dell’Aventino lo ha trasformato in una preda ambita, sembra una scena di un film di quelli classici: la bella figlia del re contesa fra più principi che si nega. E più si nega e più la braccano. In realtà si tratta di un effetto ottico. Di Maio usa il Pd per giustificare l’approccio con Salvini. Quando dice che lui preferirebbe un accordo con il Partito democratico non renziano fa finta di non sapere che si tratta di una condizione impossibile. Renzi, al di là dei vagiti delle varie correnti interne, è ancora l’azionista di maggioranza. E senza i suoi voti (già ampiamente negati) un governo non si può proprio fare. Questione di numeri. E allora, incassato il no, porterà i 5 stelle a un accordo con la destra di Salvini. Esclusa Forza Italia? Vedremo. Se ne parla a fine aprile, dopo le regionali in Friuli e Molise. Intanto becchiamoci un’altra settimana di consultazioni soporifere.

Nel frattempo, salvo rinvii, si sarà svolta anche l’assemblea nazionale dei democratici che incoronerà il nuovo segretario. Si dice che sarà confermato il reggente Martina (anche se nelle ultime ore affiorano incertezze fra gli azionisti di maggioranza, ovviamente i renziani). Le variabili sono molte. Per quanto tempo? Fino alla scadenza del mandato? Fino a ottobre? Fino alle Europee? La data di svolgimento delle primarie (sì, faranno ancora le primarie, nessuno ha la forza di modificare lo statuto) è una delle chiavi di lettura per capire cosa accadrà nei prossimi mesi. Affari loro? Neanche tanto, visto che al futuro del Pd, di fatto, ha deciso di legare i suoi destini anche Liberi e uguali, che ha rinviato la sua assemblea nazionale a maggio. Il fatto che la data sia successiva a quella dell’appuntamento democratico non è casuale.

Sulla scialuppa di Liberi e Uguali arrivano, infatti, gli echi di due sirene contrapposte. Da un lato, quello di Sinistra italiana, non si è insensibili al richiamo di de Magistris e al progetto di Diem25, ovvero la lista transnazionale per le Europee che farebbe capo all’ex ministro greco Varoufakis e al francese Hamon, già candidato alle presidenziali francesi per il Partito socialista. Dall’altro lato, quello di Articolo Uno, si sta con l’orecchio teso pronti a scattare nel caso qualcosa si muova in casa democratica. Non un semplice cambio di segretario, che tutti (o quasi) considerano insufficiente per “tornare a casa”, ma una vera e propria scomposizione del partito che riporti a uno schema bipolare il centrosinistra. Una sorta di riedizione di Ds e Margherita. Non è più, infatti, il solo Sandro Gozi a sostenere la necessità di andare oltre il Pd per fare una sorta di partito di Macron in Italia. Anche fra i renziani doc sono molte le voci che, più prosaicamente, fanno i conti. Il centro destra, con due forze trainanti arriva a essere la coalizione più forte, perché non ripetere lo stesso schema anche dall’altra parte?

C’è la convinzione, tra l’altro, che alla fine un governo Di Maio – Salvini si farà, magari aggregando un pezzo di Forza Italia. E a quel punto tornerebbe in campo l’idea originaria dello statista fiorentino: ovvero lanciare un’Opa sui moderati in libertà, dopo essersi ovviamente liberato di quel che resta della sinistra nel Pd. Oppure dopo essersi liberato proprio del Pd e aver lanciato “Avanti”, la riedizione italiana di “En marche”. In pratica, a quanto si capisce dai retroscena, il marchio democratico, considerato ormai usurato dalle sconfitte, si trasformerebbe in una specie di bad company sulla quale scaricare tutte le colpe del passato e Renzi tornerebbe in campo con un contenitore tutto nuovo, dove assemblare i moderati in cerca di casa. La sinistra avrebbe il compito di fare altrettanto in vista di una futura ricomposizione, quanto meno sotto forma di alleanza elettorale.

In pratica si tratterebbe di fare quel nuovo Ulivo da molti evocato già prima del 4 marzo ma reso impossibile proprio dalla presenza stessa del Pd. Troppo grande per essere alleato alla pari, troppo piccolo realizzare davvero la vocazione maggioritaria di veltroniana memoria.

A me è venuta la nausea soltanto a scriverla questa roba. Figuriamoci a metterla in pratica. Per due ragioni essenziali. La prima è che non sono davvero un nostalgico di Prodi e dell’Ulivo. A quella stagione, che oggi si tenta di dipingere come età dell’oro, si deve, in buona parte, il disastro attuale. Fu in quegli anni che si delineò una sinistra culturalmente minoritaria, che si accontentò del compito di rendere un po’ meno cattivo il capitalismo. In quella stagione si sono gettate le basi per il Jobs act renziano, si è precarizzato il lavoro, rendendo sempre più complesso perfino portare il sindacato nelle aziende. Si è, in sintesi, spianata la strada a quella frammentazione sociale che oggi rende così debole, non tanto e non solo la sinistra, ma la nostra stessa democrazia. La seconda ragione, è che, se anche non volessimo considerare il carattere secondo me negativo della prima versione dell’Ulivo, le minestre  riscaldate non funzionano mai. Dopo una sconfitta si riparte cercando strade nuove.

Non sto a ripetere come la vedo, il percorso che secondo me andrebbe seguito, coniugando, come ho già ampiamente scritto, le necessità strettamente organizzative con quelle della creazione di un vero e proprio laboratorio politico. Per me quella di un partito che metta in campo un’analisi di tipo marxista della società resta non solo la prospettiva più credibile, ma l’unica che possa ridare fiato a una prospettiva vera di cambiamento, di riscatto sociale. Un partito genericamente di sinistra sarebbe l’ennesima ridotta difensiva. Peccato che da difendere ci sia ben poco. I nostri dirigenti, questo è l’altro corno del problema, sono insufficienti. Quelli più acuti come Bersani hanno forse azzeccato l’analisi, intravedendo l’ondata antisistema che stava per arrivare. Ma nessuno pare in grado di andare oltre la stantia formula del centrosinistra. Al massimo, quando proprio si impuntano, pretendono di mettere un trattino fra le due parole. E’ deprimente, ma questo sono in grado di produrre. Né dal sindacato sembrano arrivare segnali di un possibile risveglio nel campo più prettamente sociale. Politica e società vanno di pari passo e se non hai rappresentanza politica diventa sempre più complesso dare rappresentanza sociale.

E allora che fare? Arrendersi e mettersi al vento aspettando che ci sbattano il grugno per l’ennesima volta? Io non credo sia possibile, perché non c’è più tempo. Credo che servano due condizioni insieme per uscire dall’avvilente stallo attuale: dall’alto, le energie migliori dei vari campi – politica, cultura, sindacato, esperienze sociali – devono unirsi e fare squadra; dal basso, serve una campagna nazionale di assemblee popolari. Non il “Brancaccio due”, perché quella roba lì era finta, c’eravamo solo “noi”, la sinistra tradizionale nelle varie declinazioni. Non prendiamoci in giro. Bisogna andare in profondità, nei quartieri nei luoghi di lavoro, nelle scuole, nelle università. Io penso a una rete di “Case del popolo 2.0” luoghi dove non si fa soltanto politica, si fa società. Luoghi di aggregazione, dove trovi il medico popolare, la scuola per gli stranieri, servizi di tipo mutualistico, momenti di svago e di cultura. Non un “muretto” per far svernare i militanti, ma iniezioni di un nuovo modello di comunità. Da lì si deve ripartire, non basta un nuovo partito. Serve una nuova comunità che non stia a discutere per giorni su quale assessore indicare al Comune, su chi candidare. Una comunità attiva, riconoscibile, che infonda robuste solidarietà nella nostra società polverizzata. La nuova sinistra non può nascere negli studi televisivi o nei gruppi parlamentari, deve essere sinistra sociale.

Ci sono le energie e il coraggio per rifondare un partito in questo modo? Le energie sicuramente ci sono, serve la capacità di metterle in rete e farle connettere. Ma il tempo non è molto, basta con i rinvii a fantomatiche assemblee nazionali. Bisogna mettersi “en marche”, ma senza Macron.

Azzeriamoci tutti per costruire la sinistra che parla al futuro. Il pippone del venerdì/49

Mar 30, 2018 by     1 Comment     Posted under: Il pippone del venerdì

Mi sono riproposto, nei giorni scorsi, di non esprimere una posizione su quanto successo nel Lazio, in particolare sulla travagliata – diciamo così – formazione della giunta regionale. E mi atterrò a questo mio proposito. Perché credo che la discussione su come sia stata condotta questa partita e sugli esiti (tra l’altro mentre è ancora da scrivere la parola fine) vada fatta nelle sedi che abbiamo a disposizione e non con interviste, post e articoli sui blog. Dico questo non perché creda alla vecchia disciplina di partito che voleva tenere riservate le discussioni. Nel mondo della comunicazione continua questo non è davvero più possibile. Ma perché credo che ci sia un tempo per tutto. Questo, per me, è quello della riflessione interna. Verrà quello dei bilanci pubblici. Alimentare il chiacchiericcio smodato di questi giorni non fa bene a nessuno.

Su tutta questa vicenda, però,  alcune cose mi sento di dirle, al di là della stretta attualità. La prima è l’inadeguatezza complessiva della classe dirigente della sinistra. Non parlo solo di Liberi e Uguali. Mi pare che la lezione del 4 marzo non sia stata ben compresa. E’ stato un voto che ha premiato chi si è presentato come alfiere del cambiamento. Non lo abbiamo capito prima, continuiamo a fare finta che nulla sia successo adesso, insistendo nelle pratiche nefaste che ci hanno ridotto in questo stato. Il Lazio è solo la spia più evidente. La seconda è che paghiamo, come è successo in tutta la campagna elettorale, la mancanza di un processo decisionale riconosciuto da tutti. Questo, prima delle elezioni, non ci ha permesso di arrivare all’accordo con Zingaretti in maniera chiara e lineare. Non ci ha permesso di indicare un capolista alle regionali. E adesso non ci permette di indicare un assessore condiviso. In questa situazione si fanno largo le furbizie, i personalismi, i “tengo famiglia”, le autocandidature, i protagonismi eccessivi di chi rivendica di “aver preso i voti”. C’è una zona grigia favorita dal non avere un processo democratico interno a Liberi e Uguali dove le vecchie pratiche della politica, del sottogoverno, del clientelismo, stanno purtroppo trovando terreno fertile.

Tutto questo avviene fra lo sconcerto dei militanti che hanno creduto nel progetto politico di Liberi e Uguali e hanno continuato a crederci anche dopo il non esaltante 3 virgola qualcosa per cento. Anzi, la dico tutta, questa vicenda, se non governata in maniera sapiente è anche peggio della bocciatura elettorale. Perché se siamo comunque sopravvissuti in una partita tutta giocata in trasferta, oggi rischiamo di allontanare definitivamente proprio quella base militante che ci ha permesso (a stento) la sopravvivenza. Per questo, innanzitutto, non solo sono rimasto sostanzialmente in silenzio, ma inviterei anche gli altri, soprattutto quelli che si (auto)definiscono dirigenti, a fare altrettanto. Mi permetto solo due domande ulteriori: ai cittadini del Lazio interessa qualcosa se l’assessore al Lavoro è di Sinistra italiana o di Articolo Uno? Ma se ci mettessimo uno bravo? Non sarebbe, infine, il caso di coinvolgere anche i compagni di Possibile nella discussione?

Nel Lazio una qualche soluzione, speriamo dignitosa, si troverà. Ma i danni rischiano di non essere riparabili. E in questo quadro il percorso nazionale delineato dagli organismi dirigenti dei vari partiti di origine non pare risolutivo. Anzi. Io credo che ripartire da un’assemblea generale dei delegati di dicembre sia un altro errore grave. L’ho già scritto e lo ripeto. Perché sono stati eletti con una logica pattizia, in base a quote decise non si capisce bene in base a cosa, senza un reale processo di coinvolgimento dei territori. Tra l’altro, mi permetto di segnalare come sia una platea vecchia. Nel frattempo ci sono state parecchie defezioni, come molte altre persone si sono aggiunte in questi mesi di campagna elettorale. Voler far partire un progetto davvero nuovo da un’assemblea morta è un controsenso che rischia di minare alla base il processo che si vuole mettere in campo. Sempre che si voglia davvero mettere in campo.

Io credo che un partito nuovo della sinistra serva. Ma è utile soltanto se passa da un salutare atto di azzeramento. Vanno sciolte tutte le organizzazioni esistenti, mantenendo in carica gli organismi eletti soltanto per l’ordinaria amministrazione e gli aspetti organizzativi. Facciamola così la fase costituente, senza alcuna figura che si arroghi il diritto di dirigere qualcun altro.

E allora come si fa? La mia proposta è quella di un regolamento di poche righe. Assemblee locali convocate dai coordinamenti comunali o di quartiere nelle città più grandi, si eleggono i delegati alle assemblee provinciali in base a una media ponderata del numero degli abitanti e del numeri dei voti alle politiche. Le assemblee provinciali fanno la stessa cosa per il livello nazionale. Contestualmente le stesse assemblee locali eleggono dei comitati provvisori per promuovere il tesseramento alla nuova formazione politica che deve partire contestualmente e gestire la fase transitoria. La nuova assemblea nazionale così eletta elegge tre comitati: un comitato organizzativo provvisorio, che pensa alla gestione quotidiana del partito un comitato per la forma partito e lo statuto, un comitato per il manifesto dei valori. Ci si dà un tempo preciso, poi i documenti elaborati vengono messi in discussione, con lo stesso procedimento partendo dalle assemblee locali, che nel frattempo devono essere diventate assemblee degli iscritti.

La precondizione perché tutto questo abbia successo è che le assemblee locali siano davvero aperte. A quelli che hanno fatto la campagna elettorale, agli elettori di Leu, ma anche a chi ha scelto, a queste elezioni, altre formazioni elettorali del centro sinistra. Anzi, io rivolgerei da subito un appello anche a Potere al popolo a partecipare a questo processo. Coinvolgiamo tutti quelli che ci stanno, non solo singoli. Anche i sindacati, le associazioni, i comitati dei cittadini, le reti cooperative. Torniamo a dare importanza a quei livelli intermedi che una idea sbagliata di società tende a cancellare. Ha ragione chi dice che serve un partito che “faccia società” non solo politica. Nel periodo transitorio si deve pensare a radicare il partito: sezioni territoriali, diffusione sul web, reti e riferimenti sociali da ricostruire da zero.

Conosco le critiche a questa idea di una fase costituente “senza la rete di protezione”. Ci sarà chi dirà: “No, io prima di sciogliere il mio partito devo sapere dove si va, quale direzione si prende”. Stolti. Il vostro partitino non esiste più, è solo un ostacolo: siete ostaggi di qualche dirigente narciso che si specchia e si piace da solo. La direzione non ce la può indicare nessuno, la dobbiamo costruire insieme.

Io credo che ci siano tutte le possibilità per tornare a svolgere un ruolo determinante per la democrazia nel nostro paese. Io nel nome sarei chiaro, lo chiamerei Partito socialista dei lavoratori. Basta con i riferimenti generici. Il nostro campo è il socialismo, ovvero il superamento del capitalismo. Il nostro blocco sociale sono i lavoratori.

Sarà, insomma, anche un azzardo, ma adesso in mano abbiamo soltanto un pugno di mosche. Prima di tornare nel bosco ci voglio ancora provare e come me tanti altri. Proviamo a farlo insieme. Grasso, Speranza, Civati, Fratoianni diano un segnale, ci dicano: “Cari compagni, abbiamo capito la lezione, ora si fa sul serio”. Noi ci siamo.

Aspettando un Godot che non arriva mai.
Il pippone del venerdì/48

Mar 23, 2018 by     No Comments    Posted under: Il pippone del venerdì

La sinistra italiana senza essere vittima di una sorta di coazione a ripetere sempre gli stessi errori. E la gravità della situazione attuale non pare essere in grado di provocare un qualche sforzo se non altro di originalità. Ora, lo stato attuale dell’arte è più o meno questo. Tutti danno la colpa a tutti del pessimo risultato del 4 marzo. Quelli di Sinistra italiana dicono che la colpa è di quelli di Mdp, visti troppo in continuità con il Pd di Renzi, quelli di Mdp rispondono che se non c’erano Grasso, Bersani e soci in prima fila manco al 3 per cento si arrivava. Quelli di Possibile che dicono che la colpa è di tutti (gli altri) e si chiudono in un narcisistico quanto paradossale congresso. Poi c’è anche Tomaso Montanari – che ormai sta sulle palle un po’ a tutti – il quale dal canto suo spiega che l’unico che ha avuto ragione fin dall’inizio è proprio lui. Avevamo giusto bisogno di un essere perfettissimo e infallibile, ma incompreso

La novità, almeno a girare un po’ per le assemblee che si stanno svolgendo a Roma, è questa: il gruppo dirigente è tramortito, se non altro dal fatto che gran parte di esso si deve cominciare a porre il tema di come mettere insieme il pranzo con la cena. Sono i militanti, i quadri, che provano a rianimarli un po’ spiegando ai dirigenti che l’unica cosa da fare (sperando che non sia troppo tardi) è procedere insieme verso un partito nuovo. Parlo di novità perché, di solito, dopo le batoste elettorali, avviene esattamente il contrario: c’è scoramento nella base e i dirigenti provano a tenere insieme i cocci.

L’errore che sembriamo costretti a ripetere, invece, è quello di continuare a parlare di Pd, di centrosinistra, di alleanze. Speranza, Bersani, lo stesso D’Alema che pure è più defilato. Sembra di sentire un disco rotto: abbiamo sbagliato in campagna elettorale, siamo sembrati troppo in continuità, troppo vicini al Pd. E il tracollo di Renzi ha travolto anche noi. Del resto basta vedere i dati delle elezioni per vedere quanto il “pozzo” avvelenato dall’ex leader rignanese sia stato letale tanto al Pd quanto a Liberi e Uguali. I numeri – sia pur nelle rispettive dimensioni – viaggiano in parallelo. Dove “tiene” il Pd va benino anche Leu (centri storici, quartieri medio alti delle grandi città). Dove il Pd crolla, Leu tende allo zero (ceti popolari, quartieri delle periferie estreme). Nulla che non fosse già successo, sono soltanto le dimensioni differenti rispetto al passato.

Insomma, comunque sia, abbiamo capito cosa non funziona. Su questo sono tutti d’accordo, sia pure ognuno con accenti differenti. E allora che si fa? Si continua nell’errore, mi pare ovvio. E giù interviste in cui si parla soltanto del Pd come baricentro di un nuovo centrosinistra. Mi sembra che in molti (troppi) stiano un po’ guardando cosa succede dal buco della serratura, nella semplice attesa che il Pd si doti di una leadership più presentabile per rientrare armi e bagagli nella vecchia casa. Siamo alle solite, insomma. Quando la sinistra è in difficoltà si mette seduta sotto l’albero aspettando un nuovo Godot. Questa volta si chiama Nicola ZIngaretti, unico vincitore (a metà) in questa tornata elettorale. Prima era stato Prodi, poi Rutelli, poi Veltroni. Poi ancora Renzi. E ogni volta tutti a chiedersi: sarà quello buono, sarà quello che ci farà vincere?

Per me – lo so sono noioso, ma questo pezzo si chiama “il pippone”, deve essere noioso – tutto comincia dalla sciagurata svolta della Bolognina. Quando abbiamo buttato a mare l’esperienza più forte della sinistra europea alla ricerca di una irraggiungibile verginità. Per me l’errore resta radicato in quello sbaglio culturale: l’idea che basta un nuovo contenitore e un nuovo simbolo per riuscire a superare i momenti di difficoltà. Grazie all’abbaglio di Occhetto e soci ci ritroviamo in questa situazione: venuto meno l’ancoraggio ideale, piano piano si è sgretolato tutto. L’organizzazione, la militanza, il senso di comunità. E continuiamo a perseverare nell’errore, cercando soltanto il leader in grado di tenere insieme la baracca e farci vincere. Senza avere l’umiltà di ripartire dai fondamentali, da quella ricerca che abbiamo abbandonato. Senza chiedersi più a cosa ci serve vincere.

Anche Liberi e Uguali nasce con la stessa tara genetica. Un quadro di valori confuso, lo scimmiottamento di procedure fintamente democratiche e in realtà soltanto pattizie, un presunto leader scelto a tavolino, doveva essere Pisapia, alla fine siamo andati su Grasso, visto che il primo era un agente del nemico. Basta che non vengano dalla tradizione comunista, verrebbe da dire. Il solito complesso di inferiorità che ci porta a scegliere il Papa straniero. Per il resto Leu era solo un contenitore. Di cosa? Questo lo vedremo dopo, ci avete spiegato.

Ecco, dopo è adesso. Mi pare di capire che si delinea un percorso di questo tipo: si fa una grande assemblea nazionale, con i famosi 1.500 delegati eletti dalle riunioni provinciali. Lì si discute e si approva (ancora una volta un finto esercizio democratico) un documento con carta dei valori e tappe del processo costituente. Chi lo scrive questo documento non è dato saperlo, si immagina siano i responsabili delle forze politiche che hanno dato vita a Leu, più Grasso. Una sorta di segreteria ultraristretta. Avrei preferito che si procedesse, per una volta, al contrario. Va bene la traccia decisa a livello nazionale. Ma poi arricchiamola e facciamola diventare “carne viva” in un confronto quartiere per quartiere. Troviamo sedi, apriamole, facciamolo vivere con un intreccio di vertenze locali, servizi utili ai cittadini e grandi questioni. Raccontiamoli questi quartieri, i loro problemi. Conosciamoli.

L’assemblea nazionale dei 1.500 è un residuo. E’ stata eletta in base a quote stabilite non si sa bene in base a cosa. Ognuno ha indicato i suoi. La lista non è mai stata scelta. E’ stata ratificata in maniera ipocrita. Dopo l’appuntamento di aprile, che ormai pare ineluttabile, allora dichiariamola sciolta in maniera definitiva. Dico di più dichiariamo che non procederemo più in quella maniera. Rinunciamo alle strutture da cui veniamo e facciamo davvero il tesseramento, nei quartieri, nelle università, nelle scuole, nei luoghi di lavoro. E delegati facciamoli eleggere nelle sezioni, non nelle stanze dove non entra la vita reale. In base a chi sono non in base alla loro provenienza. Io non vorrei più essere di Mdp. Vorrei essere di Leu.

E il gruppo dirigente facciamolo nascere così. Nelle assemblee e nelle piazze.  Tra l’altro, queste elezioni un merito ce l’hanno: abbiamo cancellato il cosiddetto partito degli eletti. Andiamo a parlare, fin da subito, con quelli che hanno scelto l’impegno in Potere al popolo e vediamo insieme se siamo proprio così differenti. Perché io resto convinto che non è così, se si parte dalla base e non dalle altezze presunte. Cominciamo a parlare da subito di Europa, di quale casa costruire anche a livello continentale. Forse questo è ancora più urgente. Bastano i vecchi socialisti? Basta alla Gue, la sinistra cosiddetta radicale? Per me l’Europa resta l’orizzonte minimo a cui guardare. Basta cominciare a guardare davvero.

Ecco, proviamoci a non aspettare Godot. A rompere questa spirale che ci sta consumando, elezione dopo elezione. Non serve fare un partito con i dirigenti rimasti in piedi, dobbiamo cercare la sinistra del XXI secolo. Sbaglieremo ancora, magari. Ma almeno proviamo a fare errori nuovi.

La politica e il rispetto degli elettori.
Il pippone del venerdì/47

Mar 16, 2018 by     No Comments    Posted under: Il pippone del venerdì

Andiamo dal notaio, firmiamo le dimissioni contestuali dei 26 consiglieri di opposizione, mandiamo a casa Zingaretti e torniamo alle urne, senza, tra l’altro, avere più l’ingombrante candidato del centro-sinistra fra i piedi. Lo ha proposto, trovando scarsi consensi vale la pena sottolinearlo, nei giorni scorsi il pirotecnico sindaco di Amatrice, Sergio Pirozzi. Parentesi breve: come i miei lettori più affezionati sanno, ormai secondo me non si può parlare più di politica, ma di cinema. Bene, quale prova migliore di questa: Zingaretti vince anche grazie alla presenza di due candidati del centro-destra. Che succede poi? Che proprio l’artefice di quella spaccatura lo vuole cacciare. Oltre il cinema, fiction. Chiusa la parentesi.

Perché parto da questo, tutto sommato, secondario episodio della politica laziale nel pippone di oggi? Perché secondo me è emblematico della dimensione autoreferenziale che ha assunto la politica, o almeno una parte degli attori (è il caso di dirlo) del panorama politico italiano.

La legge regionale è chiara: viene eletto presidente della Regione Lazio chi prende un voto in più degli altri contendenti. Se non raggiunge il 60 per cento dei seggi gli viene attribuito un bonus massimo di dieci consiglieri, il cosiddetto premio di maggioranza. Poi c’è questa possibilità, assolutamente contradditoria lo sottolineo una volta di più, prevista dal nostro ordinamento anche nella legge per l’elezione dei sindaci: la sfiducia dell’aula o le dimissioni contestuali della maggioranza dei consiglieri provocano la decadenza del presidente e lo scioglimento del consiglio stesso. Dico che si tratta di una norma contraddittoria perché visto che il presidente è eletto dai cittadini, non ha bisogno del voto di fiducia dell’aula, non si capisce come quest’ultima possa sfiduciarlo. Si tratta di un espediente per ridare potere agli organismi collegiali indeboliti dall’elezione diretta del vertice. Ma è comunque una norma, lo ribadisco, del tutto contraddittoria.

Sono stati, però, altrettanto chiari i cittadini del Lazio: pur nella stessa tornata elettorale in cui si votavano anche Camera e Senato, quando hanno avuto in mano la scheda verde, quella per le regionali hanno cambiato il voto che hanno dato sulle altre due, i cui avevano premiato 5 stelle e destra, dando più voti al candidato Nicola Zingaretti. Questo fatto non va sottovalutato, lo preciso meglio, perché rappresenta un elemento importante di riflessione. La campagna elettorale, in questi casi, tende ad appiattire i risultati. Ovviamente prevalgono i messaggi politici nazionali. Questa volta, invece, l’indubbio consenso personale di Zingaretti (il presidente ottiene 1milione e 18mila voti, la somma delle liste che lo sostengono si ferma a 861mila)  porta a capovolgere addirittura il risultato delle politiche.

Viene da pensare che, proprio per l’effetto appiattimento, se non si fosse votato lo stesso giorno il divario fra il presidente uscente e i suoi avversari sarebbe stato anche maggiore, ma questa è un’altra storia.

Quello che esce da questa tornata elettorale nel Lazio è insomma evidente: i cittadini vogliono ZIngaretti presidente, ma lo obbligano a confrontarsi con le opposizioni per governare. Io lo traduco brutalmente così, magari sbaglio: ci fidiamo di te, non di quelli che ti sei portato appresso.  E il presidente riconfermato, che lo ha capito, si appresta a un giro di confronto con le opposizioni. Bisogna anche notare che si tratta di tre schieramenti differenti: da un lato i grillini, poi il centro-destra classico e infine il simpatico Pirozzi. Fatto di cui tenere conto: non è la stessa cosa che avere di fronte una opposizione unica.

Apro un’altra parentesi, perdonatemi, ma i temi si intrecciano: dal punto di vista meramente tecnico, questa è la dimostrazione plastica di come, in un sistema tripolare l’unica legge che assicura una maggioranza stabile, piaccia o no, è quella dei sindaci: elezione diretta, ma con il doppio turno e premio di maggioranza fisso.

Riprendendo il filo, cosa sconcerta nel ragionamento tutto politico che fa Pirozzi? Il mancato rispetto per la volontà degli elettori. Vale la pena di ricordare il precedente non fortunato per chi lo mise in pratica. Il Pd che sfiducia il suo sindaco a Roma. Ora, Ignazio Marino, pur venendo dopo il disastro di Alemanno, era ai minimi storici di popolarità. I cittadini romani lo consideravano uno dei peggiori sindaci della storia recente. Ma non tollerarono quell’atto vigliacco e prepotente al tempo stesso: quelle firme messe di nascosto per far decadere il sindaco eletto dai romani. Da quella data il Pd a Roma non ha vinto manco le condominiali. E’ come se gli elettori si fossero sentiti espropriati: lo abbiamo eletto noi e lo giudichiamo noi. Né si può dire semplicemente che in questo caso non sarebbe la maggioranza ma l’opposizione a far cadere Zingaretti. E’ una semplice aggravante che non inficia il senso del ragionamento: il presidente eletto dai cittadini lo giudicano i cittadini.

Io credo che chi fa politica debba sempre avere il massimo rispetto e la massima attenzione per gli elettori. Badate, non solo per i propri elettori, ma proprio per il complesso del corpo elettorale. E fare politica significa anche capire quello che ti hanno detto con il loro voto. Nel caso delle elezioni regionali è chiaro. Come, però, proviamo a fare un passo in avanti, è chiaro anche per quanto riguarda le elezioni politiche: il fatto che nessuno degli schieramenti arrivi alla maggioranza dei seggi è frutto, come è evidente, di una legge elettorale studiata appositamente, ma è al tempo stesso anche il messaggio profondo di questo 4 marzo. Vuol dire: nessuno di voi ci ha convinto fino in fondo. E allora che fare? Si torna a votare? Io credo che la cosa più seria da fare, una volta esaurita la fase della gara a chi ce l’ha più lungo, sarebbe avviare un confronto fra le forze politiche, fra quelle che si presentavano con idee simili e provare a costruire un esecutivo su basi programmatiche. Al di là dei toni e della propaganda, forse, se ci fosse un po’ di umiltà non sarebbe neanche tanto difficile.

Dico questo, e la finisco qui, perché questa legge, al di là delle balle che ci siamo sorbiti in questi mesi, è essenzialmente proporzionale. E anche il 30 per cento dei parlamentari che si elegge nei collegi uninominali, per effetto della presenza di tre poli di grandezza confrontabile, tende a diventare quasi proporzionale. A riprova di questo, salvo rare eccezioni, basta portare lo scarso rilievo avuto dal voto al singolo candidato rispetto al voto al partito. E nei sistemi proporzionali, facciamocene tutti una ragione, ci si confronta su programmi, si prendono i voti e poi si cerca una sintesi con chi è più simile a noi. Vi lascio proprio con questo interrogativo, inevaso. Chi è più simile a chi nel sistema politico italiano attuale?

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