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Per fare politica bisogna essere ricchi.
Il pippone del venerdì/64

Lug 13, 2018 by     1 Comment     Posted under: Il pippone del venerdì

Fra le varie involuzioni a cui abbiamo assistito negli ultimi decenni l’abolizione del finanziamento della politica è quella forse più complicata da spiegare, ma anche più grave. Più complessa, perché l’abolizione dei fondi pubblici destinati ai partiti, la stretta sui locali destinati alle attività politiche, l’eliminazione dei vitalizi e la riduzione dello stipendio degli eletti nelle istituzioni rappresenta una risposta a un sentimento popolare diffuso, creato ad arte, contro la cosiddetta casta. Ricordate il famoso libro di Rizzo e Stella? Beh, il fatto che l’epicentro della battaglia contro i privilegi dei politici sia stato uno scritto, lacunoso e zeppo di imprecisioni, di due strapagati giornalisti del Corriere della Sera la dice lunga. La finanza e l’economia, si sa, in questi anni hanno fatto di tutto per scrollarsi di dosso qualsiasi tipo di laccio. E sottomettere il potere politico a quello finanziario è sicuramente la strada più semplice per avere la strada spianata.

La riduzione dei diritti sociali, le cosiddette riforme che hanno reso sempre più precario il lavoro, lo smantellamento dei corpi intermedi e la realizzazione di una società sempre più liquida e sempre meno solidale, sono il frutto ultimo di quello squilibrio di poteri fra politica ed economia che nel nostro Paese si manifesta oggi nella forma più subdola. Cosa è, del resto, il governo Salvini-Di Maio se non la resa definitiva al potere finanziario? Ogni giorno si parla di economia? Di lavoro? Di diritti sociali? Ma neanche per sogno. Si alzano polveroni, si creano nuove paure, nuove artificiali divisioni nelle classi proletarie per coprire da un lato lo smantellamento di quello che resta del vecchio sistema politico, dall’altro il via libera definitivo al potere finanziario.  E anche un pallido provvedimento come il “decreto dignità” sarà svuotato ulteriormente dal passaggio alle camere. Si parla perfino di reintrodurre i voucher, moderna forma di schiavitù. Tanto l’opposizione non esiste e fra un pop-corn e l’altro non trova manco il tempo di organizzare una qualche forma di protesta.

Ma torniamo al tema principale. Si parlava del finanziamento pubblico della politica, di cui in questi giorni, con il taglio drastico ai vitalizi già in essere per gli ex deputati, si elimina l’ultimo pezzo. Non voglio neanche entrare nel tema, delicatissimo, dei diritti acquisiti: ci accorgeremo nei prossimi anni – se il provvedimento supererà i ricorsi annunciati – del danno prodotto, quando si arriverà a toccare le pensioni in essere delle persone “normali”. Il vitalizio, come le altre forme di finanziamento pubblico, in Italia fu fortemente sostenuto dalla sinistra. La ragione dovrebbe essere evidente, uso termini antichi perché almeno ci capiamo al volo: per competere, chi si candida a rappresentare il proletariato, non ha gli stessi strumenti di chi rappresenta i padroni. E un deputato che si fa una o due legislature deve essere indipendente nel suo mandato e quindi avere un compenso adeguato. Ma deve avere garantito anche il suo futuro dopo l’impegno politico. Perché solo chi lavora nel pubblico, di fatto, ha diritto all’aspettativa per il periodo in cui ricopre un incarico elettivo. Gli altri, nella grande maggioranza dei casi, perdono il lavoro.

E’ lo stesso filone del finanziamento pubblico abolito definitivamente non dalla destra cattiva, ma da un governo a guida Pd, quello presieduto dal troppo incensato Enrico Letta. Abolendo il sistema di rimborsi legato ai voti presi alle elezioni si dà spazio al finanziamento dei privati, l’unico possibile. E i privati sono imprese che hanno a che fare con la politica. E i privati che hanno a che fare con la politica vogliono condizionarne le scelte. Un sistema all’americana, insomma, con le lobby che comandano. Siccome, poi, siamo in Italia dietro il finanziamento c’è spesso un sistema di corruzione. L’ultimo caso romano, quello del costruttore Parnasi, è emblematico: finanziava tutti i partiti, per avere sempre gli appoggi giusti. Secondo le accuse il finanziamento avveniva in parte in maniera legale, ma pur sempre criticabile dal punto di vista etico, in parte tramite fatture false e fondi neri.

Io credo che questo sistema non funzioni, che noi abbiamo bisogno di un sistema politico forte e autonomo. E se questo ha un costo elevato per la collettività, va rilevato il che il costo di un sistema politico asservito ai padroni è molto più alto. Il costo, solo per fare un esempio, è la vita di quel cavatore morto sulle Apuane pochi giorni fa. Aveva un contratto di sei giorni. Una roba che dovrebbe essere espressamente vietata. E, invece, nell’Italia che si batte contro la casta, è perfettamente legale. Ma il costo è ancora più alto se pensiamo che, di fatto, l’eliminazione di vitalizi e finanziamento pubblico ci riporta ancora di più a un sistema politico ottocentesco, in cui i partiti non esistono più, sostituiti da gruppi di notabili. I ricchi tornano a essere i padroni assoluti della scena, perché in questo sistema solo chi ha un suo patrimonio o è robustamente foraggiato può fare politica. Le masse che oggi plaudono alla sconfitta della casta rischiano di essere nuovamente espulse dal panorama politico. Dall’800 la politica, da Marx in poi, è stato lo strumento di riscatto per le masse, il modo per riequilibrare una società basata sul famoso furto originario, la proprietà privata. Ora non più. Torna a essere strumento per rafforzare lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo.

Anche a questo dovrebbe servire una sinistra nuova in Italia. A immaginare un sistema in cui le cariche politiche tornino contendibili senza dover investire centinaia di migliaia di euro. Si dice: ma internet ha ridotto il costo delle campagne elettorali, basta essere bravi sui social ed è fatta. Anche questa è una balla: per prevalere sui social servono eserciti di comunicatori professionisti che costano forse anche di più dei vecchi manifesti. No, servono i partiti e devono essere finanziati dallo Stato per svolgere la loro funzione principale: quella di selezionare la classe dirigente in maniera democratica. Bisogna rifondare il sistema politico nel suo complesso. Dare, intanto, attuazione alla norma costituzionale con una legge che disciplini la vita democratica dei partiti.  Regole base alle quali attenersi per evitare i partiti padronali. E poi servono nuove forme di finanziamento pubblico. Siccome credo che i partiti debbano vivere nella società, non mi stancherò mai di ripeterlo, una forma interessante di finanziamento potrebbe essere quello di avere dei locali di proprietà pubblica con un affitto simbolico. La scomparsa, a Roma ormai ne restano davvero poche, delle sezioni di partito dai nostri quartieri vuol dire privare i cittadini di punti di riferimento utili a far valere le proprie ragioni in maniera trasparente e non clientelare.

Capisco, lo dicevo all’inizio, che spiegare la necessità dei vitalizi, dei finanziamenti ai partiti è una faticaccia. Ma varrebbe la pena di farlo. Una società senza forze politiche popolari è una società più povera, più debole e frantumata. Ultima notazione, ultimo allarme: a Roma sono scomparse anche le ultime feste di partito. Può sembrare un fatto minore, ma per decenni sono state il principale canale di comunicazione che la sinistra aveva con il suo popolo. Non c’erano solo le salsicce e le balere. Che comunque visti i prezzi popolari avevano un loro significato. C’erano cultura e politica che riempivano le piazze di popolo. Io trovo che senza le feste siano anche città più tristi e meno sicure: gli spazi di socialità – la lezione di Renato Nicolini andrebbe sempre ricordata – sono fattori di crescita, di coesione per le comunità. Noi siamo sempre più chiusi nei nostri appartamenti con l’aria condizionata a gioire per la sconfitta della casta via social con persone che non abbiamo mai visto in faccia.

Sarà anche la modernità. A me sembra il medioevo.

Riempiamo di colori i covi fascisti. Il pippone del venerdì/63

Lug 6, 2018 by     No Comments    Posted under: Il pippone del venerdì

Mi ha colpito molto la notizia dell’aggressione subìta da alcuni giovani a Subaugusta, nel settimo municipio di Roma. Nella notte fra il 30 giugno e il primo luglio alcuni fascisti hanno riempito i muri della locale sezione del Pd e dei locali adiacenti di Rifondazione di scritte e simboli, nello stabile c’erano tre ragazzi che stavano studiando e si sono presi la loro dose di insulti. Intanto un applauso al loro sangue freddo: se fosse successo a me sarei uscito prendendo tutti gli oggetti contundenti che trovavo in sezione. E sicuramente sarebbe finita peggio.

L’episodio in sé non è neanche straordinario. A Roma, ormai, casi di questo tipo succedono da anni. Di solito ci si arma di vernice e pennello e si ripuliscono le pareti. La novità è la sfrontatezza dei fascisti, che colpiscono un locale con dei ragazzi dentro. Non si nascondono più ormai, sono sempre più arroganti, certi dell’impunità. E’ una questione di clima politico che si respira. I nemici sono i migranti, i nomadi, i deboli. I fascisti no, quelli vanno perfino coccolati. Succede ad esempio che, proprio nella giornata di ieri, sia stato sgomberato uno stabile dove dormivano un centinaio di rifugiati del Sudan al Tiburtino. Stessa sorte che hanno subìto per cavilli burocratici sedi dei partiti della sinistra ed esperienze sociali. Ci hanno provato addirittura con la Casa internazionale delle donne. Ma le tante occupazioni abusive di Casapound e Forza Nuova sono quanto meno tollerate. I locali Ater di via Taranto, ad esempio, occupati da più di un anno per realizzare una mensa per gli indigenti, dove possono accedere solo gli italiani.

Si respira una brutta aria, insomma, a Roma. L’amministrazione a Cinque stelle, in diverse zone della città appare contigua a Fratelli d’Italia. Il nuovo governo non ha di certo fatto dell’antifascismo la sua bandiera. E le conseguenze sono queste. Il problema più grande è la mancanza di capacità di reazione delle forze democratiche. Continuo con l’esempio di Subaugusta  perché lo trovo emblematico. Arriva subito qualche inutile comunicato di solidarietà, buono solo a farsi belli sui social, i giornali di solito li ignorano. Si programma una riunione del coordinamento antifascista di zona, ma nel frattempo nella sezione irrompe il presidente del partito, Matteo Orfini e lancia una solitaria manifestazione del Pd. Quasi a voler mettere il cappello – anzi il simbolo – su un tema, quello della difesa della democrazia che dovrebbe essere al contrario patrimonio di tutti.

Una iniziativa sbagliata e controproducente. Malgrado questa improvvida presa di posizione, del resto stiamo parlando di Orfini non si può pretendere di più, il giorno dopo si riunisce il coordinamento. Una riunione molto affollata, mi raccontano, con tutte le forze sociali e politiche. Che si chiude programmando addirittura un festival dell’antifascismo. Da fare a settembre. Nell’immediato si pensa a un volantino. E’ chiaro a tutti che serve una reazione immediata e continua allo stesso tempo e che parlare di settembre vuol dire rinviare tutto a dopo le ferie. Nel migliore dei casi.

Ecco, io credo che quest’episodio la dica tutto sullo stato della democrazia nel nostro Paese. Domani andrò in giro con la mia maglietta rossa, rispondendo alla bella iniziativa lanciata da don Luigi Ciotti. Ma non credo davvero che basti “una maglietta rossa per fermare l’emorragia di umanità”. Quel rosso addosso dobbiamo portarlo tutti i giorni, dobbiamo farlo vivere nei comportamenti quotidiani. Io credo che il razzismo e il fascismo si combattano con robuste iniezioni di cultura, sconfiggendo la paura che è stata instillata in dosi massicce nel nostro Paese. Hanno vinto le elezioni puntando sulle divisioni, così continuano a governare. Non basta dire, come fa ottimamente il presidente dell’Inps Boeri, che i migranti servono alla nostra economia, alle nostre pensioni. Dobbiamo cambiare il sentimento popolare contrario ai migranti che, sia pur del tutto immotivatamente, è presente e radicato. E allora la ricostruzione di una sensibilità diversa in questo Paese passa per azioni uguali e contrarie.

Mi spiego meglio: loro imbrattano i muri con svastiche, manifesti lugubri e scritte assurde? Rispondiamo con murales allegri, pieni di colori. Invece di manifestazioni solitarie del Pd, chiamiamo tutte le forze democratiche, l’Anpi, l’Arci, i sindacati, i partiti, le associazioni dei migranti E vediamoci a via Taranto. Prendiamo le serrande di Forza Nuova, che adesso hanno una lugubre rivisitazione del tricolore, e riempiamole di immagini allegre, magari dei grandi fiori con i colori dell’arcobaleno. E poi ripetiamo l’iniziativa negli altri covi fascisti. Mi immagino una grande manifestazione pacifica e allegra, itinerante per la città. Facciamo tornare Roma a essere capitale della solidarietà, ricordiamo ai romani che hanno impressa nel loro dna la fusione delle razze e l’accoglienza.

Ecco, e la finisco qui, perché d’estate meglio non esagerare, questa ovviamente è soltanto un’idea pazza, uno spunto. La sinistra che torna a vincere, secondo me, non passa da alchimie elettorali o da fantomatiche “coalizioni del fare” (fare cosa?). Parte dall’unità costruita su questioni concrete e su grandi battaglie comuni. Chi ci sta, ci sta.

La minestra rigirata non migliora il suo sapore.
Il pippone del venerdì/62

Giu 29, 2018 by     No Comments    Posted under: Il pippone del venerdì

Si chiama Alexandria Ocasio-Cortèz, ha 28 anni, di professione barista, si era candidata con speranze zero contro uno dei big democratici nelle primarie per il seggio alla Camera del Bronx. Ha vinto. Con poche risorse, rifiutando le donazioni dai grandi sponsor, con un programma chiaramente socialista. E tanti saluti a quelli che pensano che si vinca con parole moderate perché altrimenti l’elettorato si spaventa.

In Italia, invece, la speranza della sinistra avrebbe le sembianze di Nicola Zingaretti, 53 anni a ottobre, presidente della Regione Lazio per la seconda volta, candidato in pectore alle primarie del Pd ancora da fissare. Lo sosteranno – si dice – Gentiloni, Orlando, Martina, Veltroni, Bettini, Franceschini, Fassino. Buona parte di quelli che prima hanno teorizzato il Pd e poi l’hanno portato a questo punto. A Zingaretti guarda, con molto interesse, anche un bel pezzo di Liberi e Uguali – da Bersani a Stumpo – per non parlare dell’area che fa riferimento a Laura Boldrini e Massimiliano Smeriglio, uomo della sinistra “sociale” ma soprattutto vicepresidente della Regione.

Con Zingaretti, personalmente, ho da sempre un rapporto di odio-amore. Nel senso che rappresenta, secondo me, una delle risorse migliori della politica italiana degli ultimi anni. Però manca di coraggio nei momenti che contano. La sua candidatura alle primarie, ad esempio, secondo me arriva con dieci anni di ritardo. Doveva scendere in campo nel 2009, rompendo lo schema del duello fra Bersani e Franceschini, una sfida che guardava al secolo scorso più che al terzo millennio. E credo che quanto avvenuto in questi ormai quasi dieci anni abbia radici profonde in quell’errore. Adesso scende in campo, dopo essere stato più o meno l’unico uomo di sinistra a vincere negli ultimi tre anni. E dice chiaramente che bisogna cambiare tutto, ripensare il partito, i temi, le parole d’ordine. Parla di alleanza del fare, lo sostengono diverse centinaia di sindaci. A partire da Sala, alle esperienze civiche di Pizzarotti a Parma e Coletta a Latina. Premesse positive, ma credo, lo dico senza giri di parole, che sia un progetto di scarso respiro. Provo a spiegare perché.

Non c’è ancora un contenuto, questa cosa dell’alleanza del fare che parte dagli amministratori è vecchia, già sperimentata. Manca un’analisi su quanto è accaduto. Un’analisi di classe, si sarebbe detto un tempo. Anche l’idea della coalizione elettorale che va dalla sinistra radicale fino ai centristi la conosciamo bene. E perfino la replica di un modello, in questo caso il “modello Lazio” esportandolo dal livello locale per riproporlo come chiave per governare il paese, è già sentita. Lo stesso Zingaretti, sarà anche il meglio che possiamo esprimere, ma a me sembra più l’ultimo figlio di una storia che il primo di una nuova narrazione. Spero di essere smentito. Intanto, si porta appresso un fardello pesante, perché rischia di essere il nuovo “frontman” dei soliti noti. C’è chi ipotizza addirittura un appoggio dello stesso Renzi. Gira e rigira, insomma, la minestra resta sempre la stessa. Si liberi, intanto, di questi pesi che rischiano di affondarlo prima di cominciare, poi ne riparliamo.

Io non credo, va ribadito, che il problema sia un cambio di leader. Certo c’è anche questo, ma una nuova chiamata alle armi per decidere chi debba essere quello che mandiamo in televisione a convincere gli italiani, non mi appassiona. E vorrei che fosse chiaro a tutti che non è possibile una nuova frenata nel processo di costituzione di Liberi e Uguali che, con molta fatica, abbiamo avviato per aspettare quello che succede nel Pd e l’avvento del nuovo messia.

Il voto del 4 marzo – e forse ancora di più il risultato dei ballottaggi alle amministrative – ci dicono che la sinistra nel suo complesso non viene più percepita dagli elettori come elemento di cambiamento, di innovazione. Quei risultati ci dicono ancora una volta che rappresentiamo – e pure lì facciamo ormai fatica – soltanto pezzi della classe medio alta di questo paese. E’ un dato oggettivo, non contestabile. Non penso che basti annunciare a parole di voler cambiare tutto senza dire come per recuperare credibilità.  Rotto il modello togliattiano di “resistenza” al sistema, insomma, cosa facciamo adesso?

Togliatti capì che per crescere in territorio nemico, in pieno campo occidentale, un partito comunista doveva “fare società”, ovvero creare una sorta di sistema di potere parallelo, che andava dal partito, ai giornali, ai sindacati, alle cooperative, all’associazionismo. Capì che per difendere i più deboli non era sufficiente un bel programma o una propaganda efficace. Quel programma andava praticato, costruendo esempi di quella società che si diceva di voler creare. Questa era in estrema sintesi la democrazia progressiva che il leader del Pci aveva immaginato. Un partito comunista nell’alveo occidentale, insomma, poteva crescere soltanto se metteva radici solide, se praticava il socialismo in concreto.

Malgrado la furia iconoclasta di Achille Occhetto, su questo abbiamo campato fino a ieri. Solo che venuto meno il collante ideologico è andata esaurendosi anche la forza propulsiva di quel sistema. Cancellato l’orizzonte socialista è rimasta soltanto la gestione del potere. Con i risultati, e anche con le deviazioni, che tutti conosciamo.

Non si tratta di riproporre uno schema vecchio, ma di trovare strade nuove. L’obiettivo per me resta lo stesso. Di esempi in stile Alexandria ne abbiamo mille. Per restare vicini a noi c’è Tsipras, c’è Corbyn, ci sono le esperienze di Podemos in Spagna, c’è il buongoverno del Portogallo, la France insoumise di Mélenchon. Studiamo, confrontiamoci, ma con alcuni punti fermi. Il primo, per me, è la presenza di una sinistra che abbia autonomia culturale prima ancora che politica. L’impressione, anche da questo stentato avvio della fase costituente di Leu, è purtroppo negativa. Siamo prigionieri dei nostri riti. Si nomina un comitato di saggi, che poi sono un po’ sempre gli stessi, senza andare davvero a cercare energie nuove nelle tante esperienze della società civile che sono nate e cresciute in questi anni. Ci mettiamo qualche figurina a riempire gli spazi e crediamo di aver risolto la questione. Senza capire che la chiave per ripartire davvero sta tutta nella partecipazione. Non basta di certo un bagnetto di folla a Trastevere per tornare a essere popolari.

Io resto convinto che di fronte ai modelli verticisti che sembrano vincere senza resistenza alcuna, da Trump al nostrano Salvini-Di Maio, la risposta non possa che essere proporre un modello contrario. Fatto di nuovi strumenti non tanto e non solo di democrazia diretta, ma di costruzione in rete delle idee. E resto convinto che le strutture esistenti siano un ostacolo.  Zingaretti potrà avere un ruolo importante soltanto se capisce che davvero bisogna cambiare tutto, rompendo gli schemi che ci hanno portato a questa situazione. E se capisce che non abbiamo bisogno di un nuovo leader, ma di persone che si mettano, con umiltà a cercare le risposte che adesso non abbiamo. Ecco, umiltà, questa per me è un’altra parola chiave. Finirla con la spocchia di chi sente di essere superiore. Finirla di pensare di essere gli unici difensori della Repubblica, che tutti gli altri sono razzisti e fascisti. Alexandria, insomma, ci dice che è possibile costruire una sinistra che non sta sulle palle al mondo. Facciamo tesoro di quella piccola ma significativa lezione.

Ma senza informazione si può ancora chiamare democrazia?
Il pippone del venerdì/61

Giu 22, 2018 by     No Comments    Posted under: Il pippone del venerdì

La chiamano disintermediazione, usando l’arte, tutta italiana, di impiegare parole incomprensibili ai più per nascondere la fregatura che ti stanno dando. Tradotta in parole povere significa che l’informazione non esiste più e tutto diventa comunicazione, propaganda. In cui non conta la notizia, il suo fondamento, ma soltanto la tua abilità nell’usare il mezzo. Vince chi strilla meglio e più forte. Non è cosa da poco conto, non è una difesa di ufficio di una categoria, la mia, quella dei giornalisti, che in Italia rischia la scomparsa. E, a dire il vero, non fa neanche molto per evitarla.

Il fenomeno è noto: la società della comunicazione, fra internet, social, mail, blog e chat favorisce la comunicazione diretta eliminando, di fatto, la necessità di una figura intermedia, quella del giornalista appunto, che faccia da “filtro” fra il soggetto che ha necessità di comunicare e il pubblico. Fin qui la teoria è nota, nulla di nuovo. Per cui ci sarebbe da immaginare una evoluzione dei mass media “tradizionali” nel senso dell’approfondimento, dell’inchiesta, del reportage, del commento. Facendo un po’ di storia è quello che è successo alla carta stampata con la diffusione di radio e televisione. Esempio classico: se la partita me la dà in diretta la televisione, che senso ha fare la cronaca il giorno dopo sul quotidiano? Ben poco. Per cui resta uno stringato riassunto dei fatti per chi non abbia visto la partita né gli infiniti programmi che ce la ripropongono in tutte le salse, ma poi si punta sull’approfondimento, dalle pagelle sui giocatori, sui retroscena, sulle prospettive per la prossima giornata di campionato. I quotidiani, negli anni, sono diventati sempre più simili ai settimanali di un tempo, insomma: meno notizie, più servizi, detta in gergo giornalistico. La notizia si prende meno spazio e si punta sull’analisi della stessa, insomma.

La stessa cosa si potrebbe pensare – coinvolgendo anche le televisioni questa volta, perché l’era social rischia di travolgere anche la maniera tradizionale di fare informazione sul piccolo schermo – in un’epoca in cui il reperimento della notizia non è più il problema. Anzi da decenni ormai il giornalista è diventato una sorta di imbuto. Permettetemi una specie di revival personale, tanto ‘sta settimana mi è presa così, non parlerò di politica in senso stresso. Ho cominciato a fare questo lavoro a Paese Sera, nei primi anni ’90. All’epoca internet era per pochi, si cominciava appena a usare il modem per trasmettere i pezzi alla redazione centrale. In quegli anni ancora dovevi rincorrere le notizie. I politici non inondavano le redazioni di comunicati. Iniziò, credo fu il primo in assoluto, un giovane consigliere comunale verde, Athos De Luca, che ti mandava un paio di fax al giorno, con notizie curiose che di solito finivano nelle “brevi”. Aiutava a riempire il giornale. Poi si unirono anche i carabinieri che ti inviavano stringate note sulle operazioni più importanti. Il resto te lo dovevi andare a cercare. Piantonavi le riunioni della giunta comunale per aspettare di sapere quali fossero le delibere approvate. Ti attaccavi al telefono per cercare i commenti di maggioranza e opposizione, degli esperti, dei comitati dei cittadini. Certo, c’erano le agenzie di informazione, ma anche queste erano una base, su cui poi lavorare. A me hanno insegnato, insomma, che se devi fare un pezzo importante, un’apertura di pagina, devi andare nei posti, parlare con le persone e guardarle in faccia.

La stessa esperienza, anzi l’esempio è anche più evidente, l’ho avuta nei giornali locali dove ho lavorato negli anni successivi. Lì, spesso, non avevi manco l’aiuto delle agenzie che ti inondano di notizie su Roma, ma di Mentana parlano una volta a settimana. E tu devi riempire cinque pagine, mica devi scrivere dieci righe. E allora sei sempre in giro. Comune, caserma dei carabinieri, pro-loco, anche il caffè al bar. Di notizie preconfezionate, se vuoi fare un prodotto che stia sul mercato, manco una.

Negli anni, lo accennavo prima, il giornalista, al contrario, è diventato sempre più un imbuto: un selezionatore di notizie più che un cercatore delle stesse. Perché la mole di comunicazione che arriva dalle varie fonti è diventata soverchiante e all’editore costa meno avere un “culo di pietra” che sta tutto il giorno davanti al computer a copiare e incollare comunicati piuttosto che assumere cronisti che vadano in giro a cercare notizie e, soprattutto, a verificarle prima di scrivere. Lasciando da parte la cronaca, provo a stringere il mio ragionamento sulla politica, perché è in questo campo che l’effetto è più evidente.

Credo che Berlusconi sia stato anche in questo “rivoluzionario”. Quando annuncia la sua discesa in campo non lo fa con una conferenza stampa, ma appronta un set, con tanto di libreria finta, si fa girare il comizio da un regista di fiducia e invia la cassetta a tutti i tg. Crea un precedente di cui in pochi intuirono la portata all’epoca. Il risultato è che non hai più la possibilità di interloquire con il politico, di fargli domande, di metterlo in difficoltà, ma diventi un semplice megafono, amplifichi il messaggio. Renzi è stato un altro punto importante di questo fenomeno. Basta pensare alle cosiddette e-news, ma anche alla settimanale diretta facebook che travalica il mezzo e viene ripresa puntualmente dalla maggior parte dei mass media. I video ormai quotidiani di Salvini e Di Maio non sono altro che l’estremizzazione della videocassetta di Berlusconi. La linea comunicativa è sempre quella: Grillo, negli anni passati, l’ha proprio teorizzata. Si comunica direttamente con i militanti e gli elettori, si evitano le trasmissioni televisive e i giornali perché sono un elemento del sistema di potere che vogliamo abbattere.

Il risultato a me sembra una sorta di ritorno all’epoca in cui la magia aveva più seguito della scienza. Il passaggio della comunicazione attraverso il giornalista non è soltanto l’imbuto che separa le notizie che si ritengono di interesse da quelle che non hanno rilevanza pubblica. Questa visione dell’informazione come una specie di trattamento rifiuti applicato alle notizie è quello che sta portando l’informazione stessa alla sua scomparsa. Il giornalista, al contrario, dovrebbe essere quello che ti mette in dubbio. Che dice: “Scusi ministro, ma quello che lei dice non è vero”. Rappresenta una sorta di verifica “scientifica” sulle notizie. La scomparsa di questa funzione, di fatto, ci riporta all’epoca della magia. Perché sui social, che – in questo sistema – tendono non solo ad essere fonte prioritaria di informazioni per molti di noi, ma fonte anche per i mass media tradizionali, non c’è il confronto, la verifica, ci sono soltanto comunità di tifosi che accettano per vere soltanto le notizie che sono più vicine al loro pensiero. Le fake news, insomma, diventano vere se sono in linea con quello che immaginiamo, se rispondono al nostro “mito magico”.

Esempio pratico: Renzi e i suoi sostengono che l’abolizione della legge elettorale sia colpa (o merito a seconda dei punti vista) del referendum costituzionale del 2016. In realtà è noto che il referendum ha riguardato la riforma costituzionale e non il cosiddetto Italicum, bocciato e corrette dalla Corte costituzionale con un atto che con la consultazione popolare non c’entrava nulla. La Corte rinviò il suo giudizio a una data successiva a quella del referendum per cortesia istituzionale, per evitare che quella sentenza potesse in qualche modo influenzare il voto. Tutto questo è facilmente documentabile, anche leggendo direttamente la sentenza, che è molto chiara. Ma volendo ci sono tonnellate e tonnellate di articoli sull’argomento. Non serve a nulla: la tesi dell’ex segretario del Pd non solo viene ripetuta di continuo, ma trova masse di “fedeli” per cui si tratta di una verità assoluta e non si fanno convincere. Siamo nel campo della magia, dell’assunto per fede e non più in quello del confronto scientifico. Il No al referendum è la causa di tutti i mali, compresi i calli ai piedi. Punto e basta.

Il vantaggio di questa situazione è che così come acquisisci con grande facilità un considerevole numero di fedeli, in maniera altrettanto facile li perdi. Anche in questo caso Renzi docet. È passato nel giro di pochi mesi dall’avere la fiducia del 70 per cento degli italiani, e addirittura il voto di più del 40 per cento di loro, a consensi sotto il 10 per cento, come è avvenuto nell’ultima tornata delle amministrative in larga parte del Paese. La società della comunicazione, insomma, crea i suoi eroi rapidamente, ma, al contrario della società magica del passato, li distrugge con rapidità addirittura maggiore.

Ma tutto questo non può essere sufficiente. Perché la corretta informazione del cittadino non è una robetta da poco, ma il presupposto stesso della democrazia. Il pluralismo delle voci non può soccombere alla voce di chi grida più forte. E bene farebbero i giornalisti e le loro associazioni a dare l’allarme con maggior forza. E bene farebbero, soprattutto, a tornare a fare il loro mestiere che non è quello di fare il collage delle dichiarazioni dei politici, di mettergli il microfono sotto il naso. Perché l’argine alla società della magia è la scienza, non inchinarsi allo sciamano di turno.

Si parte: forse è la volta buona.
Il pippone del venerdì/60

Giu 15, 2018 by     No Comments    Posted under: Il pippone del venerdì

E in un caldo pomeriggio di metà giugno, all’improvviso, ti arriva una mail da Grasso con scritto “Finalmente!” e poi le date per il percorso costituente del partito. Chi ci sta, ci sta. Permettetemi una polemica preventiva: caro Grasso finalmente lo possiamo dire soltanto noi che lavoriamo da anni per arrivare a un partito nuovo, non chi ha esercitato poco e male la sua funzione di leader. Ora lavoriamo tutti insieme, tutti soldati semplici, nessun generale. Si strappino i gradi frettolosamente appuntanti sulle divise di ufficiali improvvisati e si torni a discutere da pari a pari. Tutti.

Leggo che c’è chi parla di accelerazione, di fretta eccessiva, leggo di moniti a non cristallizzare una classe dirigente che colleziona sconfitte e basta. Non si capisce bene di quale accelerazione si parli. Prima del voto avevamo detto, tutti insieme, dal 5 marzo Liberi e uguali diventerà un partito. Non è che abbiamo detto: dal 5 marzo, se vinciamo le elezioni si fa un partito altrimenti ci si scioglie. Ora siamo in ritardo, altro che accelerazione. Siamo stati fermi troppo a lungo e bisogna ripartire. E non mi sembra che un percorso che prevede un congresso fra sei mesi sia da giudicare frettoloso. Anzi. Fino a ottobre si parlerà solo di idee, senza nominare gruppi dirigenti, senza impelagarsi in oziose riunioni dove ci si scanna su un nome o su un altro. Ed è bene che sia così, magari in questa maniera facciamo emergere chi ha idee nuove e non i soliti noti legati a note cordate.

Di un partito della sinistra poi – sapete come la penso – c’è bisogno. Un partito nuovo, senza dubbio, che riparta dalle radici socialiste e faccia una seria analisi di quanto è successo negli ultimi 25 anni, forse anche 30, un partito che ripensi le forme della partecipazione, che sia promotore di una nuova sinistra anche a livello europeo. Tutto vero. Tutte questioni aperte. Scogli da superare. Non so se riusciremo a trovare una sintesi fra le diverse posizioni di partenza. Di una cosa sono sicuro però: se il dibattito resta chiuso fra i sedicenti gruppi dirigenti di Leu non ne usciamo davvero. Io resto convinto che più si scende dal vertice e più le differenze si sfumano. Tutto sta a costruire occasioni vere di confronto.

Su un punti sono d’accordo con i critici del processo costituente (e su questo argomento, tra l’altro, si assiste a strane convergenze): Liberi e Uguali è insufficiente. Questa affermazione, a dire il vero, è un po’ la scoperta dell’acqua calda. Lo dicono da sinistra quelli che rimpiangono il Brancaccio, lo dicono da destra quelli che auspicano ancora il big-bang del Pd per favorire una nuova articolazione delle forze in campo. Fra un po’ finisce che torna di moda anche Pisapia. Nessuno pensa che sia sufficiente sommare Sinistra italiana e Mdp per riempire il vuoto che c’è nell’offerta politica. Tra l’altro in politica le somme spesso non funzionano, il totale è inferiore agli addendi.

Per me però Liberi e uguali è il nucleo da cui ripartire. Anche per uscire da quel vizio che ha ucciso la sinistra cosiddetta radicale da Bertinotti in poi: tutte le aggregazioni messe in campo alla ricerca di costruire una “massa critica” che riuscisse a incidere nella società italiana si sono sciolte come neve al sole anche quando hanno avuto un certo successo. Una sorta di trasposizione in politica della tecnica della tela di Arianna. Si tesse di giorno e poi si disfa tutto durante la notte. E invece ora è tempo di tessere. Non serve costruire fortini chiusi nei quali asserragliarsi, ma costruire un tetto, una casa con porte e finestre spalancate. Una casa aperta, insomma, anche a chi al momento non se la sente di mettersi in gioco un’altra volta.

E il momento è proprio questo. Intanto perché le prossime scadenze elettorali sono lontane. Alle Europee, tra l’altro, si vota con un sistema proporzionale sostanzialmente puro e potremo mettere in campo la nostra proposta senza il ricatto solito del voto utile. Un risultato positivo in quella occasione, insomma, potrebbe essere un mattone importante, dobbiamo far vedere che il voto a sinistra è di per sé un voto utile.  Ma anche perché il patto Salvini – Di Maio sta creando uno spazio importante che non va lasciato vuoto. Le prime settimane di questo governo hanno completamente oscurato i temi cari al Movimento 5 stelle, penso al reddito di cittadinanza, ma anche ai beni comuni. Tutti temi “di sinistra”. E invece si è parlato di condoni, di porti chiusi per i rifugiati, di meno tasse per i ricchi. Un governo il cui asse appare fortemente schiacciato sulla destra estrema, insomma, neanche su quella moderata. E un governo di questo tipo inevitabilmente svelerà l’inganno elettorale che ha attratto tanta parte dell’elettorato storico della sinistra. Un primo effetto lo abbiamo visto con il turno amministrativo di domenica scorsa. Ora, anche scontando una difficoltà dei 5 stelle rispetto a questo tipo di elezioni, nelle quali il loro scarso radicamento sul territorio pesa sempre in maniera negativa,  il loro risultato è quanto meno deludente. Un dato è evidente, insomma: poi magari i ballottaggi non andranno tutti a finire bene, la sinistra è ancora troppo “stordita” dalla botta del 4 marzo, ma dove si sono presentate coalizioni di tipo nuovo, con candidati credibili, di natura civica e di sinistra, queste sono pienamente in partita, come si dice in gergo sportivo. Non c’è più la sensazione, come  è successo nelle ultime tornate che la contesa sia fra destra e grillini.

Non c’è ancora, come è ovvio, un ritorno dell’elettorato in massa. Difficilmente i voti passano da un partito all’altro: quando hai una delusione e cambi schieramento politico hai bisogno di un periodo di “decantazione”. E quindi cresce l’astensione. A Roma il fenomeno è ancora più evidente, perché a ragioni di politica generale si somma una forte delusione per il disastro dell’amministrazione locale. Ma anche altrove, a macchia di leopardo, vediamo la sinistra tornare a vincere.

Due notazioni rivolte ai distinti sostenitori della “purezza ideologica”. Dove Leu non si presenta unito non esiste. Non è che si hanno risultati deludenti, sono proprio inesistenti. Le liste di Si, di Mdp, di Possibile, difficilmente superano l’1 per cento. Le liste di Liberi e uguali, pur scontando la nostra scomparsa post 4 marzo, non solo esistono, ma arrivano spesso a percentuali decisive per la vittoria e eleggono consiglieri comunali. Io sono mai stato un fans del “partito degli amministratori”, ma un partito nelle istituzioni ci deve pure stare, altrimenti non sei un partito ma una bocciofila. L’altra notazione è che continua il momento disastroso del Pd. Le vittorie per la sinistra arrivano dove più forte è il profilo civico della coalizione e meno si sente la puzza di Renzi. Basta pensare a Trapani. Il tutto il sud le liste dei democratici non arrivano al 10 per cento. Un ulteriore segno che quella proposta politica ormai non attrae più l’elettorato.

C’è un doppio vuoto, insomma. E in politica è bene non lasciare spazi, perché se non li copri tu lo farà qualcun altro. E’ bene che Leu acquisti forza, protagonismo, che sia presente nel dibattito politico. Senza reticenze, dicendo cose chiare e semplici. Certo, tagliando con il metodo veristico utilizzato in campagna elettorale. Certo, mettendo in campo forze nuove, anche ma non solo dal punto di vista anagrafico. Certo, trovando una sintesi fra le posizioni in campo e ponendo basi forti per essere autonoma e non andare a ricasco di altri.

I dubbi e le cautele ci stanno tutti. Ma il tempo è questo, altro che fretta, è tardi.

Ora costruiamo l’alternativa.
Il pippone del venerdì/59

Giu 8, 2018 by     No Comments    Posted under: Il pippone del venerdì

Il quadro è semplice, la dico subito così, senza introduzioni, senza perdere tempo. Il gioco delle parti che stanno magistralmente interpretando Salvini e Di Maio mi pare evidente: il primo si occupa delle questioni di destra, il secondo prova a giocare a tutto campo, strizzando l’occhio alla sinistra, ma senza dimenticare la “pancia” degli italiani. E così prima incontra i ragazzi delle consegne, garantendogli il suo impegno per i loro diritti, poi va all’assemblea di Confcommercio e annuncia il taglio di tutti gli strumenti di controllo sull’evasione fiscale. Ci mette anche l’inversione dell’onere della prova che, come è evidente, rallenterebbe le verifiche rendendole di fatto impossibili. La chiamano pace fiscale, ma è un grande maxi condono non sul passato – come avviene di norma in questo Paese ogni quattro, cinque anni – ma addirittura sul futuro.

La vera novità di questa situazione, insomma, anche rispetto al resto d’Europa, non sono tanto i partiti populisti o sovranisti al potere, come vorrebbero farci intendere i commentatori nostrani, sempre pronti ad accorgersi di quello che succede dopo un paio d’anni dal suo effettivo verificarsi. La novità è che le ali estreme della rappresentanza parlamentare, per la prima volta, si uniscono tagliando fuori i moderati. Lo strano animale rappresentato dai 5 stelle, che dentro si sé racchiudono le istanze più disparate, e la destra leghista si uniscono sotto l’unica bandiera che hanno in comune. Quella del cambiamento. Quale segno abbia il cambiamento non importa. Basta che sia tutto nuovo, tutto in apparente discontinuità con il passato. Del resto siamo il Paese in cui ogni tanto cambiamo il nome perfino alle tasse per far vedere che qualcosa si muove.   Siamo il Paese che nel nome del “nuovo” ha seguito Mussolini, Berlusconi, Renzi. Nulla di nuovo – perdonate l’impiccio delle parole – sotto questo aspetto.

Destra e sinistra “tradizionali” si ritrovano dunque all’opposizione insieme. Con un governo che gli ruba l’aria incarnando di volta in volta sia la destra che la sinistra, portando all’estremo le istanze tradizionali. La risposta che arriva da parte dell’azionista di maggioranza dell’opposizione, Matteo Renzi, è disperante. Una sterile rivendicazione di quello che è stato fatto nel recente passato unita a una vacua sottolineatura delle presunte inadeguatezze dei nuovi governanti. In più, si dice, l’ex presidente del Consiglio, vorrebbe lanciare un suo nuovo partito, l’occasione sarebbe l’annuale adunanza dei fedeli alla Leopolda, magari unendo gli sforzi con la parte più presentabile di Forza Italia, depurata da un Berlusconi che sembra ormai arrivato al capolinea, se non altro per ragioni anagrafiche. Lo schema che ha in testa Renzi è semplice quanto inefficace: da una parte i sovranisti, dall’altra gli europeisti.

Dico inefficace perché si riproporrebbe con chiarezza anche maggiore lo scontro delle ultime elezioni: il cosiddetto “Fronte repubblicano” proposto dall’ex ministro Calenda verrebbe inteso come “il popolo, gli ultimi, contro le élite sociali ed economiche”. Il risultato lo abbiamo visto e un secondo round su questo spartito avrebbe conseguenze devastanti per la tenuta stessa della democrazia. Non si può giocare uno scontro politico sulla difesa della Costituzione e delle istituzioni affermando automaticamente che gli avversari hanno connotati eversivi. Per questo, secondo me, erano sbagliate le manifestazioni programmate lo scorso fine settimana in difesa del presidente della Repubblica. Le istituzioni vanno sempre tenute fuori dallo scontro politico, utilizzarle come bandiera di parte crea una sorta di scontro di civiltà che potrebbe portare, questo sì, a conseguenze eversive.

A fronte di questo quadro, mi sembra ancora più insufficiente la risposta che arriva dalla sinistra. Detta in sintesi: facciamo fuori Renzi, ricostruiamo una nuova alleanza di centrosinistra che abbia come perno sempre il Pd, ma un Pd radicalmente rinnovato. Non si capisce per quale motivo coloro che sostengono questo ragionamento siano usciti da quel partito. Se il problema  fosse stato soltanto la linea politica incarnata dal segretario di turno sarebbe bastato aspettare la sconfitta elettorale, per di più di facile lettura. Io resto convinto che sia sbagliato il progetto stesso che ha dato vita al Pd e che serva una analisi più profonda di quello che è successo negli ultimi decenni non solo Italia, ma a livello mondiale e che da lì si debba ripartire.

Non si possono, insomma, riprendere i pezzi del vaso rotto – lo dice magnificamente Piero Bevilacqua sul Manifesto di oggi – e ricostruire l’intero a partire dal pezzo più grosso. E non basta fare un’opposizione per quanto puntuale e tempestiva. Dobbiamo prendere atto che i pezzi sparsi della sinistra oggi non si tengono insieme. Potere al popolo è convinto della sua risposta di stampo mutualistico, che senza una lettura politica rischia però di essere mera assistenza in stile cattolico. Liberi e Uguali fatica a tenere una rotta chiara. Troppo presi dalla volontà di autoconservazione del gruppo dirigente per veleggiare in mare aperto. Il Pd è un pugile suonato, ancora dominato da Renzi. E anche quando venisse messo in minoranza i suoi possibili successori non è che siano proprio un sorso di acqua limpida e fresca.

Serve un collante non per ricostruire il centrosinistra, un progetto fallito, che ha avuto come risultato quello di fare da narcotico al conflitto sociale, ma per costruire una alternativa di sistema. Fu questa, secondo me, la grande intuizione di Berlinguer dopo la parentesi del compromesso storico. Non riuscì a portare fino in fondo il ragionamento, ma si rese conto che il processo di disgregazione che già attraversava l’Italia e metteva in crisi il complesso dei partiti nati nel dopoguerra, aveva bisogno di un nuovo inizio, di una scintilla, di una alternativa vera, radicale. Per questo rivendicava la diversità dei comunisti. Non serve soltanto l’opposizione quotidiana, ma una visione sociale e culturale alternativa che si imponga e provi a ritessere un Paese impaurito e diviso. Liberarsi dalle paure, recita lo slogan con cui l’Arci ha aperto il suo congresso nazionale. Uno dei punti da cui ripartire è sicuramente questo. E la sinistra politica lo può fare insieme ai corpi intermedi, altrettanto in difficoltà: dai sindacati, all’associazionismo. Che però, lo ripeto ormai quotidianamente da anni, non possono ritenersi soggetti esterni, devono essere un pezzo fondante di questo lavoro di ricostruzione. Cari compagni dell’Arci, ma anche della Cgil questo è il momento di sporcarsi e mani non quello di ritenersi osservatori esterni.

L’altro punto, secondo me, è che l’alternativa deve essere popolare. In questi anni abbiamo rappresentato sempre più soltanto minoranze. Ci siamo chiusi in una visione snobistica della società per cui il popolo puzza. Meglio occuparsi dei diritti civili che di quelli sociali. Abbiamo puntato tutte le nostre carte sull’introduzione nella nostra società delle coppie di fatto, sullo ius soli, sul testamento biologico. Tutto giusto. Ma insufficiente per qualificare la sinistra. Sono diritti tipici delle democrazie liberali. La nostra funzione deve essere più profonda.

Io resto convinto che la prima libertà sia quella dal bisogno. Se non torniamo non solo a stare in mezzo al popolo, ma a essere popolo, saremo sempre più la sinistra delle élite, pure un po’ antipatici per il nostro malcelato senso di superiorità. La diversità dei comunisti era rispettata. Da tutti. Proprio perché non si traduceva nella spocchia che troppo spesso vedo nelle facce e negli atteggiamenti dei nostri dirigenti, ma veniva messa a servizio del popolo. Come si torna all’antico guardando al futuro? Io resto convinto che serva una commistione di livelli differenti: grandi momenti di elaborazione intellettuale, insieme alla quotidianità dell’azione politica sui territori. E resto convinto che questi due livelli debbano intrecciarsi con logiche orizzontali e non più piramidali. I prossimi mesi ci diranno se sarà possibile non ricostruire il vecchio, ma progettare il nuovo. Questa volta nuovo per davvero.

Una sinistra votata al suicidio.
Il pippone del venerdì/58

Giu 1, 2018 by     No Comments    Posted under: Il pippone del venerdì

A raccontare questa settimana c’è da farsi venire il mal di testa. A raccontare questa settimana da sinistra c’è da diventare scemi. Il balletto di presidenti incaricati, governi che saltano in dirittura d’arrivo, veti da Berlino e via dicendo, ha di per sé del surreale. Abbiamo assistito, per la prima volta nella storia della Repubblica, a un capo dello Stato che interviene in diretta per spiegare che ha detto no a un ministro proposto dal presidente del Consiglio incaricato. E ha detto no per ragioni di divergenza politica, non di inadeguatezza acclarata come avvenuto in passato.

Complice anche la fine del campionato tutto questo è diventato chiacchiera da bar, con schiere di costituzionalisti del fine settimana schierati sull’uno o sull’altro fronte, pronti a brandire come armi gli articoli della costituzione. Ci è mancato soltanto il Var. In pochi hanno notato il precedente creato da Mattarella, secondo me parecchio scivoloso, perché da adesso i futuri presidenti della Repubblica potranno citarlo per rifiutare un ministro sgradito per divergenze politiche. E non provate a citare situazioni del passato che non hanno nulla a che vedere con il caso in questione. Quando Berlusconi propose Previti come ministro della Giustizia, non c’era un problema di linea politica, c’era l’assurdità di un presidente del Consiglio che voleva mettere in quella posizione il suo avvocato. Insomma, il presidente Mattarella, diciamola così, ha usato i suoi poteri fino al limite estremo. Sul fatto che l’abbia o meno superato i pareri dei costituzionalisti, quelli veri, non sono concordi.

Comunque sia, alla fine il governo lo abbiamo. Manca la fiducia del Parlamento, ma, vista anche l’astensione della Meloni, pare un passaggio abbastanza scontato. Diciamo pare perché ormai le sorprese sono quotidiane. Mattarella ha ingoiato Savona, Salvini ha ingoiato il fatto che non sia ministro dell’Economia, ma abbia una posizione di minor rilievo. Pari e patta, avanti tutta. Altro record della settimana: abbiamo avuto un presidente del Consiglio che viene incaricato, rimette l’incarico e alla fine ne riceve un secondo nel giro di tre giorni. Con il povero Cottarelli che prima viene messo in campo per portare il Paese alle elezioni cercando di evitare traumi ulteriori, poi viene di colpo rimesso in panchina. Con Palazzo Chigi, insomma, l’uomo dei tagli che passò un anno  a studiare i conti e poi venne esautorato di colpo da Matteo Renzi, continua ad avere un rapporto difficile. Se fossimo su Facebook si troverebbe in una “relazione complicata”.

Cosa farà davvero questo governo, al di là delle parole del famoso contratto, non è dato sapere. L’asse appare molto spostato a destra, fatto salvo il reddito di cittadinanza che è il vero asso nella manica dei 5 Stelle. Hanno ingoiato di tutto pur di inserirlo nel programma. Resta da capire cosa faranno i vertici europei che in questa settimana hanno guidato la partita a colpi di spread. Al fatto che le fluttuazioni fossero opera del libero mercato non ci credono neanche i bambini. Si è trattato di una vera propria direzione operata dalla Banca centrale europea a colpi di acquisti (e soprattutto di mancati acquisti) di titoli italiani. A occhio, per dirla sinceramente, da questa commistione di diversi populismi, non arriverà nulla di buono per questo martoriato Paese. Azzardo comunque una previsione: vista la gestazione che, usando un eufemismo, si può dire travagliata, secondo me questo esecutivo durerà a lungo. Scordiamoci di avere occasioni di rivincita (si fa per dire) a stretto giro di posta.

Sia pur in estrema sintesi, è stata una settimana molto agitata, dal punto di vista istituzionale. Dal punto della sinistra, invece, è stata l’ennesima dimostrazione della nostra accentuata vocazione al suicidio. Abbiamo assistito a una bella e partecipata assemblea nazionale di Liberi e uguali, nella quale Grasso con il plauso della quasi totalità dei presenti, ha rilanciato il progetto. Con tre caratteristiche: una forza autonoma, che metta al bando i verticismi, con un forte rinnovamento – anche generazionale – nel gruppo dirigente. Sono passate 24 ore e ci siamo ritrovati in televisione e sui giornali Bersani e D’Alema a spiegare la linea (per altro non esattamente la stessa linea), i parlamentari chiusi per tre giorni in riunioni segrete per decidere il da farsi, la maggioranza di loro pronta a votare la fiducia a Cottarelli (sarebbero stati gli unici o quasi), un sostanzioso gruppo pronto ad accettare qualsiasi tipo di alleanza con il Pd, fino al listone unico del “fronte repubblicano” proposto da Calenda. Ultima assurdità: dopo tre giorni di silenzio ufficiale, rotto soltanto da improvvide iniziative di singoli, arriva il grande rilancio politico. Una lettera in  cui si invitano le forza progressiste a costruire l’unità in caso di elezioni. Avranno posto precisi paletti, immagino: sui punti qualificanti del programma, sul leader. Manco per niente. Vaghi richiami alla discontinuità. Tra l’altro un appello arrivato fuori tempo massimo, quando ormai era certo il ritorno al governo cosiddetto gialloverde, e ovviamente ignorato del tutto dalla stragrande maggioranza dei media. Poche ore prima sugli stessi media era addirittura circolato lo schema che aveva in mente il Pd: una lista di centro capitanata da Calenda, una di sinistra guidata dalla Boldrini, i democratici al timone di questo nuovo campo progressista, con Gentiloni, quello degli otto voti di fiducia sulla legge elettorale, a fare da sintesi. Insomma, lo schema che voleva Pisapia un anno dopo. In tutto ciò Renzi irride all’irrilevanza del nostro 3 per cento.

Taglio corto e me ne vado al mare. Con questi non andremo mai da nessuna parte. E’ evidente come la loro strategia non abbia nulla di politico ma sia orientata soltanto alla mera conservazione del loro posto “di lavoro”. Neanche è possibile parlare di posto di potere, perché di potere non ne hanno alcuno. Mirano soltanto a conservare lo scranno in parlamento. E questa volta, nel diabolico piano dei nostri, non sarebbe servita neanche la base. Bastava essere piazzati in qualche collegio sicuro, del voto al proporzionale non si preoccupava nessuno. Tanto a superare lo sbarramento del 3 per cento non sarebbero mai arrivati. Poi si sarebbero coperti parlando di emergenza democratica, di difesa delle istituzioni, di fase cambiata. Balle.

Scampato il pericolo a breve termine, verrebbe da chiedersi cosa fare adesso, non tanto per costruire una forza politica saldamente autonoma e ancorata a sinistra, ma almeno per liberarsi da questi quattro straccioni. Io resto convinto che l’unica strada sia costruire Liberi e Uguali, fare rete, mettere radici nei territori e poi sbattere fuori l’intero gruppo dirigente che da 30 anni non ne azzecca una, io direi a calcioni ma va bene tutto, anche un cordiale “prego, accomodatevi in strada”.

Attenzione a non farli diventare eroi.
Il pippone del venerdì/57

Mag 25, 2018 by     No Comments    Posted under: Il pippone del venerdì

Qua bisogna fare l’opposizione, non pensare di rivolgere contro il nuovo governo i metodi usati da loro. La ragione è semplice: se hanno funzionato contro la politica “tradizionale”, rischiano di essere un clamoroso boomerang contro i “nuovi” arrivati. L’esperienza l’abbiamo fatta a Roma, dove la disastrosa sindaca Raggi, eletta ormai 2 anni fa, vive ancora in una sorta di luna di miele infinita con buona parte dei cittadini. Che hanno sì gli occhi pieni del degrado della città, ma in testa ancora troppo vivi i ricordi di Alemanno, di Mafia Capitale e dei consiglieri del Pd che vanno alla chetichella dal notaio per sfiduciare il sindaco eletto dai cittadini. E sono ancora pronti a perdonare la sindaca bollata come “inesperta”, ma “sempre meglio dei ladri che c’erano prima”.

Vedo gli stessi rischi nelle dinamiche che si stanno sviluppando a livello nazionale. Qualche svista nel curriculum del presidente incaricato diventa una violentissima campagna di stampa. Ora, non che non sia grave, ma nulla in confronto a cosa hanno combinato i governi precedenti. Vogliamo parlare di Banca Etruria? O degli attici al Colosseo ricevuti in regalo? Siccome, poi, la campagna viene lanciata addirittura dal New York Times, rischia addirittura di sembrare la reazione dei poteri forti al cosiddetto governo del cambiamento. Ancora una volta si ripropone l’antitesi fra l’establishment – brutto e cattivo – e l’indistinto bisogno di “nuovo” che anima questo nostro confuso paese. E’ stato nuovo Berlusoni, poi è stato nuovo Renzi. Adesso il fatto che Conte sia anche uno sconosciuto ai più lo mette automaticamente in buona luce. E anche i contrasti con il presidente Mattarella sul nuovo ministro dell’Economia rischiano di essere un ulteriore tempo di questa partita che porta voti e consensi a Lega e 5 Stelle. Perché una cosa sono le prerogative del Presidente della Repubblica, tutte molto vaghe e applicate in misura variabile a seconda della forza dei partiti che ha di fronte, un’altra il sentire comune degli italiani. Ora, a me non sta particolarmente simpatico Savona, ma dire di no a Salvini per un mero dissenso politico sarebbe l’ennesimo regalo fatto alla Lega. Secondo me quasi quasi ci sperano addirittura. Il format è sempre lo stesso: vecchia politica moribonda che vuole bloccare il cambiamento. E l’immagine del morto che afferra il vivo e lo vuole portare con sé non è proprio delle migliori.

Io credo che l’opposizione sia un’altra cosa. Come era facile immaginare alla fine, con mille difficoltà e mille giravolte, alla fine un governo si sta facendo. Piaccia o non piaccia ce lo terremo a lungo. La Lega vuole prendere in pieno l’onda che la sta sospingendo sempre più in alto di giorno in giorno. I 5 Stelle hanno bisogno di mettere in campo i provvedimenti necessari a far capire che sono in grado di mettere in atto i programmi a lungo agitati come mere clave. E ricorrere ai vecchi rituali della politica per fare opposizione sarebbe un suicidio. Lo dicono i risultati delle ultime consultazioni: dal 4 marzo si è votato in 3 regioni e per la sinistra è stato un bagno di sangue dopo l’altro.

Sarà anche un test di scarsa rilevanza ma il Pd non entra nel consiglio regionale della Val D’Aosta. Dal 1946 il Pci, Il Pds e i Ds – dei quali i democratici continuano a dichiarararsi parzialmente eredi – non avevano mai avuto forza enorme ma erano sempre stati rappresentati. Meglio va alla sinistra propriamente detta che – saggiamente abbandonato il logo di Liberi e uguali, ma su questo torno dopo – ha preso il 7 per cento e tre consiglieri.

Non è questa la sede per entrare a fondo sui temi da mettere al centro dell’opposizione. Segnalo soltanto che mentre Lega e 5 Stelle stavano trattando su fisco, lavoro, ambiente, mettendo al centro del loro “contratto” i temi con cui ogni giorno gli italiani fanno i conti, il Pd svolgeva una fantascientifica assemblea nella quale l’argomento era più o meno questo: votiamo Martina come segretario fino al congresso stabilendo una data, oppure non lo votiamo e lo facciamo restare semplice reggente, sempre fino al congresso, ma senza indicare subito una data? Alla fine il principale partito dell’opposizione manco questo è riuscito a decidere, rimandando lo scontro furibondo a una successiva assemblea. Il tema era così delicato, insomma, da scomodare mille e passa delegati per ben due volte. Nelle stesse ore i leghisti spiegavano ai cittadini con gazebo sparsi per tutta Italia il programma del futuro governo. La differenza non è poca.

E meglio non va se si pensa alla sinistra propriamente detta. Anche in questo caso l’appuntamento è una assemblea nazionale che si svolgerà domani, sabato 26 maggio, in un hotel alla periferia di Roma. Ancora un luogo chiuso, quasi a simboleggiare un destino. Sui limiti di questa convocazione ho già scritto e quindi la faccio breve. Ma gli ultimi sviluppi sono esilaranti. Prima arriva una comunicazione in cui si invita chi vuole intervenire a mandare una mail. Pare che le richieste siano centinaia e questo del crescente bisogno di apparire in prima persona in ogni occasione dovrebbe essere materiale di ampia riflessione. Nulla però si sa dell’ordine del giorno dell’assemblea. Secondo le poche notizie che arrivano dai giornali anche in questo caso ci sarebbe uno scontro furibondo in atto: diciamo subito che vogliamo fare un partito o lo si fa al termine del percorso? Che partito facciamo? Unitario o federato? Che si allea con il Pd o no?

Io vi voglio bene, ma qui si sta esagerando. Io credo che sarebbe bene decidere intanto, formalmente, che faremo un partito. E poi avviare una fase di discussione, se non va bene la parola congresso perché vi pare che “escluda”, chiamiamolo anche piripicchio, l’importante è il concetto. Ma soprattutto bisogna tornare nelle piazze. Perché non lanciare, dal prossimo fine settimana, una specie di “operazione verità”? Mille gazebo in tutta Italia nei quali mandiamo deputati, dirigenti e militanti. Megafono in mano, come si usava una volta, a spiegare agli italiani perché il programma del governo andrà a impoverire tutti loro. La flat tax, la ventilata chiusura dell’Ilva, una politica suicida sull’immigrazione. Facciamo un volantino chiaro dove scriviamo – solo per fare un esempio – che la tassa uguale per tutti è un regalo ai ricchi. Senza tante perifrasi. Diciamo poche parole, ma comprensibili a tutti chiare: meno ore di lavoro per tutti, a parità di salario; patrimoniale per i ricchi, tasse più basse per i redditi medio bassi. Mi fermo, ma l’elenco sarebbe lungo.

Mi prendo, infine, poche righe per aprire un breve ragionamento sugli spazi sociali. Uno dei problemi della nostra società, credo che ormai ci siano arrivati tutti, è la mancanza di società. Non è un gioco di parole: viviamo in un mondo dove ci sono sempre più “singoli” e meno comunità. E la sinistra non può che battersi contro questo fenomeno. Ecco, credo che questo sia uno dei terreni di azione. Non basta, ad esempio, essere solidali con la Casa delle donne di Roma, minacciata di sfratto (la questione è più complessa, ma la faccio breve) perché in arretrato con gli affitti. Bisogna dire che le esperienze sociali devono avere spazi a costo zero. C’è un patrimonio pubblico non usato. Vecchie scuole, negozi, interi palazzi vuoti. Si faccia un bando: li affittiamo a costo zero a chi mi garantisce un uso sociale. Anche ai partiti, ai sindacati. Tutto quanto fa “società”, crea punti di aggregazione deve essere protetto e incentivato dal pubblico. Poi magari si controlla, si fanno verifiche sulle attività, in maniera da evitare che qualche furbetto ci si faccia il ristorante o l’albergo abusivo. La questione sarebbe complicata, magari ci tornerò.

La finisco qui, sperando che di proposte come questa si parli all’assemblea di Liberi e uguali e non di astratte alchimie. A proposito, dimenticavo: troviamo un nome e un simbolo, che dicano chiaramente chi siamo. Leu credo sia definitivamente bruciato dal 4 marzo.

Sabato 26 maggio: non facciamo scherzi
. Il pippone del venerdì/56

Mag 18, 2018 by     No Comments    Posted under: Il pippone del venerdì

Questo fine settimana si avviano a conclusione due soap opera francamente melense e stanche. Sabato ci sarà l’assemblea nazionale del Pd, dove si annunciano fuoco e fiamme fra i renziani e gli altri. Si dovrebbe decidere chi guiderà al partito fino al congresso. Il fatto che il candidato dei non renziani sia quello che alle scorse primarie si era candidato in tandem con l’ex segretario fa parte dei paradossi di questo partito. Ha ragione Rosy Bindi: la cosa migliore che potrebbe fare è sciogliersi, dando il via a un processo di riaggregazione della sinistra su basi diverse. Siccome è l’unica cosa sensata da fare non la faranno. Facciamocene una ragione una volta per tutte. Alla fine, malgrado le annunciate conte, rese dei conti e via dicendo, si accorderanno secondo i voleri di Renzi.

L’altra storia che si avvia all’epilogo è quella del governo. Siamo ormai a 74 giorni dal voto, Lega e 5 stelle hanno raggiunto un accordo politico, si tratta sul nome del presidente del Consiglio. Se ne parlerà, a quanto si vocifera, lunedì. Il paradosso è che si cerca un nome dove aver trattato sul programma. Come se fosse una specie di notaio e non una delle figure più importanti del panorama politico. Una sorta di maggiordomo disponibile a prestare la propria faccia a idee altrui. Lo troveranno? Come finirà non è davvero dato saperlo. Salvini e Di Maio ci hanno abituato a sorprese continue. Temo che non saranno positive.  I contenuti del cosiddetto “contratto” non fanno ben sperare.

C’è una terza storia che si avvia se non alla conclusione quanto meno a un punto di chiarimento. Ed è quella di Liberi e uguali, ovvero del progetto di un nuovo partito della sinistra che avrebbe dovuto formarsi dopo le elezioni. Dopo un paio di mesi di silenzio si è fatto vivo a sorpresa Pietro Grasso: ci vediamo tutti a Roma sabato 26, non mancate. Per fare cosa non è dato saperlo: discuteremo insieme su come proseguire il percorso politico. Ci sarà un documento, un ordine del giorno? Mistero assoluto. Secondo me non lo sanno neanche loro. Si tratta, lo dico senza giri di parole, di una convocazione tardiva, perché siamo scomparsi dalla scena per oltre due mesi, ma affrettata al tempo stesso. Non è, infatti, di un’assemblea eletta, rappresentativa (si devono essere resi conto che i delegati nominati per l’appuntamento di dicembre appartengono a una diversa era geologica), ma aperta a tutti quelli che vogliono partecipare. E dunque non sarà un luogo in cui si prenderanno decisioni vincolanti.

Serviva un processo differente, che partisse dalle assemblee locali, capovolgendo la piramide e arrivasse a un’assemblea nazionale davvero rappresentativa. Ancora una volta la democrazia e il confronto vero fanno paura a un gruppo dirigente che guarda con preoccupazione anche alle proprie ombre. Si è preferito discutere separatamente nei diversi partiti, in maniera da alimentare le divisioni in maniera artificiale. Però questo abbiamo e tocca farselo bastare. Sarò dunque breve e spiegherò cosa mi aspetto da questo appuntamento messo insieme alla carlona.

Tre cose vanno fatte secondo me: per prima cosa i dirigenti chiariscano cosa pensano, senza tatticismi. Se vogliono davvero procedere verso la costruzione di un partito unitario, che vada oltre il ristretto orizzonte attuale, bene. Altrimenti, visto che alla base la volontà c’è, si facciano da parte. Devono finirla con questo assurdo gioco del cerino, in cui tutti dicono che la strada è tracciata e poi tifano perché avvenga qualcosa che interrompe il percorso a patto che la responsabilità sia di altri. In questi due mesi sono stato a molte assemblee locali, ho letto i resoconti di altri appuntamenti. Non ho sentito nessuno dire: torniamo indietro, chiudiamoci nelle nostre formazioni politiche di appartenenza. Anche perché molti dei partecipanti sono “esuli”, faticano a inquadrarsi nei tre partitini che hanno dato vita a Leu.

Chiarito il primo punto, si potrebbe passare a fare un elenco dei nodi da chiarire: analisi della situazione attuale, quadro di valori in cui collocare il nuovo partito, la casa europea da scegliere, la forma da assumere. Sono questi i punti su cui si costruisce una forza politica unitaria e autonoma, che non dipenda dalle decisioni che prenderà il Partito democratico. Siamo d’accordo, ad esempio, su una critica serrata sulle scelte compiute non nell’ultima legislatura ma – almeno – a partire dagli anni ’90 del secolo scorso? Siamo d’accordo sull’esigenza di costruire un nuovo orizzonte strategico per la sinistra a livello non solo italiano?  Senza un quadro di valori nuovo, che risponda alle esigenze della società liquida continueremo a farfugliare soluzioni estemporanee e non riusciremo a rappresentare un’alternativa credibile alla destra. Né tanto meno a tornare a parlare con quelle classi sociali più deboli che mai nella nostra storia sono così lontane da noi. Ma la sinistra che prende i voti solo dei ricchi e snobba gli operai è destinata, giustamente alla scomparsa. Quale forma vogliamo dare al nuovo partito? Anche qui, non servono risposte tese unicamente a preservare gruppi che ormai dirigono soltanto loro stessi. Federazione, confederazione, partito pesante. Tutte definizioni rigide che hanno poco senso nell’era liquida e non si calano nella realtà delle nostre città, dove serve un partito che “faccia società” e non si ponga solo la questione della rappresentanza. Dobbiamo porci, insomma, l’obiettivo di riannodare i fili in un mondo dove la solitudine digitale è ormai la regola. Tornare alle nostre origini, a forme mutualistiche, a iniziative che non solo descrivono la società che vorremmo ma la creano un pezzo alla volta. In questo quadro io resto dell’idea che la soluzione siano forme di adesione differenti al partito: singole o collettive, allo stesso tempo, lasciando aperte strade diverse per coinvolgere associazioni culturali, politiche, sindacali.

Terza questione da affrontare: come e in quali tempi si sciolgono questi nodi. Diffido per abitudine di chi lancia appelli a “evitare derive organizzativistiche, perché non ci servono nuovi contenitori altrimenti”… e via con un profluvio di parole senza senso alcuno. Una casa, solida e aperta al tempo stesso, ci serve eccome. Perché l’assenza di una struttura ben definita ha dato luogo a questa situazione di delega in bianco a gruppi parlamentari che a loro volta hanno teso esclusivamente alla propria sopravvivenza. Non mi aspetto ovviamente che l’assemblea del 26 ci dia tutte le risposte, ma, appunto, che ci indichi almeno i percorsi e i luoghi in cui darle. Se si individua un percorso chiaro e partecipato lo spazio in cui muoversi non sarà angusto, altrimenti, almeno da parte mia, non darò la mia disponibilità a soluzioni pasticciate e finte. Io credo, dunque, che dopo aver definito le domande a cui rispondere, l’assemblea del 26 maggio sia chiamata a dire quali sono i luoghi in cui si danno le risposte a quelle domande. E credo ancora che non sia possibile più dare deleghe in bianco a nessuno. Bisogna ripartire, lo dico per l’ennesima volta, dalle città, dai quartieri. Con assemblee aperte, in cui ci si confronta si trovano le strade unitarie. E ci si confronta non solo con chi c’era il 4 marzo, ma soprattutto con chi è rimasto a casa. Ci servono luoghi diversi in cui intrecciare discussioni “alte” sui valori, con la necessaria quotidianità dell’azione politica.

Ecco, sembrano cose semplici da fare. Ma non sono ottimista. Mi sembra che a oggi prevalgano ancora i tatticismi che ci hanno ridotto ai minimi termini. L’assemblea non ha una traccia, si prefigura come l’ennesima seduta di autocoscienza. Spero di sbagliarmi, ci vediamo il 26.

Tranquilli, siamo tutti su scherzi a parte.
Il pippone del venerdì/55

Mag 11, 2018 by     No Comments    Posted under: Il pippone del venerdì

Sintetizzo il quadro in cui ci troviamo. Nasce il governo più a destra nella (breve) storia della nostra Repubblica, con i voti di quelli che mai avrebbero fatto alleanze con chi “aveva rovinato l’Italia negli ultimi 20 anni”. Ora accettano perfino Berlusconi nel ruolo di badante interessata. Allo stesso tempo il capo del principale partito di opposizione, quello che, nell’immaginario collettivo, rappresenta la sinistra che fa? Chiama i suoi elettori alla mobilitazione? No, ci mancherebbe altro. Dice: adesso stiamo a vedere se siete bravi, popcorn per tutti. Intanto quelli della sinistra vera, ancora rintronati dallo scarso risultato elettorale non sanno bene se convocare un’assemblea nazionale unitaria: “Che gli diciamo ai nostri?”, è l’angosciata domanda aleggiata nel vertice di giovedì scorso. Mentre ci pensano bene, il prossimo ministro dell’Interno potrebbe essere quello della ruspa, quello che vuole cacciare gli immigrati a pedate, mentre il ministro degli Esteri potrebbe essere uno di quelli che voleva un referendum sull’uscita dall’Europa.

Sembra davvero un grande scherzo televisivo, quello ordito ai danni degli italiani. Che assistono quasi intontiti da questi due mesi di trattative. I mass media ci hanno convinto che un governo va fatto, ci hanno messo in mezzo anche gli europei, i soliti moniti sui nostri conti. Mattarella ha paventato un immediato ritorno alle urne e, come di incanto, tutto si è sbloccato. Caduti i veti dei 5 stelle, garantito Berlusconi che non partecipa al governo ma sta lì in caso di necessità. Tirano un sospiro di sollievo i 900 e passa parlamentari che temevano di restare a piedi.

Ci sono stati casi di panico acuto in questi giorni. Abbiano letto interviste drammatizzanti, ad esempio, di Roberto Speranza, autonominato coordinatore nazionale di Articolo Uno – Mdp, che preconizzava l’esigenza di un “campo largo”, di una nuova alleanza di centro-sinistra, profondamente innovata nei contenuti e nei partiti, che facesse da argine ai due contendenti veri della scena politica. E’ lo stesso Speranza che dopo il 4 marzo diceva che Leu aveva preso pochi voti perché percepita troppo in continuità con il Pd. Giovedì era pronto a farsi guidare da Gentiloni. Abbiamo letto di telefonate preoccupate di Renzi a Salvini: “Ma davvero non ce la fate a fare il governo?” Tutti presi dal panico, perché avevano ben chiaro che rischiavano la scomparsa o, quantomeno, la definitiva certificazione della loro irrilevanza.

Lasciato da parte il cinema e i popcorn, ho scritto tutto questo per arrivare a una domanda vera, la stessa che vi ripeto – lo so sono ormai a livelli ossessivi – da qualche settimana: non è che aveva ragione Nanni Moretti e che con dirigenti così non vinceremo mai? E la domanda seguente, quasi conseguente: non è che per Leu il 4 marzo sarebbe stato meglio stare sotto il tre per cento e rimanere fuori dal Parlamento? Forse era quello l’unico modo di liberarci una volta per tutte da queste mezze figure. Uno strano mix di vecchie cariatidi ferme al ‘900 e di giovani cresciuti con gli ormoni come i polli da batteria: sembrano belli e sani, ma sono soltanto gonfiati. E invece quel risultato miserello, ma sopra il quorum, ottenuto da Liberi e Uguali ci ha consegnato questo gruppuscolo di 18 parlamentari che un confronto vero con i propri militanti non ce l’ha proprio in testa.

Sabato 12 maggio è previsto il primo appuntamento pubblico di Articolo Uno. Sono passati più di due mesi dalle elezioni. Dopo una batosta simile si immagina un lavoro preparatorio, intenso, un documento nazionale discusso ed emendato a livello locale. Assemblee di base per stabilire i delegati a questa importante assemblea. E invece no. Si sono svolte le assise regionali senza manco sapere quale fosse l’ordine del giorno, né tanto meno chi avesse diritto di voto: una specie di grande seduta di autocoscienza dove ognuno ha parlato a ruota libera. Quella del Lazio, addirittura, manco si è conclusa: è stata aggiornata alla settimana prossima. E domani? Ingresso libero, solita sfilata di sedicenti leader della sinistra nelle sue varie forme, i soliti noti. Dalla Falcone, a Cuperlo, a Fratoianni, a Orlando. Un lungo elenco di bolliti che dopo aver sbagliato tutto o quasi negli ultimi decenni ci verrà a spiegare come continuare a farlo. Il congresso, Articolo Uno lo farà con calma, entro la fine dell’anno. E soltanto perché questo prevede il regolamento per ottenere i finanziamenti del 2 per mille, l’unica forma rimasta di contributo pubblico. Ancora cinema, insomma. E neanche di alto livello.

Allora che fare? Io sarei sempre per ripartire da assemblee al di fuori e al di sopra rispetto ai partiti esistenti. Che sono soggetti ridicoli, che non esistono più se non per dare un po’di medagliette da dirigente. Assemblee aperte, dove non ci si chieda da dove veniamo ma dove vogliamo andare. Non mi sembra, purtroppo, che ci sia lo spirito giusto. E allora bisogna combattere con i pochi mezzi che abbiamo, dentro questi partitini. Io lo farò, per le limitate forze che ho, dentro Articolo Uno. In questi mesi le scadenze elettorali, la necessità di fare comunque fronte comune, mi hanno indotto troppo spesso al silenzio e alla ricerca del compromesso. Da adesso, davvero basta. Lotterò, magari da solo, ma le spalle sono atte allo scopo, con pochi punti da cui partire.

  • Dimissioni immediate del gruppo dirigente nazionale di Articolo Uno. Speranza per primo. Non è possibile che in due mesi non abbiano sentito l’esigenza di avviare un confronto e abbiano continuato a parlarsi unicamente tra loro. Unica preoccupazione: come garantirsi il ritorno in Parlamento in caso di un nuovo voto. Grazie, non mi interessa. Sia chiaro a tutti che quando parlano non rappresentano che loro stessi. E siccome manco vanno d’accordo, a volte neanche quello.
  • Avvio altrettanto immediato dei “Laboratori della sinistra unita” in ogni quartiere. Su questo molto ho già scritto. Articolo Uno nasce un anno fa con questo scopo dichiarato. Sarebbe assurdo che proprio adesso decidesse di diventare a sua volta un partito con la propria struttura. E allora nessun tesseramento, nessun nuovo gruppo dirigente, si riparta da una forma il più aperta e inclusiva possibile, quella del “laboratorio” appunto. L’obiettivo è arrivare in tempo relativamente breve alla costruzione di un partito unitario. Non una federazione, perché sarebbe una presa in giro, una sorta di certificazione del fallimento. Semmai una forma nuova di aggregazione politica dove l’adesione possa essere sia a livello personale che collettivo. Nei laboratori si dovrà discutere e deliberare su pochi punti: la forma partito, la collocazione europea della nuova forza politica, i cardini essenziali per la stesura di una carta dei valori.

 

Io credo che la situazione, sempre che non sia tutto un grande scherzo, sia quasi disperata ormai per questo Paese. Sarà davvero la fine del bipolarismo destra-sinistra? C’è chi lo teorizza, quasi lo auspica, senza capire che, senza una forza che torni all’analisi marxista della società e la traduca nel mondo contemporaneo, non ci sono nuovi traguardi, c’è soltanto lo strapotere dei forti sui deboli. C’è il ritorno a una società dominata da quella élite che abbiamo combattuto dall’800 a oggi. Io credo che l’Italia sia una sorta di prova generale, siamo una specie di provetta dove i giganti della finanza sperimentano. E sarebbe bene che questo virus fosse isolato e battuto. Se ognuno di noi fa la sua parte con lo spirito che dicevo sopra ce la potremmo anche fare. Diciamolo in ogni occasione, nei partiti e nei movimenti di cui facciamo parte: non ci sono alleanza né campi da ricostruire, dobbiamo ripartire da noi stessi, dobbiamo ritrovare la capacità di parlare al nostro blocco sociale di riferimento. Prima la sinistra. Diciamolo forte, in ogni assemblea.

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