Articoli pubblicati nella categoria "Il pippone del venerdì"

La politica è capacità di decidere
Il #pippone del venerdì/123

Dic 13, 2019 by     No Comments    Posted under: Il pippone del venerdì

Sarà anche vero che si avvicina il Natale e dovremmo essere tutti più buoni, ma vivendo in questo Paese e in particolare a Roma, il clima delle feste si sente davvero poco. La verità è che ci sono periodi in cui chi, come me, ha la passione per la politica è davvero sconfortato. Dal livello nazionale a quello locale siamo alla desolazione totale.

Certo, qualche buona intenzione questo governo l’aveva pure manifestata. Ma lì siamo rimasti. Fra veti e controveti l’unico risultato che la maggioranza è in grado di rivendicare è l’aver evitato l’aumento dell’Iva. “Abbiamo pagato i conti di Salvini, senza farli pagare agli italiani”, recita lo slogan più efficace che sono stati in grado di tirare fuori. Non è un problema di comunicazione, è che c’è davvero poco. Sarà anche un grande successo, ma qui fra una crisi aziendale e l’altra ci sono decine di migliaia di posti di lavoro a tempo indeterminato che stanno andando in fumo. Dall’Ilva, a Unicredit, all’Alitalia perennemente in crisi. Se si scende di livello e si passa alle imprese medio piccole è una specie di cimitero. Ogni giorno, basta leggere le cronache locali dei giornali, è una via crucis, fra imprenditori che fuggono, fabbriche che licenziano, imprese che delocalizzano, come si usa dire per non turbare troppo gli animi.

Se poi parliamo di Roma, siamo alla catastrofe. Per altro manco tanto imprevista. Il livello di incuria è tale che ormai per passeggiare nelle strade si fa lo slalom tra i rifiuti. E se hai la ventura di girare in moto devi avere un paio di occhi supplementari per evitare le buche che si aprono quasi a sorpresa. Ogni santo giorno ne trovi una nuova. E che fa la politica? Stanno ancora litigando fra Regione e Comune per individuare una benedetta discarica dove mandare i rifiuti. Per la sindaca Raggi non serve. La Regione fa un’ordinanza con cui le intima, fra le altre cose, di indicare un luogo idoneo e lei traccheggia, poi pensa addirittura di ricorrere al Tar, dopo aver mandato la dirigente del settore, una sorta di agnello sacrificale, a trattare al tavolo con i tecnici delle altre istituzioni coinvolte. Scaduti i termini dell’ordinanza avrebbe dovuto decidere Zingaretti, fra l’altro anche presidente della Regione. E invece si traccheggia. Perché decidere fa diventare impopolari.

Ora, almeno in questo caso avrà anche ragione il segretario del Pd e presidente del Lazio. A norma di legge la Regione decide le strategie per smaltire i rifiuti, indica gli obiettivi da raggiungere, mentre i Comuni sono responsabili della raccolta, del trattamento e dello smaltimento delle tonnellate di immondizia che produciamo ogni giorno. Ma l’immagine che ne esce è quella dell’ennesimo scaricabarile fra politici che non vogliono assumersi la responsabilità di scelte necessariamente impopolari.  E non è storia di oggi. Era il gennaio del 2014, quando l’allora sindaco Ignazio Marino dichiarò che a Roma non serviva una discarica. Da allora i nostri rifiuti hanno cominciato a fare il giro del mondo. Che questo abbia costi ambientali e finanziari esorbitanti poco importa. Quello che davvero conta è togliere i rifiuti di mezzo, portarli lontani dai propri elettori e soprattutto dal loro naso.

Ecco, io credo che, ai vari livelli, l’Italia paghi la pavidità della sua classe politica. Non è un’accusa a questo o quel partito. E’ il sistema che, unicamente proiettato alla ricerca del consenso, produce questo disastrato Paese. Servirebbero scelte forti per far ripartire la nostra economia. Si vuole una svolta ecologica? Si investa in questo senso.  E si facciano scelte conseguenti. E invece prima ci si inventa la plastic tax, poi si riduce rendendola un buffetto per le multinazionali della plastica, infine si rinvia addirittura. Prima si parla di riconversione ecologica dell’Ilva, poi la si affida agli indiani. Ma non è che un’azienda del genere non può proprio stare in mezzo a una grande città come Taranto?

Di Roma abbiamo già detto, ci torno soltanto per ribadire un concetto: è giusto che chi produce rifiuti pensi anche a come smaltirli in loco, senza inquinare mezzo mondo. E una discarica, sia pur ridotta, sarà sempre necessaria anche se si raggiungessero tutti gli obiettivi previsti dal Piano rifiuti sulla raccolta differenziata. Arriveremo, forse, un giorno lotano al 70, 80 per cento. Ma anche in quel caso resterà una parte di immondizia che da qualche parte andrà pur sistemata. E a Roma siamo bloccati intorno al 40 per cento. Tremila tonnellate al giorno di rifiuti vagano per l’Italia e l’Europa perché non sappiamo bene dove metterli. Colpa anche di uno sviluppo urbano insensato, a macchia di leopardo, che ha seguito sempre gli interessi dei costruttori, per decenni unico motore economico della Capitale, e mai quello che dei cittadini.

Secondo me, questa è una delle chiavi per riconquistare i consensi persi: darsi una linea politica e decidere. Nello stagno si affoga e si dà sempre più spazio alle destre, bravissime a denunciare l’incapacità altrui, ma sempre disastrose quando hanno avuto l’onere del governo.

Io credo che il messaggio che lanciano le piazze delle sardine sia anche questo: sveglia ragazzi che a litigare fra voi ci ritroviamo Salvini per vent’anni. Sul fatto che il messaggio sia recepito permettetemi di conservare intatto tutto il mio scetticismo.

Avete voluto l’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti?
Il #pippone del venerdì/122

Nov 29, 2019 by     No Comments    Posted under: Il pippone del venerdì

Si moltiplicano i casi giudiziari che riguardano le fondazioni legate ai partiti o alle correnti varie. Dovrebbero essere organizzazioni di naturale culturale, centri di elaborazione per mettere a disposizione della politica idee e progetti di alto livello. Dei “pensatoi”, insomma. In realtà, a parte rare eccezioni, sono dei collettori di denaro, per loro natura poco trasparenti. Tanto per farci un’idea di cosa stiamo parlando, ne risultano attive una sessantina. E, in quanto fondazioni, rispondono a norme differenti rispetto ai partiti stessi. Si fa fatica a trovare l’elenco dei finanziatori, ad esempio.  In questi giorni è scoppiato il caso di Open, la fondazione legata a Renzi, ma gli esempi sono molti, in realtà, da destra a sinistra. Insomma, il problema non è Renzi (almeno non in questi caso specifico, ma il sistema in sé).

Andiamo come al solito con ordine. Dando una sponda alle campagne (politiche e di stampa) contro i partiti e contro la kasta, nel 2014, siamo al governo Letta, viene di fatto abolito il sistema di rimborsi elettorali, il cosiddetto finanziamento pubblico. Oggi restano soltanto due forme di finanziamento, il 2 per mille, ovvero la libera scelta del singolo contribuente di destinare parte delle sue tasse a una formazione politica, oppure il finanziamento diretto dei privati, tramite donazioni che possono arrivare a 100mila euro l’anno e che devono essere rendicontate.

Dal 2016, anno in cui la legge ha effettivamente dispiegato a pieno i suoi effetti, dunque, i partiti si finanziano soltanto con contributi privati. E già questo, l’ho scritto più volte, è discutibile. In più quasi tutte le maggiori forze politiche hanno messo in piedi fondazioni che, come detto, hanno regole meno rigide e meno trasparenza.

Ora, lungi da me essere contro il finanziamento del singolo militante, tramite il 2 per mille, il tesseremento, o sottoscrizioni libere. Qui si discute di altro. Ovvero di imprenditori che versano in forme varie centinaia di migliaia di euro ogni anno a organismi privati e spesso fuori controllo. A volte lo fanno in cambio di un “lavoro” fatto (uno studio, un convegno), a volte a fondo perduto.

Al di là dei singoli reati che i magistrati contestano di volta in volta, viene da chiedersi per quale motivo un imprenditore dovrebbe donare a un partito (a una fondazione, in realtà, ma questo è soltanto un passaggio di comodo) cifre così ingenti. Passione politica, mecenatismo? Sono imprenditori illuminati che capiscono l’importanza che hanno i partiti per la democrazia? Si può anche crederlo e ci sarà anche qualche caso così. Io credo, però, che in realtà si tratta di mera azione di lobbing: ti finanzio e tu porti avanti i miei interessi.

Letta così l’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti li ha resi ancora più deboli e costretti a piegarsi alle logiche economiche anche soltanto per sopravvivere. Altro che autonomia del sistema politico. Da qui la risposta alla domanda che ponevo nel titolo di questo pippone: ora vi beccate un quadro politico non solo meno trasparente, ma per sua natura soggetto al ricatto dei finanziatori.

Questa è la caratteristica dell’azione di lobbing, se non è sottoposta a regole certe. Che il lobbista, occulto, diventa padrone, per quota parte, delle scelte che il beneficiato compirà in parlamento. Senza che i cittadini possano avere immediatamente contezza di quello che succede. E fin’ora abbiamo parlato soltanto delle fondazione e dei partiti, che quanto meno sono organismi collettivi. Applicando lo stesso ragionamento ai finanziamenti fatti al singolo candidato alle elezioni il quadro è ancora più fosco. Insomma, non si tratta solo di accertare eventuali reati: ovvero uno scambio di favori diretto che configura vere e proprie ipotesi di corruzione. E’ il sistema intero che è di per sé sbagliato. Ha prodotto l’effetto esattamente contrario a quanto, almeno a parole, si proponeva l’ondata contro i partiti, cavalcata in primis dai grillini.

E’ uno dei danni prodotti dalla debolezza culturale della sinistra in questi anni. Troppe le occasioni in cui non si è riusciti ad andare controcorrente e prendere decisioni che in quel momento sarebbero state impopolari, ma erano giuste. E’ successo con la riforma del titolo V della Costituzione, che ha generato quel sistema misto Stato-Regioni che ha devastato un diritto essenziale come quello alla salute e ha moltiplicato carrozzoni e enti inutili, invece che avvicinare il governo ai cittadini. Ci siamo cascati ancora con l’abolizione del finanziamento pubblico.

Inutile aspettarsi un’inversione di tendenza netta. La ricetta sarebbe semplice: vietare le donazioni dei privati (fatte salve le sottoscrizioni di modesta entità) e tornare a rimborsi legati all’attività dei partiti. Servirebbe coraggio, magari una legge che garantisca regole democratiche nel funzionamento delle forze politiche, in maniera da avere un effettivo controllo sull’impiego dei fondi pubblici. E invece, ancora una volta vesto i panni comodi del facile profeta, si preferirà parlare di responsabilità dei singoli (che ovviamente vanno accertate e perseguite): come dire, si toglierà qualche pagliuzza dagli occhi dei cittadini, la trave resterà ben piantata al suo posto.

Anche le sardine, nel loro piccolo, si incazzano.
il #pippone del venerdì/121

Nov 22, 2019 by     No Comments    Posted under: Il pippone del venerdì

La dico subito, a me questa cosa delle “sardine” in piazza piace parecchio. Ha ragione Bersani, danno due messaggi molto chiari: a Salvini mandano a dire che non sarà una passeggiata, a partire dalle elezioni emiliane, a noi sinistra dicono chiaramente che è il momento di finirla con le pippe mentali. E’ una sorta di appello collettivo.

L’ho scritto subito, perché in queste due settimane in cui il movimento spontaneo si è allargato in tutta Italia ne ho lette di tutti i colori. C’è chi dice che devono avanzare proposte, che non si può dire soltanto no a Salvini. Chi chiede addirittura un programma delle sardine. Siete fuori dal mondo.

Riassumiamo: quattro ragazzi bolognesi, all’avvio della campagna elettorale per le elezioni regionali, decidono che non ci stanno ad assistere al solito tran tran, fatto delle solite facce che si incontrano nelle solite sale. E quando Salvini organizza un comizio al PalaDozza, lanciano uno slogan “Bologna non si lega” e chiamano in piazza Maggiore “6000 sardine”. Insomma: facciamo vedere che ci siamo anche noi, tutti stretti come il noto pesce che ama compensare la sua debolezza con la creazione di grandi banchi compatti. Le sardine saranno molte di più. E colpiscono le segno, le reazioni scomposte di Salvini ne sono la riprova evidente. Da quel giorno si moltiplicano appuntamenti, gruppi facebook, manifestazioni in tutta Italia. I quattro ragazzotti bolognesi diventano subito star di un mondo dei media sempre più stanco e alla ricerca di un guizzo per destare un po’ di interesse.

Tanto basta per generare una vera e propria esplosione. I gruppi facebook aumentano iscritti a ritmi vertiginosi, soprattutto pensando alla stanchezza attuale del gigante dei social. Quello principale è arrivato alle 7,40 di oggi a quota 114mila. Erano 105mila prima di andare a letto ieri sera. E sono gruppi attivi, dove i post si accavallano, gli appuntamenti si sovrappongono. Poi ci sono anche i polemici e i soliti troll. Ma la maggioranza è fatta da persone comuni, senza una precisa appartenenza politica, vagamente di sinistra potremmo dire, che vogliono semplicemente riaffermare alcuni valori: intanto la solidarietà contrapposta all’odio che Salvini in questi anni ha sparso a piene mani. E c’è anche una positiva voglia di essere protagonisti, di provare a fermare la deriva italiana che fino a pochi giorni fa sembrava inesorabile.

Insomma, le sardine sono una scossa salutare. Ci fanno capire che c’è vita oltre le stanche forze politiche attuali e che una strada per uscire da questo pantano esiste. E’ folle, invece pretendere che, da un giorno all’altro, quattro ragazzi organizzino un partito, con manifesti ideali, programmi, strutture e tutto il resto.

Come spiega Bersani, sempre fra i più lucidi quando si tratta di fare analisi politica, le sardine pongono un problema a tutta la sinistra, che dovrebbe essere il loro alveo naturale (se non altro per contrarietà, come direbbe Guccini) ma che non riesce a esserlo. Le ragioni, o almeno quelle che secondo me sono le ragioni, le ho scritte cento volte e non voglio ripetermi ancora.

Ma adesso c’è un fatto nuovo: la sinistra riscopre che un suo popolo esiste. Almeno potenziale. Ed è lontano da quelle rappresentazioni che girano da anni sui media. Ci raccontano sempre che alle varie assemblee “ufficiali” ci sono più vecchi, c’è solo quello che un tempo si sarebbe definito il ceto medio riflessivo, gente di una certa cultura, anche un po’ radical chic.

Ecco, invece, le sardine ci raccontano che non è il popolo della sinistra a essere così, è la sinistra a essersi rinchiusa in quel recinto con le sue paranoie, le sue parole d’ordine incomprensibili e lontane dal sentire comune.  Nelle piazze emiliane, ma adesso un po’ in tutta Italia, si rivedono tanti ragazzi che in un partito (forse per loro fortuna) non ci hanno messo mai piede. C’è gente di tutti i ceti sociali, di tutte le età. E stanno insieme senza chiedersi a che corrente appartieni, chi ti manda.

Non sarà certo la panacea di tutti i mali. Quella delle sardine è un’ondata. Che toccherà rapidamente un suo picco e poi tenderà inevitabilmente a calare. Non è una novità: è successo, per restare agli anni scorsi, prima con i girotondi, poi con l’ancora più effimero popolo viola. Sta alla sinistra provare a rivoluzionare se stessa e offrire un mare sicuro a questo popolo. Se ci fosse una classe dirigente in questo Paese non proverebbe a cavalcare l’onda, ma proverebbe a fornire risposte: la prima che mi viene in mente è: ragazzi, avete ragione voi, ci mettiamo a disposizione per costruire insieme un futuro differente per questo Paese.   Postare le foto delle manifestazioni con commenti entusiastici serve davvero a poco. Diamoci una scossa, perché le sardine sono piccole, ma si incazzano. Anzi sono già belle incazzate.

Bologna, Emilia: dateci un bel segno.
Il #pippone del venerdì/120

Nov 15, 2019 by     No Comments    Posted under: Il pippone del venerdì

Dopo la divagazione “personale” della settimana scorsa, mi pare il caso di tornare a occuparsi della politichetta italiana. Fra il disastro di Venezia e la paventata chiusura dell’Ilva questa è sicuramente la settimana di Bologna. Si concentra tutto lì, dalla manifestazione di apertura della campagna elettorale di Salvini al PalaDozza (sigh) alla tre giorni che dovrebbe dare il via alla rifondazione del Pd (sob). Con in mezzo la piacevole sorpresa dei quindicimila bolognesi che hanno riempito come altrettante sardine piazza Maggiore per far vedere che sono più dei leghisti, che hanno dovuto cammellare truppe dalla Lombardia per riempire lo storico palazzo dello sport.  In piazza, altra piacevole sorpresa, anche il padre della candidata leghista alla presidenza della Regione.

L’Emilia-Romagna, diciamolo subito, non è una Regione qualunque. Insieme alla Toscana ha sempre rappresentato un baluardo insormontabile dal dopoguerra a oggi. Più della Toscana rappresenta l’epicentro di un sistema non solo politico, ma anche economico, che ha sempre rappresentato un’alternativa possibile. Una sorta di palestra in cui le idee della sinistra hanno avuto modo di innervare profondamente il tessuto sociale. E quindi si è spesso parlato negli anni di modello emiliano in economia, con la crescita dei grandi colossi cooperativi, dalle mense, alle assicurazioni, alle costruzioni, di modello emiliano nella sanità e nell’istruzione. Gli asili nido emiliani, andrebbe risposto a chi straparla del caso di Bibbiano, li venivano a studiare da tutto il mondo fin dal secolo scorso.

Certo, il vento nazionale resta contrario. Le difficoltà del governo, acuite dall’egocentrismo di un Renzi che si considera un novello Macron, sono sotto gli occhi di tutti. E’ difficile andare avanti sulla normale attività, si va in tilt appena c’è una crisi. In più il sempre più rapido declino dei 5 stelle li porta a dei guizzi disperati, come il pesce preso all’amo che tenta l’ultimo vacuo tentativo di sottrarsi alla lenza.

Andiamo con ordine. Il fiorentino dice ormai apertamente quello che qualcuno “sospettava” già da anni. La sua lettura della famosa “vocazione maggioritaria”, che tanti danni ha portato alla sinistra italiana, era già evidente, bastava avere la capacità di guardare con occhi distaccati le sue azioni: trasformare il Pd in una novella Dc, capace di aggregare voti un po’ da tutte le parti, ma puntando decisamente a quel centro moderato che il declino di Berlusconi ha via via liberato. Che in tanti se ne se siano accorti a cose fatte è uno dei sintomi più evidenti della pochezza della nostra classe dirigente. E di fatti con c’è riuscito più per la sua incapacità strategica che per meriti altrui. E adesso ci riprova con la sua nuova creazione. Lo ha dichiarato apertamente: vuole fare come Macron, (che a casa sua sta riscuotendo evidenti successi!) ovvero svuotare il campo socialista come è successo, a suo dire, in Francia. Peccato che dimentichi come la crisi irreversibile del Psf ha portato sì consensi a Macron, ma parallelamente è cresciuta fino a raggiungere il 20 per cento l’esperienza della sinistra della France Insoumise. Devo ancora ripetere che in Italia manca, a oggi, una risposta da sinistra?

Di certo, comunque, il protagonismo renziano, sia sulla manovra economica, che sui temi più politici delle alleanze per battere la destra, alza il livello di conflittualità nella coalizione che sostiene il governo Conte e questo non fa bene. Sia per il blocco dell’azione del governo stesso che deriva dai veti contrapposti fra Italia Viva e i 5 stelle, sia perché tutto questo, come risultato finale, porta a un grande disorientamento fra gli elettori. La politica, mi prendo una riga per ricordarlo, è una cosa in fondo semplice: i voti si conquistano lanciando messaggi chairi al blocco sociale che si vuole  rappresentare. La confusione, o il voler rappresentare tutti che in fondo è un po’ la stessa cosa, ti porta automaticamente a perdere.

Dall’altro lato il Movimento 5 stelle appare incapace di tornare alle origini, dopo la sbornia dei 14 mesi leghisti. Per cui quella che dovrebbe essere, almeno a guardare le rispettive carte di identità, la parte più vivace del governo, quella capace di lanciare proposte innovative, di dare risposte originali ai problemi che dobbiamo affrontare, si ritrova al contrario a guardare soltanto al proprio ombelico. Il centralismo poco democratico di Di Maio ha avuto come prima conseguenza l’imborghesimento di tutto il Movimento che è diventato nel giro di pochi anni un partito normale, con le sue correnti, le sue poltrone da difendere, senza però avere la struttura e le regole democratiche di un partito normale. E’ evidente, soprattutto, la distanza con le aspettative del suo corpo elettorale.

E allora cambiano linea due volte al giorno, vagano alla ricerca della purezza perduta, senza capire che la strada giusta sarebbe quella indicata da Zingaretti. Il M5s, sulla carta, potrebbe essere davvero la gamba indispensabile per provare a costruire un’alleanza in grado non solo di battere la destra, ma di governare il nostro Paese con la necessaria discontinuità rispetto al passato. Ma deve tornare a essere quello che difendeva l’acqua pubblica e predicava trasparenza in tutte le scelte. Servirebbe, forse, una presenza rinnovata di Beppe Grillo, che sarà anche un pazzo, ma è forse l’unica ancora di salvezza alla quale possono aggrapparsi.

Tutto questo per dire che a gennaio sarà dura anche in Emilia. Anche in una Regione da sempre governata bene dalla sinistra, che rischia però di piegarsi a un vento nazionale contrario che sembra sempre più forte. Per questo piazza Maggiore è un bel segnale. Un segnale che c’è ancora un tessuto sociale forte che non vuole “legarsi”, come dicono i ragazzi che hanno organizzato la manifestazione di ieri. Dobbiamo avere la capacità di partire da quella piazza e non dalle convention che si annunciano storiche e finiscono per essere un vetrina mediatica di basso profilo.

Emilia, a gennaio dacci un bel segno.

Storia di un vasetto di yogurt greco.
Il #pippone del venerdì/119

Nov 8, 2019 by     No Comments    Posted under: Il pippone del venerdì

Ora, dopo una settimana di assenza sarebbe scontato parlare di Ilva, di Renzi e Di Maio che continuano a fare i pierini, di Salvini e della Segre, magari tornare a parlare di elezioni regionali, dall’Umbria all’Emilia. Deluderò le aspettative di chi pensava di leggere una tirata contro il fiorentino o un pezzo sull’antifascismo. Su tutti questi argomenti trovate chi scrive e pensa molto meglio di me.

Parlerò di un vasetto di yogurt greco. Allora la scena è questa: saranno circa le due di una tranquilla giornata. Tranquilla… Esci dall’ufficio, arriva di corsa a casa, porta fuori la cucciola, convincila a fare rapidamente i suoi bisogni che devi tornare al lavoro, che se non fai una quindicina di ore di straordinario mensile non arrivi a fine mese, poi dalle da mangiare sperando che sia in giornata buona e non faccia la difficile. Poi riprendi la moto e ti fermi in un noto supermercato per comprarti gli yogurt per pranzo. Fai la fila alla cassa uno ti dà una leggera gomitata e dal castelletto che avevi fatto casca una confezione e si spacca. E’ plastica (sob), non va in mille pezzi, ma si apre irrimediabilmente.

E allora che fai? Per me la cosa più normale del mondo, raccolgo il vasetto e lo metto comunque sul nastro della cassa. Quando arriva il mio turno spiego al commesso che mi è caduto e gli chiedo di conteggiarlo comunque, visto che era colpa mia.

La cosa sorprendente è la reazione del ragazzo. Faccia stupita come se avesse visto un marziano. Mi risponde che non me lo avrebbe messo in conto, ma che era la prima volta che gli succedeva una cosa del genere, perché di solito non solo non vogliono pagare, ma tendono a nascondere questi fatti, magari riportando il pezzo rotto nello scaffale e facendo i vaghi. Lo stupito questa volta sono io, perché mi sembrava la cosa più naturale del mondo. Per di più si tratta di pochi centesimi, perché rischiare una figuraccia?

In realtà ogni tanto mi sento un po’ un coglione, soprattutto in questa città martoriata anche dai troppi furbi. Sono uno di quelli che si mette in fila in ogni occasione e puntualmente viene sorpassato da tutti i lati, fa la raccolta differenziata e cerca ostinatamente i cassonetti liberi (a Roma è come cercare un ago in un pagliaio), paga le tasse e quando arriva una multa si sente pure un po’ in colpa. Magari mi fermo sulle strisce quando sono in moto per evitare in faccia i tubi di scappamento delle macchine, ma mediamente sono un cittadino decisamente non adatto a vivere a queste latitudini.

Non volevo, comunque, autoincensarmi. L’episodio raccontato sopra, per quanto insignificante, mi ha riportato alla mente com’era la politica qualche decennio fa. In più poi c’ha pensato D’Alema sull’Huffington a rendermi il collegamento naturale. Dice D’Alema: ho nostalgia del Pci e non dell’Urss. Mi chiedo come mai siamo in tanti, fra quelli che hanno vissuto quell’epoca e quel partito, a pensarla allo stesso modo. E mi chiedo perché quell’esperienza non sia ripetibile, da cosa fosse caratterizzata.

Quelli bravi risponderebbero che era la prospettiva di superamento del capitalismo a tenerci insieme, che ci faceva essere davvero una comunità a tutto tondo, non solo politica. Sicuramente c’è questo elemento. E andrebbe ritrovato. Ma c’era qualcosa di speciale in quel partito che non è ripetibile nella società di oggi. Ed era il rigore morale. Quella era la vera diversità dei comunisti italiani. Quell’essere profondamente onesti, quasi bacchettoni direi. E per questo non solo eravamo rispettati da tutti, ma siamo stati un fattore importante nella società italiana. Un esempio di come poteva essere il nostro Paese praticato ogni giorno in ogni luogo,  dai posti di lavoro, alla famiglia, alle istituzioni per le quali avevamo un sacro rispetto.

Per questo abbiamo anche preso delle cantonate e spesso non abbiamo capito i cambiamenti che avvenivano nella società. Penso al fastidio con cui abbiamo guardato ai vari movimenti studenteschi, dal ’68 in poi. Gli espropri proletari, la violenza nei confronti della polizia, non erano nelle nostre corde. Le splendide parole di Pasolini che, un po’ scandalosamente, si schierava dalla parte dei poliziotti dopo i fatti di Valle Giulia sono un altissimo esempio di cosa fossero i comunisti italiani. Più modestamente ricordo la severità di mio nonno, per il quale dovevo solo studiare senza pensare alle gonnelle che agitavano i miei sogni di adolescente. Studiare non solo per la propria realizzazione personale, ma per poter contribuire alla crescita della nostra società.

Ecco, quel vasetto di yogurt greco fa parte di quella cultura, bacchettona, ma rispettosa delle regole e soprattutto delle altre persone. Di questo io ho nostalgia, di un partito che formi i propri dirigenti con questa severità, con questa cultura delle regole e delle istituzioni che non trovo da nessuna parte.

Adesso è tutta una rincorsa alla poltrona, alla carica sia pure insignificante, si fa politica pensando al proprio tornaconto e non alla crescita, ai diritti. Secondo me è anche per questo che la sinistra è rimasta senza popolo. Non solo perché le sue idee troppo spesso sono state distanti da quel blocco sociale che si vorrebbe rappresentare, ma perché non viene più percepita come esempio positivo da seguire. Siamo caduti in pieno in quel “sono tutti uguali” che un tempo consideravamo, a ragione, come un’offesa gratuita.

La finisco qui, capisco che sono un vecchio bacchettone e che in questa società non è facile vivere con le mie convinzioni. Però sto bene così e almeno mi evito gastriti da senso di colpa.

Ps: mio figlio è molto più bacchettone di me, ne sono molto orgoglioso.

Non fu mafia capitale, breve cronistoria di come ti distruggo una città.
Il #pippone del venerdì/118

Ott 25, 2019 by     No Comments    Posted under: Il pippone del venerdì

Magari fuori dal Raccordo anulare non desterà un grande interesse, ma credo che la notizia della settimana sia la sentenza della Cassazione sulla cosiddetta inchiesta “Mondo di mezzo”. Senza entrare nel merito della giudizio, non ne ho gli strumenti e considero sempre un errore commentare le sentenze, va rilevato che quella inchiesta provocò un terremoto istituzionale incredibile che, per la natura di Roma, non può essere circoscritto a fatto locale. E adesso non mi pare che il clamoroso capovolgimento avvenuto in Cassazione sia stato recepito per quello che davvero rappresenta.

Riassumiamo per i non romani. L’inchiesta comincia nel 2014, al Comune c’è uno strano sindaco, Ignazio Marino, scelto dal Pd per le sue caratteristiche più civiche che politiche. L’inchiesta fu un terremoto, vengono coinvolti assessori e consiglieri comunali e regionali, funzionari, dirigenti delle due amministrazioni, l’ex sindaco Gianni Alemanno. Non faccio l’elenco, sono una trentina di persone che, secondo le accuse della Procura, avrebbero costituito una vera e propria struttura di carattere mafioso per gestire, attraverso una cooperativa sociale, appalti e affari vari. Viene addirittura ventilata l’ipotesi di commissariare il Comune per mafia. Alla fine il provvedimento tocca soltanto a un Municipio, quello di Ostia, già per altro commissariato dal Sindaco. Un provvedimento contorto, insomma, una sorta di capro espiatorio per salvare Roma. L’ho detto all’epoca, attirandomi gli strali dei giustizialisti a senso unico, lo ripeto adesso.

Da quella vicenda, in breve, comincia la crisi infinita della giunta Marino. Come è finita lo sappiamo tutti. Ora, non è che Marino fosse un grande sindaco, tutt’altro, ma si meritava di concludere il suo mandato, i progetti presentati (non erano pochi) e di essere poi giudicato dagli elettori, che secondo me dovrebbero essere gli unici a poter dire la loro su chi hanno eletto. Di sicuro non il notaio da cui andarono alla chetichella i consiglieri del Pd per firmare la sfiducia al loro primo cittadino.

Anche la storia successiva la conosciamo tutti. Il Pd candida l’impresentabile Roberto Giachetti alle elezioni. Una sorta di resa annunciata ai 5 Stelle, bravissimi a cavalcare l’ondata giustizialista che in quegli anni era costantemente montata. Viene eletta a furor di popolo Virginia Raggi, una vera disgrazia ambulante.

Ora, si dice, ma la Cassazione ha confermato in sostanza l’impianto accusatorio, riconoscendo l’esistenza di corruzione e mazzette. A parte che si potrebbe discutere anche di questo, perché a mio modesto avviso rimangono lati oscuri in tutta la vicenda. Mi astengo in base al principio enunciato all’inizio di questo mio ragionamento. La cosa che dovrebbe essere, però, condivisa da tutti è che questa sentenza declassa tutta la vicenda a una questione marginale di corruzione, per giunta di modesta entità. Non che non sia grave, ma di certo non meritava mesi e mesi di paginate indignate dei principali quotidiani italiani. Secondo me, se si andasse a scandagliare un po’ in profondità il settore edilizio del Comune di Roma ci sarebbe da divertirsi di più. Lo dico così, a naso, senza avere alcuna certezza, tanto per buttare lì una provocazione. Di sicuro se il metodo di “mafia capitale” fosse applicato in tutta Italia ci troveremmo senza più un sindaco il carica.

L’accusa di mafia ha distrutto una intera classe dirigente, non solo gli indagati, che in quegli anni stava provando sul serio a cambiare la città, consegnando, di fatto, Roma all’incompetenza e al pressappochismo che oggi dilagano e hanno nella Sindaca Raggi soltanto l’esempio più eclatante. Ora quella accusa viene cancellata definitivamente.

Eppure non ho visto nessuno cospargersi il capo di cenere. Non solo per rispetto per le persone accusate, per una cooperativa storica costretta alla chiusura, per il fango buttato sull’intero movimento cooperativo. Quell’accusa fu usata per smantellare un partito, il Pd romano (con le persone per bene costrette alla fuga). Era poco renziano e questo non andava bene. Ricordo ancora chi tuonava indisturbato affermando che avrebbe fatto pulizia a tutti i costi. Ecco, la pulizia non l’ha fatta, ma ha cavalcato l’onda di mafia capitale per consolidare il proprio potere personale, calpestando persone e istituzioni.

Quell’accusa è stata il grimaldello usato per capovolgere il giudizio degli elettori e, alla fine, ha portato Roma allo stato attuale. Mi chiedo se la coscienza di questi sedicenti dirigenti, a patto che ne abbiano una, oggi non sia un po’ in subbuglio, se non pensino di ritirarsi a vita privata, se non sentano almeno il bisogno di chiedere scusa. Non tanto alle persone che hanno coinvolto e non se lo meritavano, ma a tutti i cittadini romani. Ecco, sarebbe bello  che invece di arrampicarsi su specchi scivolosi, per una volta, dicessero un chiaro: “Ragazzi, ci dispiace,  abbiamo fatto una cazzata”.  Speranza vana, stanno ancora tutti lì, tranquilli a pontificare sui massimi sistemi, magari addirittura promossi in Parlamento.

Una manovra economica da Paese normale. Ma basta? Il #pippone del venerdì/117

Ott 18, 2019 by     No Comments    Posted under: Il pippone del venerdì

Al di là dei giudizi di merito, proverò a dire due o tre cose più avanti, la cosa che più balza agli occhi è che dopo i 14 mesi siamo tornati a essere un paese normale. Al di là dei tormentoni giornalistici sui vertici notturni, su presunte liti furibonde e valanghe di emendamenti in arrivo, la manovra economica questo dice. C’è una coalizione fra forze politiche che fino a pochi mesi fa stanziavano stabilmente su sponde opposte. Ma nelle pagine della manovra economica si intravede un disegno collettivo. Chi lo avrebbe detto appena ad agosto che non ci sarebbero stati scontri con l’Europa né piazze dove si annunciano provvedimenti epocali?

Zingaretti dice che “abbiamo fatto un mezzo miracolo”. E forse il miracolo è proprio questo. Essere tornati a essere un Paese normale, dove chi governa si prende le sue responsabilità senza troppa enfasi. E’ solo il primo passo. E bene fa il segretario del Pd a premere sull’acceleratore proponendo che quella che avrebbe dovuto essere un inciampo in una storia diversa diventi un’alleanza strutturale, in grado di competere alle elezioni per vincere. Siamo appena all’inizio, perché pur sempre di forze molto diverse si tratta. E poi resta l’incognita Renzi, che in molti danno come mandante di un altro ribaltone per far cadere Conte subito dopo il voto finale sulla manovra. Restiamo ai fatti. Dovrà cambiare il Pd, dovranno diventare più simili a un partito tradizionale anche i 5 Stelle, se vogliono essere davvero fattore di cambiamento e non una meteora che si brucia nel giro di una tornata elettorale. Servirà, non mi stanco di ripeterlo, una forza nuova della sinistra italiana, che non si può considerare esaurita nel Partito democratico.

Piccoli segnali di questa necessaria evoluzione ci sono. Per quanto riguarda il Pd, la proposta di un nuovo statuto fa i conti con la realtà ed elimina l’automatismo segretario/premier. L’abbiamo importata dai sistemi anglosassoni, ma da noi, con un sistema politico multipolare, non funziona. Piano piano abbandoneranno anche l’illusione della vocazione maggioritaria. Che non si significa rinunciare a crescere, ma capire che si rappresenta un blocco sociale, non l’intero corpo elettorale.

Nei 5 Stelle cominciano a spuntare voci dissonanti. E anche questo è un bene. Perché un partito ha bisogno di discussione, di dissenso. Non può essere semplicemente espressione di un leader, altrimenti dura fin quando il leader stesso resta in auge. La lezione di Forza Italia dovrebbe insegnare qualcosa.

Resta sullo sfondo, al momento, la questione di una nuova forza della sinistra italiana. Che poi è paradossale: in quasi tutte le tornate elettorali a cui abbiamo assistito, regionali o amministrative, sono state presentate liste che, in un modo o nell’altro, provano a proseguire l’esperienza di Leu. Hanno funzionato quando rappresentavano un reale radicamento sociale e non una semplice accozzaglia messa insieme per eleggere qualche rappresentante. Hanno fallito miseramente quando era evidente il contrario. Non si capisce bene perché, avendone a quanto pare tutto il tempo, non si dovrebbe continuare a lavorare in quel senso anche a livello nazionale. Questione, come spesso è accaduto in questi anni, più di piccoli egoismi che di reali differenze.

Qualche notazione sul contenuto della manovra economica. Ci sono più tasse per chi le può pagare, un progetto che va oltre l’anno sulla lotta all’evasione, si comincia a intervenire sul cuneo fiscale premiando i lavoratori e non le aziende. Si parla di investimenti sulle infrastrutture, ci sono forme di tassazione sulle produzioni più inquinanti a partire dagli imballaggi di plastica. Del resto, perché stupirsi? Viviamo in un’economia di mercato e finché le confezioni ecologiche non saranno più convenienti della plastica continueremo a beccarci le fettine confezionate una a una in vaschette e pellicola. Sarà che io sono un nostalgico dei vecchi cartocci in cui una volta ti consegnavano tutta la spesa e anche del vuoto a rendere. Insomma, non mi dispiace, il green new deal non può essere solo uno slogan.

Una manovra che lancia segnali precisi, insomma. Certo, si poteva essere più coraggiosi accelerando su alcuni punti, penso ad esempio l’uso delle carte al posto del contante. Ma già che si introducano sanzioni per i commercianti che non ti fanno usare il bancomat mi pare un grande passo in avanti, in un Paese che da sempre apprezza chi fa comizi sul cambiamento, ma poi fa le barricate anche se cambi un senso unico in una strada di campagna.

C’è un generale processo di semplificazione sulle tasse, ad esempio per quanto riguarda il regime fiscale che riguarda la casa. C’è la prospettiva di ticket sanitari più giusti, che permettano a una platea più ampia di avere garantito il diritto alla salute.

Basterà a rilanciare il nostro Paese? Io credo che più del contenuto delle norme, i mercati, gli investitori, ma più in generale anche i cittadini, guardino alla capacità complessiva di governare che avrà l’esecutivo guidato da Conte. L’economia è anche un fatto psicologico. E così se gli investitori sono attratti sicuramente da un luogo che ha miglior infrastrutture, una giustizia rapida, un contenzioso minore, è anche vero che la nostra propensione a spendere aumenta se abbiamo la percezione che il nostro futuro può essere migliore. Si compra una casa nuova non tanto e non solo perché i mutui sono bassi, ma perché abbiamo la sensazione che il nostro lavoro è stabile e abbiamo la possibilità di migliorare la nostra posizione. Per anni siamo stati bloccati dalla percezione contraria. Per anni siamo stati impegnati a odiare chi aveva meno di noi e contro i più deboli abbiamo scaricato ansie e frustrazioni.

Questo è il grande compito che deve porsi questo governo. Cominciare a cambiare la percezione che i cittadini italiani hanno del loro futuro. Basterà una manovra economica? Sicuramente no, ma qualche passo nella direzione giusta lo abbiamo fatto.

Il taglio dei parlamentari, fuffa dannosa per le istituzioni
Il #pippone del venerdì/116

Ott 11, 2019 by     No Comments    Posted under: Il pippone del venerdì

Intanto una nota auto celebrativa: in tanti hanno criticato il mio paragone fra Renzi e Bertinotti della settimana scorsa, ma a giudicare dalle cronache politiche di questi giorni era più che azzeccato. La strategia è la stessa, di questo si parlava, non dei temi portati avanti su cui c’è una certa distanza: tenere sulla corda il governo in maniera da acquisire visibilità, questo il tratto che accomuna i due. Del resto in Italia funziona così, sui giornali finiscono per lo più gli spunti polemici. E in questo Renzi è davvero bravo, una specie di tarlo che ti rosicchia i mobili di casa. Se non si interviene subito si rischia di trovarsi con un mucchietto di segatura in mano.

Detto questo, la notizia della settimana è sicuramente il taglio dei parlamentari. Con tanto di show dei cinque stelle, schierati in parata davanti a Montecitorio con forbici e striscioni. Una festa senza popolo, vale la pena sottolinearlo. A cosa serva eliminare 345 fra senatori e deputati non è ben chiaro. Non si velocizza l’iter delle leggi, non si garantisce maggior funzionalità alle Camere. Si realizza un modesto risparmio annuo, penalizzando al tempo stesso la rappresentanza. Pd e Leu hanno dovuto inghiottire il boccone e hanno detto sì, dopo aver fatto il contrario per ben 3 votazioni di fila.

Ora, niente di male, in politica si accettano compromessi per raggiungere i propri scopi. Chi dice il contrario mente spudoratamente. Anzi, spesso quelli che appaiono duri e puri sono i primi a brigare sottobanco  per avere qualche strapuntino in più. Andrebbe ammesso che si tratta del prezzo pagato per arrivare alla formazione del Governo. Invece si assiste ad affannose arrampicate sugli specchi per cercare improbabili motivazioni al cambio di rotta. Ho letto perfino qualcuno che spiega come fosse giusto tagliare i parlamentari perché rispetto a quando furono decisi gli attuali assetti le distanze si sono ridotte e quindi ora servono meno rappresentanti. Se questo fosse il ragionamento tanto vale allora riunire le camere in videoconferenza, si risparmia anche di più.

In realtà, quel numero di deputati e senatori garantiva allo stesso tempo la rappresentanza di tutti i territori e delle minoranze. Se si voleva risparmiare forse sarebbe stato meglio tagliare i compensi a parlamentari e consiglieri regionali, il segnale sarebbe stato decisamente più forte. Invece così una riforma che passa per essere anticasta rischia di ottenere l’effetto contrario: collegi più grandi e liste bloccate restringono ancora di più il campo di chi può davvero puntare all’elezione. Le alternative sono due: o sei molto popolare o hai tanti fondi. Insomma avremo una supercasta blindata da campagne elettorali complicatissime.

Da qui, almeno, l’esigenza di rimettere mano alla legge elettorale. Si discute molto anche di questo, pur essendo argomento che interessa all’uno per cento del Paese. Con i numeri attuali dovrò rivedere anche le mie convinzioni, il doppio turno alla francese che da sempre prediligo rischia di diventare un bagno di sangue e portare in parlamento soltanto i tre schieramenti principali.

E questo è l’altro equivoco che viviamo dalla fine degli anni ’90 del secondo scorso. Da quando, cioè, si cerca di modificare il sistema politico con leggi elettori che garantiscano – nelle intenzioni di chi le teorizza – governabilità o meno frammentazione. Il risultato è che i governi continuano a cambiare e i cosiddetti partitini sono addirittura aumentati. Anche quando abbiamo sperimentato sistemi più o meno maggioritari sono nate coalizioni dentro le quali hanno trovato spazio liste e listarelle varie. Dai pensionati, ai cacciatori, al movimento delle casalinghe. Tutti poi a rivendicare, una volta vinte le elezioni, almeno un sottosegretario in forza del loro contributo, minimo ma essenziale.

Segno che il tentativo di modificare il quadro politico attraverso sbarramenti vari funziona fino a un certo punto. Io resto convinto che – del resto lo stabilisce anche la costituzione – la legge elettorale debba garantire una rappresentanza parlamentare il più possibile vicina alle percentuali ottenute dai partiti nelle urne. E’ fondamentalmente giusto che uno possa votare il partito in cui si riconosce senza bisogno di turarsi il naso. Il Parlamento, secondo me, dovrebbe essere una fotografia il più possibile particolareggiata della situazione del Paese.

E’ ovvio allora che, data la situazione attuale e la riduzione del numero dei rappresentanti, l’unica strada per ottenere questo risultato sarebbe il proporzionale puro. Senza sbarramenti: anche chi prende il 3 per cento ha diritto a un seggio in parlamento. Si tratta pur sempre di un milione di persone. E la governabilità? La stabilità? Io credo sia un falso mito. Lo ripeto: abbiamo sperimentato negli ultimi vent’anni, tutte le leggi elettorali possibili, ma i governi cambiano, le maggioranza si modificano e si capovolgono nel giro di qualche mojito.

Altro ragionamento sarebbe modificare la forma di governo. E quindi pensare al superamento della Repubblica parlamentare per arrivare a un cancellierato o a un sistema semi-presidenziale. Temo però che sia meglio soprassedere: non mi pare che nell’attuale classe dirigente ci siano gli statisti in grado di ridisegnare il sistema costituzionale così in profondità. Quando ci abbiamo provato negli anni scorsi, con la riforma del titolo V, ad esempio, non è andata proprio bene, diciamo. E allora meglio un proporzionale classico, magari con circoscrizioni non enormi, che garantisca il diritto dei cittadini a scegliere i propri rappresentanti. Meglio una riforma soft, che lasci spazio alla politica e alle alleanza costruite sugli effettivi pesi elettorali, che i sistemi traballanti di cui si sente parlare. Meno fanno, meno danni si producono.

Se Renzi si mette a fare il Bertinotti.
Il #pippone del venerdì/115

Ott 4, 2019 by     No Comments    Posted under: Il pippone del venerdì

Si respira da qualche settimana una strana aria di normalità. Dopo i 14 mesi di eccessi salviniani, compreso l’uso del ministero dell’Interno come fosse una clava da brandire contro gli avversari, l’Italia si è svegliata in un clima da anni ’80 del secolo scorso. Tratta con i partner europei, invece di alzare i toni e poi cercare di raccogliere i frutti dell’alzata di capo, il governo compone le sue differenze in maniera direi quasi democristiana. Le tirate di Di Maio sono più a uso e consumo dei social-seguaci che ultimatum veri e propri.

Si sonnecchia, apparentemente, ma qualche risultato comincia anche ad arrivare. Vedremo se agli annunci corrisponderà una manovra economica che finalmente rimetta qualche soldo in tasca agli italiani, punti sullo sviluppo e faccia fare passi in avanti nella lotta all’evasione. Tema da sempre evocato da tutti i governi, ma mai preso di petto seriamente. Con l’eccezione forse dell’odiatissimo quanto bravo Vincenzo Visco nel governo Prodi.

Bene, intanto, il ministro Speranza che si fa valere in maniera discreta senza troppi proclami altisonanti e intanto, a quanto viene anticipato, porta a casa un sostanzioso aumento del Fondo sanitario regionale e la progressiva eliminazione del superticket. Una vera e propria tassa sulla povertà. Bene anche l’idea di modulare i ticket in base al reddito: è giusto – e tra l’altro segue alla lettera il dettato costituzionale – che chi può permetterselo contribuisca anche a garantire la salute a chi non ha i mezzi. Tra l’altro tornare a instillare pillole di solidarietà interclassista in un Paese incattivito e rancoroso non può che far bene. Sperando serva a ridurre la percentuale di italiani che deve rinunciare a curarsi perché non può permetterselo.

Bene anche le mosse di Roberto Gualtieri, che sta facendo valere i suoi trascorsi in Europa per portare a casa limiti meno rigidi per quanto riguarda il deficit. Stiamo tornando ai fondamentali dell’economia classica: in una fase di crisi – e quella che stiamo vivendo lo è a pieno titolo, basta guardare i fondamentali della Germania – non si può andare troppo per il sottile, servono interventi espansivi per far ripartire il Paese. E, come è noto, gli interventi pubblici fanno sempre da volano agli investimenti privati. Chi mastica un po’ di economia sa che in questi casi l’effetto moltiplicatore è molto alto. Se saremo in grado di proporre misure serie nella manovra economica, questa non potrà che avere una ricaduta positiva per tutti, dagli imprenditori ai lavoratori. Ai quali bisogna venire incontro con una riduzione netta del cuneo fiscale. Un vero e proprio furto che va, sia pur progressivamente, eliminato.

Se a tutto questo si aggiunge che il costo del denaro, grazie all’accorta politica della Bce guidata da Mario Draghi, è praticamente zero, ci sono tutte le condizione per provare a superare il dosso della crisi e ripartire questa volta davvero. Non leggo, al momento, di interventi previsti per quanto riguarda i diritti dei lavoratori. E credo sia uno sbaglio. Se la sinistra vuole riguadagnare i voti persi deve mettere mano al jobs act e a una legge sulla rappresentanza sindacale. Ci sarà tempo per parlarne, spero subito dopo l’approvazione della manovra economica.

I sondaggi, sia pur con tutte le cautele del caso, sembrano dar ragione a chi si è battuto per formare questa “strana” alleanza. Riuscendo a mettere insieme tutto il centro sinistra e i 5 stelle si va oltre il 50 per cento dei consensi. Anche nella martoriata Umbria, dove si va a votare in seguito allo scandalo che ha coinvolto i vertici del Pd locale, la partita sembra tutta da giocare, anche lì l’alleanza “civica” rosso-gialla può competere davvero. E rispetto alle ultime débacle alle regionali anche partecipare per vincere rappresenta una novità.  Tutto bene dunque? Manco per niente.

Da questo quadro, che al momento mi sembra abbastanza positivo, si distacca l’atteggiamento di Matteo Renzi. Perdonate il paragone, ma a me sembra che ambisca a stare nella maggioranza e fare un po’ il Bertinotti della situazione. Quello che la sera ti dice “va bene, siamo d’accordo su tutto” e poi la mattina ti convoca una bella conferenza stampa per dire che “proprio non ci siamo”.

L’altra sera l’ex segretario del Pd, ha sentenziato: “Se Conte vuole stare sereno non alzi le tasse”. Tutto questo mentre la maggioranza discuteva di una possibile rimodulazione di alcune aliquote Iva, con un meccanismo di bonus/malus per chi paga con strumenti tracciabili e chi invece usa i contanti. Un meccanismo, dal governo giurano a saldo zero, che avrebbe fatto fare qualche serio passo contro gli evasori. I maligni potrebbero pensare che il fiorentino tende a tutelare il suo supposto elettorato, fatto di professionisti e piccoli imprenditori, quelli a cui la lotta all’evasione fa venire le bolle in faccia.

Più semplicemente Renzi cerca di giocare la carta dei distinguo per accreditarsi presso l’opinione pubblica come il difensore delle tasche degli italiani. E per fare questo mette in crisi la traballante pax che regna nella maggioranza. Scherza con il fuoco, ma rischia di essere un “pierino” molto dannoso. Di tutto abbiamo bisogno fuorché dell’immagine di una maggioranza litigiosa. Si spendesse piuttosto, insieme agli altri, contro i dazi imposti da Trump sui prodotti europei, che rischiano di mettere ko le nostre eccellenze a partire dal parmigiano. Usasse la sua indubbia capacità mediatica per rintuzzare gli attacchi del centro destra che, dopo un comprensibile sbandamento, cerca di riprendere centralità nella scena politica.

Ora, so che Renzi ha una profonda avversione per la storia, sia recente che antica. Lui preferisce parlare di futuro. Ma alla vigilia della Leopolda sarebbe bene che qualcuno gli ricordasse la fine che ha fatto Bertinotti, passato da leader nazionale a vecchia comare della politica italiana nel giro di pochi mesi. Pierino può anche stare simpatico per qualche tempo, ma poi stufa. Cambi personaggio, finché è in tempo.

Non basta allargare il campo, serve una alternativa al capitalismo.
Il #pippone del venerdì/114

Set 27, 2019 by     1 Comment     Posted under: Il pippone del venerdì

Mentre il nuovo governo va avanti verso la definizione della manovra economica, apparentemente senza troppi scossoni, il quadro politico continua a cambiare di giorno in giorno. Colpa (o merito) della scissione di Renzi da un lato e dell’attivismo di Salvini dall’altro.

L’ex presidente del Consiglio continua la sua campagna acquisti a destra e a sinistra, fino ad arrivare a lambire gli odiati (e la cosa era reciproca fino a poche settimane fa) 5 stelle. C’è da aspettarsi che le adesioni continuino in preparazione e soprattutto dopo la Leopolda. Il Pd cerca di tamponare l’emorragia (a quanto dichiarano solo di dirigenti), con le new entry Lorenzin e Boldrini e persevera così a voler essere un partito omnibus che può contenere tutto e il contrario di tutto, la cosiddetta vocazione maggioritaria. La Lega, da parte sua, cerca di capitalizzare il momento facendo man bassa di quel che resta di Forza Italia.

Insomma, niente di appassionante. Niente in grado di smuovere davvero le coscienze. In mezzo ci sono state la vergognosa risoluzione del Parlamento europeo che ha messo sullo stesso piano nazismo e comunismo dando un sonoro schiaffone alla storia, e l’appassionato intervento di Greta al vertice Onu sul clima. Questo sì davvero in grado di smuovere le coscienze. Proprio oggi ci sarà l’ennesima giornata di grandi mobilitazioni in tutto il mondo. Segno che questo è il tema su cui costruire il futuro, non altri.

Si è riaperto, nel frattempo, un interessante dibattito su cosa serva davvero per arginare la destra di Salvini e soci. Lo ha fatto con un lungo e interessante intervento Goffredo Bettini sul Foglio, nel quale dopo una lunga analisi sulla nostra società, arriva sostanzialmente alla conclusione che l’antidoto sia il rinnovamento del Pd e l’allargamento del campo. So che si tratta di una sintesi brutale, ma in fondo questo è proprio il mio lavoro. Per cui sono certo che Bettini mi perdonerà della brutalità.

La cosa che trovo curiosa è come partendo dalla stessa analisi (perfino dalle stesse letture direi) si possa arrivare a conclusioni opposte. Provo a procedere per punti, per essere più chiaro.

  • Siamo d’accordo sul fatto che non ci troviamo più nella società del novecento dove c’era un popolo, nel senso classico della parola. Un popolo organizzato nei partiti, nei sindacati, nell’associazionismo. La nostra società liquida ha teso via via a cancellare tutto questo e il popolo è diventato (o meglio tornato) a essere plebe, uno sciame indistinto pronto a infatuarsi per chi gli propone la scorciatoia più a portata di mano. Io continuo a essere convinto, però, che in altre parti del mondo una risposta la sinistra abbia cominciato a darla, non solo in termini di mera resistenza. Se in Italia questo non è successo non è un accidente della storia. Al contrario: abbiamo pensato di immergerci nella società liquida smantellando il nostro sistema sociale e cercando di nuotare nella corrente. Pensavamo di essere squali, eravamo solo lucci. Pesce famoso per abboccare all’amo. Dobbiamo trovare il modo di navigare nella società liquida oppure costruire isole e farle diventare continenti? Io sono per la seconda ipotesi.
  • Se partiamo da questo presupposto non basta dire che dobbiamo tornare dal popolo e stare “nel” popolo” soprattutto quello brutto e cattivo. Questa ovviamente è una precondizione. Se ci ostiniamo a pensare che abbiamo ragione noi e tutti gli altri sbagliamo ci ritroveremo a essere sempre meno, perfino negli argentati salotti romani. Quella che un tempo si chiamava “la proletarizzazione” delle classi dirigenti, però, non è la soluzione, ma solo il primo passo nell’individuazione del male.
  • La prima soluzione offerta da Bettini è quella di una risposta alla crisi della società in termini di proposte innovative. Il dirigente democratico individua nella giustizia la prima forma di protezione sociale e su quella punta. E poi servono risposte sui temi più “caldi”, quale famiglia, quale sistema di formazione, quale idea di patria e di Europa, quale piano per il mezzogiorno. Questo per lui è il compito che deve svolgere il Pd, partito che una volta tolta la zavorra renziana, avrebbe tutte le carte in regola per essere alla guida di questo sforzo programmatico che vada oltre la quotidianità e contribuisca a definire insieme quelli che Bettini stesso ha più volte definito il “cielo” e la “terra”, ovvero un quadro culturale e ideale in cui muoversi per affondare le proprie radici.
  • La seconda, che ne dovrebbe essere la diretta conseguenza, è l’allargamento del campo. Sostanzialmente andare oltre lo steccato di un nuovo Ulivo da Fratoianni a Calenda, mischiare gli elettorati di centrosinistra (senza trattino) e dei 5 stelle e prepararsi allo scontro elettorale. Un campo largo (uso non a caso la definizione cara a Bettini) in grado di costituire l’antidoto al populismo e al sovranismo che con la crisi di governo e la successiva soluzione sembra vivere una provvisoria battuta d’arresto.
  • Secondo il mio modesto avviso si tratta di un’analisi, credo che nessuno si offenderà, intrisa di quell’umanesimo tipico dell’ultimo periodo di Ingrao, affascinante ma senza soluzioni. Si tratta, infatti, di una corrente di pensiero in grado spesso di disegnare un quadro ampio, di vedere ben oltre l’oggi, ma purtroppo piuttosto sterile quando si tratta di passare alla proposta.

Cosa manca in tutto questo? Una constatazione che credo sia il punto vero da cui ripartire: il capitalismo, nelle forme in cui si è realizzato, è incompatibile non soltanto con l’idea di giustizia che abbiamo tutti in comune nella sinistra. No, è incompatibile – o almeno lo sta diventando – con l’esistenza stessa del genere umano. Non solo si acuiscono intollerabili differenze sociali, si sta mettendo a rischio la “casa terra”. Se la sinistra partisse da questo punto e provasse non a dare le pur necessarie soluzioni al problema del mezzogiorno, ma a disegnare un orizzonte ideale in cui la necessità di superare l’attuale sistema di produzione sia il punto centrale, forse sarebbe più facile sedersi a un tavolo e discutere con quali forme possiamo tornare a parlare a quel popolo che ci vede non solo distanti, ma nemici. E allora anche la questione del campo largo o meno, avrebbe una rilevanza minore. Perché non ci sarebbe più a unirci soltanto la ricerca della vittoria elettorale, ma una nuova società da costruire. Solo allora potremo archiviare i vari Renzi che non sono accidenti capitati per caso, ma frutto della nostra resa degli anni ’90 del secolo scorso.

Cerca

mese per mese

dicembre: 2019
L M M G V S D
« Nov    
 1
2345678
9101112131415
16171819202122
23242526272829
3031