Articles by " mik154"

Coronavirus, dacci oggi la nostra bufala quotidiana.
Il pippone del venerdì/132

Mar 13, 2020 by     No Comments    Posted under: Il pippone del venerdì

State tranquilli, non farò appelli, non darò consigli medici, non vi dico come si fanno mascherine ultrasicure. Non sono un medico, tanto meno un virologo, non sono neanche un tecnico, quindi mi astengo. Non va di moda, ma sono fatto così, cerco di parlare di cose che conosco.

Alcune considerazioni, però, mi viene da farle, in queste giornate in cui ci si litiga perfino il cane per trovare una scusa per uscire di casa qualche minuto (si può fare, è previsto, non spargiamo bufale). Intanto il virus ha messo in evidenza quanto sia fragile il nostro modo di vivere, la nostra società. Qualche lontana reminiscenza dei miei studi di sociologia mi ha fatto venire in mente che si potrebbe rappresentare su un grafico la curva fra il livello di sicurezza di una società e il suo grado di apertura all’esterno.

E’ chiaro che un villaggio su un’isola sperduta non sarà mai soggetto a epidemie causate da agenti patogeni non presenti sull’isola stessa (ma attenti agli uccelli), mentre al contrario una metropoli contemporanea dove circolano milioni di persone che hanno contatti sociali, viaggiano, si spostano di frequente, sarà più soggetta a contagi. Di tutti i tipi.

E non credo sia mera casualità se il corona virus ha colpito più pesantemente l’Italia del Nord rispetto al resto del Paese. Quella centralità, soprattutto economica, vantata da chi negli anni ha perfino chiesto la secessione, espone quella parte del Paese più che altre zone. Fra le regioni meno colpite c’è la Basilicata, tanto per dire.

Ma la fragilità della nostra società ha anche altri aspetti, meno evidenti. Intanto questa emergenza ci segnala quanto siano a rischio le nostre libertà, perfino quella di camminare in un parco (anche questo si può fare). Basta un esserino che manco si vede per mettere a rischio conquiste sociali per le quali ci sono voluti decenni di lotte.

La seconda fragilità è il livello di nervosismo che ha raggiunto la nostra società. Il coronavirus ha fatto da amplificatore a tutte le nostre paure, i nostri tic, le nostre paranoie. Avevo già accennato qualcosa nello scorso pippone, ma queste ultime due settimane ne sono state la riprova certificata.

 

Avete  notato quanto sia aumentata la quantità di bufale che girano? E quanto sia aumentata la credulità della gente? Ne ho lette di tutti i colori e ne ho viste di tutti i colori (pur girando lo stretto indispensabile, ma la cucciola dovrà pure uscire per sgranchirsi le zampe). Mi è capitato perfino di scrivere un post su Facebook indicando alcune bufale clamorose e ho trovato commenti seri in cui si argomentava pro e contro una determinata tesi. Neanche aver scritto esplicitamente che si trattava di bufale ha rassicurato i miei interlocutori.

Si passa da chi lancia petizioni online contro il Governo dittatoriale a chi invita alla delazione per chi infrange le regole senza soluzioni di continuità.

Ho visto gente che gira con le mascherine anche in macchina, ho letto che sono vietati gli ascensori, che si può andare in auto ma soltanto da soli, anzi due al massimo, ma uno deve stare per forza dietro, chi la smart, però, può chiedere l’esenzione. Ho visto gente che si mette al balcone per controllare che nessuno esca e fornisce anche presunti numeri verdi a cui segnalare chi sta in strada. Che poi se mettessimo la metà dell’attenzione a vigilare su chi butta l’immondizia fuori dai cassonetti avremmo risolto il problema dei rifiuti a Roma.

La sospensione del campionato di calcio è stata un po’ la goccia che ha fatto traboccare il vaso: siamo passati da innocue discussioni sulla concessione di un calcio di rigore, alle soluzioni per combattere un virus. Ieri eravamo tutti allenatori, oggi siamo tutti virologi. Non vi sfuggirà l’evidente pericolo insito in questa trasformazione.

E’ evidente, insomma, che, non avendo la maggior parte di noi granché da fare, la comunicazione social subisca un’impennata e con questa il livello di bufale. Sconforta però che anche in una situazione così grave ci sia chi si diverte a diffondere balle. E sconforta ancora di più che trovino un ampio pubblico disposto a credere a qualsiasi cosa. Anche quando basta fare un click andare sulla home page del Governo e si trovano tutte le risposte alle domande più comuni. 

I mezzi di comunicazione tradizionali non stanno messi meglio. Ieri ho sentito il giornalista del Tg3 regionale del Lazio affermare che “correre nei parchi non è espressamente vietato ma è caldamente sconsigliato”. Ora, fermo restando che il consiglio generale è nel titolo della campagna di comunicazione, si chiama “io resto a casa”, più chiaro di così si muore, ma, detto questo, c’è un comma specifico del decreto del presidente del Consiglio in cui sta scritto che è consentito svolgere attività motoria e sportiva in aree aperte, rispettando la distanza di sicurezza. 

Se i giornalisti, giustamente, rivendicano – da sempre e a maggior ragione in questa fase di emergenza – il ruolo essenziale dell’informazione, farebbero bene a mettere più attenzione a quello che comunicano.  Come la storia dell’anticipazione della bozza del decreto, che tanti danni ha fatto, provocando affollamenti nelle stazioni, fughe di massa dalle zone “rosse”. La risposta che tanti colleghi danno sta in un presunto obbligo deontologico nel dare una notizia. Su questo ci sarebbe da discutere, ma il punto è un altro: anticipare un decreto che sarebbe stato reso pubblico poche ore dopo vuol dire veramente dare una notizia? Quale sarebbe la finalità sociale, il valore informativo di questa notizia? Nessuno. Semplicemente si è fatto per guadagnare qualche click, diciamolo con chiarezza. Senza preoccuparsi di cosa quella pubblicazione poteva provocare.

Quando lavoravo in redazione, mi ricordo lunghe discussioni per decidere se pubblicare un nome, una foto. Era sempre una notizia, ma si decideva di volta in volta. Enzo Carra con gli schiavettoni ai polsi (4 marzo del 1993). Quella foto era sicuramente una notizia. Anzi, più di mille parole dava il senso di come un intero sistema di potere stesse crollando. Decidemmo di dare la notizia, ovviamente, ma di non pubblicare quella foto, perché non rispettava la dignità di una persona. Peraltro non condannato, ma soltanto arrestato. E io credo fosse giusta quella scelta, seguita purtroppo da pochi. Così come era giusto mettere sul piatto della bilancia i pro e i contro e rimandare la pubblicazione del decreto (per altro diverso in alcuni punti significativi rispetto alla bozza anticipata) al momento della firma da parte del presidente Conte.

Ma viviamo nella società della velocità e così come non c’è spazio per verificare la veridicità di una informazione che abbiamo avuto, così non c’è tempo per riflessioni di carattere etico.

La conclusione è sconfortante. Batteremo questo virus e anche quelli che verranno, ma saremo sempre più esposti, senza difese. Avendo tempo a disposizione proviamo invece a riflettere su queste nostre fragilità. Chiediamoci ad esempio: ma se basta un virus per mettere in ginocchio un paese cosa potrà succedere quando, non fra mille anni ma nei prossimi decenni, i mutamenti climatici cambieranno il nostro habitat in maniera molto più radicale e definitiva?

Nel frattempo state a casa, misuratevi la febbre e state tranquilli. Il virus alla fine lo batteremo, ma temo che contro gli idioti non ci sia partita. 

Il coronavirus ci ha portato oltre la crisi di nervi.
il #pippone del venerdì/131

Feb 28, 2020 by     No Comments    Posted under: Il pippone del venerdì

Ho scelto di aprire questo pippone con l’immagine dei deputati alla Camera (non so chi siano) con le mascherine perché mi sembrano emblematiche di un paese che ormai è andato oltre la crisi di nervi. È il risultato non tanto del coronavirus in sé, ma allo stesso tempo dei guasti provocati da questi anni di diffusione di odio e pregiudizi a pieni mani e di una gestione della crisi che, a essere buoni, lascia perplessi.

Permettetemi, intanto, una nota sarcastica: l’immagine degli italiani respinti alle frontiere fa sorridere. Quella dei vacanzieri rispediti indietro dalle Mauritius anche di più. Fino a poche settimane fa eravamo pronti a bloccare per mesi in mare qualche centinaio di disperati perché “portavano malattie”, ora gli stessi soloni di prima si indignano perché qualche decina di nostri connazionali sono stati fatti risalire in fretta e furia sull’aereo e sono stati rimandati a casa. Perché, appunto “portano malattie”. Ci hanno trattato come pacchi postali, tuonano oggi gli stessi che fino a ieri sostenevano che i porti andavano chiusi.

E’ una specie di legge del contrappasso che dovrebbe farci capire come, soprattutto nell’era della globalizzazione, la solidarietà dovrebbe essere un obbligo. E come chiudere le frontiere sia un’illusione che può andar bene per prendere qualche voto in più, ma alla fine sempre un’illusione resta. Viviamo in un mondo interconnesso, dove se starnutisci in Cina ti prendi il coronavirus a Codogno. Facciamocene una ragione e cerchiamo di essere meno provinciali. Valga come monito per il futuro.

Il coronavirus sfata anche una leggenda: quella dell’Italia che nelle emergenze dà il meglio di sé. In questo caso è avvenuto l’esatto contrario: la drammatizzazione iniziale dell’epidemia ha prodotto un’ondata di panico insensato e dannoso, amplificato ad arte da quei giornali che prima hanno fatto il conteggio in diretta del numero dei contagiati e poi si sono affrettati a dire che in fondo è poco più di un’influenza.

Al corto circuito mediatico ha dato fiato una reazione scomposta da parte di una classe dirigente che si è dimostrata nel suo complesso inadeguata. Chi chiude i musei, chi si rintana in casa, chi chiude le scuole senza avere neanche un caso di contagio, bloccate anche le gite scolastiche all’estero non si capisce bene per quale motivo. La famosa Italia dei mille comuni ha dimostrato la sua fragilità. Si sa, che i sistemi democratici affrontano le crisi con grandi difficoltà rispetto alle dittature. Si studia sui libri di scienza della politica. Ma nelle crisi le grandi democrazie si compattano, lasciano da parte le polemiche e si mettono a lavorare senza guardare alle distinzioni politiche. Da noi ci si divide ancora di più, mostrando tutti i guasti prodotti dal regionalismo di fine secolo. Venti sistemi sanitari non funzionano in tempo di pace, figuriamoci nelle emergenze.

Noi no, insomma. Non si è mai visto un presidente del Consiglio che va a accusare gli operatori sanitari, quelli esposti in prima linea, durante un’emergenza sanitaria. Non si è mai visto un presidente di Regione che prima accetta le misure disposte dal governo e poi fa di testa sua. In piena crisi non abbiamo trovato di meglio che combattere a colpi di ricorsi al Tar.

In tutto questo poco ha potuto un ottimo ministro della Salute come Roberto Speranza, che fin dalla sua presenza fisica si dimostra uno dei pochi ad avere la testa sulle spalle. Ha il fisico del bravo ragazzo, un’aria rassicurante e pacata: due ottimi in gradienti per evitare che si scateni il panico. Ci ha provato, lavorando giorno e notte, ma alla fine, si sa, in questo Paese emerge chi fa la voce grossa, non chi lavora e parla pacatamente.

Ci mancavano gli avvoltoi che si sono avventati sul governo pronti a spartirsene le spoglie. Salvini che si dice pronto a un esecutivo di emergenza nazionale. Renzi che gli dà di spalla, salvo poi andare in tv con la faccia seria (che poi proprio non gli riesce) a dire che adesso si lavora uniti, del futuro della maggioranza si parlerà poi. Poche ore prima si messaggiava con il presidente della Regione Lombardia per esprimergli la sua solidarietà contro Conte.

Nel mezzo del dramma, creato in primo luogo da tutta questa confusione, è arrivato il dietrofront, dicevamo. Qualcuno deve essersi reso conto che un’altra settimana a conteggiare i contagiati e della nostra economia sarebbero rimaste poche briciole. Turismo a Roma a quota meno 90 per cento, solo per dare un dato. I mercati si sono incazzati e allora tutti in televisione a minimizzare, a dire che in fondo si guarisce, muoiono soltanto anziani e persone con altre patologie. Basta lavarsi le mani con il sapone e stare sereni.

Mi è sembrato un po’ come voler rimettere il dentifricio nel tubetto spremuto a fondo. Perché fino a poche ore prima impazzavano i Burioni di turno a dire: tappatevi in casa, disinfettate tutto. E fino a poche ore prima giravano immagini come questa dei due deputati alla Camera con la mascherina.

Contenti di tutto questo solo i produttori di Amuchina e roba del genere. E ora che si fa? Attendiamo l’estate, magari passa da solo. Tanto il campionato di calcio va avanti, prima o poi la gente penserà ad altro.  Resto con un forte senso di nausea. Ma non temete, credo sia soltanto una reazione psicosomatica.

Renzi, il nostro mal di testa quotidiano.
Il pippone del venerdì/130

Feb 21, 2020 by     No Comments    Posted under: Il pippone del venerdì

Ho resistito a lungo alla tentazione di parlare dell’attualità politica (se di politica si può parlare), ma alla fine cedo. Anche per rivendicare, ormai alcuni mesi fa, di aver definito l’ex segreterio del Pd un “Bertinotti moderato”. Affermazione che mi ha provocato una marea di critiche dalla presunta sinistra, ma che vedo essere entrata oggi nel lessico quotidiano di molti autorevoli commentatori. Come dire, ogni tanto ci azzecco anche io, fosse pure per sbaglio.

Quello che sta succedendo, torniamo alle cose di oggi, è divertente quanto una sfilza ininterrotta di calci nelle parti basse. E il solo leggere la rassegna stampa ogni mattina – cosa che, purtroppo, mi tocca per doveri d’ufficio – mi provoca un forte giramento delle stesse parti, con conseguente mal di testa che si palesa arrivati a pagina 5 dei principali quotidiani nazionali. Esaurite, cioè, le sfilze infinite di articolesse su retroscena, presunti responsabili che in cambio del mantenimento della poltrona sono disposti a tutto, battute e controbattute.

Ora, tutta questa roba ha l’unico scopo di riempire qualche pagina, tanto, si sa, i quotidiani dopo poche ore sono buoni soltanto a incartare le uova. Se sono online manco per questo nobile utilizzo. Di quello che succede davvero nel Paese, va ribadito, frega poco a quasi tutti. Renzi, in particolare, ha un’unica strategia: Renzi. Cito Bersani, lo confesso, uno che pur con tutte le sue contraddizioni ha una capacità di analisi non comune.

La battuta, di quelle fulminanti, racchiude in sé tutta l’essenza del rignanese, la sua forza e la sua debolezza allo stesso tempo. La sua forza perché all’italiano medio, si sa, il bullo piace. La sua debolezza perché è talmente preso da sé che alla fine si schianta sempre contro un muro che non riesce a vedere.

Entrando nel merito – si fa per dire – Renzi fa due proposte “bomba”, così le hanno definite i giornali: eliminare il reddito di cittadinanza e introdurre il cosiddetto “Sindaco d’Italia”. In pratica propone di sfasciare il governo e di avviare un percorso di revisione costituzionale che a occhio durerebbe un paio di anni. Che le due cose siano in palese contraddizione non gli interessa, vuole soltanto sparigliare le carte. Poco importa che le proposte siano, nel merito, due colossali idiozie.

Intanto, in una situazione di profonda crisi economica – e il coronavirus di certo non aiuterà – tira fuori la brillante idea di togliere qualche miliardo ai disoccupati per darlo ai padroni (si chiamano così, a me tutto sto politically correct dà il voltastomaco). Così si darebbe una forte iniezione di soldi freschi all’economia, sostiene il genio della finanza. Peccato che mancherebbe il mercato a cui rivolgersi, ma mica può risolvere tutto il rignanese, che diamine. Renzi si preoccupa soltanto di infilare un dito nell’occhio, diciamo così, ai grillini che su quel provvedimento hanno battuto da sempre. E che, del resto, segue la strada tracciata dal “Rei”, introdotto proprio dal governo Renzi. Insomma, una cosa di sinistra aveva fatto, ora la vorrebbe togliere soltanto per creare scompiglio. Servirebbe uno dei fratelli Guzzanti in gran forma, ne sentiamo davvero la mancanza.

La seconda ideona, che non c’entra nulla con la prima, è, tradotta in termini comune, l’elezione diretta del premier, al quale si affiderebbe non più un ruolo di primus inter pares all’interno del Consiglio dei ministri, ma diventerebbe un vero e proprio potere a parte. A quali conseguenze porti tutto questo, al lungo lavoro di architettura istituzionale che servirebbe, Renzi non pensa. Lui le riforme le fa in tv. Anche perché  anche in questo caso, mica fa sul serio: vuole solo bloccare l’intesa, che i suoi avevano sottoscritto, sulla legge elettorale proporzionale. Perché quello sbarramento al 5 per cento lo taglia automaticamente fuori dal Parlamento. E voi ve lo immaginate un Parlamento senza Renzi? Io francamente sì, lui un po’ meno. L’idea lo terrorizza.

Come andrà a finire? Secondo me male. Perché in tutto ciò il governo resta paralizzato, bloccato da schermaglie parlamentari incomprensibili a tutti, perché il motivo è sempre lo stesso. Logorare l’esecutivo guidato da Conte. Che poi l’abbia fortemente voluto lo stesso Renzi è un particolare irrilevante.

Ma qual è, e mi avvio alla conclusione, non temete, la colpa del povero Conte? E’ semplice: potrebbe occupare lo stesso spazio a cui ambisce l’ex segretario del Pd. Quel centro politico a cui tutti ambiscono, salvo poi ritrovarsi sempre con un pugno di mosche in mano. Terre affollate di gente in cerca di poltrone, meno di elettori, che tendono a polarizzarsi sugli schieramenti maggiori. A Renzi non importa, gli basta di essere al centro dell’attenzione. Alla faccia degli italiani che non arrivano al 15 del mese.

Contro la politica della noia serve una sinistra modello Schlein.
Il #pippone del venerdì/129

Feb 14, 2020 by     No Comments    Posted under: Il pippone del venerdì

Ecco, secondo me, uno dei male peggiori della politica italiana è proprio questo: la noia. Ci sono settimane in cui è perfino complicato trovare un argomento su cui ragionare. Il confronto non avviene mai o quasi mai sui temi decisivi per il nostro Paese, ma soltanto sulle tattichette che si reputano necessarie per garantire visibilità, ovviamente a sé stessi. Renzi in questo caso è un po’ un caso di scuola: non fa mai nulla con sincero slancio, tutto è in funzione del suo sviluppatissimo io che non ama stare lontano dal centro dei riflettori.

La stessa vicenda di questi giorni è esemplare: ci si scontra su un tema, quello della prescrizione, che sarà anche importante, ma del quale al 99 per cento degli italiani non frega assolutamente nulla. La prescrizione, i tanti paroloni usati spesso a sproposito, il garantismo contrapposto al giustizialismo: tutte scuse. E’ evidente che lo scopo è un altro: Renzi non crede – non ci ha mai creduto – che questa maggioranza possa diventare un’alleanza strutturale. Anche perché in quello schema non c’è posto per lui, altra cosa abbastanza evidente: una coalizione fra Pd e 5 stelle ha bisogno semmai di una copertura sul fronte sinistro. Di moderati ne abbiamo a bizzeffe. E allora che si fa? Si usa il “trattamento Letta”, quello altrimenti detto della goccia cinese: si logora il presidente del Consiglio con una dichiarazione al giorno, con le trattative infinite che quando sembrano arrivate a un punto di equilibrio vengono fatte saltare e si ricomincia da capo. Poi si sussurrano i nomi delle possibili alternative, senza che ovviamente gli interessati ne siano informati.

Potrebbe sembrare un paradosso perché Renzi di questo governo è stato uno dei principali sponsor. Ricordate quanto Zingaretti fosse inizialmente contrario? Fu proprio il bullo di Rignano a convincerlo, lo ha dichiarato lui stesso in una lunga intervista al direttore del Tempo. Ma Zingaretti, da politico scaltro quale è, ha fiutato l’aria e si è messo a lavorare per fa trasformare un incidente momentaneo in una possibile alleanza di lungo respiro. Le difficoltà, Renzi a parte, non mancano comunque, ma difficile dar torto al segretario democratico.

A Renzi il Conte bis, invece, serviva soltanto a prendere tempo. Doveva organizzare la sua scissione, per mettersi in salvo insieme ai fedelissimi che, in caso di elezioni anticipate, di certo non sarebbero tornati in Parlamento. Subito dopo sono cominciati i distinguo, i veti alle misure più innovative proposte nella legge di stabilità, quel lavoro di logoramento che vorrebbe condurre il governo alla paralisi in maniera da poterne proporre un altro più comodo per i disegni del rignanese.

Il tutto, su questo credo ci sia davvero ampio consenso nel Paese, è una noia mortale. Non appassiona manco i peggiori conduttori di talk show. Le elezioni, in realtà,  secondo me le vogliono in pochi. A maggior ragione in una situazione di incertezza, aggravata dal taglio dei parlamentari senza aver ridisegnato i collegi né tanto meno aver messo mano alla legge elettorale.

Mi sembrano scene di una politica che non capisce più la situazione che stiamo vivendo. Per di più si applicano i trucchi e le astuzie di un mondo che non c’è più a un mondo che si muove a velocità impensabili in passato. Tanto per dire: Conad annuncia 5mila nuovi cassintegrati. E non si tratta di una notizia isolata, sono decine ogni giorno le situazioni di questo tipo. L’Italia è ferma, non ne può più di una politica inconcludente che fa solo annunci e non riesce a essere concreta.

In questo panorama scialbo, fa piacere la notizia di Elly Schlein che viene nominata vicepresidente della nuova giunta in Emilia Romagna. La ragazza, lo confesso, mi piace molto e non da adesso. Intanto è stata la candidata più votata. E con quel cognome complicato ha fatto una vera impresa. Ci sarebbe da chiedersi perché. Da sola ha portato il 25 per cento dei voti dati a tutta la lista “Coraggiosa”. La risposta è semplice, quasi banale se volete: è una che, al contrario di tanti suoi colleghi, non insegue il consenso, lo raccoglie.

La sinistra dovrebbe andare a lezione da lei, servirebbe un corso intensivo. Ecco: il tema non è tanto replicare l’esperienza di “Coraggiosa” a livello nazionale, che poi sarebbe nient’altro che una riedizione di Leu. Il tema è replicare la Sclhein, ovvero crescere una generazione di dirigenti che non inseguono il consenso ma lo generano. E come si fa? Non la conosco di persona, ma mi sembra una persona semplice, competente, che dice quello che pensa in maniera comprensibile, diretta, senza politichese.

E’ stata fantastica dalla Bignardi, un’intervista in cui ha parlato di un tema delicato come la sua bisessualità in una maniera così bella da renderla una cosa naturale, scontata, sulla quale non ci deve essere nulla da eccepire. In un minuto ha spezzato un tabù ben radicato in noi italiani. Ho amato uomini, ho amato donne. Adesso sto con una ragazza che ha il pregio di sopportare i miei difetti. Semplice, diretta, senza fronzoli, senza retorica di alcun tipo.

Ecco, a me piacerebbe una sinistra così, modello Schlein, non modello Renzi.

Grazie presidente Mattarella, ci ha reso orgogliosi.
Il pippone del venerdì/128

Feb 7, 2020 by     No Comments    Posted under: Il pippone del venerdì

Un gesto semplice, con lo staff che avverte la preside appena un’ora e mezzo prima. Ma un gesto che ci riconcilia con l’essere italiani. Mattarella, in piena emergenza coronavirus, prende la macchina e va in una scuola multietnica per eccellenza, all’Esquilino, il quartiere che i giornali della destra definiscono con disprezzo la Chinatown romana. E ci sono anche le parole semplici della dirigente scolastica, Manuela Maferlotti: “Noi facciamo da anni il nostro lavoro senza pensare a dove sono nati gli studenti”. E anche queste sono parole che fanno bene. E ci sono anche le facce dei bambini, mischiati senza pensare al colore, ci danno qualche speranza in più.

Già anni fa ero rimasto colpito da un gesto di mio figlio: allora era alle elementari (sob) e per farmi capire chi fosse un suo compagno di classe con cui voleva andare a giocare al parco mi aveva detto “quello con la giacca marrone”. Quel bambino era di origine africana, ma loro non lo indicavano con il colore della pelle, perché non solo non era un problema, ma neanche una cosa a cui facevano caso.

Il gesto di Mattarella, insomma, parla agli adulti, perché i bambini non ne hanno bisogno. Non nascono razzisti, ce li facciamo diventare noi. Noi che evitiamo i negozi e ristoranti cinesi, che ci tiriamo su il maglione sulla bocca se qualcuno di origine asiatica tossisce. Che poi, a naso, la maggior parte di loro, soprattutto i bambini, la Cina l’ha vista soltanto sulla carta geografica: come fa ad avere il coronavirus? Mica si prendono le malattie in base al colore della pelle.

Mi ha ricordato, nella sua semplicità, quello che fece un grande sindaco di Roma, Luigi Petroselli: dopo un attentato che aveva gettato nel panico i pendolari che prendevano la metro, non fece dichiarazioni rassicuranti, comunicati stampa, uscì di casa, abitava sull’Appia, e salì sulla linea A. Senza troppo clamore, non era abituato a essere seguito dalle fanfare, quello che usava il trasporto pubblico era un cittadino comune non il sindaco.

Sono cose piccole, che non costano nulla, ma che ci riportano all’essenza stessa dell’agire politico che tanti presunti leader dimenticano o forse non hanno mai conosciuto:  fare politica, avere un ruolo istituzionale in particolare, non vuol dire leggere i sondaggi e cercare di girarli a proprio favore, vuol dire in primo luogo essere di esempio per i cittadini e risolvere i problemi anche attraverso il proprio agire. Un tempo ce lo insegnavano da piccoli nelle sezioni del Pci. Non soltanto dovevamo dare i volantini, ma essere irreprensibili in tutti i comportamenti, sia pubblici che privati, perché i comunisti dovevano essere di esempio. Cose che si sono perse.

Ecco, gesti come quello di Mattarella non risolvono i problemi dei cittadini, ma sicuramente aiutano a creare un clima differente, in un momento difficile. E riconciliano il Paese con la sua classe dirigente che non guida il popolo, ma si mischia con il popolo e capisce le paure, le attutisce non le alimenta.

Io credo che un cambiamento vero nel nostro Paese non sia una cosa di un giorno, ci vorranno anni per riparare ai guasti di una stagione gridata e basata sull’odio e tornare al confronto civile, a tutti i livelli. Perché il nostro è un Paese ferito, incattivito, lo scrivevo giusto la settimana scorsa. Ed è spesso difficile cercare di guardare oltre la nebbia che ci avvolge e vedere qualche luce nitida.

Il presidente Mattarella ci ha dimostrato, con un piccolo gesto lo ripeto, che ci può essere qualcosa di diverso. Che c’è un’Italia differente, solidale e accogliente. Dobbiamo darle forza e visibilità, far crescere i sentimenti positivi. Magari raccontando le realtà come questa scuola “di frontiera” invece che dare sempre e soltanto spazio agli episodi negativi. C’è anche la responsabilità nostra, dei giornalisti, che invece di mettere in pagina le cose più “facili”, che fanno vendere il prodotto, dovremmo tornare a fare il nostro lavoro e andare a cercare le storie più difficili, quelle che si vedono meno, ma rappresentano una ricchezza da proteggere e promuovere. Mattarella ci ha regalato un sorriso e a me un po’ di sincera commozione. Va trasformata nel nostro agire quotidiano. Di tutti noi.

Italiani brava gente? Ma de che. Nazisti e confusi
Il #pippone del venerdì/127

Gen 31, 2020 by     No Comments    Posted under: Il pippone del venerdì

Il titolo forse sarà un po’ esagerato, ma i dati che arrivano dal Rapporto Italia 2020 realizzato da Eurispes lasciano sbigottiti. Il 15,6 per cento dei nostri concittadini ritiene che la shoah non sia mai avvenuta. Un altro 16 per cento, invece, pensa che non sia stata la strage di milioni di ebrei di cui parlano i libri di storia.

Ce ne sono altri, in quell’indagine, di dati preoccupanti. Dal nostro rapporto con gli immigrati, dei quali il 7 per cento dichiara di aver paura, non si capisce bene perché, al giudizio su Mussolini, un grande leader per quasi il 20 per cento dei nostri connazionali. E ci sono anche spunti interessanti: ad esempio l’ambiente è una delle preoccupazioni principali degli italiani, ma solo uno su cinque di loro adotta abitualmente comportamenti ecosostenibili. Preoccupati, insomma, ma soprattutto delle proprie tasche. E, infatti, cosa assilla l’italiano medio? L’esosità della tasse.

Ora, l’indagine Eurispes è una semplice fotografia dell’esistente, ma dà sicuramente degli spunti di riflessione a chi si occupa di politica e soprattutto alla sinistra che, va sempre ricordato, dovrebbe avere come obiettivo quello di cambiare la situazione presente.

Certo è che l’assurda percentuale di negazionisti dell’olocausto lascia interdetti. Perché non si tratta semplicemente di avere opinioni differenti: in questo paese ci sono 9 milioni di persone (facciamo le cifre perché sono più efficaci delle percentuali) che pensano che un fatto storico, accertato, provato da testimonianze, processi, documenti, filmati,  sia una colossale balla. Erano il 2,7 per cento (poco più di un milione e mezzo) nel 2004, appena 16 anni fa.

Dietro questi numeri ci sono sicuramente ragioni “generazionali”. Mi piacerebbe vedere la distribuzione per età, ad esempio. Perché sicuramente la progressiva scomparsa di chi ha vissuto direttamente quegli anni pesa. Non è la stessa cosa sentirsi raccontare cosa era un campo di concentramento da chi ci è stato e leggerlo semplicemente sui libri di storia. E probabilmente la mia generazione, forse l’ultima che davvero ha conosciuto i sopravvissuti dei campi,che ha potuto vivere insieme ai partigiani, ha la grande colpa di non riuscire a trasmettere il proprio patrimonio di conoscenze, di esperienze. Speriamo che Liliana Segre possa continuare ancora a lungo il suo straordinario lavoro: il suo intervento al Parlamento europeo di pochi giorni fa per la sua efficacia e la sua semplicità andrebbe trasmesso una volta al giorno su tutte le tv a reti unificate. Sarebbe da rendere obbligatoria per legge una visita scolastica in un campo di concentramento.

Ma io credo che in quella risposta ci sia anche un dato più sociale, di un Paese più cattivo, meno colto, più ignorante nel senso proprio della parola. E guardate che basta fare un giro sui social per rendersi conto delle bufale che girano e del gran credito che hanno in tanti “insospettabili”. Siamo un Paese disposto a credere alle “verità” più assurde se chi le dice ha un minino di appeal e di senso della comunicazione. Siamo il paese che seguiva la cura Di Bella, che crede che le scie degli aerei nascondano chissà cosa. Siamo il paese dove – è capitato a me – una ragazza asserisce convinta che nello staff di Obama fosse presente un alieno. Convinta eh? Ti fa vedere foto, filmati, cita le fonti più assurde.

Saremo stati anche brava gente, ma quando eravamo noi i disperati con le valigie di cartone. Adesso non più. Io credo che per spiegare tutto questo ci sia anche da guardare all’assenza di politica a cui abbiamo assistito negli ultimi vent’anni. Perché la politica, la partecipazione, l’impegno sono l’antidoto più forte che esista. Bisognerebbe tornare all’antico – lo so sono vecchio e brontolone – alle scuole di partito, alla formazione della classe dirigente. Alla costruzione dal basso della società, ricreando luoghi di aggregazione, di confronto. Al contrario, al massimo ormai si va a votare, non si conoscono manco i vicini di casa. Siamo una società talmente poco sociale che si gioca via internet con persone che abitano dall’altra parte del mondo e non si fanno più le partite a pallone sotto casa. Sarà anche questo il nostro presente, ma io credo ancora alla possibilità di cambiare lo stato delle cose.

Giggino se n’ è ghiuto e soli ci ha lasciato.
Il #pippone del venerdì/126

Gen 24, 2020 by     No Comments    Posted under: Il pippone del venerdì

Ora, capisco che mi potreste rispondere con un classico “meglio soli che male accompagnati”, ma le dimissioni di Di Maio da “capo” del Movimento cinque stelle sono decisamente la notizia della settimana. Quando ho letto su un giornale online “Di Maio si è dimesso”, titolo secco, ho sperato per un istante che avesse lasciato il ministero degli Esteri. Ho sperato che, per un istante, avesse capito i propri limiti e, smesso il sorriso eternamente stampato in faccia, avesse dichiarato: “Ebbene sì, lo ammetto, di politica estera non capisco un tubo, meglio lasciare questa postazione ad altri, soprattutto vista la situazione internazionale così complessa”.

Manco per niente, con una mossa che potrebbe sembrare infantile lascia la guida del Movimento a 4 giorni dalle elezioni in Emilia-Romagna e in Calabria. Potrebbe sembrare infantile, dicevo, perché potrebbe essere interpretata come la volontà di scaricare la colpa della probabile débâcle dei penta stellati ad altri. Magari c’è anche questo.  Secondo me, invece, questo è uno che la sa lunga, viene dalla scuola migliore dei democristiani del ‘900. Deve aver studiato con solerzia la loro storia. Perché io penso che Giggino guardi oltre questo pur importante appuntamento. O meglio, in questi due anni abbiamo imparato a conoscerlo: del destino dell’Italia e degli italiani gli interessa poco. Guarda al suo interesse personale ed è capace di tripli salti mortali all’indietro per difendere la sua poltrona. Se ne abbandona una, quella per cui si ritiene insostituibile, è perché pensa di tornarci più forte e in tempi brevi.

Secondo me, il Di Maio pensiero deve essere stato più o meno questo: fino ad ora sono stato io a prendermi pesci in faccia da tutte le parti, mediando fra le nostre correnti interne, Conte, il Pd, con Renzi sempre in agguato. Sono insostituibile in questo ruolo, ma qua sono tutti insoddisfatti. E allora me ne vado e si scannino pure senza rete di protezione. Vediamo che succede.

Il più preoccupato di tutti pare Conte, che non ha più una sponda. Non dimentichiamoci che quando si è formato il governo rosso-giallo, è stato proprio il presidente del Consiglio a spingere perché i leader del Pd dei Cinquestelle assumessero un ruolo importante, con la responsabilità di dicasteri di primo piano. Pensava che in questo modo il tasso di litigiosità di una maggioranza fatta di acerrimi nemici sarebbe diminuito. Zingaretti non poteva accettare, si sarebbe dovuto dimettere da presidente della Regione Lazio con il rischio – se non la certezza – di lasciare una delle postazioni di governo più importanti a Salvini e soci. Giggino ha subito preteso un dicastero chiave, di cui non sapeva assolutamente nulla.

Comunque sia, e questi mesi lo dimostrano, quelle di Conte erano pie illusioni. Pd e Cinquestelle, che si somigliano più di quanto potrebbe apparire dall’esterno, sono covi di serpi per di più abitati da personaggi che hanno visioni molto differenti tra loro. Sulla mancanza di amalgama dei democratici c’è ampia letteratura, sarebbe il caso di cominciare ad indagare un po’ di più anche sulla natura del movimento fondato da Grillo. Bravissimi a fare l’opposizione, disastrosi quando si tratta di governare. Rompere è più facile e meno faticoso che costruire, si sa. E’ un’affermazione persino banale che però coincide perfettamente con quello che ci ha fatto vedere in questi anni il M5s. Dalle amministrazioni locali al governo nazionale è stato un disastro. E quelli più capaci – vedi Pizzarotti – sono stati accompagnati bruscamente alla porta appena hanno provato a manifestare una certa indipendenza.

Tagliando corto, si tratta di vedere adesso l’effetto che faranno queste dimissioni. Per adesso hanno conquistato le pagine dei giornali che hanno spostato la data in cui tutto si chiarirà dalle elezioni di domenica 26, agli “stati generali” grillini, così loro chiamano il congresso.

In tutto questo fiorire di “date fondamentali”, mi permetto di segnalare che il Governo, a parte qualche diatriba e qualche provvedimento solamente annunciato, è fermo. Paralizzato dall’attesa di vedere cosa succede, prima era la sfida emiliana a rappresentare la linea di confine fra stabilità e rischio di sfasciare tutto, adesso sono i nuovi equilibri in casa grillina. E non è che il mondo resta a guardare: le crisi internazionali ci vedono sempre più spettatori distanti, l’economia va più o meno a rotoli. Soltanto i mercati sembrano dare ancora fiducia al Conte Bis, più che altro timorosi di quello che potrebbe arrivare dopo.

Lo stesso annuncio di Zingaretti di voler rifondare il Pd sembra soltanto l’ennesimo cambio di contenitore della sinistra italiana che quando non sa bene cosa fare annuncia di voler costruire “una casa più grande, in cui nessuno si senta ospite”. Partì qualche decennio fa Occhetto, poi è stato un susseguirsi di “case più grandi” e si è passati dal rappresentare un terzo degli elettori (e anche qualcosa in più) a un quinto scarso.

Qua, dal sottoscala della sinistra, c’è grande confusione e sconforto. Incrociamo le dita per domenica.

Ps: il titolo è una mezza citazione, voglio vedere chi indovina.

Ma dobbiamo per forza dare mazzate ai lavoratori?
Il pippone del venerdì/125

Gen 10, 2020 by     No Comments    Posted under: Il pippone del venerdì

Intanto ben trovati. Probabilmente più che di un pippone, dopo i bagordi natalizi, di capodanno e della Befana, avreste bisogno di una robusta dieta e di qualche corsetta. Me compreso, che me ne sto invece qui davanti al computer, bolso come un cavallo spompato.

Tant’è, accontentatevi di qualche considerazione di inizio anno, tanto per riprendere l’abitudine. Sulla situazione internazionale c’è poco da dire. Anzi ci sarebbe parecchio, a partire dal ruolo sempre più marginale dell’Onu, mai come adesso in balia dei capricci delle grandi potenze e, in particolare, di un Trump che sembra sempre più usare i missili e i droni per far aumentare la sua popolarità in vista delle elezioni.  Nelle ultime ore pare che possano prevalere le colombe sui falchi, ma si sente sempre nell’aria odore di polvere da sparo. Sono giorni complicati, nei quali basta un nulla perché alle diplomazie che si muovono in silenzio e lentamente possano sovrapporsi i generali pronti con il dito sul grilletto. Personalmente sento un grande senso di impotenza, come mi successe nelle ore precedenti alla guerra del Golfo. Che fare? Servirebbe la politica, una grande iniziativa europea. E invece assistiamo soltanto alle gaffe di Conte e di un ministro che di Esteri sa ben poco.

Sulla situazione interna italiana, mi pare che siano giorni di attesa. Si aspetta il voto dell’Emilia per capire se davvero questa esperienza un po’ raffazzonata possa costituire il fulcro di una possibile alleanza da contrapporre alla destra. Io credo che non sia sufficiente. Perché il Conte Bis mi pare una fotocopia del Conte Uno. Sono cambiati i programmi, abbiamo recuperato un po’ di credibilità internazionale (ma ci voleva poco), sia a livello politico che sui mercati. Ma resta un difetto di fondo: quando si alleano forze di natura differente si deve cercare una linea comune. Invece, in questi anni, abbiamo assistito a coalizioni che non si sono mai fuse, cercando la via più facile ma meno redditizia in termini di risultati: ognuno punta sui suoi cavalli di battaglia. Il risultato è che manca un progetto, una visione. E questo lo paghiamo tutti i giorni in termini di minore competitività, di decadenza di un Paese che, al contrario, avrebbe bisogno come il pane di seguire una indicazione precisa, di sapere dove si vuole arrivare e muoversi di conseguenza.

Capisco che è chiedere tanto. Ma se davvero si punta al green new deal, servono i provvedimenti necessari, senza titubanze. Non si può, ad esempio, obiettare che gli imballi in plastica li producono in Emilia e dunque va tutto rinviato in attesa delle regionali. Sarà bene che qualcuno dica con chiarezza a quegli imprenditori che sarebbe il caso che producessero altro, semplicemente perché tutta questa plastica ci sta uccidendo.

Gli esempi sarebbero tanti. E ci vorrebbe, non mi stancherò mai di dirlo, una sinistra in grado di rinnovare il suo campo di valori e muoversi di conseguenza. Visto che non è alle porte, mi accontenterei almeno di una sinistra che la finisca di dare mazzate in faccia ai lavoratori.

Lo dico con affetto al segretario del Pd: caro Nicola, non è che per tenere insieme il tuo partito devi per forza continuare a sposare i provvedimenti che hanno portato il partito stesso a un passo dall’irrilevanza elettorale. Perché ostinarsi a difendere il jobs act, che non ha prodotto nulla e ha eliminato diritti fondamentali dei lavoratori e perché ostinarsi a voler eliminare quota 100, che sarà anche una misura parziale, ma ha avuto un riflesso positivo sulle vite di decina di migliaia di persone, quelle – tra l’altro – che a parole consideri il tuo elettorato di riferimento? Credi davvero che diminuire appena un po’ la pressione fiscale sia sufficiente a far respirare i lavoratori dipendenti?

Ho l’impressione che, come troppo spesso è successo nella breve storia del Pd, il feticcio dell’unità a tutti i costi porti a cedimenti inaccettabili, che manchi quella chiarezza di linea politica che è essenziale per tornare a essere un punto di riferimento per i più deboli. Si possono anche perdere le elezioni, ma non si può perdere la propria anima, altrimenti si viene travolti dagli eventi. Il Partito democratico, malgrado tutti i suoi limiti, è ancora oggi, l’unica grande organizzazione di massa che esiste in Italia. Le altre forze politiche sono partiti del leader, legati indissolubilmente al destino del capo. E questo rende tutto il sistema Paese più debole, troppo legato ai sondaggi, troppo attento a creare bisogni e paure fittizi per evitare di dover affrontare i nodi veri che da troppo tempo abbiamo attorno al collo.

Un sistema scolastico che è stato cambiato talmente tante volte da essere ridotto ai minimi termini. L’istruzione da noi è ormai una specie di collage scombinato, in cui gli studenti annaspano e gli insegnanti sono sempre meno motivati. Le infrastrutture cadono a pezzi, letteralmente. L’amministrazione della giustizia cambia a seconda del Tribunale. Se sei a Roma hai meno diritti di chi sta a Milano. Ora sarà anche un problema grandissimo quello della prescrizione, ma sarà forse il caso di investire in strutture più efficienti, dotate di tecnologie adeguate? Quando si entra nel tribunale civile di Roma, non di un paesino ma della Capitale d’Italia, si piomba di botto nel medioevo, tutto si regge sulla buona volontà di cancellieri, avvocati e giudici. Per non parlare della sanità, dove gli squilibri territoriali sono ancora più evidenti. Negli ultimi dieci anni è stata amministrata con lo spirito dei ragionieri. L’unico obiettivo è stato quello di riportare i conti in ordine. Con il risultato che il servizio pubblico sta morendo per asfissia.

Ho indicato solo quattro temi, che secondo me sono però, un po’ la carta di identità con cui un paese si presenta. Del resto non è questo il luogo per scrivere un programma compiuto.

Sarebbe bello però avere finalmente un governo che faccia cose non dico di sinistra, ma almeno diverse dal liberismo sfrenato della destra italiana. Sono soltanto speranze di inizio decennio?

Quanto è triste il lavoro nel tempo di “Frank”.
Il #pippone del venerdì/124

Dic 20, 2019 by     No Comments    Posted under: Il pippone del venerdì

La notizia non è di quelle che finiscono in prima pagina, si mette al massimo all’interno,  più che altro per il nome dell’azienda, Deliveroo, ben nota alle cronache sindacali. In sostanza è una multinazionale leader in Europa per le consegne in bici e in moto, fatte attraverso lavoratori cosiddetti autonomi, i “rider”. Che siano sostanzialmente i moderni schiavi è cosa nota.

E’ il nostro tempo, si dirà, in cui la velocità nella consegna di un ordine è essenziale per battere la concorrenza. E fin qui tutto vero. Si potrebbe facilmente obiettare che viste le esigenze di rapidità i lavoratori dovrebbero essere semmai più tutelati, quanto meno avere diritto alla malattia e alle ferie ed essere ben pagati. Magari gli potrebbero anche dare una palestra per allenarsi a pedalare. E del resto l’utente finale la rapidità della consegna la paga eccome. A volte esplicitamente, altre con l’aumento del prezzo del bene acquistato. Funziona così, basta usare un sito per la comparazione dei prezzi per rendersi conto che la dicitura “consegna gratuita” è una balla.

Ma quello che ha catturato in particolare la mia attenzione è “Frank”, ovvero l’algoritmo su cui si basa il sistema di assegnazione delle consegne. Per i non matematici: un algoritmo altro non è che un procedimento di calcolo che, attraverso una serie di passaggi, risolve un determinato problema. In pratica hai delle variabili che, a seconda di come le imposti, danno risultati diversi.

Frank è l’algoritmo, ovvero il sistema matematico, che Deliveroo usa per assegnare le consegne ai rider. Il nome deriva da uno dei protagonisti di una nota serie televisiva It’s Always Sunny in Philadelphia, interpretato da un colossale Danny De Vito: di “professione” fa il manipolatore. Già il nome è tutto un programma, insomma. Se Frank manipoli davvero la vita dei rider lo stabilirà presto il giudice del lavoro di Bologna, investito del problema da un ricorso della Cgil.

La questione è complicata. Perché non si tratta di un semplice programma informatico che accoppia i nomi alle consegne da fare, tutt’altro. Non è un innocente foglio di calcolo. Valuta, secondo il ricorso del sindacato, la “reputazione del rider”, calcolando le sue prestazioni nelle due settimane precedenti. Se hai una buona reputazione ti vengono assegnate le consegne migliori in una fascia più comoda. Se sei stato un cattivo rider ti tocca aspettare in fila.

Già detta così, in un lavoro dove sostanzialmente vieni pagato a cottimo, suona un po’ strano. Ma sono i parametri adottati per valutare la reputazione che ti fanno saltare sulla sedia. Frank, infatti, è stato programmato per penalizzare “tutte le forme lecite di astensione dal lavoro”, si legge nel ricorso. In pratica: scioperi, sei malato, devi assistere la mamma inferma? E io non ti faccio lavorare.

Ora, che un’azienda, soprattutto quando si tratta di una grande multizonale, si doti di strumenti informatici per gestire i suoi dipendenti è del tutto lecito. Che si penalizzi chi fa valere i propri diritti, un po’ meno. Niente di nuovo sotto il sole verrebbe da dire, da sempre il padrone vuole accanto a sé gente fedele. Perché l’operaio non deve pensare, non deve ammalarsi, non deve avere una famiglia. Quella che colpisce è la sfacciataggine dell’azienda, che, secondo la Cgil, arriva a codificare la discriminazione. La difesa di Deliveroo appare deboluccia: i rider sono liberi di accettare o meno una consegna, non sono lavoratori dipendenti. In realtà, a leggere le carte portate in tribunale, sono lavoratori dipendenti, ma dipendono da Frank.

A chi ironizza sulla sconfitta di Corbyn e già pensa a un ripiegamento della sinistra in versione Blair bisognerebbe far leggere questi atti depositati in tribunale. E’ colpa del ripiegamento della sinistra negli anni ’90 del secolo scorso, è colpa nostra che non abbiamo capito un tubo della globalizzazione, se oggi siamo ridotti così.

Da parte mia resto convinto del fatto che di fronte a un capitale sempre più tracotante serve un nuovo socialismo che rimetta al centro l’individuo e la lotta per i diritti sociali. Al capitale sempre più globale e senza confini serve una risposta politica che, a sua volta, abbia la forza di andare oltre i confini del novecento.

Siccome è Natale,siamo tutti più buoni e siamo anche incasinati il pippone di oggi finisce qui, breve e conciso. Tanti auguri a tutti meno che a Frank, ci rivediamo dopo la befana.

La politica è capacità di decidere
Il #pippone del venerdì/123

Dic 13, 2019 by     No Comments    Posted under: Il pippone del venerdì

Sarà anche vero che si avvicina il Natale e dovremmo essere tutti più buoni, ma vivendo in questo Paese e in particolare a Roma, il clima delle feste si sente davvero poco. La verità è che ci sono periodi in cui chi, come me, ha la passione per la politica è davvero sconfortato. Dal livello nazionale a quello locale siamo alla desolazione totale.

Certo, qualche buona intenzione questo governo l’aveva pure manifestata. Ma lì siamo rimasti. Fra veti e controveti l’unico risultato che la maggioranza è in grado di rivendicare è l’aver evitato l’aumento dell’Iva. “Abbiamo pagato i conti di Salvini, senza farli pagare agli italiani”, recita lo slogan più efficace che sono stati in grado di tirare fuori. Non è un problema di comunicazione, è che c’è davvero poco. Sarà anche un grande successo, ma qui fra una crisi aziendale e l’altra ci sono decine di migliaia di posti di lavoro a tempo indeterminato che stanno andando in fumo. Dall’Ilva, a Unicredit, all’Alitalia perennemente in crisi. Se si scende di livello e si passa alle imprese medio piccole è una specie di cimitero. Ogni giorno, basta leggere le cronache locali dei giornali, è una via crucis, fra imprenditori che fuggono, fabbriche che licenziano, imprese che delocalizzano, come si usa dire per non turbare troppo gli animi.

Se poi parliamo di Roma, siamo alla catastrofe. Per altro manco tanto imprevista. Il livello di incuria è tale che ormai per passeggiare nelle strade si fa lo slalom tra i rifiuti. E se hai la ventura di girare in moto devi avere un paio di occhi supplementari per evitare le buche che si aprono quasi a sorpresa. Ogni santo giorno ne trovi una nuova. E che fa la politica? Stanno ancora litigando fra Regione e Comune per individuare una benedetta discarica dove mandare i rifiuti. Per la sindaca Raggi non serve. La Regione fa un’ordinanza con cui le intima, fra le altre cose, di indicare un luogo idoneo e lei traccheggia, poi pensa addirittura di ricorrere al Tar, dopo aver mandato la dirigente del settore, una sorta di agnello sacrificale, a trattare al tavolo con i tecnici delle altre istituzioni coinvolte. Scaduti i termini dell’ordinanza avrebbe dovuto decidere Zingaretti, fra l’altro anche presidente della Regione. E invece si traccheggia. Perché decidere fa diventare impopolari.

Ora, almeno in questo caso avrà anche ragione il segretario del Pd e presidente del Lazio. A norma di legge la Regione decide le strategie per smaltire i rifiuti, indica gli obiettivi da raggiungere, mentre i Comuni sono responsabili della raccolta, del trattamento e dello smaltimento delle tonnellate di immondizia che produciamo ogni giorno. Ma l’immagine che ne esce è quella dell’ennesimo scaricabarile fra politici che non vogliono assumersi la responsabilità di scelte necessariamente impopolari.  E non è storia di oggi. Era il gennaio del 2014, quando l’allora sindaco Ignazio Marino dichiarò che a Roma non serviva una discarica. Da allora i nostri rifiuti hanno cominciato a fare il giro del mondo. Che questo abbia costi ambientali e finanziari esorbitanti poco importa. Quello che davvero conta è togliere i rifiuti di mezzo, portarli lontani dai propri elettori e soprattutto dal loro naso.

Ecco, io credo che, ai vari livelli, l’Italia paghi la pavidità della sua classe politica. Non è un’accusa a questo o quel partito. E’ il sistema che, unicamente proiettato alla ricerca del consenso, produce questo disastrato Paese. Servirebbero scelte forti per far ripartire la nostra economia. Si vuole una svolta ecologica? Si investa in questo senso.  E si facciano scelte conseguenti. E invece prima ci si inventa la plastic tax, poi si riduce rendendola un buffetto per le multinazionali della plastica, infine si rinvia addirittura. Prima si parla di riconversione ecologica dell’Ilva, poi la si affida agli indiani. Ma non è che un’azienda del genere non può proprio stare in mezzo a una grande città come Taranto?

Di Roma abbiamo già detto, ci torno soltanto per ribadire un concetto: è giusto che chi produce rifiuti pensi anche a come smaltirli in loco, senza inquinare mezzo mondo. E una discarica, sia pur ridotta, sarà sempre necessaria anche se si raggiungessero tutti gli obiettivi previsti dal Piano rifiuti sulla raccolta differenziata. Arriveremo, forse, un giorno lotano al 70, 80 per cento. Ma anche in quel caso resterà una parte di immondizia che da qualche parte andrà pur sistemata. E a Roma siamo bloccati intorno al 40 per cento. Tremila tonnellate al giorno di rifiuti vagano per l’Italia e l’Europa perché non sappiamo bene dove metterli. Colpa anche di uno sviluppo urbano insensato, a macchia di leopardo, che ha seguito sempre gli interessi dei costruttori, per decenni unico motore economico della Capitale, e mai quello che dei cittadini.

Secondo me, questa è una delle chiavi per riconquistare i consensi persi: darsi una linea politica e decidere. Nello stagno si affoga e si dà sempre più spazio alle destre, bravissime a denunciare l’incapacità altrui, ma sempre disastrose quando hanno avuto l’onere del governo.

Io credo che il messaggio che lanciano le piazze delle sardine sia anche questo: sveglia ragazzi che a litigare fra voi ci ritroviamo Salvini per vent’anni. Sul fatto che il messaggio sia recepito permettetemi di conservare intatto tutto il mio scetticismo.

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