Tagged with " renzi"

Avete voluto l’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti?
Il #pippone del venerdì/122

Nov 29, 2019 by     No Comments    Posted under: Il pippone del venerdì

Si moltiplicano i casi giudiziari che riguardano le fondazioni legate ai partiti o alle correnti varie. Dovrebbero essere organizzazioni di naturale culturale, centri di elaborazione per mettere a disposizione della politica idee e progetti di alto livello. Dei “pensatoi”, insomma. In realtà, a parte rare eccezioni, sono dei collettori di denaro, per loro natura poco trasparenti. Tanto per farci un’idea di cosa stiamo parlando, ne risultano attive una sessantina. E, in quanto fondazioni, rispondono a norme differenti rispetto ai partiti stessi. Si fa fatica a trovare l’elenco dei finanziatori, ad esempio.  In questi giorni è scoppiato il caso di Open, la fondazione legata a Renzi, ma gli esempi sono molti, in realtà, da destra a sinistra. Insomma, il problema non è Renzi (almeno non in questi caso specifico, ma il sistema in sé).

Andiamo come al solito con ordine. Dando una sponda alle campagne (politiche e di stampa) contro i partiti e contro la kasta, nel 2014, siamo al governo Letta, viene di fatto abolito il sistema di rimborsi elettorali, il cosiddetto finanziamento pubblico. Oggi restano soltanto due forme di finanziamento, il 2 per mille, ovvero la libera scelta del singolo contribuente di destinare parte delle sue tasse a una formazione politica, oppure il finanziamento diretto dei privati, tramite donazioni che possono arrivare a 100mila euro l’anno e che devono essere rendicontate.

Dal 2016, anno in cui la legge ha effettivamente dispiegato a pieno i suoi effetti, dunque, i partiti si finanziano soltanto con contributi privati. E già questo, l’ho scritto più volte, è discutibile. In più quasi tutte le maggiori forze politiche hanno messo in piedi fondazioni che, come detto, hanno regole meno rigide e meno trasparenza.

Ora, lungi da me essere contro il finanziamento del singolo militante, tramite il 2 per mille, il tesseremento, o sottoscrizioni libere. Qui si discute di altro. Ovvero di imprenditori che versano in forme varie centinaia di migliaia di euro ogni anno a organismi privati e spesso fuori controllo. A volte lo fanno in cambio di un “lavoro” fatto (uno studio, un convegno), a volte a fondo perduto.

Al di là dei singoli reati che i magistrati contestano di volta in volta, viene da chiedersi per quale motivo un imprenditore dovrebbe donare a un partito (a una fondazione, in realtà, ma questo è soltanto un passaggio di comodo) cifre così ingenti. Passione politica, mecenatismo? Sono imprenditori illuminati che capiscono l’importanza che hanno i partiti per la democrazia? Si può anche crederlo e ci sarà anche qualche caso così. Io credo, però, che in realtà si tratta di mera azione di lobbing: ti finanzio e tu porti avanti i miei interessi.

Letta così l’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti li ha resi ancora più deboli e costretti a piegarsi alle logiche economiche anche soltanto per sopravvivere. Altro che autonomia del sistema politico. Da qui la risposta alla domanda che ponevo nel titolo di questo pippone: ora vi beccate un quadro politico non solo meno trasparente, ma per sua natura soggetto al ricatto dei finanziatori.

Questa è la caratteristica dell’azione di lobbing, se non è sottoposta a regole certe. Che il lobbista, occulto, diventa padrone, per quota parte, delle scelte che il beneficiato compirà in parlamento. Senza che i cittadini possano avere immediatamente contezza di quello che succede. E fin’ora abbiamo parlato soltanto delle fondazione e dei partiti, che quanto meno sono organismi collettivi. Applicando lo stesso ragionamento ai finanziamenti fatti al singolo candidato alle elezioni il quadro è ancora più fosco. Insomma, non si tratta solo di accertare eventuali reati: ovvero uno scambio di favori diretto che configura vere e proprie ipotesi di corruzione. E’ il sistema intero che è di per sé sbagliato. Ha prodotto l’effetto esattamente contrario a quanto, almeno a parole, si proponeva l’ondata contro i partiti, cavalcata in primis dai grillini.

E’ uno dei danni prodotti dalla debolezza culturale della sinistra in questi anni. Troppe le occasioni in cui non si è riusciti ad andare controcorrente e prendere decisioni che in quel momento sarebbero state impopolari, ma erano giuste. E’ successo con la riforma del titolo V della Costituzione, che ha generato quel sistema misto Stato-Regioni che ha devastato un diritto essenziale come quello alla salute e ha moltiplicato carrozzoni e enti inutili, invece che avvicinare il governo ai cittadini. Ci siamo cascati ancora con l’abolizione del finanziamento pubblico.

Inutile aspettarsi un’inversione di tendenza netta. La ricetta sarebbe semplice: vietare le donazioni dei privati (fatte salve le sottoscrizioni di modesta entità) e tornare a rimborsi legati all’attività dei partiti. Servirebbe coraggio, magari una legge che garantisca regole democratiche nel funzionamento delle forze politiche, in maniera da avere un effettivo controllo sull’impiego dei fondi pubblici. E invece, ancora una volta vesto i panni comodi del facile profeta, si preferirà parlare di responsabilità dei singoli (che ovviamente vanno accertate e perseguite): come dire, si toglierà qualche pagliuzza dagli occhi dei cittadini, la trave resterà ben piantata al suo posto.

Una manovra economica da Paese normale. Ma basta? Il #pippone del venerdì/117

Ott 18, 2019 by     No Comments    Posted under: Il pippone del venerdì

Al di là dei giudizi di merito, proverò a dire due o tre cose più avanti, la cosa che più balza agli occhi è che dopo i 14 mesi siamo tornati a essere un paese normale. Al di là dei tormentoni giornalistici sui vertici notturni, su presunte liti furibonde e valanghe di emendamenti in arrivo, la manovra economica questo dice. C’è una coalizione fra forze politiche che fino a pochi mesi fa stanziavano stabilmente su sponde opposte. Ma nelle pagine della manovra economica si intravede un disegno collettivo. Chi lo avrebbe detto appena ad agosto che non ci sarebbero stati scontri con l’Europa né piazze dove si annunciano provvedimenti epocali?

Zingaretti dice che “abbiamo fatto un mezzo miracolo”. E forse il miracolo è proprio questo. Essere tornati a essere un Paese normale, dove chi governa si prende le sue responsabilità senza troppa enfasi. E’ solo il primo passo. E bene fa il segretario del Pd a premere sull’acceleratore proponendo che quella che avrebbe dovuto essere un inciampo in una storia diversa diventi un’alleanza strutturale, in grado di competere alle elezioni per vincere. Siamo appena all’inizio, perché pur sempre di forze molto diverse si tratta. E poi resta l’incognita Renzi, che in molti danno come mandante di un altro ribaltone per far cadere Conte subito dopo il voto finale sulla manovra. Restiamo ai fatti. Dovrà cambiare il Pd, dovranno diventare più simili a un partito tradizionale anche i 5 Stelle, se vogliono essere davvero fattore di cambiamento e non una meteora che si brucia nel giro di una tornata elettorale. Servirà, non mi stanco di ripeterlo, una forza nuova della sinistra italiana, che non si può considerare esaurita nel Partito democratico.

Piccoli segnali di questa necessaria evoluzione ci sono. Per quanto riguarda il Pd, la proposta di un nuovo statuto fa i conti con la realtà ed elimina l’automatismo segretario/premier. L’abbiamo importata dai sistemi anglosassoni, ma da noi, con un sistema politico multipolare, non funziona. Piano piano abbandoneranno anche l’illusione della vocazione maggioritaria. Che non si significa rinunciare a crescere, ma capire che si rappresenta un blocco sociale, non l’intero corpo elettorale.

Nei 5 Stelle cominciano a spuntare voci dissonanti. E anche questo è un bene. Perché un partito ha bisogno di discussione, di dissenso. Non può essere semplicemente espressione di un leader, altrimenti dura fin quando il leader stesso resta in auge. La lezione di Forza Italia dovrebbe insegnare qualcosa.

Resta sullo sfondo, al momento, la questione di una nuova forza della sinistra italiana. Che poi è paradossale: in quasi tutte le tornate elettorali a cui abbiamo assistito, regionali o amministrative, sono state presentate liste che, in un modo o nell’altro, provano a proseguire l’esperienza di Leu. Hanno funzionato quando rappresentavano un reale radicamento sociale e non una semplice accozzaglia messa insieme per eleggere qualche rappresentante. Hanno fallito miseramente quando era evidente il contrario. Non si capisce bene perché, avendone a quanto pare tutto il tempo, non si dovrebbe continuare a lavorare in quel senso anche a livello nazionale. Questione, come spesso è accaduto in questi anni, più di piccoli egoismi che di reali differenze.

Qualche notazione sul contenuto della manovra economica. Ci sono più tasse per chi le può pagare, un progetto che va oltre l’anno sulla lotta all’evasione, si comincia a intervenire sul cuneo fiscale premiando i lavoratori e non le aziende. Si parla di investimenti sulle infrastrutture, ci sono forme di tassazione sulle produzioni più inquinanti a partire dagli imballaggi di plastica. Del resto, perché stupirsi? Viviamo in un’economia di mercato e finché le confezioni ecologiche non saranno più convenienti della plastica continueremo a beccarci le fettine confezionate una a una in vaschette e pellicola. Sarà che io sono un nostalgico dei vecchi cartocci in cui una volta ti consegnavano tutta la spesa e anche del vuoto a rendere. Insomma, non mi dispiace, il green new deal non può essere solo uno slogan.

Una manovra che lancia segnali precisi, insomma. Certo, si poteva essere più coraggiosi accelerando su alcuni punti, penso ad esempio l’uso delle carte al posto del contante. Ma già che si introducano sanzioni per i commercianti che non ti fanno usare il bancomat mi pare un grande passo in avanti, in un Paese che da sempre apprezza chi fa comizi sul cambiamento, ma poi fa le barricate anche se cambi un senso unico in una strada di campagna.

C’è un generale processo di semplificazione sulle tasse, ad esempio per quanto riguarda il regime fiscale che riguarda la casa. C’è la prospettiva di ticket sanitari più giusti, che permettano a una platea più ampia di avere garantito il diritto alla salute.

Basterà a rilanciare il nostro Paese? Io credo che più del contenuto delle norme, i mercati, gli investitori, ma più in generale anche i cittadini, guardino alla capacità complessiva di governare che avrà l’esecutivo guidato da Conte. L’economia è anche un fatto psicologico. E così se gli investitori sono attratti sicuramente da un luogo che ha miglior infrastrutture, una giustizia rapida, un contenzioso minore, è anche vero che la nostra propensione a spendere aumenta se abbiamo la percezione che il nostro futuro può essere migliore. Si compra una casa nuova non tanto e non solo perché i mutui sono bassi, ma perché abbiamo la sensazione che il nostro lavoro è stabile e abbiamo la possibilità di migliorare la nostra posizione. Per anni siamo stati bloccati dalla percezione contraria. Per anni siamo stati impegnati a odiare chi aveva meno di noi e contro i più deboli abbiamo scaricato ansie e frustrazioni.

Questo è il grande compito che deve porsi questo governo. Cominciare a cambiare la percezione che i cittadini italiani hanno del loro futuro. Basterà una manovra economica? Sicuramente no, ma qualche passo nella direzione giusta lo abbiamo fatto.

Se Renzi si mette a fare il Bertinotti.
Il #pippone del venerdì/115

Ott 4, 2019 by     No Comments    Posted under: Il pippone del venerdì

Si respira da qualche settimana una strana aria di normalità. Dopo i 14 mesi di eccessi salviniani, compreso l’uso del ministero dell’Interno come fosse una clava da brandire contro gli avversari, l’Italia si è svegliata in un clima da anni ’80 del secolo scorso. Tratta con i partner europei, invece di alzare i toni e poi cercare di raccogliere i frutti dell’alzata di capo, il governo compone le sue differenze in maniera direi quasi democristiana. Le tirate di Di Maio sono più a uso e consumo dei social-seguaci che ultimatum veri e propri.

Si sonnecchia, apparentemente, ma qualche risultato comincia anche ad arrivare. Vedremo se agli annunci corrisponderà una manovra economica che finalmente rimetta qualche soldo in tasca agli italiani, punti sullo sviluppo e faccia fare passi in avanti nella lotta all’evasione. Tema da sempre evocato da tutti i governi, ma mai preso di petto seriamente. Con l’eccezione forse dell’odiatissimo quanto bravo Vincenzo Visco nel governo Prodi.

Bene, intanto, il ministro Speranza che si fa valere in maniera discreta senza troppi proclami altisonanti e intanto, a quanto viene anticipato, porta a casa un sostanzioso aumento del Fondo sanitario regionale e la progressiva eliminazione del superticket. Una vera e propria tassa sulla povertà. Bene anche l’idea di modulare i ticket in base al reddito: è giusto – e tra l’altro segue alla lettera il dettato costituzionale – che chi può permetterselo contribuisca anche a garantire la salute a chi non ha i mezzi. Tra l’altro tornare a instillare pillole di solidarietà interclassista in un Paese incattivito e rancoroso non può che far bene. Sperando serva a ridurre la percentuale di italiani che deve rinunciare a curarsi perché non può permetterselo.

Bene anche le mosse di Roberto Gualtieri, che sta facendo valere i suoi trascorsi in Europa per portare a casa limiti meno rigidi per quanto riguarda il deficit. Stiamo tornando ai fondamentali dell’economia classica: in una fase di crisi – e quella che stiamo vivendo lo è a pieno titolo, basta guardare i fondamentali della Germania – non si può andare troppo per il sottile, servono interventi espansivi per far ripartire il Paese. E, come è noto, gli interventi pubblici fanno sempre da volano agli investimenti privati. Chi mastica un po’ di economia sa che in questi casi l’effetto moltiplicatore è molto alto. Se saremo in grado di proporre misure serie nella manovra economica, questa non potrà che avere una ricaduta positiva per tutti, dagli imprenditori ai lavoratori. Ai quali bisogna venire incontro con una riduzione netta del cuneo fiscale. Un vero e proprio furto che va, sia pur progressivamente, eliminato.

Se a tutto questo si aggiunge che il costo del denaro, grazie all’accorta politica della Bce guidata da Mario Draghi, è praticamente zero, ci sono tutte le condizione per provare a superare il dosso della crisi e ripartire questa volta davvero. Non leggo, al momento, di interventi previsti per quanto riguarda i diritti dei lavoratori. E credo sia uno sbaglio. Se la sinistra vuole riguadagnare i voti persi deve mettere mano al jobs act e a una legge sulla rappresentanza sindacale. Ci sarà tempo per parlarne, spero subito dopo l’approvazione della manovra economica.

I sondaggi, sia pur con tutte le cautele del caso, sembrano dar ragione a chi si è battuto per formare questa “strana” alleanza. Riuscendo a mettere insieme tutto il centro sinistra e i 5 stelle si va oltre il 50 per cento dei consensi. Anche nella martoriata Umbria, dove si va a votare in seguito allo scandalo che ha coinvolto i vertici del Pd locale, la partita sembra tutta da giocare, anche lì l’alleanza “civica” rosso-gialla può competere davvero. E rispetto alle ultime débacle alle regionali anche partecipare per vincere rappresenta una novità.  Tutto bene dunque? Manco per niente.

Da questo quadro, che al momento mi sembra abbastanza positivo, si distacca l’atteggiamento di Matteo Renzi. Perdonate il paragone, ma a me sembra che ambisca a stare nella maggioranza e fare un po’ il Bertinotti della situazione. Quello che la sera ti dice “va bene, siamo d’accordo su tutto” e poi la mattina ti convoca una bella conferenza stampa per dire che “proprio non ci siamo”.

L’altra sera l’ex segretario del Pd, ha sentenziato: “Se Conte vuole stare sereno non alzi le tasse”. Tutto questo mentre la maggioranza discuteva di una possibile rimodulazione di alcune aliquote Iva, con un meccanismo di bonus/malus per chi paga con strumenti tracciabili e chi invece usa i contanti. Un meccanismo, dal governo giurano a saldo zero, che avrebbe fatto fare qualche serio passo contro gli evasori. I maligni potrebbero pensare che il fiorentino tende a tutelare il suo supposto elettorato, fatto di professionisti e piccoli imprenditori, quelli a cui la lotta all’evasione fa venire le bolle in faccia.

Più semplicemente Renzi cerca di giocare la carta dei distinguo per accreditarsi presso l’opinione pubblica come il difensore delle tasche degli italiani. E per fare questo mette in crisi la traballante pax che regna nella maggioranza. Scherza con il fuoco, ma rischia di essere un “pierino” molto dannoso. Di tutto abbiamo bisogno fuorché dell’immagine di una maggioranza litigiosa. Si spendesse piuttosto, insieme agli altri, contro i dazi imposti da Trump sui prodotti europei, che rischiano di mettere ko le nostre eccellenze a partire dal parmigiano. Usasse la sua indubbia capacità mediatica per rintuzzare gli attacchi del centro destra che, dopo un comprensibile sbandamento, cerca di riprendere centralità nella scena politica.

Ora, so che Renzi ha una profonda avversione per la storia, sia recente che antica. Lui preferisce parlare di futuro. Ma alla vigilia della Leopolda sarebbe bene che qualcuno gli ricordasse la fine che ha fatto Bertinotti, passato da leader nazionale a vecchia comare della politica italiana nel giro di pochi mesi. Pierino può anche stare simpatico per qualche tempo, ma poi stufa. Cambi personaggio, finché è in tempo.

Due o tre sassolini sul “Caso Marino” e non solo.
Il pippone del venerdì/96

Apr 12, 2019 by     1 Comment     Posted under: Il pippone del venerdì

La sentenza della Cassazione che ha assolto l’ex sindaco di Roma, Ignazio Marino, ha alzato un vespaio di polemiche che hanno al centro il Pd, il suo comportamento di quegli anni, ma che in realtà pongono problemi di portata ben più ampia sul ruolo dei partiti, sul rapporto fra questi e gli eletti. E questo, secondo me, è uno dei nodi che negli anni scorsi non siamo riusciti a sciogliere e che hanno aggravato la crisi della sinistra. Una crisi di idee, ma anche, per così dire, organizzativa. Nel senso che un partito solido in crisi di idee può cavalcare l’ondata avversa, un partito in crisi di idee che non ha più fondamenta organizzative viene travolto e non riesce  tornare a galla.

Ma andiamo con ordine. Cosa è successo in quegli anni a Roma, nel campo del centrosinistra? Una lotta di potere all’ultimo sangue, nella quale la parte fino ad allora storicamente minoritaria del Pd e ancora prima nei Ds, quella che fa capo all’ex presidente del partito Matteo Orfini, si trova in mano per la prima volta la chiave della stanza dei bottoni e ne approfitta per regolare i conti. La caduta di Marino, le famose firme dal notaio, sono semplicemente una conseguenza di questa guerra, il secondo stadio di una strategia complessa il cui obiettivo era un altro: Nicola Zingaretti. Quel Nicola Zingaretti che, non a caso, sul caso Marino non spese una parola, tutt’altro: i consiglieri della sua corrente si accodarono silenti a firmare le dimissioni. Troppo rischioso opporsi.

Renzi voleva mettere le mani su Roma, tramite il proconsole Orfini, e allo stesso tempo pianificò a tavolino una strategia che avrebbe portato i 5 Stelle al governo di Roma. Nei piani dello statista fiorentino, che di Marino non aveva la minima stima e che dava Roma comunque per persa, la caduta anticipata dell’amministrazione avrebbe messo in difficoltà i 5 Stelle che ne avrebbero pagato poi lo scotto  a livello nazionale alle elezioni politiche che sarebbero arrivate dopo un paio di anni. Sappiamo come sono andate le cose: i 5 stelle primo partito, il Pd allo sbando dopo una scissione non solo con un pezzo di gruppo dirigente, ma con buona parte dei suoi elettori.

Allora che è successo a Roma? Arriva la famosa inchiesta di Mafia Capitale. Che poi ancora non si capisce quale fosse l’elemento mafioso. Sono passati pochi mesi dall’elezione di Marino a sindaco. Mesi complicati dove l’inesperienza e anche una certa convinzione eccessiva dei propri mezzi – diciamola così – aveva provocato errori gravi. Ora, intanto Marino è uno che non si fida di nessuno. E quindi tende a circondarsi delle stesse persone, un cerchietto magico. Cosa che non porta mai troppo bene. Poi si stabilisce uno strano rapporto con il Pd di Roma. Marino accetta una serie di assessori indicati dal partito, ma poi fa di testa sua e spesso sbaglia. Clamoroso il caso di Paolo Masini che viene mandato ai Lavori pubblici.  Masini è forse uno dei migliori dirigenti e amministratori di quella stagione. Peccato che in vita sua si sia sempre occupato di scuola, sociale, cultura.

Quando scoppia il caso di Mafia Capitale, comunque, per settimane non si parla d’altro. Pagine e paginate sui giornali. Su un caso che, badate bene, se guardato in scala capitolina è davvero marginale. A Roma gli affari si fanno sul mattone, quelle due cooperative sociali (perché alla fine di questo si tratta) che avrebbero pagato mazzette, si spartivano le briciole. Il caso, tra l’altro, riguarderebbe più l’amministrazione Alemanno che quella Marino. Eppure un assessore finisce addirittura in galera, vengono coinvolti consiglieri comunali e regionali. Vengono costretti a dimettersi dagli incarichi istituzionali che ricoprono con una violenza giustizialista inaudita.

Parte l’assalto al fortino. Renzi, in una drammatica riunione, comunica al segretario romano del Pd, Lionello Cosentino, che avrebbe commissariato la federazione. Cosentino, pochi mesi prima, aveva vinto il congresso proprio contro il candidato renziano e contro quello di Orfini. Notare: nessun esponente della federazione del Pd viene coinvolto nell’inchiesta, che si ferma al livello amministrativo. Tra l’altro, come dire, diversi dei nomi che escono sono stati nel passato più vicini a Orfini che a Cosentino. Le cui proteste, si racconta di una riunione parecchio nervosa, non hanno comunque effetto. Il presidente del partito diventa commissario. Secondo lo statuto del partito dovrebbero restare comunque in carica gli organismi dirigenti. Ma Matteo 2 non se ne cura e procede a colpi di decreti. Affida allo stimatissimo professor Barca una indagine sullo stato dei circoli del partito. Una roba davvero ridicola, con alcuni ricercatori universitari che girano facendo domande ai militanti senza minimamente capire come funzionava quel partito. Caso strano, dai risultati, annunciati in pompa magna dallo stesso Barca alla festa dell’Unità, emerge una sorta di hit parade dei circoli. Caso strano, quelli vicini al commissario sono i più virtuosi. Alcuni diventano addirittura circoli mafiosi. Altri vengono classificati come sostanzialmente inutili. All’epoca facevo, ironia della sorte, il segretario di un circolo di pertferia, a Capannelle, e durante l’intervista spiegai che le nostre attività erano state soprattutto rivolte verso l’esterno, citai la proposta della “Appia antica station”, il treno che doveva portare i turisti alle porte dei due grandi parchi archeologici della Capitale, le feste del quartiere, le raccolte di firme su temi locali. Portai un “portfolio” corposo di manifesti, volantini, iniziative in piazza, i rapporti con il comitato di quartiere, che avevamo contribuito a ricostruire. Nella classifica finimmo fra i circoli definiti “identitari”, ovvero quelli che lavoravano soltanto sull’identità del partito, chiusi al quartiere. Mistero.

Comunque sia la storia va avanti: Orfini chiude un po’ di circoli antipatici, si inventa perfino storie assurde, come quella della sede di Corviale dove aveva trovato un cavallo. Mai successo. E poi il colpo di mano sul partito: contro tutte le regole statutarie i circoli diventano soltanto 15, uno per municipio, diretti da commissari di stretta osservanza, le sedi territoriali (quasi duecento all’epoca) diventano semplici appendici, senza più alcuna autonomia: né finanziaria, né di iniziativa politica. Un golpe. Difficile trovare parole diverse. Un golpe che, tranne rarissime eccezioni, subiscono tutti. Impauriti da un eventuale scontro con Renzi, allora all’apice del potere.

Sistemato il partito, Orfini passa al Comune. Dove, diciamolo, le cose non vanno proprio benissimo. La gestione dei rifiuti, alcune scelte discutibili sul piano urbanistico, le partecipate in cui non si assiste all’inversione di tendenza necessaria dopo i disastri di Alemanno, qualche gaffe del sindaco che se ne va in vacanza in momenti di gravissima crisi. Ora, in questi casi che si fa (e qui arrivo al discorso del rapporto fra un partito e i suoi eletti)? Secondo me si apre una riflessione nel partito e collettivamente si cerca di porre rimedio. Per governare Roma serve davvero un’intelligenza collettiva che vada al di là delle capacità del singolo. Serve un progetto e una forte unità di intenti. Il centro sinistra non aveva nessuna delle due. Che fa Orfini? Piazza due commissari in giunta: il vicesindaco Causi e l’assessore ai trasporti Esposito. Un disastro, soprattutto il secondo che più che lavorare pare remare contro, ogni giorno di più. Nel frattempo hanno anche la pensata, in accordo con il governo nazionale di commissariare per mafia il Municipio di Ostia, già commissariato in seguito alla caduta del presidente Tassone (detto per inciso: anche in questo non uno vicino a Marino, diciamo così). Un obbrobrio giuridico che aggrava la pressione sul sindaco. Si commissaria Ostia come vittima sacrificale per salvare Roma, si dice. E invece no.

E’ solo una tappa. Il cerchio intorno al collo dei sindaco si stringe con campagne di stampa vergognose. Si va dalla panda lasciata in divieto di sosta, ai famosi scontrini delle cene, denunciati dal grillino De Vito (ora sotto inchiesta per corruzione).

Ma Marino era così odiato dai romani come sostenevano Orfini e Renzi? Posto che non era un grande sindaco, anzi, la verità è che il Pd fece di tutto per ostacolarlo. Con la complicità di Sel che, per bocca del segretario nazionale arrivò a minacciare una mozione di sfiducia. Salvo poi rimangiarsi tutto, perché i militanti si accorsero della cazzata e minacciarono la rivolta. Marino si dimise. Fu costretto a dimettersi dall’azione combinata da Renzi e Orfini e dal silenzio terribile di tutti gli altri. Ci fu una reazione popolare a favore del sindaco. Molto limitata a dire il vero, poche centinaia di persone. Ci andai anche io, che pure non ero un fan di Marino. Perché capii che al di là dell’efficacia dell’azione amministrativa stavamo imboccando la strada sbagliata. Il sindaco eletto dai cittadini, con il 60 e passa per cento dei voti per altro, lo devono giudicare i cittadini. E poi, insieme a lui, sarebbe stata travolta una intera giovane classe dirigente sui cui avevamo scommesso, con punte di assolute eccellenza fra i presidenti dei Municipi. Per la prima volta nella storia li governavamo tutti. Da quella crisi, con una sinergia fra Governo, Regione e Comune si sarebbe potuti uscire.  Il sindaco ritirò le dimissioni e Orfini, invece, di riportare la vicenda in consiglio comunale, dove un dibattito pubblico avrebbe dato modo di dare a tutti la possibilità di dire la propria, ordina ai consiglieri di dimettersi, firmando di fronte a un notaio. Deve anche ricorrere a un aiutino dalla destra perché fra gli alleati qualcuno si rifiuta. Non sarà ricandidato, come Mino Dinoi, ad esempio.

Io resto convinto che Marino si sia fidato troppo e che, quando scoppio Mafia Capitale, si sarebbe dovuto dimettere per far sciogliere il consiglio comunale e ricandidarsi presentandosi come il paladino della legalità, l’uomo che sfidava ancora una volta i poteri forti. Quei poteri forti che, al di là del giudizio su quegli anni, non lo hanno mai potuto sopportare.

Insomma: fine 2015, seconda parte del golpe romano. Cade il Comune, si torna alle elezioni. Che poi, per i protagonisti di quella vicenda è stato l’inizio della serie di sconfitte che ha portato alla situazione attuale. Come dire: le congiure di palazzo non portano bene a chi le architetta.

Renzi che va, Renzi che viene.
Il pippone del venerdì/80

Dic 7, 2018 by     No Comments    Posted under: Il pippone del venerdì

Non cambia molto se Renzi fa il suo partitino. Ci sarà solo da aggiornare il conto delle formazioni politiche personali. E del resto mica era possibile che fosse soltanto la sinistra a sfaldarsi, è proprio questa società che non tiene più. Le varie diaspore politiche sono la conseguenza. La politica non può che essere lo specchio fedele di un paese, della situazione sociale, delle evoluzioni dei costumi. E se un società diventa sempre più individualista, cattiva ed escludente, la politica non può che ripercorrere questi tratti. Il settarismo va di gran moda, il “meglio comandare in una casa piccola che stare insieme ad altri in una più grande” oramai è una sorta di mantra che si sente in ogni angolo.

E comunque, si diceva, non cambia molto se Renzi fa il suo partitino. Almeno per quelli come me che sono convinti che l’errore, anzi direi l’equivoco, stia nell’esistenza stessa di una formazione politica che riunisce due culture distinte. Non si mescolano, al massimo una prova a cancellare l’altra. Come è successo con la famosa rottamazione, che non era la semplice sostituzione di una classe dirigente. Non era un salutare scontro generazionale. Tutt’altro: era la fase finale della cancellazione di una cultura politica, quella che, con una semplificazione necessaria alla salute dei lettori, oserei definire “togliattiana”. La rottamazione era la fine di quell’idea di partito e di funzione del partito nella società che era stata definita nel Pci del dopoguerra e perfezionata con Berlinguer.

Cambia qualcosa se il segretario sarà Zingaretti? Con tutta la stima che ho da sempre per il presidente della Regione Lazio, credo di no. Intanto perché secondo me Zingaretti la sua occasione vera l’ha persa alle primarie del 2009. Un ampio fronte, quello si davvero generazionale, gli chiese di mettersi alla guida di un processo di rinnovamento del partito e candidarsi alle primarie che non potevano risolversi in una conta fra Bersani e Franceschini. Una sfida che sembrava guardare più al passato che al futuro. Zingaretti disse di no, spiegò che il suo impegno era tutto teso alla riconquista di Roma (salvo poi ritirarsi per candidarsi alla Regione). Sappiamo come è andata la storia del Pd da quel momento in poi.

Resto convinto anche dieci anni dopo che quella fosse l’occasione di fare del Pd un partito e non una federazione di correnti personali. Ora è tardi. E’ tardi per due ordini di ragioni. Intanto perché quel simbolo ormai viene associato indissolubilmente a una stagione, quella delle leggi contro i lavoratori, quella delle leggi truffa, quella della riforma costituzionale. Ma è tardi soprattutto perché quel partito ha consumato il legame “empatico” non solo con i suoi elettori, ma con i suoi militanti. C’è stata una rivoluzione genetica che ha cancellato una comunità. Non basta il cambio di un segretario né tanto meno basta invocare una generica discontinuità. Tanto più che appostati dietro di lui c’è la fila di quelli che hanno lavorato strenuamente per arrivare alla situazione odierna. Da Franceschini in giù. Nel Lazio, tanto per dirne una, il candidato di Zingaretti alla segreteria regionale era Bruno Astorre, uno che si vantava pubblicamente di “comprare” migliaia di tessere.

Insomma, per non farla troppo lunga, il presunto partitino di Renzi rappresenterebbe sicuramente una novità, ma non la soluzione del problema. Con Zingaretti, ovviamente, sarà possibile aprire un dialogo. Ma si potrà fare solo se avverrà da pari a pari. Soltanto se, nel frattempo, saremo riusciti a dare una casa aperta e stabile allo stesso tempo a quello che resta della sinistra italiana. Resto molto pessimista, la tentata nascita dell’altro partituncolo personale, quello annunciato da Grasso, è un altro ostacolo in un percorso già travagliato. Credo però che prima o poi dovremo fermarci e contare fino a dieci. Ormai ho la certezza che il problema non siano le divaricazioni programmatiche, su quelle una via di mezzo siamo bravissimi a trovarla. Il vero problema è la sopravvivenza dei diversi gruppi dirigenti. Per fortuna le prossime elezioni europee spazzeranno via quello che ne resta. Sarebbe bene capirlo prima e attrezzarsi, ma mi pare che gli egoismi prevalgano. Le liste della sinistra all’appuntamento di maggio saranno almeno quattro e prima si voterà in 4 regione e 4.200 Comuni. Serviranno a confermare l’irrilevanza di ognuno. Né il pur generoso tentativo di Speranza e soci sembra nascere sotto i migliori auspici. Staremo a vedere.

Eppure avere una solida e autonoma formazione alla sua sinistra aiuterebbe anche Zingaretti a tenere a bada i suoi alleati di oggi, accoltellatori seriali che non vorrei mai avere alle mie spalle. Ridefinire un’alleanza progressista in grado di opporsi alle destre è sicuramente una priorità. Ma non funziona un campo – uso questo termine che va tanto di moda – in cui ci sia un partito e tante liste civetta. Funziona uno schieramento vero, con una base culturale comune che viene tradotta in un programma di governo. Se si uniscono, insomma, strategia e tattica. E per fare questo serve una sinistra che esca dall’abbaglio del neoliberismo e torni a essere popolare. Che si occupi, la finisco qui perché so di essere noioso e ripetitivo, delle condizioni materiali del suo blocco sociale, che dia rappresentanza ai tanti movimenti che proprio in questi mesi tornano a far sentire la propria voce. Mettiamo l’orecchio a terra e guardiamo avanti. Forse ne usciamo vivi.

Alle prossime Europee? Tutti al mare.
Il pippone del venerdì/71

Set 28, 2018 by     No Comments    Posted under: Il pippone del venerdì

In queste settimane apparentemente silenziose in realtà la sinistra italiana si sta accapigliando per trovare una soluzione al tema dei temi. Non si parla di ambiente, di immigrazione, di politica della casa o dei trasporti, non vi preoccupate, ma semplicemente di come garantire la sopravvivenza di qualche parlamentare europeo. L’idea brillante è di fare una lista, ma alla fine vedrete che ne saranno almeno due, ovviamente unitarie, antagoniste, anticapitaliste. Non è una novità, quella dell’ammucchiatina dei residuati bellici degli anni ’90 da assemblare in contenitori dei quali si magnificherà per qualche mese il futuro unitario per poi dividersi il giorno dopo le elezioni. E come al solito saremo costretti a leggere l’ennesima sfilza di pensosi interventi di dirigenti e intellettuali che cercano di spiegarci per quale motivi gli elettori non ci votano.

C’è chi vuole fare una lista con Varoufakis, chi con Mélenchon, chi resta ancorato al Pse. Si cercano possibili leader, ora va di moda il sindaco di Napoli De Magistris, che dopo molti tentennamenti si sarebbe deciso a scendere in campo in prima persona, forse convinto dall’avvicinarsi della scadenza del suo secondo e ultimo mandato. Da parte mia, ho passato la scorsa domenica alla festa nazionale di Mdp. Ho ascoltato due dibattiti e il comizio di Speranza. Ne ho tratto due o tre impressioni che vi racconto come mi sono arrivate, senza troppe rielaborazioni. La prima: c’era molta gente ai dibattiti, zero nel resto della festa. Oddio non che ci fosse molto da vedere, giusto qualche stand per altro molto “essenziale”. Però è esattamente il contrario di quello che succede di solito nelle festa in piazza: molta gente a mangiare oppure nella parte commerciale, meno quelli interessati alla politica. Insomma, un appuntamento per soli addetti ai lavori. La seconda: proprio nel giorno in cui Grasso sui giornali parlava di stato di “stallo” di Liberi e uguali, il coordinatore nazionale di Mdp, nel comizio conclusivo della festa non ha nominato né Grasso né tanto meno Leu. Cancellati. La terza è che, delle discussioni a cui ho assistito, quella più attuale e legata alla concretezza dell’oggi è stata quella sul valore di Marx oggi, il dibattito, insomma, che avrebbe dovuto essere più intellettuale. E sicuramente è stata un’ora di buon livello, con spunti di livello universitario da parte degli oratori, ma è stata anche la più utile se ci si vuole calare nella realtà e tornare a fare iniziativa.

In estrema sintesi, comunque, tutti d’accordo nel porre l’accento sulla gravità della situazione attuale, nessuna indicazione o proposta per mettere un freno alla destra, per dare qualche segno di esistenza in vita. Il gruppo dirigente della sinistra nelle sue varie forme, dal 4 marzo in poi è intronato. Non trovo forme più eleganti per definirlo. Non che prima fossero poi tanto più svegli. Ma oggi il tracciato cerebrale è tendente al piatto assoluto.

L’analisi più lucida l’ho letta in una lettera al Manifesto di un gruppo di giovani, la sintetizzo così: non siete riusciti a fare un partito decente, non siete riusciti ad avviare un po’ di ricambio della classe dirigente, non siete nemmeno riusciti a fare un’analisi delle ragioni della sconfitta, adesso manco riuscite a mettere in piedi un’opposizione decente al governo sempre più Salvini e sempre meno Di Maio. Conclusione secca: dimettetevi in blocco, pensionatevi. Dieci minuti di applausi.

Ora, nessuno probabilmente li ascolterà. Non si prenderanno neanche la briga di dare una risposta. Continueranno nell’insulso dibattito fra dirigenti che non riusciranno mai a trovare un minimo comune denominatore. Io sono convinto che sarebbe semplice: basterebbe partire dalle questioni su cui ci si trova tutti d’accordo e lasciare aperte quelle in cui non si arriva a una posizione unitaria.  E invece non vogliono trovare un accordo che ponga le basi per un nuovo partito. Nel Pd, che secondo molti resta l’unica scialuppa da non abbandonare, fra Renzi e Zingaretti si dibatte all’ultimo sangue per stabilire chi dei due sia più antigrillino. Per le europee si parla di un fronte unico da Macron a Tsipras (che ha già detto no) e Renzi che come al solito si porta avanti con il lavoro firma il manifesto del leader francese. Nell’arcipelago variegato extraPd si dibatte su chi bisogna escludere per fare una lista di sinistra vera. Con tutti gli “anti” del caso.

Personalmente mi annoio e penso sinceramente che forse sarebbe il caso di prendere la famosa strada del bosco. E questa volta niente tenda, che si ha una certa età e di inverno fa pure freddo e c’è molto umido. Si fa una bella casetta di legno, con tanto di camino. Comincio a pensare che forse sarebbe bene stare fermi un giro, eliminando l’ansia da prestazione elettorale, la corsa al seggio verso Strasburgo, la lettura affannosa dei sondaggi che ti danno sempre in bilico sul quorum. Questa volta probabilmente non lo supereremo, tra l’altro. Eliminata l’urgenza, forse, ci si potrebbe dedicare a questa scomposizione e riaggregazione della sinistra di cui tutti parlano ma che nessuno ha il coraggio di cominciare visto il prossimo appuntamento elettorale. Certo, si lascerebbe libero il campo alla destre e a Grillo, ma viene il dubbio che forse con due o tre liste raccogliticce non solo il suddetto campo sarebbe altrettanto libero, ma anche arato e pronto al raccolto per Salvini e soci.

Forse, il dubbio me lo consentirete è legittimo, sarebbe bene cominciare a piantare qualche seme che vada oltre l’urgenza elettorale. Sarebbe bene mettere qualche radice più forte, far crescere una pianticella nuova. Vi lascio con questa domanda. Non credo che nessuno abbia la risposta, ma secondo me è più interessante rispetto allo stabilire se Zingaretti sia un argine ai Cinque Stelle o no.

Nel frattempo il governo Salvini si prepara a una legge di stabilità pericolosa: aumenta il deficit, la nota di aggiornamento del Def parla del 2,4 per cento, con buona pace del ministro Tria costretto alla resa. Sarebbe anche interessante se le risorse in più fossero destinate agli investimenti. E invece no, tutto sulla spesa corrente. Dei tagli agli sprechi, dei fondi per mettere in sicurezza il territorio nessuna traccia. Ci vorrebbe un partito che facesse opposizione sociale. E invece pensano a garantire qualche poltrona. Auguri.

Il centrosinistra è morto il 4 marzo.
Il pippone del venerdì/69

Set 14, 2018 by     No Comments    Posted under: Il pippone del venerdì

Io credo che qualsiasi persona sana di mente dovrebbe arrivare facilmente a questa conclusione: il voto del 4 marzo ha sancito la morte del centrosinistra come lo abbiamo conosciuto dagli anni ’90 in poi. Tutte le forze che, in un modo o nell’altro, possono essere racchiuse in questo campo superano a stento i 9 milioni di voti. Il Pd, ovvero quella formazione politica che addirittura ha rappresentato il tentativo di racchiudere la galassia di centrosinistra in un solo partito supera a stento i 6 milioni di voti. Credo sia facile capire che la somma degli elettori di sinistra che ha preferito l’astensione o ha votato i 5 stelle sia più numerosa.

Non è la sconfitta di Renzi (da un lato) o di Grasso (dall’altro). E’ la fine di una stagione politica durata 30 anni. Riproporla in forme più o meno nuove, parlare della necessità di superamento delle attuali aggregazioni per riassemblarle secondo schemi conosciuti potrà anche sembrare rassicurante, ma significa non aver capito la lezione fondamentale che ci hanno dato gli elettori. In questa stagione non c’è stata una fase positiva seguita a una negativa. E’ stato un lento scivolamento verso l’irrilevanza attuale. Abbiamo fatto da sponda a tutte le tendenze peggiori. E così abbiamo accompagnato lo smantellamento dei partiti, dei corpi intermedi, la destrutturazione del mercato del lavoro. Abbiamo inseguito Bossi sul federalismo, Berlusconi sulla comunicazione, i 5 stelle sull’attacco alle istituzioni. Certo poi Renzi e il Pd hanno dato il colpo di grazia, impresso un’accelerazione decisa verso la disfatta. Questi anni hanno senza dubbio rappresentato il culmine di quel leaderismo senza partiti che però il Pd, fin dal suo statuto in cui si confonde il plebiscito con la partecipazione, aveva ben iscritto nel suo Dna.

Stabilito questo, dovremmo anche avere ben chiaro che da un lato non si può tornare indietro riproponendo all’infinito riedizioni dell’Ulivo (badate bene: non basta un nome nuovo se la zuppa è sempre la stessa), del partito dei sindaci, oppure appellandosi al “fare” contornato da un civismo finto e stanco, soprattutto se non si capisce neanche bene cosa dovremmo fare, ma dall’altro non si può neanche continuare a inseguire l’avversario sul suo campo. Non vorrei che dopo la sinistra neoliberista ci avventurassimo sulla strada scoscesa della sinistra sovranista. I sintomi ci sono tutti. Taluni provano addirittura a tirare in ballo il patriottismo di Togliatti quando basterebbe far mente locale per ricordare in quale situazione ci trovassimo allora. Che poi qualcuno mi dovrebbe anche spiegare quale sarebbe questa famosa identità nazionale italiana da difendere, visto che siamo un popolo frutto di una storia di contaminazioni. La stessa posizione geografica italiana ci dovrebbe suggerire quanto meno un po’ di cautela prima di avventurarci in dotte dissertazioni su questi temi.

Né basta stare lì mangiare i famosi popcorn evocati dal fiorentino, facendo il tifo un giorno per lo spread, l’altro per Macron e la Merkel. Ai teorici di questa tattica suicida vorrei solo rivolgere una domanda: ma una volta finiti sotto il fuoco incrociato dei mercati e ripiombati nell’ennesima crisi, che pensate che gli italiani daranno fiducia a chi faceva il tifo contro di loro?

Ribadisco la premessa iniziale, a me sembra che questi ragionamenti siano talmente semplici e confortati da evidenze talmente lampanti che non ci si dovrebbe neanche perdere tempo. Dal 5 marzo avremmo dovuto far partire un grande lavoro di ricerca e di costruzione. In questi mesi – non da solo – mi sono sgolato su questo e non ci torno più. Se non proprio dal 5 marzo, magari un mesetto dopo. E invece, mese dopo mese, mi pare che ognuno si stia rinchiudendo a casa sua. Quasi che i nostri leader fossero obbligati a ripercorrere sempre le stesse strade rifacendo sempre gli stessi errori. Basta pensare al dibattito (c’è è sotterraneo e riguarda pochi eletti, ma c’è) che continua a martoriare quello che rimane di Liberi e Uguali. Da un lato c’è chi sente fortissima l’attrazione del “ritorno a casa”, favorito dalla scesa in campo di Nicola Zingaretti nel Pd, dall’altro chi dice: facciamo pure un partito, ma lavoriamo da subito per una lista di sinistra insieme alle altre forze “radicali” per le elezioni europee. Insomma l’alternativa sarebbe fra tornare (di fatto) nel Pd, costruendo magari una lista civetta che faccia da ponte all’operazione, e mettere insieme l’ennesima lista raccogliticcia, in cui si parte dicendo che va fatta dal basso e poi alla fine decidono i soliti quattro chiusi nelle solite stanzette.

L’ho un po’ semplificato, ma il senso è questo. D’altro canto non possiamo neanche permetterci il disimpegno in attesa nell’arrivo di un quale Godot. Non ne arriveranno e anche nel caso in cui trovassimo il più capace del leader non avremmo fatto alcun passo in avanti nella soluzione del problema. E allora torniamo appunto al problema: ovvero la necessità di avere una forza politica organizzata della sinistra in Italia. Esiste in tutto il mondo non si capisce bene per quale maledizione noi non possiamo averla. Io continuo ad essere convinto che la ricetta sia una sorta di “ritorno in avanti”. Ovvero ripartire dai valori tradizionali della sinistra calandoli nella realtà di oggi. Farli vivere con azioni concrete, ricreando una comunità solidale sulla quale costruire una classe dirigente da presentare agli elettori. Una classe dirigente che si deve (ri)formare nella lotta, nell’iniziativa e nel confronto politico non nei salotti né tantomeno all’ombra di qualche leader. Quella attuale non va. I vecchi sono usurati dalle sconfitte, non si può cambiare il copione senza interpreti nuovi. E i giovani sembrano intronati, non ci sono proprio abituati a essere protagonisti, sono figli della stagione delle batterie di allevamento di polli tutti uguali. E di signorsì non ne abbiamo bisogno.

E poi sarà anche vero che la società è cambiata, i tempi sono frenetici, si discute solo sui social. Ma io credo che i nostri valori siano sempre non solo attuali,  ma – e forse a maggior ragione – rivoluzionari. Tutto sta nell’abbandonare la subalternità che ci ha caratterizzato negli ultimi 30 anni e tornare a pensare, a essere popolari e non populisti. In una sola espressione, torniamo a fare la sinistra. Anche così non sarebbe lavoro di un giorno. Perché sono più facili e rassicuranti gli slogan di un Salvini, che promette panem et circenses per tutti. Ma del resto noi non eravamo quelli che “veniamo da lontano e andiamo lontano”? Tutto sta nel rimettersi in cammino senza paura. Magari ripartendo dal confronto con i Cinque stelle, lavorando sulle loro contraddizioni che stanno man mano emergendo. Non si può, del resto far finta di nulla. Un bel pezzo del nostro elettorato sta lì, facciamocene una ragione.

Ma senza informazione si può ancora chiamare democrazia?
Il pippone del venerdì/61

Giu 22, 2018 by     No Comments    Posted under: Il pippone del venerdì

La chiamano disintermediazione, usando l’arte, tutta italiana, di impiegare parole incomprensibili ai più per nascondere la fregatura che ti stanno dando. Tradotta in parole povere significa che l’informazione non esiste più e tutto diventa comunicazione, propaganda. In cui non conta la notizia, il suo fondamento, ma soltanto la tua abilità nell’usare il mezzo. Vince chi strilla meglio e più forte. Non è cosa da poco conto, non è una difesa di ufficio di una categoria, la mia, quella dei giornalisti, che in Italia rischia la scomparsa. E, a dire il vero, non fa neanche molto per evitarla.

Il fenomeno è noto: la società della comunicazione, fra internet, social, mail, blog e chat favorisce la comunicazione diretta eliminando, di fatto, la necessità di una figura intermedia, quella del giornalista appunto, che faccia da “filtro” fra il soggetto che ha necessità di comunicare e il pubblico. Fin qui la teoria è nota, nulla di nuovo. Per cui ci sarebbe da immaginare una evoluzione dei mass media “tradizionali” nel senso dell’approfondimento, dell’inchiesta, del reportage, del commento. Facendo un po’ di storia è quello che è successo alla carta stampata con la diffusione di radio e televisione. Esempio classico: se la partita me la dà in diretta la televisione, che senso ha fare la cronaca il giorno dopo sul quotidiano? Ben poco. Per cui resta uno stringato riassunto dei fatti per chi non abbia visto la partita né gli infiniti programmi che ce la ripropongono in tutte le salse, ma poi si punta sull’approfondimento, dalle pagelle sui giocatori, sui retroscena, sulle prospettive per la prossima giornata di campionato. I quotidiani, negli anni, sono diventati sempre più simili ai settimanali di un tempo, insomma: meno notizie, più servizi, detta in gergo giornalistico. La notizia si prende meno spazio e si punta sull’analisi della stessa, insomma.

La stessa cosa si potrebbe pensare – coinvolgendo anche le televisioni questa volta, perché l’era social rischia di travolgere anche la maniera tradizionale di fare informazione sul piccolo schermo – in un’epoca in cui il reperimento della notizia non è più il problema. Anzi da decenni ormai il giornalista è diventato una sorta di imbuto. Permettetemi una specie di revival personale, tanto ‘sta settimana mi è presa così, non parlerò di politica in senso stresso. Ho cominciato a fare questo lavoro a Paese Sera, nei primi anni ’90. All’epoca internet era per pochi, si cominciava appena a usare il modem per trasmettere i pezzi alla redazione centrale. In quegli anni ancora dovevi rincorrere le notizie. I politici non inondavano le redazioni di comunicati. Iniziò, credo fu il primo in assoluto, un giovane consigliere comunale verde, Athos De Luca, che ti mandava un paio di fax al giorno, con notizie curiose che di solito finivano nelle “brevi”. Aiutava a riempire il giornale. Poi si unirono anche i carabinieri che ti inviavano stringate note sulle operazioni più importanti. Il resto te lo dovevi andare a cercare. Piantonavi le riunioni della giunta comunale per aspettare di sapere quali fossero le delibere approvate. Ti attaccavi al telefono per cercare i commenti di maggioranza e opposizione, degli esperti, dei comitati dei cittadini. Certo, c’erano le agenzie di informazione, ma anche queste erano una base, su cui poi lavorare. A me hanno insegnato, insomma, che se devi fare un pezzo importante, un’apertura di pagina, devi andare nei posti, parlare con le persone e guardarle in faccia.

La stessa esperienza, anzi l’esempio è anche più evidente, l’ho avuta nei giornali locali dove ho lavorato negli anni successivi. Lì, spesso, non avevi manco l’aiuto delle agenzie che ti inondano di notizie su Roma, ma di Mentana parlano una volta a settimana. E tu devi riempire cinque pagine, mica devi scrivere dieci righe. E allora sei sempre in giro. Comune, caserma dei carabinieri, pro-loco, anche il caffè al bar. Di notizie preconfezionate, se vuoi fare un prodotto che stia sul mercato, manco una.

Negli anni, lo accennavo prima, il giornalista, al contrario, è diventato sempre più un imbuto: un selezionatore di notizie più che un cercatore delle stesse. Perché la mole di comunicazione che arriva dalle varie fonti è diventata soverchiante e all’editore costa meno avere un “culo di pietra” che sta tutto il giorno davanti al computer a copiare e incollare comunicati piuttosto che assumere cronisti che vadano in giro a cercare notizie e, soprattutto, a verificarle prima di scrivere. Lasciando da parte la cronaca, provo a stringere il mio ragionamento sulla politica, perché è in questo campo che l’effetto è più evidente.

Credo che Berlusconi sia stato anche in questo “rivoluzionario”. Quando annuncia la sua discesa in campo non lo fa con una conferenza stampa, ma appronta un set, con tanto di libreria finta, si fa girare il comizio da un regista di fiducia e invia la cassetta a tutti i tg. Crea un precedente di cui in pochi intuirono la portata all’epoca. Il risultato è che non hai più la possibilità di interloquire con il politico, di fargli domande, di metterlo in difficoltà, ma diventi un semplice megafono, amplifichi il messaggio. Renzi è stato un altro punto importante di questo fenomeno. Basta pensare alle cosiddette e-news, ma anche alla settimanale diretta facebook che travalica il mezzo e viene ripresa puntualmente dalla maggior parte dei mass media. I video ormai quotidiani di Salvini e Di Maio non sono altro che l’estremizzazione della videocassetta di Berlusconi. La linea comunicativa è sempre quella: Grillo, negli anni passati, l’ha proprio teorizzata. Si comunica direttamente con i militanti e gli elettori, si evitano le trasmissioni televisive e i giornali perché sono un elemento del sistema di potere che vogliamo abbattere.

Il risultato a me sembra una sorta di ritorno all’epoca in cui la magia aveva più seguito della scienza. Il passaggio della comunicazione attraverso il giornalista non è soltanto l’imbuto che separa le notizie che si ritengono di interesse da quelle che non hanno rilevanza pubblica. Questa visione dell’informazione come una specie di trattamento rifiuti applicato alle notizie è quello che sta portando l’informazione stessa alla sua scomparsa. Il giornalista, al contrario, dovrebbe essere quello che ti mette in dubbio. Che dice: “Scusi ministro, ma quello che lei dice non è vero”. Rappresenta una sorta di verifica “scientifica” sulle notizie. La scomparsa di questa funzione, di fatto, ci riporta all’epoca della magia. Perché sui social, che – in questo sistema – tendono non solo ad essere fonte prioritaria di informazioni per molti di noi, ma fonte anche per i mass media tradizionali, non c’è il confronto, la verifica, ci sono soltanto comunità di tifosi che accettano per vere soltanto le notizie che sono più vicine al loro pensiero. Le fake news, insomma, diventano vere se sono in linea con quello che immaginiamo, se rispondono al nostro “mito magico”.

Esempio pratico: Renzi e i suoi sostengono che l’abolizione della legge elettorale sia colpa (o merito a seconda dei punti vista) del referendum costituzionale del 2016. In realtà è noto che il referendum ha riguardato la riforma costituzionale e non il cosiddetto Italicum, bocciato e corrette dalla Corte costituzionale con un atto che con la consultazione popolare non c’entrava nulla. La Corte rinviò il suo giudizio a una data successiva a quella del referendum per cortesia istituzionale, per evitare che quella sentenza potesse in qualche modo influenzare il voto. Tutto questo è facilmente documentabile, anche leggendo direttamente la sentenza, che è molto chiara. Ma volendo ci sono tonnellate e tonnellate di articoli sull’argomento. Non serve a nulla: la tesi dell’ex segretario del Pd non solo viene ripetuta di continuo, ma trova masse di “fedeli” per cui si tratta di una verità assoluta e non si fanno convincere. Siamo nel campo della magia, dell’assunto per fede e non più in quello del confronto scientifico. Il No al referendum è la causa di tutti i mali, compresi i calli ai piedi. Punto e basta.

Il vantaggio di questa situazione è che così come acquisisci con grande facilità un considerevole numero di fedeli, in maniera altrettanto facile li perdi. Anche in questo caso Renzi docet. È passato nel giro di pochi mesi dall’avere la fiducia del 70 per cento degli italiani, e addirittura il voto di più del 40 per cento di loro, a consensi sotto il 10 per cento, come è avvenuto nell’ultima tornata delle amministrative in larga parte del Paese. La società della comunicazione, insomma, crea i suoi eroi rapidamente, ma, al contrario della società magica del passato, li distrugge con rapidità addirittura maggiore.

Ma tutto questo non può essere sufficiente. Perché la corretta informazione del cittadino non è una robetta da poco, ma il presupposto stesso della democrazia. Il pluralismo delle voci non può soccombere alla voce di chi grida più forte. E bene farebbero i giornalisti e le loro associazioni a dare l’allarme con maggior forza. E bene farebbero, soprattutto, a tornare a fare il loro mestiere che non è quello di fare il collage delle dichiarazioni dei politici, di mettergli il microfono sotto il naso. Perché l’argine alla società della magia è la scienza, non inchinarsi allo sciamano di turno.

Attenzione a non farli diventare eroi.
Il pippone del venerdì/57

Mag 25, 2018 by     No Comments    Posted under: Il pippone del venerdì

Qua bisogna fare l’opposizione, non pensare di rivolgere contro il nuovo governo i metodi usati da loro. La ragione è semplice: se hanno funzionato contro la politica “tradizionale”, rischiano di essere un clamoroso boomerang contro i “nuovi” arrivati. L’esperienza l’abbiamo fatta a Roma, dove la disastrosa sindaca Raggi, eletta ormai 2 anni fa, vive ancora in una sorta di luna di miele infinita con buona parte dei cittadini. Che hanno sì gli occhi pieni del degrado della città, ma in testa ancora troppo vivi i ricordi di Alemanno, di Mafia Capitale e dei consiglieri del Pd che vanno alla chetichella dal notaio per sfiduciare il sindaco eletto dai cittadini. E sono ancora pronti a perdonare la sindaca bollata come “inesperta”, ma “sempre meglio dei ladri che c’erano prima”.

Vedo gli stessi rischi nelle dinamiche che si stanno sviluppando a livello nazionale. Qualche svista nel curriculum del presidente incaricato diventa una violentissima campagna di stampa. Ora, non che non sia grave, ma nulla in confronto a cosa hanno combinato i governi precedenti. Vogliamo parlare di Banca Etruria? O degli attici al Colosseo ricevuti in regalo? Siccome, poi, la campagna viene lanciata addirittura dal New York Times, rischia addirittura di sembrare la reazione dei poteri forti al cosiddetto governo del cambiamento. Ancora una volta si ripropone l’antitesi fra l’establishment – brutto e cattivo – e l’indistinto bisogno di “nuovo” che anima questo nostro confuso paese. E’ stato nuovo Berlusoni, poi è stato nuovo Renzi. Adesso il fatto che Conte sia anche uno sconosciuto ai più lo mette automaticamente in buona luce. E anche i contrasti con il presidente Mattarella sul nuovo ministro dell’Economia rischiano di essere un ulteriore tempo di questa partita che porta voti e consensi a Lega e 5 Stelle. Perché una cosa sono le prerogative del Presidente della Repubblica, tutte molto vaghe e applicate in misura variabile a seconda della forza dei partiti che ha di fronte, un’altra il sentire comune degli italiani. Ora, a me non sta particolarmente simpatico Savona, ma dire di no a Salvini per un mero dissenso politico sarebbe l’ennesimo regalo fatto alla Lega. Secondo me quasi quasi ci sperano addirittura. Il format è sempre lo stesso: vecchia politica moribonda che vuole bloccare il cambiamento. E l’immagine del morto che afferra il vivo e lo vuole portare con sé non è proprio delle migliori.

Io credo che l’opposizione sia un’altra cosa. Come era facile immaginare alla fine, con mille difficoltà e mille giravolte, alla fine un governo si sta facendo. Piaccia o non piaccia ce lo terremo a lungo. La Lega vuole prendere in pieno l’onda che la sta sospingendo sempre più in alto di giorno in giorno. I 5 Stelle hanno bisogno di mettere in campo i provvedimenti necessari a far capire che sono in grado di mettere in atto i programmi a lungo agitati come mere clave. E ricorrere ai vecchi rituali della politica per fare opposizione sarebbe un suicidio. Lo dicono i risultati delle ultime consultazioni: dal 4 marzo si è votato in 3 regioni e per la sinistra è stato un bagno di sangue dopo l’altro.

Sarà anche un test di scarsa rilevanza ma il Pd non entra nel consiglio regionale della Val D’Aosta. Dal 1946 il Pci, Il Pds e i Ds – dei quali i democratici continuano a dichiarararsi parzialmente eredi – non avevano mai avuto forza enorme ma erano sempre stati rappresentati. Meglio va alla sinistra propriamente detta che – saggiamente abbandonato il logo di Liberi e uguali, ma su questo torno dopo – ha preso il 7 per cento e tre consiglieri.

Non è questa la sede per entrare a fondo sui temi da mettere al centro dell’opposizione. Segnalo soltanto che mentre Lega e 5 Stelle stavano trattando su fisco, lavoro, ambiente, mettendo al centro del loro “contratto” i temi con cui ogni giorno gli italiani fanno i conti, il Pd svolgeva una fantascientifica assemblea nella quale l’argomento era più o meno questo: votiamo Martina come segretario fino al congresso stabilendo una data, oppure non lo votiamo e lo facciamo restare semplice reggente, sempre fino al congresso, ma senza indicare subito una data? Alla fine il principale partito dell’opposizione manco questo è riuscito a decidere, rimandando lo scontro furibondo a una successiva assemblea. Il tema era così delicato, insomma, da scomodare mille e passa delegati per ben due volte. Nelle stesse ore i leghisti spiegavano ai cittadini con gazebo sparsi per tutta Italia il programma del futuro governo. La differenza non è poca.

E meglio non va se si pensa alla sinistra propriamente detta. Anche in questo caso l’appuntamento è una assemblea nazionale che si svolgerà domani, sabato 26 maggio, in un hotel alla periferia di Roma. Ancora un luogo chiuso, quasi a simboleggiare un destino. Sui limiti di questa convocazione ho già scritto e quindi la faccio breve. Ma gli ultimi sviluppi sono esilaranti. Prima arriva una comunicazione in cui si invita chi vuole intervenire a mandare una mail. Pare che le richieste siano centinaia e questo del crescente bisogno di apparire in prima persona in ogni occasione dovrebbe essere materiale di ampia riflessione. Nulla però si sa dell’ordine del giorno dell’assemblea. Secondo le poche notizie che arrivano dai giornali anche in questo caso ci sarebbe uno scontro furibondo in atto: diciamo subito che vogliamo fare un partito o lo si fa al termine del percorso? Che partito facciamo? Unitario o federato? Che si allea con il Pd o no?

Io vi voglio bene, ma qui si sta esagerando. Io credo che sarebbe bene decidere intanto, formalmente, che faremo un partito. E poi avviare una fase di discussione, se non va bene la parola congresso perché vi pare che “escluda”, chiamiamolo anche piripicchio, l’importante è il concetto. Ma soprattutto bisogna tornare nelle piazze. Perché non lanciare, dal prossimo fine settimana, una specie di “operazione verità”? Mille gazebo in tutta Italia nei quali mandiamo deputati, dirigenti e militanti. Megafono in mano, come si usava una volta, a spiegare agli italiani perché il programma del governo andrà a impoverire tutti loro. La flat tax, la ventilata chiusura dell’Ilva, una politica suicida sull’immigrazione. Facciamo un volantino chiaro dove scriviamo – solo per fare un esempio – che la tassa uguale per tutti è un regalo ai ricchi. Senza tante perifrasi. Diciamo poche parole, ma comprensibili a tutti chiare: meno ore di lavoro per tutti, a parità di salario; patrimoniale per i ricchi, tasse più basse per i redditi medio bassi. Mi fermo, ma l’elenco sarebbe lungo.

Mi prendo, infine, poche righe per aprire un breve ragionamento sugli spazi sociali. Uno dei problemi della nostra società, credo che ormai ci siano arrivati tutti, è la mancanza di società. Non è un gioco di parole: viviamo in un mondo dove ci sono sempre più “singoli” e meno comunità. E la sinistra non può che battersi contro questo fenomeno. Ecco, credo che questo sia uno dei terreni di azione. Non basta, ad esempio, essere solidali con la Casa delle donne di Roma, minacciata di sfratto (la questione è più complessa, ma la faccio breve) perché in arretrato con gli affitti. Bisogna dire che le esperienze sociali devono avere spazi a costo zero. C’è un patrimonio pubblico non usato. Vecchie scuole, negozi, interi palazzi vuoti. Si faccia un bando: li affittiamo a costo zero a chi mi garantisce un uso sociale. Anche ai partiti, ai sindacati. Tutto quanto fa “società”, crea punti di aggregazione deve essere protetto e incentivato dal pubblico. Poi magari si controlla, si fanno verifiche sulle attività, in maniera da evitare che qualche furbetto ci si faccia il ristorante o l’albergo abusivo. La questione sarebbe complicata, magari ci tornerò.

La finisco qui, sperando che di proposte come questa si parli all’assemblea di Liberi e uguali e non di astratte alchimie. A proposito, dimenticavo: troviamo un nome e un simbolo, che dicano chiaramente chi siamo. Leu credo sia definitivamente bruciato dal 4 marzo.

Tranquilli, siamo tutti su scherzi a parte.
Il pippone del venerdì/55

Mag 11, 2018 by     No Comments    Posted under: Il pippone del venerdì

Sintetizzo il quadro in cui ci troviamo. Nasce il governo più a destra nella (breve) storia della nostra Repubblica, con i voti di quelli che mai avrebbero fatto alleanze con chi “aveva rovinato l’Italia negli ultimi 20 anni”. Ora accettano perfino Berlusconi nel ruolo di badante interessata. Allo stesso tempo il capo del principale partito di opposizione, quello che, nell’immaginario collettivo, rappresenta la sinistra che fa? Chiama i suoi elettori alla mobilitazione? No, ci mancherebbe altro. Dice: adesso stiamo a vedere se siete bravi, popcorn per tutti. Intanto quelli della sinistra vera, ancora rintronati dallo scarso risultato elettorale non sanno bene se convocare un’assemblea nazionale unitaria: “Che gli diciamo ai nostri?”, è l’angosciata domanda aleggiata nel vertice di giovedì scorso. Mentre ci pensano bene, il prossimo ministro dell’Interno potrebbe essere quello della ruspa, quello che vuole cacciare gli immigrati a pedate, mentre il ministro degli Esteri potrebbe essere uno di quelli che voleva un referendum sull’uscita dall’Europa.

Sembra davvero un grande scherzo televisivo, quello ordito ai danni degli italiani. Che assistono quasi intontiti da questi due mesi di trattative. I mass media ci hanno convinto che un governo va fatto, ci hanno messo in mezzo anche gli europei, i soliti moniti sui nostri conti. Mattarella ha paventato un immediato ritorno alle urne e, come di incanto, tutto si è sbloccato. Caduti i veti dei 5 stelle, garantito Berlusconi che non partecipa al governo ma sta lì in caso di necessità. Tirano un sospiro di sollievo i 900 e passa parlamentari che temevano di restare a piedi.

Ci sono stati casi di panico acuto in questi giorni. Abbiano letto interviste drammatizzanti, ad esempio, di Roberto Speranza, autonominato coordinatore nazionale di Articolo Uno – Mdp, che preconizzava l’esigenza di un “campo largo”, di una nuova alleanza di centro-sinistra, profondamente innovata nei contenuti e nei partiti, che facesse da argine ai due contendenti veri della scena politica. E’ lo stesso Speranza che dopo il 4 marzo diceva che Leu aveva preso pochi voti perché percepita troppo in continuità con il Pd. Giovedì era pronto a farsi guidare da Gentiloni. Abbiamo letto di telefonate preoccupate di Renzi a Salvini: “Ma davvero non ce la fate a fare il governo?” Tutti presi dal panico, perché avevano ben chiaro che rischiavano la scomparsa o, quantomeno, la definitiva certificazione della loro irrilevanza.

Lasciato da parte il cinema e i popcorn, ho scritto tutto questo per arrivare a una domanda vera, la stessa che vi ripeto – lo so sono ormai a livelli ossessivi – da qualche settimana: non è che aveva ragione Nanni Moretti e che con dirigenti così non vinceremo mai? E la domanda seguente, quasi conseguente: non è che per Leu il 4 marzo sarebbe stato meglio stare sotto il tre per cento e rimanere fuori dal Parlamento? Forse era quello l’unico modo di liberarci una volta per tutte da queste mezze figure. Uno strano mix di vecchie cariatidi ferme al ‘900 e di giovani cresciuti con gli ormoni come i polli da batteria: sembrano belli e sani, ma sono soltanto gonfiati. E invece quel risultato miserello, ma sopra il quorum, ottenuto da Liberi e Uguali ci ha consegnato questo gruppuscolo di 18 parlamentari che un confronto vero con i propri militanti non ce l’ha proprio in testa.

Sabato 12 maggio è previsto il primo appuntamento pubblico di Articolo Uno. Sono passati più di due mesi dalle elezioni. Dopo una batosta simile si immagina un lavoro preparatorio, intenso, un documento nazionale discusso ed emendato a livello locale. Assemblee di base per stabilire i delegati a questa importante assemblea. E invece no. Si sono svolte le assise regionali senza manco sapere quale fosse l’ordine del giorno, né tanto meno chi avesse diritto di voto: una specie di grande seduta di autocoscienza dove ognuno ha parlato a ruota libera. Quella del Lazio, addirittura, manco si è conclusa: è stata aggiornata alla settimana prossima. E domani? Ingresso libero, solita sfilata di sedicenti leader della sinistra nelle sue varie forme, i soliti noti. Dalla Falcone, a Cuperlo, a Fratoianni, a Orlando. Un lungo elenco di bolliti che dopo aver sbagliato tutto o quasi negli ultimi decenni ci verrà a spiegare come continuare a farlo. Il congresso, Articolo Uno lo farà con calma, entro la fine dell’anno. E soltanto perché questo prevede il regolamento per ottenere i finanziamenti del 2 per mille, l’unica forma rimasta di contributo pubblico. Ancora cinema, insomma. E neanche di alto livello.

Allora che fare? Io sarei sempre per ripartire da assemblee al di fuori e al di sopra rispetto ai partiti esistenti. Che sono soggetti ridicoli, che non esistono più se non per dare un po’di medagliette da dirigente. Assemblee aperte, dove non ci si chieda da dove veniamo ma dove vogliamo andare. Non mi sembra, purtroppo, che ci sia lo spirito giusto. E allora bisogna combattere con i pochi mezzi che abbiamo, dentro questi partitini. Io lo farò, per le limitate forze che ho, dentro Articolo Uno. In questi mesi le scadenze elettorali, la necessità di fare comunque fronte comune, mi hanno indotto troppo spesso al silenzio e alla ricerca del compromesso. Da adesso, davvero basta. Lotterò, magari da solo, ma le spalle sono atte allo scopo, con pochi punti da cui partire.

  • Dimissioni immediate del gruppo dirigente nazionale di Articolo Uno. Speranza per primo. Non è possibile che in due mesi non abbiano sentito l’esigenza di avviare un confronto e abbiano continuato a parlarsi unicamente tra loro. Unica preoccupazione: come garantirsi il ritorno in Parlamento in caso di un nuovo voto. Grazie, non mi interessa. Sia chiaro a tutti che quando parlano non rappresentano che loro stessi. E siccome manco vanno d’accordo, a volte neanche quello.
  • Avvio altrettanto immediato dei “Laboratori della sinistra unita” in ogni quartiere. Su questo molto ho già scritto. Articolo Uno nasce un anno fa con questo scopo dichiarato. Sarebbe assurdo che proprio adesso decidesse di diventare a sua volta un partito con la propria struttura. E allora nessun tesseramento, nessun nuovo gruppo dirigente, si riparta da una forma il più aperta e inclusiva possibile, quella del “laboratorio” appunto. L’obiettivo è arrivare in tempo relativamente breve alla costruzione di un partito unitario. Non una federazione, perché sarebbe una presa in giro, una sorta di certificazione del fallimento. Semmai una forma nuova di aggregazione politica dove l’adesione possa essere sia a livello personale che collettivo. Nei laboratori si dovrà discutere e deliberare su pochi punti: la forma partito, la collocazione europea della nuova forza politica, i cardini essenziali per la stesura di una carta dei valori.

 

Io credo che la situazione, sempre che non sia tutto un grande scherzo, sia quasi disperata ormai per questo Paese. Sarà davvero la fine del bipolarismo destra-sinistra? C’è chi lo teorizza, quasi lo auspica, senza capire che, senza una forza che torni all’analisi marxista della società e la traduca nel mondo contemporaneo, non ci sono nuovi traguardi, c’è soltanto lo strapotere dei forti sui deboli. C’è il ritorno a una società dominata da quella élite che abbiamo combattuto dall’800 a oggi. Io credo che l’Italia sia una sorta di prova generale, siamo una specie di provetta dove i giganti della finanza sperimentano. E sarebbe bene che questo virus fosse isolato e battuto. Se ognuno di noi fa la sua parte con lo spirito che dicevo sopra ce la potremmo anche fare. Diciamolo in ogni occasione, nei partiti e nei movimenti di cui facciamo parte: non ci sono alleanza né campi da ricostruire, dobbiamo ripartire da noi stessi, dobbiamo ritrovare la capacità di parlare al nostro blocco sociale di riferimento. Prima la sinistra. Diciamolo forte, in ogni assemblea.

Cerca

mese per mese

dicembre: 2019
L M M G V S D
« Nov    
 1
2345678
9101112131415
16171819202122
23242526272829
3031