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Il pippone del venerdì/11.
Libera informazione per un libero Stato

Mag 19, 2017 by     No Comments    Posted under: Il pippone del venerdì

Agghiacciante. Non trovo altre parole per definire la discussione che si è sviluppata nel mondo politico dopo la pubblicazione sul Fatto quotidiano di una telefonata fra Renzi figlio e Renzi babbo. Agghiacciante il tono della discussione. Agghiacciante il contenuto. Agghiaccianti le parole usate. Neanche troppo nuove, a dir la verità.

Andiamo con ordine e mettetevi comodi, che facciamo un riassuntino. Accade che Marco Lillo, giornalista ex Espresso, una firma del giornalismo italiano, entra in possesso di una telefonata fra i due Renzi, con argomento l’inchiesta Consip, la inserisce in un suo libro e dà alcune anticipazioni sul giornale. Comunque la si voglia vedere ha un contenuto esplosivo: Renzi che dice al padre “mi stai mentendo”, lo invita a nascondere la presenza della madre a un incontro, poi ancora sostiene che il padre avrebbe mentito a un certo Luca e lo esorta a dire tutta la verità ai magistrati. Un notizione insomma. La mattina però sparisce dalle rassegne stampa dei principali canali televisivi. Ignorata per dare spazio a delitti di provincia e beghe assortite della politica. Sparisce dai tg del mattino. Sui siti se ne trovano poche tracce, mentre diventa in pochi istanti regina dei social network, rimbalza da tutte le parti, fin quando alle nove circa esce la replica di Renzi figlio, sempre su Facebook, il quale rivolta la telefonata a suo favore. Lo vedete? – attacca il neo segretario del Pd – Io non ho nulla da nascondere, ho anche trattato male mio padre per costringerlo a dire la verità, poi in realtà in seguito ho scoperto che aveva ragione lui.

A quel punto tutti i giornali si accorgono della notizia. Non di quella pubblicata dal Fatto, sia chiaro, ma della replica renziana. Spariscono tutti gli interrogativi che quella telefonata dovrebbe porre. Perché mamma Renzi non dovrebbe essere nominata? Chi è questo Luca di cui si parla? Ci sono stati questi incontri fra babbo Renzi e l’imprenditore Romeo, siano cene o aperitivi, o no? Niente di tutto questo: la stampa italiana quasi all’unisono alza gli scudi. Fino ad arrivare, il giorno dopo, a completare il quadretto familiare con un grande scoop del principale quotidiano del nostro paese: parla nonna Renzi. E ci mancava.

In  parallelo parte l’attacco concentrico. Il segnale della carica lo dà il neo presidente del Pd Matteo Orfini: per lui l’espressione “gogna mediatica” rispetto al trattamento riservato all’ex presidente del Consiglio non basta. Siamo all’eversione. Si vuole abbattere il partito a colpi di intercettazioni. Il presidente emerito della Repubblica, Giorgio Napolitano, tuona dall’alto del suo scranno: tutti ipocriti, sono anni che vi dico che serve una legge per evitare la pubblicazione delle intercettazioni. Serve un bavaglio e anche bello stretto. Segue scazzo violentissimo fra i due, ma questa è un’altra storia.

Sui social il tutto diventa più pecoreccio. Ci sono i professori di diritto  da bar che ti spiegano come l’intercettazione non abbia alcuna rilevanza penale e quindi non può finire su un giornale. Ci sono i fascisti di ritorno che si chiedono se sia possibile che un giornalista abbia – udite, udite – la possibilità di scegliere quali informazioni divulgare. Ci sono quelli che intonano una sorte di ode a Renzi, talmente pulito da prendere a schiaffoni telefonici il babbo discolo.

A chiudere il cerchio arriva l’intervista a Andrea Orlando, che smessi i panni di quello di sinistra nel Pd è tornato a essere il renziano ministro della Giustizia. Toni da fine del mondo. Approvare subito la legge in discussione: quella conversazione non doveva uscire, bisogna impedire la diffusione di intercettazioni di questo tipo, perché impedirne la pubblicazione, nell’era di internet sarebbe troppo complicato. Insomma, siccome malgrado tutti i nostri tentativi, qualche giornalista in questo paese, c’è ancora, tocca spezzargli le gambette. Rapidamente.

C’è qualcosa di strano in tutta questa canea alzata ad arte da bravi strateghi della comunicazione. Il tutto ha un sapore antico, una sorta di déjà vu. Basta tornare indietro negli anni, infatti, e troverete che gli stessi argomenti, gli stessi toni, furono usati da Berlusconi. Stesse supposte manovre eversive, stessa finta sindrome da accerchiamento, stessa situazione per cui si ha uno strapotere mediatico, ma si cercano di eliminare le poche voci che escono dal coro. Allora erano le frequentazioni notturne, ora sono i guai in famiglia. Stesso colpevole: l’informazione.

Fine del riassuntino. Ma prima di provare a fare qualche rapida valutazione, mi permetto di copiare e incollare un breve brano della carta dei doveri del giornalista, che mi servono per provare a spiegare il mio punto di vista. “Il giornalista ricerca e diffonde le notizie di pubblico interesse nonostante gli ostacoli che possono essere frapposti al suo lavoro e compie ogni sforzo per garantire al cittadino la conoscenza ed il controllo degli atti pubblici. La responsabilità del giornalista verso i cittadini prevale sempre nei confronti di qualsiasi altra. II giornalista non può mai subordinarla ad interessi di altri e particolarmente a quelli dell’editore, del governo o di altri organismi dello Stato”.

Insomma, non solo il giornalista ha il diritto di pubblicare notizie di pubblico interesse, ma ha il dovere deontologico di farlo. Per calare il principio nella vicenda di questi giorni: non ha sbagliato Marco Lillo a pubblicare la notizia, hanno sbagliato tutti quelli che l’hanno ignorata e poi hanno dato conto solo della replica di Renzi. Per quale motivo? Perché non hanno ottemperato a un dovere deontologico, la responsabilità di informare i cittadini. Con quelli dovete prendervela. E badate bene, che rendere ancor più segrete le intercettazioni, o gli atti giudiziari in genere, ci rende un paese più povero, più debole.

La politica, se fosse ancora un potere dello Stato e non un guazzabuglio di consorterie contrapposte, avrebbe il compito di rendere più facile il lavoro dei mass media, che se fanno il proprio dovere fino in fondo quando sono elemento di controllo nei confronti dei poteri dello stato. Il famoso quarto potere. E il giornalista ha il dovere deontologico perfino di violarle quelle leggi che cercano di mettergli il bavaglio. Ora, si potrebbe dire, ma era proprio necessario conoscere il cazziatone di Renzi al babbo? Assolutamente sì. Non avrà rilevanza penale, anche se, come dire… un presidente del Consiglio che invita un familiare a nascondere alcuni particolari a un magistrato… non è che mi suoni proprio bene. Ma quella intercettazione è assolutamente rilevante dal  punto di vista politico. E’ una notizia che il cittadino elettore deve sapere per potersi formare liberamente un suo giudizio sulla vicenda e sui personaggi coinvolti. La formazione di un libero giudizio è necessariamente condizionata dalle informazioni sulle quali ti puoi basare.

E il fatto che, senza ormai distinzione di schieramento, quando si è in difficoltà, un personaggio pubblico come il segretario di un partito si appelli alla privacy non è un bel segnale per lo stato della nostra democrazia.

Proprio nelle stesse ore, per fare un esempio di cosa accade in altri paesi, negli Stati uniti i giornali on line pubblicano l’audio di una telefonata di un parlamentare repubblicano che accusa il suo presidente di essere pagato da Putin. Non mi pare di aver letto reazioni come quelle nostrane. Nessuno si chiede se sia legale o meno pubblicare quella telefonata, perché nella loro cultura hanno il rispetto del ruolo dell’informazione, come elemento essenziale della democrazia.

Si dice, inoltre, beh ma i giornalisti devono pur avere una responsabilità se pubblicano notizie false. Ci mancherebbe che non fosse così. In Italia vengono condannati pure se pubblicano notizie vere. Gli strumenti li abbiamo tutti, anche troppi. Qualche dato per spiegarmi meglio: oltre il 70 per cento dei provvedimenti per diffamazione si concludono con l’assoluzione del giornalista. Come dire: è talmente facile querelare un giornalista che è diventato uno strumento di pressione. Io ti querelo, ti costringo ad affrontare spese legali (in totale oltre 50 milioni l’anno) poi verrai anche assolto, ma intanto ti devi sottoporre al processo. E alla fine, come quasi sempre accade, non viene neanche condannato il querelante al pagamento delle spese legali. E’ evidente come, soprattutto per i giornali più piccoli, tutto questo può diventare un peso troppo grande da sopportare e quindi ci si autocensura per evitare guai. Poi, ci mancherebbe, ci sono anche i giornalisti che diffamano: nel 2015 ci sono stati 155 colleghi condannati a pene detentive, solo per dare un dato, su un totale di 475 sentenze di condanna. Tempo medio del procedimento: oltre tre anni.

Ecco, a me piacerebbe che il ministro della Giustizia, il campione della sinistra Pd, facesse sentire la sua autorevole voce su questo problema. Si potrebbe ad esempio escludere la querela quando il giornale rettifica, si potrebbero rendere più rischiose le querele temerarie rendendo obbligatorio il pagamento delle spese processuali in caso di assoluzione. Non sono un tecnico, ma le soluzioni si possono trovare.

Io mi aspetto, insomma, che la sinistra si batta per la libertà di informazione, anche quando finisce sotto torchio, non che si batta per mettere ulteriori bavagli. Poi un giornale può piacere o meno. A me personalmente il Fatto annoia e Travaglio mi sta antipatico. Ma se non ci fosse saremmo tutti poveri, perché le voci servono tutte, anche quelle che ti strillano nell’orecchio.

E guardate, la finisco qui, che i giornalisti hanno un grande giudice naturale e implacabile: i lettori. Se fanno bene il proprio lavoro, i giornali escono e acquistano un pubblico più grande. Quando diventano semplici megafoni del potente o del segretario di turno, meri volantini di propaganda, allora non li legge più nessuno. E’ il mercato, non basta avere una testata prestigiosa, devi onorare tutti i giorni il tuo compito. Informare.

#Iolavedocosì.
Votare Orlando il 30 aprile?
Un errore politico e una scorrettezza

Apr 4, 2017 by     No Comments    Posted under: dituttounpo'

downloadHa cominciato Gianni Cuperlo, con un esplicito invito a Bersani e ad Articolo Uno, in sostanza: il 30 aprile venite votare alle primarie del Pd per dare una mano a Orlando. Poi ha continuato Goffredo Bettini (che io tra l’altro ricordavo strenuo sostenitore di Renzi e Orfini, mi devo essere perso qualche passaggio), più mellifluo il suo appello: “Confido che il messaggio di Orlando arrivi all’insieme del centrosinistra, che aspetta il momento della riscossa e dell’unità; superando quelle divisioni volute più dai gruppi dirigenti per coltivare orticelli, che dai cittadini e i militanti che da tempo hanno dimostrato, soprattutto nelle città, di avere un sentire comune e la voglia di stare insieme contro la destra e la demagogia”.

E poi da li a ruota molti orlandiani si sono scatenati sui social, arrampicandosi su sentieri scoscesi e ricchi di olio, pur di dimostrare che il regolamento delle primarie del Pd permetterebbe un voto da parte di chi del Pd non è elettore. Manca solo Orlando, ma allora sarebbe disperazione pura.

Intanto non è vero che alle primarie del Pd possa votare chiunque. L’articolo 10 è molto chiaro: devi sottoscrivere un documento dove dichiari di sostenere il partito e condividere la sua linea politica. Poi non ti fanno l’analisi del Dna, diranno che in passato hanno votato folle prezzolate e truppe aviotrasportate, le regole sono chiare, però.

Ma il punto politico è un altro. Non la faccio lunghissima e procedo schematicamente.

1) Sono uscito dal Pd nel luglio del 2015, nel frattempo ho votato alle amministrative e a due referendum, sempre in contrasto con la linea decisa da Renzi, ho lavorato – e continuo a farlo – alla costruzione di una forza di sinistra, alternativa al Pd, che marchi una netta discontinuità con le politiche neoliberiste che hanno affascinato negli ultimi anni le forze che fanno riferimento al Pse. Come potrei mai firmare un documento in cui dico di condividere il progetto e la linea politica di un partito che ha proposto e approvato: introduzione del pareggio di bilancio nella Costituzione, fiscal compact, abolizione dell’articolo 18, legge ammazza scuola, legge elettorale truffa, riforma costituzionale in senso autoritario? E mi fermo qui, ma potrei continuare.
Non sarebbe né serio, né rispettoso, né corretto, insomma, andare a scegliere il segretario di un partito di cui, ormai, non sono non condivido la linea politica, ma neanche il progetto di fondo. Sarà anche vero che la destra nel 2013 scese in campo a favore di Renzi, non so. Ma noi siamo diversi, anche su queste cose.

2) Anche volendo passare sopra alle considerazioni regolamentari ed etiche di cui sopra, qualcuno mi spiega perché dovrei votare per uno che fino all’altro ieri ha fatto il ministro di Renzi senza mai non dico sbattere il pugno, ma neanche provare a instillare qualche dubbio, qualche idea di sinistra, nel programma della compagine governativa? La cosa più di sinistra che ha fatto Orlando in questi anni è stata chiedere la conferenza programmatica all’assemblea nazionale convocata per avviare l’iter congressuale. Insomma, anche a voler essere spregiudicati, la candidatura di Orlando sembra più decisa a tavolino per arginare la crepa che si è aperta, piuttosto che rispondere a una qualche vera esigenza politica.

3) Non capisco per quale motivo Articolo Uno dovrebbe sprecare tempo energie in questa impresa. Io non ho alcuna intenzione di tornare in un partito, lo ribadisco, è alternativo al campo che vorrei costruire. Il che non vuol dire che non ci possano essere rapporti con il Pd, alleanze locali, convergenze programmatiche a livello nazionale. Tutt’altro, sarebbe miope e minoritario non porsi il tema. Al momento opportuno. Ma, vivaddio, che il Pd faccia il Pd e la sinistra faccia la sinistra! Abbiamo da fare abbastanza, sinceramente, dobbiamo ricostruire dal nulla, anzi dalle macerie lasciate in questi anni, un campo di forze che torni a essere percepito come una speranza per il nostro paese. Le elezioni dei segretari altrui, non ci devono e non ci possono riguardare.

4) Infine un rispettoso “rimbrotto” a Cuperlo: io credo che il suo appello sia stato scorretto (per le ragioni che ho scritto all’inizio). E non riconosco in quelle parole il politico rispetto e di rigidità quasi “monastica” che ho apprezzato in tanti anni di comuni frequentazioni. E, la finisco davvero, lo ritengo anche sbagliato tatticamente, un segno di evidente confusione e debolezza. Capisco che le compagnie che frequenta non sono esaltanti, ma se le è scelte. E noi, comunque, lo aspettiamo sempre. A braccia aperte.

Lo spiegone del lunedì/4
Ve lo do io il congresso

Apr 3, 2017 by     No Comments    Posted under: lo spiegone del lunedì

spiegoneE’ un dato di fatto che i renzini hanno un livello di confusione mentale al di sopra della norma. Per cui non è strano rilevare che sono addirittura convinti che nel Pd si facciano congressi, parlano di “interessante confronto”, qualcuno parla dei programmi dei candidati. Poi se gli chiedi “sì? Che dicono?” fanno scena muta. A sera, però, si chiedono fra loro “chi ha l’aggiornamento delle sezioni scrutinate?” Insomma, è un congresso o sono elezioni?

Ora, come al solito, è un’esercizio di stile, spiegare qualcosa a un renzino è come provare a accendere il fuoco con l’acqua. Eppure insistiamo. Qualche barlume di ragionevolezza in alcuni di loro dovrà esserci ancora. Partiamo da un assunto facile. Lo statuto del Pd non prevede lo svolgimento di congressi. L’articolo 9 è intitolato Scelta dell’indirizzo politico mediante elezione diretta del Segretario e dell’Assemblea nazionale. Parole significative. E all’interno dell’articolo si spiega poi che ci sono due fasi: quella delle convenzioni (orribile traduzione delle convention americane) riservate agli iscritti che hanno sostanzialmente la funzione di selezionare le candidature da sottoporre poi alle primarie, che sono aperte a tutti gli elettori del Pd stesso.

Insomma, badate bene alle parole: l’indirizzo politico del partito si sceglie attraverso l’elezione del segretario. Il partito personale sta tutto in questa affermazione. Insomma, per dirla semplice, gli iscritti al Pd non fanno i congressi, selezionano candidati. Non vi date troppe arie.

Ma cosa è un congresso? Gli ultimi che ricordo sono quelli che svolgeva il Pci. E consistevano nell’esatto contrario di quanto previsto nello statuto del Pd, una formazione politica di natura primordiale che si potrebbe definire un meta partito. I congressi consistevano nella formazione di una linea politica, attraverso il concorso di tutti gli iscritti e nella selezione, una volta scelta la linea politica, della classe dirigente più adatta a portarla avanti. Insomma, il percorso era capovolto. E come si faceva? Era un percorso lungo. Il comitato centrale uscente approvava le cosiddette “Tesi congressuali”. Un documento, complesso, che analizzava la situazione politica a tutti i livelli, lo stato del partito, e poi proponeva le soluzioni e indicava l’azione che avrebbe dovuto compiere il Pci per cercare di far diventare realtà le soluzioni proposte.

Questo documento arriva nelle sezioni locali, dove si facevano i congressi. Si formavano tre commissioni. Politica, che esaminava i documenti presentati e gli emendamenti; elettorale, che proponeva i candidati al direttivo e i delegati al congresso di federazione; verifica poteri, che aveva il compito di garantire la regolarità del congresso. Da notare che la commissione verifica poteri non era composta da esterni, come succede adesso nel Pd. Perché nel Pci partivi dal presupposto che gli altri iscritti, i compagni, come si diceva allora, erano brave persone e non tendevano a fregarti neanche quando non la pensavano come te.

Apriva il congresso la relazione del segretario uscente, partiva da un panorama sulla situazione politica, poi faceva un bilancio dell’attività della sezione. A seguire iniziava il dibattito e si presentavano gli emendamenti alle tesi congressuali. Ciascun iscritto poteva, insomma, proporre una sua visione politica. Si andava avanti due giorni, come minimo. E poi si votava. Era però il momento meno partecipato, di solito, del congresso. Perché l’importante era il confronto, spiegare il proprio punto di vista e ascoltare quello degli altri. L’indirizzo politico si formava così. Un compagno dirigente inviato dalla federazione locale, concludeva il dibattito, facendo una sintesi e rispondendo agli interventi degli iscritti.

Lo schema si ripeteva ai vari livelli organizzativi per arrivare poi al congresso nazionale. Che durava più giorni e si concludeva con l’approvazione del documento finale, dopo aver discusso tutti gli emendamenti che avevano superato i congressi locali. E l’elezione dei nuovi organismi dirigenti, dal comitato centrale alla commissione di garanzia. Organismi snelli, tra l’altro: nel Pci che superava i 2milioni di iscritti il comitato centrale (ovvero il parlamento) era di meno di duecento persone. Il Comitato centrale, a sua volta, eleggeva il segretario generale e la direzione nazionale. Nell’ultimo periodo, primo elemento di degrado il segretario venne eletto dal congresso. Poi nei Ds si istituì l’elezione diretta del segretario e la discussione politica, vero fulcro dei congressi di un tempo, ha perso man mano significato e i congressi sono infine diventati convenzioni. Ultima notazione, utile anche ai compagni di altri partiti che hanno idee confuse. Il percorso del congresso partiva dalla base e andava verso il livello nazionale, fare il contrario si chiama cooptazione, non congresso.

Ovviamente non si vuol dare un giudizio di merito, quale della forma sia migliore, ma semplicemente fare un po’ di chiarezza. Di confusione in giro ce n’è già troppa.

 

Tutto questo per la precisione.

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