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E la sindaca si mise a fomentare l’odio.
Il pippone del venerdì/134

Mar 27, 2020 by     No Comments    Posted under: Il pippone del venerdì

Ora, sono stato a lungo indeciso se fare un lungo pippone sulle contraddizioni della società del profitto che questo virus sta sempre più mettendo a nudo, o, invece, continuare nella disamina iniziata da due settimane sulle nostre reazioni “sociologiche” alla quarantena a cui siamo sottoposti oramai da parecchi giorni e di cui neanche è possibile ipotizzare la fine.

Propendo per la seconda ipotesi, non fosse altro per il fatto che dovrebbe essere ormai del tutto evidente come la società capitalistica, così come è stata costruita negli ultimi decenni, sia incompatibile con la salvaguardia dell’ambiente e con la stessa salute dei cittadini. I governi, la dico brutalmente per non farla lunga, si sono trovati di fronte a un bivio senza terze vie: o pensare alla salute del proprio popolo o cercare di salvare l’economia. Non sempre hanno scelto la prima, salvo drammatici e tardivi dietrofront di cui stanno pagando le conseguenze i loro popoli.

Per quanto riguarda, invece, le nostre reazioni alla quarantena, mi pare che mettano in evidenza ancor di più tutti i nostri difetti e le nostre virtù. Mi sono emozionato fino ad avere le lacrime agli occhi, lo confesso, ascoltando un medico cubano, catapultato dai Caraibi alla gelida Crema, non solo ringraziare gli italiani per l’ospitalità, ma anche rispondere con la massima naturalezza all’intervistatore che gli chiedeva fino a quando si sarebbero fermati, che loro “sarebbero rimasti lì fino a quando il popolo lo avrebbe ritenuto utile”. “Le nostre famiglie – ha spiegato – lo sanno bene, siamo stati in Africa a combattere l’ebola, ora siamo qui”. Parola chiave di tutto il ragionamento; solidarietà. Il loro motto è “non offriamo ciò che ci avanza: condividiamo quello che abbiamo”. E attualmente medici cubani sono presenti in 70 paesi diversi.

Non so se sia l’educazione socialista in salsa cubana, del resto va ricordato che fu un tal Ernesto Guevara a teorizzare il sistema della “medicina sociale”, o proprio una caratteristica di quel popolo, che fa della socialità, del calore umano uno dei suoi tratti distintivi. Non ho visto medici con la bandiera blu dell’Europa, mi sarebbe piaciuto.

Mi sono commosso anche, quando vogliamo anche noi italiani non siamo da meno, nel vedere l’altissimo numero di risposte che ha avuto il bando della protezione civile con il quale si cercavano 300 medici da inviare nelle zone più colpite dal virus. Hanno risposto “presente” in ottomila. Una straordinaria gara di solidarietà.

Mi commuove un po’ meno la “call” lanciata dalla sindaca di Roma, la famigerata Raggi, che chiama i cittadini romani a segnalare eventuali assembramenti (ovvero un minimo di tre persone radunate senza apparente motivo) utilizzando il sito del Comune. Non si rende conto del clima da tutti contro tutti che c’è nella nostra città. Del resto alla sindaca rispondono i vigili che pattugliano le strade ormai con una certa continuità (certo ci sono voluti una decina di giorni dall’inizio della quarantena), ma lo fanno a volte inventandosi di sana pianta norme che non esistono, spesso con arroganza immotivata.

Chiunque di noi, attraverso i social, ha ormai un patrimonio di testimonianze di tutto rispetto. A me, personalmente, hanno segnalato casi di lavoratori ospedalieri che, dopo una notte di lavoro, sono stati fermati da una pattuglia e costretti a tornare in ospedale scortati dagli agenti per dimostrare che non stavano in giro per divertirsi. Per non parlare delle persone prese a parolacce dalle finestre perché stavano in strada. Una di loro, lo racconta lui stesso, stava andando a donare il sangue. Ma poco importa, prima ti tiro il sasso, fra un po’ neanche troppo metaforico, poi verificherò se magari avevi ragione tu.

E’ cronaca l’ondata di odio vero e proprio prima contro gli sportivi, ora contro i proprietari di cani. E’ lo stesso meccanismo che ci portava fino a poche settimane fa a insultare gli immigrati, che poi ci ha fatto concentrare sui cinesi.  Abbiamo bisogno di individuare un nemico. Adesso dobbiamo pur sfogare su qualcuno le nostre paure e le nostre frustazioni.

Insomma, stiamo tutti un po’ svalvolando. Lo conferma il tasso di false notizie che, con la complicità perfino di parlamentari e giornalisti, continua a moltiplicarsi con una curva che si impenna più di quella del virus. Per non parlare delle assurde discussioni sulla qualunque. A partire addirittura dai famosi moduli che si usano per certificare le proprie uscite, sui quali ci sono da settimane polemiche surreali sulle frasi usate dal ministero e sul fatto che cambiano ogni volta che variano le restrizioni decise. Ci sono appassionati del genere che passano le loro giornate a discutere sulle virgole e sui punti. Per non parlare degli audio che girano incontrollati nelle chat. C’è una diffidenza crescente per tutto quello che è ufficiale, magari anche generata da una comunicazione non sempre all’altezza della situazione.

E in questa fase la sindaca della Capitale, per tornare al ragionamento iniziale, che fa? Io mi sarei aspettato che organizzasse un servizio di consegna a domicilio della spesa per gli anziani, per chi ha problemi. Mi sarei aspettato che potenziasse i servizi sociali. No, tutte queste cose le sta organizzando la Regione, che non ne avrebbe le competenze, ma si sporca le mani. La sindaca, invece, pensa bene di fomentare l’odio sociale che cresce nelle case in cui siamo sbarrati. E così siamo al controllo partecipato delle strade. Sarebbe bene impiegare le forze dell’ordine e i mezzi che il Campidoglio ha a disposizione per proteggere i luoghi più a rischio, a cominciare dalle case di riposo, ma anche dai campi nomadi, lasciati senza la minima assistenza sperando che tutto vada bene. Potrebbe, la sindaca, pensare ai tanti senza tetto, che rischiano di essere, inconsapevolmente un vettore incontrollabile dell’epidemia. Ci sono centinaia di alberghi vuoti a Roma, non è che si possono requisire?

No, la sindaca è impegnata a controllare i parchi, deserti. Buon lavoro, ai romani non resta che incrociare le dita. Gli sceriffi fai da te ci osservano dall’alto.

Tranquilli: la pizza margherita non è contagiosa.
Il pippone del venerdì/133

Mar 20, 2020 by     No Comments    Posted under: Il pippone del venerdì

Quei pochi che mi seguono sanno che, in questi giorni di semireclusione, ho scelto di usare i miei account social per cercare di contrastare la diffusione di bufale e provare, al contrario, a dare notizie utili e verificate, quelle che arrivano dalle fonti ufficiali. Unica eccezione è il pippone del venerdì, altrimenti si rischia la sommossa. Tornando a parlare seriamente. Dopo una giornata passata praticamente senza interruzioni davanti al cellulare, posso capire quanto sia complicato lavorare a un call center. Per di più a uno dedicato al tema del coronavirus.

Nel mio piccolo ho potuto verificare quanto siano diffuse e quanto siano pericolose le bufale. Servirebbe un inasprimento delle pene e una task force della polizia postale in azione h 24 per individuare e perseguire chi le confeziona. Basta poco e si creano allarmi pericolosi per l’incolumità di tutti.

Piccola collezione di cose che ho trovato in rete e ho provato a contrastare, con alterne fortune. Dico con alterne fortune perché, forse anche più del solito, la facilità con cui si diffonde una falsa notizia è disarmante. Il meccanismo  sempre lo stesso, come già ampiamente scritto nei mesi passati, di chi credeva alla magia nel medioevo: se uno ha una determinata convinzione è portato a credere a tutto ciò che la rafforza. In giornate in cui siamo tutti preoccupati e ansiosi questo meccanismo si moltiplica e spezzarlo è un’impresa complicata.

Parto dalla più grave, secondo me. Gira da una decina di giorni questo fantomatico messaggio che prefigura uno scenario apocalittico: in caso di dichiarazione di pandemia, si legge, l’organizzazione mondiale della sanità fermerà il mondo per 21 giorni. E via con particolari assurdi, si parla dell’applicazione di un fantomatico protocollo Bsl-4, si prosegue con l’istituzione di punti di approvvigionamento che saranno gestiti dall’esercito e via dicendo.

Ora se voi digitate su google “protocollo Bsl-4” vi appaiono nel giro di pochi secondi almeno dieci siti specializzati nella verifica delle notizie che vi spiegano come e perché si tratta di una bufala. In realtà basterebbe anche fare mente locale e pensare che l’Oms già da qualche giorno ha dichiarato che ci troviamo in una situazione di pandemia e che non è successo nulla di tutto questo. Niente da fare. La bufala è entrata nella profondità dei social e la diffondono anche persone con una certa cultura, sopra la media direi. Ogni post su questo tema ha decina di condivisioni. Perché, evidentemente, sono tutti convinti che servirebbero misure più radicali di quelle prese dal governo e inconsciamente sperano che si arrivi all’esercito che distribuisce il cibo.

Sempre per parlare di bufale, ieri il capo della protezione civile, nella conferenza stampa quotidiana, ha dovuto smentirne un’altra, forse meno “drammatizzante”, ma anche questa potenzialmente pericolosa: i cani non trasmettono il virus, come, aggiungo io basandomi sulla mia esperienza di questi giorni, non lo trasmettono le strade, né la pizza. Inciso: non fatemi trovare un cane abbandonato per questa assurda panzana perché divento violento.

Ma parliamo della pizza. Ora vi spiego. Una delle richieste che mi sono arrivate ieri suonava più meno così: il governo ha vietato la pizza margherita, è vero che ci si può contagiare mangiandola? Istintivamente ho risposto che il governo non aveva vietato la pizza margherita e che un cibo cotto in forni ad altissima temperatura al massimo ti può scottare le dita. Poi (santo google e usatelo ogni tanto) ho cercato e ho trovato la verità. Perché c’è un fondo di verità: la Raggi (santa donna ma non c’hai proprio un cavolo da fare?) ha vietato ai forni di produrre pizza differente dalle classiche romane: la bianca e la rossa. Per quale motivo non si capisce bene. Da noi prendono una decisione e non te la spiegano, così poi ciascuno si fa film assurdi come la signora che domandava lumi. Pare però che la ragione sia quella di limitare le necessità di approvvigionamento di materiali freschi, il cui arrivo è necessariamente giornaliero e quindi aumenta la circolazione in strada e i contatti fra le persone. Le pizzerie che fanno consegne a domicilio, invece possono fare tutti i tipi che vogliono.

Per cui: tranquilli, la margherita non è contagiosa. Speriamo non lo sia neanche la Raggi. Perché il coronavirus finirà presto, la sindaca ce la dobbiamo tenere per almeno un annetto ancora.

Potrei continuare per pagine e pagine, perché in una sola giornata mi sono arrivate una ventina di richieste, compreso l’orario di apertura del punto di raccolta sangue in una parrocchia.

Ultimo aspetto che volevo mettere in evidenza: quello che sta succedendo in tutto il mondo, con accaparramenti furibondi, lotte per conquistare l’ultimo rotolo di carta igienica, fuga dalle città più a rischio e via dicendo, ci dice che non siamo proprio così caciaroni e indisciplinati come ci dipingono. Siamo forse meno “popolo” di altri. Nel senso che ci mettiamo a cantare l’inno e ci indigniamo delle frontiere chiuse ma poi ci dividiamo anche in queste occasioni. Francamente il comportamento di alcuni governatori e della Lega in Parlamento, questo davvero, fa rimpiangere l’esercito cinese.

Non riusciamo proprio, malgrado le ridondanti e retoriche dichiarazioni di patriottismo, il “siamo italiani” gridato a tutto il mondo con orgoglio, a essere uniti, a essere compatti. A me, che non canto l’inno e continuo a sentirmi cittadino del mondo, tutto questo fa un po’ tristezza. Come un simpatico romano che ha scritto su Facebook che la colpa è dei rom (prima erano i cinesi, poi i milanesi, ora diamo addosso ai rom che tanto non li difende nessuno come al solito).

Come quel cittadino della Magliana (Roma) che dopo l’inno d’Italia, durante la balconata delle 18, ha pensato bene di far sentire a tutti un discorso del suo duce. Negli stessi giorni, un gruppo di tedeschi, in segno di amicizia verso l’Italia, ha cantato “Bella ciao”, ognuno sul suo balcone, che poi, insieme all’inno di Mameli, ci starebbe anche bene, perché parla della lotta contro gli invasori. E il virus, un po’ come i fascisti di allora, è un invasore.

O meglio: i fascisti di un tempo, un po’ come il Covid 19, sono un virus, che non siamo ancora riusciti a debellare. E, allora, l’inno affacciato al balcone proprio no. Mi ascolto Bella ciao e la canto con gli amici tedeschi, spagnoli, cinesi. Perché la nostra patria è il mondo intero.

Coronavirus, dacci oggi la nostra bufala quotidiana.
Il pippone del venerdì/132

Mar 13, 2020 by     No Comments    Posted under: Il pippone del venerdì

State tranquilli, non farò appelli, non darò consigli medici, non vi dico come si fanno mascherine ultrasicure. Non sono un medico, tanto meno un virologo, non sono neanche un tecnico, quindi mi astengo. Non va di moda, ma sono fatto così, cerco di parlare di cose che conosco.

Alcune considerazioni, però, mi viene da farle, in queste giornate in cui ci si litiga perfino il cane per trovare una scusa per uscire di casa qualche minuto (si può fare, è previsto, non spargiamo bufale). Intanto il virus ha messo in evidenza quanto sia fragile il nostro modo di vivere, la nostra società. Qualche lontana reminiscenza dei miei studi di sociologia mi ha fatto venire in mente che si potrebbe rappresentare su un grafico la curva fra il livello di sicurezza di una società e il suo grado di apertura all’esterno.

E’ chiaro che un villaggio su un’isola sperduta non sarà mai soggetto a epidemie causate da agenti patogeni non presenti sull’isola stessa (ma attenti agli uccelli), mentre al contrario una metropoli contemporanea dove circolano milioni di persone che hanno contatti sociali, viaggiano, si spostano di frequente, sarà più soggetta a contagi. Di tutti i tipi.

E non credo sia mera casualità se il corona virus ha colpito più pesantemente l’Italia del Nord rispetto al resto del Paese. Quella centralità, soprattutto economica, vantata da chi negli anni ha perfino chiesto la secessione, espone quella parte del Paese più che altre zone. Fra le regioni meno colpite c’è la Basilicata, tanto per dire.

Ma la fragilità della nostra società ha anche altri aspetti, meno evidenti. Intanto questa emergenza ci segnala quanto siano a rischio le nostre libertà, perfino quella di camminare in un parco (anche questo si può fare). Basta un esserino che manco si vede per mettere a rischio conquiste sociali per le quali ci sono voluti decenni di lotte.

La seconda fragilità è il livello di nervosismo che ha raggiunto la nostra società. Il coronavirus ha fatto da amplificatore a tutte le nostre paure, i nostri tic, le nostre paranoie. Avevo già accennato qualcosa nello scorso pippone, ma queste ultime due settimane ne sono state la riprova certificata.

 

Avete  notato quanto sia aumentata la quantità di bufale che girano? E quanto sia aumentata la credulità della gente? Ne ho lette di tutti i colori e ne ho viste di tutti i colori (pur girando lo stretto indispensabile, ma la cucciola dovrà pure uscire per sgranchirsi le zampe). Mi è capitato perfino di scrivere un post su Facebook indicando alcune bufale clamorose e ho trovato commenti seri in cui si argomentava pro e contro una determinata tesi. Neanche aver scritto esplicitamente che si trattava di bufale ha rassicurato i miei interlocutori.

Si passa da chi lancia petizioni online contro il Governo dittatoriale a chi invita alla delazione per chi infrange le regole senza soluzioni di continuità.

Ho visto gente che gira con le mascherine anche in macchina, ho letto che sono vietati gli ascensori, che si può andare in auto ma soltanto da soli, anzi due al massimo, ma uno deve stare per forza dietro, chi la smart, però, può chiedere l’esenzione. Ho visto gente che si mette al balcone per controllare che nessuno esca e fornisce anche presunti numeri verdi a cui segnalare chi sta in strada. Che poi se mettessimo la metà dell’attenzione a vigilare su chi butta l’immondizia fuori dai cassonetti avremmo risolto il problema dei rifiuti a Roma.

La sospensione del campionato di calcio è stata un po’ la goccia che ha fatto traboccare il vaso: siamo passati da innocue discussioni sulla concessione di un calcio di rigore, alle soluzioni per combattere un virus. Ieri eravamo tutti allenatori, oggi siamo tutti virologi. Non vi sfuggirà l’evidente pericolo insito in questa trasformazione.

E’ evidente, insomma, che, non avendo la maggior parte di noi granché da fare, la comunicazione social subisca un’impennata e con questa il livello di bufale. Sconforta però che anche in una situazione così grave ci sia chi si diverte a diffondere balle. E sconforta ancora di più che trovino un ampio pubblico disposto a credere a qualsiasi cosa. Anche quando basta fare un click andare sulla home page del Governo e si trovano tutte le risposte alle domande più comuni. 

I mezzi di comunicazione tradizionali non stanno messi meglio. Ieri ho sentito il giornalista del Tg3 regionale del Lazio affermare che “correre nei parchi non è espressamente vietato ma è caldamente sconsigliato”. Ora, fermo restando che il consiglio generale è nel titolo della campagna di comunicazione, si chiama “io resto a casa”, più chiaro di così si muore, ma, detto questo, c’è un comma specifico del decreto del presidente del Consiglio in cui sta scritto che è consentito svolgere attività motoria e sportiva in aree aperte, rispettando la distanza di sicurezza. 

Se i giornalisti, giustamente, rivendicano – da sempre e a maggior ragione in questa fase di emergenza – il ruolo essenziale dell’informazione, farebbero bene a mettere più attenzione a quello che comunicano.  Come la storia dell’anticipazione della bozza del decreto, che tanti danni ha fatto, provocando affollamenti nelle stazioni, fughe di massa dalle zone “rosse”. La risposta che tanti colleghi danno sta in un presunto obbligo deontologico nel dare una notizia. Su questo ci sarebbe da discutere, ma il punto è un altro: anticipare un decreto che sarebbe stato reso pubblico poche ore dopo vuol dire veramente dare una notizia? Quale sarebbe la finalità sociale, il valore informativo di questa notizia? Nessuno. Semplicemente si è fatto per guadagnare qualche click, diciamolo con chiarezza. Senza preoccuparsi di cosa quella pubblicazione poteva provocare.

Quando lavoravo in redazione, mi ricordo lunghe discussioni per decidere se pubblicare un nome, una foto. Era sempre una notizia, ma si decideva di volta in volta. Enzo Carra con gli schiavettoni ai polsi (4 marzo del 1993). Quella foto era sicuramente una notizia. Anzi, più di mille parole dava il senso di come un intero sistema di potere stesse crollando. Decidemmo di dare la notizia, ovviamente, ma di non pubblicare quella foto, perché non rispettava la dignità di una persona. Peraltro non condannato, ma soltanto arrestato. E io credo fosse giusta quella scelta, seguita purtroppo da pochi. Così come era giusto mettere sul piatto della bilancia i pro e i contro e rimandare la pubblicazione del decreto (per altro diverso in alcuni punti significativi rispetto alla bozza anticipata) al momento della firma da parte del presidente Conte.

Ma viviamo nella società della velocità e così come non c’è spazio per verificare la veridicità di una informazione che abbiamo avuto, così non c’è tempo per riflessioni di carattere etico.

La conclusione è sconfortante. Batteremo questo virus e anche quelli che verranno, ma saremo sempre più esposti, senza difese. Avendo tempo a disposizione proviamo invece a riflettere su queste nostre fragilità. Chiediamoci ad esempio: ma se basta un virus per mettere in ginocchio un paese cosa potrà succedere quando, non fra mille anni ma nei prossimi decenni, i mutamenti climatici cambieranno il nostro habitat in maniera molto più radicale e definitiva?

Nel frattempo state a casa, misuratevi la febbre e state tranquilli. Il virus alla fine lo batteremo, ma temo che contro gli idioti non ci sia partita. 

Il coronavirus ci ha portato oltre la crisi di nervi.
il #pippone del venerdì/131

Feb 28, 2020 by     No Comments    Posted under: Il pippone del venerdì

Ho scelto di aprire questo pippone con l’immagine dei deputati alla Camera (non so chi siano) con le mascherine perché mi sembrano emblematiche di un paese che ormai è andato oltre la crisi di nervi. È il risultato non tanto del coronavirus in sé, ma allo stesso tempo dei guasti provocati da questi anni di diffusione di odio e pregiudizi a pieni mani e di una gestione della crisi che, a essere buoni, lascia perplessi.

Permettetemi, intanto, una nota sarcastica: l’immagine degli italiani respinti alle frontiere fa sorridere. Quella dei vacanzieri rispediti indietro dalle Mauritius anche di più. Fino a poche settimane fa eravamo pronti a bloccare per mesi in mare qualche centinaio di disperati perché “portavano malattie”, ora gli stessi soloni di prima si indignano perché qualche decina di nostri connazionali sono stati fatti risalire in fretta e furia sull’aereo e sono stati rimandati a casa. Perché, appunto “portano malattie”. Ci hanno trattato come pacchi postali, tuonano oggi gli stessi che fino a ieri sostenevano che i porti andavano chiusi.

E’ una specie di legge del contrappasso che dovrebbe farci capire come, soprattutto nell’era della globalizzazione, la solidarietà dovrebbe essere un obbligo. E come chiudere le frontiere sia un’illusione che può andar bene per prendere qualche voto in più, ma alla fine sempre un’illusione resta. Viviamo in un mondo interconnesso, dove se starnutisci in Cina ti prendi il coronavirus a Codogno. Facciamocene una ragione e cerchiamo di essere meno provinciali. Valga come monito per il futuro.

Il coronavirus sfata anche una leggenda: quella dell’Italia che nelle emergenze dà il meglio di sé. In questo caso è avvenuto l’esatto contrario: la drammatizzazione iniziale dell’epidemia ha prodotto un’ondata di panico insensato e dannoso, amplificato ad arte da quei giornali che prima hanno fatto il conteggio in diretta del numero dei contagiati e poi si sono affrettati a dire che in fondo è poco più di un’influenza.

Al corto circuito mediatico ha dato fiato una reazione scomposta da parte di una classe dirigente che si è dimostrata nel suo complesso inadeguata. Chi chiude i musei, chi si rintana in casa, chi chiude le scuole senza avere neanche un caso di contagio, bloccate anche le gite scolastiche all’estero non si capisce bene per quale motivo. La famosa Italia dei mille comuni ha dimostrato la sua fragilità. Si sa, che i sistemi democratici affrontano le crisi con grandi difficoltà rispetto alle dittature. Si studia sui libri di scienza della politica. Ma nelle crisi le grandi democrazie si compattano, lasciano da parte le polemiche e si mettono a lavorare senza guardare alle distinzioni politiche. Da noi ci si divide ancora di più, mostrando tutti i guasti prodotti dal regionalismo di fine secolo. Venti sistemi sanitari non funzionano in tempo di pace, figuriamoci nelle emergenze.

Noi no, insomma. Non si è mai visto un presidente del Consiglio che va a accusare gli operatori sanitari, quelli esposti in prima linea, durante un’emergenza sanitaria. Non si è mai visto un presidente di Regione che prima accetta le misure disposte dal governo e poi fa di testa sua. In piena crisi non abbiamo trovato di meglio che combattere a colpi di ricorsi al Tar.

In tutto questo poco ha potuto un ottimo ministro della Salute come Roberto Speranza, che fin dalla sua presenza fisica si dimostra uno dei pochi ad avere la testa sulle spalle. Ha il fisico del bravo ragazzo, un’aria rassicurante e pacata: due ottimi in gradienti per evitare che si scateni il panico. Ci ha provato, lavorando giorno e notte, ma alla fine, si sa, in questo Paese emerge chi fa la voce grossa, non chi lavora e parla pacatamente.

Ci mancavano gli avvoltoi che si sono avventati sul governo pronti a spartirsene le spoglie. Salvini che si dice pronto a un esecutivo di emergenza nazionale. Renzi che gli dà di spalla, salvo poi andare in tv con la faccia seria (che poi proprio non gli riesce) a dire che adesso si lavora uniti, del futuro della maggioranza si parlerà poi. Poche ore prima si messaggiava con il presidente della Regione Lombardia per esprimergli la sua solidarietà contro Conte.

Nel mezzo del dramma, creato in primo luogo da tutta questa confusione, è arrivato il dietrofront, dicevamo. Qualcuno deve essersi reso conto che un’altra settimana a conteggiare i contagiati e della nostra economia sarebbero rimaste poche briciole. Turismo a Roma a quota meno 90 per cento, solo per dare un dato. I mercati si sono incazzati e allora tutti in televisione a minimizzare, a dire che in fondo si guarisce, muoiono soltanto anziani e persone con altre patologie. Basta lavarsi le mani con il sapone e stare sereni.

Mi è sembrato un po’ come voler rimettere il dentifricio nel tubetto spremuto a fondo. Perché fino a poche ore prima impazzavano i Burioni di turno a dire: tappatevi in casa, disinfettate tutto. E fino a poche ore prima giravano immagini come questa dei due deputati alla Camera con la mascherina.

Contenti di tutto questo solo i produttori di Amuchina e roba del genere. E ora che si fa? Attendiamo l’estate, magari passa da solo. Tanto il campionato di calcio va avanti, prima o poi la gente penserà ad altro.  Resto con un forte senso di nausea. Ma non temete, credo sia soltanto una reazione psicosomatica.

Renzi, il nostro mal di testa quotidiano.
Il pippone del venerdì/130

Feb 21, 2020 by     No Comments    Posted under: Il pippone del venerdì

Ho resistito a lungo alla tentazione di parlare dell’attualità politica (se di politica si può parlare), ma alla fine cedo. Anche per rivendicare, ormai alcuni mesi fa, di aver definito l’ex segreterio del Pd un “Bertinotti moderato”. Affermazione che mi ha provocato una marea di critiche dalla presunta sinistra, ma che vedo essere entrata oggi nel lessico quotidiano di molti autorevoli commentatori. Come dire, ogni tanto ci azzecco anche io, fosse pure per sbaglio.

Quello che sta succedendo, torniamo alle cose di oggi, è divertente quanto una sfilza ininterrotta di calci nelle parti basse. E il solo leggere la rassegna stampa ogni mattina – cosa che, purtroppo, mi tocca per doveri d’ufficio – mi provoca un forte giramento delle stesse parti, con conseguente mal di testa che si palesa arrivati a pagina 5 dei principali quotidiani nazionali. Esaurite, cioè, le sfilze infinite di articolesse su retroscena, presunti responsabili che in cambio del mantenimento della poltrona sono disposti a tutto, battute e controbattute.

Ora, tutta questa roba ha l’unico scopo di riempire qualche pagina, tanto, si sa, i quotidiani dopo poche ore sono buoni soltanto a incartare le uova. Se sono online manco per questo nobile utilizzo. Di quello che succede davvero nel Paese, va ribadito, frega poco a quasi tutti. Renzi, in particolare, ha un’unica strategia: Renzi. Cito Bersani, lo confesso, uno che pur con tutte le sue contraddizioni ha una capacità di analisi non comune.

La battuta, di quelle fulminanti, racchiude in sé tutta l’essenza del rignanese, la sua forza e la sua debolezza allo stesso tempo. La sua forza perché all’italiano medio, si sa, il bullo piace. La sua debolezza perché è talmente preso da sé che alla fine si schianta sempre contro un muro che non riesce a vedere.

Entrando nel merito – si fa per dire – Renzi fa due proposte “bomba”, così le hanno definite i giornali: eliminare il reddito di cittadinanza e introdurre il cosiddetto “Sindaco d’Italia”. In pratica propone di sfasciare il governo e di avviare un percorso di revisione costituzionale che a occhio durerebbe un paio di anni. Che le due cose siano in palese contraddizione non gli interessa, vuole soltanto sparigliare le carte. Poco importa che le proposte siano, nel merito, due colossali idiozie.

Intanto, in una situazione di profonda crisi economica – e il coronavirus di certo non aiuterà – tira fuori la brillante idea di togliere qualche miliardo ai disoccupati per darlo ai padroni (si chiamano così, a me tutto sto politically correct dà il voltastomaco). Così si darebbe una forte iniezione di soldi freschi all’economia, sostiene il genio della finanza. Peccato che mancherebbe il mercato a cui rivolgersi, ma mica può risolvere tutto il rignanese, che diamine. Renzi si preoccupa soltanto di infilare un dito nell’occhio, diciamo così, ai grillini che su quel provvedimento hanno battuto da sempre. E che, del resto, segue la strada tracciata dal “Rei”, introdotto proprio dal governo Renzi. Insomma, una cosa di sinistra aveva fatto, ora la vorrebbe togliere soltanto per creare scompiglio. Servirebbe uno dei fratelli Guzzanti in gran forma, ne sentiamo davvero la mancanza.

La seconda ideona, che non c’entra nulla con la prima, è, tradotta in termini comune, l’elezione diretta del premier, al quale si affiderebbe non più un ruolo di primus inter pares all’interno del Consiglio dei ministri, ma diventerebbe un vero e proprio potere a parte. A quali conseguenze porti tutto questo, al lungo lavoro di architettura istituzionale che servirebbe, Renzi non pensa. Lui le riforme le fa in tv. Anche perché  anche in questo caso, mica fa sul serio: vuole solo bloccare l’intesa, che i suoi avevano sottoscritto, sulla legge elettorale proporzionale. Perché quello sbarramento al 5 per cento lo taglia automaticamente fuori dal Parlamento. E voi ve lo immaginate un Parlamento senza Renzi? Io francamente sì, lui un po’ meno. L’idea lo terrorizza.

Come andrà a finire? Secondo me male. Perché in tutto ciò il governo resta paralizzato, bloccato da schermaglie parlamentari incomprensibili a tutti, perché il motivo è sempre lo stesso. Logorare l’esecutivo guidato da Conte. Che poi l’abbia fortemente voluto lo stesso Renzi è un particolare irrilevante.

Ma qual è, e mi avvio alla conclusione, non temete, la colpa del povero Conte? E’ semplice: potrebbe occupare lo stesso spazio a cui ambisce l’ex segretario del Pd. Quel centro politico a cui tutti ambiscono, salvo poi ritrovarsi sempre con un pugno di mosche in mano. Terre affollate di gente in cerca di poltrone, meno di elettori, che tendono a polarizzarsi sugli schieramenti maggiori. A Renzi non importa, gli basta di essere al centro dell’attenzione. Alla faccia degli italiani che non arrivano al 15 del mese.

Contro la politica della noia serve una sinistra modello Schlein.
Il #pippone del venerdì/129

Feb 14, 2020 by     No Comments    Posted under: Il pippone del venerdì

Ecco, secondo me, uno dei male peggiori della politica italiana è proprio questo: la noia. Ci sono settimane in cui è perfino complicato trovare un argomento su cui ragionare. Il confronto non avviene mai o quasi mai sui temi decisivi per il nostro Paese, ma soltanto sulle tattichette che si reputano necessarie per garantire visibilità, ovviamente a sé stessi. Renzi in questo caso è un po’ un caso di scuola: non fa mai nulla con sincero slancio, tutto è in funzione del suo sviluppatissimo io che non ama stare lontano dal centro dei riflettori.

La stessa vicenda di questi giorni è esemplare: ci si scontra su un tema, quello della prescrizione, che sarà anche importante, ma del quale al 99 per cento degli italiani non frega assolutamente nulla. La prescrizione, i tanti paroloni usati spesso a sproposito, il garantismo contrapposto al giustizialismo: tutte scuse. E’ evidente che lo scopo è un altro: Renzi non crede – non ci ha mai creduto – che questa maggioranza possa diventare un’alleanza strutturale. Anche perché in quello schema non c’è posto per lui, altra cosa abbastanza evidente: una coalizione fra Pd e 5 stelle ha bisogno semmai di una copertura sul fronte sinistro. Di moderati ne abbiamo a bizzeffe. E allora che si fa? Si usa il “trattamento Letta”, quello altrimenti detto della goccia cinese: si logora il presidente del Consiglio con una dichiarazione al giorno, con le trattative infinite che quando sembrano arrivate a un punto di equilibrio vengono fatte saltare e si ricomincia da capo. Poi si sussurrano i nomi delle possibili alternative, senza che ovviamente gli interessati ne siano informati.

Potrebbe sembrare un paradosso perché Renzi di questo governo è stato uno dei principali sponsor. Ricordate quanto Zingaretti fosse inizialmente contrario? Fu proprio il bullo di Rignano a convincerlo, lo ha dichiarato lui stesso in una lunga intervista al direttore del Tempo. Ma Zingaretti, da politico scaltro quale è, ha fiutato l’aria e si è messo a lavorare per fa trasformare un incidente momentaneo in una possibile alleanza di lungo respiro. Le difficoltà, Renzi a parte, non mancano comunque, ma difficile dar torto al segretario democratico.

A Renzi il Conte bis, invece, serviva soltanto a prendere tempo. Doveva organizzare la sua scissione, per mettersi in salvo insieme ai fedelissimi che, in caso di elezioni anticipate, di certo non sarebbero tornati in Parlamento. Subito dopo sono cominciati i distinguo, i veti alle misure più innovative proposte nella legge di stabilità, quel lavoro di logoramento che vorrebbe condurre il governo alla paralisi in maniera da poterne proporre un altro più comodo per i disegni del rignanese.

Il tutto, su questo credo ci sia davvero ampio consenso nel Paese, è una noia mortale. Non appassiona manco i peggiori conduttori di talk show. Le elezioni, in realtà,  secondo me le vogliono in pochi. A maggior ragione in una situazione di incertezza, aggravata dal taglio dei parlamentari senza aver ridisegnato i collegi né tanto meno aver messo mano alla legge elettorale.

Mi sembrano scene di una politica che non capisce più la situazione che stiamo vivendo. Per di più si applicano i trucchi e le astuzie di un mondo che non c’è più a un mondo che si muove a velocità impensabili in passato. Tanto per dire: Conad annuncia 5mila nuovi cassintegrati. E non si tratta di una notizia isolata, sono decine ogni giorno le situazioni di questo tipo. L’Italia è ferma, non ne può più di una politica inconcludente che fa solo annunci e non riesce a essere concreta.

In questo panorama scialbo, fa piacere la notizia di Elly Schlein che viene nominata vicepresidente della nuova giunta in Emilia Romagna. La ragazza, lo confesso, mi piace molto e non da adesso. Intanto è stata la candidata più votata. E con quel cognome complicato ha fatto una vera impresa. Ci sarebbe da chiedersi perché. Da sola ha portato il 25 per cento dei voti dati a tutta la lista “Coraggiosa”. La risposta è semplice, quasi banale se volete: è una che, al contrario di tanti suoi colleghi, non insegue il consenso, lo raccoglie.

La sinistra dovrebbe andare a lezione da lei, servirebbe un corso intensivo. Ecco: il tema non è tanto replicare l’esperienza di “Coraggiosa” a livello nazionale, che poi sarebbe nient’altro che una riedizione di Leu. Il tema è replicare la Sclhein, ovvero crescere una generazione di dirigenti che non inseguono il consenso ma lo generano. E come si fa? Non la conosco di persona, ma mi sembra una persona semplice, competente, che dice quello che pensa in maniera comprensibile, diretta, senza politichese.

E’ stata fantastica dalla Bignardi, un’intervista in cui ha parlato di un tema delicato come la sua bisessualità in una maniera così bella da renderla una cosa naturale, scontata, sulla quale non ci deve essere nulla da eccepire. In un minuto ha spezzato un tabù ben radicato in noi italiani. Ho amato uomini, ho amato donne. Adesso sto con una ragazza che ha il pregio di sopportare i miei difetti. Semplice, diretta, senza fronzoli, senza retorica di alcun tipo.

Ecco, a me piacerebbe una sinistra così, modello Schlein, non modello Renzi.

Grazie presidente Mattarella, ci ha reso orgogliosi.
Il pippone del venerdì/128

Feb 7, 2020 by     No Comments    Posted under: Il pippone del venerdì

Un gesto semplice, con lo staff che avverte la preside appena un’ora e mezzo prima. Ma un gesto che ci riconcilia con l’essere italiani. Mattarella, in piena emergenza coronavirus, prende la macchina e va in una scuola multietnica per eccellenza, all’Esquilino, il quartiere che i giornali della destra definiscono con disprezzo la Chinatown romana. E ci sono anche le parole semplici della dirigente scolastica, Manuela Maferlotti: “Noi facciamo da anni il nostro lavoro senza pensare a dove sono nati gli studenti”. E anche queste sono parole che fanno bene. E ci sono anche le facce dei bambini, mischiati senza pensare al colore, ci danno qualche speranza in più.

Già anni fa ero rimasto colpito da un gesto di mio figlio: allora era alle elementari (sob) e per farmi capire chi fosse un suo compagno di classe con cui voleva andare a giocare al parco mi aveva detto “quello con la giacca marrone”. Quel bambino era di origine africana, ma loro non lo indicavano con il colore della pelle, perché non solo non era un problema, ma neanche una cosa a cui facevano caso.

Il gesto di Mattarella, insomma, parla agli adulti, perché i bambini non ne hanno bisogno. Non nascono razzisti, ce li facciamo diventare noi. Noi che evitiamo i negozi e ristoranti cinesi, che ci tiriamo su il maglione sulla bocca se qualcuno di origine asiatica tossisce. Che poi, a naso, la maggior parte di loro, soprattutto i bambini, la Cina l’ha vista soltanto sulla carta geografica: come fa ad avere il coronavirus? Mica si prendono le malattie in base al colore della pelle.

Mi ha ricordato, nella sua semplicità, quello che fece un grande sindaco di Roma, Luigi Petroselli: dopo un attentato che aveva gettato nel panico i pendolari che prendevano la metro, non fece dichiarazioni rassicuranti, comunicati stampa, uscì di casa, abitava sull’Appia, e salì sulla linea A. Senza troppo clamore, non era abituato a essere seguito dalle fanfare, quello che usava il trasporto pubblico era un cittadino comune non il sindaco.

Sono cose piccole, che non costano nulla, ma che ci riportano all’essenza stessa dell’agire politico che tanti presunti leader dimenticano o forse non hanno mai conosciuto:  fare politica, avere un ruolo istituzionale in particolare, non vuol dire leggere i sondaggi e cercare di girarli a proprio favore, vuol dire in primo luogo essere di esempio per i cittadini e risolvere i problemi anche attraverso il proprio agire. Un tempo ce lo insegnavano da piccoli nelle sezioni del Pci. Non soltanto dovevamo dare i volantini, ma essere irreprensibili in tutti i comportamenti, sia pubblici che privati, perché i comunisti dovevano essere di esempio. Cose che si sono perse.

Ecco, gesti come quello di Mattarella non risolvono i problemi dei cittadini, ma sicuramente aiutano a creare un clima differente, in un momento difficile. E riconciliano il Paese con la sua classe dirigente che non guida il popolo, ma si mischia con il popolo e capisce le paure, le attutisce non le alimenta.

Io credo che un cambiamento vero nel nostro Paese non sia una cosa di un giorno, ci vorranno anni per riparare ai guasti di una stagione gridata e basata sull’odio e tornare al confronto civile, a tutti i livelli. Perché il nostro è un Paese ferito, incattivito, lo scrivevo giusto la settimana scorsa. Ed è spesso difficile cercare di guardare oltre la nebbia che ci avvolge e vedere qualche luce nitida.

Il presidente Mattarella ci ha dimostrato, con un piccolo gesto lo ripeto, che ci può essere qualcosa di diverso. Che c’è un’Italia differente, solidale e accogliente. Dobbiamo darle forza e visibilità, far crescere i sentimenti positivi. Magari raccontando le realtà come questa scuola “di frontiera” invece che dare sempre e soltanto spazio agli episodi negativi. C’è anche la responsabilità nostra, dei giornalisti, che invece di mettere in pagina le cose più “facili”, che fanno vendere il prodotto, dovremmo tornare a fare il nostro lavoro e andare a cercare le storie più difficili, quelle che si vedono meno, ma rappresentano una ricchezza da proteggere e promuovere. Mattarella ci ha regalato un sorriso e a me un po’ di sincera commozione. Va trasformata nel nostro agire quotidiano. Di tutti noi.

Italiani brava gente? Ma de che. Nazisti e confusi
Il #pippone del venerdì/127

Gen 31, 2020 by     No Comments    Posted under: Il pippone del venerdì

Il titolo forse sarà un po’ esagerato, ma i dati che arrivano dal Rapporto Italia 2020 realizzato da Eurispes lasciano sbigottiti. Il 15,6 per cento dei nostri concittadini ritiene che la shoah non sia mai avvenuta. Un altro 16 per cento, invece, pensa che non sia stata la strage di milioni di ebrei di cui parlano i libri di storia.

Ce ne sono altri, in quell’indagine, di dati preoccupanti. Dal nostro rapporto con gli immigrati, dei quali il 7 per cento dichiara di aver paura, non si capisce bene perché, al giudizio su Mussolini, un grande leader per quasi il 20 per cento dei nostri connazionali. E ci sono anche spunti interessanti: ad esempio l’ambiente è una delle preoccupazioni principali degli italiani, ma solo uno su cinque di loro adotta abitualmente comportamenti ecosostenibili. Preoccupati, insomma, ma soprattutto delle proprie tasche. E, infatti, cosa assilla l’italiano medio? L’esosità della tasse.

Ora, l’indagine Eurispes è una semplice fotografia dell’esistente, ma dà sicuramente degli spunti di riflessione a chi si occupa di politica e soprattutto alla sinistra che, va sempre ricordato, dovrebbe avere come obiettivo quello di cambiare la situazione presente.

Certo è che l’assurda percentuale di negazionisti dell’olocausto lascia interdetti. Perché non si tratta semplicemente di avere opinioni differenti: in questo paese ci sono 9 milioni di persone (facciamo le cifre perché sono più efficaci delle percentuali) che pensano che un fatto storico, accertato, provato da testimonianze, processi, documenti, filmati,  sia una colossale balla. Erano il 2,7 per cento (poco più di un milione e mezzo) nel 2004, appena 16 anni fa.

Dietro questi numeri ci sono sicuramente ragioni “generazionali”. Mi piacerebbe vedere la distribuzione per età, ad esempio. Perché sicuramente la progressiva scomparsa di chi ha vissuto direttamente quegli anni pesa. Non è la stessa cosa sentirsi raccontare cosa era un campo di concentramento da chi ci è stato e leggerlo semplicemente sui libri di storia. E probabilmente la mia generazione, forse l’ultima che davvero ha conosciuto i sopravvissuti dei campi,che ha potuto vivere insieme ai partigiani, ha la grande colpa di non riuscire a trasmettere il proprio patrimonio di conoscenze, di esperienze. Speriamo che Liliana Segre possa continuare ancora a lungo il suo straordinario lavoro: il suo intervento al Parlamento europeo di pochi giorni fa per la sua efficacia e la sua semplicità andrebbe trasmesso una volta al giorno su tutte le tv a reti unificate. Sarebbe da rendere obbligatoria per legge una visita scolastica in un campo di concentramento.

Ma io credo che in quella risposta ci sia anche un dato più sociale, di un Paese più cattivo, meno colto, più ignorante nel senso proprio della parola. E guardate che basta fare un giro sui social per rendersi conto delle bufale che girano e del gran credito che hanno in tanti “insospettabili”. Siamo un Paese disposto a credere alle “verità” più assurde se chi le dice ha un minino di appeal e di senso della comunicazione. Siamo il paese che seguiva la cura Di Bella, che crede che le scie degli aerei nascondano chissà cosa. Siamo il paese dove – è capitato a me – una ragazza asserisce convinta che nello staff di Obama fosse presente un alieno. Convinta eh? Ti fa vedere foto, filmati, cita le fonti più assurde.

Saremo stati anche brava gente, ma quando eravamo noi i disperati con le valigie di cartone. Adesso non più. Io credo che per spiegare tutto questo ci sia anche da guardare all’assenza di politica a cui abbiamo assistito negli ultimi vent’anni. Perché la politica, la partecipazione, l’impegno sono l’antidoto più forte che esista. Bisognerebbe tornare all’antico – lo so sono vecchio e brontolone – alle scuole di partito, alla formazione della classe dirigente. Alla costruzione dal basso della società, ricreando luoghi di aggregazione, di confronto. Al contrario, al massimo ormai si va a votare, non si conoscono manco i vicini di casa. Siamo una società talmente poco sociale che si gioca via internet con persone che abitano dall’altra parte del mondo e non si fanno più le partite a pallone sotto casa. Sarà anche questo il nostro presente, ma io credo ancora alla possibilità di cambiare lo stato delle cose.

Giggino se n’ è ghiuto e soli ci ha lasciato.
Il #pippone del venerdì/126

Gen 24, 2020 by     No Comments    Posted under: Il pippone del venerdì

Ora, capisco che mi potreste rispondere con un classico “meglio soli che male accompagnati”, ma le dimissioni di Di Maio da “capo” del Movimento cinque stelle sono decisamente la notizia della settimana. Quando ho letto su un giornale online “Di Maio si è dimesso”, titolo secco, ho sperato per un istante che avesse lasciato il ministero degli Esteri. Ho sperato che, per un istante, avesse capito i propri limiti e, smesso il sorriso eternamente stampato in faccia, avesse dichiarato: “Ebbene sì, lo ammetto, di politica estera non capisco un tubo, meglio lasciare questa postazione ad altri, soprattutto vista la situazione internazionale così complessa”.

Manco per niente, con una mossa che potrebbe sembrare infantile lascia la guida del Movimento a 4 giorni dalle elezioni in Emilia-Romagna e in Calabria. Potrebbe sembrare infantile, dicevo, perché potrebbe essere interpretata come la volontà di scaricare la colpa della probabile débâcle dei penta stellati ad altri. Magari c’è anche questo.  Secondo me, invece, questo è uno che la sa lunga, viene dalla scuola migliore dei democristiani del ‘900. Deve aver studiato con solerzia la loro storia. Perché io penso che Giggino guardi oltre questo pur importante appuntamento. O meglio, in questi due anni abbiamo imparato a conoscerlo: del destino dell’Italia e degli italiani gli interessa poco. Guarda al suo interesse personale ed è capace di tripli salti mortali all’indietro per difendere la sua poltrona. Se ne abbandona una, quella per cui si ritiene insostituibile, è perché pensa di tornarci più forte e in tempi brevi.

Secondo me, il Di Maio pensiero deve essere stato più o meno questo: fino ad ora sono stato io a prendermi pesci in faccia da tutte le parti, mediando fra le nostre correnti interne, Conte, il Pd, con Renzi sempre in agguato. Sono insostituibile in questo ruolo, ma qua sono tutti insoddisfatti. E allora me ne vado e si scannino pure senza rete di protezione. Vediamo che succede.

Il più preoccupato di tutti pare Conte, che non ha più una sponda. Non dimentichiamoci che quando si è formato il governo rosso-giallo, è stato proprio il presidente del Consiglio a spingere perché i leader del Pd dei Cinquestelle assumessero un ruolo importante, con la responsabilità di dicasteri di primo piano. Pensava che in questo modo il tasso di litigiosità di una maggioranza fatta di acerrimi nemici sarebbe diminuito. Zingaretti non poteva accettare, si sarebbe dovuto dimettere da presidente della Regione Lazio con il rischio – se non la certezza – di lasciare una delle postazioni di governo più importanti a Salvini e soci. Giggino ha subito preteso un dicastero chiave, di cui non sapeva assolutamente nulla.

Comunque sia, e questi mesi lo dimostrano, quelle di Conte erano pie illusioni. Pd e Cinquestelle, che si somigliano più di quanto potrebbe apparire dall’esterno, sono covi di serpi per di più abitati da personaggi che hanno visioni molto differenti tra loro. Sulla mancanza di amalgama dei democratici c’è ampia letteratura, sarebbe il caso di cominciare ad indagare un po’ di più anche sulla natura del movimento fondato da Grillo. Bravissimi a fare l’opposizione, disastrosi quando si tratta di governare. Rompere è più facile e meno faticoso che costruire, si sa. E’ un’affermazione persino banale che però coincide perfettamente con quello che ci ha fatto vedere in questi anni il M5s. Dalle amministrazioni locali al governo nazionale è stato un disastro. E quelli più capaci – vedi Pizzarotti – sono stati accompagnati bruscamente alla porta appena hanno provato a manifestare una certa indipendenza.

Tagliando corto, si tratta di vedere adesso l’effetto che faranno queste dimissioni. Per adesso hanno conquistato le pagine dei giornali che hanno spostato la data in cui tutto si chiarirà dalle elezioni di domenica 26, agli “stati generali” grillini, così loro chiamano il congresso.

In tutto questo fiorire di “date fondamentali”, mi permetto di segnalare che il Governo, a parte qualche diatriba e qualche provvedimento solamente annunciato, è fermo. Paralizzato dall’attesa di vedere cosa succede, prima era la sfida emiliana a rappresentare la linea di confine fra stabilità e rischio di sfasciare tutto, adesso sono i nuovi equilibri in casa grillina. E non è che il mondo resta a guardare: le crisi internazionali ci vedono sempre più spettatori distanti, l’economia va più o meno a rotoli. Soltanto i mercati sembrano dare ancora fiducia al Conte Bis, più che altro timorosi di quello che potrebbe arrivare dopo.

Lo stesso annuncio di Zingaretti di voler rifondare il Pd sembra soltanto l’ennesimo cambio di contenitore della sinistra italiana che quando non sa bene cosa fare annuncia di voler costruire “una casa più grande, in cui nessuno si senta ospite”. Partì qualche decennio fa Occhetto, poi è stato un susseguirsi di “case più grandi” e si è passati dal rappresentare un terzo degli elettori (e anche qualcosa in più) a un quinto scarso.

Qua, dal sottoscala della sinistra, c’è grande confusione e sconforto. Incrociamo le dita per domenica.

Ps: il titolo è una mezza citazione, voglio vedere chi indovina.

Ma dobbiamo per forza dare mazzate ai lavoratori?
Il pippone del venerdì/125

Gen 10, 2020 by     No Comments    Posted under: Il pippone del venerdì

Intanto ben trovati. Probabilmente più che di un pippone, dopo i bagordi natalizi, di capodanno e della Befana, avreste bisogno di una robusta dieta e di qualche corsetta. Me compreso, che me ne sto invece qui davanti al computer, bolso come un cavallo spompato.

Tant’è, accontentatevi di qualche considerazione di inizio anno, tanto per riprendere l’abitudine. Sulla situazione internazionale c’è poco da dire. Anzi ci sarebbe parecchio, a partire dal ruolo sempre più marginale dell’Onu, mai come adesso in balia dei capricci delle grandi potenze e, in particolare, di un Trump che sembra sempre più usare i missili e i droni per far aumentare la sua popolarità in vista delle elezioni.  Nelle ultime ore pare che possano prevalere le colombe sui falchi, ma si sente sempre nell’aria odore di polvere da sparo. Sono giorni complicati, nei quali basta un nulla perché alle diplomazie che si muovono in silenzio e lentamente possano sovrapporsi i generali pronti con il dito sul grilletto. Personalmente sento un grande senso di impotenza, come mi successe nelle ore precedenti alla guerra del Golfo. Che fare? Servirebbe la politica, una grande iniziativa europea. E invece assistiamo soltanto alle gaffe di Conte e di un ministro che di Esteri sa ben poco.

Sulla situazione interna italiana, mi pare che siano giorni di attesa. Si aspetta il voto dell’Emilia per capire se davvero questa esperienza un po’ raffazzonata possa costituire il fulcro di una possibile alleanza da contrapporre alla destra. Io credo che non sia sufficiente. Perché il Conte Bis mi pare una fotocopia del Conte Uno. Sono cambiati i programmi, abbiamo recuperato un po’ di credibilità internazionale (ma ci voleva poco), sia a livello politico che sui mercati. Ma resta un difetto di fondo: quando si alleano forze di natura differente si deve cercare una linea comune. Invece, in questi anni, abbiamo assistito a coalizioni che non si sono mai fuse, cercando la via più facile ma meno redditizia in termini di risultati: ognuno punta sui suoi cavalli di battaglia. Il risultato è che manca un progetto, una visione. E questo lo paghiamo tutti i giorni in termini di minore competitività, di decadenza di un Paese che, al contrario, avrebbe bisogno come il pane di seguire una indicazione precisa, di sapere dove si vuole arrivare e muoversi di conseguenza.

Capisco che è chiedere tanto. Ma se davvero si punta al green new deal, servono i provvedimenti necessari, senza titubanze. Non si può, ad esempio, obiettare che gli imballi in plastica li producono in Emilia e dunque va tutto rinviato in attesa delle regionali. Sarà bene che qualcuno dica con chiarezza a quegli imprenditori che sarebbe il caso che producessero altro, semplicemente perché tutta questa plastica ci sta uccidendo.

Gli esempi sarebbero tanti. E ci vorrebbe, non mi stancherò mai di dirlo, una sinistra in grado di rinnovare il suo campo di valori e muoversi di conseguenza. Visto che non è alle porte, mi accontenterei almeno di una sinistra che la finisca di dare mazzate in faccia ai lavoratori.

Lo dico con affetto al segretario del Pd: caro Nicola, non è che per tenere insieme il tuo partito devi per forza continuare a sposare i provvedimenti che hanno portato il partito stesso a un passo dall’irrilevanza elettorale. Perché ostinarsi a difendere il jobs act, che non ha prodotto nulla e ha eliminato diritti fondamentali dei lavoratori e perché ostinarsi a voler eliminare quota 100, che sarà anche una misura parziale, ma ha avuto un riflesso positivo sulle vite di decina di migliaia di persone, quelle – tra l’altro – che a parole consideri il tuo elettorato di riferimento? Credi davvero che diminuire appena un po’ la pressione fiscale sia sufficiente a far respirare i lavoratori dipendenti?

Ho l’impressione che, come troppo spesso è successo nella breve storia del Pd, il feticcio dell’unità a tutti i costi porti a cedimenti inaccettabili, che manchi quella chiarezza di linea politica che è essenziale per tornare a essere un punto di riferimento per i più deboli. Si possono anche perdere le elezioni, ma non si può perdere la propria anima, altrimenti si viene travolti dagli eventi. Il Partito democratico, malgrado tutti i suoi limiti, è ancora oggi, l’unica grande organizzazione di massa che esiste in Italia. Le altre forze politiche sono partiti del leader, legati indissolubilmente al destino del capo. E questo rende tutto il sistema Paese più debole, troppo legato ai sondaggi, troppo attento a creare bisogni e paure fittizi per evitare di dover affrontare i nodi veri che da troppo tempo abbiamo attorno al collo.

Un sistema scolastico che è stato cambiato talmente tante volte da essere ridotto ai minimi termini. L’istruzione da noi è ormai una specie di collage scombinato, in cui gli studenti annaspano e gli insegnanti sono sempre meno motivati. Le infrastrutture cadono a pezzi, letteralmente. L’amministrazione della giustizia cambia a seconda del Tribunale. Se sei a Roma hai meno diritti di chi sta a Milano. Ora sarà anche un problema grandissimo quello della prescrizione, ma sarà forse il caso di investire in strutture più efficienti, dotate di tecnologie adeguate? Quando si entra nel tribunale civile di Roma, non di un paesino ma della Capitale d’Italia, si piomba di botto nel medioevo, tutto si regge sulla buona volontà di cancellieri, avvocati e giudici. Per non parlare della sanità, dove gli squilibri territoriali sono ancora più evidenti. Negli ultimi dieci anni è stata amministrata con lo spirito dei ragionieri. L’unico obiettivo è stato quello di riportare i conti in ordine. Con il risultato che il servizio pubblico sta morendo per asfissia.

Ho indicato solo quattro temi, che secondo me sono però, un po’ la carta di identità con cui un paese si presenta. Del resto non è questo il luogo per scrivere un programma compiuto.

Sarebbe bello però avere finalmente un governo che faccia cose non dico di sinistra, ma almeno diverse dal liberismo sfrenato della destra italiana. Sono soltanto speranze di inizio decennio?

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