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Che fare dopo il disastro? Ripartire da ecologia e socialismo.
Il pippone del venerdì/104

Giu 7, 2019 by     No Comments    Posted under: Il pippone del venerdì

Ora, una volta che si sono abbassati i polveroni delle consuete dichiarazioni post elettorali, in cui ciascuno trova una ragione di vittoria, due dati sono evidenti. A livello europeo l’avanzata dei sovranisti, che pure c’è, non è sufficiente a garantir loro la maggioranza in parlamento. Ci sarà un asse ancora più spurio del passato, che vedrà insieme socialisti, popolari e liberisti dell’Alde. Per me è un male, sia chiaro, che comprometterà ancora di più la già scarsa credibilità del Pse. Non si capisce ancora bene quale ruolo possano giocare i verdi, forti di un risultato molto positivo in molti Paesi.

A livello italiano siamo arrivati al minimo possibile per tutte le componenti della diaspora della sinistra. La parte cosiddetta radicale, a forza di presentare nuove aggregazioni posticce e simboli sempre differenti, è passata a miglior vita. Gli altri, dopo proclami di autonomia e lanci di improbabili ricostruzioni, si sono acconciati al ruolo di comparse nel Pd. Aspettano che Renzi e Calenda si tolgano di mezzo per poter rientrare in qualche cantuccio di quella che continuano a considerare la loro casa comune. Chissà se succederà davvero.

Intanto varrebbe la pena segnalare che, oltre alle bacchettate che arrivano dall’Europa, sulle quali Salvini continua a costruire le sue fortune elettorali, in Italia la crisi ha ripreso a mietere vittime a pieno regime. Whirpool che chiude lo stabilimento di Napoli, gli indiani che puntavano al rilancio dell’Ilva annunciano oltre mille cassintegrati. Per non parlare di Mercatone Uno fallito di recente. Le piccole e medie imprese che chiudono non le contiamo neanche più. Centinaia di migliaia di lavoratori rischiano di andare a spasso.

Che si fa insomma? Ci si limita a qualche patetica assemblea (quelle che si fanno ormai in sale condominiali o poco più) nella quale verrà annunciata sicuramente l’ennesima finta fase costituente dell’ennesimo tentativo di costruire l’ennesimo soggetto politico. Ci sarà sicuramente una qualche Falcone che scenderà dal suo salotto e verrà a spiegare come fare, un qualche professore che darà una presunta base culturale al tutto e avanti fino alla prossima batosta.

Ma possibile che non ci sia il modo di rompere questo cerchio vizioso in cui le uniche strade per l’impegno politico sono un antagonismo parolaio dei gruppi dirigenti “radicali” o l’assorbimento fra i moderati del Pd? Hanno detto bene Bersani e D’Alema: non c’è bisogno di nuove rincorse al centro, perché quei voti stanno già nel portafoglio dei democratici. E allora sarebbe il caso, per una volta, di andare fino in fondo a quello che si dice.

Io sono uno di quelli che aveva davvero creduto alla svolta ecosocialista che aveva annunciato Roberto Speranza a dicembre. Il coordinatore nazionale di Articolo Uno spiegò che questo era il paradigma sul quale costruire la nuova sinistra, contemporanea, in grado di affrontare le sfide che abbiamo di fronte. Non uno sterile laburismo in stile ‘900, né un terzomondismo di pura facciata. La sfida era tornare a una critica radicale del capitalismo, un sistema di produzione che ha nel suo dna non solo lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, ma addirittura la scomparsa stessa della specie umana, grazie al riscaldamento globale che porterà a rendere la Terra inabitabile per tutti noi. Le stesse elezioni europee ci hanno segnalato una grande avanzata delle forze ecologiste in gran parte del continente. Anche in Italia, nel loro piccolo, i Verdi hanno aumentato i loro consensi. Non possono essere loro la risposta, ma possono essere parte della risposta.

Avevo creduto a quella svolta, dicevo. Avevo creduto all’annuncio di una fase costituente vera, aperta e innovativa nelle forme. In cui non ci si ponesse il problema dei gruppi dirigenti, ma dei contenuti. Perché una volta stabilità la bussola, ecologia e socialismo insieme, serviva un grande progetto per l’Italia che traducesse i valori in atti concreti. Un progetto radicale. Cosa direbbero, ad esempio, gli ecosocialisti sull’Ilva? La chiudiamo? O il lavoro per la sinistra resta valore che passa sopra la salute, posto che abbia senso un’affermazione del genere?

Tutto si è risolto in un congressino di Articolo Uno, ormai esanime. Hanno deciso di togliere dal nome la seconda parte e si sono auto trasformati in partito. Di ecologia e socialismo non si è più parlato. C’era l’emergenza elettorale e in nome dell’unità e della resistenza alla destra peggiore del mondo ci si è acconciati a un’ospitata nelle liste democratiche, appena due candidati, in posizione mediana, che non sono stati neanche eletti. Come è andata a finire lo abbiamo già detto, non vale la pena tornarci. Vedremo come finiranno i ballottaggi di domenica, se l’avanzata della Lega continua, come suggerirebbero gli ultimi sondaggi. Vedremo se una classe dirigente locale ancora con una certa credibilità personale riuscirà a fare da barriera all’onda.

Adesso, con l’incubo delle elezioni anticipate che incombe sulle nostre teste, le cose sono ancora più difficile che sei mesi fa. Eppure, secondo me, la sfida resta la stessa. Mettere in piedi una forza che faccia del socialismo e dell’ecologia la sua ragione di vita. Che non insegua Salvini e soci in sterili difese dell’Europa, ma lo incalzi giorno dopo giorno sui temi temi veri: la scuola, la sanità, lo sviluppo di una economia che non ci porti all’estinzione. Si può provare ad aprire finalmente questo cantiere, a rispondere a questo bisogno di impegno politico che i ragazzi da mesi ci gridano in faccia? Oppure ci si accontenta di vivacchiare sui quattro gatti che Leu ha portato in Parlamento? Fra un po’ ci dichiarano specie protetta.

Fatemi sapere, fateci sapere cosa avete deciso. Nel frattempo, qua nel bosco la situazione è tornata affollata.

Se si votasse oggi e altre quisquilie.
Il pippone del venerdì/94

Mar 29, 2019 by     No Comments    Posted under: Il pippone del venerdì

La dico brutalmente: una simulazione basata sulla media dei sondaggi attuali ci spiega che, se si votasse oggi per le politiche, una coalizione formata da Lega, Forza Italia e Fratelli d’Italia arriverebbe a 383 seggi alla camera. Ben oltre la maggioranza. Ci beccheremmo, insomma, cinque anni di Salvini, senza sconti della pena.

Ecco, secondo me, qualsiasi considerazione politica deve partire da questo assunto. Non c’è al momento un recupero del centrosinistra tale da mettere in discussione quest’esito nefasto. Le ripetute sconfitte subite alle corse regionali, ultima la Basilicata domenica scorsa, sono soltanto la prova che i sondaggi non mentono. Non c’è – almeno al momento – un “effetto Zingaretti”. Il Pd viene dato in lieve recupero, è vero. Ma questo recupero non è sufficiente a tornare competitivo. Possiamo continuare a raccontarci stupidaggini, ma il centrosinistra non è in grado di vincere. E’ in grado di lottare per il secondo posto con i 5 stelle, ma questa non è una partita dove conta la medaglia di argento. Con quelle percentuali chi arriva primo si prende tutta la torta.

Fin qui siamo nell’ambito delle certezze, dei dati. Poi passiamo alle congetture. Ora, è facile immaginare che dopo le Europee la situazione politica tenda a precipitare. Sia nel caso di un risultato molto a favore della Lega che nell’ipotesi di un esito che faccia intravedere una possibilità di rimonta del centrosinistra, infatti, qualsiasi persona che abbia un minimo di conoscenza di tattica elementare capisce che a Salvini converrebbe dare la mazzata finale all’avversario, piuttosto che dargli tempo per riprendersi. Anche perché, con i dati sull’economia che peggiorano giorno dopo giorno, è facile prevedere la necessità di una manovra correttiva. Avrà, questo governo profondamente diviso su questioni fondamentali, la fermezza per attuare misure impopolari? Io credo che i soci pro tempore che hanno firmato il contratto di governo converranno che sia meglio tornare a dare la parola agli elettori.

Per essere prudenti diciamo che si voterà comunque entro primavera del 2020. Con questa linea di confine abbiamo a che fare e questo dobbiamo tenere presente nei nostri ragionamenti e nelle nostre prese di posizione. Altro elemento certo, le elezioni regionali dimostrano chiaramente due cose: la prima è che l’elettorato non crede al rinnovamento del Pd. Anche dopo le primarie, quando si esce dai sondaggi e si contano i voti, non si segnala alcun recupero. Anzi. Difficile dargli torto, del resto, basta leggere i nomi che compongono la direzione per capire quanto l’intento annunciato da Zingaretti (Cambiamo tutto) sia al momento al massimo una buona intenzione per il futuro. Se gli attori restano gli stessi difficile pensare che cambi davvero qualcosa. E del resto lo stesso neo segretario ha professato una sostanziale continuità con i governi Renzi e Gentiloni sulle questioni più calde. Lavoro e riforme istituzionali innanzitutto. Il secondo dato che emerge è che senza una seconda gamba della coalizione non si concorre a nulla. Nella migliore delle ipotesi, quella di un Pd intorno al 20 per cento, mettendo insieme tutti, ma proprio tutti, gli altri protagonisti della scena politica a sinistra si raggiunge a stento il 30 per cento.

Questo poteva essere il compito di Liberi e Uguali: mettere insieme una “massa critica” tale da diventare fattore di attrazione degli elettori delusi, dare una sponda politica ai tanti movimenti che sono tornati protagonisti in questi mesi. E poi andare a verificare con il Pd le condizioni di una alleanza di tipo nuovo. Guardate, la questione non è tanto di formule. E’ di idee: serviva una forza che dichiarasse apertamente la necessità di superare la stagione liberista e tornare a formule socialiste, a partire da tre temi fondamentali: lavoro, ambiente, stato sociale. Su questi temi non siamo in grado da anni di dire una parola di sinistra. E non bastano le battaglie, pur giuste, sui diritti civili, se non parliamo di questioni che toccano le tasche e le pance dei nostri concittadini. Un esempio su tutti: la questione migranti, come si smina? Con il “buonismo” – perdonatemi la semplificazione – alla Boldrini? No, si smina unendo la solidarietà necessaria a ricette serie per migliorare la condizione di vita degli italiani. Che non è che siano diventati razzisti all’improvviso. Hanno cominciato a rifiutare i disperati che vengono da noi, tra l’altro spesso soltanto di passaggio, nel momento in cui hanno visto sgretolate le proprie certezze. E hanno creduto al mantra populista che recita: “Stiamo peggio per colpa dei migranti, a cui vengono destinate le risorse che sarebbero necessarie per migliorare la situazione degli italiani”. Non è vero, ma non basta dirlo, occorre lavorare per ricostruire quelle certezze. Su lavoro e stato sociale innanzitutto.

Una forza di sinistra, insomma, aveva il compito di spostare l’asse della coalizione riportandolo vicino ai più deboli. Questo serviva e questo serve ancora. Le classi dirigenti dei vari partitini esistenti non lo hanno capito perché dedite soltanto a preservare le proprio certezze, fossero anche soltanto la segreteria di una forza che non ha i voti necessari manco per eleggere un amministratore di condominio. Ma da qui, secondo me, sarà necessario ripartire, quando, una volta passata la sbornia delle europee si potrà ricominciare a ragionare.

Nel frattempo cosa fare a maggio? Il richiamo unitario lanciato da Zingaretti è forte, inutile prenderci in giro. Perché nel popolo degli elettori che si dichiarano di sinistra il richiamo all’unità va di pari passo con quello alla necessità di un cambiamento profondo. E la sinistra dispersa non avrà la forza per opporsi. Perché quell’antidemocratico sbarramento al 4 per cento farà saltare qualsiasi buon proposito. Vedremo se il Pd e il suo segretario saranno in grado di mettere sul serio in campo un progetto unitario e non una lista di partito con qualche ospite illustre. Io avrei visto bene una lista che presentasse orgogliosa la rosa nel pugno dei socialisti europei. In quella casa, credo, c’è ancora lo spazio per progettare la sinistra che serve al nostro continente. La voglio dire ancora più chiaramente anche parlando ai vertici di Articolo Uno, in questi giorni in mezzo al gorgo: una cosa è una lista unitaria, un’altra è essere ospiti neanche tanto graditi nella lista del Pd. Un progetto di questo tipo, non una lista estemporanea dove l’unica cosa su cui si discute sono i candidati, potrei anche decidere di votarlo. Altrimenti torno all’ipotesi A: voto Salvini. Ma questa ve la spiego un’altra volta.

Uno Zingaretti non fa primavera.
Il pippone del venerdì/91

Mar 8, 2019 by     No Comments    Posted under: Il pippone del venerdì

Un consenso molto ampio, con una partecipazione per certi versi inattesa, ma comunque sia inferiore a quella dell’ultimo round di Renzi. Questa la fotografia delle primarie Pd di domenica scorsa. Ora, di certo c’è la componente “stanza piccola ma molto piena”, nel senso che a forza di dire che i partecipanti sarebbero stati meno di un milione, anche un dato in calo sembra una grande vittoria. E d’altro canto la riduzione del numero dei gazebo a disposizione degli elettori ha favorito il formarsi di lunghe file che tanto fanno bene al militante che si alza all’alba per garantire il funzionamento di una macchina molto complessa.

Messa da parte questa visione, che secondo me ha un fondamento, ma sicuramente rischia di essere un po’ da “rosiconi”, secondo me ci sono alcuni elementi da valutare con attenzione. Intanto quando un milione e seicentomila persone decidono di esprimere un voto, pagando anche due euro a testa, vanno rispettate e prese in considerazione. E nella situazione data, con un partito dato da tutti per morto, con una serie impressionante di elezioni perse, anche il dato quantitativo non è davvero roba da poco.

E’ un dato, però, non isolato. Che si inserisce bene nella scia delle grandi  manifestazioni delle ultime settimane: quella dei sindacati a Roma e quella dell’associazionismo antirazzista a Milano. Per me la chiave di lettura va cercata principalmente qui. Certo, c’è la mobilitazione dei notabili Pd, le correnti che si spartiscono i posti in assemblea e tutto l’armamentario che chi viene dal quel partito come me conosce perfino troppo bene. Ma quando si arriva a questi numeri, la mobilitazione teleguidata non basta come spiegazione. C’è un movimento vero di opinione. Si tratta di capire quale sia questa opinione. Le mie personalissime impressioni sono queste: un voto che va al di là del Pd, con un ricambio considerevole rispetto alla base renziana che è rimasta in gran parte a casa. Un voto non tanto sul Pd, ma soprattutto contro il governo e ancora di più contro Salvini. Insomma, ci hanno detto, e lo hanno fatto rivolgendosi a tutti: noi ci siamo, ora vedete voi cosa potete fare.

Un po’ uno sfogo del famoso popolo della sinistra, insomma. O almeno di una parte di esso che vuol comunicare la propria esistenza in vita innanzitutto, ma che chiede anche unità. Su questo sono abbastanza d’accordo con Speranza. Che in ogni discorso lo ripete quasi ossessivamente: “Guardate che i nostri ci chiedono due cose allo stesso tempo: unità e discontinuità”. Io queste caratteristiche le trovo tutte nel dato di partecipazione alle Primarie e nel consenso attribuito a Zingaretti.

Se questa analisi è giusta, ora si tratta di capire se il nuovo segretario del Pd sarà in grado di essere l’interprete che serve per dare voce a questo popolo. Le prime mosse non fanno ben sperare. Non tanto per la prima uscita pubblica dedicata a uno degli argomenti più divisivi a sinistra, il Tav, quanto per le indiscrezioni fatte filtrare sui nomi che lo affiancheranno. Zanda, Gentiloni, la De Micheli. Tutti protagonisti della stagione passata. E se questo è Zingaretti rischia di essere una figurina in balia dei potenti di sempre: da Franceschini a Fassino, senza dimenticare i De Luca vari.

L’altro aspetto che mi preoccupa è questa improvvisa retromarcia sulla lista per le Europee. Dopo aver dichiarato in lungo e in largo che una volta eletto segretario avrebbe spinto su uno schieramento ampio con cui presentarsi all’elettorato, ora Zingaretti sembra acconciarsi una lista targata Pd, con qualche foglia di fico per abbellirla. Qualche civico, qualche anziano avvocato strappato ai bocciodromi milanesi e magari la scritta “Siamo Europei”. Ora, io sono uno di quelli che ha sempre detto un no chiaro al manifesto di Calenda e un sì titubante alla lista progressista annunciata da Speranza. Nel senso che, secondo me, va anche bene ma andava costruita a prescindere dal Pd. Però questo dato della partecipazione alle primarie mi fa riflettere. Vedo che, almeno a leggere i giornali, Zingaretti lo interpreta al contrario, come un voto che testimonia la capacità del Pd di risorgere dalle proprie ceneri. Come se bastasse un nuovo segretario per dare identità e un nuovo slancio a un progetto che si è rilevato una somma di debolezze che si sono unite soltanto per sopravvivere.

Insomma, per non tirarla troppo per le lunghe: mi auguro di sbagliare, ma io la discontinuità necessaria a ritrovare l’unità essenziale per potersi contrapporre alla destra non la vedo. L’apertura a Calenda e la chiusura a sinistra la dice lunga. Non basta solo un atteggiamento differente, non basta dire addio all’arroganza sbruffona di Renzi. Quando diciamo che si è rotto il legame fra la classe dirigente della sinistra e il suo popolo, un legame non solo politico ma quasi sentimentale, intendiamo che le politiche portate avanti dai governi Renzi e Gentiloni, ma ci metterei anche Monti e Letta, hanno allontanato gli elettori del nostro blocco storico senza attirarne altri. La rottura è dovuta ad atti concreti. A quel liberismo neanche troppo edulcorato al quale ci siamo appigliati per non incorrere nell’ira dei famosi mercati. A quello snobismo che ci ha fatto credere che bastasse una qualche spolverata di diritti civili per mascherare l’abbandono dello Stato sociale.

Su tutto questo non ho ancora sentito una parola da Zingaretti. Qualche slogan sulla svolta ecologica necessaria, la discontinuità usata come mantra senza dargli senso e riempirla di contenuti. Vedo, invece, tutti o quasi gli uomini dei governi passati che sono saliti in fretta sul carro del vincitore annunciato. Insomma, secondo me la primavera è lontana. Spero di sbagliarmi, ma ancora una volta non si capiscono i segnali che il nostro popolo ci dà. Certo, la sinistra fuori dal Pd non è che stia messa meglio. Faccio notare, ormai è un’abitudine, che resiste soltanto quando si presenta unita sotto le insegne di Liberi e Uguali. Il resto è roba da zero virgola, a essere ottimisti. Siamo alla disperata ricerca di alleanza per le Europee, tutti quanti. Divisi dai soliti orticelli aridi da coltivare. Con il risultato paradossale che gli anti Tav di Sinistra italiana in Piemonte vogliono sostenere il paladino dell’alta velocità Chiamparino presentandosi sotto le insegne di Leu. Ma al parlamento europeo preferiscono l’abbraccio con Rifondazione. Una sorta di richiamo della foresta. Articolo Uno mi pare invece intronato, come abbagliato da uno Zingaretti che proprio non li vuole, perché sarebbe la rottura con i renziani, rinviata a dopo le elezioni. Tutti, insomma, alla ricerca disperata di una sopravvivenza sempre più difficile da raggiungere. Che forse non ci meritiamo.

Mi raccomando fate i moderati.
Il pippone del venerdì/76

Nov 9, 2018 by     No Comments    Posted under: Il pippone del venerdì

Non è uno scherzo, leggo l’ennesima intervista di Romano Prodi, come sempre con il rispetto che si deve a una persona di una certa età, e scopro che ha la testa ancora ferma lì: per vincere servono candidati moderati, anzi un fronte che comprenda tutti i cosiddetti anti populisti per avere la maggioranza nel prossimo parlamento europeo: l’alleanza con Macron è servita. Ora, io che sono un ingenuo, mi sarei aspettato che dopo quanto sta succedendo ormai da un paio di anni a questa parte in tutto il mondo, anche i tifosi più accaniti dell’ulivismo se ne fossero fatti una ragione. E invece no, non sono bastate neanche le elezioni americane. Nulla, hanno la testa tarata sul “centro”. E poi ho l’impressione che si confonda il concetto di populismo con quello di popolare. Una generazione di dirigenti troppo abituata ai salotti della politica non sa più neanche dove sta di casa il popolo. Non lo trovano manco se lo cercano su google.

Ma torniamo alle cose serie. Un compagno, giusto ieri, mi ha detto che “sono intelligente, ma anche mezzo matto”. Io, a dire il vero, essendo da sempre seguace di Steve Jobs, ambirei a essere tutto matto, anche perché sono i folli che cambiano il mondo, che fanno andare avanti la società, non i sostenitori dello status quo. Ma anche senza essere del tutto fuori di testa, andrebbe portata avanti una qualche forma di riflessione sul ritorno del radicalismo in politica in rapporto alle evoluzioni della nostra società. Non sono davvero in grado, servirebbero sociologi, esperti di new media, fini analisti politici. Io da umile osservatore, mi limito a considerare che perfino nel paese più moderato del mondo occidentale ormai la sfida è fra la destra e la sinistra radicale. Negli Stati Uniti si contrappongono Trump e Sanders, non Cruz e Clinton, tanto per semplificare il ragionamento. E quando la dirigenza democratica prova a inventarsi in provetta un candidato, malgrado una campagna faraonica, prende sonore mazzate. Beto insegna. E’ solo un fenomeno momentaneo? Io non credo. Anzi, penso che la contrapposizione politica sempre più netta sia una caratteristica di fondo di questo modello di società.

Provo ad articolare un pensiero logico. Viviamo in un mondo sincopato, in cui il tempo è fattore essenziale e l’attenzione è sempre più labile. Ormai ognuno di noi fa sempre due cose contemporaneamente. E basta guardare i ragazzi per capire come la tendenza sia sempre più marcata. Si guarda la tv e si sta con lo smartphone comunque in mano. Ci sono paesi dove hanno addirittura pensato di rafforzare la segnaletica orizzontale per le strade perché oramai tutti camminano  a testa bassa, meglio scrivere a terra le indicazioni adatte a evitare frontali fra pedoni. Mettiamoci anche un altro concetto: la comunicazione tende a essere sempre meno scritta e sempre più basata su immagini chiave. Il pippone resiste, ma nasce appunto con l’idea stessa di essere orgogliosamente controcorrente. Tant’è vero che il social emergente è Instagram, ovvero un luogo dove non ci sono sostanzialmente testi scritti ma solo immagini.

E anche la politica non può che seguire la tendenza: sempre più messaggi video, a fare i volantini anni ’50 c’è solo qualche sindacalista in pensione. Insomma una comunicazione sempre più secca. Succede in tutto il mondo, in Italia ne abbiamo avuto la prova sul campo alle ultime elezioni, nelle quali hanno pagato i messaggi asciutti di Lega e 5 Stelle, non la vaghezza di Leu o il finto giovanilismo di Renzi.

Insomma, la nuova parola d’ordine di tutti noi dovrebbe essere radicalità. Teniamone conto. Emerge chi si fa capire in 15 secondi. Come farlo, invece, richiede decisamente più tempo: bisognerebbe partire da un solido ancoraggio ideale. Una volta definite le coordinate, declinare il messaggio in maniera efficace è lavoro da comunicatori. Ma se non si parte dalle fondamenta anche il messaggio non può colpire. A me hanno sempre dato fastidio quelli che dicono: “Non siamo stati capiti, non abbiamo saputo comunicare”. A titolo di mero esempio: se vuoi i voti dei lavoratori e hai appena votato la riduzione sistematica dei loro diritti puoi essere bravo come ti pare, ma alla fine la verità viene fuori.

Quindi radicalità, dicevamo. E direi anche volti credibili. Gli Usa, come accennavo prima, insegnano. La società attuale non ti permette più il candidato creato in provetta, il falso dura lo spazio di un click. Serve gente vera da mettere in campo, nuova e non consumata, avvezza alla lotta, pronta alla clava più che al fioretto. Questo richiedono i tempi. Chiarezza e credibilità sono la chiave (data la premessa di una necessaria robustezza ideologica) per costruire un movimento politico in grado di attrarre consenso.

Chiudo, infine, il pippone di oggi con un appello ai romani per un voto “accorto”. Domenica i cittadini della capitale sono chiamati ad esprimersi su alcuni quesiti referendari promossi dai Radicali con la complicità del Pd. Si tratta di un referendum consultivo, quindi potrebbe anche essere ritenuto secondario, ma in realtà rappresenta il tentativo della destra liberista di rialzare la testa dopo la mazzata della sconfitta sull’acqua. Si torna a pensare che privato è bello, pubblico è per forza brutto. Ora, come sapete ritengo la tutela dei beni comuni una delle chiavi su cui una sinistra che si vuole definire contemporanea deve necessariamente cimentarsi. L’acqua era un tema forse più facile. Ma sono beni comuni anche le reti di comunicazione, i trasporti, le grandi infrastrutture. E a maggior ragione è un bene comune anche il trasporto pubblico. I promotori dicono che non si tratta di privatizzare ma di liberalizzare. Balle. Il trasporto è per sua natura un monopolio. Può essere gestito dal pubblico o dal privato. La sola differenza è il profitto. E siccome i soldi sono gli stessi, se qualcuno ci deve guadagnare lo farà deprimendo ancora di più la qualità del servizio. Non è questione di opinioni. E’ matematica.

Quindi domenica si vota no. Si potrebbe anche pensare di boicottare semplicemente il referendum non facendo arrivare la partecipazione al quorum previsto (33 per cento). Lascio a voi la scelta: occhio alla percentuale dei votanti e pronti a scattare se si alza troppo.  Ma anche se resta molto basso, una dose di no di sicuro non faranno male. Nel dubbio facciamoci una croce sopra.

Alle prossime Europee? Tutti al mare.
Il pippone del venerdì/71

Set 28, 2018 by     No Comments    Posted under: Il pippone del venerdì

In queste settimane apparentemente silenziose in realtà la sinistra italiana si sta accapigliando per trovare una soluzione al tema dei temi. Non si parla di ambiente, di immigrazione, di politica della casa o dei trasporti, non vi preoccupate, ma semplicemente di come garantire la sopravvivenza di qualche parlamentare europeo. L’idea brillante è di fare una lista, ma alla fine vedrete che ne saranno almeno due, ovviamente unitarie, antagoniste, anticapitaliste. Non è una novità, quella dell’ammucchiatina dei residuati bellici degli anni ’90 da assemblare in contenitori dei quali si magnificherà per qualche mese il futuro unitario per poi dividersi il giorno dopo le elezioni. E come al solito saremo costretti a leggere l’ennesima sfilza di pensosi interventi di dirigenti e intellettuali che cercano di spiegarci per quale motivi gli elettori non ci votano.

C’è chi vuole fare una lista con Varoufakis, chi con Mélenchon, chi resta ancorato al Pse. Si cercano possibili leader, ora va di moda il sindaco di Napoli De Magistris, che dopo molti tentennamenti si sarebbe deciso a scendere in campo in prima persona, forse convinto dall’avvicinarsi della scadenza del suo secondo e ultimo mandato. Da parte mia, ho passato la scorsa domenica alla festa nazionale di Mdp. Ho ascoltato due dibattiti e il comizio di Speranza. Ne ho tratto due o tre impressioni che vi racconto come mi sono arrivate, senza troppe rielaborazioni. La prima: c’era molta gente ai dibattiti, zero nel resto della festa. Oddio non che ci fosse molto da vedere, giusto qualche stand per altro molto “essenziale”. Però è esattamente il contrario di quello che succede di solito nelle festa in piazza: molta gente a mangiare oppure nella parte commerciale, meno quelli interessati alla politica. Insomma, un appuntamento per soli addetti ai lavori. La seconda: proprio nel giorno in cui Grasso sui giornali parlava di stato di “stallo” di Liberi e uguali, il coordinatore nazionale di Mdp, nel comizio conclusivo della festa non ha nominato né Grasso né tanto meno Leu. Cancellati. La terza è che, delle discussioni a cui ho assistito, quella più attuale e legata alla concretezza dell’oggi è stata quella sul valore di Marx oggi, il dibattito, insomma, che avrebbe dovuto essere più intellettuale. E sicuramente è stata un’ora di buon livello, con spunti di livello universitario da parte degli oratori, ma è stata anche la più utile se ci si vuole calare nella realtà e tornare a fare iniziativa.

In estrema sintesi, comunque, tutti d’accordo nel porre l’accento sulla gravità della situazione attuale, nessuna indicazione o proposta per mettere un freno alla destra, per dare qualche segno di esistenza in vita. Il gruppo dirigente della sinistra nelle sue varie forme, dal 4 marzo in poi è intronato. Non trovo forme più eleganti per definirlo. Non che prima fossero poi tanto più svegli. Ma oggi il tracciato cerebrale è tendente al piatto assoluto.

L’analisi più lucida l’ho letta in una lettera al Manifesto di un gruppo di giovani, la sintetizzo così: non siete riusciti a fare un partito decente, non siete riusciti ad avviare un po’ di ricambio della classe dirigente, non siete nemmeno riusciti a fare un’analisi delle ragioni della sconfitta, adesso manco riuscite a mettere in piedi un’opposizione decente al governo sempre più Salvini e sempre meno Di Maio. Conclusione secca: dimettetevi in blocco, pensionatevi. Dieci minuti di applausi.

Ora, nessuno probabilmente li ascolterà. Non si prenderanno neanche la briga di dare una risposta. Continueranno nell’insulso dibattito fra dirigenti che non riusciranno mai a trovare un minimo comune denominatore. Io sono convinto che sarebbe semplice: basterebbe partire dalle questioni su cui ci si trova tutti d’accordo e lasciare aperte quelle in cui non si arriva a una posizione unitaria.  E invece non vogliono trovare un accordo che ponga le basi per un nuovo partito. Nel Pd, che secondo molti resta l’unica scialuppa da non abbandonare, fra Renzi e Zingaretti si dibatte all’ultimo sangue per stabilire chi dei due sia più antigrillino. Per le europee si parla di un fronte unico da Macron a Tsipras (che ha già detto no) e Renzi che come al solito si porta avanti con il lavoro firma il manifesto del leader francese. Nell’arcipelago variegato extraPd si dibatte su chi bisogna escludere per fare una lista di sinistra vera. Con tutti gli “anti” del caso.

Personalmente mi annoio e penso sinceramente che forse sarebbe il caso di prendere la famosa strada del bosco. E questa volta niente tenda, che si ha una certa età e di inverno fa pure freddo e c’è molto umido. Si fa una bella casetta di legno, con tanto di camino. Comincio a pensare che forse sarebbe bene stare fermi un giro, eliminando l’ansia da prestazione elettorale, la corsa al seggio verso Strasburgo, la lettura affannosa dei sondaggi che ti danno sempre in bilico sul quorum. Questa volta probabilmente non lo supereremo, tra l’altro. Eliminata l’urgenza, forse, ci si potrebbe dedicare a questa scomposizione e riaggregazione della sinistra di cui tutti parlano ma che nessuno ha il coraggio di cominciare visto il prossimo appuntamento elettorale. Certo, si lascerebbe libero il campo alla destre e a Grillo, ma viene il dubbio che forse con due o tre liste raccogliticce non solo il suddetto campo sarebbe altrettanto libero, ma anche arato e pronto al raccolto per Salvini e soci.

Forse, il dubbio me lo consentirete è legittimo, sarebbe bene cominciare a piantare qualche seme che vada oltre l’urgenza elettorale. Sarebbe bene mettere qualche radice più forte, far crescere una pianticella nuova. Vi lascio con questa domanda. Non credo che nessuno abbia la risposta, ma secondo me è più interessante rispetto allo stabilire se Zingaretti sia un argine ai Cinque Stelle o no.

Nel frattempo il governo Salvini si prepara a una legge di stabilità pericolosa: aumenta il deficit, la nota di aggiornamento del Def parla del 2,4 per cento, con buona pace del ministro Tria costretto alla resa. Sarebbe anche interessante se le risorse in più fossero destinate agli investimenti. E invece no, tutto sulla spesa corrente. Dei tagli agli sprechi, dei fondi per mettere in sicurezza il territorio nessuna traccia. Ci vorrebbe un partito che facesse opposizione sociale. E invece pensano a garantire qualche poltrona. Auguri.

Indovina chi viene a cena?
Il pippone del venerdì/70

Set 21, 2018 by     1 Comment     Posted under: Il pippone del venerdì

Anche diversi autorevoli commentatori, perfino qualche maître à penser, dopo una lunga e approfondita analisi si sono accorti della fase di implosione che sta vivendo il Pd. I più acuti sono perfino arrivati alla conclusione che non è tanto questione di questo o quel segretario, ma che proprio non si tiene insieme. Ci tengo a far notare come noi, che siamo comuni mortali e non abbiamo lunghi titoli accademici, c’eravamo arrivati tempo fa. Senza farla troppo per le lunghe, per chi quel partito l’ha vissuto a lungo, perfino con ruoli dirigenti, non è stato troppo difficile capire che due culture politiche così differenti possono allearsi ma non riescono a convivere nello stesso contenitore. Non è soltanto una questione di linea politica, di essere più o meno di sinistra, ma di cultura. Basta pensare al tesseramento. Alle tessere fatte a pacchetti per contarsi ai congressi  rispetto a quello che era l’iscritto al Pci. Acqua e olio, si potrebbe dire. Anche se il paragone in realtà regge poco perché nel nostro caso la cultura politica ex dc ha inglobato fino a farla sostanzialmente scomparire la cultura politica ex comunista.

Insomma, non servivano menti così elevate, né analisi epistemologiche approfondite per arrivare a questa conclusione. Se  in più ci si mette il corto circuito creato dal renzismo, che in un certo senso è riuscito a riunire il peggio delle due culture, si capisce anche come, oltre all’amalgama impossibile, si sia arrivati alla attuale farsa delle cene contrapposte. Che poi, questa abitudine di fare i patti politici a cena non mi ha mai convinto. A cena si mangia e si beve. Gli accordi sarebbe bene farli nelle sedi proprie. Si potrebbe anche finire qui, lasciando all’oblio della cronaca che si cancella nello spazio di un click, questa ridicola vicenda delle cene contrapposte. Non prima, però, di aver rilevato quanto fosse “antipatizzante” l’originale proposta di Calenda, perfetta esemplificazione del cosiddetto “partito ztl”: ci vediamo in quattro ai Parioli e decidiamo per tutti. ‘Na roba che ti fa perdere un paio di centomila voti solo con il titolo dei giornali. C’è da dire però che anche la risposta di Zingaretti (prendo qualche idealtipo e lo metto a tavola in trattoria) è sembrata un po’ raccogliticcia. Lo staff che segue la comunicazione dell’aspirante leader del Pd deve cercare di fare di meglio che riciclare format che già con Veltroni suonavano un po’ finti.

Archiviamo dunque il Pd e le sue cene? Magari. Ci vorrà anche qualche mese, ma forse alla fine anche i suddetti commentatori ci arriveranno: non solo il Partito democratico non riuscirà mai a essere unitario per la sua stessa natura, ma la sua esistenza stessa impedisce, di fatto, che in Italia ci possa essere una sinistra realmente competitiva con la destra.

Le ragioni sono essenzialmente due. La prima è evidente: quel partito, con tutti i suoi difetti e la sua crisi irreversibile, comunque sia è un contenitore da sei milioni di voti. Un grande inganno, insomma, che tiene prigioniero un bacino elettorale ancora decisamente di sinistra. Una sorta di sindrome di Stoccolma su scala italiana, in pratica. A torto o a ragione, non è questo il dato importante, l’elettore italiano ritiene che quella sia l’unica esperienza di sinistra credibile e in grado di essere sfidante nei confronti della destra. Non dico che questa situazione sia irreversibile, anzi il progressivo travaso di voti dai Democratici verso l’astensione e – forse ancora di più – verso i 5 stelle, ci dice il contrario. Eppure restano quei 6 milioni di cittadini, secondo me ancora legati da un voto ideologico per il quale il “Partito” si vota comunque. Con questa realtà tocca farci i conti.

La seconda è forse più sottile. Il Pd, in realtà, resta anche il partito di riferimento di chi lo critica da sinistra. Basta guardare con occhi attenti la vicenda di Mdp. Quel pezzo di gruppo dirigente che si è separato dai Democratici oramai quasi due anni fa, in realtà si considera ancora una corrente interna. Poco importano le parole o le sigle messe in campo. Siccome sono convinti che il problema fosse Renzi, aspettano soltanto che il fiorentino venga messo da parte una volta per tutte. Magari non torneranno subito a casa, magari si acconceranno a fare qualche listarella civetta per far finta di aver fatto un nuovo Ulivo. Ma la strada per loro è segnata. Proprio non ci riescono a immaginarsi autonomi, liberi di percorrere strade differenti. Aspettano comunque di capire cosa succederà nel Pd. Poco importa che i democratici che si definiscono più di sinistra, Zingaretti ad esempio, li considerino quasi un peso, preferendo affidare il lato “radicale” della coalizione a figure considerate più attraenti, come Boldrini e Smeriglio. Loro stanno lì, seduti sul loro strapuntino ad aspettare un cenno, un segnale di benevolenza. E intanto, come in un gioco degli specchi con il Pd, non si rendono conto di offrire un altro contributo alla disperazione di quel popolo di sinistra che si è rotto le scatole di essere considerato “carne da elezioni” o poco più.

Questo, diciamolo con chiarezza, ha piombato le ali di Liberi e uguali fin dall’inizio. Non solo e non tanto l’essere percepiti come troppo vicini al Pd, ma l’essere, di fatto, una sua succursale costruita soltanto in attesa di tempi migliori. Nel nostro piccolo questo rischio lo abbiamo denunciato per tempo, non da soli. Ma l’attuale gruppo dirigente di Mdp questo è in grado di fare, non altro. Né, del resto, si va più lontano con quelli di Sinistra italiana, abituati anch’essi a definire se stessi in funzione del Pd. Non dimentichiamo che Sel (più o meno la provenienza è quella) non nasce come soggetto autonomo ma come gamba sinistra della coalizione. Le origini quelle sono, non se ne esce. E ha ragione Grasso a dirlo chiaramente: i dirigenti non vogliono la trasformazione di Leu in un partito, contro quello che pensa buona parte della loro base.

Per dirla in breve, tutti noi, tutti insieme, non saremo in grado di fare una cosa davvero differente fino a quando l’implosione dei democratici non sarà completa. Allora, solo allora, si libereranno le energie necessarie e ripensare una forza di sinistra. Inutile, quindi, agitarsi troppo, questa la drammatica conclusione a cui volevo arrivare, basta mettersi a sedere, sperando che Salvini e soci facciano in fretta a spazzare via quello che resta. Sarò anche cinico, ma, come sempre ve la dico come la penso. Una cena alla volta, non ci vorrà molto tempo. Nel frattempo studiamo, documentiamoci, lavoriamo sui territori, teniamoci allenati, torniamo magari a parlare di questioni comprensibili ai più e non solo dei villini liberty da difendere a tutti i costi. C’è un popolo che non riesce più a mettere insieme il pranzo con la cena. C’è un paese che crolla letteralmente. La sinistra esca dal ghetto dorato dei centri strorici: deve tornare in sintonia con il sentire profondo di questo Paese, tornare ad essere popolare.  Invece delle cene con le posate d’argento, invece dei tavoli a invito, tocca ripensare alle tavolate di un tempo.

Ora costruiamo l’alternativa.
Il pippone del venerdì/59

Giu 8, 2018 by     No Comments    Posted under: Il pippone del venerdì

Il quadro è semplice, la dico subito così, senza introduzioni, senza perdere tempo. Il gioco delle parti che stanno magistralmente interpretando Salvini e Di Maio mi pare evidente: il primo si occupa delle questioni di destra, il secondo prova a giocare a tutto campo, strizzando l’occhio alla sinistra, ma senza dimenticare la “pancia” degli italiani. E così prima incontra i ragazzi delle consegne, garantendogli il suo impegno per i loro diritti, poi va all’assemblea di Confcommercio e annuncia il taglio di tutti gli strumenti di controllo sull’evasione fiscale. Ci mette anche l’inversione dell’onere della prova che, come è evidente, rallenterebbe le verifiche rendendole di fatto impossibili. La chiamano pace fiscale, ma è un grande maxi condono non sul passato – come avviene di norma in questo Paese ogni quattro, cinque anni – ma addirittura sul futuro.

La vera novità di questa situazione, insomma, anche rispetto al resto d’Europa, non sono tanto i partiti populisti o sovranisti al potere, come vorrebbero farci intendere i commentatori nostrani, sempre pronti ad accorgersi di quello che succede dopo un paio d’anni dal suo effettivo verificarsi. La novità è che le ali estreme della rappresentanza parlamentare, per la prima volta, si uniscono tagliando fuori i moderati. Lo strano animale rappresentato dai 5 stelle, che dentro si sé racchiudono le istanze più disparate, e la destra leghista si uniscono sotto l’unica bandiera che hanno in comune. Quella del cambiamento. Quale segno abbia il cambiamento non importa. Basta che sia tutto nuovo, tutto in apparente discontinuità con il passato. Del resto siamo il Paese in cui ogni tanto cambiamo il nome perfino alle tasse per far vedere che qualcosa si muove.   Siamo il Paese che nel nome del “nuovo” ha seguito Mussolini, Berlusconi, Renzi. Nulla di nuovo – perdonate l’impiccio delle parole – sotto questo aspetto.

Destra e sinistra “tradizionali” si ritrovano dunque all’opposizione insieme. Con un governo che gli ruba l’aria incarnando di volta in volta sia la destra che la sinistra, portando all’estremo le istanze tradizionali. La risposta che arriva da parte dell’azionista di maggioranza dell’opposizione, Matteo Renzi, è disperante. Una sterile rivendicazione di quello che è stato fatto nel recente passato unita a una vacua sottolineatura delle presunte inadeguatezze dei nuovi governanti. In più, si dice, l’ex presidente del Consiglio, vorrebbe lanciare un suo nuovo partito, l’occasione sarebbe l’annuale adunanza dei fedeli alla Leopolda, magari unendo gli sforzi con la parte più presentabile di Forza Italia, depurata da un Berlusconi che sembra ormai arrivato al capolinea, se non altro per ragioni anagrafiche. Lo schema che ha in testa Renzi è semplice quanto inefficace: da una parte i sovranisti, dall’altra gli europeisti.

Dico inefficace perché si riproporrebbe con chiarezza anche maggiore lo scontro delle ultime elezioni: il cosiddetto “Fronte repubblicano” proposto dall’ex ministro Calenda verrebbe inteso come “il popolo, gli ultimi, contro le élite sociali ed economiche”. Il risultato lo abbiamo visto e un secondo round su questo spartito avrebbe conseguenze devastanti per la tenuta stessa della democrazia. Non si può giocare uno scontro politico sulla difesa della Costituzione e delle istituzioni affermando automaticamente che gli avversari hanno connotati eversivi. Per questo, secondo me, erano sbagliate le manifestazioni programmate lo scorso fine settimana in difesa del presidente della Repubblica. Le istituzioni vanno sempre tenute fuori dallo scontro politico, utilizzarle come bandiera di parte crea una sorta di scontro di civiltà che potrebbe portare, questo sì, a conseguenze eversive.

A fronte di questo quadro, mi sembra ancora più insufficiente la risposta che arriva dalla sinistra. Detta in sintesi: facciamo fuori Renzi, ricostruiamo una nuova alleanza di centrosinistra che abbia come perno sempre il Pd, ma un Pd radicalmente rinnovato. Non si capisce per quale motivo coloro che sostengono questo ragionamento siano usciti da quel partito. Se il problema  fosse stato soltanto la linea politica incarnata dal segretario di turno sarebbe bastato aspettare la sconfitta elettorale, per di più di facile lettura. Io resto convinto che sia sbagliato il progetto stesso che ha dato vita al Pd e che serva una analisi più profonda di quello che è successo negli ultimi decenni non solo Italia, ma a livello mondiale e che da lì si debba ripartire.

Non si possono, insomma, riprendere i pezzi del vaso rotto – lo dice magnificamente Piero Bevilacqua sul Manifesto di oggi – e ricostruire l’intero a partire dal pezzo più grosso. E non basta fare un’opposizione per quanto puntuale e tempestiva. Dobbiamo prendere atto che i pezzi sparsi della sinistra oggi non si tengono insieme. Potere al popolo è convinto della sua risposta di stampo mutualistico, che senza una lettura politica rischia però di essere mera assistenza in stile cattolico. Liberi e Uguali fatica a tenere una rotta chiara. Troppo presi dalla volontà di autoconservazione del gruppo dirigente per veleggiare in mare aperto. Il Pd è un pugile suonato, ancora dominato da Renzi. E anche quando venisse messo in minoranza i suoi possibili successori non è che siano proprio un sorso di acqua limpida e fresca.

Serve un collante non per ricostruire il centrosinistra, un progetto fallito, che ha avuto come risultato quello di fare da narcotico al conflitto sociale, ma per costruire una alternativa di sistema. Fu questa, secondo me, la grande intuizione di Berlinguer dopo la parentesi del compromesso storico. Non riuscì a portare fino in fondo il ragionamento, ma si rese conto che il processo di disgregazione che già attraversava l’Italia e metteva in crisi il complesso dei partiti nati nel dopoguerra, aveva bisogno di un nuovo inizio, di una scintilla, di una alternativa vera, radicale. Per questo rivendicava la diversità dei comunisti. Non serve soltanto l’opposizione quotidiana, ma una visione sociale e culturale alternativa che si imponga e provi a ritessere un Paese impaurito e diviso. Liberarsi dalle paure, recita lo slogan con cui l’Arci ha aperto il suo congresso nazionale. Uno dei punti da cui ripartire è sicuramente questo. E la sinistra politica lo può fare insieme ai corpi intermedi, altrettanto in difficoltà: dai sindacati, all’associazionismo. Che però, lo ripeto ormai quotidianamente da anni, non possono ritenersi soggetti esterni, devono essere un pezzo fondante di questo lavoro di ricostruzione. Cari compagni dell’Arci, ma anche della Cgil questo è il momento di sporcarsi e mani non quello di ritenersi osservatori esterni.

L’altro punto, secondo me, è che l’alternativa deve essere popolare. In questi anni abbiamo rappresentato sempre più soltanto minoranze. Ci siamo chiusi in una visione snobistica della società per cui il popolo puzza. Meglio occuparsi dei diritti civili che di quelli sociali. Abbiamo puntato tutte le nostre carte sull’introduzione nella nostra società delle coppie di fatto, sullo ius soli, sul testamento biologico. Tutto giusto. Ma insufficiente per qualificare la sinistra. Sono diritti tipici delle democrazie liberali. La nostra funzione deve essere più profonda.

Io resto convinto che la prima libertà sia quella dal bisogno. Se non torniamo non solo a stare in mezzo al popolo, ma a essere popolo, saremo sempre più la sinistra delle élite, pure un po’ antipatici per il nostro malcelato senso di superiorità. La diversità dei comunisti era rispettata. Da tutti. Proprio perché non si traduceva nella spocchia che troppo spesso vedo nelle facce e negli atteggiamenti dei nostri dirigenti, ma veniva messa a servizio del popolo. Come si torna all’antico guardando al futuro? Io resto convinto che serva una commistione di livelli differenti: grandi momenti di elaborazione intellettuale, insieme alla quotidianità dell’azione politica sui territori. E resto convinto che questi due livelli debbano intrecciarsi con logiche orizzontali e non più piramidali. I prossimi mesi ci diranno se sarà possibile non ricostruire il vecchio, ma progettare il nuovo. Questa volta nuovo per davvero.

La sinistra faccia una cosa giusta: riprendiamoci L’Unità.
Il pippone del venerdì/52

Apr 20, 2018 by     No Comments    Posted under: Il pippone del venerdì

Mentre l’Italia aspetta con ansia la formazione di questo benedetto governo, fra incontri, incarichi, esploratori giornalieri e aspiranti presidenti del Consiglio, una notizia è passata quasi inosservata: L’Unità viene messa all’asta. La storica testata che fu del Pci, fondata da Antonio Gramsci, è stata pignorata dai dipendenti a garanzia dei propri crediti con l’editore (fondamentalmente stipendi arretrati) e il tribunale adesso ha avviato la procedura e affidato la perizia per la valutazione, primo passo per poi procedere alla vendita del giornale. Trattandosi di procedura giudiziaria, ovviamente, non c’è spazio per mediazioni o ragionamenti politici: se la aggiudicherà il miglior offerente.

Ora, partiamo da una notazione: intanto questo fatto sottolinea, ce ne fosse ancora bisogno, l’assoluta cialtronaggine dei dirigenti del Pd che si sono occupati dell’ultima edizione del giornale. Ripercorriamo  rapidamente: il quotidiano era tornato in edicola nel 2015, dopo la crisi e la sospensione delle pubblicazioni avvenuta nel 2014. L’editore, come già avvenuto in passato, non era più il partito di riferimento, il Pd in questo caso, o una società controllata dallo stesso, ma un privato, tal Pessina, imprenditore impegnato nel campo delle costruzioni, a digiuno di vicende editoriali, vicino – all’epoca – a Matteo Renzi. Fu costituita una società in cui il partito aveva, tramite una fondazione, una quota di minoranza, ma si riservava il potere di nomina del direttore. In questi casi, di solito, si tende a separare la proprietà della testata dall’editore vero e proprio, attraverso un contratto di affitto, magari a un prezzo simbolico. Detta in poche parole: il Pd avrebbe potuto rimanere proprietario della testata, il vero valore di un giornale, affidandone la semplice edizione al socio privato. Invece no, a Pessina viene trasferito il pacchetto completo. Morale della favola, il costruttore attualmente è proprietario de L’Unità e anche dell’archivio del giornale. Un patrimonio storico e culturale di enorme valore in mano a uno che costruisce ospedali. E, morale della favola due, la testata rischia di essere comprata da qualche sconosciuto che ne potrà fare l’uso che vuole. Sempre che questi sprovveduti non facciano addirittura scadere la registrazione: una testata per “esistere” deve essere pubblicata almeno una volta l’anno, altrimenti decade la sua iscrizione nel registro della stampa e chiunque la potrebbe iscrivere ex novo senza pagare un euro ai lavoratori. Mancano pochi mesi.

Ecco, proprio nei giorni in cui esercitiamo la nostra abituale capacità di prenderci a martellate i cabbasisi litigando sulle sigle per il 2 per mille, vorrei lanciare un appello credo un po’ più utile: utilizziamo quei fondi, magari integrati da una sottoscrizione popolare, per ricomprare L’Unità. Credo che sarebbe un utilizzo più utile che pagare qualche costosa sede in centro, comoda perché “sta proprio accanto alla Camera”, per non parlare dell’utilità degli staff dei (sedicenti) dirigenti. Vorrà dire che per le riunioni utilizzeranno le sedi istituzionali e gli staff se li pagheranno di tasca loro. Per quello che producono…

I partitini della sinistra dispersa – comprendendo anche Rifondazione, neo Pci e tutti quelli che ci vogliono stare – potrebbero mettersi attorno a un tavolo non per contrattare l’ennesima alleanza elettorale, ma un progetto concreto di una casa comune, sia pur solo editoriale.  Si potrebbe anche chiedere un impegno alle fondazioni che amministrano il patrimonio immobiliare ex Pci. Sposetti batta un colpo. Sicuramente il milione e mezzo di elettori che hanno votato per formazioni di sinistra il 4 marzo non sarebbero insensibili.

Non si tratta soltanto, insomma, di salvare dal “macero” una testata di grande valore per tanti di noi. Ma di ridare a tutti un punto di riferimento, un luogo di confronto aperto. Ecco io la immagino così la nuova Unità: una ossatura snella, pochi giornalisti giusto per coordinare il lavoro, inizio solo on line, spazio al dibattito e al contributo di intellettuali. Non credo ci sarebbe alcuna difficoltà a trovare giornalisti, uomini di cultura, ma anche militanti disposti a dare un contributo volontario. Siamo un popolo di grafomani del resto.

Poi, magari, siccome sono uno anche affezionato al mondo reale, da lì potremmo riorganizzare le feste, tutti insieme. E ancora potremmo pensare a dei quaderni cartacei, magari con cadenza mensile o anche più. Quaderni tematici che possano essere punti fermi, di raccolta di idee, in un mondo dove tutto dura lo spazio di un click. E magari potremmo far vivere la nuova Unità aprendo spazi di dibattito non solo web, usando la testata per tornare – non ci torno perché ne ho già parlato più volte –  aprire sedi, non di partito, ma utili: ecco, quelle che ho chiamato le Case del popolo 2.0, perché, a questo punto, non chiamarle Case dell’Unità?

Insomma, questa vicenda de L’Unità potrebbe essere un nuovo inizio. Visto che Liberi e Uguali lo stanno ammazzando in culla, tra reciproci veti, personalismi di (sedicenti) dirigenti che parlano soltanto fra di loro e si convincono – sempre fra di loro – della giustezza delle posizioni che assumono salvo poi prendere schiaffoni a ogni tornata elettorale, una casa anche solo editoriale unitaria sarebbe un bel modo per ripartire da zero, tornando a parlarci senza dannose intermediazioni. Avendo luoghi in cui farlo, ne sono convinto, scopriremmo che le divisioni tra noi sono molto meno di quelle che ci fanno pensare.

Niente scherzi, ora si rema. Magari tutti nella stessa direzione.
Il pippone del venerdì/46

Mar 9, 2018 by     1 Comment     Posted under: Il pippone del venerdì

Se vi aspettate un pippone lamentoso per la serie “quanto siamo incompresi noi della sinistra” oppure, ancora peggio, “abbiamo sbagliato tutto, quanto sono cattivi quelli di Mdp” (sostituire con Si o Possibile a seconda della formazione politica di provenienza), oppure ancora un’infinita lista di errori commessi dai nostri dirigenti, dicevo, se vi aspettate tutto questo, cambiate pagina. Il 3 per cento è la nostra realtà. Questo siamo oggi, da qui bisogna ripartire.

Del resto, conoscevamo bene i problemi che avrebbero caratterizzato questa campagna elettorale. Un’aggregazione che appariva frettolosa e tardiva al tempo stesso, un simbolo sconosciuto ai più, l’appello al voto utile che ci avrebbe inevitabilmente schiacciato. Non ha premiato il Pd, ma i 5 stelle, che sono stati percepiti dall’elettorato come l’unica alternativa credibile alla destra. Infine, non lo dimentichiamo, abbiamo giocato una partita, mi piace credere sia soltanto il primo tempo, su un campo – il Rosatellum – che non avevamo di certo scelto noi. Anzi, era stato studiato nei particolari per metterci in difficoltà.

Certo, poi ci abbiamo messo del nostro. Dell’entusiasmo di quella mattinata romana in cui Grasso aveva lanciato Liberi e Uguali è rimasto ben poco nei mesi che si sono succeduti. Le assemblee-teatrino in cui era tutto deciso, le liste calate dall’alto senza tenere conto delle proposte dei territori, la gestione farraginosa delle alleanze per le elezioni regionali. E poi il silenzio dei media, pronti a fare da grancassa soltanto a quello che ci metteva in difficoltà. Dalle affermazioni ambigue, alle differenze di vedute fra i nostri candidati. Li ricordate i litigi fra noi sui social sulla parola “foglioline”? Beh, altro che tafazzismo. In più mettiamoci anche i mezzi a disposizione. Scarsi. L’organizzazione. Approssimativa. Infine, lasciatemelo dire da un punto di vista professionale, una campagna di comunicazione di scarso spessore.

Lo sapevamo. Come sapevamo che il nostro era un tentativo necessario ma insufficiente. Questa non è comunque la fine della storia. In questi mesi ce lo siamo detti per farci coraggio o perché lo credevamo davvero? Bene, care tutte e tutti, come va di moda dire, io ci credevo davvero. Perché questo impegno ha riempito le mie giornate dal 2015 – quando ho lasciato il Pd – a oggi. E non ho alcuna intenzione di mollare ora. Cambia qualcosa aver preso il 3 per cento rispetto al 6 che ci aspettavamo, illusi da sondaggi che cercano più di condizionare la realtà che di raccontarla? Siamo in Parlamento. Missione compiuta, seppur al minimo sindacale. Questo era l’obiettivo, dare una rappresentanza al partito che dobbiamo costruire. Abbiamo fatto un percorso un po’ al contrario, ma sapevamo anche questo. Dunque: avanti.

Cercando magari di non ripetere gli errori fatti. Avanti. Senza rottamare nessuno, perché non fa parte della nostra cultura, senza chiedere a nessun dirigente della vecchia di guardia di fare un passo indietro. E non è onesto dare la colpa a una generazione di leader he ha fatto una corsa generosa, spesso senza essere candidato ovunque. A volte ha funzionato, altre meno. Io resto convinto che uno come D’Alema sarebbe stato bene averlo in parlamento. Resta fuori non per chissà quale rifiuto popolare nei suoi confronti, ma per il gioco dei seggi del Rosatellum, una sorta di partita a dadi che giochi da bendato. Insomma, non crocifiggiamo nessuno, avremo ancora bisogno di tutti.

E allora, tutti, facciamo insieme un passo in avanti. Che ognuno riconosca i proprio limiti. Che tutti si rendano conto che non siamo stati percepiti come la soluzione, ma come una parte del problema. In una competizione elettorale caratterizzata da un voto anti-istituzioni, che ha premiato tutto quanto era più lontano dall’establishment in tutti gli schieramenti, ci siamo presentati con il presidente del Senato e della Camera in prima fila. Abbiamo proposto soluzioni spesso confuse, spesso descritte in maniera contraddittoria. E’ ora di ripartire.

Io direi di dimenticare – per un po’ almeno – alcune delle parole che più usiamo, cito, a mero titolo di esempio: responsabilità, sinistra di governo, centrosinistra, Ulivo, governo di scopo, del presidente, istituzionale. Dobbiamo essere un po’ sanamente irresponsabili, insomma. Dobbiamo stare nei luoghi del conflitto, non nei salotti bene. Dobbiamo mettere in campo azioni positive per cominciare a raccontare il cambiamento che vogliamo nelle cose che facciamo e non solo nelle parole che ripetiamo sempre più stancamente.

Meno metafore, magari. E più presenza nelle scuole, nelle università, nelle periferie. Ripartiamo nella costruzione di un partito vero. Non un’associazione temporanea fra separati, ma un luogo che appartenga a tutti. Dove ci si chiama per nome e non si aggiunge la sigla di provenienza.

Il documento-appello lanciato da Grasso, Civati, Speranza e Fratoianni (l’ordine è puramente casuale), è un inizio necessario ma insufficiente al tempo stesso. Necessario perché serviva una scossa, bisognava lanciare un appuntamento immediato. Ma io credo che non basti dire: decidete un po’ voi che volete fare. Una direzione se ti vuoi ancora chiamare dirigente, la devi pur indicare. Cosa avete in mente, diciamolo chiaro: una federazione a cui tutti cedano pezzi di sovranità, un partito unitario, magari con forme di adesione collettiva? Quali sono i temi da cui partiamo? Quale il rapporto che vogliamo costruire con i sindacati, con l’associazionismo, con le realtà cresciute in questi anni nelle città? Su questo ultimo punto ad esempio, basta candidare qualche esponente di associazioni sconosciute ai più? Oppure serve un rapporto di tipo diverso? Più organico, come si sarebbe detto un tempo.

Insomma, ragazzi, gli elettori della sinistra saranno anche stati nel bosco, ma sono usciti e hanno scelto altre strade. Di fronte al tracollo del Pd, che perde buona parte del suo elettorato storico, a noi arrivano le briciole. Oggi siamo percepiti come residuali. La sinistra che fu, alla quale si accorda una sorta di diritto di tribuna perché in fondo è simpatica da vedere. Poco più che soprammobili.

Ora, io in pensione ci vorrei anche andare. Ma tra qualche anno. Sento ancora forte il bisogno di impegnarmi, di mettermi a disposizione per aiutare una nuova generazione a prendersi la rivincita. Come fare? Sono queste le domande che sento in giro fra i compagni un po’ sconsolati. Tutte le risposte non le so, vanno cercate insieme, ma alcune idee ce l’ho e vorrei avere modo di metterle alla prova. Ecco, ad esempio, evitiamo di parlare di alleanze per qualche anno, non ci facciamo incartare dagli appelli alla responsabilità. Possiamo ripartire alla definizione di una nostra visione di società. Ecco, ad esempio, riusciamo a ridare cittadinanza alla parola “socialismo”? Si può tornare a usare, si può tornare a sognare un mondo diverso. A me questo fa un po’ schifo. E’ un mondo cafone e arrogante. Ci sto stretto.

Ecco, ad esempio, possiamo invertire la tendenza? Invece di fare assemblee megagalattiche in cui parlano sempre pochi noti, possiamo aprire “la stagione delle mille piazze”? Diamoci un tempo, apriamo una fase di ascolto. Quartiere per quartiere. Dove siamo presenti usiamo le strutture esistenti, ma poi andiamo in giro, andiamo dove non siamo. Prendiamo i risultati delle elezioni politiche e cominciamo dai seggi dove prendiamo meno voti. A viso aperto. Il partito della sinistra, per me va fatto strada per strada, non nei teatri dove siamo sempre gli stessi (Brancaccio compreso). Perché non solo siamo sempre gli stessi, ma siamo sempre più vecchi e stanchi. Io penso che in questa maniera si possa ricostruire qualcosa che non sia un’aggregazione di reduci. La protezione di un gruppetto di parlamentari poco abituati a confrontarsi con gli elettori non mi interessa. Non ci sto più a portare acqua a chi è sempre presente quando si tratta di essere candidato, ma poi non risponde più al telefono una volta eletto. Ecco, queste assemblee di Liberi e Uguali che svolgeremo nelle prossime settimane, facciamole strane. Usciamo dalle liturgie politiciste che ci piacciono tanto ma ci hanno portati alla separazione dalla realtà. Non facciamo programmoni, tavoli di lavoro. Partiamo da due o tre domande e chiediamo a tutti di esprimersi su questo. Vogliamo stare insieme? Per fare cosa? Con quali strumenti? Cerchiamo di essere chiari, di non usare ambiguità comode. Non è più il tempo delle convergenze parallele, dei due forni. E’ tempo di abbattere qualche muro. Anche a testate se serve.

Infine, una notazione sul Pd. Noto con un qualche allarme che diversi compagni che hanno fato questo tratto di percorso con noi sembrano molto interessati alle prossime primarie, alle quali – i giornali lo danno per certo – parteciperà anche Nicola Zingaretti. Non voglio commentare questa forma di esercizio falsamente democratico. Sono, ovviamente, uno spettatore interessato. Perché continuo a ritenere il Pd uno dei possibili interlocutori della sinistra. Ma resto concentrato sulla costruzione di una forza di sinistra. I democratici facciano le loro scelte, vedremo se in futuro le nostre strade, di forze autonome, potranno incrociarsi ancora.

Caro Goffredo, il Pd è l’ostacolo, non Renzi. Ti aspettiamo a sinistra

Nov 11, 2017 by     No Comments    Posted under: appunti per il futuro

Caro Goffredo,

ho letto come sempre con grande attenzione e rispetto le considerazioni che hai espresso su Repubblica di ieri. Ho provato a replicare brevemente su facebook, ma non soddisfatto provo a buttare giù due righe. La profondità e la sofferenza che leggo nella tua analisi merita ben più che pochi caratteri digitati dal telefono. Parlo di sofferenza perché proprio tu, non senza destare stupore, avevi riposto grande speranza nella svolta renziana. A determinate condizioni, sintetizzo, pensavi che potesse far uscire il Pd dalle secche correntizie in cui si era arenato dopo un inizio che aveva suscitato speranze e attese nel nostro popolo. Questa svolta, convieni adesso, al contrario non solo non ha portato fuori da quelle secche, ma ha imprigionato la sinistra in uno schema alla Macron, senza peraltro averne i numeri. Con i voti presi a sinistra, banalizzo, si sono fatte le leggi che voleva la destra.

Vado sempre per sintesi, continui il ragionamento invitando esplicitamente il segretario del Pd a farsi un partito suo perché nel Pd non ci dovrebbe essere spazio per quel tipo di personalismo leaderistico.

Sull’analisi si può anche convenire. Il renzismo imprigiona tutt’ora un pezzo importante della sinistra italiana. Di gran lunga maggioritario, dici tu. Le conclusioni, però, sono francamente deludenti. Se, come tu sostieni, il centrosinistra è essenziale per dare un’impronta di natura progressista al governo del Paese, e se per farlo serve una sinistra forte, insieme al centro, io credo che il Pd, non Renzi, sia l’ostacolo fondamentale. Se non ci diciamo che bisogna uscire dall’equivoco alla base della nascita del partito democratico, ovvero la coesistenza del centro e della sinistra nello stesso contenitore, non si può ricominciare a costruire un futuro per la nostra comune cultura politica. Quella del comunismo democratico, che tanta parte ha avuto nella costruzione di questo Paese. Questa è l’emergenza di oggi. Non altro. Ridare spazio a una sinistra non velleitaria, radicale nella sua proposta, che punti a governare questo Paese su basi profondamente discontinue non solo rispetto a Renzi, ma anche rispetto ai governi degli anni ’90 del secondo scorso.

E dire a Renzi, che rappresenta a occhio circa l’80 per cento del partito, che se ne deve andare mi sembra francamente velleitario. Io non credo che lì ci sia ancora tanta parte della sinistra. Tante intelligenze forse. Perso a te, a Cuperlo, a Zingaretti. Ma il popolo non c’è più. E non si è classe dirigente se non si avverte quanto sia forte e profondo questo distacco. Già tre anni fa, da segretario di un circolo della periferia romana, nei volantinaggi sentivo non solo la distanza, ma il vero e proprio rifiuto che quel simbolo destava. E questi tre anni non hanno di certo attenuato questo sentimento. Come potete non avvertirlo voi che siete dirigenti politici?

La sinistra fuori dal Pd non è attrattiva, sostieni. E su questo siamo perfettamente d’accordo. Non è attrattiva per le tante incertezza, perché non sta più fisicamente nei luoghi del conflitto ma solo nei salotti buoni della città. Non perché è troppo radicale, ma perché lo è poco. Le ragioni sono tante e mi piacerebbe trovare un luogo dove poterne discutere insieme.

Non è attrattiva ma c’è. E con tutti i limiti che dicevo ci stiamo provando seréiamente a rifondare una casa. Una casa che, lo dico da sempre, non deve avere porte e finestre, ma un tetto solido, fatto con la nostra cultura e i nostri valori. Ecco, in quella casa, quando lo riterrai opportuno, sarete sempre i benvenuti.

Con immutato affetto e ammirazione,

Michele Cardulli

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