Ora costruiamo l’alternativa.
Il pippone del venerdì/59

Giu 8, 2018 by     No Comments    Posted under: Il pippone del venerdì






Il quadro è semplice, la dico subito così, senza introduzioni, senza perdere tempo. Il gioco delle parti che stanno magistralmente interpretando Salvini e Di Maio mi pare evidente: il primo si occupa delle questioni di destra, il secondo prova a giocare a tutto campo, strizzando l’occhio alla sinistra, ma senza dimenticare la “pancia” degli italiani. E così prima incontra i ragazzi delle consegne, garantendogli il suo impegno per i loro diritti, poi va all’assemblea di Confcommercio e annuncia il taglio di tutti gli strumenti di controllo sull’evasione fiscale. Ci mette anche l’inversione dell’onere della prova che, come è evidente, rallenterebbe le verifiche rendendole di fatto impossibili. La chiamano pace fiscale, ma è un grande maxi condono non sul passato – come avviene di norma in questo Paese ogni quattro, cinque anni – ma addirittura sul futuro.

La vera novità di questa situazione, insomma, anche rispetto al resto d’Europa, non sono tanto i partiti populisti o sovranisti al potere, come vorrebbero farci intendere i commentatori nostrani, sempre pronti ad accorgersi di quello che succede dopo un paio d’anni dal suo effettivo verificarsi. La novità è che le ali estreme della rappresentanza parlamentare, per la prima volta, si uniscono tagliando fuori i moderati. Lo strano animale rappresentato dai 5 stelle, che dentro si sé racchiudono le istanze più disparate, e la destra leghista si uniscono sotto l’unica bandiera che hanno in comune. Quella del cambiamento. Quale segno abbia il cambiamento non importa. Basta che sia tutto nuovo, tutto in apparente discontinuità con il passato. Del resto siamo il Paese in cui ogni tanto cambiamo il nome perfino alle tasse per far vedere che qualcosa si muove.   Siamo il Paese che nel nome del “nuovo” ha seguito Mussolini, Berlusconi, Renzi. Nulla di nuovo – perdonate l’impiccio delle parole – sotto questo aspetto.

Destra e sinistra “tradizionali” si ritrovano dunque all’opposizione insieme. Con un governo che gli ruba l’aria incarnando di volta in volta sia la destra che la sinistra, portando all’estremo le istanze tradizionali. La risposta che arriva da parte dell’azionista di maggioranza dell’opposizione, Matteo Renzi, è disperante. Una sterile rivendicazione di quello che è stato fatto nel recente passato unita a una vacua sottolineatura delle presunte inadeguatezze dei nuovi governanti. In più, si dice, l’ex presidente del Consiglio, vorrebbe lanciare un suo nuovo partito, l’occasione sarebbe l’annuale adunanza dei fedeli alla Leopolda, magari unendo gli sforzi con la parte più presentabile di Forza Italia, depurata da un Berlusconi che sembra ormai arrivato al capolinea, se non altro per ragioni anagrafiche. Lo schema che ha in testa Renzi è semplice quanto inefficace: da una parte i sovranisti, dall’altra gli europeisti.

Dico inefficace perché si riproporrebbe con chiarezza anche maggiore lo scontro delle ultime elezioni: il cosiddetto “Fronte repubblicano” proposto dall’ex ministro Calenda verrebbe inteso come “il popolo, gli ultimi, contro le élite sociali ed economiche”. Il risultato lo abbiamo visto e un secondo round su questo spartito avrebbe conseguenze devastanti per la tenuta stessa della democrazia. Non si può giocare uno scontro politico sulla difesa della Costituzione e delle istituzioni affermando automaticamente che gli avversari hanno connotati eversivi. Per questo, secondo me, erano sbagliate le manifestazioni programmate lo scorso fine settimana in difesa del presidente della Repubblica. Le istituzioni vanno sempre tenute fuori dallo scontro politico, utilizzarle come bandiera di parte crea una sorta di scontro di civiltà che potrebbe portare, questo sì, a conseguenze eversive.

A fronte di questo quadro, mi sembra ancora più insufficiente la risposta che arriva dalla sinistra. Detta in sintesi: facciamo fuori Renzi, ricostruiamo una nuova alleanza di centrosinistra che abbia come perno sempre il Pd, ma un Pd radicalmente rinnovato. Non si capisce per quale motivo coloro che sostengono questo ragionamento siano usciti da quel partito. Se il problema  fosse stato soltanto la linea politica incarnata dal segretario di turno sarebbe bastato aspettare la sconfitta elettorale, per di più di facile lettura. Io resto convinto che sia sbagliato il progetto stesso che ha dato vita al Pd e che serva una analisi più profonda di quello che è successo negli ultimi decenni non solo Italia, ma a livello mondiale e che da lì si debba ripartire.

Non si possono, insomma, riprendere i pezzi del vaso rotto – lo dice magnificamente Piero Bevilacqua sul Manifesto di oggi – e ricostruire l’intero a partire dal pezzo più grosso. E non basta fare un’opposizione per quanto puntuale e tempestiva. Dobbiamo prendere atto che i pezzi sparsi della sinistra oggi non si tengono insieme. Potere al popolo è convinto della sua risposta di stampo mutualistico, che senza una lettura politica rischia però di essere mera assistenza in stile cattolico. Liberi e Uguali fatica a tenere una rotta chiara. Troppo presi dalla volontà di autoconservazione del gruppo dirigente per veleggiare in mare aperto. Il Pd è un pugile suonato, ancora dominato da Renzi. E anche quando venisse messo in minoranza i suoi possibili successori non è che siano proprio un sorso di acqua limpida e fresca.

Serve un collante non per ricostruire il centrosinistra, un progetto fallito, che ha avuto come risultato quello di fare da narcotico al conflitto sociale, ma per costruire una alternativa di sistema. Fu questa, secondo me, la grande intuizione di Berlinguer dopo la parentesi del compromesso storico. Non riuscì a portare fino in fondo il ragionamento, ma si rese conto che il processo di disgregazione che già attraversava l’Italia e metteva in crisi il complesso dei partiti nati nel dopoguerra, aveva bisogno di un nuovo inizio, di una scintilla, di una alternativa vera, radicale. Per questo rivendicava la diversità dei comunisti. Non serve soltanto l’opposizione quotidiana, ma una visione sociale e culturale alternativa che si imponga e provi a ritessere un Paese impaurito e diviso. Liberarsi dalle paure, recita lo slogan con cui l’Arci ha aperto il suo congresso nazionale. Uno dei punti da cui ripartire è sicuramente questo. E la sinistra politica lo può fare insieme ai corpi intermedi, altrettanto in difficoltà: dai sindacati, all’associazionismo. Che però, lo ripeto ormai quotidianamente da anni, non possono ritenersi soggetti esterni, devono essere un pezzo fondante di questo lavoro di ricostruzione. Cari compagni dell’Arci, ma anche della Cgil questo è il momento di sporcarsi e mani non quello di ritenersi osservatori esterni.

L’altro punto, secondo me, è che l’alternativa deve essere popolare. In questi anni abbiamo rappresentato sempre più soltanto minoranze. Ci siamo chiusi in una visione snobistica della società per cui il popolo puzza. Meglio occuparsi dei diritti civili che di quelli sociali. Abbiamo puntato tutte le nostre carte sull’introduzione nella nostra società delle coppie di fatto, sullo ius soli, sul testamento biologico. Tutto giusto. Ma insufficiente per qualificare la sinistra. Sono diritti tipici delle democrazie liberali. La nostra funzione deve essere più profonda.

Io resto convinto che la prima libertà sia quella dal bisogno. Se non torniamo non solo a stare in mezzo al popolo, ma a essere popolo, saremo sempre più la sinistra delle élite, pure un po’ antipatici per il nostro malcelato senso di superiorità. La diversità dei comunisti era rispettata. Da tutti. Proprio perché non si traduceva nella spocchia che troppo spesso vedo nelle facce e negli atteggiamenti dei nostri dirigenti, ma veniva messa a servizio del popolo. Come si torna all’antico guardando al futuro? Io resto convinto che serva una commistione di livelli differenti: grandi momenti di elaborazione intellettuale, insieme alla quotidianità dell’azione politica sui territori. E resto convinto che questi due livelli debbano intrecciarsi con logiche orizzontali e non più piramidali. I prossimi mesi ci diranno se sarà possibile non ricostruire il vecchio, ma progettare il nuovo. Questa volta nuovo per davvero.








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