Mi raccomando fate i moderati.
Il pippone del venerdì/76

Nov 9, 2018 by     No Comments    Posted under: Il pippone del venerdì






Non è uno scherzo, leggo l’ennesima intervista di Romano Prodi, come sempre con il rispetto che si deve a una persona di una certa età, e scopro che ha la testa ancora ferma lì: per vincere servono candidati moderati, anzi un fronte che comprenda tutti i cosiddetti anti populisti per avere la maggioranza nel prossimo parlamento europeo: l’alleanza con Macron è servita. Ora, io che sono un ingenuo, mi sarei aspettato che dopo quanto sta succedendo ormai da un paio di anni a questa parte in tutto il mondo, anche i tifosi più accaniti dell’ulivismo se ne fossero fatti una ragione. E invece no, non sono bastate neanche le elezioni americane. Nulla, hanno la testa tarata sul “centro”. E poi ho l’impressione che si confonda il concetto di populismo con quello di popolare. Una generazione di dirigenti troppo abituata ai salotti della politica non sa più neanche dove sta di casa il popolo. Non lo trovano manco se lo cercano su google.

Ma torniamo alle cose serie. Un compagno, giusto ieri, mi ha detto che “sono intelligente, ma anche mezzo matto”. Io, a dire il vero, essendo da sempre seguace di Steve Jobs, ambirei a essere tutto matto, anche perché sono i folli che cambiano il mondo, che fanno andare avanti la società, non i sostenitori dello status quo. Ma anche senza essere del tutto fuori di testa, andrebbe portata avanti una qualche forma di riflessione sul ritorno del radicalismo in politica in rapporto alle evoluzioni della nostra società. Non sono davvero in grado, servirebbero sociologi, esperti di new media, fini analisti politici. Io da umile osservatore, mi limito a considerare che perfino nel paese più moderato del mondo occidentale ormai la sfida è fra la destra e la sinistra radicale. Negli Stati Uniti si contrappongono Trump e Sanders, non Cruz e Clinton, tanto per semplificare il ragionamento. E quando la dirigenza democratica prova a inventarsi in provetta un candidato, malgrado una campagna faraonica, prende sonore mazzate. Beto insegna. E’ solo un fenomeno momentaneo? Io non credo. Anzi, penso che la contrapposizione politica sempre più netta sia una caratteristica di fondo di questo modello di società.

Provo ad articolare un pensiero logico. Viviamo in un mondo sincopato, in cui il tempo è fattore essenziale e l’attenzione è sempre più labile. Ormai ognuno di noi fa sempre due cose contemporaneamente. E basta guardare i ragazzi per capire come la tendenza sia sempre più marcata. Si guarda la tv e si sta con lo smartphone comunque in mano. Ci sono paesi dove hanno addirittura pensato di rafforzare la segnaletica orizzontale per le strade perché oramai tutti camminano  a testa bassa, meglio scrivere a terra le indicazioni adatte a evitare frontali fra pedoni. Mettiamoci anche un altro concetto: la comunicazione tende a essere sempre meno scritta e sempre più basata su immagini chiave. Il pippone resiste, ma nasce appunto con l’idea stessa di essere orgogliosamente controcorrente. Tant’è vero che il social emergente è Instagram, ovvero un luogo dove non ci sono sostanzialmente testi scritti ma solo immagini.

E anche la politica non può che seguire la tendenza: sempre più messaggi video, a fare i volantini anni ’50 c’è solo qualche sindacalista in pensione. Insomma una comunicazione sempre più secca. Succede in tutto il mondo, in Italia ne abbiamo avuto la prova sul campo alle ultime elezioni, nelle quali hanno pagato i messaggi asciutti di Lega e 5 Stelle, non la vaghezza di Leu o il finto giovanilismo di Renzi.

Insomma, la nuova parola d’ordine di tutti noi dovrebbe essere radicalità. Teniamone conto. Emerge chi si fa capire in 15 secondi. Come farlo, invece, richiede decisamente più tempo: bisognerebbe partire da un solido ancoraggio ideale. Una volta definite le coordinate, declinare il messaggio in maniera efficace è lavoro da comunicatori. Ma se non si parte dalle fondamenta anche il messaggio non può colpire. A me hanno sempre dato fastidio quelli che dicono: “Non siamo stati capiti, non abbiamo saputo comunicare”. A titolo di mero esempio: se vuoi i voti dei lavoratori e hai appena votato la riduzione sistematica dei loro diritti puoi essere bravo come ti pare, ma alla fine la verità viene fuori.

Quindi radicalità, dicevamo. E direi anche volti credibili. Gli Usa, come accennavo prima, insegnano. La società attuale non ti permette più il candidato creato in provetta, il falso dura lo spazio di un click. Serve gente vera da mettere in campo, nuova e non consumata, avvezza alla lotta, pronta alla clava più che al fioretto. Questo richiedono i tempi. Chiarezza e credibilità sono la chiave (data la premessa di una necessaria robustezza ideologica) per costruire un movimento politico in grado di attrarre consenso.

Chiudo, infine, il pippone di oggi con un appello ai romani per un voto “accorto”. Domenica i cittadini della capitale sono chiamati ad esprimersi su alcuni quesiti referendari promossi dai Radicali con la complicità del Pd. Si tratta di un referendum consultivo, quindi potrebbe anche essere ritenuto secondario, ma in realtà rappresenta il tentativo della destra liberista di rialzare la testa dopo la mazzata della sconfitta sull’acqua. Si torna a pensare che privato è bello, pubblico è per forza brutto. Ora, come sapete ritengo la tutela dei beni comuni una delle chiavi su cui una sinistra che si vuole definire contemporanea deve necessariamente cimentarsi. L’acqua era un tema forse più facile. Ma sono beni comuni anche le reti di comunicazione, i trasporti, le grandi infrastrutture. E a maggior ragione è un bene comune anche il trasporto pubblico. I promotori dicono che non si tratta di privatizzare ma di liberalizzare. Balle. Il trasporto è per sua natura un monopolio. Può essere gestito dal pubblico o dal privato. La sola differenza è il profitto. E siccome i soldi sono gli stessi, se qualcuno ci deve guadagnare lo farà deprimendo ancora di più la qualità del servizio. Non è questione di opinioni. E’ matematica.

Quindi domenica si vota no. Si potrebbe anche pensare di boicottare semplicemente il referendum non facendo arrivare la partecipazione al quorum previsto (33 per cento). Lascio a voi la scelta: occhio alla percentuale dei votanti e pronti a scattare se si alza troppo.  Ma anche se resta molto basso, una dose di no di sicuro non faranno male. Nel dubbio facciamoci una croce sopra.








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