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Due o tre sassolini sul “Caso Marino” e non solo.
Il pippone del venerdì/96

Apr 12, 2019 by     1 Comment     Posted under: Il pippone del venerdì

La sentenza della Cassazione che ha assolto l’ex sindaco di Roma, Ignazio Marino, ha alzato un vespaio di polemiche che hanno al centro il Pd, il suo comportamento di quegli anni, ma che in realtà pongono problemi di portata ben più ampia sul ruolo dei partiti, sul rapporto fra questi e gli eletti. E questo, secondo me, è uno dei nodi che negli anni scorsi non siamo riusciti a sciogliere e che hanno aggravato la crisi della sinistra. Una crisi di idee, ma anche, per così dire, organizzativa. Nel senso che un partito solido in crisi di idee può cavalcare l’ondata avversa, un partito in crisi di idee che non ha più fondamenta organizzative viene travolto e non riesce  tornare a galla.

Ma andiamo con ordine. Cosa è successo in quegli anni a Roma, nel campo del centrosinistra? Una lotta di potere all’ultimo sangue, nella quale la parte fino ad allora storicamente minoritaria del Pd e ancora prima nei Ds, quella che fa capo all’ex presidente del partito Matteo Orfini, si trova in mano per la prima volta la chiave della stanza dei bottoni e ne approfitta per regolare i conti. La caduta di Marino, le famose firme dal notaio, sono semplicemente una conseguenza di questa guerra, il secondo stadio di una strategia complessa il cui obiettivo era un altro: Nicola Zingaretti. Quel Nicola Zingaretti che, non a caso, sul caso Marino non spese una parola, tutt’altro: i consiglieri della sua corrente si accodarono silenti a firmare le dimissioni. Troppo rischioso opporsi.

Renzi voleva mettere le mani su Roma, tramite il proconsole Orfini, e allo stesso tempo pianificò a tavolino una strategia che avrebbe portato i 5 Stelle al governo di Roma. Nei piani dello statista fiorentino, che di Marino non aveva la minima stima e che dava Roma comunque per persa, la caduta anticipata dell’amministrazione avrebbe messo in difficoltà i 5 Stelle che ne avrebbero pagato poi lo scotto  a livello nazionale alle elezioni politiche che sarebbero arrivate dopo un paio di anni. Sappiamo come sono andate le cose: i 5 stelle primo partito, il Pd allo sbando dopo una scissione non solo con un pezzo di gruppo dirigente, ma con buona parte dei suoi elettori.

Allora che è successo a Roma? Arriva la famosa inchiesta di Mafia Capitale. Che poi ancora non si capisce quale fosse l’elemento mafioso. Sono passati pochi mesi dall’elezione di Marino a sindaco. Mesi complicati dove l’inesperienza e anche una certa convinzione eccessiva dei propri mezzi – diciamola così – aveva provocato errori gravi. Ora, intanto Marino è uno che non si fida di nessuno. E quindi tende a circondarsi delle stesse persone, un cerchietto magico. Cosa che non porta mai troppo bene. Poi si stabilisce uno strano rapporto con il Pd di Roma. Marino accetta una serie di assessori indicati dal partito, ma poi fa di testa sua e spesso sbaglia. Clamoroso il caso di Paolo Masini che viene mandato ai Lavori pubblici.  Masini è forse uno dei migliori dirigenti e amministratori di quella stagione. Peccato che in vita sua si sia sempre occupato di scuola, sociale, cultura.

Quando scoppia il caso di Mafia Capitale, comunque, per settimane non si parla d’altro. Pagine e paginate sui giornali. Su un caso che, badate bene, se guardato in scala capitolina è davvero marginale. A Roma gli affari si fanno sul mattone, quelle due cooperative sociali (perché alla fine di questo si tratta) che avrebbero pagato mazzette, si spartivano le briciole. Il caso, tra l’altro, riguarderebbe più l’amministrazione Alemanno che quella Marino. Eppure un assessore finisce addirittura in galera, vengono coinvolti consiglieri comunali e regionali. Vengono costretti a dimettersi dagli incarichi istituzionali che ricoprono con una violenza giustizialista inaudita.

Parte l’assalto al fortino. Renzi, in una drammatica riunione, comunica al segretario romano del Pd, Lionello Cosentino, che avrebbe commissariato la federazione. Cosentino, pochi mesi prima, aveva vinto il congresso proprio contro il candidato renziano e contro quello di Orfini. Notare: nessun esponente della federazione del Pd viene coinvolto nell’inchiesta, che si ferma al livello amministrativo. Tra l’altro, come dire, diversi dei nomi che escono sono stati nel passato più vicini a Orfini che a Cosentino. Le cui proteste, si racconta di una riunione parecchio nervosa, non hanno comunque effetto. Il presidente del partito diventa commissario. Secondo lo statuto del partito dovrebbero restare comunque in carica gli organismi dirigenti. Ma Matteo 2 non se ne cura e procede a colpi di decreti. Affida allo stimatissimo professor Barca una indagine sullo stato dei circoli del partito. Una roba davvero ridicola, con alcuni ricercatori universitari che girano facendo domande ai militanti senza minimamente capire come funzionava quel partito. Caso strano, dai risultati, annunciati in pompa magna dallo stesso Barca alla festa dell’Unità, emerge una sorta di hit parade dei circoli. Caso strano, quelli vicini al commissario sono i più virtuosi. Alcuni diventano addirittura circoli mafiosi. Altri vengono classificati come sostanzialmente inutili. All’epoca facevo, ironia della sorte, il segretario di un circolo di pertferia, a Capannelle, e durante l’intervista spiegai che le nostre attività erano state soprattutto rivolte verso l’esterno, citai la proposta della “Appia antica station”, il treno che doveva portare i turisti alle porte dei due grandi parchi archeologici della Capitale, le feste del quartiere, le raccolte di firme su temi locali. Portai un “portfolio” corposo di manifesti, volantini, iniziative in piazza, i rapporti con il comitato di quartiere, che avevamo contribuito a ricostruire. Nella classifica finimmo fra i circoli definiti “identitari”, ovvero quelli che lavoravano soltanto sull’identità del partito, chiusi al quartiere. Mistero.

Comunque sia la storia va avanti: Orfini chiude un po’ di circoli antipatici, si inventa perfino storie assurde, come quella della sede di Corviale dove aveva trovato un cavallo. Mai successo. E poi il colpo di mano sul partito: contro tutte le regole statutarie i circoli diventano soltanto 15, uno per municipio, diretti da commissari di stretta osservanza, le sedi territoriali (quasi duecento all’epoca) diventano semplici appendici, senza più alcuna autonomia: né finanziaria, né di iniziativa politica. Un golpe. Difficile trovare parole diverse. Un golpe che, tranne rarissime eccezioni, subiscono tutti. Impauriti da un eventuale scontro con Renzi, allora all’apice del potere.

Sistemato il partito, Orfini passa al Comune. Dove, diciamolo, le cose non vanno proprio benissimo. La gestione dei rifiuti, alcune scelte discutibili sul piano urbanistico, le partecipate in cui non si assiste all’inversione di tendenza necessaria dopo i disastri di Alemanno, qualche gaffe del sindaco che se ne va in vacanza in momenti di gravissima crisi. Ora, in questi casi che si fa (e qui arrivo al discorso del rapporto fra un partito e i suoi eletti)? Secondo me si apre una riflessione nel partito e collettivamente si cerca di porre rimedio. Per governare Roma serve davvero un’intelligenza collettiva che vada al di là delle capacità del singolo. Serve un progetto e una forte unità di intenti. Il centro sinistra non aveva nessuna delle due. Che fa Orfini? Piazza due commissari in giunta: il vicesindaco Causi e l’assessore ai trasporti Esposito. Un disastro, soprattutto il secondo che più che lavorare pare remare contro, ogni giorno di più. Nel frattempo hanno anche la pensata, in accordo con il governo nazionale di commissariare per mafia il Municipio di Ostia, già commissariato in seguito alla caduta del presidente Tassone (detto per inciso: anche in questo non uno vicino a Marino, diciamo così). Un obbrobrio giuridico che aggrava la pressione sul sindaco. Si commissaria Ostia come vittima sacrificale per salvare Roma, si dice. E invece no.

E’ solo una tappa. Il cerchio intorno al collo dei sindaco si stringe con campagne di stampa vergognose. Si va dalla panda lasciata in divieto di sosta, ai famosi scontrini delle cene, denunciati dal grillino De Vito (ora sotto inchiesta per corruzione).

Ma Marino era così odiato dai romani come sostenevano Orfini e Renzi? Posto che non era un grande sindaco, anzi, la verità è che il Pd fece di tutto per ostacolarlo. Con la complicità di Sel che, per bocca del segretario nazionale arrivò a minacciare una mozione di sfiducia. Salvo poi rimangiarsi tutto, perché i militanti si accorsero della cazzata e minacciarono la rivolta. Marino si dimise. Fu costretto a dimettersi dall’azione combinata da Renzi e Orfini e dal silenzio terribile di tutti gli altri. Ci fu una reazione popolare a favore del sindaco. Molto limitata a dire il vero, poche centinaia di persone. Ci andai anche io, che pure non ero un fan di Marino. Perché capii che al di là dell’efficacia dell’azione amministrativa stavamo imboccando la strada sbagliata. Il sindaco eletto dai cittadini, con il 60 e passa per cento dei voti per altro, lo devono giudicare i cittadini. E poi, insieme a lui, sarebbe stata travolta una intera giovane classe dirigente sui cui avevamo scommesso, con punte di assolute eccellenza fra i presidenti dei Municipi. Per la prima volta nella storia li governavamo tutti. Da quella crisi, con una sinergia fra Governo, Regione e Comune si sarebbe potuti uscire.  Il sindaco ritirò le dimissioni e Orfini, invece, di riportare la vicenda in consiglio comunale, dove un dibattito pubblico avrebbe dato modo di dare a tutti la possibilità di dire la propria, ordina ai consiglieri di dimettersi, firmando di fronte a un notaio. Deve anche ricorrere a un aiutino dalla destra perché fra gli alleati qualcuno si rifiuta. Non sarà ricandidato, come Mino Dinoi, ad esempio.

Io resto convinto che Marino si sia fidato troppo e che, quando scoppio Mafia Capitale, si sarebbe dovuto dimettere per far sciogliere il consiglio comunale e ricandidarsi presentandosi come il paladino della legalità, l’uomo che sfidava ancora una volta i poteri forti. Quei poteri forti che, al di là del giudizio su quegli anni, non lo hanno mai potuto sopportare.

Insomma: fine 2015, seconda parte del golpe romano. Cade il Comune, si torna alle elezioni. Che poi, per i protagonisti di quella vicenda è stato l’inizio della serie di sconfitte che ha portato alla situazione attuale. Come dire: le congiure di palazzo non portano bene a chi le architetta.

Le piazze dei giovani e le nostre speranze.
Il pippone del venerdì/93

Mar 22, 2019 by     No Comments    Posted under: Il pippone del venerdì

Lasciamo la sinistra nelle sue contorte articolazioni a decidere in pace come suicidarsi alle elezioni prossime venture e parliamo d’altro. O meglio parliamo delle stesse cose, ma da un’angolazione differente. Del resto, che questi gruppi dirigenti non siano all’altezza del compito difficilissimo che abbiamo di fronte mi pare evidente. E forse se fossero all’altezza non ci troveremmo di fronte un compito così difficile tanto che vincere una qualche competizione che non siano le primarie (per chi è del Pd) o un congresso (per tutti gli altri) pare più difficile che scalare una montagna di ottomila metri. Vinciamo le amichevoli, se ci va bene, ma al momento nelle competizioni elettorali vere facciamo la gara per il secondo posto (quando siamo tutti uniti ma proprio tutti). Del resto se non riusciamo a esprimere dirigenti migliori dobbiamo prendere atto che anche i militanti non sono un granché: le zuffe quotidiane su facebook sono la rappresentazione fedele di quanto siamo consunti fra la cosiddetta base. E il fatto che ogni volta ci rinfacciamo i reciproci errori commessi a partire dagli anni ’70 o giù di lì la dice lunga anche sulla nostra età media. Oramai più che militanti di base siamo una sorta di compagnia di giro: ci si incontra di costituente in costituente, di partito unitario in partito unitario, sempre gli stessi, solo con i capelli ogni volta più bianchi (quando va bene).

Detto ciò, mentre la sinistra “ufficiale” langue alla ricerca del sacro graal, la “sinistra sul campo” pare in gran salute. Non faccio l’elenco, ma ormai non passa una settimana senza un grande momento di mobilitazione a livello nazionale. Le donne, l’ambiente, la lotta alla mafia, il lavoro, la scuola. E in tutte le manifestazioni, almeno a quelle a cui ho potuto assistere, c’è una grande partecipazioni di giovani. Non è vero, insomma, che la sinistra non ci sia più in questo paese: solo che la sinistra “ufficiale” non coincide più con quella “reale” che, al contrario della prima, appare in grandissima ripresa.

Ora, non è la prima volta che succede. Anzi, si può dire che dal ’68 in poi i grandi movimenti di piazza sono stati il motore, o almeno uno dei motori, che ha provocato le conquiste sociali, non solo in Italia. Ma questi movimenti avevano uno sbocco nel panorama politico. Non sto a rifare la solita tirata nostagica alla quale vi ho ormai abituato e quindi non ripeto. Ma il Pci, con i suoi tempi spesso non velocissimi, sapeva rispondere alle spinte sociali, le articolava in chiave politica e le portava all’interno delle istituzioni.  Lo stesso è successo con i partiti degli anni ’90. Poi c’è stato il cortocircuito. Se dovessimo dargli una data, anche se arbitraria, per me è quella del G8 di Genova. In generale la stagione del movimento no global, secondo me è la prima che non ha avuto una adeguata risposta dalla politica, se non la repressione pura e semplice.

Eppure avevano capito tutto. Mentre noi eravamo presi a pensare a come far diventare meno cattivi i mercati, a provare a tingere di rosso le teorie liberiste, a Porto Alegre si parlava di ambiente, di cambiamenti climatici, di come la globalizzazione della finanza rendeva deboli gli stati nazionali. Stavano 20 anni avanti e non lo avevamo capito. O meglio lo avevano capito quelli che stroncarono quel movimento a Genova. A comprendere la gravità di quegli avvenimenti ci siamo arrivati, forse, da pochi anni. Forse anche perché in Italia i no global erano personaggi pittoreschi, molti dei quali sono saliti in fretta su qualche carro che passava, diretti in Parlamento. E lì si sono perse le loro tracce. Del resto la stessa sinistra cosiddetta radicale, che pur in quei movimenti c’era stata con mani e piedi, proprio in quegli anni inizia la sua parabola discendente fino al disastro elettorale dell’arcobaleno.

Non è successo lo stesso negli altri paesi, dove, al contrario, partiti e movimenti si sono rivitalizzati (penso ai verdi tedeschi) o hanno mosso i primi passi proprio in quel periodo. La stessa teoria dell’impegno politico di tipo mutualistico, che hanno portato avanti in Grecia e in Spagna, tanto per fare qualche esempio, pur ripetendo esperienze del ‘900, rinasce  con i movimenti no global, quando la concretezza dell’impegno, l’organizzazione orizzontale in rete fra piccole esperienze diverse fra loro, spesso prendeva il posto dell’organizzazione piramidale dei partiti di massa del secolo scorso.  Lo stesso nuovo Labour di Corbyn attinge piene mani dai movimenti, ripescando nella cassetta dei ricordi le parole d’ordine del socialismo alle quali, però, viene dato un nuovo diritto di cittadinanza grazie alle pratiche e alle elaborazioni di quegli anni. Insomma, l’analisi marxiana torna d’attualità quando il capitalismo fa vedere a tutti quello che, secondo me, è il suo lato peggiore, la finanziarizzazione dell’economia.

In Italia questo non è accaduto e, credo, la nostra crisi attuale sia tutta figlia di questa contraddizione: il Paese che per decenni ha avuto il partito comunista più forte dell’occidente, finita quell’esperienza, si è talmente preoccupato di cancellarne le tracce che adesso fatica a ritrovare le strade antiche, figuriamoci a percorrerne di nuove.

Eppure il protagonismo di questi mesi, soprattutto quello dei giovani deve avere una risposta. Non possiamo permetterci di perdere questi ragazzi, la loro freschezza. Si rifiutano di essere inquadrati nelle organizzazioni esistenti? Bene, non possiamo permettercelo proprio per questo: perché rompono, finalmente, la logica dei polli allevati in batteria e selezionati per fedeltà al capetto di turno.

Ecco, piuttosto che arrovellarci su come suicidarci alle Europee, scorniamoci su questa domanda: come tramutiamo l’entusiasmo che ha riempito le piazza di questi mesi in impegno continuo, in grado di cambiare davvero le cose? Possiamo permetterci, ad esempio, che il movimento sul cambiamento climatico non abbia una sua voce nelle istituzioni? Mi sembra l’unica domanda che meriti impegno.

Uno Zingaretti non fa primavera.
Il pippone del venerdì/91

Mar 8, 2019 by     No Comments    Posted under: Il pippone del venerdì

Un consenso molto ampio, con una partecipazione per certi versi inattesa, ma comunque sia inferiore a quella dell’ultimo round di Renzi. Questa la fotografia delle primarie Pd di domenica scorsa. Ora, di certo c’è la componente “stanza piccola ma molto piena”, nel senso che a forza di dire che i partecipanti sarebbero stati meno di un milione, anche un dato in calo sembra una grande vittoria. E d’altro canto la riduzione del numero dei gazebo a disposizione degli elettori ha favorito il formarsi di lunghe file che tanto fanno bene al militante che si alza all’alba per garantire il funzionamento di una macchina molto complessa.

Messa da parte questa visione, che secondo me ha un fondamento, ma sicuramente rischia di essere un po’ da “rosiconi”, secondo me ci sono alcuni elementi da valutare con attenzione. Intanto quando un milione e seicentomila persone decidono di esprimere un voto, pagando anche due euro a testa, vanno rispettate e prese in considerazione. E nella situazione data, con un partito dato da tutti per morto, con una serie impressionante di elezioni perse, anche il dato quantitativo non è davvero roba da poco.

E’ un dato, però, non isolato. Che si inserisce bene nella scia delle grandi  manifestazioni delle ultime settimane: quella dei sindacati a Roma e quella dell’associazionismo antirazzista a Milano. Per me la chiave di lettura va cercata principalmente qui. Certo, c’è la mobilitazione dei notabili Pd, le correnti che si spartiscono i posti in assemblea e tutto l’armamentario che chi viene dal quel partito come me conosce perfino troppo bene. Ma quando si arriva a questi numeri, la mobilitazione teleguidata non basta come spiegazione. C’è un movimento vero di opinione. Si tratta di capire quale sia questa opinione. Le mie personalissime impressioni sono queste: un voto che va al di là del Pd, con un ricambio considerevole rispetto alla base renziana che è rimasta in gran parte a casa. Un voto non tanto sul Pd, ma soprattutto contro il governo e ancora di più contro Salvini. Insomma, ci hanno detto, e lo hanno fatto rivolgendosi a tutti: noi ci siamo, ora vedete voi cosa potete fare.

Un po’ uno sfogo del famoso popolo della sinistra, insomma. O almeno di una parte di esso che vuol comunicare la propria esistenza in vita innanzitutto, ma che chiede anche unità. Su questo sono abbastanza d’accordo con Speranza. Che in ogni discorso lo ripete quasi ossessivamente: “Guardate che i nostri ci chiedono due cose allo stesso tempo: unità e discontinuità”. Io queste caratteristiche le trovo tutte nel dato di partecipazione alle Primarie e nel consenso attribuito a Zingaretti.

Se questa analisi è giusta, ora si tratta di capire se il nuovo segretario del Pd sarà in grado di essere l’interprete che serve per dare voce a questo popolo. Le prime mosse non fanno ben sperare. Non tanto per la prima uscita pubblica dedicata a uno degli argomenti più divisivi a sinistra, il Tav, quanto per le indiscrezioni fatte filtrare sui nomi che lo affiancheranno. Zanda, Gentiloni, la De Micheli. Tutti protagonisti della stagione passata. E se questo è Zingaretti rischia di essere una figurina in balia dei potenti di sempre: da Franceschini a Fassino, senza dimenticare i De Luca vari.

L’altro aspetto che mi preoccupa è questa improvvisa retromarcia sulla lista per le Europee. Dopo aver dichiarato in lungo e in largo che una volta eletto segretario avrebbe spinto su uno schieramento ampio con cui presentarsi all’elettorato, ora Zingaretti sembra acconciarsi una lista targata Pd, con qualche foglia di fico per abbellirla. Qualche civico, qualche anziano avvocato strappato ai bocciodromi milanesi e magari la scritta “Siamo Europei”. Ora, io sono uno di quelli che ha sempre detto un no chiaro al manifesto di Calenda e un sì titubante alla lista progressista annunciata da Speranza. Nel senso che, secondo me, va anche bene ma andava costruita a prescindere dal Pd. Però questo dato della partecipazione alle primarie mi fa riflettere. Vedo che, almeno a leggere i giornali, Zingaretti lo interpreta al contrario, come un voto che testimonia la capacità del Pd di risorgere dalle proprie ceneri. Come se bastasse un nuovo segretario per dare identità e un nuovo slancio a un progetto che si è rilevato una somma di debolezze che si sono unite soltanto per sopravvivere.

Insomma, per non tirarla troppo per le lunghe: mi auguro di sbagliare, ma io la discontinuità necessaria a ritrovare l’unità essenziale per potersi contrapporre alla destra non la vedo. L’apertura a Calenda e la chiusura a sinistra la dice lunga. Non basta solo un atteggiamento differente, non basta dire addio all’arroganza sbruffona di Renzi. Quando diciamo che si è rotto il legame fra la classe dirigente della sinistra e il suo popolo, un legame non solo politico ma quasi sentimentale, intendiamo che le politiche portate avanti dai governi Renzi e Gentiloni, ma ci metterei anche Monti e Letta, hanno allontanato gli elettori del nostro blocco storico senza attirarne altri. La rottura è dovuta ad atti concreti. A quel liberismo neanche troppo edulcorato al quale ci siamo appigliati per non incorrere nell’ira dei famosi mercati. A quello snobismo che ci ha fatto credere che bastasse una qualche spolverata di diritti civili per mascherare l’abbandono dello Stato sociale.

Su tutto questo non ho ancora sentito una parola da Zingaretti. Qualche slogan sulla svolta ecologica necessaria, la discontinuità usata come mantra senza dargli senso e riempirla di contenuti. Vedo, invece, tutti o quasi gli uomini dei governi passati che sono saliti in fretta sul carro del vincitore annunciato. Insomma, secondo me la primavera è lontana. Spero di sbagliarmi, ma ancora una volta non si capiscono i segnali che il nostro popolo ci dà. Certo, la sinistra fuori dal Pd non è che stia messa meglio. Faccio notare, ormai è un’abitudine, che resiste soltanto quando si presenta unita sotto le insegne di Liberi e Uguali. Il resto è roba da zero virgola, a essere ottimisti. Siamo alla disperata ricerca di alleanza per le Europee, tutti quanti. Divisi dai soliti orticelli aridi da coltivare. Con il risultato paradossale che gli anti Tav di Sinistra italiana in Piemonte vogliono sostenere il paladino dell’alta velocità Chiamparino presentandosi sotto le insegne di Leu. Ma al parlamento europeo preferiscono l’abbraccio con Rifondazione. Una sorta di richiamo della foresta. Articolo Uno mi pare invece intronato, come abbagliato da uno Zingaretti che proprio non li vuole, perché sarebbe la rottura con i renziani, rinviata a dopo le elezioni. Tutti, insomma, alla ricerca disperata di una sopravvivenza sempre più difficile da raggiungere. Che forse non ci meritiamo.

Coriandoli di sinistra.
Il pippone del venerdì/90

Mar 1, 2019 by     No Comments    Posted under: Il pippone del venerdì

Ero stato facile profeta la settimana scorsa quando ho ipotizzato che la “normalizzazione” dei 5 stelle avrebbe accentuato la loro crisi di consenso. Certo, credo che nessuno avrebbe potuto pensare a uno schianto così brusco come quello a cui abbiamo assistito. Ma resta valido il ragionamento che avevo provato ad accennare: la crisi dei grillini non riporta automaticamente consenso a quel che resta del centrosinistra. Tutt’altro. Al momento fa vincere Salvini e la destra. Non c’è partita.

Ora, possiamo anche baloccarci, per la seconda volta nel giro di poche settimane, con l’illusione del “però abbiamo perso bene, siamo tornati competitivi”, ma guardate che il gioco non funziona per niente. Abruzzo e Sardegna sono stati altri due begli schiaffoni che abbiamo preso da Salvini e soci. In due Regioni, tra l’altro, dove la Lega fino a qualche tempo fa non esisteva proprio. E invece ormai non ci sono più argini.

Eppure avevamo forse uno dei candidati migliori che avevamo a livello nazionale, Massimo Zedda. Giovane, con una positiva esperienza da sindaco di Cagliari, non proveniente dalle file democratiche. Nulla da fare. Supera a stento il 30 per cento dei voti, in una Regione che governavamo noi. Altro dato significativo: il Pd ormai rappresenta meno della metà dei voti che complessivamente arrivano al centro sinistra. Il resto, oltre  a discreta dose di consenso personale dei Zedda, se lo dividono liste e listarelle. Da segnalare ancora una volta l’esistenza in vita di Leu, almeno come simbolo elettorale. Malgrado i ripetuti tentativi di eutanasia, quando presentiamo il simbolo abbiamo una dose non irrilevante di elettori che si ostinano a farci una croce sopra. Anzi, sia pur di poco, sono anche di più, almeno in percentuale, di quelli che ci aveva dato la loro fiducia il 4 marzo di un anno fa. In questo caso abbiamo anche eletto due consiglieri regionali, cosa che non guasta. Certo, in questo risultato ci sono le preferenze di candidati – questa volta sì – credibili, conosciuti e apprezzati. Ma c’è anche una voglia di rilanciare la sinistra che un gruppo dirigente dotato di un minimo di sano realismo dovrebbe considerare.

Vedo che, invece, si continua spediti su binari che portano al nulla. Speranza, come sempre volenteroso, rilancia l’idea della lista ecosocialista per le elezioni europee. Sarebbe il minimo sindacale, come si suol dire. Ma lo stesso Speranza, mi si permetta una critica, allarga il campo del confronto anche al Pd, ridando fiato ai gufi che pronosticano un giorno sì e l’altro pure, il ritorno di Mdp nella casa da “cui sono scappati”, come dice Roberto Giachetti, uno che vede i comunisti che si abbeverano a San Pietro, manco fosse il Berlusconi dei bei tempi. I sedicenti autoconvocati ex Leu, da parte loro, si dividono ulteriormente, fondano un’associazione che si chiama “#perimolti”. Vi risparmio facili ironie. Comunque sia, senza più la benedizione di Grasso, pare vogliano procedere verso la fondazione di una partito. Hanno fatto un altro sito per scegliere nome e simbolo. Grasso stesso aveva iniziato la deriva con “unpartitodisinistra.it”, loro rilanciano con “ilmiopartito.com”. Anche qui vi risparmio ironie altrettanto facili sul “.com”. La loro ragione sociale, a quanto dicono, è riunire la sinistra in un grande partito. E per farlo fondano un altro partito. Roba che in qualsiasi paese ti rinchiudono e buttano la chiave. Da noi fai il deputato.

Sinistra italiana, Prc, l’altra Europa e Pap, litigano, si dividono e fanno pace a un ritmo tale che pare di essere  in una soap anni ’80. Una cosa tipo “Uccelli di rovo”. Solo che nei rovi ci buttano noi. Poi c’è Pizzarotti, ci sono i verdi, ci sono quelli di Più Europa. Che poi, tra l’altro, mica ho capito bene che c’entrano con la sinistra. C’è perfino Calenda che ci comunica con un tuitte del suo bagno gelido per sfidare i sovranisti. L’immagine dell’ex ministro in costume da bagno turberà a lungo i miei sonni.

In tutto ciò, arrivano le primarie del Pd. E il fatto che si svolgano l’ultima domenica di Carnevale ha un suo perché. Tre candidati attorno ai quali si sono distribuite le truppe di sempre con i generali di sempre. Idee poche, insulti via sociale dei rispettivi ultras. Roba già vista. Il confronto fra i tre è apparso ai più come una sfida in stile settimana enigmistica: trova 10 piccole differenze. Non c’è riuscito nessuno. Tra l’altro c’è l’ex leader Renzi che gufa alla finestra sperando in una improbabile rivincita futura. E però ogni volta che parla oscura tutti gli altri. Senza dubbio, nel bene e nel male, era un leader politico. Soprattutto nel male.

Non so francamente quanti andranno a votare, mi appassiona poco il gioco. Ma di sicuro Zingaretti rischia di uscire dal voto di domenica già azzoppato. Furono quasi due milioni i votanti l’ultima volta, in una situazione già di profonda crisi, saranno circa la metà adesso. Almeno a sentire i pronostici. Non vi ammorbo con le iniziative ambigue, gli appelli al voto che arrivano da “esterni” al Pd, le assemblee inopportune che si stanno svolgendo in queste ore. Sono sotto gli occhi di tutti sui social. E chi dirige formazioni politiche diverse dovrebbe avere almeno il buon gusto di abbandonare un carro prima di accodarsi su quello del presunto vincitore. Sono un ingenuo lo so.

Ma, fatemelo dire con serenità, preferisco essere ingenuo e andare a letto sereno. E secondo me, come dire, un po’ di coerenza forse sarebbe anche apprezzata dagli elettori. Tutto si può dire degli italiani negli ultimi anni, tranne che non votino secondo quello che pensano. A volte con la testa, altre con la pancia. Ma non si fanno più problemi a cambiare idea. Ecco, però dovrebbero avere una ragione per tornare a sinistra. E noi, invece, lavoriamo ostinatamente per non dargliela.

Da parte mia le primarie le vedrò dal carnevale, quello vero.

Mica ho capito tutta ‘sta esultanza per l’Abruzzo.
Il pippone del venerdì/88

Feb 15, 2019 by     No Comments    Posted under: Il pippone del venerdì

Vabbeh che siamo alla canna del gas per cui qualsiasi pallido segnale di esistenza in vita diventa un grande successo, ma io davvero non capisco le dichiarazioni che sono uscite in questa settimana dopo l’ennesima sconfitta elettorale del cosiddetto centrosinistra. Certo, in Abruzzo siamo arrivati secondi e non terzi come succede spesso. Come dire, invece che perdere 4 a zero abbiamo preso soltanto due gol. Sempre “zero tituli” fanno, volendo rimanere nell’ambito delle citazioni calcistiche.

Il risultato delle elezioni regionali in Abruzzo è l’ennesima prova del fatto che usando questo schema siamo condannati a perdere. Al massimo ad arrivare secondi. Ma la distanza con la destra, sempre più a trazione leghista, resta abissale. “Beh, ma abbiamo recuperato”, dicono. E in effetti tutti insieme, ma proprio tutti, arriviamo al 30 per cento. Alle politiche era poco più del 20. Il Pd arriva appena all’11 per cento, Leu si ferma al 2,8. Più 0,1 rispetto a un anno fa. Il resto lo raccolgono liste civiche. Non credo di essere lontano dal vero se scrivo che allo stato attuale delle cose questo schieramento non è più maggioranza in nessuna regione italiana. Temo che ne avremo la riprova a breve, in Sardegna prima e in Basilicata poi. E il voto in fuga dai 5 stelle torna di corsa nell’astensione, se va bene, altrimenti si sposta direttamente sulla Lega. Non c’è nessun recupero in vista.

E questo avviene in una competizione dove l’unico candidato credibile era il nostro Legnini. Ha vinto Marsilio, di Fratelli d’Italia, noto più che altro per le sue frequentazioni romane, di Colle Oppio per la precisione, catapultato in Abruzzo per equilibri fra i partiti a livello nazionale. Insomma, non ci votano proprio in nessun caso. Sarebbe forse il caso di chiedersi perché, invece di esultare e inneggiare a non si capisce bene quale futuro di vittorie.

Per quanto mi riguarda resto convinto di alcuni elementi. Anzi questa tornata elettorale rafforza ancora di più queste mie personalissime convinzioni. Intanto, al netto delle liste civiche che comunque non sono automaticamente sommabili ai partiti nazionali, il declino del Pd continua inesorabile. Anche in un periodo di sovraesposizione dovuta all’infinito congresso che stanno svolgendo. Non faccio raffronti con le precedenti regionali, perché sarebbero davvero impietosi, ma anche rispetto alle politiche siamo quasi a meno 3 per cento. Se qualcuno pensava avessero toccato il punto più basso possibile, insomma, si mettesse l’anima in pace. E lo stesso appeal di Zingaretti, ormai sicuro vincitore delle prossime primarie, non sembra in grado di smuovere le masse popolari.

Il secondo dato che a me pare evidente è che dobbiamo smetterla di pensare a costruire coalizioni raccogliticce e pensare a noi stessi. Ricominciare da una forza di sinistra, ecologista e socialista, che non sia l’ennesimo cespuglietto senza popolo, ma sia in grado, al contrario, di essere polo attrattivo nei confronti della galassia di partitini esistenti. E questa forza non potrà essere un partito tradizionale, ma dovrà necessariamente tenere conto del tempo che viviamo. Faccio un esempio concreto: la grande manifestazione sindacale della settimana scorsa. Sicuramente ci ha fatto bene. Ma come viene tradotta quella spinta in rappresentanza politica? Possiamo ancora permetterci di ragionare per compartimenti stagni (da un lato i sindacati, dall’altro i partiti) o dovremmo abituarci a pensare nuove forme di connessione, organizzazioni ibride, come ha scritto giustamente Michele Prospero? Costruire un partito, dunque, ma con l’obiettivo di costruire una rete sociale ampia.

Il dato dei voti a sinistra resta miseramente ancorato al risultato di Leu alle politiche. Anche questo in realtà è sorprendente. Dopo quasi un anno di disastri c’è ancora qualche ostinato che ci dà fiducia. Malgrado noi, viene da dire. Roba da Tso. E’ evidente però che senza una forte “gamba” di sinistra, qualsiasi alleanza futura si possa ipotizzare è destinata alla mera partecipazione. Di vincere non se ne parla proprio.

In ultimo resto molto dubbioso se sia proprio necessario riproporre ogni volta il famoso centrosinistra. La formula non è sufficiente. Facciamocene una ragione. Non lo è quando si vota con il doppio turno, perché anche se arriviamo al ballottaggio si coalizzano tutti contro di noi. Non lo è, come in questo caso, quando si vota con il turno unico perché arriviamo secondi, se va bene. Non lo è a maggior ragione quando si vota con il proporzionale perché in quel caso le alleanze si fanno dopo il voto, non prima. Sarebbe, infine, il caso di pensare bene, proprio perché si vota con il proporzionale puro, a cosa facciamo per le Europee. Nel mio piccolo ribadisco fin d’ora che un listone da Calenda a Bersani non lo voto neanche sotto tortura. Credo non lo votino neanche Calenda e Bersani, tra l’altro.

L’unica strada, con questi numeri, è riaprire un dialogo con il M5s. Saranno lontani da noi come cultura politica, il loro fideismo ci urta il sistema nervoso centrale, sta cosa della lotta alla kasta non si può sentire… Però se i nemici da battere sono il liberismo e la derivata nostrana in salsa leghista, credo che il programma originario dei grillini non sia neanche tanto lontano da quello che pensiamo noi. Lo stesso reddito di cittadinanza, sia pure fatto male, è una forma di redistribuzione della ricchezza alla quale non possiamo continuare a dire solo no. E fra le colpe del Pd ci metto anche aver consegnato una forza con la quale si poteva davvero lavorare nelle mani di Salvini.

Detto questo: sabato e domenica vado a “Ricostruzione”, ovvero il lancio della nuova formazione proposta da Speranza e soci. E’ poco, con troppe ambiguità e troppe timidezze. Ma da un punto fermo bisognerà pur partire. Vediamo che succede.

Calenda e altre disgrazie.
Il pippone del venerdì/85

Gen 25, 2019 by     No Comments    Posted under: Il pippone del venerdì

Come di consueto aspetto sempre qualche giorno prima di provare a ragionare sui fatti della politica nostrana, intanto perché a caldo si ragiona sempre male, ma anche perché è sempre meglio vedere come vanno a finire queste storie. Parlo, ovviamente del “listone” proposto da Zingaretti e Calenda. Dico subito che lo ritengo non solo inutile, ma anche dannoso. Provo a spiegare perché.

D’Alema prima e Bersani poi, con accenti diversi ma in maniera sostanzialmente molto simile, hanno spiegato che, secondo loro, la ricostruzione della sinistra italiana passa per un “rimescolamento” complessivo del campo da gioco. Bersani l’ha detta benissimo: “Che i progressisti stiano con i progressisti e i liberaldemocratici con i liberaldemocratici”. E questo non tanto e non solo in prospettiva elettorale per le europee, ma proprio come modello per ricostruire dalla basi la nostra presenza nella società italiana. Calenda e Zingaretti, al contrario, propongono semplicemente di “nascondere” il Pd dentro un’alleanza con qualche cespuglietto (dalla Boldrini a Pizzarotti) non tanto per battere i populisti, perché comunque una lista del genere difficilmente oltrepasserebbe il 20 per cento, ma solo per garantire a quello che ormai è a un passo dalla segreteria del Pd, di superare il 18 per cento preso dal partito a trazione renziana e poter rivendicare, malgrado il poco tempo a disposizione, di aver portato il Pd a una timida ripresa.

Insomma, nessuna ridefinizione del campo, semplicemente un tentativo di sopravvivenza. Che avrebbe innanzitutto il merito, agli occhi dei proponenti, di tenere uniti i democratici, visto che taglierebbe automaticamente le gambe a una ipotetica lista di Renzi. E in più darebbe un po’ di visibilità alla sinistra di Boldrini e Smeriglio, su cui il presidente del Lazio fa già conto per aumentare il suo consenso alle primarie di marzo. Alleati così preziosi andranno pur premiati con un seggio in Europa.

Pare evidente come le due opzioni siano non solo divergenti, ma addirittura opposte. Non si capisce bene, dunque, il perché dei vari entusiasmi con cui il manifesto per l’Europa di Calenda è stato accolto anche a sinistra. Ancora una volta, tra l’altro, si commette l’errore di pensare soltanto al contenitore invece che ai contenuti, nella vana speranza, forse, che gli elettori non riconoscano le stesse facce dietro le nuove maschere. Se, in più, individuiamo nell’esistenza stessa di un partito per sua natura “ambiguo” come il Pd l’ostacolo più grande nella ricostruzione necessaria della sinistra, è chiaro come questa proposta vada combattuta.

Resto convinto che abbiamo la necessità, innanzitutto, di avanzare una proposta agli italiani, ma più in generale agli europei. Una proposta che dica intanto che siamo per il superamento di una forma di Unione dominata dai governi e in cui gli organismi assembleari eletti democraticamente contano davvero poco. Abbiamo fatto l’Europa monetaria, ma con l’allargamento a 28 siamo andati addirittura indietro nella costruzione di forme democratiche di governo e decisione. Quale Europa proponiamo, con quali strumenti. Siamo d’accordo ad esempio sulla necessità di un fisco comune? Di una politica estera europea? Potrei continuare, ma non è questo, ovviamente, il luogo. Dovremmo, per farla breve, tornare a svolgere una funzione se non trainante, quanto meno “concorrente”, insieme agli altri soggetti più avanzati della sinistra Europa. Ma ce lo dobbiamo far dire dal timido ex ministro Orlando che il candidato proposto dai socialisti alla presidenza della commissione non va bene? Ce lo deve spiegare lui che bisogna puntare all’alleanza con forze alternative a quelle tradizionali per avere una qualche possibilità di successo?

Il “listone Pd senza Pd” verrà inevitabilmente visto come l’estremo tentativo delle élite italiane di mettere i bastoni fra le ruote al “cambiamento” rappresentato sempre più da Salvini. Non c’è scampo, basta notare che fra i primi firmatari ci sono uomini forti di Confindustria, ex ministri renziani. Il “potere” decadente, insomma. Perfino moderati come Letta e Prodi hanno avanzato qualche timido dubbio. Noi facciamo fatica ad avere una voce chiara e forte. A essere cattivi ci sarebbe da pensare che i nostri dirigenti stiano ancora una volta cercando lo schema che consenta loro di sopravvivere e di continuare ad avere qualche incarico. Lo scopo mi pare sempre più essere segretari di qualcosa, siano anche quattro gatti.

L’ho già scritto, ma mi ripeto: non è tanto un problema di rinnovamento di classe dirigente, perché gli sconfitti del 4 marzo sono quei quarantenni che non hanno saputo fare un fronte generazionale e continuano a dividersi per avere un pezzettino di visibilità. Ogni volta che si affaccia un commensale, invece di aggiungere un posto al tavolo comune si apparecchia un tavolino nuovo. E poi ci stupiamo se passiamo dagli entusiasmi di pochi mesi fa alle assemblee di questi giorni che saranno anche piene, ma in sale che contengono poche decine di persone, sempre le stesse, sempre più stanche. Ormai potrei fare la cronaca degli interventi senza manco ascoltarli. Anche il disastroso tentativo di Laforgia e soci non può che essere descritto inserendolo in questo schema. Si è partiti strumentalizzando il nobile tentativo di alcuni comitati di base che chiedevano unità si finisce per cercare di creare un altro soggetto politico che esiste, forse, appena in un paio di Regioni. Tutto per soddisfare la vanità di un presunto leader. Speriamo che non ne emergano due, altrimenti si ricomincia la giostra.

E anche il tentativo lanciato da Articolo Uno, basato se non altro su basi ideali e programmatiche un po’ più solide, rischia di incagliarsi nelle secche della delusione. Troppo forti le aspettative di un anno fa, ancora più grande la delusione. Chi, come me, in maniera un po’ masochista, frequenta ancora le assemblee di base, non può non accorgersi della stanchezza, delle defezioni continue, delle volontà sempre più fiaccate. E allora che si fa? Secondo me l’unica strada sarebbe ancora quella di metterli seduti attorno a un tavolo, tutti quanti, uscire dalla sala, chiudere la porta e obbligarli a mettersi d’accordo. Non riuscite a fare un partito? Partiamo da una forma associativa permanente, una federazione. Non riuscite a individuare un leader? Fate a turno, sei mesi per uno. Fate una segreteria collegiale, dividetevi i compiti. Anche perché, nel frattempo, non ci sono soltanto le europee. Alle regionali in Sardegna e Abruzzo si presenta Liberi e Uguali. E alle amministrative che cosa pensiamo di combinare? E se provassimo a presentarci con lo stesso simbolo per due elezioni consecutive, così tanto per vedere l’effetto che fa?

E io me ne vado a Cuba.
Il pippone del venerdì/73

Ott 12, 2018 by     No Comments    Posted under: Il pippone del venerdì

Nei giorni scorsi, nel corso di una chiacchierata, mi sono trovato a dover illustrare a mio figlio diciassettenne l’esistenza in Italia di un Pci, un Pc, un Prc. Ovvero, per i non addetti ai lavori, tre partiti che si ispirano al comunismo. In realtà le sigle che contengono la parola magica sono molte di più, ma siccome non siamo provvisti di microscopio elettronico ci siamo limitati alle tre più note. Ovviamente non mi sono addentrato sulle ragioni dell’esistenza di forze comuniste distinte, ma solo a una descrizione statica. Né ho provato a spiegargli perché Potere al popolo e Liberi e Uguali, liste nate prima delle scorse elezioni con la medesima ambizione di creare una nuova voce unitaria della sinistra, si siano presentate separate, né, tantomeno, perché adesso siano a loro volta sull’orlo di una nuova spaccatura. Potere al popolo si è addirittura diviso sulle modalità con cui le proposte di statuto sono state pubblicate sul sito. Alla votazione, per dovere di cronaca, hanno partecipato circa 4mila persone su 9mila iscritti complessivi. Ora Rifondazione, si vocifera, potrebbe bloccare l’uso del simbolo.

La discussione dentro Liberi e Uguali (sempre per partiti separati, non sia mai che ci si vede tutti insieme) nel frattempo prosegue con un irrisolvibile tira e molla fra chi vuole allearsi con Potere al popolo e De Magistris e chi guarda al Pd di Zingaretti. Nel Lazio, dove siamo sempre un passo avanti, un nutrito gruppo di dirigenti e amministratori vari è già salito sul carro del presidente della Regione, con la benedizione dell’assemblea di Mdp. Mi auguro che qualche zelante funzionario non mi chieda di fare i nomi, basta usare google e leggere i documenti approvati. Per farla breve: secondo quelli di Sinistra italiana Leu non si farà per colpa di Mdp, per quelli di Mdp Leu non si farà per colpa di Sinistra italiana. Tutti d’accordo solo nel dire che le colpe maggiori le ha Grasso. Che magari non sarà proprio un leader di prima grandezza ma, francamente, mi sembra meglio della marmaglia assetata di strapuntini che lo attornia. Liberi e Uguali, diciamolo, è morto.

Insomma, la situazione è al limite della farsa. Unica nota positiva di questi giorni è che le grida di allarme e di dolore che sento sono (forse) meno isolate e, con molta lentezza, si stanno mettendo in rete. Diverse zone di Roma, della provincia, il coordinamento milanese, molti compagni toscani hanno cominciato ad agitarsi in forma meno isolata e stanno provando a costruire un appuntamento comune. Un primo tentativo ci sarà a Roma il 20 ottobre (cliccando qui trovate il documento), ma sono molti gli spunti interessanti che si trovano in rete, come la petizione lanciata dal coordinamento del VII Municipio. Il percorso sarà lungo e l’esito è davvero non scontato. Siamo appena ai preliminari. L’importante è partire avendo, secondo me, poche ma chiare coordinate. La prima è spazzare via questi gruppuscoli dirigenti che ormai guardano soltanto alla propria salvezza e non riescono ad avere uno sguardo oltre l’oggi. Non sono cattivi, sono proprio poca cosa. Archiviamoli con decisione.

Resto pessimista e resto convinto che bisogna darsi un orizzonte lungo, evitando accelerazioni elettorali. E magari anche aprendo un confronto con quello che resta di Potere al popolo. Anche loro, se si sbarazzano davvero della zavorra di Rifondazione, sono un soggetto con il quale mi piacerebbe discutere. Da pari a pari. Sono anticapitalisti e antiliberisti, hanno in mente una forma di soggetto politico interessante, dove l’agire va di pari passo rispetto all’elaborazione ideale. Insomma una sorta di Syriza all’italiana. Perché non avviare un percorso comune di confronto per valutare se ci sono le condizioni per buttarsi alle spalle qualche divisione artificiosa? Io resto convinto che tutte le divisioni di questi anni siano il risultato di dirigenti litigiosi che appena vedono venir meno il loro ruolo si fanno il proprio partitino personale. Sarebbe il caso, lo so sono ripetitivo ma serve, di lasciarli a parlare da soli. Manco se ne accorgono secondo me. E di finirla con il classico “io con quelli mai perché vent’anni fa…”. Parlandosi potremmo scoprire di essere meno diversi di quello che sembra guardandosi da lontano.

Credo anche che nelle prossime settimane, però, si avrà un po’ di chiarezza in più. Inutile dilungarsi oltre adesso. E allora per questa volta la faccio davvero breve e vi lascio alle vostre beghe italiche. E’ molto dura abbandonare questo momento così effervescente e brillante dal punto di vista intellettuale, ma il dovere mi chiama: preparo le valigie e me ne vado a Cuba. Dove spero di non sentire parlare di voi. Ci vediamo fra 15 giorni.

Alle prossime Europee? Tutti al mare.
Il pippone del venerdì/71

Set 28, 2018 by     No Comments    Posted under: Il pippone del venerdì

In queste settimane apparentemente silenziose in realtà la sinistra italiana si sta accapigliando per trovare una soluzione al tema dei temi. Non si parla di ambiente, di immigrazione, di politica della casa o dei trasporti, non vi preoccupate, ma semplicemente di come garantire la sopravvivenza di qualche parlamentare europeo. L’idea brillante è di fare una lista, ma alla fine vedrete che ne saranno almeno due, ovviamente unitarie, antagoniste, anticapitaliste. Non è una novità, quella dell’ammucchiatina dei residuati bellici degli anni ’90 da assemblare in contenitori dei quali si magnificherà per qualche mese il futuro unitario per poi dividersi il giorno dopo le elezioni. E come al solito saremo costretti a leggere l’ennesima sfilza di pensosi interventi di dirigenti e intellettuali che cercano di spiegarci per quale motivi gli elettori non ci votano.

C’è chi vuole fare una lista con Varoufakis, chi con Mélenchon, chi resta ancorato al Pse. Si cercano possibili leader, ora va di moda il sindaco di Napoli De Magistris, che dopo molti tentennamenti si sarebbe deciso a scendere in campo in prima persona, forse convinto dall’avvicinarsi della scadenza del suo secondo e ultimo mandato. Da parte mia, ho passato la scorsa domenica alla festa nazionale di Mdp. Ho ascoltato due dibattiti e il comizio di Speranza. Ne ho tratto due o tre impressioni che vi racconto come mi sono arrivate, senza troppe rielaborazioni. La prima: c’era molta gente ai dibattiti, zero nel resto della festa. Oddio non che ci fosse molto da vedere, giusto qualche stand per altro molto “essenziale”. Però è esattamente il contrario di quello che succede di solito nelle festa in piazza: molta gente a mangiare oppure nella parte commerciale, meno quelli interessati alla politica. Insomma, un appuntamento per soli addetti ai lavori. La seconda: proprio nel giorno in cui Grasso sui giornali parlava di stato di “stallo” di Liberi e uguali, il coordinatore nazionale di Mdp, nel comizio conclusivo della festa non ha nominato né Grasso né tanto meno Leu. Cancellati. La terza è che, delle discussioni a cui ho assistito, quella più attuale e legata alla concretezza dell’oggi è stata quella sul valore di Marx oggi, il dibattito, insomma, che avrebbe dovuto essere più intellettuale. E sicuramente è stata un’ora di buon livello, con spunti di livello universitario da parte degli oratori, ma è stata anche la più utile se ci si vuole calare nella realtà e tornare a fare iniziativa.

In estrema sintesi, comunque, tutti d’accordo nel porre l’accento sulla gravità della situazione attuale, nessuna indicazione o proposta per mettere un freno alla destra, per dare qualche segno di esistenza in vita. Il gruppo dirigente della sinistra nelle sue varie forme, dal 4 marzo in poi è intronato. Non trovo forme più eleganti per definirlo. Non che prima fossero poi tanto più svegli. Ma oggi il tracciato cerebrale è tendente al piatto assoluto.

L’analisi più lucida l’ho letta in una lettera al Manifesto di un gruppo di giovani, la sintetizzo così: non siete riusciti a fare un partito decente, non siete riusciti ad avviare un po’ di ricambio della classe dirigente, non siete nemmeno riusciti a fare un’analisi delle ragioni della sconfitta, adesso manco riuscite a mettere in piedi un’opposizione decente al governo sempre più Salvini e sempre meno Di Maio. Conclusione secca: dimettetevi in blocco, pensionatevi. Dieci minuti di applausi.

Ora, nessuno probabilmente li ascolterà. Non si prenderanno neanche la briga di dare una risposta. Continueranno nell’insulso dibattito fra dirigenti che non riusciranno mai a trovare un minimo comune denominatore. Io sono convinto che sarebbe semplice: basterebbe partire dalle questioni su cui ci si trova tutti d’accordo e lasciare aperte quelle in cui non si arriva a una posizione unitaria.  E invece non vogliono trovare un accordo che ponga le basi per un nuovo partito. Nel Pd, che secondo molti resta l’unica scialuppa da non abbandonare, fra Renzi e Zingaretti si dibatte all’ultimo sangue per stabilire chi dei due sia più antigrillino. Per le europee si parla di un fronte unico da Macron a Tsipras (che ha già detto no) e Renzi che come al solito si porta avanti con il lavoro firma il manifesto del leader francese. Nell’arcipelago variegato extraPd si dibatte su chi bisogna escludere per fare una lista di sinistra vera. Con tutti gli “anti” del caso.

Personalmente mi annoio e penso sinceramente che forse sarebbe il caso di prendere la famosa strada del bosco. E questa volta niente tenda, che si ha una certa età e di inverno fa pure freddo e c’è molto umido. Si fa una bella casetta di legno, con tanto di camino. Comincio a pensare che forse sarebbe bene stare fermi un giro, eliminando l’ansia da prestazione elettorale, la corsa al seggio verso Strasburgo, la lettura affannosa dei sondaggi che ti danno sempre in bilico sul quorum. Questa volta probabilmente non lo supereremo, tra l’altro. Eliminata l’urgenza, forse, ci si potrebbe dedicare a questa scomposizione e riaggregazione della sinistra di cui tutti parlano ma che nessuno ha il coraggio di cominciare visto il prossimo appuntamento elettorale. Certo, si lascerebbe libero il campo alla destre e a Grillo, ma viene il dubbio che forse con due o tre liste raccogliticce non solo il suddetto campo sarebbe altrettanto libero, ma anche arato e pronto al raccolto per Salvini e soci.

Forse, il dubbio me lo consentirete è legittimo, sarebbe bene cominciare a piantare qualche seme che vada oltre l’urgenza elettorale. Sarebbe bene mettere qualche radice più forte, far crescere una pianticella nuova. Vi lascio con questa domanda. Non credo che nessuno abbia la risposta, ma secondo me è più interessante rispetto allo stabilire se Zingaretti sia un argine ai Cinque Stelle o no.

Nel frattempo il governo Salvini si prepara a una legge di stabilità pericolosa: aumenta il deficit, la nota di aggiornamento del Def parla del 2,4 per cento, con buona pace del ministro Tria costretto alla resa. Sarebbe anche interessante se le risorse in più fossero destinate agli investimenti. E invece no, tutto sulla spesa corrente. Dei tagli agli sprechi, dei fondi per mettere in sicurezza il territorio nessuna traccia. Ci vorrebbe un partito che facesse opposizione sociale. E invece pensano a garantire qualche poltrona. Auguri.

Indovina chi viene a cena?
Il pippone del venerdì/70

Set 21, 2018 by     1 Comment     Posted under: Il pippone del venerdì

Anche diversi autorevoli commentatori, perfino qualche maître à penser, dopo una lunga e approfondita analisi si sono accorti della fase di implosione che sta vivendo il Pd. I più acuti sono perfino arrivati alla conclusione che non è tanto questione di questo o quel segretario, ma che proprio non si tiene insieme. Ci tengo a far notare come noi, che siamo comuni mortali e non abbiamo lunghi titoli accademici, c’eravamo arrivati tempo fa. Senza farla troppo per le lunghe, per chi quel partito l’ha vissuto a lungo, perfino con ruoli dirigenti, non è stato troppo difficile capire che due culture politiche così differenti possono allearsi ma non riescono a convivere nello stesso contenitore. Non è soltanto una questione di linea politica, di essere più o meno di sinistra, ma di cultura. Basta pensare al tesseramento. Alle tessere fatte a pacchetti per contarsi ai congressi  rispetto a quello che era l’iscritto al Pci. Acqua e olio, si potrebbe dire. Anche se il paragone in realtà regge poco perché nel nostro caso la cultura politica ex dc ha inglobato fino a farla sostanzialmente scomparire la cultura politica ex comunista.

Insomma, non servivano menti così elevate, né analisi epistemologiche approfondite per arrivare a questa conclusione. Se  in più ci si mette il corto circuito creato dal renzismo, che in un certo senso è riuscito a riunire il peggio delle due culture, si capisce anche come, oltre all’amalgama impossibile, si sia arrivati alla attuale farsa delle cene contrapposte. Che poi, questa abitudine di fare i patti politici a cena non mi ha mai convinto. A cena si mangia e si beve. Gli accordi sarebbe bene farli nelle sedi proprie. Si potrebbe anche finire qui, lasciando all’oblio della cronaca che si cancella nello spazio di un click, questa ridicola vicenda delle cene contrapposte. Non prima, però, di aver rilevato quanto fosse “antipatizzante” l’originale proposta di Calenda, perfetta esemplificazione del cosiddetto “partito ztl”: ci vediamo in quattro ai Parioli e decidiamo per tutti. ‘Na roba che ti fa perdere un paio di centomila voti solo con il titolo dei giornali. C’è da dire però che anche la risposta di Zingaretti (prendo qualche idealtipo e lo metto a tavola in trattoria) è sembrata un po’ raccogliticcia. Lo staff che segue la comunicazione dell’aspirante leader del Pd deve cercare di fare di meglio che riciclare format che già con Veltroni suonavano un po’ finti.

Archiviamo dunque il Pd e le sue cene? Magari. Ci vorrà anche qualche mese, ma forse alla fine anche i suddetti commentatori ci arriveranno: non solo il Partito democratico non riuscirà mai a essere unitario per la sua stessa natura, ma la sua esistenza stessa impedisce, di fatto, che in Italia ci possa essere una sinistra realmente competitiva con la destra.

Le ragioni sono essenzialmente due. La prima è evidente: quel partito, con tutti i suoi difetti e la sua crisi irreversibile, comunque sia è un contenitore da sei milioni di voti. Un grande inganno, insomma, che tiene prigioniero un bacino elettorale ancora decisamente di sinistra. Una sorta di sindrome di Stoccolma su scala italiana, in pratica. A torto o a ragione, non è questo il dato importante, l’elettore italiano ritiene che quella sia l’unica esperienza di sinistra credibile e in grado di essere sfidante nei confronti della destra. Non dico che questa situazione sia irreversibile, anzi il progressivo travaso di voti dai Democratici verso l’astensione e – forse ancora di più – verso i 5 stelle, ci dice il contrario. Eppure restano quei 6 milioni di cittadini, secondo me ancora legati da un voto ideologico per il quale il “Partito” si vota comunque. Con questa realtà tocca farci i conti.

La seconda è forse più sottile. Il Pd, in realtà, resta anche il partito di riferimento di chi lo critica da sinistra. Basta guardare con occhi attenti la vicenda di Mdp. Quel pezzo di gruppo dirigente che si è separato dai Democratici oramai quasi due anni fa, in realtà si considera ancora una corrente interna. Poco importano le parole o le sigle messe in campo. Siccome sono convinti che il problema fosse Renzi, aspettano soltanto che il fiorentino venga messo da parte una volta per tutte. Magari non torneranno subito a casa, magari si acconceranno a fare qualche listarella civetta per far finta di aver fatto un nuovo Ulivo. Ma la strada per loro è segnata. Proprio non ci riescono a immaginarsi autonomi, liberi di percorrere strade differenti. Aspettano comunque di capire cosa succederà nel Pd. Poco importa che i democratici che si definiscono più di sinistra, Zingaretti ad esempio, li considerino quasi un peso, preferendo affidare il lato “radicale” della coalizione a figure considerate più attraenti, come Boldrini e Smeriglio. Loro stanno lì, seduti sul loro strapuntino ad aspettare un cenno, un segnale di benevolenza. E intanto, come in un gioco degli specchi con il Pd, non si rendono conto di offrire un altro contributo alla disperazione di quel popolo di sinistra che si è rotto le scatole di essere considerato “carne da elezioni” o poco più.

Questo, diciamolo con chiarezza, ha piombato le ali di Liberi e uguali fin dall’inizio. Non solo e non tanto l’essere percepiti come troppo vicini al Pd, ma l’essere, di fatto, una sua succursale costruita soltanto in attesa di tempi migliori. Nel nostro piccolo questo rischio lo abbiamo denunciato per tempo, non da soli. Ma l’attuale gruppo dirigente di Mdp questo è in grado di fare, non altro. Né, del resto, si va più lontano con quelli di Sinistra italiana, abituati anch’essi a definire se stessi in funzione del Pd. Non dimentichiamo che Sel (più o meno la provenienza è quella) non nasce come soggetto autonomo ma come gamba sinistra della coalizione. Le origini quelle sono, non se ne esce. E ha ragione Grasso a dirlo chiaramente: i dirigenti non vogliono la trasformazione di Leu in un partito, contro quello che pensa buona parte della loro base.

Per dirla in breve, tutti noi, tutti insieme, non saremo in grado di fare una cosa davvero differente fino a quando l’implosione dei democratici non sarà completa. Allora, solo allora, si libereranno le energie necessarie e ripensare una forza di sinistra. Inutile, quindi, agitarsi troppo, questa la drammatica conclusione a cui volevo arrivare, basta mettersi a sedere, sperando che Salvini e soci facciano in fretta a spazzare via quello che resta. Sarò anche cinico, ma, come sempre ve la dico come la penso. Una cena alla volta, non ci vorrà molto tempo. Nel frattempo studiamo, documentiamoci, lavoriamo sui territori, teniamoci allenati, torniamo magari a parlare di questioni comprensibili ai più e non solo dei villini liberty da difendere a tutti i costi. C’è un popolo che non riesce più a mettere insieme il pranzo con la cena. C’è un paese che crolla letteralmente. La sinistra esca dal ghetto dorato dei centri strorici: deve tornare in sintonia con il sentire profondo di questo Paese, tornare ad essere popolare.  Invece delle cene con le posate d’argento, invece dei tavoli a invito, tocca ripensare alle tavolate di un tempo.

Il centrosinistra è morto il 4 marzo.
Il pippone del venerdì/69

Set 14, 2018 by     No Comments    Posted under: Il pippone del venerdì

Io credo che qualsiasi persona sana di mente dovrebbe arrivare facilmente a questa conclusione: il voto del 4 marzo ha sancito la morte del centrosinistra come lo abbiamo conosciuto dagli anni ’90 in poi. Tutte le forze che, in un modo o nell’altro, possono essere racchiuse in questo campo superano a stento i 9 milioni di voti. Il Pd, ovvero quella formazione politica che addirittura ha rappresentato il tentativo di racchiudere la galassia di centrosinistra in un solo partito supera a stento i 6 milioni di voti. Credo sia facile capire che la somma degli elettori di sinistra che ha preferito l’astensione o ha votato i 5 stelle sia più numerosa.

Non è la sconfitta di Renzi (da un lato) o di Grasso (dall’altro). E’ la fine di una stagione politica durata 30 anni. Riproporla in forme più o meno nuove, parlare della necessità di superamento delle attuali aggregazioni per riassemblarle secondo schemi conosciuti potrà anche sembrare rassicurante, ma significa non aver capito la lezione fondamentale che ci hanno dato gli elettori. In questa stagione non c’è stata una fase positiva seguita a una negativa. E’ stato un lento scivolamento verso l’irrilevanza attuale. Abbiamo fatto da sponda a tutte le tendenze peggiori. E così abbiamo accompagnato lo smantellamento dei partiti, dei corpi intermedi, la destrutturazione del mercato del lavoro. Abbiamo inseguito Bossi sul federalismo, Berlusconi sulla comunicazione, i 5 stelle sull’attacco alle istituzioni. Certo poi Renzi e il Pd hanno dato il colpo di grazia, impresso un’accelerazione decisa verso la disfatta. Questi anni hanno senza dubbio rappresentato il culmine di quel leaderismo senza partiti che però il Pd, fin dal suo statuto in cui si confonde il plebiscito con la partecipazione, aveva ben iscritto nel suo Dna.

Stabilito questo, dovremmo anche avere ben chiaro che da un lato non si può tornare indietro riproponendo all’infinito riedizioni dell’Ulivo (badate bene: non basta un nome nuovo se la zuppa è sempre la stessa), del partito dei sindaci, oppure appellandosi al “fare” contornato da un civismo finto e stanco, soprattutto se non si capisce neanche bene cosa dovremmo fare, ma dall’altro non si può neanche continuare a inseguire l’avversario sul suo campo. Non vorrei che dopo la sinistra neoliberista ci avventurassimo sulla strada scoscesa della sinistra sovranista. I sintomi ci sono tutti. Taluni provano addirittura a tirare in ballo il patriottismo di Togliatti quando basterebbe far mente locale per ricordare in quale situazione ci trovassimo allora. Che poi qualcuno mi dovrebbe anche spiegare quale sarebbe questa famosa identità nazionale italiana da difendere, visto che siamo un popolo frutto di una storia di contaminazioni. La stessa posizione geografica italiana ci dovrebbe suggerire quanto meno un po’ di cautela prima di avventurarci in dotte dissertazioni su questi temi.

Né basta stare lì mangiare i famosi popcorn evocati dal fiorentino, facendo il tifo un giorno per lo spread, l’altro per Macron e la Merkel. Ai teorici di questa tattica suicida vorrei solo rivolgere una domanda: ma una volta finiti sotto il fuoco incrociato dei mercati e ripiombati nell’ennesima crisi, che pensate che gli italiani daranno fiducia a chi faceva il tifo contro di loro?

Ribadisco la premessa iniziale, a me sembra che questi ragionamenti siano talmente semplici e confortati da evidenze talmente lampanti che non ci si dovrebbe neanche perdere tempo. Dal 5 marzo avremmo dovuto far partire un grande lavoro di ricerca e di costruzione. In questi mesi – non da solo – mi sono sgolato su questo e non ci torno più. Se non proprio dal 5 marzo, magari un mesetto dopo. E invece, mese dopo mese, mi pare che ognuno si stia rinchiudendo a casa sua. Quasi che i nostri leader fossero obbligati a ripercorrere sempre le stesse strade rifacendo sempre gli stessi errori. Basta pensare al dibattito (c’è è sotterraneo e riguarda pochi eletti, ma c’è) che continua a martoriare quello che rimane di Liberi e Uguali. Da un lato c’è chi sente fortissima l’attrazione del “ritorno a casa”, favorito dalla scesa in campo di Nicola Zingaretti nel Pd, dall’altro chi dice: facciamo pure un partito, ma lavoriamo da subito per una lista di sinistra insieme alle altre forze “radicali” per le elezioni europee. Insomma l’alternativa sarebbe fra tornare (di fatto) nel Pd, costruendo magari una lista civetta che faccia da ponte all’operazione, e mettere insieme l’ennesima lista raccogliticcia, in cui si parte dicendo che va fatta dal basso e poi alla fine decidono i soliti quattro chiusi nelle solite stanzette.

L’ho un po’ semplificato, ma il senso è questo. D’altro canto non possiamo neanche permetterci il disimpegno in attesa nell’arrivo di un quale Godot. Non ne arriveranno e anche nel caso in cui trovassimo il più capace del leader non avremmo fatto alcun passo in avanti nella soluzione del problema. E allora torniamo appunto al problema: ovvero la necessità di avere una forza politica organizzata della sinistra in Italia. Esiste in tutto il mondo non si capisce bene per quale maledizione noi non possiamo averla. Io continuo ad essere convinto che la ricetta sia una sorta di “ritorno in avanti”. Ovvero ripartire dai valori tradizionali della sinistra calandoli nella realtà di oggi. Farli vivere con azioni concrete, ricreando una comunità solidale sulla quale costruire una classe dirigente da presentare agli elettori. Una classe dirigente che si deve (ri)formare nella lotta, nell’iniziativa e nel confronto politico non nei salotti né tantomeno all’ombra di qualche leader. Quella attuale non va. I vecchi sono usurati dalle sconfitte, non si può cambiare il copione senza interpreti nuovi. E i giovani sembrano intronati, non ci sono proprio abituati a essere protagonisti, sono figli della stagione delle batterie di allevamento di polli tutti uguali. E di signorsì non ne abbiamo bisogno.

E poi sarà anche vero che la società è cambiata, i tempi sono frenetici, si discute solo sui social. Ma io credo che i nostri valori siano sempre non solo attuali,  ma – e forse a maggior ragione – rivoluzionari. Tutto sta nell’abbandonare la subalternità che ci ha caratterizzato negli ultimi 30 anni e tornare a pensare, a essere popolari e non populisti. In una sola espressione, torniamo a fare la sinistra. Anche così non sarebbe lavoro di un giorno. Perché sono più facili e rassicuranti gli slogan di un Salvini, che promette panem et circenses per tutti. Ma del resto noi non eravamo quelli che “veniamo da lontano e andiamo lontano”? Tutto sta nel rimettersi in cammino senza paura. Magari ripartendo dal confronto con i Cinque stelle, lavorando sulle loro contraddizioni che stanno man mano emergendo. Non si può, del resto far finta di nulla. Un bel pezzo del nostro elettorato sta lì, facciamocene una ragione.

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