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Storia di un vasetto di yogurt greco.
Il #pippone del venerdì/119

Nov 8, 2019 by     No Comments    Posted under: Il pippone del venerdì

Ora, dopo una settimana di assenza sarebbe scontato parlare di Ilva, di Renzi e Di Maio che continuano a fare i pierini, di Salvini e della Segre, magari tornare a parlare di elezioni regionali, dall’Umbria all’Emilia. Deluderò le aspettative di chi pensava di leggere una tirata contro il fiorentino o un pezzo sull’antifascismo. Su tutti questi argomenti trovate chi scrive e pensa molto meglio di me.

Parlerò di un vasetto di yogurt greco. Allora la scena è questa: saranno circa le due di una tranquilla giornata. Tranquilla… Esci dall’ufficio, arriva di corsa a casa, porta fuori la cucciola, convincila a fare rapidamente i suoi bisogni che devi tornare al lavoro, che se non fai una quindicina di ore di straordinario mensile non arrivi a fine mese, poi dalle da mangiare sperando che sia in giornata buona e non faccia la difficile. Poi riprendi la moto e ti fermi in un noto supermercato per comprarti gli yogurt per pranzo. Fai la fila alla cassa uno ti dà una leggera gomitata e dal castelletto che avevi fatto casca una confezione e si spacca. E’ plastica (sob), non va in mille pezzi, ma si apre irrimediabilmente.

E allora che fai? Per me la cosa più normale del mondo, raccolgo il vasetto e lo metto comunque sul nastro della cassa. Quando arriva il mio turno spiego al commesso che mi è caduto e gli chiedo di conteggiarlo comunque, visto che era colpa mia.

La cosa sorprendente è la reazione del ragazzo. Faccia stupita come se avesse visto un marziano. Mi risponde che non me lo avrebbe messo in conto, ma che era la prima volta che gli succedeva una cosa del genere, perché di solito non solo non vogliono pagare, ma tendono a nascondere questi fatti, magari riportando il pezzo rotto nello scaffale e facendo i vaghi. Lo stupito questa volta sono io, perché mi sembrava la cosa più naturale del mondo. Per di più si tratta di pochi centesimi, perché rischiare una figuraccia?

In realtà ogni tanto mi sento un po’ un coglione, soprattutto in questa città martoriata anche dai troppi furbi. Sono uno di quelli che si mette in fila in ogni occasione e puntualmente viene sorpassato da tutti i lati, fa la raccolta differenziata e cerca ostinatamente i cassonetti liberi (a Roma è come cercare un ago in un pagliaio), paga le tasse e quando arriva una multa si sente pure un po’ in colpa. Magari mi fermo sulle strisce quando sono in moto per evitare in faccia i tubi di scappamento delle macchine, ma mediamente sono un cittadino decisamente non adatto a vivere a queste latitudini.

Non volevo, comunque, autoincensarmi. L’episodio raccontato sopra, per quanto insignificante, mi ha riportato alla mente com’era la politica qualche decennio fa. In più poi c’ha pensato D’Alema sull’Huffington a rendermi il collegamento naturale. Dice D’Alema: ho nostalgia del Pci e non dell’Urss. Mi chiedo come mai siamo in tanti, fra quelli che hanno vissuto quell’epoca e quel partito, a pensarla allo stesso modo. E mi chiedo perché quell’esperienza non sia ripetibile, da cosa fosse caratterizzata.

Quelli bravi risponderebbero che era la prospettiva di superamento del capitalismo a tenerci insieme, che ci faceva essere davvero una comunità a tutto tondo, non solo politica. Sicuramente c’è questo elemento. E andrebbe ritrovato. Ma c’era qualcosa di speciale in quel partito che non è ripetibile nella società di oggi. Ed era il rigore morale. Quella era la vera diversità dei comunisti italiani. Quell’essere profondamente onesti, quasi bacchettoni direi. E per questo non solo eravamo rispettati da tutti, ma siamo stati un fattore importante nella società italiana. Un esempio di come poteva essere il nostro Paese praticato ogni giorno in ogni luogo,  dai posti di lavoro, alla famiglia, alle istituzioni per le quali avevamo un sacro rispetto.

Per questo abbiamo anche preso delle cantonate e spesso non abbiamo capito i cambiamenti che avvenivano nella società. Penso al fastidio con cui abbiamo guardato ai vari movimenti studenteschi, dal ’68 in poi. Gli espropri proletari, la violenza nei confronti della polizia, non erano nelle nostre corde. Le splendide parole di Pasolini che, un po’ scandalosamente, si schierava dalla parte dei poliziotti dopo i fatti di Valle Giulia sono un altissimo esempio di cosa fossero i comunisti italiani. Più modestamente ricordo la severità di mio nonno, per il quale dovevo solo studiare senza pensare alle gonnelle che agitavano i miei sogni di adolescente. Studiare non solo per la propria realizzazione personale, ma per poter contribuire alla crescita della nostra società.

Ecco, quel vasetto di yogurt greco fa parte di quella cultura, bacchettona, ma rispettosa delle regole e soprattutto delle altre persone. Di questo io ho nostalgia, di un partito che formi i propri dirigenti con questa severità, con questa cultura delle regole e delle istituzioni che non trovo da nessuna parte.

Adesso è tutta una rincorsa alla poltrona, alla carica sia pure insignificante, si fa politica pensando al proprio tornaconto e non alla crescita, ai diritti. Secondo me è anche per questo che la sinistra è rimasta senza popolo. Non solo perché le sue idee troppo spesso sono state distanti da quel blocco sociale che si vorrebbe rappresentare, ma perché non viene più percepita come esempio positivo da seguire. Siamo caduti in pieno in quel “sono tutti uguali” che un tempo consideravamo, a ragione, come un’offesa gratuita.

La finisco qui, capisco che sono un vecchio bacchettone e che in questa società non è facile vivere con le mie convinzioni. Però sto bene così e almeno mi evito gastriti da senso di colpa.

Ps: mio figlio è molto più bacchettone di me, ne sono molto orgoglioso.

Il taglio dei parlamentari, fuffa dannosa per le istituzioni
Il #pippone del venerdì/116

Ott 11, 2019 by     No Comments    Posted under: Il pippone del venerdì

Intanto una nota auto celebrativa: in tanti hanno criticato il mio paragone fra Renzi e Bertinotti della settimana scorsa, ma a giudicare dalle cronache politiche di questi giorni era più che azzeccato. La strategia è la stessa, di questo si parlava, non dei temi portati avanti su cui c’è una certa distanza: tenere sulla corda il governo in maniera da acquisire visibilità, questo il tratto che accomuna i due. Del resto in Italia funziona così, sui giornali finiscono per lo più gli spunti polemici. E in questo Renzi è davvero bravo, una specie di tarlo che ti rosicchia i mobili di casa. Se non si interviene subito si rischia di trovarsi con un mucchietto di segatura in mano.

Detto questo, la notizia della settimana è sicuramente il taglio dei parlamentari. Con tanto di show dei cinque stelle, schierati in parata davanti a Montecitorio con forbici e striscioni. Una festa senza popolo, vale la pena sottolinearlo. A cosa serva eliminare 345 fra senatori e deputati non è ben chiaro. Non si velocizza l’iter delle leggi, non si garantisce maggior funzionalità alle Camere. Si realizza un modesto risparmio annuo, penalizzando al tempo stesso la rappresentanza. Pd e Leu hanno dovuto inghiottire il boccone e hanno detto sì, dopo aver fatto il contrario per ben 3 votazioni di fila.

Ora, niente di male, in politica si accettano compromessi per raggiungere i propri scopi. Chi dice il contrario mente spudoratamente. Anzi, spesso quelli che appaiono duri e puri sono i primi a brigare sottobanco  per avere qualche strapuntino in più. Andrebbe ammesso che si tratta del prezzo pagato per arrivare alla formazione del Governo. Invece si assiste ad affannose arrampicate sugli specchi per cercare improbabili motivazioni al cambio di rotta. Ho letto perfino qualcuno che spiega come fosse giusto tagliare i parlamentari perché rispetto a quando furono decisi gli attuali assetti le distanze si sono ridotte e quindi ora servono meno rappresentanti. Se questo fosse il ragionamento tanto vale allora riunire le camere in videoconferenza, si risparmia anche di più.

In realtà, quel numero di deputati e senatori garantiva allo stesso tempo la rappresentanza di tutti i territori e delle minoranze. Se si voleva risparmiare forse sarebbe stato meglio tagliare i compensi a parlamentari e consiglieri regionali, il segnale sarebbe stato decisamente più forte. Invece così una riforma che passa per essere anticasta rischia di ottenere l’effetto contrario: collegi più grandi e liste bloccate restringono ancora di più il campo di chi può davvero puntare all’elezione. Le alternative sono due: o sei molto popolare o hai tanti fondi. Insomma avremo una supercasta blindata da campagne elettorali complicatissime.

Da qui, almeno, l’esigenza di rimettere mano alla legge elettorale. Si discute molto anche di questo, pur essendo argomento che interessa all’uno per cento del Paese. Con i numeri attuali dovrò rivedere anche le mie convinzioni, il doppio turno alla francese che da sempre prediligo rischia di diventare un bagno di sangue e portare in parlamento soltanto i tre schieramenti principali.

E questo è l’altro equivoco che viviamo dalla fine degli anni ’90 del secondo scorso. Da quando, cioè, si cerca di modificare il sistema politico con leggi elettori che garantiscano – nelle intenzioni di chi le teorizza – governabilità o meno frammentazione. Il risultato è che i governi continuano a cambiare e i cosiddetti partitini sono addirittura aumentati. Anche quando abbiamo sperimentato sistemi più o meno maggioritari sono nate coalizioni dentro le quali hanno trovato spazio liste e listarelle varie. Dai pensionati, ai cacciatori, al movimento delle casalinghe. Tutti poi a rivendicare, una volta vinte le elezioni, almeno un sottosegretario in forza del loro contributo, minimo ma essenziale.

Segno che il tentativo di modificare il quadro politico attraverso sbarramenti vari funziona fino a un certo punto. Io resto convinto che – del resto lo stabilisce anche la costituzione – la legge elettorale debba garantire una rappresentanza parlamentare il più possibile vicina alle percentuali ottenute dai partiti nelle urne. E’ fondamentalmente giusto che uno possa votare il partito in cui si riconosce senza bisogno di turarsi il naso. Il Parlamento, secondo me, dovrebbe essere una fotografia il più possibile particolareggiata della situazione del Paese.

E’ ovvio allora che, data la situazione attuale e la riduzione del numero dei rappresentanti, l’unica strada per ottenere questo risultato sarebbe il proporzionale puro. Senza sbarramenti: anche chi prende il 3 per cento ha diritto a un seggio in parlamento. Si tratta pur sempre di un milione di persone. E la governabilità? La stabilità? Io credo sia un falso mito. Lo ripeto: abbiamo sperimentato negli ultimi vent’anni, tutte le leggi elettorali possibili, ma i governi cambiano, le maggioranza si modificano e si capovolgono nel giro di qualche mojito.

Altro ragionamento sarebbe modificare la forma di governo. E quindi pensare al superamento della Repubblica parlamentare per arrivare a un cancellierato o a un sistema semi-presidenziale. Temo però che sia meglio soprassedere: non mi pare che nell’attuale classe dirigente ci siano gli statisti in grado di ridisegnare il sistema costituzionale così in profondità. Quando ci abbiamo provato negli anni scorsi, con la riforma del titolo V, ad esempio, non è andata proprio bene, diciamo. E allora meglio un proporzionale classico, magari con circoscrizioni non enormi, che garantisca il diritto dei cittadini a scegliere i propri rappresentanti. Meglio una riforma soft, che lasci spazio alla politica e alle alleanza costruite sugli effettivi pesi elettorali, che i sistemi traballanti di cui si sente parlare. Meno fanno, meno danni si producono.

Non basta allargare il campo, serve una alternativa al capitalismo.
Il #pippone del venerdì/114

Set 27, 2019 by     1 Comment     Posted under: Il pippone del venerdì

Mentre il nuovo governo va avanti verso la definizione della manovra economica, apparentemente senza troppi scossoni, il quadro politico continua a cambiare di giorno in giorno. Colpa (o merito) della scissione di Renzi da un lato e dell’attivismo di Salvini dall’altro.

L’ex presidente del Consiglio continua la sua campagna acquisti a destra e a sinistra, fino ad arrivare a lambire gli odiati (e la cosa era reciproca fino a poche settimane fa) 5 stelle. C’è da aspettarsi che le adesioni continuino in preparazione e soprattutto dopo la Leopolda. Il Pd cerca di tamponare l’emorragia (a quanto dichiarano solo di dirigenti), con le new entry Lorenzin e Boldrini e persevera così a voler essere un partito omnibus che può contenere tutto e il contrario di tutto, la cosiddetta vocazione maggioritaria. La Lega, da parte sua, cerca di capitalizzare il momento facendo man bassa di quel che resta di Forza Italia.

Insomma, niente di appassionante. Niente in grado di smuovere davvero le coscienze. In mezzo ci sono state la vergognosa risoluzione del Parlamento europeo che ha messo sullo stesso piano nazismo e comunismo dando un sonoro schiaffone alla storia, e l’appassionato intervento di Greta al vertice Onu sul clima. Questo sì davvero in grado di smuovere le coscienze. Proprio oggi ci sarà l’ennesima giornata di grandi mobilitazioni in tutto il mondo. Segno che questo è il tema su cui costruire il futuro, non altri.

Si è riaperto, nel frattempo, un interessante dibattito su cosa serva davvero per arginare la destra di Salvini e soci. Lo ha fatto con un lungo e interessante intervento Goffredo Bettini sul Foglio, nel quale dopo una lunga analisi sulla nostra società, arriva sostanzialmente alla conclusione che l’antidoto sia il rinnovamento del Pd e l’allargamento del campo. So che si tratta di una sintesi brutale, ma in fondo questo è proprio il mio lavoro. Per cui sono certo che Bettini mi perdonerà della brutalità.

La cosa che trovo curiosa è come partendo dalla stessa analisi (perfino dalle stesse letture direi) si possa arrivare a conclusioni opposte. Provo a procedere per punti, per essere più chiaro.

  • Siamo d’accordo sul fatto che non ci troviamo più nella società del novecento dove c’era un popolo, nel senso classico della parola. Un popolo organizzato nei partiti, nei sindacati, nell’associazionismo. La nostra società liquida ha teso via via a cancellare tutto questo e il popolo è diventato (o meglio tornato) a essere plebe, uno sciame indistinto pronto a infatuarsi per chi gli propone la scorciatoia più a portata di mano. Io continuo a essere convinto, però, che in altre parti del mondo una risposta la sinistra abbia cominciato a darla, non solo in termini di mera resistenza. Se in Italia questo non è successo non è un accidente della storia. Al contrario: abbiamo pensato di immergerci nella società liquida smantellando il nostro sistema sociale e cercando di nuotare nella corrente. Pensavamo di essere squali, eravamo solo lucci. Pesce famoso per abboccare all’amo. Dobbiamo trovare il modo di navigare nella società liquida oppure costruire isole e farle diventare continenti? Io sono per la seconda ipotesi.
  • Se partiamo da questo presupposto non basta dire che dobbiamo tornare dal popolo e stare “nel” popolo” soprattutto quello brutto e cattivo. Questa ovviamente è una precondizione. Se ci ostiniamo a pensare che abbiamo ragione noi e tutti gli altri sbagliamo ci ritroveremo a essere sempre meno, perfino negli argentati salotti romani. Quella che un tempo si chiamava “la proletarizzazione” delle classi dirigenti, però, non è la soluzione, ma solo il primo passo nell’individuazione del male.
  • La prima soluzione offerta da Bettini è quella di una risposta alla crisi della società in termini di proposte innovative. Il dirigente democratico individua nella giustizia la prima forma di protezione sociale e su quella punta. E poi servono risposte sui temi più “caldi”, quale famiglia, quale sistema di formazione, quale idea di patria e di Europa, quale piano per il mezzogiorno. Questo per lui è il compito che deve svolgere il Pd, partito che una volta tolta la zavorra renziana, avrebbe tutte le carte in regola per essere alla guida di questo sforzo programmatico che vada oltre la quotidianità e contribuisca a definire insieme quelli che Bettini stesso ha più volte definito il “cielo” e la “terra”, ovvero un quadro culturale e ideale in cui muoversi per affondare le proprie radici.
  • La seconda, che ne dovrebbe essere la diretta conseguenza, è l’allargamento del campo. Sostanzialmente andare oltre lo steccato di un nuovo Ulivo da Fratoianni a Calenda, mischiare gli elettorati di centrosinistra (senza trattino) e dei 5 stelle e prepararsi allo scontro elettorale. Un campo largo (uso non a caso la definizione cara a Bettini) in grado di costituire l’antidoto al populismo e al sovranismo che con la crisi di governo e la successiva soluzione sembra vivere una provvisoria battuta d’arresto.
  • Secondo il mio modesto avviso si tratta di un’analisi, credo che nessuno si offenderà, intrisa di quell’umanesimo tipico dell’ultimo periodo di Ingrao, affascinante ma senza soluzioni. Si tratta, infatti, di una corrente di pensiero in grado spesso di disegnare un quadro ampio, di vedere ben oltre l’oggi, ma purtroppo piuttosto sterile quando si tratta di passare alla proposta.

Cosa manca in tutto questo? Una constatazione che credo sia il punto vero da cui ripartire: il capitalismo, nelle forme in cui si è realizzato, è incompatibile non soltanto con l’idea di giustizia che abbiamo tutti in comune nella sinistra. No, è incompatibile – o almeno lo sta diventando – con l’esistenza stessa del genere umano. Non solo si acuiscono intollerabili differenze sociali, si sta mettendo a rischio la “casa terra”. Se la sinistra partisse da questo punto e provasse non a dare le pur necessarie soluzioni al problema del mezzogiorno, ma a disegnare un orizzonte ideale in cui la necessità di superare l’attuale sistema di produzione sia il punto centrale, forse sarebbe più facile sedersi a un tavolo e discutere con quali forme possiamo tornare a parlare a quel popolo che ci vede non solo distanti, ma nemici. E allora anche la questione del campo largo o meno, avrebbe una rilevanza minore. Perché non ci sarebbe più a unirci soltanto la ricerca della vittoria elettorale, ma una nuova società da costruire. Solo allora potremo archiviare i vari Renzi che non sono accidenti capitati per caso, ma frutto della nostra resa degli anni ’90 del secolo scorso.

Renzi che va, Renzi che viene.
Il pippone del venerdì/80

Dic 7, 2018 by     No Comments    Posted under: Il pippone del venerdì

Non cambia molto se Renzi fa il suo partitino. Ci sarà solo da aggiornare il conto delle formazioni politiche personali. E del resto mica era possibile che fosse soltanto la sinistra a sfaldarsi, è proprio questa società che non tiene più. Le varie diaspore politiche sono la conseguenza. La politica non può che essere lo specchio fedele di un paese, della situazione sociale, delle evoluzioni dei costumi. E se un società diventa sempre più individualista, cattiva ed escludente, la politica non può che ripercorrere questi tratti. Il settarismo va di gran moda, il “meglio comandare in una casa piccola che stare insieme ad altri in una più grande” oramai è una sorta di mantra che si sente in ogni angolo.

E comunque, si diceva, non cambia molto se Renzi fa il suo partitino. Almeno per quelli come me che sono convinti che l’errore, anzi direi l’equivoco, stia nell’esistenza stessa di una formazione politica che riunisce due culture distinte. Non si mescolano, al massimo una prova a cancellare l’altra. Come è successo con la famosa rottamazione, che non era la semplice sostituzione di una classe dirigente. Non era un salutare scontro generazionale. Tutt’altro: era la fase finale della cancellazione di una cultura politica, quella che, con una semplificazione necessaria alla salute dei lettori, oserei definire “togliattiana”. La rottamazione era la fine di quell’idea di partito e di funzione del partito nella società che era stata definita nel Pci del dopoguerra e perfezionata con Berlinguer.

Cambia qualcosa se il segretario sarà Zingaretti? Con tutta la stima che ho da sempre per il presidente della Regione Lazio, credo di no. Intanto perché secondo me Zingaretti la sua occasione vera l’ha persa alle primarie del 2009. Un ampio fronte, quello si davvero generazionale, gli chiese di mettersi alla guida di un processo di rinnovamento del partito e candidarsi alle primarie che non potevano risolversi in una conta fra Bersani e Franceschini. Una sfida che sembrava guardare più al passato che al futuro. Zingaretti disse di no, spiegò che il suo impegno era tutto teso alla riconquista di Roma (salvo poi ritirarsi per candidarsi alla Regione). Sappiamo come è andata la storia del Pd da quel momento in poi.

Resto convinto anche dieci anni dopo che quella fosse l’occasione di fare del Pd un partito e non una federazione di correnti personali. Ora è tardi. E’ tardi per due ordini di ragioni. Intanto perché quel simbolo ormai viene associato indissolubilmente a una stagione, quella delle leggi contro i lavoratori, quella delle leggi truffa, quella della riforma costituzionale. Ma è tardi soprattutto perché quel partito ha consumato il legame “empatico” non solo con i suoi elettori, ma con i suoi militanti. C’è stata una rivoluzione genetica che ha cancellato una comunità. Non basta il cambio di un segretario né tanto meno basta invocare una generica discontinuità. Tanto più che appostati dietro di lui c’è la fila di quelli che hanno lavorato strenuamente per arrivare alla situazione odierna. Da Franceschini in giù. Nel Lazio, tanto per dirne una, il candidato di Zingaretti alla segreteria regionale era Bruno Astorre, uno che si vantava pubblicamente di “comprare” migliaia di tessere.

Insomma, per non farla troppo lunga, il presunto partitino di Renzi rappresenterebbe sicuramente una novità, ma non la soluzione del problema. Con Zingaretti, ovviamente, sarà possibile aprire un dialogo. Ma si potrà fare solo se avverrà da pari a pari. Soltanto se, nel frattempo, saremo riusciti a dare una casa aperta e stabile allo stesso tempo a quello che resta della sinistra italiana. Resto molto pessimista, la tentata nascita dell’altro partituncolo personale, quello annunciato da Grasso, è un altro ostacolo in un percorso già travagliato. Credo però che prima o poi dovremo fermarci e contare fino a dieci. Ormai ho la certezza che il problema non siano le divaricazioni programmatiche, su quelle una via di mezzo siamo bravissimi a trovarla. Il vero problema è la sopravvivenza dei diversi gruppi dirigenti. Per fortuna le prossime elezioni europee spazzeranno via quello che ne resta. Sarebbe bene capirlo prima e attrezzarsi, ma mi pare che gli egoismi prevalgano. Le liste della sinistra all’appuntamento di maggio saranno almeno quattro e prima si voterà in 4 regione e 4.200 Comuni. Serviranno a confermare l’irrilevanza di ognuno. Né il pur generoso tentativo di Speranza e soci sembra nascere sotto i migliori auspici. Staremo a vedere.

Eppure avere una solida e autonoma formazione alla sua sinistra aiuterebbe anche Zingaretti a tenere a bada i suoi alleati di oggi, accoltellatori seriali che non vorrei mai avere alle mie spalle. Ridefinire un’alleanza progressista in grado di opporsi alle destre è sicuramente una priorità. Ma non funziona un campo – uso questo termine che va tanto di moda – in cui ci sia un partito e tante liste civetta. Funziona uno schieramento vero, con una base culturale comune che viene tradotta in un programma di governo. Se si uniscono, insomma, strategia e tattica. E per fare questo serve una sinistra che esca dall’abbaglio del neoliberismo e torni a essere popolare. Che si occupi, la finisco qui perché so di essere noioso e ripetitivo, delle condizioni materiali del suo blocco sociale, che dia rappresentanza ai tanti movimenti che proprio in questi mesi tornano a far sentire la propria voce. Mettiamo l’orecchio a terra e guardiamo avanti. Forse ne usciamo vivi.

La minestra rigirata non migliora il suo sapore.
Il pippone del venerdì/62

Giu 29, 2018 by     No Comments    Posted under: Il pippone del venerdì

Si chiama Alexandria Ocasio-Cortèz, ha 28 anni, di professione barista, si era candidata con speranze zero contro uno dei big democratici nelle primarie per il seggio alla Camera del Bronx. Ha vinto. Con poche risorse, rifiutando le donazioni dai grandi sponsor, con un programma chiaramente socialista. E tanti saluti a quelli che pensano che si vinca con parole moderate perché altrimenti l’elettorato si spaventa.

In Italia, invece, la speranza della sinistra avrebbe le sembianze di Nicola Zingaretti, 53 anni a ottobre, presidente della Regione Lazio per la seconda volta, candidato in pectore alle primarie del Pd ancora da fissare. Lo sosteranno – si dice – Gentiloni, Orlando, Martina, Veltroni, Bettini, Franceschini, Fassino. Buona parte di quelli che prima hanno teorizzato il Pd e poi l’hanno portato a questo punto. A Zingaretti guarda, con molto interesse, anche un bel pezzo di Liberi e Uguali – da Bersani a Stumpo – per non parlare dell’area che fa riferimento a Laura Boldrini e Massimiliano Smeriglio, uomo della sinistra “sociale” ma soprattutto vicepresidente della Regione.

Con Zingaretti, personalmente, ho da sempre un rapporto di odio-amore. Nel senso che rappresenta, secondo me, una delle risorse migliori della politica italiana degli ultimi anni. Però manca di coraggio nei momenti che contano. La sua candidatura alle primarie, ad esempio, secondo me arriva con dieci anni di ritardo. Doveva scendere in campo nel 2009, rompendo lo schema del duello fra Bersani e Franceschini, una sfida che guardava al secolo scorso più che al terzo millennio. E credo che quanto avvenuto in questi ormai quasi dieci anni abbia radici profonde in quell’errore. Adesso scende in campo, dopo essere stato più o meno l’unico uomo di sinistra a vincere negli ultimi tre anni. E dice chiaramente che bisogna cambiare tutto, ripensare il partito, i temi, le parole d’ordine. Parla di alleanza del fare, lo sostengono diverse centinaia di sindaci. A partire da Sala, alle esperienze civiche di Pizzarotti a Parma e Coletta a Latina. Premesse positive, ma credo, lo dico senza giri di parole, che sia un progetto di scarso respiro. Provo a spiegare perché.

Non c’è ancora un contenuto, questa cosa dell’alleanza del fare che parte dagli amministratori è vecchia, già sperimentata. Manca un’analisi su quanto è accaduto. Un’analisi di classe, si sarebbe detto un tempo. Anche l’idea della coalizione elettorale che va dalla sinistra radicale fino ai centristi la conosciamo bene. E perfino la replica di un modello, in questo caso il “modello Lazio” esportandolo dal livello locale per riproporlo come chiave per governare il paese, è già sentita. Lo stesso Zingaretti, sarà anche il meglio che possiamo esprimere, ma a me sembra più l’ultimo figlio di una storia che il primo di una nuova narrazione. Spero di essere smentito. Intanto, si porta appresso un fardello pesante, perché rischia di essere il nuovo “frontman” dei soliti noti. C’è chi ipotizza addirittura un appoggio dello stesso Renzi. Gira e rigira, insomma, la minestra resta sempre la stessa. Si liberi, intanto, di questi pesi che rischiano di affondarlo prima di cominciare, poi ne riparliamo.

Io non credo, va ribadito, che il problema sia un cambio di leader. Certo c’è anche questo, ma una nuova chiamata alle armi per decidere chi debba essere quello che mandiamo in televisione a convincere gli italiani, non mi appassiona. E vorrei che fosse chiaro a tutti che non è possibile una nuova frenata nel processo di costituzione di Liberi e Uguali che, con molta fatica, abbiamo avviato per aspettare quello che succede nel Pd e l’avvento del nuovo messia.

Il voto del 4 marzo – e forse ancora di più il risultato dei ballottaggi alle amministrative – ci dicono che la sinistra nel suo complesso non viene più percepita dagli elettori come elemento di cambiamento, di innovazione. Quei risultati ci dicono ancora una volta che rappresentiamo – e pure lì facciamo ormai fatica – soltanto pezzi della classe medio alta di questo paese. E’ un dato oggettivo, non contestabile. Non penso che basti annunciare a parole di voler cambiare tutto senza dire come per recuperare credibilità.  Rotto il modello togliattiano di “resistenza” al sistema, insomma, cosa facciamo adesso?

Togliatti capì che per crescere in territorio nemico, in pieno campo occidentale, un partito comunista doveva “fare società”, ovvero creare una sorta di sistema di potere parallelo, che andava dal partito, ai giornali, ai sindacati, alle cooperative, all’associazionismo. Capì che per difendere i più deboli non era sufficiente un bel programma o una propaganda efficace. Quel programma andava praticato, costruendo esempi di quella società che si diceva di voler creare. Questa era in estrema sintesi la democrazia progressiva che il leader del Pci aveva immaginato. Un partito comunista nell’alveo occidentale, insomma, poteva crescere soltanto se metteva radici solide, se praticava il socialismo in concreto.

Malgrado la furia iconoclasta di Achille Occhetto, su questo abbiamo campato fino a ieri. Solo che venuto meno il collante ideologico è andata esaurendosi anche la forza propulsiva di quel sistema. Cancellato l’orizzonte socialista è rimasta soltanto la gestione del potere. Con i risultati, e anche con le deviazioni, che tutti conosciamo.

Non si tratta di riproporre uno schema vecchio, ma di trovare strade nuove. L’obiettivo per me resta lo stesso. Di esempi in stile Alexandria ne abbiamo mille. Per restare vicini a noi c’è Tsipras, c’è Corbyn, ci sono le esperienze di Podemos in Spagna, c’è il buongoverno del Portogallo, la France insoumise di Mélenchon. Studiamo, confrontiamoci, ma con alcuni punti fermi. Il primo, per me, è la presenza di una sinistra che abbia autonomia culturale prima ancora che politica. L’impressione, anche da questo stentato avvio della fase costituente di Leu, è purtroppo negativa. Siamo prigionieri dei nostri riti. Si nomina un comitato di saggi, che poi sono un po’ sempre gli stessi, senza andare davvero a cercare energie nuove nelle tante esperienze della società civile che sono nate e cresciute in questi anni. Ci mettiamo qualche figurina a riempire gli spazi e crediamo di aver risolto la questione. Senza capire che la chiave per ripartire davvero sta tutta nella partecipazione. Non basta di certo un bagnetto di folla a Trastevere per tornare a essere popolari.

Io resto convinto che di fronte ai modelli verticisti che sembrano vincere senza resistenza alcuna, da Trump al nostrano Salvini-Di Maio, la risposta non possa che essere proporre un modello contrario. Fatto di nuovi strumenti non tanto e non solo di democrazia diretta, ma di costruzione in rete delle idee. E resto convinto che le strutture esistenti siano un ostacolo.  Zingaretti potrà avere un ruolo importante soltanto se capisce che davvero bisogna cambiare tutto, rompendo gli schemi che ci hanno portato a questa situazione. E se capisce che non abbiamo bisogno di un nuovo leader, ma di persone che si mettano, con umiltà a cercare le risposte che adesso non abbiamo. Ecco, umiltà, questa per me è un’altra parola chiave. Finirla con la spocchia di chi sente di essere superiore. Finirla di pensare di essere gli unici difensori della Repubblica, che tutti gli altri sono razzisti e fascisti. Alexandria, insomma, ci dice che è possibile costruire una sinistra che non sta sulle palle al mondo. Facciamo tesoro di quella piccola ma significativa lezione.

Non costringeteci a votare 5 stelle.
Il pippone del venerdì/54

Mag 4, 2018 by     No Comments    Posted under: Il pippone del venerdì

Dopo la direzione del Pd, come di consueto, la Meli sul Corriere della Sera ci riporta il pensiero di Renzi e i relativi retroscena. E viene istantaneamente voglia di cambiare paese. Ora, al di là dello sproloquio quotidiano della giornalista di fiducia, alcuni dati, in questo marasma, sono certi. Il primo è l’assoluto controllo che l’ex segretario ha sul Pd. E’ bastata una comparsata da Fazio per smantellare il cambio di rotta faticosamente appena abbozzato dall’ala cosiddetta “dialogante” del partito e tornare su quell’insensato Aventino su cui i democratici si sono ritirati dal 5 marzo. Martina, che si era fatto interprete del disagio interno, ha svolto una relazione con il timbro del giglio fiorentino ben in evidenza. Si è rimesso in linea nel giro di un paio di giorni, dopo aver minacciato tuoni e fulmini. La sua relazione, questa è la seconda certezza, è stata approvata all’unanimità. Si sono allineati tutti, dunque, come da copione. Con buona pace del povero Roberto Speranza che ancora due giorni fa auspicava che la sinistra tutta, anche quella rimasta nel Pd, dopo l’ennesimo disastro elettorale si rendesse conto della necessità di un big-bang, di un reset, per usare un linguaggio informatico. La terza certezza, dunque, è che una sinistra interna al Pd non esiste più.

Finiti i dati di fatto, restano aperti gli scenari per il futuro, prossimo e meno prossimo, ovviamente siamo nel campo delle ipotesi. Dunque, le carte in tavola sono queste: Matteo Salvini chiede un incarico per portare alle camere un governo di minoranza. A cosa serve lo spiega bene la collega Meloni. O si ottiene la fiducia o si va alle elezioni, ma con un esecutivo a guida centrodestra insediato, sia pur per l’ordinaria amministrazione, a Palazzo Chigi. Mattarella dice no. I grillini chiedono a gran voce le elezioni. Del resto, in questi due mesi, il forno l’hanno diretto loro, adesso rischiano di veder tornare in campo i vecchi fornai e di ritrovarsi a scaricare la farina. Il Pd dice che non parteciperà a nessun esecutivo con la destra e con i 5 stelle, ma si dice pronto a rispondere a un’eventuale chiamata di Mattarella. E qui arriviamo al punto vero.

Come è noto Renzi avrebbe voluto un “governo della nazione”, una sorta di larghe intese all’italiana che tagliassero fuori le ali estreme dei due schieramenti e che garantissero un periodo di decantazione nel quale provare a rimescolare le carte e rendere ininfluenti Grillo e soci. Il sistema elettorale demenziale con cui abbiamo eletto il Parlamento puntava chiaramente a realizzare questo obiettivo. La grande – e imprevista – forza elettorale di 5 stelle e Lega lo ha reso materialmente impossibile. E allora, come se ne esce? Con un governo del presidente. Ovvero un esecutivo sostenuto dalla destra e dal Pd, mascherato dalla presidenza affidata a un tecnico, la classica riserva della Repubblica. Pensano di prendere in giro gli italiani. Dubito che ci riescano, ma questa è un’altra storia. Il tentativo è già in atto. Era solo questione di tempo. Il tempo necessario a far cadere tutte le ipotesi di alleanze politiche.

Sono già partiti gli allarmi europei sullo stato della nostra economia, gli ultimatum e tutto l’armamentario che si usa in questi casi per convincere i bambini bizzosi. Un governo serve – si dice – perché altrimenti perdiamo il treno della ripresa, non potremo partecipare a pieno titolo alla definizione del prossimo bilancio europeo. E poi c’è la questione dell’aumento automatico dell’Iva se non si interviene nella legge di stabilità. Insomma serve responsabilità, dicono quelli che ci hanno ridotto praticamente in miseria.

Se questo non fosse possibile, visto che anche Salvini non sembra particolarmente portato a questa soluzione, che succederebbe? Si tornerebbe a votare, presumibilmente a ottobre a meno che non si voglia fare la campagna elettorale sulle spiagge d’agosto. E qui viene fuori il coniglio che la Meli attribuisce a Renzi. Quale sarebbe il grande piano che l’ex segreterio del Pd avrebbe in mente? Un centro-sinistra largo, a guida Gentiloni, che vada da una lista centrista (in stile Scelta Civica di montiana memoria) a Liberi e uguali. Magari benedetto da primarie di coalizione. Qua finisce che ritirano fuori anche Pisapia, parcheggiato da tempo nell’armadio delle scope.

Ovviamente, verrebbe da dire, vista la situazione i dirigenti di Leu si saranno già riuniti, avranno detto, cari compagni la faccenda è grave, prendiamo atto del disastro del 4 marzo, delle sconfitte in Molise e in Friuli, abbiamo sbagliato, ma abbiamo capito la lezione. Serve un partito autonomo, forte, che non solo stia nella società, ma che “faccia” società. Ci mettiamo al lavoro da subito per questo. Già ci si immagina un brulicare di iniziative, unitarie, compresi anche quelli di Potere al popolo che hanno capito l’errore di isolarsi. Ci saranno centinaia di assemblee, con i centri sociali, con i compagni che sono tornati dal bosco. Questo dovrebbe accadere, insomma, se non fossimo diretti, da una congrega di pippe. In realtà, ognuno si fa la sua assembleina, il suo congressino bonsai, il tesseramento in proprio, talmente in proprio che ormai siamo a livelli di bocciofila. Pronti a costruire il nuovo centro-sinistra con il Pd, che al di là della facciata è rimasto quello di alcuni mesi fa. Ora, qualcuno dirà che sono troppo pessimista. Che vedo tutto nero. Io credo di essere perfino ottimista.

Dico soltanto, non costringeteci a votare 5 stelle a ottobre. C’era l’occasione di spostare i grillini verso sinistra e farli diventare a pieno attori nel sistema democratico. Renzi e chi lo segue, per mero calcolo personale, li hanno ricacciati nel loro sterile strillonaggio continuo. Pensano, i dirigenti del Pd, di dimostrare così l’inutilità di quel movimento. Succederà l’esatto contrario. L’ultimo sondaggio di Piepoli dà la destra vicina al 40 per cento e i 5 stelle al 32. La partita sarà questa se si andrà a votare nei prossimi mesi. Non prendiamoci in giro. E allora il famoso voto utile a cui ci avete educato da anni, il voto per arginare la destra razzista e fascista, sarà soltanto uno, non ci sarà spazio per terzi o quarti poli.

Siccome sono ottimista, dico anche che siamo ancora in tempo. Lasciamo perdere le tessere, i congressi farsa, le assemblee nazionali palcoscenico per il nulla che avanza. Costruiamo davvero una sinistra autonoma, forte, con valori e programma davvero alternativo. Senza più balbettare. Senza più leader di plastica che sorridono e parlano a vuoto. Facciamola democratica e partecipata. E andiamo alle elezioni così. Non con una lista, ma con una forza politica vera, che non si scoglie alla prima burrasca. Il tema delle alleanze per governare non ce lo poniamo adesso. Non avrebbe senso. Il centrosinistra è morto, quel modello di alleanza ha voluto dire accettare le idee liberiste, ha voluto dire la precarizzazione del mondo del lavoro, la resa alle forze del capitalismo finanziario mondiale. E’ ora di nuova proposta. Poi, da pari, andremo a trattare eventuali alleanze. Trovando una sintesi fra i programmi. Prima misuriamo il nostro consenso. Lo faremo? Ci riusciremo? Non so davvero.

Ma siccome sono ottimista, ma non incosciente, dico – e la finisco – che il tempo è adesso. Non domani. Oggi.

Tre mesi da vivere pericolosamente.
Il pippone del venerdì/34

Nov 24, 2017 by     No Comments    Posted under: Il pippone del venerdì

Se la data delle elezioni sarà, come dicono, intorno a metà marzo abbiamo di fronte a noi tre mesi o poco più. Io non sono uno di quelli che considera questo appuntamento una sorta di armageddon dove si decideranno i destini dell’umanità. Tutt’altro. Anche perché, diciamolo chiaramente, con tutta probabilità non si avranno maggioranze certe, anche grazie a questa legge elettorale pasticciata che non prevede né coalizioni né un premio di maggioranza. Si è partiti dicendo che gli italiani avrebbero dovuto sapere fin dalla serata chi aveva vinto, finirà che avranno vinto tutti e non avrà vinto nessuno. All’italiana appunto. Fatta questa premessa, però, è ovvio che la nuova sinistra – che proprio in queste ora affronta il battesimo nelle assemblee che si stanno svolgendo in tutte le città d’Italia – dovrà affrontare una prova severa. Senza avere il tempo per farsi davvero movimento di popolo.

Possiamo anche prenderci in giro e mi direte che sono cinico e che con il cinismo non si prendono i voti. Ma un sano realismo serve proprio, invece, a prendere le misure del problema e a cercare le soluzioni. Breve analisi della situazione, dunque.

Punto primo: abbiamo perso 8 mesi appresso a Pisapia (peso elettorale 0.5 per cento) perché ci serviva una figura “federante” che non avesse l’immagine consumata dagli scontri, dalle sconfitte. Insomma la storia la sapete. Quando ci siamo accorti che ci stava prendendo in giro, abbiamo fatto una brusca accelerazione. Pronti, via. Ed è partito il fuoco “amico” dei cosiddetti civici riuniti nell’ormai mitico “percorso del Brancaccio” che ci hanno accusato di fare un percorso verticista, tutto di ceto politico eccetera eccetera. Insomma sapete anche questa di storia.

Punto secondo: malgrado tutto ci siamo. Assemblee in tutte le province, si discute, spero che ovunque si trovi un accordo non preconfezionato ma nell’assemblea stessa sui nomi delle persone da delegare all’appuntamento nazionale. E che tutto si svolga in un clima positivo. Ne abbiamo bisogno. Non sarà un percorso di popolo, ma non è neanche un percorso verticistico. In questo fine settimana ci saranno decine di migliaia di persone, in tutta Italia, che passeranno giornate a discutere sui contenuti. Persone che, in larga parte, non aderiscono a nessun partito esistente, non hanno interessi personali da mettere in gioco. Vogliono solo partecipare, ascoltare, dire la loro. Vogliono capire (perché in questa fase siamo) se è il caso di uscire dal bosco per impegnarsi. Chi, come me, non vive di soli social ma un po’ di antenne sul territorio ce l’ha, percepisce un clima di attesa, di grande interesse. Capisco che i giornali sono appassionati di polemicucce, ma questo non avveniva da decenni e dargli uno sguardo non sarebbe male. C’è chi fa le primarie, è vero, ma quelle non sono un momento democratico di partecipazione, sono una semplice conta fra chi ha le truppe più allenate. La partecipazione, la politica direi, è altra cosa.  E’ un po’ come se un pezzo non piccolo dell’elettorato ci stesse dicendo: ora, io non mi fido di voi, grazie ai vostri errori ci troviamo sostanzialmente all’anno zero della sinistra in Italia, ma sto qui a vedere se questa volta avete capito davvero. Non mi fido di voi, ma sono qui. Fatemi vedere di cosa siete capaci.
Attenzione dunque a quello che facciamo.

Punto terzo: il percorso che siamo riusciti a mettere insieme fin’ora è comunque fragile. Mi sembra che la sinistra sia come quelle squadre di calcio che prendono sette goal in una partita e che perdono completamente la fiducia. Alla partita successiva non riescono a fare neanche un passaggio di quelli elementari. E dunque, essendo un percorso fragile, va maneggiato con cura. Va nutrito e protetto. Dobbiamo arrivare all’assemblea del 3 dicembre avendo posto le basi per creare una nuova comunità: quell’appuntamento dovrà dire cose chiare, dare linee programmatiche, scoprire il nostro simbolo e, mi pare di aver capito, indicare anche il nostro leader, una sorta di presidente di garanzia (e ho detto tutto). Bene. Ma dovrà dire una cosa chiara: ci impegnamo a non tornare indietro. Le nostre casette di provenienza stanno ancora lì, ma da oggi ne costruiamo una che sia di tutti quelli che sono qui oggi e di tutti quelli che arriveranno domani e dopodomani.

Questo secondo me resta il nodo di fondo e il mio cruccio di questi mesi. Non siamo riusciti –  ancora – a fare questo passo in più, che sembra piccolo ma è fondamentale. Io ho deciso di uscire dal mio personale ritiro per questo. Perché quando è stato costituito Articolo Uno il mantra che ho sentito ripetere ossessivamente è stato: noi nasciamo non per costruire un nuovo partitino, ce ne sono già abbastanza, ma per ricostruire la sinistra italiana. Non ce l’abbiamo fatta – e forse era una sorta di missione impossibile – ma questa deve restare la nostra stella polare.

Ora, fatte queste brevi premesse, provo a spiegare il titolo di queste mie considerazioni settimanali: saranno tre mesi da vivere pericolosamente. Si capisce fin d’ora quale sarà tema di fondo di questa campagna elettorale. Malgrado i tentativi disperati del Pd di uscire dalla tenaglia scaricando su di noi le ragioni del disastro che lo attende, sarà la disfida fra Di Maio e Berlusconi. Nella sua senile ingenuità lo ha esplicitato bene Scalfari. Una sorta di tenaglia che cercherà di strangolare sul nascere la nostra nuova forza politica. Se ne esce con due mosse: intanto questa lista – lo so mi ripeto come un disco rotto – deve vivere non nelle istituzioni ma nei territori. Dalle nostra assemblee provinciali deve uscire forte un messaggio: costruire comitati unitari in tutti i quartieri delle città, in tutti i comuni delle province. Facciamoci vedere tutti i giorni, stampiamo migliaia di bandiere e chiediamo ai nostri militanti di metterle alle finestre. Ci siamo e dobbiamo farlo vedere. Seconda mossa: poche proposte chiare, secche. Direi radicali. Faccio un esempio: non possiamo dire l’alternanza scuola lavoro non funziona, la dobbiamo modificare e giù 4 cartelle per spiegare come. Dobbiamo dire: la scuola – salvo quelle professionali – non deve formare al lavoro, deve formare le coscienze. Dunque aboliamo l’alternanza scuola lavoro. E così sui diritti, sull’ambiente, sul lavoro. Chiarezza e radicalità della proposta. E poi i valori. Diamo un orizzonte ideale necessario a risvegliare le passioni. La politica è anche passione.

Lasciamo perdere, e la finisco qui, la contesa quotidiana sul voto utile. C’è un sistema quasi interamente proporzionale. Siamo stanchi di votare il meno peggio per mera paura. Ognuno pesi la sua proposta nel modo più democratico possibile: con il voto. Poi non è che ricominceremo con le trattative, i caminetti. No. Poi ci ritroveremo nell’unico luogo dove si confrontano le proposte e – se si può – si trovano le sintesi: il Parlamento. Ecco, siccome il nostro compito era troppo  semplice, secondo me ce ne dobbiamo assumere anche un altro: spiegare che dobbiamo tornare a dare centralità al Parlamento. A chi ci dice che servono decisioni rapide, che questo mondo, la globalizzazione e via dicendo, ce lo chiedono, possiamo rispondere che con questa strada siamo arrivati al disastro di oggi. Serve più politica e non meno politica.

Insomma, cari compagni, amici, simpatizzanti, abbiamo tre mesi complicati. Tre mesi in cui tutti passeranno le giornate a gettarci fango addosso (sono ottimista sulla natura della materia che ci pioverà da tutte le parti), quindi nervi saldi e scarpe comode. Avanti!

E mo basta.
Il pippone del venerdì/23

Set 8, 2017 by     No Comments    Posted under: Il pippone del venerdì

Ma insomma, possibile che, tornato da un meritato mese di vacanze, vi ritrovo al punto di prima? Pisapia che tentenna fra Renzi e la sinistra (è di queste ore una sua articolata intervista al Corriere nella quale non dice assolutamente nulla se non paventare un suo ritiro), la sinistra che tentenna fra Pisapia e se stessa. Se c’è Alfano non veniamo noi, ma se non c’è Alfano possiamo sederci a tavola. E se ci dai l’articolo 17 e mezzo votiamo la finanziaria. E perché non ci invitate alla Festa de L’Unità?

Ma che siamo all’asilo nido? Mi sembra di essere prigioniero di un incubo collettivo dal quale non ci si riesce a svegliare. Tutta pura tattica, politicismi bizantini che non interessano a nessuno. Provo a fare un rapido quadro, senza approfondire. Resto sulle generali, ma dopo un mese di assenza credo sia il modo migliore per riordinare le idee

Ma che il problema è Alfano adesso? Che senza Alfano si può costruire un’alleanza elettorale con il Pd di Renzi? E allora perché siete usciti dal medesimo Pd? Che senso hanno avuto questi mesi in cui abbiamo detto: “Dobbiamo costruire uno schieramento alternativo”? Il problema per me, lo dico da sempre, non è definirsi in contrapposizione. E’ dire chi siamo e cosa vogliamo. Dire cose di sinistra e su queste aprire un confronto. Si vada alle elezioni con una linea politica chiara, una lista unitaria e si offra un impegno agli elettori e ai militanti: il giorno dopo il voto proseguiremo insieme.

Si sarebbe già dovuto fare. Era così difficile, per gente di provata esperienza come Bersani, Speranza, Epifani, Errani, capire che, seppur in vista di un progetto più ampio, Articolo Uno doveva da subito strutturarsi nei territori? Legittimare il suo gruppo dirigente con un rapidissimo appuntamento di natura congressuale, approvare una linea politica chiara e condivisa, e andare avanti con quella. E invece si continua con le riunioni dei gruppi parlamentari (nominati e non eletti) che si sono auto attribuiti la qualifica di dirigenti. Di loro stessi, forse.

Si continua con gli incontri al vertice fra Speranza, uno dei soci costituenti di Articolo Uno, e Pisapia, un altro che si è autoproclamato leader, lanciato da 270 presunte officine per il programma. Tutta roba di ceto politico, che non attrae nessuno. L’Hanno capito D’Alema e Rossi che da mesi si sgolano in giro per l’Italia a parlare dei partecipazione, di idee, di un percorso democratico per definire i leader e i candidati. Nulla di tutto questo è avvenuto. Ora si parla di un’assemblea costituente della sinistra, ma dopo le elezioni siciliane. Si parla di un nuovo vertice fra Pisapia e Articolo Uno che si dovrebbe tenere martedì 12 settembre. Sarà risolutivo dicono. E invece, ci scommetto, se ne uscirà con l’ennesima dichiarazione di buoni propositi.

E, intanto, fuori dai palazzi, che succede? Dal mio piccolo osservatorio personale noto un grande senso di scoramento. Le tante energie che si erano rivitalizzate rischiano di essere disperse, le tante persone che guardavano a noi con interesse tornano a essere distaccate. I sondaggi non possono che essere lo specchio di questa situazione. C’è bisogno di sinistra proprio quando manca la sinistra.

E’ il primo pippone dopo la pausa estiva, non la voglio neanche fare troppo lunga. Ma è impellente un cambio di rotta. Provo a dire qualche punto essenziale, secondo me.

  • Dire chiaramente che si vuole costruire una forza di sinistra alternativa al Pd di Renzi. Dico forza di sinistra e non di centrosinistra, perché considero questo equivoco la tara che ha minato da sempre i democratici. Un partito deve essere di sinistra, di destra, di centro. Ci si può alleare, ma unire culture politiche differenti e distanti porta ad accrocchi indigeribili.
  • Capire chi ci sta, senza pregiudiziali. Chiudersi in una stanza e dettare un percorso costituente rapido e dal basso: comitati locali, assemblee regionali, una grande assemblea costituente prima dell’inverno.
  • Elaborare un comune Manifesto dei valori. Ci serve questo più che un programma dettagliato che poi non legge nessuno. Quali sono le nostre idee forza sulle quali vogliamo puntare? Diciamole chiaramente, senza tentennamenti, senza metafore. La comunicazione deve essere decisa.
  • Abolire la parola governo dai nostri ragionamenti. Il governo è un mezzo, non il fine. Faccio umilmente presente che ha inciso di più il Pci dall’opposizione che la sinistra nei vari governi a cui ha partecipato. Quello che ci si deve porre come obiettivo è il cambiamento in senso socialista della nostra società, non mettere una pezza alle politiche liberiste.

Ovviamente le cose da fare sono molte di più, ho solo sintetizzato, in maniera grezza le emergenze che la quasi defunta sinistra italiana ha di fronte a sé. Si parla di giorni come scadenza temporale per partire davvero, non di mesi.

La Sicilia, da questo punto di vista, mostra qualche sussulto. Malgrado incomprensioni e personalismi che restano sullo sfondo, tutti i movimenti della sinistra si riconoscono nella candidatura di Claudio Fava. Un nome importante in quelle terne, per quello che ha rappresentato, per il suo impegno in prima persona. Si è usciti dallo schema proposto da Leoluca Orlando, proconsole di Pisapia nell’isola insieme a Tabacci. Si è affermata a voce alta l’esigenza di una coalizione alternativa a quella proposta dal Pd. Per fortuna, a toglierci dagli impicci, ha pensato come al solito Renzi che ha concluso un accordo con Alfano e ci ha dato la scusa per levare le tende.

E ora? Si alzano le sirene del voto utile? Si chiama a raccolta contro le destre? E che appello è se un pezzo della destra è già alleato con voi? La partita del governo siciliano, va detto chiaramente, è una partita a due. Se la giocano Berlusconi e Grillo. Mischiarsi in un’accozzaglia (questa sì, lo è davvero) insieme a pezzi del sistema di potere siciliano (con tutto quello che comporta), a pezzi della destra e al Pd di Renzi avrebbe contribuito a far restare a casa i nostri elettori. Vedremo se quest’alleanza, seppur tardiva, basterà a riportarli alle urne. Forse non tutti, ma dobbiamo essere fiduciosi e portare nell’assemblea regionale siciliana un punto di vista davvero alternativo e radicale.

Non che si tratti di un test con valore nazionale, ma un risultato positivo, che testimoni quanto meno l’esistenza di un’area di sinistra, sarebbe anche una spinta forte all’unità a livello nazionale. E se Pisapia non ci sta? Se attua la sua minaccia e se ne torna al suo studio di avvocato? Non ci strapperemo di certo le vesti. Avanti, non è più l’ora dei rinvii.

Le ferie sono finite.

Il #pippone del venerdì/8.
C’era una volta l’industria italiana

Apr 28, 2017 by     No Comments    Posted under: Il pippone del venerdì

Cominciammo con l’Iri. Che li facciamo a fare i panettoni? Poi ci fu Alfa Romeo. Bisogna creare un grande polo italiano dell’auto, regaliamola a Fiat. Poi ci fu Telecom. E che le comunicazioni sono strategiche? Poi fu la volta di Alitalia. Con lo Stato perde, ci costa troppo, diamola ai privati e per ripagarli del favore gli regaliamo pure le autostrade va.

Avete appena letto: breve storia triste dell’industria italiana. In mezzo ci sono acciaierie, petrolchimico, farmaceutica, informatica. Tutto sparito. Della sesta o settima potenza economica mondiale cosa resta? Il turismo mordi e fuggi e poco altro. Perfino Fiat, oggi gruppo Fca, appena ha potuto ha portato la sede fiscale in un paradiso fiscale (europeo). Ma come, verrebbe da chiedersi, dopo tutto quello che abbiamo fatto per loro? Abbiamo fatto strade, eliminato i tram, concesso bonus a chi rottama le auto, per anni sono state Fiat tutte le auto della pubblica amministrazione e poi ti arriva un Marchionne e se ne va, tra gli applausi dei nostri governanti.

Però, ragazzi, stiamo tranquilli che va tutto bene. C’è Matteo che pensa a tutto. E che ti fa? Il Jobs Act: detassazione per le imprese che assumono a tempo indeterminato, tanto poi vi do libertà di licenziare e tolto l’articolo 18. E non basta. Ragazzi, arriva industria 4.0. Una scoppola da 13 miliardi di contributi in varie forme per gli imprenditori che investono in robotica. E così i contributi previdenziali non li paghi proprio più. Quando il robot è vecchio mica lo devi liquidare, dargli il welfare e la pensione al massimo serve una discarica. Quindi tu elimini lavoratori con il finanziamento statale. Una genialata.

E poi torna ancora Alitalia, riassumiamo per chiarezza. Partiamo da un dato: nel 2001 un’azione di Alitalia (all’epoca lo Stato aveva più del 60 per cento) valeva circa 10 euro. Nel 2006 circa 1.57. Che si fa? Vendiamo, mi pare ovvio. Ora, io non sono un economista, ma c’è qualcosa di strano: io venderei a dieci semmai, non a 1.57. Comunque sia, un paio di “bandi”, interessamenti vari. Alla fine Alitalia sceglie: il nostro partner sarà Air France-Klm. Partono le trattative, non si chiude l’accordo con le parti sociali sulla ristrutturazione che il socio straniero pretende prima di firmare l’intesa. E poi arriva a gamba tesa il Berlusconi che dice: dopo le elezioni, che vinco io, di vendere agli stranieri Alitalia non se ne parla proprio. Air France capita la malaparata si tira indietro.

Ma che bravo il Berlusca, tra l’altro dentro Air France c’è una bella percentuale pubblica, dello stato francese, e che vendiamo la nostra compagnia di bandiera a uno stato estero? Non sia mai. Morale della favola Berlusconi la regala a un gruppetto di amici suoi che convoca ad Arcore e convince a suon di regali (autostrade comprese). In cambio si prendono Alitalia senza debiti (quelli li paga lo Stato), ricordate la bad company e la good company? Ecco, il senso era quello: a voi i debiti a noi il capitale. Questi benemeriti del popolo li chiameranno “i capitani coraggiosi”. Alitalia continua a perdere, perché sono pippe, e i capitani prendono il largo. Il governo Renzi si inventa allora la soluzione araba. Arriva Etihad. E cavolo questi sono arabi, gente che gli affari li sa fare. E poi negli ultimi anni  il volume di affari legato al trasporto aereo continua a crescere, vuoi che non si aggancino a questa tendenza? E infatti, annuncia Renzi con il solito tuitte: “Presentati i nuovi aerei, sembrava impossibile due anni fa. Ma Alitalia torna in pista, pronta su nuove rotte. Vola Alitalia, viva l’Italia”.  Secondo me porta male. Ma questa è un’altra storia, fatevela raccontare dalla nazionale femminile di pallavolo.

Morale della favola, l’unica cosa nuova che fanno gli arabi sono le divise, pare peraltro di tessuto che raschia la pelle. Nuove rotte, piano per il lungo raggio, integrazione con Etihad? Nulla. La compagnia è di nuovo sull’orlo del fallimento. Si tratta, i sindacati firmano l’intesa, è storia recente. Altri tagli al personale, altre diminuzioni di stipendio, con la prospettiva di mettere in vendita nuovamente la società. Questa volta i lavoratori non ci stanno e votano no all’accordo. Finisce quasi 70 a 30, non si tratta di un esito sul filo di lana, malgrado l’intervento a gamba tesa del presidente del Consiglio, Gentiloni: “Se votate no, l’azienda fallisce”, dice. Una specie di invito subliminale a votare no due volte.

E adesso che si fa? Prestito ponte per avviare le trattative e vendere a qualcuno. Si dice ai tedeschi. Perché i soldi per salvare Mps (10 miliardi) ci sono. I soldi per regalare i robot agli industriali ci sono (13 miliardi). Alitalia costa troppo, c’abbiamo già rimesso 7.4 miliardi. E poi è colpa dei lavoratori che si sono suicidati. Io tengo a pensare che si siano semplicemente rotti le scatole di essere presi in giro. Ma forse vivo su un altro pianeta. E poi, ma a nessuno viene il dubbio che la colpa sia di manager pagati milioni e liquidati a peso d’oro? Possibile, lo ripeto, che il traffico aereo continui ad aumentare e i passeggeri di Alitalia a diminuire?

Siccome non credo che il personale Alitalia, nel suo complesso, emani odori insopportabili, non è che qualcuno ha sbagliato la strategia aziendale? Sempre che ve ne sia mai stata una. L’attuale amministratore di Alitalia, tal Crames Ball guadagna nel complesso 2.2 milioni di euro l’anno, solo per restare all’attualità. Ma velo ricordate, per fare un altro esempio, Giancarlo Cimoli? Si prese 3 milioni come buonuscita. E mi fermo per carità di patria. Solo un altro: Montezemolo. Basta il nome.

Come sempre tendo a essere curioso, apro parentesi. Abbiamo salvato Mps o abbiamo salvato i suoi debitori, dei quali per questione di privacy non si può avere la lista? Io propendo per la seconda. E chi vi racconta che sono stati salvati migliaia di correntisti vi dice una balla, quelli sono garantiti comunque.

Su Alitalia, invece, il governo ha una brillante strategia: 300 milioni per garantire la continuità aziendale, due spiccioli, e nel frattempo si vende. In pratica, visto che gli aerei sono per la maggior parte in affitto che si vende? Gli slot, detta in parole povere il diritto di partire da un aeroporto ad una determinata ora, le rotte. Poco altro. I dipendenti? I tedeschi ne vogliono solo 3mila su 12mila. Insomma si smantella quel poco che resta di Alitalia. Come sempre.

Cosa resta di Alitalia l’abbiamo capito e dell’industria in genere? Poco. Non produciamo praticamente più nulla. I capitalisti coraggiosi hanno venduto a multinazionali o hanno de localizzato le proprie imprese. La nostra rete commerciale è in mano a multinazionali. Che ci resta? Turismo e pastorizia? E come si regge un paese solo sul turismo? Qualcuno si ricorda che fine hanno fare alla Grecia? Del resto siamo un paese dove un paio di anni fa il presidente del Consiglio spiegò che elaborare un piano di sviluppo industriale per l’Italia non era compito del Governo, questa è la logica conseguenza.

Io resto convinto che alcuni settori siano strategici per un paese che vuole essere competitivo. Quelli bravi li chiamano asset. Letteralmente vuol dire “beni”.  Trasporti e reti di comunicazione, l’industria pesante. E in questi settori ci deve essere la mano pubblica. Lo fanno i francesi a piene mani, con qualunque governo e nessuno pensa che siano dei pericolosi bolscevichi.  In Italia no, siamo ancora vittime della balla anni ‘90° per cui privato è bello e il pubblico non funziona.

Ecco, io la vedo così: cambiamo rotta in fretta, magari proprio a partire da Alitalia. Non sta scritto da nessuna parte e soprattutto in nessuna regola europea (e chi ve lo racconta dice balle) che lo Stato non possa essere azionista di società private o proprietario di industrie. L’economia da noi riparte soltanto se riprendono gli investimenti. Così si creano i posti di lavoro, non eliminando i diritti. Le imprese assumono se hanno bisogno di produrre. E lo Stato può dare il primo segnale, ricominciando a investire nel futuro del Paese. Lo diceva Keynes, un liberale, non un pericoloso comunista.
Questa furia antipubblica ci ha portato a svendere il nostro paese. Abbiamo privatizzato anche l’acqua, ci manca solo l’aria, ma state sereni…

Il Pippone del venerdì/2 Il garantismo de noantri

Mar 17, 2017 by     No Comments    Posted under: Il pippone del venerdì

logo pipponeMettetevi comodi perché la questione è lunghetta. Il quadro è più o meno questo.

2013: il ministro della Giustizia Annamaria Cancellieri è nella bufera per il presunto interessamento per la scarcerazione della figlia di Salvatore Ligresti, Giulia Maria, a cui vennero accordati gli arresti domiciliari a causa delle condizioni di salute. Mancano pochi giorni alle primarie e Matteo Renzi in persona, allora candidato alla segreteria del Pd, non ci pensa due volte, parte deciso:  “Per me Letta fa un errore a dire che sulla Cancellieri ci mette la faccia. È stata lei a fare la sintesi perfetta dicendo: il vecchio Pd mi avrebbe difeso e il Pd ha votato a favore. Il nuovo Pd credo che non difenderà più casi di questo genere”.

2016: arresto di Marra a Roma, fedelissimo del sindaco Raggi. Il 16 dicembre il Pd si scatena chiedendo le dimissioni del sindaco. Il commissario del Pd romano, nonché presidente del Pd nazionale, nonché deputato, nonché attuale reggente autoproclamato del Pd nazionale, Matteo Orfini, spiega che “ loro sono diversi. Quando è capitato a noi abbiamo commissariato il partito, lavorato mesi a bonificare e ripulire. Abbiamo cacciato persone e reciso legami. Per queste scelte abbiamo pagato un prezzo altissimo. Ma era la cosa giusta da fare. Loro oggi scappano, si nascondono”.
A difesa del sindaco di Roma, indagata per falso e abuso d’ufficio si schierano tutti i 5 stelle e anche Matteo Renzi, che si dichiara garantista sempre. Nel corso della presentazione della sua candidatura alle primarie del Pd (sempre in mezzo le ritroviamo) dichiara addirittura la sua solidarietà: “Vorrei mandare un grande abbraccio di solidarietà a Virginia Raggi che è stata indagata, perché noi, a differenza di altri, siamo garantisti per tutti e non solo per i nostri”. Salvo per la Cancellieri, la Idem, Lupi eccetera eccetera.

2017: scoppia il caso Consip. L’inchiesta condotta da due procure, Napoli e Roma, riguarda presunte pressioni sull’amministratore delegato della Consip, Luigi Marroni, per favorire il gruppo Romeo in un mega appalto da 2 miliardi e mezzo di euro. Nella vicenda sono indagati, fra gli altri, il padre di Renzi, Tiziano,. e il ministro dello Sport, con delega al Cipe, Luca Lotti che, si legge negli atti dell’inchiesta, avrebbe avvertito Marroni dell’indagine in atto e della presenza di microspie nel suo ufficio. Lo dichiara lo stesso Marroni: ”Ho fatto effettuare la bonifica del mio ufficio in quanto ho appreso in quattro differenti occasioni da Filippo Vannoni (presidente di Publiacqua, ndr), dal generale Emanuele Saltalamacchia (comandante Legione Toscana, ndr), dal Presidente di Consip Luigi Ferrara e da Luca Lotti di essere intercettato”.

Scatta la difesa a oltranza da parte del Pd, Renzi in testa, mentre i 5 stelle si scoprono meno garantisti e presentano una mozione di sfiducia nei confronti del ministro al Senato. Mozione respinta anche grazie al fatto che Forza Italia non vota e 19 senatori fra i verdiniani e sieguaci di Tosi arrivano a garantire la maggioranza assoluta. 161 i voti contrari. Gli 19 stessi voti saranno restituiti (ma sicuramente è una mera concidenza) il giorno dopo nella votazione che doveva portare alla decadenza (legge Severino) del senatore Minzolini, di Forza Italia, condannato in via definitiva a due anni e sei mesi per peculato. Quando era direttore del Tg1 usava in maniera allegra la carta di credito aziendale. Il senato respinge. Con quella condanna non potrebbe partecipare ad alcun concorso pubblico, ma fare il senatore sì. Va bene essere garantisti, ma dopo tre sentenze, un dubbio non vi viene proprio? Ma questa è un’altra storia.

Il ministro Lotti, intervenendo in Senato, non solo proclama la sua innocenza con grande veemenza, ma rispolvera il vecchio leit-motiv berlusconiano del complotto. Tira sempre. “Colpendo me – declama con i capelli al vento – si vuole colpire Renzi e la stagione del riformismo”. Che a dire il vero sembra già messa a dura prova dalle bocciature ripetute della Corte Costituzione e degli elettori. Sarà un complotto anche questo. Chissà.
Nella stessa occasione, la senatrice pentastellata Paola Taverna, spiega un curioso concetto di giustizia: “Il tema non è l’avviso di garanzia, ma la gravità delle accuse e per capirlo non abbiamo bisogno di aspettare le sentenze della magistratura. E’ un principio basilare, che noi del Movimento 5 Stelle, applicando il nostro codice etico elogiato dal magistrato antimafia Di Matteo, abbiamo già fatto nostro”.  Insomma, per la Raggi le accuse non sono gravi, per Lotti sì. A quanto pare decide Grillo, giudice supremo ingiudicabile.

Sono soltanto alcuni esempi. Per farla breve, è un gran casino. Sfugge, secondo me un punto fondamentale. Tutto questo con il garantismo non c’entra nulla. Andiamo con ordine.
Il Garantismo (copio dalla Treccani):concezione dell’ordinamento giuridico che conferisce rilievo alle garanzie giuridiche e politiche volte a riconoscere e tutelare i diritti e le libertà fondamentali degli individui da qualsiasi abuso o arbitrio da parte di chi esercita il potere.

Che vuol dire applicato al sistema giudiziario? Che il garantismo è quel complesso di norme che rende effettivo il diritto del cittadino alla difesa. Il tutto deriva da quello che è un principio cardine nel nostro ordinamento: tutti sono innocenti fino a sentenza definitiva. E siccome siamo garantisti tanto tanto questo non avviene, come succede in tutto il mondo, dopo due gradi di giudizio, ma addirittura tre, visto che di fatto la Cassazione è diventato un giudice di merito. Insomma il cittadino accusato di un reato ha il diritto di difendersi su un piano di assoluta parità rispetto all’accusa, a cui spetta l’onere della prova: deve cioè dimostrare la colpevolezza e non il contrario. Cosa c’entri con Lotti, la Raggi, la Cancellieri, la Idem, Lupi eccetera, eccetera, non è dato sapere.

Insomma, per farla breve il tema, non è essere garantisti o meno. Lo siamo un po’ tutti a giorni alterni, a seconda della simpatia che ci ispira il presunto colpevole. Per cui il negro accusato di aver stuprato una donna bianca è sicuramente colpevole, mentre il distinto ingegnere che fa crollare un ponte diventa subito soltanto “presunto” responsabile. Ma in questo caso non c’entra nulla.

Si tratta di un problema politico. Che è altra cosa rispetto a un processo. La politica deve agire su un piano diverso e distinto da quello giudiziario. Provo a farmi capire ragionando proprio sul caso Consip. Al di là dell’esistenza o meno di un reato, cosa che non sta a noi giudicare, questa vicenda ci dice una cosa, molto semplice. Che attorno alla società per azioni del Tesoro che si occupa della gestione degli appalti per le forniture della pubblica amministrazione gira un groviglio di interessi e di persone a dir poco inquietante. La Consip nasce con lo scopo di ottenere risparmi ampliando la scala di grandezza degli appalti. Detta semplice: se invece di acquistare penne in ogni comune facciamo un’unica gara a livello nazionale, forse si spende di meno. E’ una semplificazione, ovviamente, ma il principio è questo.

Appaltoni enormi, però, su cui, proprio per la dimensione dovrebbe esserci, massima attenzione e massima trasparenza. E quello che si scopre, invece, è che nella migliore delle ipotesi un groviglio di interessi e di personaggi grigi si muovevano in quelle stanze per cercare di condizionare quelle gare.
E’ un problema politico o no, fare in modo che anche il semplice sospetto che questo si possa verificare venga rimosso? In tutto questo rimestare nel torbido, ci sarebbe un ministro, il condizionale è evidentemente d’obbligo, che va da un dirigente pubbligo, guarda caso nominato dal “capo” del ministro stesso, e gli dice: ciccino, stai attento che la magistratura indaga su di te, c’è pieno di cimici nel tuo ufficio.

Ora questo ministro, oltre che allo Sport, per una di quelle stranezze tipiche della politica italiana, ha anche  la delega chiave sul Cipe, il Comitato per la programmazione economica che dà l’ok alle spese strategiche, e sull’editoria, con tutti i decreti attuativi di una riforma appena approvata. Lotti sarà anche innocente, avrà modo e tempo di dimostrarlo, tutti noi sinceri garantisti ci auguriamo addirittura che si arrivi mai a un processo, che la procura archivi in tempi rapidi la sua posizione.
Ma in attesa che questo avvenga, è proprio necessario che faccia il ministro? E’ proprio necessario che continui a seguire la programmazione economica? E’ proprio la persona più adatta fra i cittadini italiani? O forse il semplice fatto che sia sfiorato da un’inchiesta dovrebbe fargli valutare l’opportunità di rinunciare a dettare la linea del governo sugli investimenti strategici da fare nel Paese?

Ecco, sarà anche innocente, ma senza Lotti al governo ci sentiremmo tutti più garantiti. E’ proprio il caso di dirlo.

Ps: questo non è un blog anonimo e sono un giornalista. La responsabilità di quello che scrivo, insomma, me la prendo tutta. Sempre.

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