La minestra rigirata non migliora il suo sapore.
Il pippone del venerdì/62

Giu 29, 2018 by     No Comments    Posted under: Il pippone del venerdì






Si chiama Alexandria Ocasio-Cortèz, ha 28 anni, di professione barista, si era candidata con speranze zero contro uno dei big democratici nelle primarie per il seggio alla Camera del Bronx. Ha vinto. Con poche risorse, rifiutando le donazioni dai grandi sponsor, con un programma chiaramente socialista. E tanti saluti a quelli che pensano che si vinca con parole moderate perché altrimenti l’elettorato si spaventa.

In Italia, invece, la speranza della sinistra avrebbe le sembianze di Nicola Zingaretti, 53 anni a ottobre, presidente della Regione Lazio per la seconda volta, candidato in pectore alle primarie del Pd ancora da fissare. Lo sosteranno – si dice – Gentiloni, Orlando, Martina, Veltroni, Bettini, Franceschini, Fassino. Buona parte di quelli che prima hanno teorizzato il Pd e poi l’hanno portato a questo punto. A Zingaretti guarda, con molto interesse, anche un bel pezzo di Liberi e Uguali – da Bersani a Stumpo – per non parlare dell’area che fa riferimento a Laura Boldrini e Massimiliano Smeriglio, uomo della sinistra “sociale” ma soprattutto vicepresidente della Regione.

Con Zingaretti, personalmente, ho da sempre un rapporto di odio-amore. Nel senso che rappresenta, secondo me, una delle risorse migliori della politica italiana degli ultimi anni. Però manca di coraggio nei momenti che contano. La sua candidatura alle primarie, ad esempio, secondo me arriva con dieci anni di ritardo. Doveva scendere in campo nel 2009, rompendo lo schema del duello fra Bersani e Franceschini, una sfida che guardava al secolo scorso più che al terzo millennio. E credo che quanto avvenuto in questi ormai quasi dieci anni abbia radici profonde in quell’errore. Adesso scende in campo, dopo essere stato più o meno l’unico uomo di sinistra a vincere negli ultimi tre anni. E dice chiaramente che bisogna cambiare tutto, ripensare il partito, i temi, le parole d’ordine. Parla di alleanza del fare, lo sostengono diverse centinaia di sindaci. A partire da Sala, alle esperienze civiche di Pizzarotti a Parma e Coletta a Latina. Premesse positive, ma credo, lo dico senza giri di parole, che sia un progetto di scarso respiro. Provo a spiegare perché.

Non c’è ancora un contenuto, questa cosa dell’alleanza del fare che parte dagli amministratori è vecchia, già sperimentata. Manca un’analisi su quanto è accaduto. Un’analisi di classe, si sarebbe detto un tempo. Anche l’idea della coalizione elettorale che va dalla sinistra radicale fino ai centristi la conosciamo bene. E perfino la replica di un modello, in questo caso il “modello Lazio” esportandolo dal livello locale per riproporlo come chiave per governare il paese, è già sentita. Lo stesso Zingaretti, sarà anche il meglio che possiamo esprimere, ma a me sembra più l’ultimo figlio di una storia che il primo di una nuova narrazione. Spero di essere smentito. Intanto, si porta appresso un fardello pesante, perché rischia di essere il nuovo “frontman” dei soliti noti. C’è chi ipotizza addirittura un appoggio dello stesso Renzi. Gira e rigira, insomma, la minestra resta sempre la stessa. Si liberi, intanto, di questi pesi che rischiano di affondarlo prima di cominciare, poi ne riparliamo.

Io non credo, va ribadito, che il problema sia un cambio di leader. Certo c’è anche questo, ma una nuova chiamata alle armi per decidere chi debba essere quello che mandiamo in televisione a convincere gli italiani, non mi appassiona. E vorrei che fosse chiaro a tutti che non è possibile una nuova frenata nel processo di costituzione di Liberi e Uguali che, con molta fatica, abbiamo avviato per aspettare quello che succede nel Pd e l’avvento del nuovo messia.

Il voto del 4 marzo – e forse ancora di più il risultato dei ballottaggi alle amministrative – ci dicono che la sinistra nel suo complesso non viene più percepita dagli elettori come elemento di cambiamento, di innovazione. Quei risultati ci dicono ancora una volta che rappresentiamo – e pure lì facciamo ormai fatica – soltanto pezzi della classe medio alta di questo paese. E’ un dato oggettivo, non contestabile. Non penso che basti annunciare a parole di voler cambiare tutto senza dire come per recuperare credibilità.  Rotto il modello togliattiano di “resistenza” al sistema, insomma, cosa facciamo adesso?

Togliatti capì che per crescere in territorio nemico, in pieno campo occidentale, un partito comunista doveva “fare società”, ovvero creare una sorta di sistema di potere parallelo, che andava dal partito, ai giornali, ai sindacati, alle cooperative, all’associazionismo. Capì che per difendere i più deboli non era sufficiente un bel programma o una propaganda efficace. Quel programma andava praticato, costruendo esempi di quella società che si diceva di voler creare. Questa era in estrema sintesi la democrazia progressiva che il leader del Pci aveva immaginato. Un partito comunista nell’alveo occidentale, insomma, poteva crescere soltanto se metteva radici solide, se praticava il socialismo in concreto.

Malgrado la furia iconoclasta di Achille Occhetto, su questo abbiamo campato fino a ieri. Solo che venuto meno il collante ideologico è andata esaurendosi anche la forza propulsiva di quel sistema. Cancellato l’orizzonte socialista è rimasta soltanto la gestione del potere. Con i risultati, e anche con le deviazioni, che tutti conosciamo.

Non si tratta di riproporre uno schema vecchio, ma di trovare strade nuove. L’obiettivo per me resta lo stesso. Di esempi in stile Alexandria ne abbiamo mille. Per restare vicini a noi c’è Tsipras, c’è Corbyn, ci sono le esperienze di Podemos in Spagna, c’è il buongoverno del Portogallo, la France insoumise di Mélenchon. Studiamo, confrontiamoci, ma con alcuni punti fermi. Il primo, per me, è la presenza di una sinistra che abbia autonomia culturale prima ancora che politica. L’impressione, anche da questo stentato avvio della fase costituente di Leu, è purtroppo negativa. Siamo prigionieri dei nostri riti. Si nomina un comitato di saggi, che poi sono un po’ sempre gli stessi, senza andare davvero a cercare energie nuove nelle tante esperienze della società civile che sono nate e cresciute in questi anni. Ci mettiamo qualche figurina a riempire gli spazi e crediamo di aver risolto la questione. Senza capire che la chiave per ripartire davvero sta tutta nella partecipazione. Non basta di certo un bagnetto di folla a Trastevere per tornare a essere popolari.

Io resto convinto che di fronte ai modelli verticisti che sembrano vincere senza resistenza alcuna, da Trump al nostrano Salvini-Di Maio, la risposta non possa che essere proporre un modello contrario. Fatto di nuovi strumenti non tanto e non solo di democrazia diretta, ma di costruzione in rete delle idee. E resto convinto che le strutture esistenti siano un ostacolo.  Zingaretti potrà avere un ruolo importante soltanto se capisce che davvero bisogna cambiare tutto, rompendo gli schemi che ci hanno portato a questa situazione. E se capisce che non abbiamo bisogno di un nuovo leader, ma di persone che si mettano, con umiltà a cercare le risposte che adesso non abbiamo. Ecco, umiltà, questa per me è un’altra parola chiave. Finirla con la spocchia di chi sente di essere superiore. Finirla di pensare di essere gli unici difensori della Repubblica, che tutti gli altri sono razzisti e fascisti. Alexandria, insomma, ci dice che è possibile costruire una sinistra che non sta sulle palle al mondo. Facciamo tesoro di quella piccola ma significativa lezione.








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