Tagged with " salvini"

Siamo stati a un passo dai pieni poteri. Ricordiamolo.
Il pippone del venerdì/112

Set 13, 2019 by     No Comments    Posted under: Il pippone del venerdì

Finita la sbornia del totoministri, del totoviceministri e del totosottosegretari, una roba che al confronto il calciomercato sembra un film avvincente, sarà il caso di prendersi un attimo di pausa, riaccendere il cervello e capire la fase drammatica che abbiamo vissuto e quello che serve per lasciarsela alle spalle.

Lo diceva benissimo in un editoriale su Repubblica Ezio Mauro giusto ieri. Anche se va considerato una voce isolata in un gruppo editoriale che, giorno dopo giorno, non manca di manifestare tutta la sua contrarietà al patto fra Democratici e Cinque stelle. Lo stesso Mauro, del resto, avverte fino in fondo la fragilità di un accordo che fatica a diventare alleanza stabile. Ci vorrà del tempo per capire quale delle due strade prenderanno: accordo occasionale o strutturale? Ci vorrebbe la palla di vetro. Le regionali in Umbria, Emilia e Calabria, ma anche un possibile allargamento della maggioranza nel Lazio, saranno il primo vero banco di prova.

La cosa certa è che il Conte 2 nasce per reciproche convenienze occasionali. I 5 stelle, pur avendo provato da vicino quanto sia scomodo il Salvini di governo, hanno baciato il rospo Pd solo per paura di vedersi più che dimezzati da uno scontro elettorale ravvicinato. I renziani idem. Zingaretti, al contrario, ha dovuto cedere alla maggioranza del suo partito che, malgrado i proclami del segretario, di affrontare le urne in questa situazione non ne voleva proprio sapere.

Il punto fermo da cui partire deve quindi essere chiarito: non abbiamo solo rinviato le elezioni facendo nascere questo governo un po’ rabberciato e fatto da presunti alleati che si insultavano fino a due minuti prima. Abbiamo bloccato o quanto meno messo una zeppa nelle ruote di un meccanismo che Salvini ha evocato benissimo parlando di “pieni poteri”. Ovvero lo svuotamento di quel sistema liberale sancito dalla Costituzione con la sua architettura di pesi e contrappesi fra i poteri, per arrivare a una democrazia apparente, dove il Parlamento sia soltanto un orpello da convocare quando serve per ratificare decisioni prese altrove. E dove gli altri poteri siano assoggettati all’esecutivo. Quanto è successo in quest’anno nei rapporti fra il ministro dell’Interno e la magistratura dovrebbe insegnare qualcosa. Fino all’elezione diretta del Capo dello Stato che, senza una architettura costituzionale appositamente costruita, vorrebbe dire una roba tipo la Russia di Putin, dove alle elezioni si eliminano direttamente i candidati delle opposizioni.

Quello che Mauro non dice, ma credo lo abbia ben chiaro, è che Salvini non è un incidente di percorso della storia, una specie di guappo che furbescamente ha cercato di capovolgere un sistema solido e in salute. Al contrario, il Capitano è la faccia ultima, forse la peggiore, di un lungo percorso. Si parte da Tangentopoli che, è evidente al di là del giudizio di merito, travolse una intera classe dirigente. Non si tratta di dire se fu giusto o no. I processi si fanno nelle aule dei tribunali e si sono conclusi da tempo. Ma il risultato fu un che un Paese ingessato dal dopoguerra agli anni ’90 del secolo scorso, si scoprì all’improvviso bisognoso di un cambiamento totale.

Al di là del fatto che la sinistra sia arrivata più o meno al governo per lunghi anni nella fase successiva, il vero protagonista di quella fase è stato Berlusconi. Non tanto e non solo il personaggio, ma per quello che ha rappresentato e che ha finito anche per sconvolgere il sistema di valori a cui la sinistra aveva affidato le sue speranze. Il berlusconismo ha rappresentato in Italia una vera e proprio rivoluzione culturale caratterizzata dalla repulsione per i riti della democrazia e per i corpi intermedi. Siamo come tornati indietro agli anni 20, quelli della confusione e del miraggio dell’uomo forte come risposta ai problemi. “Ci vuole ordine”, dicevano i capitalisti di inizio ‘900 rispondendo alle istanze che arrivavano dal proletariato (parliamo di un secolo fa, il termine è più che legittimo, non datemi del vecchio comunista).

Questa rivoluzione culturale, dicevamo, ha profondamente cambiato la nostra società: alla fine del percorso i partiti sostanzialmente non ci sono più, i sindacati sono in gran parte ridotti a patronati per l’assistenza fiscale, tutto quel mondo ricco dell’associazionismo che tanta linfa aveva dato al rinnovamento della nostra democrazia, si è rinchiuso nella asfittica dimensione del volontariato. Siamo una società più povera, più divisa, fatta di “isolati” spesso anche rancorosi.

Mettiamoci anche che, allo stesso tempo, paghiamo anche il prezzo di una globalizzazione che non abbiamo saputo né comprendere, né, tanto meno, governare e arriviamo alla  conclusione che Salvini è la prosecuzione in forme differenti di questo processo, non la sua negazione. Solo partendo da questo ragionamento e quindi dalla consapevolezza di quanto sia complicato il compito che abbiamo davanti (abbiamo in senso lato), si può provare a ragionare su come si esce da questo “loop” e come si torna a pensare di costruire un modello sociale differente, io direi anche  socialista. Ma di questo parliamo le prossime settimane. Per il momento fermiamoci qui, sperando che nei partiti della nuova maggioranza (mi rifiuto di chiamarla giallorossa, anche perché, sportivamente parlando, porta anche un po’ male) si diffonda questa consapevolezza sul delicato momento storico che stiamo vivendo e ci si attrezzi di conseguenza. Nutro qualche speranza residua sul Pd, un po’ meno sui 5 Stelle che, negli anni passati, sono stati anzi acceleratori della deriva autoritaria. Ma, avendola subita sulla loro pelle per un tratto di strada, magari anche loro potranno avere qualche sussulto democratico.

Salvini va, i 5 stelle arrancano, sinistra non pervenuta.
Il pippone del venerdì/110

Lug 26, 2019 by     No Comments    Posted under: Il pippone del venerdì

Lo dicevo la settimana scorsa: fa caldo, meglio prendersi un mesetto abbondante di vacanze e lasciar perdere la politica. Basta leggere le cronache di questi giorni. Doveva essere la settimana in cui mettere Salvini sulla graticola per il cosiddetto russia gate. E invece, in un sol giorno il leader leghista incassa: una sostanziale assoluzione da parte del presidente del Consiglio in Senato, con qualche punta polemica ma nulla di più, il via libera dello stesso alla Tav, la fiducia della Camera sul decreto sicurezza bis, nel quale si inasprisce la battaglia contro le Ong, impegnate nel soccorso ai migranti. I cinque stelle sembrano un po’ un pugile suonato: prima hanno incassato a stento la botta sulla Tav, chiedendo a gran voce un voto in parlamento ben sapendo che lì c’è una solida maggioranza a favore dell’alta velocità. Fossi nell’opposizione – per inciso – diserterei il voto per protesta lasciando alle truppe di Di Maio la responsabilità della scelta. Poi hanno addirittura abbandonato il Senato durante l’intervento di Conte sul caso Russia. Non hanno capito bene neanche loro il motivo, tanto che poi hanno avuto bisogno di una lunga seduta di autocoscienza collettiva per sfogarsi un po’. Nel frattempo, il capo politico, sempre Di Maio, ha annunciato che i mandati a disposizione dei penta stellati eletti nelle istituzioni non saranno più due, ma tre. Ora la scelta è pienamente legittima, anche perché non si capisce bene come può reggere un partito in cui si cambia classe dirigente al di là dei meriti e del lavoro svolto. Ma il capo politico, per argomentare il tutto, si è inventato la supercazzola del “mandato zero”, ovvero il primo mandato svolto non conta, si comincia a contare dal secondo. Roba che manco la satira più cattiva poteva arrivare a concepire.

Ratificheranno comunque il pacchetto di proposte (che comprende anche l’alleanza con liste civiche alle amministrative) tramite la piattaforma Rousseau. Ormai decaduta a luogo della ratifica. Varrebbe la pena di riflettere su come un partito in cui il rapporto sia impostato unicamente sulla dialettica base-leader sia sostanzialmente una dittatura. E su come l’apporto degli strumenti digitali alla democrazia non possa limitarsi a un click di ratifica. Ma questa è un’altra storia, fa troppo caldo per ragionamenti di “sistema”.

In tutto questo i sindacati, con uno sciopero (infrasettimanale) dei trasporti che ha avuto adesioni altissime, denunciano il blocco totale delle infrastrutture praticato dal governo e dal ministro Toninelli in particolare. L’economia non cresce, tutti i dati confermano che alla fine dell’anno il segno positivo sarà forse di un paio di decimali. Ben lontani, comunque, dalla previsioni del governo di inizio anno. Alla fine della settimana, dopo fulmini e saette, è arrivata, come da copione, anche la attesissima tregua fra i due vicepremier, che fino al giorno prima si erano presi a sassate.

Insomma, a occhio doveva essere una bella settimana per chi si oppone. I 5 stelle in forte crisi, Salvini comunque alle prese per il suo presunto scandalo, Conte che appare sempre più come un presidente del Consiglio senza una maggioranza che lo segue. Pare una di quelle palle facili sotto porta dove c’è scritto “basta spingere”- Nulla di tutto questo. La sinistra nelle sue svariate forme tace. Il Pd, nel giorno in cui doveva mettere sulla graticola Salvini, non ha trovato di meglio che mettersi a litigare su chi doveva intervenire al Senato. Al di là del merito della lite (in realtà non si capisce bene perche a nome del Partito democratico doveva intervenire uno che il giorno prima aveva dichiarato che di quel partito non si occupa) la scenetta pare surreale.

Posto che, a quanto si legge nei sondaggi, del presunto scandalo dei rubli russi agli italiani non interessa più di tanto, viene da chiedersi da cosa derivi mai questa vena autolesionista. Anche in questo caso, a persone sane di mente, verrebbe da chiedersi se non ci sia una ragione di fondo quando un partito nel giro di pochi anni ha bruciato e prepensionato tutti i leader malgrado fossero tutti eletti con un robusto consenso popolare. Da Veltroni, a Bersani, a Renzi. Non se ne è salvato uno. Zingaretti, mi dispiace davvero per lui, al momento sembra più un amministratore di condominio che non riesce a far quadrare i bilanci di fine anno che un leader politico. Il prode Calenda, nel frattempo, incurante del pericolo si candida a essere il prossimo segretario. Quando si dice una missione suicida. Ma anche questa riflessione (su cui sapete come la penso), sarà bene rimandarla a fine estate.

Come bisognerà che qualcuno si interroghi sul motivo per il quale mentre, come detto, gli italiani se ne fregano dei rubli, paiono molto più sensibili al caso Bibbiano. Una questione senza dubbio molto grave, ma di stretta rilevanza locale è diventata un caso nazionale, fino a toccare i già non brillanti piazzamenti del Pd nei sondaggi. Sarà mica perché in fondo questo Paese ragione ormai soltanto alla “pancia”? Non sarà che in fondo se tocchi i bambini l’Italia insorge sempre, mentre su qualche presunto finanziamento estero siamo da sempre pronti a chiudere un occhio, quasi fosse un peccato veniale?

In tutto questo va segnalata la brillante campagna social lanciata dal presidente dell’Emilia-Romagna, territorio in cui tutto si è svolto:  “Una Regione vicina alle famiglie”. Non è uno scherzo. Poi non facciamo pensose riunioni per analizzare i motivi delle sconfitte elettorali.

Sarebbe bene, almeno nel mese di agosto non fare danni. Qua fa caldo, gli animi diventano infuocati in un istante. Meglio un tè freddo sotto l’ombrellone. Oggi, in realtà c’è la direzione del Pd. Gli italiani sono in fremente attesa, immagino. Intanto, come tutti gli anni, almeno il pippone va in vacanza, ci vediamo a settembre.

Primo: imparare di nuovo a fare l’opposizione.
Il pippone del venerdì/109

Lug 19, 2019 by     1 Comment     Posted under: Il pippone del venerdì

Da più parti, nelle svariate formazioni che si definiscono di sinistra, sento levarsi appelli a “costruire l’alternativa”. E sicuramente questa esigenza c’è. Sarebbe interessante discutere su questi temi con chi sta al 20 per cento e parla di vocazione maggioritaria, ma su questo abbiamo scritto e dibattuto a lungo. Sapete come la penso: per me la partita per governare questo Paese si può riaprire soltanto ridefinendo il campo della sinistra e disgregando l’alleanza di governo: se non si scioglie l’abbraccio Salvini-Di Maio siamo condannati a lottare per il secondo posto. E un campionato dove si sa già chi vince non è interessante, soprattutto se non sei la Juventus.

L’alternativa dunque per me si costruisce così. Un segnale interessante, in questo senso, è arrivato dall’Europa, dove i 5 stelle hanno votato insieme a popolari, socialisti e macroniani contro i sovranisti. Sarebbe bene mettere un cuneo dentro questa crepa e amplificare ogni giorno le contraddizioni nella maggioranza di governo, ma mi pare che siamo ancora ai pop corn di Renzi che, non a caso, interviene subito per spegnere ogni flebile fiammella: l’ipotesi di un’alleanza Pd-5 Stelle che torna a farsi strada sulle pagine dei giornali, per lo statista di Rignano “non è un colpo di genio, ma un colpo di sole”. Linea del resto subito sposata da Zingaretti e soci che hanno paura di fare la parte di quelli troppo intraprendenti. Restano possibilisti i vecchi democristiani alla Franceschini, altra scuola va riconosciuto.

Ma, dicevo, per me questo discorso è archiviato. Molto più banalmente in questo pippone di metà luglio, volevo parlare della necessità di imparare di nuovo a fare l’opposizione. Perché per poter essere percepiti come alternativa credibile a qualcosa, bisogna prima essere in grado di dare battaglia anche da posizioni di minoranza. Fare squadra, innanzitutto. Mettere insieme un po’ di parole d’ordine credibili, individuare il blocco sociale a cui ci si vuole rivolgere. Aprire un dialogo. Cosette semplici, in apparenza.

In realtà a me sembra che i gruppi dirigenti della sinistra dispersa siano un po’ come i pugili suonati, quelli che non riescono a riprendere lucidità tra un cazzotto e l’altro e si possono salvare soltanto se suona la campana per tempo. Peccato che qui i pugni arrivano senza soluzione di continuità e i Ko, malgrado ogni volta si trovi qualche motivo per esultare, si susseguono, elezione dopo elezione, regione dopo regione, comune dopo comune. Forse sono soltanto io che li vedo così, ma mi sembra che non ne azzecchiamo una manco per sbaglio. Intanto scegliamo sempre il campo che l’avversario preferisce: immigrazione, difesa dei diritti civili. Tutti temi che non possiamo lasciare alla propaganda leghista, ci mancherebbe, ma non possiamo parlare e fare manifestazioni solo sugli sbarchi dei clandestini o scandalizzarci per gli sgomberi delle case occupate (sempre dai nostri salotti, ci mancherebbe).

Un esempio lampante della nostra incapacità ormai conclamata di fare opposizione è stato l’incontro fra Salvini e le forze sociali. A me sembra evidente che quando ti convoca il vicepresidente del Consiglio tu ci vai, ascolti e poi ovviamente dici la tua. Non sta al sindacato stare a sindacare sulla qualifica che ha Salvini e sulla legittimità della convocazione. Per te è il numero due del governo e il leader del primo partito in Italia, non puoi sfuggire al confronto. Poi devi avere la schiena dritta, ma questo non mi pare possa essere contestabile a Landini. A sembra evidente anche che si trattava di una occasione ottima per sparare a pallettoni su un governo dove manco si capiscono più i ruoli e il ministro dell’Interno fa anche le parti di quelli del Lavoro e dell’Economia. Un’opposizione attenta avrebbe colto la palla al balzo per aprire ancora di più quelle crepe di cui parlavo sopra. E invece no: tutti a sparare su Landini che non doveva andare all’incontro. Pura follia. Se non ci fosse andato gli stessi avrebbero sentenziato su quanto era vecchio e barricadiero questo sindacato che rifiuta il confronto. Accetto scommesse.

Io capisco che non sia facile perché l’alleanza Lega-5 Stelle mi sembra una specie di tutto compreso: fanno benissimo sia la parte del governo che quella dell’opposizione, a giorni alterni. Si scannano pubblicamente e intanto trattano fra di loro. Alla fine, dopo aver magari trovato qualche tema su cui sviare l’attenzione, si accordano e vanno oltre. E noi abbocchiamo. Oppure rinviano il tema a tempi migliori. Intanto l’Italia continua il suo declino inesorabile e le tensioni sociali non scoppiano. O meglio: non c’è un’opposizione in grado di incanalare le tensioni che pur esistono e trasformarle in un movimento di protesta vero. Questa sarebbe la fase due, dopo aver ripreso a fare l’opposizione. Noi siamo ancora al punto zero. Quello del meglio stare zitti.

Altro esempio: la vicenda Alitalia. Ora, a parte l’inversione a U alla quale è stato costretto Di Maio per il quale una quindicina di giorni fa era impensabile la partecipazione dei Benetton perché Atlantia era un’azienda decotta che avrebbe trascinato verso il baratro anche Alitalia e adesso, invece, è diventato un partner industriale essenziale nella cordata guidata da Fs, a parte questo dicevo, ma qualcuno sta provando a capire cosa succede davvero, ad esempio dal punto di vista dell’occupazione? Di quale piano industriale si parla? I lavoratori non dovrebbero essere una componente essenziale del nostro blocco sociale? Stessa cosa succede all’Ilva, dove salvo sporadiche eccezioni i leader della sinistra non mettono più piede.

Basterebbe tutto questo? Come accennato l’opposizione andrebbe fatta vivere nelle tensioni sociali, usata come propellente per ricostruire quella base di consenso che adesso ci manca. Si preferiscono sparute assemblee nei teatri romani. Che poi, essendo metà luglio passata, anche la scelta delle location è significativa della nostra collettiva capacità di farci del male. Ecco, in questo non ci batte nessuno davvero.

L’arroganza del potere e l’impotenza di Zingaretti.
Il pippone del venerdì/108

Lug 5, 2019 by     No Comments    Posted under: Il pippone del venerdì

Torno rapidamente sulla questione morale, perché due notizie di questi giorni mi hanno convinto ancor di più che il tema del rapporto fra partiti e istituzioni resti quello centrale.

Primo fattarello, le intercettazioni del’ex ministro dello Sport Luca Lotti. Una sorta di miniera inesauribile dalla quale, giorno dopo giorno, si potrebbe trarre una specie di manuale di quello che non deve fare la politica. L’ultima è forse la più irritante. Perché l’interferenza sulle nomine, la volontà di sostituire un procuratore scomodo con uno amico, sono fatti gravissimi, forse al limite del codice penale, ma fanno comunque parte di un certo modo di intendere la politica. Che non condivido e contro cui lotto, ma fa parte comunque dell’agire politico. Che un ex ministro dello Sport, invece, dica candidamente che spera di guadagnare 200mila euro trattando non si capisce bene per conto di chi, i diritti tv del calcio, mi sembra davvero assurdo. Si tratta della stessa persona che ha lavorato sulle regole per attribuire quei diritti. Ora, a sentire quanto dice a cena con gli amici, a tempo perso farebbe il lobbista, sempre in ambito sportivo.

Il secondo fatto sono le dichiarazioni del ministro dell’Interno Matteo Salvini sul giudice di Agrigento che ha scarcerato la capitana Carola: “Togliti la toga e candidati con la sinistra”, le scrive senza mezzi termini su facebook. Si sa, io sono uno all’antica, per cui il linguaggio di cui il leader leghista continua a far sfoggio malgrado il ruolo di ministro mi urta pesantemente i nervi. Ma che il responsabile della polizia (scusate la semplificazione) passi all’intimidazione nei confronti di un magistrato mi sembra intollerabile.

Sono due episodi che apparentemente non hanno nulla a che fare l’uno con l’altro. E invece, secondo me, rappresentano perfettamente quello che provavo a spiegare alcune settimane fa con il pippone sulla questione morale applicata alla politica, che non è questione di rispetto della legalità, ma di rispetto nei confronti delle istituzioni. E quindi eccolo il legame: l’esercizio del potere sempre più arrogante, sempre più lontano dal quel rispetto quasi religioso che aveva Berlinguer nei confronti dello Stato e che esprimeva con tanta forza nella famosa intervista con Scalfari. Sono noioso ma lo ripeto: o ripartiamo da qui, stabilendo la giusta distanza fra partiti e Stato, oppure tutto il resto sono soltanto parole vuote. Forse anche una parola del presidente Mattarella, in questi giorni, non sarebbe inopportuna.

Lego questi avvenimenti con l’ennesima sconcertante intervista che il segretario del Pd, Nicola Zingaretti, rilascia oggi sul Foglio. Nel consueto vuoto delle parole del leader democratico, ribadisce alcuni tratti distintivi del suo partito. Il primo è la vocazione maggioritaria. Certo, en passant parla della necessità di costruire una coalizione ampia, ma è una dichiarazione di maniera, di quelle che si fanno per non irritare chi ti gira intorno. Il Pd viene visto come unico elemento di alternativa a questo governo e anche a quello – probabile – che verrà dopo le prossime elezioni. Ci si compiace della propria sopravvivenza, arrendendosi quasi all’ineluttabilità della sconfitta.

Per il resto, come d’abitudine, Zingaretti riesce a dire tutto e il contrario di tutto. Sul jobs act lima le parole – quelle erano state chiare – di Peppe Provenzano, responsabile lavoro della sua segreteria, quasi trasformandole in un apprezzamento nei confronti del lavoro di Renzi. Sull’immigrazione dice che ha ragione Minniti, ma che oggi è stato giusto votare contro la prosecuzione dell’assistenza alle motovedette libiche. Sulle prospettive politiche si limita a spiegare che ritiene che il consenso, di cui almeno riconosce l’entità, riportato da Salvini negli ultimi appuntamenti elettorali, non sia stabile. Quasi una specie di atto di fede.

Non una parola sui temi di fondo, su come la sinistra possa ricostruire una sua credibilità, una sua presenza fra le classi sociali più deboli. A meno che non ci si illuda che sia sufficiente riaprire qualche circolo del Pd nella periferia romana o che serva a qualcosa il giro nelle fabbriche programmato da Zingaretti. Siamo al vuoto assoluto. Anche uno come me convinto che un leader bravo non sia sufficiente da solo, resta basito di fronte all’abilità del segretario dem di non entrare mai nelle questioni importanti, di tenersi alla larga dai temi su cui, al contrario, servirebbe una parola chiara. Quelle parole di cui, azzardo, il popolo di quelli che come sta stanno nel bosco ma hanno orecchie attente, avrebbe un gran bisogno.

Zingaretti, insomma, non è un segretario di partito. Almeno non quello che servirebbe in tempi straordinari. Può essere un bravo amministratore, forse. Può essere uno in grado di mediare fra le correnti, tenendo in piedi quella federazione di diversi che si trova a dirigere, quasi controvoglia. Non è il timoniere in grado di portare la sinistra italiana fuori dalle secche in cui Renzi (e non solo lui) ci hanno cacciato. Ne è talmente consapevole lui stesso che alla prossima assemblea nazionale proverà a eliminare dallo statuto l’identità fra segretario e candidato premier. Tocca solo capire su chi potremo puntare. Il panorama mi sembra scarsino.

Sarebbe ora che tutti se ne facessero una ragione, anche le vedove bianche che non riescono a pensare se stessi se non in funzione del Pd. Per il resto, cari ragazzi, fa caldo: se anche la politica andasse in vacanza, forse faremmo meno danni. Temo che, al contrario, sarà una lunga estate.

Giustizialisti o garantisti? Dipende dai giorni.
Il pippone del venerdì/100

Mag 10, 2019 by     No Comments    Posted under: Il pippone del venerdì

Premessa doverosa: siamo arrivati a quota 100. Francamente, conoscendomi, non ci credevo quando sono partito. Nei giorni in cui decisi di scrivere questi “pipponi” mi ero convinto della necessità di dare un po’ di ordine alla mia presenza sui social e allora pensai di fare una serie di rubriche, appoggiandomi sul sito che nel frattempo avevo un po’ dimenticato. Con il tempo è rimasto solo il pippone, quella da cui ero partito. È nato come una specie di sfida: intanto a me stesso, per testare la mia capacità di vincere la pigrizia da cui troppo spesso sono affascinato. E poi alle leggi dei social. Quelli bravi vi diranno che sui social vanno messi contenuti brevi, per lo più immagini, dal martedì al giovedì, ore centrali della giornata. E io faccio una cosa lunga, senza o quasi immagini, che esce il venerdì, possibilmente all’alba perché poi mi tocca lavorare.

Non andavo in cerca di popolarità o di grandi numeri di lettori, insomma. In realtà, però, ho scoperto che il pippone ha un suo pubblico, sia sul mio sito che su altri che regolarmente lo pubblicano. Mi succede perfino di essere riconosciuto in assemblee e iniziative politiche varie. La mia vanità ne gode tantissimo, lo confesso. Insomma, e la finisco qui con questa tirata auto celebrativa: il pippone nasce come strumento per riordinare le idee e provare a farle circolare, è diventato, nel suo piccolo un qualcosa che fa opinione. Una strana storia.

Veniamo al dunque: sono settimane curiose, in cui i ruoli si capovolgono con repentina rapidità. Se fossimo un popolo serio avremmo già mandato a quel paese buona parte dei governanti e dell’opposizione. Invece stanno ancora lì. Gente che si è sempre detta giustizialista come i 5 stelle diventa ultragarantista quando si tratta di indagini che riguardano qualcuno dei loro, poi tornano addirittura forcaioli nel caso del sottosegretario Siri. Uno che ha soltanto un avviso di garanzia, pure abbastanza fumoso, e viene mandato via a furor di Di Maio. Salvini, al contrario, fa il forcaiolo nei confronti della presidente della Regione Umbria, Pd, indagata per una storia di concorsi che sarebbero truccati, poi torna ipergarantista nei confronti del suo fidato sottosegretario. Per non parlare del governatore Fontana, anche lui indagato, ma difeso a spada tratta dai leghisti. Il ministro dell’Interno, nei giorni scorsi, ha addirittura evocato il complotto, come fosse un Berlusconi qualsiasi,  le famose toghe rosse, che adesso invece sarebbero penta stellate, vorrebbero colpire il suo partito perché dato molto alto nei sondaggi. Il Salvini torna poi legalista all’eccesso lanciando una durissima campagna contro  i negozi che vendono – legalmente – la canapa light e tuona contro le “droghe che rovinano i nostri figli”. Non risulta un impegno così accanito nelle piazze dove spacciano mafia e camorra.

Anche la vicenda di Casal Bruciato, a pensarci bene, rientra in questo spettro di paradossi: succede che il ministro dell’Interno (sempre lui) decida di chiudere i campi rom. Devono integrarsi nella nostra società oppure andarsene, questo il secco messaggio che gira ormai da mesi. Il Comune ha delle case da assegnare e loro, tutti come minimo cittadini dell’Unione europea, ci rientrano a pieno titolo. Per di più, avendo famiglie molto numerose, hanno anche punteggi molto alti, per cui sono ai primi posti delle graduatorie. Ogni volta che assegnano una casa a una famiglia rom, scoppia la rivolta. Ora è toccato a Casal Bruciato, ex periferia ultrarossa di Roma, dove per giorni Casapound ha fatto quello che voleva. Una vera e propria persecuzione violenta nei confronti di una famiglia di poveracci, spalleggiati da parte degli inquilini del palazzo. Non sono mancate minacce odiose, perfino di stupro nei confronti delle donne. Roma democratica ha riposto, ma non è questo il tema. Il ministro dell’Interno, quello della legalità a tutti i costi, ha tollerato – e con lui prefetto, questore e tutta la catena di comando delle forze dell’ordine – che un movimento neofascista diventasse padrone di un quartiere intero per giorni. Salvo poi cercare di contenere il presidio antifascista. I camerati di Casapound, va ricordato, sono quelli che occupano uno stabile in pieno centro storico e che il solito ministro Salvini tollera e protegge. Solo adesso, finita la fase “calda” della protesta, è arrivata qualche denuncia a piede libero. Se la caveranno con poco, c’è da scommetterci.

Come il garantismo, insomma, anche la difesa della legalità non è proprio un principio assoluto, per la classe politica nostrana. Della destra abbiamo detto, ma anche Zingaretti sembra essere un po’ sballotato dagli eventi. In Umbria ci si comporta con fermezza, salvo poi fare marcia indietro, sulla situazione calabrese non si dice una riga. Certo, anche voler affermare un qualche tipo di principio generale è complesso. Quando si deve dimettere un politico, per di più eletto direttamente dal Popolo. C’è una legge, che prevede la sospensione o la decadenza in caso di condanne per un ventaglio molto ampio di reati.  Ma il tema è delicato comunque: perché un qualsiasi impiegato pubblico non deve avere la minima condanna e un sottosegretario può aver patteggiato addirittura una bancarotta fraudolenta? Negli anni passati abbiamo assistito a fitti lanci di sassi nei confronti di amministratori di sinistra per fatti che si sono poi rivelati bolle di sapone. Basta pensare agli scontrini del sindaco Marino, al caso della Idem, una icona dello sport italiano messa alla berlina per un errore nella dichiarazione dei redditi, peraltro sanati immediatamente pagando quanto dovuto. A Roma ci furono manifestazioni di piazza per chiedere le dimissioni del sindaco Marino.

Servirebbe, intanto, una giustizia rapida. Non solo per i politici, ovviamente, ma a maggior ragione per loro. Ci sono stati casi di personaggi di primo piano travolti da inchieste e poi assolti in tutti i processi. Errani e Bassolino, solo per citarne due.  Hanno scelto di dimettersi e difendersi da privati cittadini, ma la loro odissea è durata anni. Servirebbe insomma, un patto fra tutti i partiti: massima severità, in caso di ipotesi di reato contro la pubblica amministrazione dimissioni immediate a garanzia dello Stato, ma degli stessi indagati. Ma anche processi rapidi che permettano di stabilire con tempi umani la colpevolezza o l’innocenza.  Servirebbero anche partiti che selezionassero la loro classe dirigente, senza bisogno di arrivare ai giudici.

E magari servirebbe, ma questa è una speranza ancor più vana, una classe politica coerente e un elettorato più anglosassone, di quelli che non ti perdonano quando li prendi in giro. Poi uno si sveglia e si trova di fronte Salvini. Che volete fare… siamo il Bel Paese. Mille di questi pipponi a tutti!

Coriandoli di sinistra.
Il pippone del venerdì/90

Mar 1, 2019 by     No Comments    Posted under: Il pippone del venerdì

Ero stato facile profeta la settimana scorsa quando ho ipotizzato che la “normalizzazione” dei 5 stelle avrebbe accentuato la loro crisi di consenso. Certo, credo che nessuno avrebbe potuto pensare a uno schianto così brusco come quello a cui abbiamo assistito. Ma resta valido il ragionamento che avevo provato ad accennare: la crisi dei grillini non riporta automaticamente consenso a quel che resta del centrosinistra. Tutt’altro. Al momento fa vincere Salvini e la destra. Non c’è partita.

Ora, possiamo anche baloccarci, per la seconda volta nel giro di poche settimane, con l’illusione del “però abbiamo perso bene, siamo tornati competitivi”, ma guardate che il gioco non funziona per niente. Abruzzo e Sardegna sono stati altri due begli schiaffoni che abbiamo preso da Salvini e soci. In due Regioni, tra l’altro, dove la Lega fino a qualche tempo fa non esisteva proprio. E invece ormai non ci sono più argini.

Eppure avevamo forse uno dei candidati migliori che avevamo a livello nazionale, Massimo Zedda. Giovane, con una positiva esperienza da sindaco di Cagliari, non proveniente dalle file democratiche. Nulla da fare. Supera a stento il 30 per cento dei voti, in una Regione che governavamo noi. Altro dato significativo: il Pd ormai rappresenta meno della metà dei voti che complessivamente arrivano al centro sinistra. Il resto, oltre  a discreta dose di consenso personale dei Zedda, se lo dividono liste e listarelle. Da segnalare ancora una volta l’esistenza in vita di Leu, almeno come simbolo elettorale. Malgrado i ripetuti tentativi di eutanasia, quando presentiamo il simbolo abbiamo una dose non irrilevante di elettori che si ostinano a farci una croce sopra. Anzi, sia pur di poco, sono anche di più, almeno in percentuale, di quelli che ci aveva dato la loro fiducia il 4 marzo di un anno fa. In questo caso abbiamo anche eletto due consiglieri regionali, cosa che non guasta. Certo, in questo risultato ci sono le preferenze di candidati – questa volta sì – credibili, conosciuti e apprezzati. Ma c’è anche una voglia di rilanciare la sinistra che un gruppo dirigente dotato di un minimo di sano realismo dovrebbe considerare.

Vedo che, invece, si continua spediti su binari che portano al nulla. Speranza, come sempre volenteroso, rilancia l’idea della lista ecosocialista per le elezioni europee. Sarebbe il minimo sindacale, come si suol dire. Ma lo stesso Speranza, mi si permetta una critica, allarga il campo del confronto anche al Pd, ridando fiato ai gufi che pronosticano un giorno sì e l’altro pure, il ritorno di Mdp nella casa da “cui sono scappati”, come dice Roberto Giachetti, uno che vede i comunisti che si abbeverano a San Pietro, manco fosse il Berlusconi dei bei tempi. I sedicenti autoconvocati ex Leu, da parte loro, si dividono ulteriormente, fondano un’associazione che si chiama “#perimolti”. Vi risparmio facili ironie. Comunque sia, senza più la benedizione di Grasso, pare vogliano procedere verso la fondazione di una partito. Hanno fatto un altro sito per scegliere nome e simbolo. Grasso stesso aveva iniziato la deriva con “unpartitodisinistra.it”, loro rilanciano con “ilmiopartito.com”. Anche qui vi risparmio ironie altrettanto facili sul “.com”. La loro ragione sociale, a quanto dicono, è riunire la sinistra in un grande partito. E per farlo fondano un altro partito. Roba che in qualsiasi paese ti rinchiudono e buttano la chiave. Da noi fai il deputato.

Sinistra italiana, Prc, l’altra Europa e Pap, litigano, si dividono e fanno pace a un ritmo tale che pare di essere  in una soap anni ’80. Una cosa tipo “Uccelli di rovo”. Solo che nei rovi ci buttano noi. Poi c’è Pizzarotti, ci sono i verdi, ci sono quelli di Più Europa. Che poi, tra l’altro, mica ho capito bene che c’entrano con la sinistra. C’è perfino Calenda che ci comunica con un tuitte del suo bagno gelido per sfidare i sovranisti. L’immagine dell’ex ministro in costume da bagno turberà a lungo i miei sonni.

In tutto ciò, arrivano le primarie del Pd. E il fatto che si svolgano l’ultima domenica di Carnevale ha un suo perché. Tre candidati attorno ai quali si sono distribuite le truppe di sempre con i generali di sempre. Idee poche, insulti via sociale dei rispettivi ultras. Roba già vista. Il confronto fra i tre è apparso ai più come una sfida in stile settimana enigmistica: trova 10 piccole differenze. Non c’è riuscito nessuno. Tra l’altro c’è l’ex leader Renzi che gufa alla finestra sperando in una improbabile rivincita futura. E però ogni volta che parla oscura tutti gli altri. Senza dubbio, nel bene e nel male, era un leader politico. Soprattutto nel male.

Non so francamente quanti andranno a votare, mi appassiona poco il gioco. Ma di sicuro Zingaretti rischia di uscire dal voto di domenica già azzoppato. Furono quasi due milioni i votanti l’ultima volta, in una situazione già di profonda crisi, saranno circa la metà adesso. Almeno a sentire i pronostici. Non vi ammorbo con le iniziative ambigue, gli appelli al voto che arrivano da “esterni” al Pd, le assemblee inopportune che si stanno svolgendo in queste ore. Sono sotto gli occhi di tutti sui social. E chi dirige formazioni politiche diverse dovrebbe avere almeno il buon gusto di abbandonare un carro prima di accodarsi su quello del presunto vincitore. Sono un ingenuo lo so.

Ma, fatemelo dire con serenità, preferisco essere ingenuo e andare a letto sereno. E secondo me, come dire, un po’ di coerenza forse sarebbe anche apprezzata dagli elettori. Tutto si può dire degli italiani negli ultimi anni, tranne che non votino secondo quello che pensano. A volte con la testa, altre con la pancia. Ma non si fanno più problemi a cambiare idea. Ecco, però dovrebbero avere una ragione per tornare a sinistra. E noi, invece, lavoriamo ostinatamente per non dargliela.

Da parte mia le primarie le vedrò dal carnevale, quello vero.

Il giorno in cui i grillini persero le stelle.
Il pippone del venerdì/89

Feb 22, 2019 by     1 Comment     Posted under: Il pippone del venerdì

Sono diventati normali, non sono più gli extraterrestri che pochi anni fa si presentarono con la scatoletta di tonno in Parlamento. La via che li ha portati alla normalità è un po’ strampalata a dire il vero, ma la scelta di votare contro l’autorizzazione a procedere per Salvini, ha decisamente normalizzato i 5 stelle.

Via strampalata, dicevo. Sì, perché affidare una decisione che si dovrebbe basare su uno studio rigoroso degli atti a una votazione online appare davvero curioso. Un po’ una roba da tribunale del popolo. Sia pur ampiamente pilotato dall’esposizione personale del gemello di Salvini, quel Di Maio che, seppure traballante dopo sondaggi in calo e il disastro abruzzese, resta il “capo politico” del fu movimento.  E quando chiami uno “capo” e non segretario o presidente o coordinatore mica puoi metterti a discutere: si ubbidisce.

Malgrado questo percorso che fa sobbalzare sulle sedie chi, come me, è legato al dettato costituzionale dell’assenza di vincolo di mandato per gli eletti, il M5s ha scelto di rompere la barriera più grande che aveva inventato per differenziarsi dalla politica tradizionale. Mai più immunità, dicevano, anche se innocenti ci si difende in sede processuale e non in Parlamento. Dicevano che quella era la Kasta che proteggeva sempre se stessa, in un patto non scritto che per decenni ha retto, portando le Camere a respingere quasi sempre le richieste di autorizzazione a procedere.

Ora il dado è tratto, sono diventati normali. Hanno perfino le correnti e i vari capetti che litigano fra di loro. Votano secondo convenienza politica e non secondo la loro bibbia storica: era evidente a tutti che il sì all’autorizzazione per Salvini avrebbe messo a rischio l’esistenza stessa del governo. E una crisi al buio, in una fase in cui i loro consensi sono in calo, non se la potevano davvero permettere. Di Maio, che della compagine è il vero democristiano, ha capito che una volta imboccata la strada della normalità tanto valeva percorrerla fino in fondo. E così il M5s diventerà un partito vero e proprio. Sempre senza democrazia interna, questo pare ovvio, ma più strutturato, con coordinatori locali che rimettano insieme il sistema dei meetup e provino a far piantare radici nei territori al movimento. Cade anche il veto sulle alleanze per le elezioni amministrative. Viene perfino ridiscussa la regola delle regole, quella dei due mandati a tutti i livelli. Ora potranno farne paio in un Comune e altrettanti in Parlamento o in Regione.

Sia pur con timidezze e cautele, insomma, si avviano perfino a un tentativo di formazione di una classe dirigente. C’è, senza dubbio, la “ragion pratica”: con il vincolo assoluto del doppio mandato, rischiavano di perdere sindaci, volti noti, gran parte dei parlamentari. Tutta gente pronta a portare sotto altre bandiere la popolarità guadagnata in questi anni. Non c’è ancora una piena consapevolezza della necessità di un percorso di crescita anche in politica, per cui è necessario fare gavetta prima di arrivare ad alti livelli senza combinare disastri, ma alla fine arriveranno anche a questo.

Ora si tratta di capire come questa raggiunta “normalità” dei 5 stelle influirà sul loro consenso. Di certo non mi pare che una campagna da parte dei partiti di opposizione basata su questo punto possa avere un qualche successo. Perché, qualsiasi cosa facciano i grillini, gli altri l’hanno fatta prima. E quindi la normalità potrà anche sottrarre consenso a Di Maio, ma non lo riporta di certo sul Pd o su Forza Italia.

Il punto, secondo me, è un altro. Gli italiani hanno vissuto due fasi storiche decisamente opposte dal secondo dopoguerra a oggi. Nella prima Repubblica siamo stati il più conservatore dei popoli: gli spostamenti fra un’elezione e l’altra si limitavano ai decimali. Quando un partito aumentava di un punto percentuale si gridava al trionfo. In caso opposto si parlava di crollo. Con il crollo di quel sistema politico siamo diventati, al contrario, ansiosi di novità, sempre pronti ad assecondare chi faceva del cambiamento la propria bandiera. E’ successo con Berlusconi. Salvo poi prendersi una pausa rassicurante con il faccione emiliano di Prodi. E’ successo, sia pur per una stagione brevissima, con Renzi. Poi è stata la volta di Grillo e dei suoi: nel giro di una legislatura o poco più sono passati dalla marginalità all’essere il perno dell’intero sistema politico.

Riusciranno adesso a restare a galla nell’onda di riflusso? Io credo che l’intuizione di Di Maio, in realtà sia questa: quando il consenso sale puoi anche basarti esclusivamente sulla rete, ma quando l’onda torna indietro, per resistere devi essere un partito. Avere una base definita, che ti permette di aspettare che torni il tuo turno.  Faranno in tempo? C’è da sperarlo, perché nell’abulia della sinistra e in mancanza di una prospettiva davvero nuova, il prossimo messia, allo stato delle cose, è Salvini. E manco oso pensare cosa potrebbe arrivare dopo di lui.

Della sinistra, questa settimana, meglio non parlare proprio. Sono occupati a partorire le solite due o tre liste unitarie per cui ci scazzeremo e alla fine voteremo stancamente. Finirà male. Inutile spendere altre parole.

La pizza di fango del Camerun e il reddito di cittadinanza.
Il pippone del venerdi/86

Feb 1, 2019 by     No Comments    Posted under: Il pippone del venerdì

Siamo in recessione. Per la prima volta nella storia – credo – un presidente del Consiglio anticipa l’Istat e mette le mani avanti: il Pil continua a diminuire per il secondo trimestre di seguito (questa volta dello 0.2 per cento) e quindi adesso è ufficiale, la crisi è certificata. Sarebbe il caso di avviare anche una riflessione seria sulle tecniche comunicative che usa questo governo, perché, almeno in questo campo sono davvero avanti di molto. Ma torniamo al punto.

Ora, le cose a dire il vero non andavano un granché bene neanche prima quando il Pil cresceva. Perché il modesto aumento del prodotto interno lordo che abbiamo avuto gli anni scorsi non si è mai trasformato in crescita vera del Paese. Né dal punto di vista dell’occupazione, né da quello dello sviluppo infrastrutturale. Non è questa la sede per ragionare sulle colpe, ma anche senza voler arrivare al superamento della società capitalista, è evidente come l’aver puntato tutto sul mercato, cancellando i diritti dei lavoratori e  distribuendo corposi incentivi per le imprese, non ha funzionato. Il volano più forte per la crescita, lo insegnano gli economisti keynesiani, non pericolosi estremisti, sono gli investimenti pubblici. Perché creano un effetto a catena per il quale alla fine il guadagno per il Paese in termini economici, di competitività e di benessere sociale è molto più alto del costo. Il Fmi, anche qui non si tratta di pericolosi rivoluzionari, stima che un dollaro di investimento pubblico genera tre dollari di guadagno. Si tratta di calcoli complessi, che si basano sul ritorno diretto, sullo stimolo che genera nei confronti dei privati, sul ritorno occupazionale. Ma questa è la sintesi. Se, dunque, è tutto così semplice perché non si fa?

La risposta che mi viene in mente d’istinto è che i nostri governanti abbiano puntato sugli investimenti sicuri e come è noto, dai tempi della “Tv delle ragazze” in poi, il solo investimento certo è nella famosa pizza di fango del Camerun, l’unica moneta che ci può salvare dal baratro. E questo giustificherebbe anche la continuità di azione (altro che governo del cambiamento) che unisce i governi italiani da anni, da decenni si potrebbe dire guardando lo stato delle nostre infrastrutture.

Posto che, invece, abbiano altre idee in testa, sarebbe utile capire quali. Io credo che i 5 stelle abbiano in testa un modello diverso di società, girando fra le visioni proposte dalla Casaleggio e associati, qualche spunto lo troviamo. La suggestione è che, nel giro di pochi anni, il lavoro così come lo abbiamo conosciuto sia destinato a scomparire del tutto. Non è neanche troppo nuova la teoria che prefigura la fine della necessità di lavorare per l’uomo con la sempre crescente robotizzazione. Basti pensare che lo stesso Bill Gates,  decisamente un capitalista, propone una tassa sui robot per compensare la perdita di posti di lavoro. Con quella tassazione si dovrebbero poi finanziare nuove forme di welfare, a partire da un reddito di cittadinanza a questo punto davvero generalizzato. Perché dunque affannarsi a creare nuovi posti di lavoro se il futuro che ci aspetta è questo? Proviamo a ragionare.

La fine del lavoro e il tempo del non lavoro, tema per me davvero affascinante, è stata del resto ipotizzata da fior di economisti e sociologi. E molte sono le soluzioni in campo. Quella proposta da Casaleggio, in realtà,  è soltanto una delle possibilità.  E’ la stessa storia che però contraddice questa visione. Mi spiego meglio. Non siamo di certo alla prima rivoluzione industriale. Più volte ormai abbiamo assistito a profondi rivolgimenti tecnologici che hanno cambiato radicalmente il modo di produrre. Il lavoro però non è finito. Si è trasformato. Cosa avrebbe di differente la robotizzazione? Di sicuro che sostituisce del tutto, almeno questo è il futuro che si prevede, il lavoro umano in diversi settori. Sarà davvero la fine del lavoro, o ancora ci sarà una trasformazione del ruolo umano? Perché, se è vero che nuovi sistemi produttivi riducono l’esigenza di mano d’opera in molti settori, è anche vero che le varie rivoluzioni tecnologiche hanno generato bisogni nuovi. Avremo comunque lavori differenti, legati alle esigenze della società digitale. Come avremo comunque bisogno di lavori legati al welfare e alle aspettative di vita che continuano ad aumentare.

Probabilmente, comunque sia, il numero complessivo di lavoratori necessari sarà minore. Anche se francamente le visioni di una società in cui il fattore umano scompaia del tutto dal lavoro mi sembra molto al di là da venire. Di fronte a questa diminuita esigenza di mano d’opera ci possono essere, secondo me, due riposte alternative. La prima è quella assistenzialistica: tassiamo i robot, tanto le imprese avranno un margine di profitto maggiore e dunque se lo potranno permettere. Con quella tassa garantiamo il famoso reddito di cittadinanza universale. Punto. Casaleggio e soci non si pongono il problema del grande rivolgimento sociale che avverrebbe necessariamente in una società in cui il lavoro diventa un fattore marginale nella vita dell’uomo. Detto in poche parole: che si fa da mattina a sera? Divano senza soluzione di continuità?

L’altra risposta, quella che secondo me una forza socialista dovrebbe dare è quella che porta al concetto di lavoro di cittadinanza. Ovvero: in una società come quella disegnata, garantire un reddito a tutti diventa una necessità non eludibile, questo è vero. Ma questo si può fare, oltre che tassando i robot, anche diminuendo l’orario di lavoro – a parità di salario – e creando delle strutture in cui i lavoratori possano mettere a disposizione della società il tempo libero guadagnato. E anche il reddito di cittadinanza, allo stesso modo, si può trasformare in lavoro di cittadinanza. Posto che, vista la situazione della nostra economia (per non parlare del funzionamento dei centri per l’impiego) di offerte di lavoro non ne arriveranno a carrettate, perché non ipotizzare che chi usufruisce del reddito di cittadinanza possa restituire alla collettività quel valore sotto forma di lavoro sociale?

Può sembrare banale, ma non è così. Sono due visioni di società opposte. E credo che avviare un ragionamento profondo su questi temi dovrebbe essere al centro del nostro percorso di ricostruire di una forza socialista in Italia. Troviamo gli spazi per ragionarci e facciamolo in fretta. Anche perché secondo me su questi ragionamenti si può costruire un’alternativa vera alle destre anche a livello europeo. Altro che i fronti indistinti, servono idee radicali.

La colpa della schiavitù è degli schiavi.
Il pippone del venerdì/84

Gen 18, 2019 by     No Comments    Posted under: Il pippone del venerdì

Arrestati in sei perché avevano creato una finta cooperativa con lo scopo sociale di sfruttare il lavoro dei migranti, 400 persone mandate a lavorare nei campi per dodici ore al giorno, con paghe da fame. Ovviamente senza alcun diritto. Tutti italiani gli arrestati, fra cui anche un sindacalista della Cisl e un ispettore del lavoro. Più di cinquanta gli indagati. La notizia l’avete sicuramente letta tutti, compreso l’agghiacciante commento di Salvini: per il ministro degli interni si tratta “di un business che prospera grazie all’immigrazione clandestina”. Insomma la colpa è dei migranti. Non una parola sui nostri connazionali. Quelli sono elettori, magari anche della Lega che da queste parti continua a fare proseliti. Vanno comunque coccolati.

Ero ragazzino quando come Federazione giovanile comunista organizzavamo i campi di accoglienza a Stornara, in provincia di Foggia. Si parla di trent’anni fa. Già allora erano migliaia i migranti che d’estate popolavano le campagne del sud. Anche allora sfruttati, resi schiavi dalle organizzazioni criminali. Noi provavamo a dargli un posto decente per dormire, lavarsi, qualche pasto caldo. Sono passati 30 anni e non solo la situazione è peggiorata, ma abbiamo un ministro dell’Interno per cui la colpa della schiavitù è degli schiavi.

Ora, quelli più bravi di me a fare politica, diranno che se si parla troppo di questi argomenti e si finisce per fare  il gioco di Salvini e soci. Ma come si fa a stare zitti? Secondo l’ultimo ”Rapporto agromafie e caporalato” pubblicato l’estate scorsa dall’Osservatorio Placido Rizzotto della Flai Cgil, il business del lavoro irregolare e del caporalato in agricoltura vale 4,8 miliardi di euro mentre 1,8 miliardi sono di evasione contributiva. I lavoratori agricoli esposti al rischio di un ingaggio irregolare e sotto caporale sono 430 mila: di questi, più di 132 mila sono in condizione di ”grave vulnerabilità sociale” e ”forte sofferenza occupazionale”. Una delle poche cose buone della scorsa legislatura è stata proprio la legge contro il caporalato, che ha permesso l’operazione di polizia da cui sono partito. Speriamo che non la demoliscano. Questi dati ci raccontano con buona approssimazione il Paese che siamo diventati. Un Paese che ha paura dei migranti, chiede a gran voce che vengano cacciati, in cui però un bel pezzo di economia si regge proprio sulla loro presenza e sullo sfruttamento selvaggio della mano d’opera. E non c’è solo l’agricoltura ovviamente.

La colpa è della disperazione, ministro Salvini. E la colpa è di quella cultura ipocrita che tanto sta contribuendo a diffondere. La colpa è di quelli che vogliono chiudere i porti, costruire i muri alle frontiere. Che poi spesso non ci si accorge che è come se si volesse svuotare il mare con un cucchiaino da caffè. E troppo spesso i benpensanti difensori di non si capisce bene quale italianità sono quelli che poi caricano i loro furgoni di disperati e li portano nei campi. Sono quelli che gridano contro “gli zingari ladri” e poi li usano per smaltire rifiuti tossici.

Possiamo tacere di tutto questo perché se si affrontano questi temi si perdono voti? Oppure dobbiamo dire con forza che l’unico modo per combattere l’immigrazione clandestina e lo sfruttamento è proprio creare canali legali con cui si possa arrivare in Italia, senza passare per la mafia degli scafisti e senza finire in mano alla mafia dei caporali che gestiscono la mano d’opera nei campi e nei cantieri edili. La mattina lungo le strade principali di Roma, ma penso che succeda un po’ ovunque, ci sono centinaia di persone che aspettano sui marciapiede che arrivi il caporale e li carichi sui furgoni. Possiamo continuare a girare la faccia dall’altra parte?

Come è noto io sono contro ogni tipo di frontiera e trovo assurdo che mentre i capitali circolano senza alcun limite le persone siano ancora ancorate al proprio luogo di nascita. Trovo assurdo che una mera casualità, ovvero nascere in un paese ricco, sia la condizione prima per vivere in maniera decente. E’ il primo furto di questo mondo ingiusto organizzato secondo le regole del capitalismo. Viene ancora prima della proprietà privata. “Tu non puoi stare in questo Paese perché non sei nato qui”. Possibile non percepire l’assurdità di questa affermazione? Nasciamo tutti, nudi, sullo stesso pianeta. E dovremmo avere, tutti, il diritto di cambiare paese, non solo per necessità, ma anche solo “perché ci va”, proprio come afferma Giorgia  Meloni pensando di dire una cosa assurda.

Poi, certo, è chiaro che non possiamo parlare soltanto di immigrazione tutti i giorni per 24 ore al giorno. Bisogna trovare gli strumenti per garantire diritti sociali e civili a chi sta in nel nostro Paese, al di là della nazionalità e del colore della pelle. Altrimenti Salvini e quelli come lui continueranno ad avere gioco facile nel proporre questa guerra fra poveri, in cui la colpa del fatto che uno sta male è sempre di quello che sta ancora peggio di te. E in questo polverone quello che una volta si sarebbe chiamato “il nemico di classe” se la ride allegramente e continua a diventare sempre più ricco.

Che nessuno si scandalizzi, e la finisco qui, per quello che fanno gli ultras allo stadio, sono soltanto la faccia più cruda della nostra società. Anzi: almeno loro dichiarano apertamente il loro razzismo. Non piangono per i bambini africani con la pancia gonfia che si vedono in televisione salvo poi dire che “devono stare a casa loro.  Lo stadio è solo lo specchio di quello che siamo diventati. Inutile chiudere le curve, qua toccherebbe chiudere l’Italia.

Ho visto Salvini e mi sono detto…
Il pippone del venerdì/68

Set 7, 2018 by     No Comments    Posted under: Il pippone del venerdì

Intanto ben ritrovati, tutto bene? Passato bene agosto? Vi siete riposati e siete pronti a un nuovo anno politico? Beati voi, per quanto mi riguarda non mi sento pronto per niente. Anzi, se fosse possibile vorrei proprio  emigrare. Già il ritorno a Roma è come sempre traumatico. Passare in poche ore da un posto dove la mattina lucidano il marciapiede ai nostri abituali cumuli di immondizia non è facile. Per di più accendi un qualsiasi tg e ti chiedi se l’Italia sia sempre stata così e tu hai vissuto in una specie di bolla isolata o se sia drasticamente peggiorata negli ultimi decenni.

Ma la storia che volevo raccontarvi, tanto per tirarvi su il morale, è un’altra, anche se molto collegata. Partiamo dall’inizio. Facendo parte della razza di quelli che si fanno del male anche in vacanza, verso metà mese, insieme alla mia compagna abbiamo pensato bene di andare a sentire un’intervista a Matteo Salvini. Per di più l’intervistatore era Augusto Minzolini. Il luogo è uno di quelli storici di Marina di Pietrasanta, il Caffè della Versiliana, da ben 39 anni teatro di interessanti confronti estivi aperti a politici, uomini di cultura e di spettacolo di tutti gli orientamenti. Il cartellone di questa stagione, a dire il vero, mi è sembrato uno po’ spostato a destra. Solo un po’.

Intanto: folla delle grandi occasioni. In un’area con 300 posti a sedere ci saranno state almeno 2mila persone. Viste anche altre volte, non è da record, ma fino a poco tempo fa Salvini da queste parti non lo facevano proprio parlare. Anche questo è significativo. E’ lui il personaggio del momento, su questo davvero nessun dubbio. Il ministro dell’Interno arriva puntualissimo, applausi – moderati – e parte l’intervista, si fa per dire. Sì, perché tutto è meno che un’intervista. Già ce ne mette del suo Minzolini, uno che da tempo non è più il pungente giornalista che non guarda in faccia a nessuno e ha preferito trasformarsi un accomodante uomo di corte. Ma poi Salvini… che delusione. Non riesce proprio ad andare oltre il tuitte. Non risponde alle domande, già di per sé mielose e fa solo battutine. Le solite: pagare meno tasse, meno controlli agli imprenditori, via gli immigrati.

Per la cronaca, nei giorni successivi, proprio sulla spiaggia di Marina di Pietrasanta respingerà sdegnoso un venditore di colore che evidentemente non sapeva con chi aveva a che fare. Per fortuna Salvini non è ancora noto urbi et orbi, insomma. Ma torniamo alla storia principale: abbiamo resistito una mezz’ora, infastiditi da un lato dalla pochezza dell’oratore, dall’altro da una platea composta a occhio da una grande maggioranza di piccoli imprenditori del nord, vero brodo di coltura della Lega. Una platea che pendeva letteralmente dalle labbra di questo conducador de noantri.

Come siamo ridotti male, ragazzi. Già con Berlusconi avevamo toccato il fondo, ma il fascino era davvero differente. Poi ci è toccato Renzi e pensavamo che il fastidio per la politica italiana avesse di nuovo toccato il fondo. Ma con Salvini si è davvero continuato ostinatamente a scavare. Non tanto per i contenuti che esprime. Ma per la totale assenza di contenuti. Con Berlusconi e Renzi c’era un’idea di fondo, che si poteva apprezzare o meno ma c’era: hanno rappresentato due diverse declinazioni del liberismo internazionale. Salvini no. Non ha un’idea guida. Tira fuori soltanto – e lo fa con grande fiuto – i temi che gli portano consensi. Il sovranismo lo usa fino a quando gli conviene. Si guarda bene dal fare il ministro dell’Interno, si limita a una sorta di campagna elettorale permanente che lo porta a girare costantemente il nostro paese. Sarebbe interessante sapere quante ore passa al Viminale. Credo poche. Meglio il comizio continuo, sempre sugli stessi tasti, sventolati abbondantemente anche in Versiliana. Ogni opinione differente è un oltraggio. Ogni iniziativa avversa, sia pur della magistratura un complotto e al tempo stesso una medaglia da appuntare sulla sua camicia da battaglia. E’ il sistema che si oppone al cambiamento. Sull’ennesimo giudizio contrario alla Lega nella vicenda del sequestro dei fondi si è appellato addirittura alla Bibbia.

Insomma, il personaggio del momento è questo qui. Bravissimo a dire agli italiani quello vogliono sentirsi dire in un determinato momento. Capace perfino di far scordare a tutti che la Lega al governo non è poi ‘sta gran novità, basta pensare che la legge sull’immigrazione si chiama Bossi-Fini. La cosa a cui volevo arrivare però non è un mero giudizio su Salvini. Che non sia il mio politico preferito non mi pare una gran novità. Volevo porvi (pormi) la domanda angosciata, che mi gira in testa da quel pomeriggio alla Versiliana: se è vero che questo tizio è davvero poca roba – consistenza culturale zero, capacità oratoria modesta, mera capacità di annusare il vento – come fa ad avere consensi in crescita, ormai stabilmente oltre il 30 per cento?

La domanda, se ci pensate bene, è fondamentale per due ordini di motivi: il primo è che la risposta è necessaria per capire come mai siamo arrivati a questo punto. Il secondo perché da questa risposta dovremmo partire per riuscire a provare quanto meno a opporsi a questa ondata che sembra travolgere tutto. Credo che di questo parleremo ampiamente nelle prossime settimane. Questa volta la finisco qui, meglio tornare a ragionare gradualmente che il cervello già di per sé non è un granché, l’agosto l’arrugginisce ulteriormente.

Cerca

mese per mese

settembre: 2019
L M M G V S D
« Lug    
 1
2345678
9101112131415
16171819202122
23242526272829
30