Tagged with " salvini"

Coriandoli di sinistra.
Il pippone del venerdì/90

Mar 1, 2019 by     No Comments    Posted under: Il pippone del venerdì

Ero stato facile profeta la settimana scorsa quando ho ipotizzato che la “normalizzazione” dei 5 stelle avrebbe accentuato la loro crisi di consenso. Certo, credo che nessuno avrebbe potuto pensare a uno schianto così brusco come quello a cui abbiamo assistito. Ma resta valido il ragionamento che avevo provato ad accennare: la crisi dei grillini non riporta automaticamente consenso a quel che resta del centrosinistra. Tutt’altro. Al momento fa vincere Salvini e la destra. Non c’è partita.

Ora, possiamo anche baloccarci, per la seconda volta nel giro di poche settimane, con l’illusione del “però abbiamo perso bene, siamo tornati competitivi”, ma guardate che il gioco non funziona per niente. Abruzzo e Sardegna sono stati altri due begli schiaffoni che abbiamo preso da Salvini e soci. In due Regioni, tra l’altro, dove la Lega fino a qualche tempo fa non esisteva proprio. E invece ormai non ci sono più argini.

Eppure avevamo forse uno dei candidati migliori che avevamo a livello nazionale, Massimo Zedda. Giovane, con una positiva esperienza da sindaco di Cagliari, non proveniente dalle file democratiche. Nulla da fare. Supera a stento il 30 per cento dei voti, in una Regione che governavamo noi. Altro dato significativo: il Pd ormai rappresenta meno della metà dei voti che complessivamente arrivano al centro sinistra. Il resto, oltre  a discreta dose di consenso personale dei Zedda, se lo dividono liste e listarelle. Da segnalare ancora una volta l’esistenza in vita di Leu, almeno come simbolo elettorale. Malgrado i ripetuti tentativi di eutanasia, quando presentiamo il simbolo abbiamo una dose non irrilevante di elettori che si ostinano a farci una croce sopra. Anzi, sia pur di poco, sono anche di più, almeno in percentuale, di quelli che ci aveva dato la loro fiducia il 4 marzo di un anno fa. In questo caso abbiamo anche eletto due consiglieri regionali, cosa che non guasta. Certo, in questo risultato ci sono le preferenze di candidati – questa volta sì – credibili, conosciuti e apprezzati. Ma c’è anche una voglia di rilanciare la sinistra che un gruppo dirigente dotato di un minimo di sano realismo dovrebbe considerare.

Vedo che, invece, si continua spediti su binari che portano al nulla. Speranza, come sempre volenteroso, rilancia l’idea della lista ecosocialista per le elezioni europee. Sarebbe il minimo sindacale, come si suol dire. Ma lo stesso Speranza, mi si permetta una critica, allarga il campo del confronto anche al Pd, ridando fiato ai gufi che pronosticano un giorno sì e l’altro pure, il ritorno di Mdp nella casa da “cui sono scappati”, come dice Roberto Giachetti, uno che vede i comunisti che si abbeverano a San Pietro, manco fosse il Berlusconi dei bei tempi. I sedicenti autoconvocati ex Leu, da parte loro, si dividono ulteriormente, fondano un’associazione che si chiama “#perimolti”. Vi risparmio facili ironie. Comunque sia, senza più la benedizione di Grasso, pare vogliano procedere verso la fondazione di una partito. Hanno fatto un altro sito per scegliere nome e simbolo. Grasso stesso aveva iniziato la deriva con “unpartitodisinistra.it”, loro rilanciano con “ilmiopartito.com”. Anche qui vi risparmio ironie altrettanto facili sul “.com”. La loro ragione sociale, a quanto dicono, è riunire la sinistra in un grande partito. E per farlo fondano un altro partito. Roba che in qualsiasi paese ti rinchiudono e buttano la chiave. Da noi fai il deputato.

Sinistra italiana, Prc, l’altra Europa e Pap, litigano, si dividono e fanno pace a un ritmo tale che pare di essere  in una soap anni ’80. Una cosa tipo “Uccelli di rovo”. Solo che nei rovi ci buttano noi. Poi c’è Pizzarotti, ci sono i verdi, ci sono quelli di Più Europa. Che poi, tra l’altro, mica ho capito bene che c’entrano con la sinistra. C’è perfino Calenda che ci comunica con un tuitte del suo bagno gelido per sfidare i sovranisti. L’immagine dell’ex ministro in costume da bagno turberà a lungo i miei sonni.

In tutto ciò, arrivano le primarie del Pd. E il fatto che si svolgano l’ultima domenica di Carnevale ha un suo perché. Tre candidati attorno ai quali si sono distribuite le truppe di sempre con i generali di sempre. Idee poche, insulti via sociale dei rispettivi ultras. Roba già vista. Il confronto fra i tre è apparso ai più come una sfida in stile settimana enigmistica: trova 10 piccole differenze. Non c’è riuscito nessuno. Tra l’altro c’è l’ex leader Renzi che gufa alla finestra sperando in una improbabile rivincita futura. E però ogni volta che parla oscura tutti gli altri. Senza dubbio, nel bene e nel male, era un leader politico. Soprattutto nel male.

Non so francamente quanti andranno a votare, mi appassiona poco il gioco. Ma di sicuro Zingaretti rischia di uscire dal voto di domenica già azzoppato. Furono quasi due milioni i votanti l’ultima volta, in una situazione già di profonda crisi, saranno circa la metà adesso. Almeno a sentire i pronostici. Non vi ammorbo con le iniziative ambigue, gli appelli al voto che arrivano da “esterni” al Pd, le assemblee inopportune che si stanno svolgendo in queste ore. Sono sotto gli occhi di tutti sui social. E chi dirige formazioni politiche diverse dovrebbe avere almeno il buon gusto di abbandonare un carro prima di accodarsi su quello del presunto vincitore. Sono un ingenuo lo so.

Ma, fatemelo dire con serenità, preferisco essere ingenuo e andare a letto sereno. E secondo me, come dire, un po’ di coerenza forse sarebbe anche apprezzata dagli elettori. Tutto si può dire degli italiani negli ultimi anni, tranne che non votino secondo quello che pensano. A volte con la testa, altre con la pancia. Ma non si fanno più problemi a cambiare idea. Ecco, però dovrebbero avere una ragione per tornare a sinistra. E noi, invece, lavoriamo ostinatamente per non dargliela.

Da parte mia le primarie le vedrò dal carnevale, quello vero.

Il giorno in cui i grillini persero le stelle.
Il pippone del venerdì/89

Feb 22, 2019 by     1 Comment     Posted under: Il pippone del venerdì

Sono diventati normali, non sono più gli extraterrestri che pochi anni fa si presentarono con la scatoletta di tonno in Parlamento. La via che li ha portati alla normalità è un po’ strampalata a dire il vero, ma la scelta di votare contro l’autorizzazione a procedere per Salvini, ha decisamente normalizzato i 5 stelle.

Via strampalata, dicevo. Sì, perché affidare una decisione che si dovrebbe basare su uno studio rigoroso degli atti a una votazione online appare davvero curioso. Un po’ una roba da tribunale del popolo. Sia pur ampiamente pilotato dall’esposizione personale del gemello di Salvini, quel Di Maio che, seppure traballante dopo sondaggi in calo e il disastro abruzzese, resta il “capo politico” del fu movimento.  E quando chiami uno “capo” e non segretario o presidente o coordinatore mica puoi metterti a discutere: si ubbidisce.

Malgrado questo percorso che fa sobbalzare sulle sedie chi, come me, è legato al dettato costituzionale dell’assenza di vincolo di mandato per gli eletti, il M5s ha scelto di rompere la barriera più grande che aveva inventato per differenziarsi dalla politica tradizionale. Mai più immunità, dicevano, anche se innocenti ci si difende in sede processuale e non in Parlamento. Dicevano che quella era la Kasta che proteggeva sempre se stessa, in un patto non scritto che per decenni ha retto, portando le Camere a respingere quasi sempre le richieste di autorizzazione a procedere.

Ora il dado è tratto, sono diventati normali. Hanno perfino le correnti e i vari capetti che litigano fra di loro. Votano secondo convenienza politica e non secondo la loro bibbia storica: era evidente a tutti che il sì all’autorizzazione per Salvini avrebbe messo a rischio l’esistenza stessa del governo. E una crisi al buio, in una fase in cui i loro consensi sono in calo, non se la potevano davvero permettere. Di Maio, che della compagine è il vero democristiano, ha capito che una volta imboccata la strada della normalità tanto valeva percorrerla fino in fondo. E così il M5s diventerà un partito vero e proprio. Sempre senza democrazia interna, questo pare ovvio, ma più strutturato, con coordinatori locali che rimettano insieme il sistema dei meetup e provino a far piantare radici nei territori al movimento. Cade anche il veto sulle alleanze per le elezioni amministrative. Viene perfino ridiscussa la regola delle regole, quella dei due mandati a tutti i livelli. Ora potranno farne paio in un Comune e altrettanti in Parlamento o in Regione.

Sia pur con timidezze e cautele, insomma, si avviano perfino a un tentativo di formazione di una classe dirigente. C’è, senza dubbio, la “ragion pratica”: con il vincolo assoluto del doppio mandato, rischiavano di perdere sindaci, volti noti, gran parte dei parlamentari. Tutta gente pronta a portare sotto altre bandiere la popolarità guadagnata in questi anni. Non c’è ancora una piena consapevolezza della necessità di un percorso di crescita anche in politica, per cui è necessario fare gavetta prima di arrivare ad alti livelli senza combinare disastri, ma alla fine arriveranno anche a questo.

Ora si tratta di capire come questa raggiunta “normalità” dei 5 stelle influirà sul loro consenso. Di certo non mi pare che una campagna da parte dei partiti di opposizione basata su questo punto possa avere un qualche successo. Perché, qualsiasi cosa facciano i grillini, gli altri l’hanno fatta prima. E quindi la normalità potrà anche sottrarre consenso a Di Maio, ma non lo riporta di certo sul Pd o su Forza Italia.

Il punto, secondo me, è un altro. Gli italiani hanno vissuto due fasi storiche decisamente opposte dal secondo dopoguerra a oggi. Nella prima Repubblica siamo stati il più conservatore dei popoli: gli spostamenti fra un’elezione e l’altra si limitavano ai decimali. Quando un partito aumentava di un punto percentuale si gridava al trionfo. In caso opposto si parlava di crollo. Con il crollo di quel sistema politico siamo diventati, al contrario, ansiosi di novità, sempre pronti ad assecondare chi faceva del cambiamento la propria bandiera. E’ successo con Berlusconi. Salvo poi prendersi una pausa rassicurante con il faccione emiliano di Prodi. E’ successo, sia pur per una stagione brevissima, con Renzi. Poi è stata la volta di Grillo e dei suoi: nel giro di una legislatura o poco più sono passati dalla marginalità all’essere il perno dell’intero sistema politico.

Riusciranno adesso a restare a galla nell’onda di riflusso? Io credo che l’intuizione di Di Maio, in realtà sia questa: quando il consenso sale puoi anche basarti esclusivamente sulla rete, ma quando l’onda torna indietro, per resistere devi essere un partito. Avere una base definita, che ti permette di aspettare che torni il tuo turno.  Faranno in tempo? C’è da sperarlo, perché nell’abulia della sinistra e in mancanza di una prospettiva davvero nuova, il prossimo messia, allo stato delle cose, è Salvini. E manco oso pensare cosa potrebbe arrivare dopo di lui.

Della sinistra, questa settimana, meglio non parlare proprio. Sono occupati a partorire le solite due o tre liste unitarie per cui ci scazzeremo e alla fine voteremo stancamente. Finirà male. Inutile spendere altre parole.

La pizza di fango del Camerun e il reddito di cittadinanza.
Il pippone del venerdi/86

Feb 1, 2019 by     No Comments    Posted under: Il pippone del venerdì

Siamo in recessione. Per la prima volta nella storia – credo – un presidente del Consiglio anticipa l’Istat e mette le mani avanti: il Pil continua a diminuire per il secondo trimestre di seguito (questa volta dello 0.2 per cento) e quindi adesso è ufficiale, la crisi è certificata. Sarebbe il caso di avviare anche una riflessione seria sulle tecniche comunicative che usa questo governo, perché, almeno in questo campo sono davvero avanti di molto. Ma torniamo al punto.

Ora, le cose a dire il vero non andavano un granché bene neanche prima quando il Pil cresceva. Perché il modesto aumento del prodotto interno lordo che abbiamo avuto gli anni scorsi non si è mai trasformato in crescita vera del Paese. Né dal punto di vista dell’occupazione, né da quello dello sviluppo infrastrutturale. Non è questa la sede per ragionare sulle colpe, ma anche senza voler arrivare al superamento della società capitalista, è evidente come l’aver puntato tutto sul mercato, cancellando i diritti dei lavoratori e  distribuendo corposi incentivi per le imprese, non ha funzionato. Il volano più forte per la crescita, lo insegnano gli economisti keynesiani, non pericolosi estremisti, sono gli investimenti pubblici. Perché creano un effetto a catena per il quale alla fine il guadagno per il Paese in termini economici, di competitività e di benessere sociale è molto più alto del costo. Il Fmi, anche qui non si tratta di pericolosi rivoluzionari, stima che un dollaro di investimento pubblico genera tre dollari di guadagno. Si tratta di calcoli complessi, che si basano sul ritorno diretto, sullo stimolo che genera nei confronti dei privati, sul ritorno occupazionale. Ma questa è la sintesi. Se, dunque, è tutto così semplice perché non si fa?

La risposta che mi viene in mente d’istinto è che i nostri governanti abbiano puntato sugli investimenti sicuri e come è noto, dai tempi della “Tv delle ragazze” in poi, il solo investimento certo è nella famosa pizza di fango del Camerun, l’unica moneta che ci può salvare dal baratro. E questo giustificherebbe anche la continuità di azione (altro che governo del cambiamento) che unisce i governi italiani da anni, da decenni si potrebbe dire guardando lo stato delle nostre infrastrutture.

Posto che, invece, abbiano altre idee in testa, sarebbe utile capire quali. Io credo che i 5 stelle abbiano in testa un modello diverso di società, girando fra le visioni proposte dalla Casaleggio e associati, qualche spunto lo troviamo. La suggestione è che, nel giro di pochi anni, il lavoro così come lo abbiamo conosciuto sia destinato a scomparire del tutto. Non è neanche troppo nuova la teoria che prefigura la fine della necessità di lavorare per l’uomo con la sempre crescente robotizzazione. Basti pensare che lo stesso Bill Gates,  decisamente un capitalista, propone una tassa sui robot per compensare la perdita di posti di lavoro. Con quella tassazione si dovrebbero poi finanziare nuove forme di welfare, a partire da un reddito di cittadinanza a questo punto davvero generalizzato. Perché dunque affannarsi a creare nuovi posti di lavoro se il futuro che ci aspetta è questo? Proviamo a ragionare.

La fine del lavoro e il tempo del non lavoro, tema per me davvero affascinante, è stata del resto ipotizzata da fior di economisti e sociologi. E molte sono le soluzioni in campo. Quella proposta da Casaleggio, in realtà,  è soltanto una delle possibilità.  E’ la stessa storia che però contraddice questa visione. Mi spiego meglio. Non siamo di certo alla prima rivoluzione industriale. Più volte ormai abbiamo assistito a profondi rivolgimenti tecnologici che hanno cambiato radicalmente il modo di produrre. Il lavoro però non è finito. Si è trasformato. Cosa avrebbe di differente la robotizzazione? Di sicuro che sostituisce del tutto, almeno questo è il futuro che si prevede, il lavoro umano in diversi settori. Sarà davvero la fine del lavoro, o ancora ci sarà una trasformazione del ruolo umano? Perché, se è vero che nuovi sistemi produttivi riducono l’esigenza di mano d’opera in molti settori, è anche vero che le varie rivoluzioni tecnologiche hanno generato bisogni nuovi. Avremo comunque lavori differenti, legati alle esigenze della società digitale. Come avremo comunque bisogno di lavori legati al welfare e alle aspettative di vita che continuano ad aumentare.

Probabilmente, comunque sia, il numero complessivo di lavoratori necessari sarà minore. Anche se francamente le visioni di una società in cui il fattore umano scompaia del tutto dal lavoro mi sembra molto al di là da venire. Di fronte a questa diminuita esigenza di mano d’opera ci possono essere, secondo me, due riposte alternative. La prima è quella assistenzialistica: tassiamo i robot, tanto le imprese avranno un margine di profitto maggiore e dunque se lo potranno permettere. Con quella tassa garantiamo il famoso reddito di cittadinanza universale. Punto. Casaleggio e soci non si pongono il problema del grande rivolgimento sociale che avverrebbe necessariamente in una società in cui il lavoro diventa un fattore marginale nella vita dell’uomo. Detto in poche parole: che si fa da mattina a sera? Divano senza soluzione di continuità?

L’altra risposta, quella che secondo me una forza socialista dovrebbe dare è quella che porta al concetto di lavoro di cittadinanza. Ovvero: in una società come quella disegnata, garantire un reddito a tutti diventa una necessità non eludibile, questo è vero. Ma questo si può fare, oltre che tassando i robot, anche diminuendo l’orario di lavoro – a parità di salario – e creando delle strutture in cui i lavoratori possano mettere a disposizione della società il tempo libero guadagnato. E anche il reddito di cittadinanza, allo stesso modo, si può trasformare in lavoro di cittadinanza. Posto che, vista la situazione della nostra economia (per non parlare del funzionamento dei centri per l’impiego) di offerte di lavoro non ne arriveranno a carrettate, perché non ipotizzare che chi usufruisce del reddito di cittadinanza possa restituire alla collettività quel valore sotto forma di lavoro sociale?

Può sembrare banale, ma non è così. Sono due visioni di società opposte. E credo che avviare un ragionamento profondo su questi temi dovrebbe essere al centro del nostro percorso di ricostruire di una forza socialista in Italia. Troviamo gli spazi per ragionarci e facciamolo in fretta. Anche perché secondo me su questi ragionamenti si può costruire un’alternativa vera alle destre anche a livello europeo. Altro che i fronti indistinti, servono idee radicali.

La colpa della schiavitù è degli schiavi.
Il pippone del venerdì/84

Gen 18, 2019 by     No Comments    Posted under: Il pippone del venerdì

Arrestati in sei perché avevano creato una finta cooperativa con lo scopo sociale di sfruttare il lavoro dei migranti, 400 persone mandate a lavorare nei campi per dodici ore al giorno, con paghe da fame. Ovviamente senza alcun diritto. Tutti italiani gli arrestati, fra cui anche un sindacalista della Cisl e un ispettore del lavoro. Più di cinquanta gli indagati. La notizia l’avete sicuramente letta tutti, compreso l’agghiacciante commento di Salvini: per il ministro degli interni si tratta “di un business che prospera grazie all’immigrazione clandestina”. Insomma la colpa è dei migranti. Non una parola sui nostri connazionali. Quelli sono elettori, magari anche della Lega che da queste parti continua a fare proseliti. Vanno comunque coccolati.

Ero ragazzino quando come Federazione giovanile comunista organizzavamo i campi di accoglienza a Stornara, in provincia di Foggia. Si parla di trent’anni fa. Già allora erano migliaia i migranti che d’estate popolavano le campagne del sud. Anche allora sfruttati, resi schiavi dalle organizzazioni criminali. Noi provavamo a dargli un posto decente per dormire, lavarsi, qualche pasto caldo. Sono passati 30 anni e non solo la situazione è peggiorata, ma abbiamo un ministro dell’Interno per cui la colpa della schiavitù è degli schiavi.

Ora, quelli più bravi di me a fare politica, diranno che se si parla troppo di questi argomenti e si finisce per fare  il gioco di Salvini e soci. Ma come si fa a stare zitti? Secondo l’ultimo ”Rapporto agromafie e caporalato” pubblicato l’estate scorsa dall’Osservatorio Placido Rizzotto della Flai Cgil, il business del lavoro irregolare e del caporalato in agricoltura vale 4,8 miliardi di euro mentre 1,8 miliardi sono di evasione contributiva. I lavoratori agricoli esposti al rischio di un ingaggio irregolare e sotto caporale sono 430 mila: di questi, più di 132 mila sono in condizione di ”grave vulnerabilità sociale” e ”forte sofferenza occupazionale”. Una delle poche cose buone della scorsa legislatura è stata proprio la legge contro il caporalato, che ha permesso l’operazione di polizia da cui sono partito. Speriamo che non la demoliscano. Questi dati ci raccontano con buona approssimazione il Paese che siamo diventati. Un Paese che ha paura dei migranti, chiede a gran voce che vengano cacciati, in cui però un bel pezzo di economia si regge proprio sulla loro presenza e sullo sfruttamento selvaggio della mano d’opera. E non c’è solo l’agricoltura ovviamente.

La colpa è della disperazione, ministro Salvini. E la colpa è di quella cultura ipocrita che tanto sta contribuendo a diffondere. La colpa è di quelli che vogliono chiudere i porti, costruire i muri alle frontiere. Che poi spesso non ci si accorge che è come se si volesse svuotare il mare con un cucchiaino da caffè. E troppo spesso i benpensanti difensori di non si capisce bene quale italianità sono quelli che poi caricano i loro furgoni di disperati e li portano nei campi. Sono quelli che gridano contro “gli zingari ladri” e poi li usano per smaltire rifiuti tossici.

Possiamo tacere di tutto questo perché se si affrontano questi temi si perdono voti? Oppure dobbiamo dire con forza che l’unico modo per combattere l’immigrazione clandestina e lo sfruttamento è proprio creare canali legali con cui si possa arrivare in Italia, senza passare per la mafia degli scafisti e senza finire in mano alla mafia dei caporali che gestiscono la mano d’opera nei campi e nei cantieri edili. La mattina lungo le strade principali di Roma, ma penso che succeda un po’ ovunque, ci sono centinaia di persone che aspettano sui marciapiede che arrivi il caporale e li carichi sui furgoni. Possiamo continuare a girare la faccia dall’altra parte?

Come è noto io sono contro ogni tipo di frontiera e trovo assurdo che mentre i capitali circolano senza alcun limite le persone siano ancora ancorate al proprio luogo di nascita. Trovo assurdo che una mera casualità, ovvero nascere in un paese ricco, sia la condizione prima per vivere in maniera decente. E’ il primo furto di questo mondo ingiusto organizzato secondo le regole del capitalismo. Viene ancora prima della proprietà privata. “Tu non puoi stare in questo Paese perché non sei nato qui”. Possibile non percepire l’assurdità di questa affermazione? Nasciamo tutti, nudi, sullo stesso pianeta. E dovremmo avere, tutti, il diritto di cambiare paese, non solo per necessità, ma anche solo “perché ci va”, proprio come afferma Giorgia  Meloni pensando di dire una cosa assurda.

Poi, certo, è chiaro che non possiamo parlare soltanto di immigrazione tutti i giorni per 24 ore al giorno. Bisogna trovare gli strumenti per garantire diritti sociali e civili a chi sta in nel nostro Paese, al di là della nazionalità e del colore della pelle. Altrimenti Salvini e quelli come lui continueranno ad avere gioco facile nel proporre questa guerra fra poveri, in cui la colpa del fatto che uno sta male è sempre di quello che sta ancora peggio di te. E in questo polverone quello che una volta si sarebbe chiamato “il nemico di classe” se la ride allegramente e continua a diventare sempre più ricco.

Che nessuno si scandalizzi, e la finisco qui, per quello che fanno gli ultras allo stadio, sono soltanto la faccia più cruda della nostra società. Anzi: almeno loro dichiarano apertamente il loro razzismo. Non piangono per i bambini africani con la pancia gonfia che si vedono in televisione salvo poi dire che “devono stare a casa loro.  Lo stadio è solo lo specchio di quello che siamo diventati. Inutile chiudere le curve, qua toccherebbe chiudere l’Italia.

Ho visto Salvini e mi sono detto…
Il pippone del venerdì/68

Set 7, 2018 by     No Comments    Posted under: Il pippone del venerdì

Intanto ben ritrovati, tutto bene? Passato bene agosto? Vi siete riposati e siete pronti a un nuovo anno politico? Beati voi, per quanto mi riguarda non mi sento pronto per niente. Anzi, se fosse possibile vorrei proprio  emigrare. Già il ritorno a Roma è come sempre traumatico. Passare in poche ore da un posto dove la mattina lucidano il marciapiede ai nostri abituali cumuli di immondizia non è facile. Per di più accendi un qualsiasi tg e ti chiedi se l’Italia sia sempre stata così e tu hai vissuto in una specie di bolla isolata o se sia drasticamente peggiorata negli ultimi decenni.

Ma la storia che volevo raccontarvi, tanto per tirarvi su il morale, è un’altra, anche se molto collegata. Partiamo dall’inizio. Facendo parte della razza di quelli che si fanno del male anche in vacanza, verso metà mese, insieme alla mia compagna abbiamo pensato bene di andare a sentire un’intervista a Matteo Salvini. Per di più l’intervistatore era Augusto Minzolini. Il luogo è uno di quelli storici di Marina di Pietrasanta, il Caffè della Versiliana, da ben 39 anni teatro di interessanti confronti estivi aperti a politici, uomini di cultura e di spettacolo di tutti gli orientamenti. Il cartellone di questa stagione, a dire il vero, mi è sembrato uno po’ spostato a destra. Solo un po’.

Intanto: folla delle grandi occasioni. In un’area con 300 posti a sedere ci saranno state almeno 2mila persone. Viste anche altre volte, non è da record, ma fino a poco tempo fa Salvini da queste parti non lo facevano proprio parlare. Anche questo è significativo. E’ lui il personaggio del momento, su questo davvero nessun dubbio. Il ministro dell’Interno arriva puntualissimo, applausi – moderati – e parte l’intervista, si fa per dire. Sì, perché tutto è meno che un’intervista. Già ce ne mette del suo Minzolini, uno che da tempo non è più il pungente giornalista che non guarda in faccia a nessuno e ha preferito trasformarsi un accomodante uomo di corte. Ma poi Salvini… che delusione. Non riesce proprio ad andare oltre il tuitte. Non risponde alle domande, già di per sé mielose e fa solo battutine. Le solite: pagare meno tasse, meno controlli agli imprenditori, via gli immigrati.

Per la cronaca, nei giorni successivi, proprio sulla spiaggia di Marina di Pietrasanta respingerà sdegnoso un venditore di colore che evidentemente non sapeva con chi aveva a che fare. Per fortuna Salvini non è ancora noto urbi et orbi, insomma. Ma torniamo alla storia principale: abbiamo resistito una mezz’ora, infastiditi da un lato dalla pochezza dell’oratore, dall’altro da una platea composta a occhio da una grande maggioranza di piccoli imprenditori del nord, vero brodo di coltura della Lega. Una platea che pendeva letteralmente dalle labbra di questo conducador de noantri.

Come siamo ridotti male, ragazzi. Già con Berlusconi avevamo toccato il fondo, ma il fascino era davvero differente. Poi ci è toccato Renzi e pensavamo che il fastidio per la politica italiana avesse di nuovo toccato il fondo. Ma con Salvini si è davvero continuato ostinatamente a scavare. Non tanto per i contenuti che esprime. Ma per la totale assenza di contenuti. Con Berlusconi e Renzi c’era un’idea di fondo, che si poteva apprezzare o meno ma c’era: hanno rappresentato due diverse declinazioni del liberismo internazionale. Salvini no. Non ha un’idea guida. Tira fuori soltanto – e lo fa con grande fiuto – i temi che gli portano consensi. Il sovranismo lo usa fino a quando gli conviene. Si guarda bene dal fare il ministro dell’Interno, si limita a una sorta di campagna elettorale permanente che lo porta a girare costantemente il nostro paese. Sarebbe interessante sapere quante ore passa al Viminale. Credo poche. Meglio il comizio continuo, sempre sugli stessi tasti, sventolati abbondantemente anche in Versiliana. Ogni opinione differente è un oltraggio. Ogni iniziativa avversa, sia pur della magistratura un complotto e al tempo stesso una medaglia da appuntare sulla sua camicia da battaglia. E’ il sistema che si oppone al cambiamento. Sull’ennesimo giudizio contrario alla Lega nella vicenda del sequestro dei fondi si è appellato addirittura alla Bibbia.

Insomma, il personaggio del momento è questo qui. Bravissimo a dire agli italiani quello vogliono sentirsi dire in un determinato momento. Capace perfino di far scordare a tutti che la Lega al governo non è poi ‘sta gran novità, basta pensare che la legge sull’immigrazione si chiama Bossi-Fini. La cosa a cui volevo arrivare però non è un mero giudizio su Salvini. Che non sia il mio politico preferito non mi pare una gran novità. Volevo porvi (pormi) la domanda angosciata, che mi gira in testa da quel pomeriggio alla Versiliana: se è vero che questo tizio è davvero poca roba – consistenza culturale zero, capacità oratoria modesta, mera capacità di annusare il vento – come fa ad avere consensi in crescita, ormai stabilmente oltre il 30 per cento?

La domanda, se ci pensate bene, è fondamentale per due ordini di motivi: il primo è che la risposta è necessaria per capire come mai siamo arrivati a questo punto. Il secondo perché da questa risposta dovremmo partire per riuscire a provare quanto meno a opporsi a questa ondata che sembra travolgere tutto. Credo che di questo parleremo ampiamente nelle prossime settimane. Questa volta la finisco qui, meglio tornare a ragionare gradualmente che il cervello già di per sé non è un granché, l’agosto l’arrugginisce ulteriormente.

Da Roma all’Italia, come si blocca un Paese.
Il pippone del venerdì/67

Ago 3, 2018 by     No Comments    Posted under: Il pippone del venerdì

Chi mi segue sa come la penso su Roma e sulla sindaca Raggi, sull’immobilismo che sta riportando questa città agli anni ’80, quelli della stagione finale delle giunte di pentapartito, in cui tutta la città era come avvolta da una cappa grigia. Una delle città più famose del mondo, con una ricchezza storica senza paragoni, era ridotta a una cittadina di provincia. Zero vita culturale, zero progetti di lungo respiro, zero manutenzione. Poi arrivò il ’93, la vittoria di Rutelli, una giunta comunale che fece ripartire la capitale. Con il nuovo sindaco e poi ancora di più con la vittoria di Veltroni, Roma tornò ad essere una metropoli di livello internazionale. Per i progetti in campo, per gli eventi che riempivano tutto l’anno. Siamo andati avanti fino a l’altro ieri con i progetti pensati in quella stagione. Serviva la fase due, realizzare una città più amica di chi ci abita e di chi la visita. Per qualità dei servizi, dei trasporti innanzitutto. Con Alemanno, al contrario, siamo tornati al grigiore, poi è arrivata la stagione di Marino e pur nel caos qualche timido segnale in questo senso c’era stato. Oggi la Raggi e l’ottuso senso della legalità di facciata a cui fanno appello i cinque stelle ha letteralmente paralizzato la città.

Faccio solo l’esempio della cacciata (per ora fortunatamente soltanto minacciata) della Casa internazionale delle donne. Una esperienza unica (e non solo in Italia), uno spazio che il Comune dovrebbe usare come fiore all’occhiello, rischia invece lo sfratto per una questione di canoni arretrati contestati dall’associazione e non pagati. Hanno provato a trovare una soluzione ma si sono scontrati con la legalità dei cinque stelle. La legge dice che dovete pagare, non avete pagato ve ne dovete andare. Poco importa quello che fai, il ruolo che hai nella città. Paradossalmente non viene sfrattata invece Casapound che occupa prestigiosi stabili nel centro di Roma. Evidentemente non avendo una convezione con il Campidoglio la sindaca non se ne occupa. Diciamo così.

Questo, ovviamente è soltanto un esempio. L’Estate romana, la straordinaria intuizione di Renato Nicolini, poi riportata agli antichi fasti da Gianni Borgna, non esiste più. Solo qualche bancarella piazzata qua e là. La stessa esperienza del cinema in piazza ha subìto un forte ridimensionamento. Anche qui la vicenda dei “ragazzi del cinema America” è esemplare di come agisca questa amministrazione. L’associazione si inventa una formula vincente, con le proiezioni in piazza San Cosimato. Tutto gratis, partecipazione di attori e registi per commentare insieme i film. Un gran successo, fino a quando l’assessore alla cultura non decide di mettere a bando l’iniziativa. Insomma, per realizzare una mia idea devo partecipare a una gara con altri. Se ci pensate bene è una follia. Anche perché di piazze ce ne sono tante, se altri soggetti avevano in mente di realizzare arene estive potevano farlo altrove. Nulla da fare, la legalità impone di mettere tutto a bando. Alla fine il bando è andato deserto e il prode assessore è dovuto andare dai ragazzi del cinema America a testa bassa e tutto si è risolto. Ma anche questo è sintomatico di quanti danni produca una pedissequa applicazione delle regole disgiunta dal buon senso.

Di progetti di lungo periodo non se ha traccia, della manutenzione della città non ne parliamo proprio.

Scusate se sono stato un po’ lungo, ma – lo dico soprattutto ai non romani – serviva per far capire quello che adesso rischiamo in Italia. In aggiunta al razzismo di Salvini, all’incompetenza di qualche ragazzotto messo a guardia di ministeri importanti, c’è anche questo. Il governo Salvini-Di Maio sta bloccando tutto. Che si sia d’accordo o meno sulla Tav, sull’Ilva, sul Tap, una decisione si dovrà pur prendere. E invece no. Stanno studiando i dossier. Calcolando che viviamo nel Paese più complicato del mondo, dove le leggi si sovrappongono e si smentiscono l’una con l’altra, con grande gioia di avvocati e tecnici vari, siamo messi male. Siamo sopravvissuti a tangentopoli e agli squali famelici della prima Repubblica, moriremo per la legalità di facciata dei Cinque stelle.

Sarà il caldo, sarà che ormai alle vacanze mancano ore e non più giorni, ma il senso di impotenza ormai prevale. L’unico provvedimento vero portato alle Camere in questi mesi è il cosiddetto decreto dignità. Un provvedimento messo in piedi da Di Maio per mettere un freno alla costante presenza mediatica di Salvini. Un decreto che contiene norme positive, come l’aumento degli indennizzi in caso di licenziamenti ingiusti o le norme che rendono meno convenienti i contratti a termine, ma alla fine sarà usato per reintrodurre i voucher. Insomma una roba né carne né pesce che non servirà a nulla. Senza dimenticare che quando si è trattato di votare la reintroduzione dell’articolo 18, sia pure limitato, i Cinque stelle hanno votato contro, alla faccia delle promesse della campagna elettorale. Su tutto il resto siamo, lo so mi ripeto, alla paralisi totale. Il tutto coperto dalle strillate di Salvini e soci con cui solerti colleghi riempiono giornali e Tg.

Ora, quanto durerà questo Governo non è dato saperlo. Di certo c’è che in queste condizioni rischiamo di arrivarci con un Paese più incattivito e ancora più stremato di quanto sia attualmente.  Non ci possiamo permettere la paralisi con i nostri conti e con l’economia che corre tutto intorno a noi. Ho sinceramente timore di cosa possano combinare questi cialtroni quando dovranno mettere mano alla legge di stabilità. Perché lì bisogna fare i conti con i numeri, non basterà l’oratoria volgare ma efficace dei leghisti a coprire il vuoto. Sarebbe allora il caso di attrezzarsi, di cominciare a fare opposizione, a costruire pezzi di alternativa. Anche questo l’ho già detto e scritto. Non che pretendo che qualcuno risponda. Ma il silenzio continua a essere totale. Si fanno polemiche sul nulla, non si mette in campo una pur minima iniziativa alternativa. Non è che basta presentare qualche emendamento scritto bene in parlamento. Stanno ancora giocando agli statisti, ballano sull’orlo del burrone senza accorgersene. A settembre, solo per dirne una, ci saranno le feste nazionali di Articolo Uno e di Sinistra Italiana. Farne una sola di Liberi e uguali? Eppure mica ci vuole un genio secondo me.

E insomma, non la faccio lunga e vi lascio con questo messaggio angoscioso. Non riesco a essere ottimista: servirebbe una sorta di calcio-mercato nella politica. Potremmo prenderci un Corbyn, uno Tsipras, un Sanders. L’unico problema sarebbe piazzare i nostri. Me li immagino ai giardinetti a dare da mangiare ai piccioni. Ma purtroppo rimarrà un sogno. Intanto, cari ragazzi, io me ne vado al mare. Ci vediamo a settembre.

Serve una nuova Resistenza, civile e politica.
Il pippone del venerdì/66

Lug 27, 2018 by     No Comments    Posted under: Il pippone del venerdì

Sono passati quasi 5 mesi dalle elezioni del 4 marzo. Abbiamo fatto decine di riunioni per cercare di capire cosa è successo, come ripartire. Assemblee, convegni, seminari, congressi. Poco più che sedute di autocoscienza che hanno messo a dura prova la pazienza di tutti noi. Di provare a fare opposizione, di costruire una visibile alternativa non se ne parla. Eppure, mi sbaglierò, ma io credo che malgrado tutto ci sia una parte di questo Paese, non so quanto grande, che attende con ansia che si manifesti una qualche forma di resistenza a questo governo.

Successe anche nel 1994. Si votò il 27 e 28 marzo e fu una sberla forse ancora più forte quella che abbiamo preso adesso. Perché allora speravamo di vincere, abbagliati dalla “gioiosa macchina da guerra” messa in campo da Achille Occhetto, uno dei nomi da segnare in alto nella lista dei grandi guastatori della sinistra italiana. Speravamo di vincere e ci ritrovammo con i fascisti di Alleanza nazionale al governo, il famoso 61 a zero per Berlusconi in Sicilia. Nel ’94 però i tempi di reazione sono stati rapidi. Giorni, poche settimane. Fu “il Manifesto” a lanciare la palla con un appello. Si potrebbe fare una grande manifestazione, si potrebbe fare a Milano, il 25 aprile. Cominciava più o meno così, se ben ricordo.  Ora, magari i puristi del politicamente corretto storceranno un po’ la bocca, perché il 25 aprile non è di parte. Ma all’epoca sembrò una grande idea, del resto avevamo i fascisti al governo e l’acqua di Fiuggi con la quale Gianfranco Fini aveva provato a bonificare il Msi non convinceva più di tanto. La fiamma missina ardeva alla base del simbolo di An, a ricordare da quale storia venissero. Quale data migliore dunque?

E allora partimmo in tanti. Treni, pullman, auto private. A Milano trovammo una pioggia ininterrotta che ci entrò nelle ossa. Non smise un attimo. Praticamente al ritorno pareva un treno di migranti dei primi del ‘900, con i panni stesi ad asciugare nei vagoni. Eppure avevamo tutti un gran sorriso in faccia. E non si dica che allora i partiti esistevano, non erano ancora ridotti agli attuali collettori di consenso. Non c’erano i partiti. C’eravamo noi. E da quella manifestazione, da quelle centinaia di migliaia di persone che invasero Milano arrivo la scossa che serviva. Si ripartì, si ricostruì un progetto alternativo a quello di Berlusconi che pochi giorno dopo sarebbe diventato presidente del Consiglio.

Certo, era un’Italia diversa, c’era ancora tanta “società”, i corpi intermedi, i sindacati non erano ancora stati svuotati dal lavoro precario, non c’erano i social, perfino i telefoni cellulari erano ancora un prodotto di nicchia. Si usavano solo per alcuni lavori. Perfino “il Manifesto”, giornale comunque d’élite, era più forte, aveva più radici nella società. Però io penso che anche adesso servirebbe una risposta simile. Una grande manifestazione popolare che metta insieme e dia respiro alle tante esperienze di resistenza civile che, con grande fatica, si sono comunque manifestate in questi mesi. E credo che un appuntamento del genere aiuterebbe anche il lavoro di ricostruzione di un partito della sinistra e di una alleanza di governo. Un partito che non può nascere dalla semplice somma di qualche esanime gruppo dirigente che cerca una via di salvezza per se stesso. E un’alleanza che non può essere la semplice somma di tante debolezze.

Serve una nuova Resistenza, lo dico con la dovuta enfasi, ma senza retorica. Perché siamo di fronte a un governo che se ne frega della Costituzione, delle regole elementari di civiltà come il soccorso in mare e punta soltanto a soddisfare la pancia del Paese creando nuove divisioni e scaricando le frustrazioni dell’Italia che non arriva a fine mese sui disperati della terra.

Serve una nuova Resistenza, e serve subito, uscendo dalla dimensione meramente civica che hanno assunto le proteste di questi mesi, dalle maglie rosse di Don Ciotti alla lotta ostinata di Saviano. Serve una dimensione politica e questa non può che nascere dalla piazza, da una grande manifestazione piena di tutti quei colori che il triste Salvini vorrebbe ridurre al grigio. Una giornata che non solo ci regali qualche sorriso in un periodo in cui di motivi per sorridere ne abbiamo pochi, ma rappresenti un punto di riferimento, dia coraggio a tutti quelli che non sono d’accordo, ma si sentono soli.

E guardate che anche questo conta. Dobbiamo far capire alla “maggioranza silenziosa” che non c’è solo Salvini in questo Paese, che c’è ancora chi non si arrende. Magari, poi, si prova a dare anche un segnale al Pd che in molti a sinistra vedono come alleato già oggi, ma continua a votare provvedimenti indecenti come le motovedette regalate ai signori della guerra libici. Invece di fare alleanza asfittiche, che sono forti solo nella testa di chi le concepisce, proviamo a ripartire dalle questioni concrete. Alleiamoci su una grande battaglia in difesa dei valori della Costituzione. A meno che per ribellarci non vogliamo aspettare che la Casaleggio e associati chiuda il Parlamento e lo sostituisca con una chat.
Ora vista l’inutilità dei partiti esistenti, anzi il danno quotidiano che provocano, io credo che debbano essere gli intellettuali, le personalità che in queste settimane hanno dato segni di esistenza in vita, a lanciare un appello. Una cosa semplice del tipo: ci vediamo il 15 settembre, a Roma.

Magari a San Giovanni, che porta bene.

Ma senza informazione si può ancora chiamare democrazia?
Il pippone del venerdì/61

Giu 22, 2018 by     No Comments    Posted under: Il pippone del venerdì

La chiamano disintermediazione, usando l’arte, tutta italiana, di impiegare parole incomprensibili ai più per nascondere la fregatura che ti stanno dando. Tradotta in parole povere significa che l’informazione non esiste più e tutto diventa comunicazione, propaganda. In cui non conta la notizia, il suo fondamento, ma soltanto la tua abilità nell’usare il mezzo. Vince chi strilla meglio e più forte. Non è cosa da poco conto, non è una difesa di ufficio di una categoria, la mia, quella dei giornalisti, che in Italia rischia la scomparsa. E, a dire il vero, non fa neanche molto per evitarla.

Il fenomeno è noto: la società della comunicazione, fra internet, social, mail, blog e chat favorisce la comunicazione diretta eliminando, di fatto, la necessità di una figura intermedia, quella del giornalista appunto, che faccia da “filtro” fra il soggetto che ha necessità di comunicare e il pubblico. Fin qui la teoria è nota, nulla di nuovo. Per cui ci sarebbe da immaginare una evoluzione dei mass media “tradizionali” nel senso dell’approfondimento, dell’inchiesta, del reportage, del commento. Facendo un po’ di storia è quello che è successo alla carta stampata con la diffusione di radio e televisione. Esempio classico: se la partita me la dà in diretta la televisione, che senso ha fare la cronaca il giorno dopo sul quotidiano? Ben poco. Per cui resta uno stringato riassunto dei fatti per chi non abbia visto la partita né gli infiniti programmi che ce la ripropongono in tutte le salse, ma poi si punta sull’approfondimento, dalle pagelle sui giocatori, sui retroscena, sulle prospettive per la prossima giornata di campionato. I quotidiani, negli anni, sono diventati sempre più simili ai settimanali di un tempo, insomma: meno notizie, più servizi, detta in gergo giornalistico. La notizia si prende meno spazio e si punta sull’analisi della stessa, insomma.

La stessa cosa si potrebbe pensare – coinvolgendo anche le televisioni questa volta, perché l’era social rischia di travolgere anche la maniera tradizionale di fare informazione sul piccolo schermo – in un’epoca in cui il reperimento della notizia non è più il problema. Anzi da decenni ormai il giornalista è diventato una sorta di imbuto. Permettetemi una specie di revival personale, tanto ‘sta settimana mi è presa così, non parlerò di politica in senso stresso. Ho cominciato a fare questo lavoro a Paese Sera, nei primi anni ’90. All’epoca internet era per pochi, si cominciava appena a usare il modem per trasmettere i pezzi alla redazione centrale. In quegli anni ancora dovevi rincorrere le notizie. I politici non inondavano le redazioni di comunicati. Iniziò, credo fu il primo in assoluto, un giovane consigliere comunale verde, Athos De Luca, che ti mandava un paio di fax al giorno, con notizie curiose che di solito finivano nelle “brevi”. Aiutava a riempire il giornale. Poi si unirono anche i carabinieri che ti inviavano stringate note sulle operazioni più importanti. Il resto te lo dovevi andare a cercare. Piantonavi le riunioni della giunta comunale per aspettare di sapere quali fossero le delibere approvate. Ti attaccavi al telefono per cercare i commenti di maggioranza e opposizione, degli esperti, dei comitati dei cittadini. Certo, c’erano le agenzie di informazione, ma anche queste erano una base, su cui poi lavorare. A me hanno insegnato, insomma, che se devi fare un pezzo importante, un’apertura di pagina, devi andare nei posti, parlare con le persone e guardarle in faccia.

La stessa esperienza, anzi l’esempio è anche più evidente, l’ho avuta nei giornali locali dove ho lavorato negli anni successivi. Lì, spesso, non avevi manco l’aiuto delle agenzie che ti inondano di notizie su Roma, ma di Mentana parlano una volta a settimana. E tu devi riempire cinque pagine, mica devi scrivere dieci righe. E allora sei sempre in giro. Comune, caserma dei carabinieri, pro-loco, anche il caffè al bar. Di notizie preconfezionate, se vuoi fare un prodotto che stia sul mercato, manco una.

Negli anni, lo accennavo prima, il giornalista, al contrario, è diventato sempre più un imbuto: un selezionatore di notizie più che un cercatore delle stesse. Perché la mole di comunicazione che arriva dalle varie fonti è diventata soverchiante e all’editore costa meno avere un “culo di pietra” che sta tutto il giorno davanti al computer a copiare e incollare comunicati piuttosto che assumere cronisti che vadano in giro a cercare notizie e, soprattutto, a verificarle prima di scrivere. Lasciando da parte la cronaca, provo a stringere il mio ragionamento sulla politica, perché è in questo campo che l’effetto è più evidente.

Credo che Berlusconi sia stato anche in questo “rivoluzionario”. Quando annuncia la sua discesa in campo non lo fa con una conferenza stampa, ma appronta un set, con tanto di libreria finta, si fa girare il comizio da un regista di fiducia e invia la cassetta a tutti i tg. Crea un precedente di cui in pochi intuirono la portata all’epoca. Il risultato è che non hai più la possibilità di interloquire con il politico, di fargli domande, di metterlo in difficoltà, ma diventi un semplice megafono, amplifichi il messaggio. Renzi è stato un altro punto importante di questo fenomeno. Basta pensare alle cosiddette e-news, ma anche alla settimanale diretta facebook che travalica il mezzo e viene ripresa puntualmente dalla maggior parte dei mass media. I video ormai quotidiani di Salvini e Di Maio non sono altro che l’estremizzazione della videocassetta di Berlusconi. La linea comunicativa è sempre quella: Grillo, negli anni passati, l’ha proprio teorizzata. Si comunica direttamente con i militanti e gli elettori, si evitano le trasmissioni televisive e i giornali perché sono un elemento del sistema di potere che vogliamo abbattere.

Il risultato a me sembra una sorta di ritorno all’epoca in cui la magia aveva più seguito della scienza. Il passaggio della comunicazione attraverso il giornalista non è soltanto l’imbuto che separa le notizie che si ritengono di interesse da quelle che non hanno rilevanza pubblica. Questa visione dell’informazione come una specie di trattamento rifiuti applicato alle notizie è quello che sta portando l’informazione stessa alla sua scomparsa. Il giornalista, al contrario, dovrebbe essere quello che ti mette in dubbio. Che dice: “Scusi ministro, ma quello che lei dice non è vero”. Rappresenta una sorta di verifica “scientifica” sulle notizie. La scomparsa di questa funzione, di fatto, ci riporta all’epoca della magia. Perché sui social, che – in questo sistema – tendono non solo ad essere fonte prioritaria di informazioni per molti di noi, ma fonte anche per i mass media tradizionali, non c’è il confronto, la verifica, ci sono soltanto comunità di tifosi che accettano per vere soltanto le notizie che sono più vicine al loro pensiero. Le fake news, insomma, diventano vere se sono in linea con quello che immaginiamo, se rispondono al nostro “mito magico”.

Esempio pratico: Renzi e i suoi sostengono che l’abolizione della legge elettorale sia colpa (o merito a seconda dei punti vista) del referendum costituzionale del 2016. In realtà è noto che il referendum ha riguardato la riforma costituzionale e non il cosiddetto Italicum, bocciato e corrette dalla Corte costituzionale con un atto che con la consultazione popolare non c’entrava nulla. La Corte rinviò il suo giudizio a una data successiva a quella del referendum per cortesia istituzionale, per evitare che quella sentenza potesse in qualche modo influenzare il voto. Tutto questo è facilmente documentabile, anche leggendo direttamente la sentenza, che è molto chiara. Ma volendo ci sono tonnellate e tonnellate di articoli sull’argomento. Non serve a nulla: la tesi dell’ex segretario del Pd non solo viene ripetuta di continuo, ma trova masse di “fedeli” per cui si tratta di una verità assoluta e non si fanno convincere. Siamo nel campo della magia, dell’assunto per fede e non più in quello del confronto scientifico. Il No al referendum è la causa di tutti i mali, compresi i calli ai piedi. Punto e basta.

Il vantaggio di questa situazione è che così come acquisisci con grande facilità un considerevole numero di fedeli, in maniera altrettanto facile li perdi. Anche in questo caso Renzi docet. È passato nel giro di pochi mesi dall’avere la fiducia del 70 per cento degli italiani, e addirittura il voto di più del 40 per cento di loro, a consensi sotto il 10 per cento, come è avvenuto nell’ultima tornata delle amministrative in larga parte del Paese. La società della comunicazione, insomma, crea i suoi eroi rapidamente, ma, al contrario della società magica del passato, li distrugge con rapidità addirittura maggiore.

Ma tutto questo non può essere sufficiente. Perché la corretta informazione del cittadino non è una robetta da poco, ma il presupposto stesso della democrazia. Il pluralismo delle voci non può soccombere alla voce di chi grida più forte. E bene farebbero i giornalisti e le loro associazioni a dare l’allarme con maggior forza. E bene farebbero, soprattutto, a tornare a fare il loro mestiere che non è quello di fare il collage delle dichiarazioni dei politici, di mettergli il microfono sotto il naso. Perché l’argine alla società della magia è la scienza, non inchinarsi allo sciamano di turno.

Attenzione a non farli diventare eroi.
Il pippone del venerdì/57

Mag 25, 2018 by     No Comments    Posted under: Il pippone del venerdì

Qua bisogna fare l’opposizione, non pensare di rivolgere contro il nuovo governo i metodi usati da loro. La ragione è semplice: se hanno funzionato contro la politica “tradizionale”, rischiano di essere un clamoroso boomerang contro i “nuovi” arrivati. L’esperienza l’abbiamo fatta a Roma, dove la disastrosa sindaca Raggi, eletta ormai 2 anni fa, vive ancora in una sorta di luna di miele infinita con buona parte dei cittadini. Che hanno sì gli occhi pieni del degrado della città, ma in testa ancora troppo vivi i ricordi di Alemanno, di Mafia Capitale e dei consiglieri del Pd che vanno alla chetichella dal notaio per sfiduciare il sindaco eletto dai cittadini. E sono ancora pronti a perdonare la sindaca bollata come “inesperta”, ma “sempre meglio dei ladri che c’erano prima”.

Vedo gli stessi rischi nelle dinamiche che si stanno sviluppando a livello nazionale. Qualche svista nel curriculum del presidente incaricato diventa una violentissima campagna di stampa. Ora, non che non sia grave, ma nulla in confronto a cosa hanno combinato i governi precedenti. Vogliamo parlare di Banca Etruria? O degli attici al Colosseo ricevuti in regalo? Siccome, poi, la campagna viene lanciata addirittura dal New York Times, rischia addirittura di sembrare la reazione dei poteri forti al cosiddetto governo del cambiamento. Ancora una volta si ripropone l’antitesi fra l’establishment – brutto e cattivo – e l’indistinto bisogno di “nuovo” che anima questo nostro confuso paese. E’ stato nuovo Berlusoni, poi è stato nuovo Renzi. Adesso il fatto che Conte sia anche uno sconosciuto ai più lo mette automaticamente in buona luce. E anche i contrasti con il presidente Mattarella sul nuovo ministro dell’Economia rischiano di essere un ulteriore tempo di questa partita che porta voti e consensi a Lega e 5 Stelle. Perché una cosa sono le prerogative del Presidente della Repubblica, tutte molto vaghe e applicate in misura variabile a seconda della forza dei partiti che ha di fronte, un’altra il sentire comune degli italiani. Ora, a me non sta particolarmente simpatico Savona, ma dire di no a Salvini per un mero dissenso politico sarebbe l’ennesimo regalo fatto alla Lega. Secondo me quasi quasi ci sperano addirittura. Il format è sempre lo stesso: vecchia politica moribonda che vuole bloccare il cambiamento. E l’immagine del morto che afferra il vivo e lo vuole portare con sé non è proprio delle migliori.

Io credo che l’opposizione sia un’altra cosa. Come era facile immaginare alla fine, con mille difficoltà e mille giravolte, alla fine un governo si sta facendo. Piaccia o non piaccia ce lo terremo a lungo. La Lega vuole prendere in pieno l’onda che la sta sospingendo sempre più in alto di giorno in giorno. I 5 Stelle hanno bisogno di mettere in campo i provvedimenti necessari a far capire che sono in grado di mettere in atto i programmi a lungo agitati come mere clave. E ricorrere ai vecchi rituali della politica per fare opposizione sarebbe un suicidio. Lo dicono i risultati delle ultime consultazioni: dal 4 marzo si è votato in 3 regioni e per la sinistra è stato un bagno di sangue dopo l’altro.

Sarà anche un test di scarsa rilevanza ma il Pd non entra nel consiglio regionale della Val D’Aosta. Dal 1946 il Pci, Il Pds e i Ds – dei quali i democratici continuano a dichiarararsi parzialmente eredi – non avevano mai avuto forza enorme ma erano sempre stati rappresentati. Meglio va alla sinistra propriamente detta che – saggiamente abbandonato il logo di Liberi e uguali, ma su questo torno dopo – ha preso il 7 per cento e tre consiglieri.

Non è questa la sede per entrare a fondo sui temi da mettere al centro dell’opposizione. Segnalo soltanto che mentre Lega e 5 Stelle stavano trattando su fisco, lavoro, ambiente, mettendo al centro del loro “contratto” i temi con cui ogni giorno gli italiani fanno i conti, il Pd svolgeva una fantascientifica assemblea nella quale l’argomento era più o meno questo: votiamo Martina come segretario fino al congresso stabilendo una data, oppure non lo votiamo e lo facciamo restare semplice reggente, sempre fino al congresso, ma senza indicare subito una data? Alla fine il principale partito dell’opposizione manco questo è riuscito a decidere, rimandando lo scontro furibondo a una successiva assemblea. Il tema era così delicato, insomma, da scomodare mille e passa delegati per ben due volte. Nelle stesse ore i leghisti spiegavano ai cittadini con gazebo sparsi per tutta Italia il programma del futuro governo. La differenza non è poca.

E meglio non va se si pensa alla sinistra propriamente detta. Anche in questo caso l’appuntamento è una assemblea nazionale che si svolgerà domani, sabato 26 maggio, in un hotel alla periferia di Roma. Ancora un luogo chiuso, quasi a simboleggiare un destino. Sui limiti di questa convocazione ho già scritto e quindi la faccio breve. Ma gli ultimi sviluppi sono esilaranti. Prima arriva una comunicazione in cui si invita chi vuole intervenire a mandare una mail. Pare che le richieste siano centinaia e questo del crescente bisogno di apparire in prima persona in ogni occasione dovrebbe essere materiale di ampia riflessione. Nulla però si sa dell’ordine del giorno dell’assemblea. Secondo le poche notizie che arrivano dai giornali anche in questo caso ci sarebbe uno scontro furibondo in atto: diciamo subito che vogliamo fare un partito o lo si fa al termine del percorso? Che partito facciamo? Unitario o federato? Che si allea con il Pd o no?

Io vi voglio bene, ma qui si sta esagerando. Io credo che sarebbe bene decidere intanto, formalmente, che faremo un partito. E poi avviare una fase di discussione, se non va bene la parola congresso perché vi pare che “escluda”, chiamiamolo anche piripicchio, l’importante è il concetto. Ma soprattutto bisogna tornare nelle piazze. Perché non lanciare, dal prossimo fine settimana, una specie di “operazione verità”? Mille gazebo in tutta Italia nei quali mandiamo deputati, dirigenti e militanti. Megafono in mano, come si usava una volta, a spiegare agli italiani perché il programma del governo andrà a impoverire tutti loro. La flat tax, la ventilata chiusura dell’Ilva, una politica suicida sull’immigrazione. Facciamo un volantino chiaro dove scriviamo – solo per fare un esempio – che la tassa uguale per tutti è un regalo ai ricchi. Senza tante perifrasi. Diciamo poche parole, ma comprensibili a tutti chiare: meno ore di lavoro per tutti, a parità di salario; patrimoniale per i ricchi, tasse più basse per i redditi medio bassi. Mi fermo, ma l’elenco sarebbe lungo.

Mi prendo, infine, poche righe per aprire un breve ragionamento sugli spazi sociali. Uno dei problemi della nostra società, credo che ormai ci siano arrivati tutti, è la mancanza di società. Non è un gioco di parole: viviamo in un mondo dove ci sono sempre più “singoli” e meno comunità. E la sinistra non può che battersi contro questo fenomeno. Ecco, credo che questo sia uno dei terreni di azione. Non basta, ad esempio, essere solidali con la Casa delle donne di Roma, minacciata di sfratto (la questione è più complessa, ma la faccio breve) perché in arretrato con gli affitti. Bisogna dire che le esperienze sociali devono avere spazi a costo zero. C’è un patrimonio pubblico non usato. Vecchie scuole, negozi, interi palazzi vuoti. Si faccia un bando: li affittiamo a costo zero a chi mi garantisce un uso sociale. Anche ai partiti, ai sindacati. Tutto quanto fa “società”, crea punti di aggregazione deve essere protetto e incentivato dal pubblico. Poi magari si controlla, si fanno verifiche sulle attività, in maniera da evitare che qualche furbetto ci si faccia il ristorante o l’albergo abusivo. La questione sarebbe complicata, magari ci tornerò.

La finisco qui, sperando che di proposte come questa si parli all’assemblea di Liberi e uguali e non di astratte alchimie. A proposito, dimenticavo: troviamo un nome e un simbolo, che dicano chiaramente chi siamo. Leu credo sia definitivamente bruciato dal 4 marzo.

Tranquilli, siamo tutti su scherzi a parte.
Il pippone del venerdì/55

Mag 11, 2018 by     No Comments    Posted under: Il pippone del venerdì

Sintetizzo il quadro in cui ci troviamo. Nasce il governo più a destra nella (breve) storia della nostra Repubblica, con i voti di quelli che mai avrebbero fatto alleanze con chi “aveva rovinato l’Italia negli ultimi 20 anni”. Ora accettano perfino Berlusconi nel ruolo di badante interessata. Allo stesso tempo il capo del principale partito di opposizione, quello che, nell’immaginario collettivo, rappresenta la sinistra che fa? Chiama i suoi elettori alla mobilitazione? No, ci mancherebbe altro. Dice: adesso stiamo a vedere se siete bravi, popcorn per tutti. Intanto quelli della sinistra vera, ancora rintronati dallo scarso risultato elettorale non sanno bene se convocare un’assemblea nazionale unitaria: “Che gli diciamo ai nostri?”, è l’angosciata domanda aleggiata nel vertice di giovedì scorso. Mentre ci pensano bene, il prossimo ministro dell’Interno potrebbe essere quello della ruspa, quello che vuole cacciare gli immigrati a pedate, mentre il ministro degli Esteri potrebbe essere uno di quelli che voleva un referendum sull’uscita dall’Europa.

Sembra davvero un grande scherzo televisivo, quello ordito ai danni degli italiani. Che assistono quasi intontiti da questi due mesi di trattative. I mass media ci hanno convinto che un governo va fatto, ci hanno messo in mezzo anche gli europei, i soliti moniti sui nostri conti. Mattarella ha paventato un immediato ritorno alle urne e, come di incanto, tutto si è sbloccato. Caduti i veti dei 5 stelle, garantito Berlusconi che non partecipa al governo ma sta lì in caso di necessità. Tirano un sospiro di sollievo i 900 e passa parlamentari che temevano di restare a piedi.

Ci sono stati casi di panico acuto in questi giorni. Abbiano letto interviste drammatizzanti, ad esempio, di Roberto Speranza, autonominato coordinatore nazionale di Articolo Uno – Mdp, che preconizzava l’esigenza di un “campo largo”, di una nuova alleanza di centro-sinistra, profondamente innovata nei contenuti e nei partiti, che facesse da argine ai due contendenti veri della scena politica. E’ lo stesso Speranza che dopo il 4 marzo diceva che Leu aveva preso pochi voti perché percepita troppo in continuità con il Pd. Giovedì era pronto a farsi guidare da Gentiloni. Abbiamo letto di telefonate preoccupate di Renzi a Salvini: “Ma davvero non ce la fate a fare il governo?” Tutti presi dal panico, perché avevano ben chiaro che rischiavano la scomparsa o, quantomeno, la definitiva certificazione della loro irrilevanza.

Lasciato da parte il cinema e i popcorn, ho scritto tutto questo per arrivare a una domanda vera, la stessa che vi ripeto – lo so sono ormai a livelli ossessivi – da qualche settimana: non è che aveva ragione Nanni Moretti e che con dirigenti così non vinceremo mai? E la domanda seguente, quasi conseguente: non è che per Leu il 4 marzo sarebbe stato meglio stare sotto il tre per cento e rimanere fuori dal Parlamento? Forse era quello l’unico modo di liberarci una volta per tutte da queste mezze figure. Uno strano mix di vecchie cariatidi ferme al ‘900 e di giovani cresciuti con gli ormoni come i polli da batteria: sembrano belli e sani, ma sono soltanto gonfiati. E invece quel risultato miserello, ma sopra il quorum, ottenuto da Liberi e Uguali ci ha consegnato questo gruppuscolo di 18 parlamentari che un confronto vero con i propri militanti non ce l’ha proprio in testa.

Sabato 12 maggio è previsto il primo appuntamento pubblico di Articolo Uno. Sono passati più di due mesi dalle elezioni. Dopo una batosta simile si immagina un lavoro preparatorio, intenso, un documento nazionale discusso ed emendato a livello locale. Assemblee di base per stabilire i delegati a questa importante assemblea. E invece no. Si sono svolte le assise regionali senza manco sapere quale fosse l’ordine del giorno, né tanto meno chi avesse diritto di voto: una specie di grande seduta di autocoscienza dove ognuno ha parlato a ruota libera. Quella del Lazio, addirittura, manco si è conclusa: è stata aggiornata alla settimana prossima. E domani? Ingresso libero, solita sfilata di sedicenti leader della sinistra nelle sue varie forme, i soliti noti. Dalla Falcone, a Cuperlo, a Fratoianni, a Orlando. Un lungo elenco di bolliti che dopo aver sbagliato tutto o quasi negli ultimi decenni ci verrà a spiegare come continuare a farlo. Il congresso, Articolo Uno lo farà con calma, entro la fine dell’anno. E soltanto perché questo prevede il regolamento per ottenere i finanziamenti del 2 per mille, l’unica forma rimasta di contributo pubblico. Ancora cinema, insomma. E neanche di alto livello.

Allora che fare? Io sarei sempre per ripartire da assemblee al di fuori e al di sopra rispetto ai partiti esistenti. Che sono soggetti ridicoli, che non esistono più se non per dare un po’di medagliette da dirigente. Assemblee aperte, dove non ci si chieda da dove veniamo ma dove vogliamo andare. Non mi sembra, purtroppo, che ci sia lo spirito giusto. E allora bisogna combattere con i pochi mezzi che abbiamo, dentro questi partitini. Io lo farò, per le limitate forze che ho, dentro Articolo Uno. In questi mesi le scadenze elettorali, la necessità di fare comunque fronte comune, mi hanno indotto troppo spesso al silenzio e alla ricerca del compromesso. Da adesso, davvero basta. Lotterò, magari da solo, ma le spalle sono atte allo scopo, con pochi punti da cui partire.

  • Dimissioni immediate del gruppo dirigente nazionale di Articolo Uno. Speranza per primo. Non è possibile che in due mesi non abbiano sentito l’esigenza di avviare un confronto e abbiano continuato a parlarsi unicamente tra loro. Unica preoccupazione: come garantirsi il ritorno in Parlamento in caso di un nuovo voto. Grazie, non mi interessa. Sia chiaro a tutti che quando parlano non rappresentano che loro stessi. E siccome manco vanno d’accordo, a volte neanche quello.
  • Avvio altrettanto immediato dei “Laboratori della sinistra unita” in ogni quartiere. Su questo molto ho già scritto. Articolo Uno nasce un anno fa con questo scopo dichiarato. Sarebbe assurdo che proprio adesso decidesse di diventare a sua volta un partito con la propria struttura. E allora nessun tesseramento, nessun nuovo gruppo dirigente, si riparta da una forma il più aperta e inclusiva possibile, quella del “laboratorio” appunto. L’obiettivo è arrivare in tempo relativamente breve alla costruzione di un partito unitario. Non una federazione, perché sarebbe una presa in giro, una sorta di certificazione del fallimento. Semmai una forma nuova di aggregazione politica dove l’adesione possa essere sia a livello personale che collettivo. Nei laboratori si dovrà discutere e deliberare su pochi punti: la forma partito, la collocazione europea della nuova forza politica, i cardini essenziali per la stesura di una carta dei valori.

 

Io credo che la situazione, sempre che non sia tutto un grande scherzo, sia quasi disperata ormai per questo Paese. Sarà davvero la fine del bipolarismo destra-sinistra? C’è chi lo teorizza, quasi lo auspica, senza capire che, senza una forza che torni all’analisi marxista della società e la traduca nel mondo contemporaneo, non ci sono nuovi traguardi, c’è soltanto lo strapotere dei forti sui deboli. C’è il ritorno a una società dominata da quella élite che abbiamo combattuto dall’800 a oggi. Io credo che l’Italia sia una sorta di prova generale, siamo una specie di provetta dove i giganti della finanza sperimentano. E sarebbe bene che questo virus fosse isolato e battuto. Se ognuno di noi fa la sua parte con lo spirito che dicevo sopra ce la potremmo anche fare. Diciamolo in ogni occasione, nei partiti e nei movimenti di cui facciamo parte: non ci sono alleanza né campi da ricostruire, dobbiamo ripartire da noi stessi, dobbiamo ritrovare la capacità di parlare al nostro blocco sociale di riferimento. Prima la sinistra. Diciamolo forte, in ogni assemblea.

Cerca

mese per mese

aprile: 2019
L M M G V S D
« Mar    
1234567
891011121314
15161718192021
22232425262728
2930