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La sinistra sono io e voi non siete un…
Il pippone del venerdì/79

Nov 30, 2018 by     No Comments    Posted under: Il pippone del venerdì

Girando e curiosando fra le varie fasi costituenti di questi giorni mi sono reso conto di alcuni elementi che potrebbero sembrare particolari irrilevanti, ma con cui, in realtà, secondo me dovremmo fare bene i conti. In primo luogo abbiamo un po’ tutti la tendenza a ritenerci depositari della verità assoluta. Un po’ come quando esisteva il Pci e dicevamo che non poteva esistere nulla a sinistra del Partito. Che non a caso aveva la P maiuscola. Solo che allora, il fatto non è da poco, c’era – appunto – il Pci. Ovvero un partito che aveva quasi due milioni di iscritti e arrivava a dodici milioni di voti. Anche all’epoca, in realtà, l’affermazione era almeno presuntuosa, però aveva un suo fondamento: nel momento in cui c’era una casa comune dei comunisti italiani, da Amendola a Ingrao, era lecito guardare con sospetto  a chi si chiamava fuori. Adesso, nel suo complesso, il campo della sinistra italiana non arriva al 10 per cento dei voti. Gli iscritti ai vari micro partiti sono meno, sempre nel complesso, di 100mila. Non a caso, di anno in anno, le costituenti, i cantieri che si aprono, i campi larghi da esplorare, sono sempre di più ma si svolgono in sale sempre più intime. E ultimamente neanche troppo piene.

Il secondo dato è che, anche all’interno della stessa formazione politica siamo come monadi separate, dove non solo tutti parlano male di tutti. Al chiacchiericcio che ha sostituito la sana battaglia politica ormai ci siamo abituati. Il dramma vero è che nessuno ascolta più gli altri, né si sente rappresentato da altri. Assistito a riunioni dove se i presenti sono venti intervengono tutti e venti, con ragionamenti completamente slegati fra loro. Una specie di seduta di autocoscienza continua. Il bisogno di apparire, di affermarsi personalmente, ha ormai sostituito il riconoscimento delle capacità dell’altro. Sarò anche questo un frutto avvelenato della nostra società sempre più individualista?

Il terzo dato è la scomparsa del “popolo”. A parlare, sempre più spesso, sono sedicenti intellettuali, esperti di non si sa bene cosa, portatori di non si capisce bene quale messaggio superiore. E pretendono sempre di insegnarti qualcosa, di spiegare al muratore come si fa un muro, all’idraulico come si monta un rubinetto, allo sfruttato come bisogna lottare per i propri diritti. E’ qualcosa che va oltre la spocchia, è una superiorità aristocratica conclamata. Non ci si interroga, non si ascolta. Si proclama. Noi siamo, noi spieghiamo, noi vogliamo. Ora, in Italia la sinistra funzionava quando era fusione di popolo e intellettuali, quando i lavoratori parlavano del lavoro, gli intellettuali si confrontavano con loro e da lì nasceva la “linea”. Quando abbiamo cominciato a imporre le riforme dall’alto, quando abbiamo perso le nostre radici, non ne abbiamo più azzeccata una. La lezione, almeno questa, dovremmo averla imparata. E invece no. L’operaio, il precario, sono soltanto figurine che si mettono sui palchi perché fa tanto fico. Un po’ come avere l’amico gay qualche anno fa. Ma ci si ferma lì. E così andiamo a salvare naufraghi nel mediterraneo – cosa sacrosanta per carità – ma siamo lontani mille miglia dai tanti naufraghi che abbiamo nelle metropoli cattive che abbiamo costruito. Il popolo non ci vota perché non siamo popolo.

E allora di cosa avremmo bisogno? Io continuo a sostenere che servirebbe un grande sforzo culturale di analisi riprendendo nel cassetto i “vecchi” arnesi marxiani che sarebbero tanto utili nella società di oggi. Non solo dovremmo essere alternativi al neoliberismo che di danni ne ha fatti anche dalle nostre parti, ma tornare ad essere alternativi al modello di sviluppo capitalistico, perché è il capitalismo stesso a generare quel mondo dispari che ci ritroviamo nelle mani.

Non pretendo tanto. Se dici certe cose ti dicono che sei un comunista e se gli rispondi “certo” si sconvolgono.  In una situazione come la nostra anche erigere una barricata sufficientemente alta per ripararci dall’onda nera che ci sta travolgendo sarebbe un miracolo. Cosa hanno fatto da altre parti? Perché in altri paesi la sinistra resiste, in alcuni casi torna addirittura a essere egemone? In Italia l’ultima esperienza di sinistra con una certa consistenza è stata Rifondazione Comunista, tutti gli attuali partitini nascono da lì, da un soggetto politico che aveva una discreta consistenza, una buona organizzazione, una attività militante diffusa. Poi più nulla. Altrove, penso alla Francia, alla Spagna, ma anche agli inglesi, la sinistra resiste se: 1) riesce a rinnovarsi radicalmente, 2) trova un leader convincente in grado accompagnare il rinnovamento, 3) trova delle forme organizzative che garantiscano un po’ di continuità. Non fanno, insomma, una fase costituente al giorno.

Noi un leader convincente non ce lo abbiamo. Facciamocene una ragione. E anche l’idea del “papa straniero”, al decimo fallimento consecutivo, dovrebbe essere rapidamente accantonata.  Se facciamo l’elenco, da Prodi fino ad arrivare a Grasso, dovremmo capire che forse è proprio sbagliata l’idea in sé, che la sinistra dovrebbe formare la sua classe dirigente nella lotta politica e poi proporla e sperimentarla, non creare leader in laboratorio, incoronarli con un applauso con l’illusione di riuscire poi a controllarli. Poi questi si montano la testa e finisce male. Sempre.

Quanto al rinnovamento, faccio notare che ormai alle riunioni ci si conosce un po’ tutti. Perfino i ragazzi, pochi, che ogni tanto compaiono sembrano meri cloni dei più anziani. Con tutti i loro difetti, con tutte le loro debolezze. E poi c’è questa cosa che a me mi fa impazzire: il rinnovamento va bene, ma mai per se stessi. Sono sempre gli altri, nel segno della rottamazione continua a doversi fare da parte. E così ci ritroviamo ultrasessantenni con un onesto passato nelle retrovie della prima repubblica che ti diventano all’improvviso i paladini acerrimi del rinnovamento. Altrui.

L’altra cosa che trovo insopportabile è la società civile. Serve la società civile, basta con i partiti, le energie presenti nella società da valorizzare. Ma che noia questa stanca ripetizione di ricette fallite. Ora, le energie ci sono davvero, lo vediamo nel movimento delle donne, degli studenti, nelle manifestazioni contro il razzismo. Ma ai movimenti serve una sponda politica, un luogo dove le istanze che rappresentano diventano stabili, diventano patrimonio comune. Altrimenti, è la natura stessa dei movimenti a dircelo, si accendono, divampano e poi si spengono senza lasciare sedimenti significativi.

E allora che fare? Costruire una casa stabile, che non cambiamo ogni tre mesi, che non abbia come orizzonte soltanto le prossime elezioni, ma nella quale trovare riparo. Io resto convinto che almeno questo si possa realizzare in tempi brevi: dare alla sinistra un luogo di confronto di elaborazione, di selezione della classe dirigente. Come? Non dal basso, o almeno non soltanto. I partiti non nascono mai solo dal basso o solo dall’alto. Nascono seguendo esigenze storiche, fondendo militanza e classe dirigente. Sono processi più complessi. Ma per essere credibile e stabile il partito che ho in mente deve valorizzare la partecipazione e il metodo democratico. Non è che abbia la pretesa di essere maggioranza, tra l’altro mi succede di rado, ho però la pretesa di poter discutere le proposte, di poter contribuire a eleggere la classe dirigente. Dove non ci possono essere più “nominati”, quelli che ci sono sempre “di diritto”.

Insomma, continuerò a partecipare, per quanto mi sarà possibile, a tutti gli appuntamenti in cui si parlerà di questi temi. Secondo me ci sono ancora le condizioni per costruire un percorso che non rappresenti un ritorno al passato, che aggreghi e non divida ulteriormente. Un po’ meno spocchia e più umiltà da parte di tutti non guasterebbe. Ma è merce rara.

Sciogliere Leu? Non capisco e non mi adeguo.
Il pippone del venerdì/77

Nov 16, 2018 by     No Comments    Posted under: Il pippone del venerdì

Allora, di solito non mi adeguo per ragioni di opportunità neanche quando capisco, figuriamoci quando non capisco. Riassumo per gli amanti del brivido. Il 4 marzo si è presentato alle elezioni politiche un raggruppamento elettorale di sinistra, Liberi e Uguali, nato dall’unione di tre partiti: Sinistra Italiana, Possibile e Mdp. I tre rispettivi leader, nel momento stesso in cui hanno individuato in Pietro Grasso la figura guida di Liberi e Uguali, hanno dichiarato solennemente che quel cartello elettorale, subito dopo le elezioni, sarebbe diventato un partito unitario. Per la prima volta da decenni, insomma, a sinistra si metteva in campo un processo di aggregazione. Il risultato elettorale non ha premiato questo tentativo: il 3,4 per cento ottenuto è un risultato quantitativamente inferiore alle attese, non qualitativamente. Perché puoi prendere il 5 o il 3 ma conti sempre poco se non consideri quei voti una base su cui costruire un futuro più consistente. Così non è avvenuto. Evidentemente Leu era considerato un semplice autobus per confermare un gruppetto di parlamentari. L’elettorato lo ha capito e non ci ha premiato.

Il 5 marzo, malgrado le promesse, si sono sfilati immediatamente i compagni di Possibile, subendo  a loro volta una scissione. Ancora prima l’ex presidente della Camera, Laura Boldrini, aveva dato vita a un suo movimento.  A maggio l’assemblea nazionale di Liberi e Uguali ha deciso di continuare comunque la costruzione del partito, dandosi delle precise scadenze. Poco dopo è stato nominato, non si sa bene con quali criteri e proposto da chi, un comitato promotore nazionale, in molte città sono nati i comitati locali, è stata avviata una campagna di pre-adesione. Io, a oggi, sono iscritto a Liberi e Uguali.

Da lì, il nulla. Prima si è chiamata fuori Sinistra Italiana dando la colpa a Grasso e a Mdp, poi Mdp ha annunciato che, visto che era finita l’esperienza di Leu per colpa di Si e di Grasso avrebbe dato vita, a sua volta, a una fase costituente. Appuntamento il 16 dicembre. In tutto questo non c’è stato un solo momento collettivo in cui poter discutere. Anche l’ex presidente di Lega Ambiente, Rossella Muroni, nel frattempo, ha annunciato, nel frattempo la volontà di costruire un suo partito, i nuovi verdi.

In mezzo al guado, a partire dal mese di ottobre, alcuni comitati locali di Leu hanno cominciato a parlarsi, a incontrarsi e hanno lanciato l’idea di vedersi tutti quanti a Roma il 24 novembre. Per discutere insieme, appunto, e vedere se ci sono le condizioni per proseguire. Al momento, gli unici ad aver risposto presente fra i dirigenti sono Grasso e Laforgia, senatore, ex capogruppo di Mdp alla Camera.

Tirando le somme, allo stato attuale, tralasciando alcune figure minori e patrioti vari, allo stato attuale da Liberi e Uguali rischiano di nascere almeno 6 partiti. Si fa per dire. Diciamo che rischiano di nascere 6 segreterie nazionali. Alle elezioni europee, per essere concreti, nella migliore delle ipotersi potremmo dover scegliere fra il partito di Grasso e Laforgia, la formazione di Boldrini e Smeriglio, il nuovo raggruppamento fra Sinistra Italiana e Rifondazione, il partito rosso-verde annunciato da Speranza. In più avremo Pap, i soliti sei, sette partiti comunisti, Possibile da qualche parte si andrà a collocare. Una roba che viene voglia di metter su casa nella foresta amazzonica, altro che nel bosco di bersaniana memoria.

Fin qui la descrizione della situazione, mi perdonerete la rozzezza delle semplificazioni, ma altrimenti servivano due pipponi. Ora provo a dire la mia. Intanto non capisco. Ma davvero, non è una provocazione. Non capisco la differenza fra la fase costituente che propongono Grasso e Laforgia e quella che propone Speranza. L’unica differenza che percepisco chiaramente è che si tratta di due progetti distinti. Per quali ragioni non è dato sapere. A meno che non si voglia davvero sostenere che ci si divide sul metodo da adottare per prendere le decisioni: solo online? Solo nelle assemblee fisiche? Sono problemi seri che attanagliano il Paese intero. Almeno Sinistra Italiana e Mdp sembrano avere differenze di prospettiva: a quale gruppo aderire una volta eletti nel Parlamento europeo? Presentare o no la lista di Leu alle elezioni? Certo, ci sarebbe piaciuto dire la nostra, ma capiamo che praticare sul serio un percorso di partecipazione democratica è più complesso che annunciarlo. Invece tra Speranza e Grasso le divisioni sono davvero incomprensibili. L’unica cosa certa è che le opposte tifoserie sono già al lavoro. E quando partono gli ultras tutto è perduto. Non c’è più il ragionamento, non c’è più il confronto, tutto si riduce al “serrate le file” della propaganda.

Io credo, però, che possiamo ancora fermarci a riflettere e creare le condizioni per il rilancio di una forza che abbia una forte tensione unitaria. Il tempo non è ancora esaurito. E credo che l’occasione, l’ultima, possa diventare proprio l’assemblea nazionale lanciata dai comitati locali per il 24 novembre. Le condizioni per farla diventare un appuntamento costruttivo sono chiare, ma non semplici. Intanto bisogna arrivarci con la mente aperta, non con i paraocchi del tifoso. E poi bisogna invitare tutti, ma proprio tutti. Da Lotta Comunista fino alla sinistra del Pd, direi tanto per chiarire il campo a cui secondo me dovremmo provare a rivolgerci. Dovremmo guardarci in faccia e capire che il momento è talmente grave che non si può stare a sottolineare le virgole che ci differenziano. A me sembra che un buon punto di partenza per la discussione sia il documento proposto da Grasso. Non è perfetto, ma è una base che non mi sembra si distanzi in maniera così profonda da quello consegnato sabato scorso al coordinamento nazionale di Mdp. Assumiamo quel documento, facciamo ripartire un movimento unitario con quel percorso che avevamo immaginato. Creiamo in ogni città dei luoghi in cui discutere unitariamente, non per partiti separati. E da lì diamo la spinta necessaria a superare le difficoltà. In parallelo si può eleggere (non nominare per carità) una commissione nazionale che prepari poche e semplici regole per adesioni e percorso congressuale. Il tutto entro gennaio.

C’è il rischio, lo sento già molto presente nelle discussioni online, che, invece, l’assemblea del 24 novembre diventi il luogo in cui ci si limiti a sancire le divisioni e si fa nascere non Liberi e Uguali, ma l’ennesimo partitino senza prospettiva. E’ perfino facile: si parte con le accuse ai gruppi dirigenti inadeguati, ci si autointesta la rappresentanza esclusiva della base, si affibbiano colpe a destra e a manca. Basta un attimo e  ci si ritrova intruppati al seguito di qualche aspirante leader. La prospettiva francamente non mi alletta un granché. Come si dice a Roma: peppa per peppa mi tengo peppa mia. Eppure, prima di prendere la strada della foresta, secondo me vale la pena di fare l’ultimo tentativo. Parliamoci con sincerità, ascoltiamoci con attenzione e valutiamo insieme. Ci sarà tempo per creare un gruppo dirigente nuovo, mettendo alla prova tutti noi nel processo unitario.
Non mi adeguo, lo ribadisco. E, lo spero davvero, credo che il 24 novembre saremo in tanti a non adeguarci.

E io me ne vado a Cuba.
Il pippone del venerdì/73

Ott 12, 2018 by     No Comments    Posted under: Il pippone del venerdì

Nei giorni scorsi, nel corso di una chiacchierata, mi sono trovato a dover illustrare a mio figlio diciassettenne l’esistenza in Italia di un Pci, un Pc, un Prc. Ovvero, per i non addetti ai lavori, tre partiti che si ispirano al comunismo. In realtà le sigle che contengono la parola magica sono molte di più, ma siccome non siamo provvisti di microscopio elettronico ci siamo limitati alle tre più note. Ovviamente non mi sono addentrato sulle ragioni dell’esistenza di forze comuniste distinte, ma solo a una descrizione statica. Né ho provato a spiegargli perché Potere al popolo e Liberi e Uguali, liste nate prima delle scorse elezioni con la medesima ambizione di creare una nuova voce unitaria della sinistra, si siano presentate separate, né, tantomeno, perché adesso siano a loro volta sull’orlo di una nuova spaccatura. Potere al popolo si è addirittura diviso sulle modalità con cui le proposte di statuto sono state pubblicate sul sito. Alla votazione, per dovere di cronaca, hanno partecipato circa 4mila persone su 9mila iscritti complessivi. Ora Rifondazione, si vocifera, potrebbe bloccare l’uso del simbolo.

La discussione dentro Liberi e Uguali (sempre per partiti separati, non sia mai che ci si vede tutti insieme) nel frattempo prosegue con un irrisolvibile tira e molla fra chi vuole allearsi con Potere al popolo e De Magistris e chi guarda al Pd di Zingaretti. Nel Lazio, dove siamo sempre un passo avanti, un nutrito gruppo di dirigenti e amministratori vari è già salito sul carro del presidente della Regione, con la benedizione dell’assemblea di Mdp. Mi auguro che qualche zelante funzionario non mi chieda di fare i nomi, basta usare google e leggere i documenti approvati. Per farla breve: secondo quelli di Sinistra italiana Leu non si farà per colpa di Mdp, per quelli di Mdp Leu non si farà per colpa di Sinistra italiana. Tutti d’accordo solo nel dire che le colpe maggiori le ha Grasso. Che magari non sarà proprio un leader di prima grandezza ma, francamente, mi sembra meglio della marmaglia assetata di strapuntini che lo attornia. Liberi e Uguali, diciamolo, è morto.

Insomma, la situazione è al limite della farsa. Unica nota positiva di questi giorni è che le grida di allarme e di dolore che sento sono (forse) meno isolate e, con molta lentezza, si stanno mettendo in rete. Diverse zone di Roma, della provincia, il coordinamento milanese, molti compagni toscani hanno cominciato ad agitarsi in forma meno isolata e stanno provando a costruire un appuntamento comune. Un primo tentativo ci sarà a Roma il 20 ottobre (cliccando qui trovate il documento), ma sono molti gli spunti interessanti che si trovano in rete, come la petizione lanciata dal coordinamento del VII Municipio. Il percorso sarà lungo e l’esito è davvero non scontato. Siamo appena ai preliminari. L’importante è partire avendo, secondo me, poche ma chiare coordinate. La prima è spazzare via questi gruppuscoli dirigenti che ormai guardano soltanto alla propria salvezza e non riescono ad avere uno sguardo oltre l’oggi. Non sono cattivi, sono proprio poca cosa. Archiviamoli con decisione.

Resto pessimista e resto convinto che bisogna darsi un orizzonte lungo, evitando accelerazioni elettorali. E magari anche aprendo un confronto con quello che resta di Potere al popolo. Anche loro, se si sbarazzano davvero della zavorra di Rifondazione, sono un soggetto con il quale mi piacerebbe discutere. Da pari a pari. Sono anticapitalisti e antiliberisti, hanno in mente una forma di soggetto politico interessante, dove l’agire va di pari passo rispetto all’elaborazione ideale. Insomma una sorta di Syriza all’italiana. Perché non avviare un percorso comune di confronto per valutare se ci sono le condizioni per buttarsi alle spalle qualche divisione artificiosa? Io resto convinto che tutte le divisioni di questi anni siano il risultato di dirigenti litigiosi che appena vedono venir meno il loro ruolo si fanno il proprio partitino personale. Sarebbe il caso, lo so sono ripetitivo ma serve, di lasciarli a parlare da soli. Manco se ne accorgono secondo me. E di finirla con il classico “io con quelli mai perché vent’anni fa…”. Parlandosi potremmo scoprire di essere meno diversi di quello che sembra guardandosi da lontano.

Credo anche che nelle prossime settimane, però, si avrà un po’ di chiarezza in più. Inutile dilungarsi oltre adesso. E allora per questa volta la faccio davvero breve e vi lascio alle vostre beghe italiche. E’ molto dura abbandonare questo momento così effervescente e brillante dal punto di vista intellettuale, ma il dovere mi chiama: preparo le valigie e me ne vado a Cuba. Dove spero di non sentire parlare di voi. Ci vediamo fra 15 giorni.

Da Roma all’Italia, come si blocca un Paese.
Il pippone del venerdì/67

Ago 3, 2018 by     No Comments    Posted under: Il pippone del venerdì

Chi mi segue sa come la penso su Roma e sulla sindaca Raggi, sull’immobilismo che sta riportando questa città agli anni ’80, quelli della stagione finale delle giunte di pentapartito, in cui tutta la città era come avvolta da una cappa grigia. Una delle città più famose del mondo, con una ricchezza storica senza paragoni, era ridotta a una cittadina di provincia. Zero vita culturale, zero progetti di lungo respiro, zero manutenzione. Poi arrivò il ’93, la vittoria di Rutelli, una giunta comunale che fece ripartire la capitale. Con il nuovo sindaco e poi ancora di più con la vittoria di Veltroni, Roma tornò ad essere una metropoli di livello internazionale. Per i progetti in campo, per gli eventi che riempivano tutto l’anno. Siamo andati avanti fino a l’altro ieri con i progetti pensati in quella stagione. Serviva la fase due, realizzare una città più amica di chi ci abita e di chi la visita. Per qualità dei servizi, dei trasporti innanzitutto. Con Alemanno, al contrario, siamo tornati al grigiore, poi è arrivata la stagione di Marino e pur nel caos qualche timido segnale in questo senso c’era stato. Oggi la Raggi e l’ottuso senso della legalità di facciata a cui fanno appello i cinque stelle ha letteralmente paralizzato la città.

Faccio solo l’esempio della cacciata (per ora fortunatamente soltanto minacciata) della Casa internazionale delle donne. Una esperienza unica (e non solo in Italia), uno spazio che il Comune dovrebbe usare come fiore all’occhiello, rischia invece lo sfratto per una questione di canoni arretrati contestati dall’associazione e non pagati. Hanno provato a trovare una soluzione ma si sono scontrati con la legalità dei cinque stelle. La legge dice che dovete pagare, non avete pagato ve ne dovete andare. Poco importa quello che fai, il ruolo che hai nella città. Paradossalmente non viene sfrattata invece Casapound che occupa prestigiosi stabili nel centro di Roma. Evidentemente non avendo una convezione con il Campidoglio la sindaca non se ne occupa. Diciamo così.

Questo, ovviamente è soltanto un esempio. L’Estate romana, la straordinaria intuizione di Renato Nicolini, poi riportata agli antichi fasti da Gianni Borgna, non esiste più. Solo qualche bancarella piazzata qua e là. La stessa esperienza del cinema in piazza ha subìto un forte ridimensionamento. Anche qui la vicenda dei “ragazzi del cinema America” è esemplare di come agisca questa amministrazione. L’associazione si inventa una formula vincente, con le proiezioni in piazza San Cosimato. Tutto gratis, partecipazione di attori e registi per commentare insieme i film. Un gran successo, fino a quando l’assessore alla cultura non decide di mettere a bando l’iniziativa. Insomma, per realizzare una mia idea devo partecipare a una gara con altri. Se ci pensate bene è una follia. Anche perché di piazze ce ne sono tante, se altri soggetti avevano in mente di realizzare arene estive potevano farlo altrove. Nulla da fare, la legalità impone di mettere tutto a bando. Alla fine il bando è andato deserto e il prode assessore è dovuto andare dai ragazzi del cinema America a testa bassa e tutto si è risolto. Ma anche questo è sintomatico di quanti danni produca una pedissequa applicazione delle regole disgiunta dal buon senso.

Di progetti di lungo periodo non se ha traccia, della manutenzione della città non ne parliamo proprio.

Scusate se sono stato un po’ lungo, ma – lo dico soprattutto ai non romani – serviva per far capire quello che adesso rischiamo in Italia. In aggiunta al razzismo di Salvini, all’incompetenza di qualche ragazzotto messo a guardia di ministeri importanti, c’è anche questo. Il governo Salvini-Di Maio sta bloccando tutto. Che si sia d’accordo o meno sulla Tav, sull’Ilva, sul Tap, una decisione si dovrà pur prendere. E invece no. Stanno studiando i dossier. Calcolando che viviamo nel Paese più complicato del mondo, dove le leggi si sovrappongono e si smentiscono l’una con l’altra, con grande gioia di avvocati e tecnici vari, siamo messi male. Siamo sopravvissuti a tangentopoli e agli squali famelici della prima Repubblica, moriremo per la legalità di facciata dei Cinque stelle.

Sarà il caldo, sarà che ormai alle vacanze mancano ore e non più giorni, ma il senso di impotenza ormai prevale. L’unico provvedimento vero portato alle Camere in questi mesi è il cosiddetto decreto dignità. Un provvedimento messo in piedi da Di Maio per mettere un freno alla costante presenza mediatica di Salvini. Un decreto che contiene norme positive, come l’aumento degli indennizzi in caso di licenziamenti ingiusti o le norme che rendono meno convenienti i contratti a termine, ma alla fine sarà usato per reintrodurre i voucher. Insomma una roba né carne né pesce che non servirà a nulla. Senza dimenticare che quando si è trattato di votare la reintroduzione dell’articolo 18, sia pure limitato, i Cinque stelle hanno votato contro, alla faccia delle promesse della campagna elettorale. Su tutto il resto siamo, lo so mi ripeto, alla paralisi totale. Il tutto coperto dalle strillate di Salvini e soci con cui solerti colleghi riempiono giornali e Tg.

Ora, quanto durerà questo Governo non è dato saperlo. Di certo c’è che in queste condizioni rischiamo di arrivarci con un Paese più incattivito e ancora più stremato di quanto sia attualmente.  Non ci possiamo permettere la paralisi con i nostri conti e con l’economia che corre tutto intorno a noi. Ho sinceramente timore di cosa possano combinare questi cialtroni quando dovranno mettere mano alla legge di stabilità. Perché lì bisogna fare i conti con i numeri, non basterà l’oratoria volgare ma efficace dei leghisti a coprire il vuoto. Sarebbe allora il caso di attrezzarsi, di cominciare a fare opposizione, a costruire pezzi di alternativa. Anche questo l’ho già detto e scritto. Non che pretendo che qualcuno risponda. Ma il silenzio continua a essere totale. Si fanno polemiche sul nulla, non si mette in campo una pur minima iniziativa alternativa. Non è che basta presentare qualche emendamento scritto bene in parlamento. Stanno ancora giocando agli statisti, ballano sull’orlo del burrone senza accorgersene. A settembre, solo per dirne una, ci saranno le feste nazionali di Articolo Uno e di Sinistra Italiana. Farne una sola di Liberi e uguali? Eppure mica ci vuole un genio secondo me.

E insomma, non la faccio lunga e vi lascio con questo messaggio angoscioso. Non riesco a essere ottimista: servirebbe una sorta di calcio-mercato nella politica. Potremmo prenderci un Corbyn, uno Tsipras, un Sanders. L’unico problema sarebbe piazzare i nostri. Me li immagino ai giardinetti a dare da mangiare ai piccioni. Ma purtroppo rimarrà un sogno. Intanto, cari ragazzi, io me ne vado al mare. Ci vediamo a settembre.

Si parte: forse è la volta buona.
Il pippone del venerdì/60

Giu 15, 2018 by     No Comments    Posted under: Il pippone del venerdì

E in un caldo pomeriggio di metà giugno, all’improvviso, ti arriva una mail da Grasso con scritto “Finalmente!” e poi le date per il percorso costituente del partito. Chi ci sta, ci sta. Permettetemi una polemica preventiva: caro Grasso finalmente lo possiamo dire soltanto noi che lavoriamo da anni per arrivare a un partito nuovo, non chi ha esercitato poco e male la sua funzione di leader. Ora lavoriamo tutti insieme, tutti soldati semplici, nessun generale. Si strappino i gradi frettolosamente appuntanti sulle divise di ufficiali improvvisati e si torni a discutere da pari a pari. Tutti.

Leggo che c’è chi parla di accelerazione, di fretta eccessiva, leggo di moniti a non cristallizzare una classe dirigente che colleziona sconfitte e basta. Non si capisce bene di quale accelerazione si parli. Prima del voto avevamo detto, tutti insieme, dal 5 marzo Liberi e uguali diventerà un partito. Non è che abbiamo detto: dal 5 marzo, se vinciamo le elezioni si fa un partito altrimenti ci si scioglie. Ora siamo in ritardo, altro che accelerazione. Siamo stati fermi troppo a lungo e bisogna ripartire. E non mi sembra che un percorso che prevede un congresso fra sei mesi sia da giudicare frettoloso. Anzi. Fino a ottobre si parlerà solo di idee, senza nominare gruppi dirigenti, senza impelagarsi in oziose riunioni dove ci si scanna su un nome o su un altro. Ed è bene che sia così, magari in questa maniera facciamo emergere chi ha idee nuove e non i soliti noti legati a note cordate.

Di un partito della sinistra poi – sapete come la penso – c’è bisogno. Un partito nuovo, senza dubbio, che riparta dalle radici socialiste e faccia una seria analisi di quanto è successo negli ultimi 25 anni, forse anche 30, un partito che ripensi le forme della partecipazione, che sia promotore di una nuova sinistra anche a livello europeo. Tutto vero. Tutte questioni aperte. Scogli da superare. Non so se riusciremo a trovare una sintesi fra le diverse posizioni di partenza. Di una cosa sono sicuro però: se il dibattito resta chiuso fra i sedicenti gruppi dirigenti di Leu non ne usciamo davvero. Io resto convinto che più si scende dal vertice e più le differenze si sfumano. Tutto sta a costruire occasioni vere di confronto.

Su un punti sono d’accordo con i critici del processo costituente (e su questo argomento, tra l’altro, si assiste a strane convergenze): Liberi e Uguali è insufficiente. Questa affermazione, a dire il vero, è un po’ la scoperta dell’acqua calda. Lo dicono da sinistra quelli che rimpiangono il Brancaccio, lo dicono da destra quelli che auspicano ancora il big-bang del Pd per favorire una nuova articolazione delle forze in campo. Fra un po’ finisce che torna di moda anche Pisapia. Nessuno pensa che sia sufficiente sommare Sinistra italiana e Mdp per riempire il vuoto che c’è nell’offerta politica. Tra l’altro in politica le somme spesso non funzionano, il totale è inferiore agli addendi.

Per me però Liberi e uguali è il nucleo da cui ripartire. Anche per uscire da quel vizio che ha ucciso la sinistra cosiddetta radicale da Bertinotti in poi: tutte le aggregazioni messe in campo alla ricerca di costruire una “massa critica” che riuscisse a incidere nella società italiana si sono sciolte come neve al sole anche quando hanno avuto un certo successo. Una sorta di trasposizione in politica della tecnica della tela di Arianna. Si tesse di giorno e poi si disfa tutto durante la notte. E invece ora è tempo di tessere. Non serve costruire fortini chiusi nei quali asserragliarsi, ma costruire un tetto, una casa con porte e finestre spalancate. Una casa aperta, insomma, anche a chi al momento non se la sente di mettersi in gioco un’altra volta.

E il momento è proprio questo. Intanto perché le prossime scadenze elettorali sono lontane. Alle Europee, tra l’altro, si vota con un sistema proporzionale sostanzialmente puro e potremo mettere in campo la nostra proposta senza il ricatto solito del voto utile. Un risultato positivo in quella occasione, insomma, potrebbe essere un mattone importante, dobbiamo far vedere che il voto a sinistra è di per sé un voto utile.  Ma anche perché il patto Salvini – Di Maio sta creando uno spazio importante che non va lasciato vuoto. Le prime settimane di questo governo hanno completamente oscurato i temi cari al Movimento 5 stelle, penso al reddito di cittadinanza, ma anche ai beni comuni. Tutti temi “di sinistra”. E invece si è parlato di condoni, di porti chiusi per i rifugiati, di meno tasse per i ricchi. Un governo il cui asse appare fortemente schiacciato sulla destra estrema, insomma, neanche su quella moderata. E un governo di questo tipo inevitabilmente svelerà l’inganno elettorale che ha attratto tanta parte dell’elettorato storico della sinistra. Un primo effetto lo abbiamo visto con il turno amministrativo di domenica scorsa. Ora, anche scontando una difficoltà dei 5 stelle rispetto a questo tipo di elezioni, nelle quali il loro scarso radicamento sul territorio pesa sempre in maniera negativa,  il loro risultato è quanto meno deludente. Un dato è evidente, insomma: poi magari i ballottaggi non andranno tutti a finire bene, la sinistra è ancora troppo “stordita” dalla botta del 4 marzo, ma dove si sono presentate coalizioni di tipo nuovo, con candidati credibili, di natura civica e di sinistra, queste sono pienamente in partita, come si dice in gergo sportivo. Non c’è più la sensazione, come  è successo nelle ultime tornate che la contesa sia fra destra e grillini.

Non c’è ancora, come è ovvio, un ritorno dell’elettorato in massa. Difficilmente i voti passano da un partito all’altro: quando hai una delusione e cambi schieramento politico hai bisogno di un periodo di “decantazione”. E quindi cresce l’astensione. A Roma il fenomeno è ancora più evidente, perché a ragioni di politica generale si somma una forte delusione per il disastro dell’amministrazione locale. Ma anche altrove, a macchia di leopardo, vediamo la sinistra tornare a vincere.

Due notazioni rivolte ai distinti sostenitori della “purezza ideologica”. Dove Leu non si presenta unito non esiste. Non è che si hanno risultati deludenti, sono proprio inesistenti. Le liste di Si, di Mdp, di Possibile, difficilmente superano l’1 per cento. Le liste di Liberi e uguali, pur scontando la nostra scomparsa post 4 marzo, non solo esistono, ma arrivano spesso a percentuali decisive per la vittoria e eleggono consiglieri comunali. Io sono mai stato un fans del “partito degli amministratori”, ma un partito nelle istituzioni ci deve pure stare, altrimenti non sei un partito ma una bocciofila. L’altra notazione è che continua il momento disastroso del Pd. Le vittorie per la sinistra arrivano dove più forte è il profilo civico della coalizione e meno si sente la puzza di Renzi. Basta pensare a Trapani. Il tutto il sud le liste dei democratici non arrivano al 10 per cento. Un ulteriore segno che quella proposta politica ormai non attrae più l’elettorato.

C’è un doppio vuoto, insomma. E in politica è bene non lasciare spazi, perché se non li copri tu lo farà qualcun altro. E’ bene che Leu acquisti forza, protagonismo, che sia presente nel dibattito politico. Senza reticenze, dicendo cose chiare e semplici. Certo, tagliando con il metodo veristico utilizzato in campagna elettorale. Certo, mettendo in campo forze nuove, anche ma non solo dal punto di vista anagrafico. Certo, trovando una sintesi fra le posizioni in campo e ponendo basi forti per essere autonoma e non andare a ricasco di altri.

I dubbi e le cautele ci stanno tutti. Ma il tempo è questo, altro che fretta, è tardi.

Cari elettori, vi abbiamo preso per il culo.
Il pippone del venerdì/51

Apr 13, 2018 by     No Comments    Posted under: Il pippone del venerdì

Noi ci abbiamo provato in tutte le maniera a essere ottimisti, positivi, propositivi. Da noi, cosiddetta base, in questo mese post elettorale sono arrivate proposte, iniziative, documenti, discussioni sulla forma partito. Da voi, cari dirigenti, non sono arrivate mai parole chiare. Intervistine, indiscrezioni passate a mezza bocca al giornalista amico. E invece dovete avere il coraggio di dirlo chiaramente: cari elettori vi abbiamo preso per il culo.

Ricordate quando ci hanno detto: non c’è tempo adesso per fare il partito, ma dopo le elezioni ci impegneremo tutti insieme a costruire una grande casa comune, con un percorso aperto, democratico, partecipato? Lo hanno messo nero su bianco, in un appello pochi giorni diffuso pochi giorni prima delle elezioni. Tutte balle. Subito dopo il 4 marzo è parso subito chiaro che ognuno preferiva tornarsene nella casetta propria. Qualcuno trombato e quindi offeso a morte (per la serie: la sinistra esiste soltanto se la dirigo io). Altri perché “abbiamo di fronte a noi prospettive differenti”, altri ancora in attesa che il Pd si scomponga per rifare un partito un po’ di sinistra, ma non troppo. Par di ascoltare quella canzone di Jannacci, quando dice “il nostro piangere fa male al re”. La morale della favola è semplice: una sinistra forte, autorevole, autonoma, in Italia non ci deve essere. Dà fastidio al manovratore.

Ma come, potreste dire, Liberi e Uguali allora? Che fine fa? Par di capire – ma la conferma si avrà solo nei prossimi giorni con i congressi e le assemblee varie di Possibile, Sinistra italiana e Mdp – che rimarrà una specie di coordinamento parlamentare e poco più. Del resto ci sono elezioni dove il simbolo è già stato presentato e, soprattutto, fosse mai che non si fa un governo e si torna a votare. In quel caso Leu verrebbe rispolverato e ripresentato in grande stile (si fa per dire). Insomma: cari elettori, non solo vi abbiamo preso per il culo, ma siamo pronti a farlo di nuovo. Il primo risultato dell’ennesima trovata geniale del gruppo dirigente di Leu è che alle regionali di fine aprile e alle amministrative di giugno, come diceva uno splendido Guzzanti d’antan, ognuno fa un po’ come cazzo gli pare. Da qualche parte c’è il simbolo rosso con le foglione, altrove liste civiche, in qualche caso saremo con il Pd, in altri da soli.

Ora, a parte l’ingenuità del ragionamento, io vorrei provare a ripercorrere quello che è successo in un anno e poi ditemi voi, io mi taccio, quale sia la definizione migliore da dare a questo (sedicente) gruppo dirigente.

Febbraio 2017: si scinde il Pd, quelli della “ditta” chiedono a Renzi di arrivare alle primarie con più tempo per presentare e far conoscere candidati alternativi. Gli rispondono picche e loro se ne vanno. Il 25 febbraio fondano Articolo Uno – Mdp. Nello stesso periodo dalla fusione di Sel e Futuro a sinistra nasce Sinistra italiana. Una parte rilevante dell’ex Sel, – fra cui Arturo Scotto, Ciccio Ferrara e Massimiliano Smeriglio – aderisce però a Articolo Uno. Un movimento con un cospicuo gruppo di parlamentari, ma che rinuncia ad essere strutturato nei territori. Perfino il tesseramento parte a stento. Di eleggere un gruppo dirigente non se ne parla proprio, bastano gli “eletti”.

Aprile-giugno 2017: Massimo D’Alema propone di fare un partito unitario della sinistra, riunendo le esperienze a sinistra del Pd. Ipotizza una alleanza elettorale, costruita con la selezione democratica dei candidati che poi diventi un partito. Bersani, d’altro canto, guarda all’ex sindaco Giuliano Pisapia come possibile “federatore”. Anna Falcone e Tomaso Montanari lanciano l’idea di una grande assemblea per promuovere una nuova formazione politica che nasca dal basso, nella quale i partiti ci siano ma anche no. E’ l’assemblea del Brancaccio, da cui origina l’omonimo percorso, poi fallito per ragioni rimaste misteriose.

Luglio 2017: dopo qualche mese di travaglio nasce “Insieme” con una manifestazione a Roma in piazza Santi Apostoli. Dovrebbe essere il nucleo di una specie di Ulivo 2.0. Ci sono Tabacci, Lerner, qualche prodiano, le truppe bersaniandalemiane, i verdi, qualche socialista. Una forza politica autonoma che mira a costruire un campo largo del centro-sinistra. Leader indiscusso il già citato Giuliano Pisapia. Che dopo pochi giorni manifesta profonde crisi di identità e si abbraccia calorosamente con la renzianissima ministra Boschi.

Ottobre-dicembre 2017: dopo un’estate travagliata, piena di reciproci malumori, Bersani e Pisapia divorziano ufficialmente. L’avvocato milanese tenterà poi in tutti i modi di fare un accordo con il Pd per presentare una lista ulivista alle elezioni, ma alla fine si ritirerà. Alcuni dicono di averlo avvistato in qualche parco milanese a dar da mangiare i piccioni. La lista Insieme alla fine si presenterà sul serio alle elezioni, con un risultato che non lascerà traccia alcuna nella storia italiana. Articolo Uno, Si e Possibile, dal canto loro scoprono di essersi sempre amati e trovano un altro leader, il presidente del Senato Grasso, uscito dal Pd poche settimane prima. Una grande assemblea popolare, il 3 dicembre, lo incoronerà ufficialmente: nasce Liberi e Uguali. Nello stesso periodo l’altro pezzo del Brancaccio, quello capitanato da Rifondazione e partitelli vari, trova come foglia di fico alcuni centri sociali e nasce la lista “Potere al popolo”.

Da dicembre a oggi come sia andata lo sappiamo tutti. In una frase sola: Liberi e Uguali non ne azzecca una manco per sbaglio. Una campagna elettorale inesistente, liste per niente nuove e calate dall’alto. Un risultato elettorale modesto. La sinistra nelle sue varie forme viene spazzata letteralmente via. Anche considerando il Pd un partito di questa area, complessivamente arriva a stento al 25 per cento. Leu si ferma al 3,4 per cento, Pap si ferma all’un per cento classico di Rifondazione. E anche dove si è vinto (almeno un po’) come nel Lazio, dal giorno dopo abbiamo ricominciato a darci martellate sulle gengive (o giù di lì).

Ci sarebbe da dire, ragazzi, fermiamoci, ragioniamo un mesetto, ma poi ripartiamo. Come la penso lo sapete. L’ho scritto ampiamente in questo periodo. Forma partito, valori fondanti, esigenza di tornare a una radicale critica della società capitalista, un nuovo orizzonte a cui guardare. Ci sarebbe materiale per avviare davvero una fase di ricostruzione. Che non si esaurisca in pochi giorni e poche assemblee nelle quali contrattare i posti negli organismi dirigenti. Andrebbero demolite le casette da cui veniamo, per farne una dove accogliere non soltanto i militanti con la tessera, ma anche tutti quelli che di tessere non ne avevano ma hanno creduto al progetto di Liberi e Uguali. Bisognerebbe considerare il milione e mezzo di voti che sono arrivati a sinistra del Pd come una base di militanti irriducibili su cui poggiare questo nuovo edificio. E invece no. Pap va avanti da solo. Leu, dopo aver annunciato assemblee territoriali, assemblee costituenti nazionali,  resta, di fatto, come mero specchietto per le allodole ma partono i tesseramenti ai soggetti fondatori. Delle assemblee unitarie, al momento, non se ne parla proprio più.

Se avete un certo mal di testa dopo questo pippone, pensatevi adesso tornare nelle vesti di militanti e dirigenti di base e spiegare ai compagni che si devono rifare la tessera di Articolo Uno – Mdp, di Sinistra italiana o di Possibile. Io mi immagino le facce e anche qualche insulto. Per non parlare degli elettori (non che ci abbiano creduto poi in tanti) a quali dovremo dire, sinceramente, che li abbiamo presi in giro. Per l’ennesima volta. Che Leu era solo l’ennesimo accrocco messo in piedi in fretta e furia per eleggere qualche parlamentare.

Cosa fare, come andare avanti non lo so davvero. Una provocazione però la voglio lanciare: mi chiedo ma davvero è stato un bene superare il quorum del 3 per cento ed eleggere 18 parlamentari? Forse era meglio restare fuori dalle elezioni. Almeno il partito degli eletti ce lo saremmo scordati. Ci saremmo scordati le segreterie, i portaborse, la corsa al posticino per gli amici degli amici. Perché di una cosa sono convinto: con questa classe dirigente ci meritiamo di essere cancellati. Loro perché per l’ennesima volta ci hanno dimostrato tutta la loro incapacità tattica e strategica. Noi perché non siamo in grado di prenderli a calci nel sedere.

La cosa drammatica, e la finisco davvero, è che non ci si rende conto del fatto che le energie e le idee ci sono, basta leggere i mille documenti prodotti in tutta Italia, i tanti interventi di intellettuali che pongono problemi, indicano soluzioni. Energie vive, da non disperdere. Serve, insomma, una ripresa forte dell’iniziativa unitaria. Badate bene, non è facile e il processo non durerà un giorno. Ma se aspettiamo i gruppi dirigenti nazionali e non mettiamo in rete le esperienze di questi mesi, se, insomma, non li prendiamo per il collo e li costringiamo a guardare un po’ verso il basso (che non fa male), continuerà questo processo di distruzione che va avanti dal 1989 e che ci priverà di ogni prospettiva di cambiamento anche per i prossimi trent’anni. Insomma, la situazione è un po’ come l’immagine che accompagna questo articolo: sono macerie? O sono mattoni?

Aspettando un Godot che non arriva mai.
Il pippone del venerdì/48

Mar 23, 2018 by     No Comments    Posted under: Il pippone del venerdì

La sinistra italiana senza essere vittima di una sorta di coazione a ripetere sempre gli stessi errori. E la gravità della situazione attuale non pare essere in grado di provocare un qualche sforzo se non altro di originalità. Ora, lo stato attuale dell’arte è più o meno questo. Tutti danno la colpa a tutti del pessimo risultato del 4 marzo. Quelli di Sinistra italiana dicono che la colpa è di quelli di Mdp, visti troppo in continuità con il Pd di Renzi, quelli di Mdp rispondono che se non c’erano Grasso, Bersani e soci in prima fila manco al 3 per cento si arrivava. Quelli di Possibile che dicono che la colpa è di tutti (gli altri) e si chiudono in un narcisistico quanto paradossale congresso. Poi c’è anche Tomaso Montanari – che ormai sta sulle palle un po’ a tutti – il quale dal canto suo spiega che l’unico che ha avuto ragione fin dall’inizio è proprio lui. Avevamo giusto bisogno di un essere perfettissimo e infallibile, ma incompreso

La novità, almeno a girare un po’ per le assemblee che si stanno svolgendo a Roma, è questa: il gruppo dirigente è tramortito, se non altro dal fatto che gran parte di esso si deve cominciare a porre il tema di come mettere insieme il pranzo con la cena. Sono i militanti, i quadri, che provano a rianimarli un po’ spiegando ai dirigenti che l’unica cosa da fare (sperando che non sia troppo tardi) è procedere insieme verso un partito nuovo. Parlo di novità perché, di solito, dopo le batoste elettorali, avviene esattamente il contrario: c’è scoramento nella base e i dirigenti provano a tenere insieme i cocci.

L’errore che sembriamo costretti a ripetere, invece, è quello di continuare a parlare di Pd, di centrosinistra, di alleanze. Speranza, Bersani, lo stesso D’Alema che pure è più defilato. Sembra di sentire un disco rotto: abbiamo sbagliato in campagna elettorale, siamo sembrati troppo in continuità, troppo vicini al Pd. E il tracollo di Renzi ha travolto anche noi. Del resto basta vedere i dati delle elezioni per vedere quanto il “pozzo” avvelenato dall’ex leader rignanese sia stato letale tanto al Pd quanto a Liberi e Uguali. I numeri – sia pur nelle rispettive dimensioni – viaggiano in parallelo. Dove “tiene” il Pd va benino anche Leu (centri storici, quartieri medio alti delle grandi città). Dove il Pd crolla, Leu tende allo zero (ceti popolari, quartieri delle periferie estreme). Nulla che non fosse già successo, sono soltanto le dimensioni differenti rispetto al passato.

Insomma, comunque sia, abbiamo capito cosa non funziona. Su questo sono tutti d’accordo, sia pure ognuno con accenti differenti. E allora che si fa? Si continua nell’errore, mi pare ovvio. E giù interviste in cui si parla soltanto del Pd come baricentro di un nuovo centrosinistra. Mi sembra che in molti (troppi) stiano un po’ guardando cosa succede dal buco della serratura, nella semplice attesa che il Pd si doti di una leadership più presentabile per rientrare armi e bagagli nella vecchia casa. Siamo alle solite, insomma. Quando la sinistra è in difficoltà si mette seduta sotto l’albero aspettando un nuovo Godot. Questa volta si chiama Nicola ZIngaretti, unico vincitore (a metà) in questa tornata elettorale. Prima era stato Prodi, poi Rutelli, poi Veltroni. Poi ancora Renzi. E ogni volta tutti a chiedersi: sarà quello buono, sarà quello che ci farà vincere?

Per me – lo so sono noioso, ma questo pezzo si chiama “il pippone”, deve essere noioso – tutto comincia dalla sciagurata svolta della Bolognina. Quando abbiamo buttato a mare l’esperienza più forte della sinistra europea alla ricerca di una irraggiungibile verginità. Per me l’errore resta radicato in quello sbaglio culturale: l’idea che basta un nuovo contenitore e un nuovo simbolo per riuscire a superare i momenti di difficoltà. Grazie all’abbaglio di Occhetto e soci ci ritroviamo in questa situazione: venuto meno l’ancoraggio ideale, piano piano si è sgretolato tutto. L’organizzazione, la militanza, il senso di comunità. E continuiamo a perseverare nell’errore, cercando soltanto il leader in grado di tenere insieme la baracca e farci vincere. Senza avere l’umiltà di ripartire dai fondamentali, da quella ricerca che abbiamo abbandonato. Senza chiedersi più a cosa ci serve vincere.

Anche Liberi e Uguali nasce con la stessa tara genetica. Un quadro di valori confuso, lo scimmiottamento di procedure fintamente democratiche e in realtà soltanto pattizie, un presunto leader scelto a tavolino, doveva essere Pisapia, alla fine siamo andati su Grasso, visto che il primo era un agente del nemico. Basta che non vengano dalla tradizione comunista, verrebbe da dire. Il solito complesso di inferiorità che ci porta a scegliere il Papa straniero. Per il resto Leu era solo un contenitore. Di cosa? Questo lo vedremo dopo, ci avete spiegato.

Ecco, dopo è adesso. Mi pare di capire che si delinea un percorso di questo tipo: si fa una grande assemblea nazionale, con i famosi 1.500 delegati eletti dalle riunioni provinciali. Lì si discute e si approva (ancora una volta un finto esercizio democratico) un documento con carta dei valori e tappe del processo costituente. Chi lo scrive questo documento non è dato saperlo, si immagina siano i responsabili delle forze politiche che hanno dato vita a Leu, più Grasso. Una sorta di segreteria ultraristretta. Avrei preferito che si procedesse, per una volta, al contrario. Va bene la traccia decisa a livello nazionale. Ma poi arricchiamola e facciamola diventare “carne viva” in un confronto quartiere per quartiere. Troviamo sedi, apriamole, facciamolo vivere con un intreccio di vertenze locali, servizi utili ai cittadini e grandi questioni. Raccontiamoli questi quartieri, i loro problemi. Conosciamoli.

L’assemblea nazionale dei 1.500 è un residuo. E’ stata eletta in base a quote stabilite non si sa bene in base a cosa. Ognuno ha indicato i suoi. La lista non è mai stata scelta. E’ stata ratificata in maniera ipocrita. Dopo l’appuntamento di aprile, che ormai pare ineluttabile, allora dichiariamola sciolta in maniera definitiva. Dico di più dichiariamo che non procederemo più in quella maniera. Rinunciamo alle strutture da cui veniamo e facciamo davvero il tesseramento, nei quartieri, nelle università, nelle scuole, nei luoghi di lavoro. E delegati facciamoli eleggere nelle sezioni, non nelle stanze dove non entra la vita reale. In base a chi sono non in base alla loro provenienza. Io non vorrei più essere di Mdp. Vorrei essere di Leu.

E il gruppo dirigente facciamolo nascere così. Nelle assemblee e nelle piazze.  Tra l’altro, queste elezioni un merito ce l’hanno: abbiamo cancellato il cosiddetto partito degli eletti. Andiamo a parlare, fin da subito, con quelli che hanno scelto l’impegno in Potere al popolo e vediamo insieme se siamo proprio così differenti. Perché io resto convinto che non è così, se si parte dalla base e non dalle altezze presunte. Cominciamo a parlare da subito di Europa, di quale casa costruire anche a livello continentale. Forse questo è ancora più urgente. Bastano i vecchi socialisti? Basta alla Gue, la sinistra cosiddetta radicale? Per me l’Europa resta l’orizzonte minimo a cui guardare. Basta cominciare a guardare davvero.

Ecco, proviamoci a non aspettare Godot. A rompere questa spirale che ci sta consumando, elezione dopo elezione. Non serve fare un partito con i dirigenti rimasti in piedi, dobbiamo cercare la sinistra del XXI secolo. Sbaglieremo ancora, magari. Ma almeno proviamo a fare errori nuovi.

Il 4 marzo, ma anche il 5.
Il pippone del venerdì/45

Mar 2, 2018 by     No Comments    Posted under: Il pippone del venerdì

Si vota, finalmente. Sono state settimane interminabili e corte al tempo stesso. Interminabili per gli appassionati della politica da spettatori. La noia del dibattito sui mass media non ha precedenti. Liberi e Uguali non ha brillato in campagna elettorale.  Spesso ci siamo fatti stringere all’angolo, raramente, ci è riuscito a tratti Bersani, siamo entrati nel merito delle nostre idee. Sul fisco, sulla riduzione dell’orario di lavoro, sul diritto allo studio, sull’ambiente. Abbiamo avviato un processo, anche autocritico, di profondo ripensamento delle proposte classiche della sinistra riformatrice. Finalmente siamo usciti – stiamo provando a uscire, restiamo cauti – dalla bolla blairista del “liberismo di sinistra” e abbiamo ricominciato a fare il nostro mestiere, guardare il mondo con gli occhi dei più deboli. Temo sia troppo poco e troppo tardi per riuscire a spostare l’ago della bilancia elettorale in maniera sensibile. Ma questo, ce lo siamo detti in tutte le salse, è solo il primo tempo della partita.

Almeno abbiamo iniziato, a ripensare la sinistra. Mi dispiace solo che una parte dei movimenti e dell’associazionismo di base – che dovremmo considerare nostri interlocutori privilegiati – abbia preferito al confronto con noi le sirene della purezza ideologica. Che poi è un po’ una catena: se cominci a fare l’analisi del dna trovi sempre qualcuno che ce l’ha più puro del tuo. Per cui alla fine, invece di quel pungolo a sinistra di cui avremmo bisogno come il pane, le varie listarelle presentate saranno soltanto una (non so quanto) inconsapevole foglia di fico per Renzi. Ogni voto in meno a Liberi e Uguali, secondo me, è un passo indietro nella costruzione della sinistra – laica e socialista  – che serve in questo paese. Avremo tempo, spero tutti insieme, per riflettere, una volta passata la frenesia della campagna elettorale.  Vorrei però che due temi restassero centrali nel nostro ragionamento: quello dell’orario di lavoro e quello di un necessario radicamento popolare del nuovo partito che andremo a costruire.

Partiamo dal lavoro, visto che la nostra proposta di riduzione a parità di salario è stata praticamente ignorata da giornali e tv, interessati, come ormai avviene da mesi, soltanto alle alleanze, alle formule politiciste per giustificare un ipotetico governo post 4 marzo. Io credo che questa resti una questione centrale. Ne ho già parlato, ma vale la pena tornarci su, sia pur rapidamente. La rivoluzione robotica, della quale vediamo soltanto i primi effetti, porterà a una progressiva e fortissima riduzione della manodopera necessaria per produrre e movimentare la merce. Resto al campo dell’informazione: la scomparsa progressiva dei giornali su carta quanti posti di lavoro fa perdere? Dai tipografi, ai distributori, alle edicole. Migliaia. E ci sono sicuramente settori che saranno ancora più colpiti. Penso all’industria pesante, dove l’uomo in un futuro neanche troppo lontano non ci sarà proprio più. Le soluzioni proposte restano varie e contraddittorie. E anche questo fa parte della debolezza di una sinistra europea che è troppo presa a guardare il suo ombelico per tornare a ragionare a livello internazionale.

C’è chi ha lanciato addirittura l’imposta sui robot, proponendo di istituire una sorta di meccanismo di compensazione che vada a salvaguardare quanto meno le entrate dello Stato. Guadagni di più, devi essere tassato in qualche modo. Io credo che la riduzione dell’orario di lavoro resti lo scenario migliore. Per due ordini di ragioni: in primis perché mantiene inalterato il margine  di profitto. Le innovazioni tecnologiche, del resto, devono produrre come risultato ultimo un miglioramento del benessere collettivo. Se comportano un semplice aumento del profitto di pochi a scapito del livello di vita di molti non sono innovazione, ma regresso. E quindi è giusto che il lavoro umano diventi, come dire, più prezioso. Serve meno, ma resta indispensabile. Quindi lo paghi di più.  Succede in Germania, dove i metalmeccanici hanno appena firmato un contratto che prevede la possibilità di scendere a 28 ore settimanali, non si capisce perché la proposta di Liberi e Uguali (32 ore) non sia realizzabile. Certo non ci arriveremo domani, ma la strada è quella. Poi, resta sempre il problema di come organizzare una società in cui l’orario di lavoro scenda così drasticamente.

Mi affascina l’idea di una sorta di banca del tempo, dove ognuno mette a disposizione della collettività le proprie ore avanzate per lavori utili. Mi affascina per due motivi: il primo perché rappresenta una forma di socialità nuova, che combatte l’isolamento che pervade il nostro tempo. Per dirla chiaramente: le ore in più le possiamo sommare a quelle che dedichiamo all’addivanamento da televisione, oppure viverle in maniera sociale, dando un contributo al benessere collettivo. Il secondo, perché potrebbe essere un modo per fare esperienze lavorative differenti, sia pure in forma ridotta, ampliando sul campo la propria formazione. E anche di questo, di persone in grado di svolgere più ruoli, temo avremo sempre più bisogno.

Dovremo, insomma, riflettere molto e con la mente aperta su questi temi, su quella “società del non lavoro” destinata a rivoluzionare i nostri classici parametri di riferimento. La sinistra deve servire anche a questo. A ragionare e trovare le soluzioni ai problemi complessi. Si dice tanto che serve un argine al populismo. Bene. Magari sarebbe utile che chi lancia appelli non fosse, a suo modo, altrettanto populista. Ma non si costruiscono argini a nulla, se non si pensa a radici culturali profonde. Se la sinistra non fa il suo mestiere, non mi stanco di ripeterlo, non argina proprio nulla.

L’altro tema – anche su questo ho già scritto, ma vale la pena ricordarlo – del quale dobbiamo farci carico è come organizzare un moderno partito di massa. E guardate che non è una questione meramente tattica. Perché la crisi che sta attraversando la nostra democrazia è stata in primo luogo proprio la crisi dei partiti di massa. E più in generale la crisi dei corpi intermedi. In queste settimane, pur nel vortice della campagna elettorale, ho avuto sempre in testa l’intervento di una compagna in una riunione nella periferia romana. Diceva più o meno che non basta dire cosa vogliamo fare, non basta scrivere meglio i programmi e fare volantini più accattivanti. Dobbiamo darne una dimostrazione concreta. Confesso che – detta nel corso di una delle nostre sonnolente e spesso rituali riunioni – l’ho ascoltata con sufficienza. Questa è un po’ matta, mi sono detto. Spero non si offenda se per ventura mi legge. Poi, però, ho cominciato a riflettere e mi sono reso conto non solo di quanto avesse ragione, ma anche del fatto che la storia del movimento operaio è piena di esempi virtuosi e concreti. Basta pensare alle società di mutuo soccorso della fine dell’800. Non è da lì che nasce il movimento socialista? E cosa c’è di più socialista che realizzare dei piccoli presidi di egualitarismo e solidarietà? Io la dico, di solito, in maniera più banale: le sezioni di partito, per vivere, devono tornare a essere percepite come luoghi utili per i cittadini. Luogo utile ovviamente ha significati differenti a secondo del nostro interlocutore. A Roma, nel pieno dell’emergenza dei rifugiati, offrimmo alcune nostre sedi per farli dormire, per fare un esempio. Non si tratta di assistenzialismo, ma di cominciare a cambiare la società pezzo per pezzo. E così: biblioteche e scuole popolari, mutua assistenza, gruppi di acquisto solidale, mense popolari. Dobbiamo aprire sedi in tutti i quartieri e farne luoghi vivi, di costruzione dell’alternativa di sistema a cui pensiamo. Anche per questo mi dispiace l’occasione persa da chi ha preferito l’isolamento all’unità: perché tante esperienze esistono già e bisogna che siano protagoniste.

Sono andato lungo, ma sono temi che mi appassionano e ben altro ci sarebbe da scrivere. Vi saluto. Non prima ovviamente di fare l’ultimo appello. Si vota solo domenica. Alle politiche bisogna solo fare una croce sul simbolo. Su quale lo sapete. E’ inutile tornarci su. Alle regionali (Lazio e Lombardia) potete anche esprimere due preferenze di genere (uomo-donna). E andate a votare presto. Da bravi compagni.

 

 

L’unico voto utile per la sinistra.
Il pippone del venerdì/42

Feb 2, 2018 by     No Comments    Posted under: Il pippone del venerdì

Prima di cominciare questo mese che ci porterà alle elezioni è bene fare chiarezza sul “voto utile”. Perché questo sarà il leit-motiv che ci accompagnerà fino al 4 marzo. Non c’è solo il richiamo diretto, gli appelli dei padri nobili, quello di Prodi è solo il primo, saremo subissati di dichiarazioni simili. Basta pensare ai giornali di questi giorni, in cui tutta l’attenzione è dedicata agli scontri sui collegi. Paginate su paginate con fotine dei candidati e sondaggi a dir poco campati per aria. Tutto per creare un finto allarme sulla destra che sarebbe molto vicina alla maggioranza assoluta ma che ancora non ci arriva perché una cinquantina di seggi all’uninominale sarebbero in bilico. E allora ecco una sorta di richiamo subliminale, una chiamata alle armi contro i populisti. Se ci facciamo chiudere in questo recinto rischiamo sul serio di farci del male.

E allora proviamo a rimettere in ordine le cose. Partiamo da Liberi e Uguali. Siamo partiti bene, con le due assemblee nazionali, un clima di grande attesa, molta partecipazione, fiducia. Poi sono arrivate le spine, la questione delle alleanze sulle regionali di Lombardia e Lazio, la questione delle liste, con discussioni abbastanza consuete, ma amplificate dal fatto di non essere un partito ma – al momento – una mera aggregazione elettorale, una sorta di associazione temporanea di imprese in cui ognuno tende a salvaguardare la sua componente. E’ stato, per dirla in tutta sincerità, un mese in cui buona parte dell’entusiasmo iniziale si è spento, soffocato dalle polemiche e dalle discussioni sui candidati. In molti territori si sono aperte ferite, alcune scelte sono apparse troppo “conservative”, tese esclusivamente a salvaguardare unicamente i parlamentari uscenti. Si poteva fare meglio, senza dubbio. Ma dobbiamo tener conto anche di una legge che, di fatto, non permette alcuna competizione reale. Tutto è affidato alle scelte effettuate dai partiti, i candidati non hanno alcuna possibilità di competere realmente. Non ci sono le preferenze nella parte proporzionale, i collegi uninominali sono così grandi che difficilmente un candidato può incidere sul risultato, con le poche eccezioni, forse, di persone talmente note da rappresentare veramente un valore aggiunto. Un meccanismo infernale nel quale una formazione politica appena nata e di natura essenzialmente parlamentare come Liberi e Uguali rischiava di lasciarci le penne.

Siamo ancora in piedi. Con tutte le ferite del caso, ma siamo ancora in piedi. E abbiamo questo mese in cui non solo dobbiamo resistere ai richiami vari, ma dobbiamo rilanciare il nostro messaggio per tornare a crescere e arrivare a un risultato che ci permetta non solo di riportare una pattuglia della sinistra in parlamento e nei consigli regionali, ma anche di incidere realmente sulle scelte politiche che saranno prese nei prossimi cinque anni. Io credo che per farlo dobbiamo uscire dalla trappola del voto utile e delle sfide nei collegi. Come farlo? Provo a dire come la penso.

Intanto la definizione di voto utile. Tutte le preferenze espresse a formazione politiche che andranno a eleggere anche un solo deputato sono utili. Quindi tutti i voti dati a liste che supereranno il 3 per cento. Dunque: Forza Italia, FdI, Lega, 5 stelle, Pd, Leu. Le altre liste sono specchietti per le allodole. Servono soltanto a portare qualche decimale in più ai partiti che eleggeranno davvero deputati, grazie al meccanismo infernale previsto dalla legge: se non superi lo sbarramento i tuoi voti vengono comunque attribuiti alle altre forze con le quali sei coalizzato se hai preso più dell’uno per cento.  Ecco spiegato l’accanimento del Pd nel cercare alleanze con cespuglietti apparentemente insignificanti. Oppure, nel caso delle liste che vanno da sole, servono soltanto a indebolire gli schieramenti più vicini. Liste come Forza Nuova, solo per fare un esempio, tolgono decimali alla destra, ma non arriveranno al 3 per cento.

Dunque il voto a Liberi e Uguali ha di per sé una sua utilità, non è un voto “disperso”. Perché la somma di questi voti avrà una sua rappresentanza parlamentare. Non fatevi ingannare dalle paginate sulle sfide nei collegi uninominali dove LeU non appare quasi mai. Solo un terzo dei parlamentari viene eletto con questo metodo, il resto, la grande maggioranza dei seggi, sono stabiliti in maniera perfettamente proporzionale. E questo, appunto, vale per tutti i partiti che supereranno il 3 per cento.

Resta l’altro mito da sfatare, cioè, per dirla con le parole di Casini che un “voto a LeU è un voto dato alla lega di Salvini”. Ora, intanto bisognerebbe ricordare al neo renziano Casini che lui con la Lega ci ha governato fino all’altro ieri e quindi non è titolato a parlare di sinistra e manco di centro-sinistra, ma questo mito del voto utile per evitare un governo di destra non sta in piedi. Non sta in piedi per una ragione essenzialmente matematica. E va ricordata anche a Renzi, un altro che ripete il mantra del voto utile contro LeU. Grazie alle politiche di questi anni, la partita a queste elezioni si gioca essenzialmente fra centro-destra e Movimento cinque stelle. Tutti gli altri sono staccati. Sono molto staccati. I mass media possono provare a far finta di credere che ci sia una qualche contesa in cui Renzi e la coalizioncina bonsai messa su per mascherare l’isolamento del Pd possano realmente competere. Basta fare un giro in strada per capire che non è così. Che, per le ragioni di cui abbiamo discusso ampiamente nei mesi scorsi, c’è un vero sentimento popolare contro il Pd, a favore delle destre e dei cinque stelle.

Sono due gli elementi ancora realmente aperti in questa tornata elettorale. Il primo è la dimensione della vittoria della destra, se potrà cioè esprimere una maggioranza autosufficiente in Parlamento. Il secondo, qualora questo non avvenisse è la somma dei voti fra Forza Italia e Partito democratico. Potrebbe sembrare la classica somma fra mele e pere che non può dare alcun risultato. Ma non è così: da Macron alla Merkel, il risultato che tutti si auspicano nelle alte sfere della borghesia europea è proprio questo. Un governo di larghe intese fra Berlusconi e Renzi, con l’esclusione dell’ala cosiddetta populista, da Salvini a Grillo. Le burocrazie Ue questo vogliono per anestetizzare ancora una volta il nostro Paese.

E allora è evidente come il voto a Liberi e Uguali è l’unico voto davvero utile per chi si definisce di sinistra. Perché solo riportando a votare un forte numero di astensionisti e solo con una forte affermazione si possono evitare sia la vittoria della destra che la grande coalizione marmellata alla tedesca. Solo con una forte presenza parlamentare di LeU possiamo mettere un puntello alla prossima legislatura. Altrimenti, con buona pace della parte sinistra ancora rimasta nel Pd, nascerà “finalmente” quel partito della nazione a cui si sta lavorando da anni. Non sarà a guida Renzi, non sarà a guida Berlusconi, troveranno un personaggio meno vulcanico, in grado di rassicurare banchieri e mercati finanziari. Magari quel Calenda, che tanto successo riscuote negli ultimi tempi.

Un ulteriore tassello per completare il quadro sono state le liste democratiche, dove le minoranze sono state decimate, gli uomini più autorevoli emarginati. Vana è la speranza di chi spera di aprire la strada della rivincita contro Renzi a partire dalla sconfitta elettorale. Come davvero curiosa è la posizione dei quadri delusi del Pd che minacciano di votare la lista della Bonino per “dare un segnale” al partito. Per dare questo benedetto segnale, non a Renzi, ma all’Italia, la strada è obbligata: se si vuole rafforzare la sinistra si vota la sinistra. Non certo una forza ultraliberista il cui programma essenziale è andare oltre le richieste dei potentati europei, con misure quali il blocco dei livelli di spesa nei prossimi cinque anni che porterebbero questo Paese a una nuova stagione di recessione. A me non piace una società dove il tuo datore di lavoro controlla i tuoi movimenti con un braccialetto elettronico. Per questo va ricostruita una forza che rappresenti i lavoratori. In Italia come in Europa. Il 4 marzo è solo il primo appuntamento. Importante.

E allora un ultimo appello, prima che la campagna elettorale cominci davvero: guardiamoci in faccia, scarpe comode e maciniamo chilometri. Sciogliamo il nostro “io” in un “noi” collettivo. Bandiera rossa in spalla, volantini in mano. Eppur bisogna andar.

Mi è venuta una strana idea: ma se facessimo un po’ di campagna elettorale?
Il pippone del venerdì/41

Gen 26, 2018 by     No Comments    Posted under: Il pippone del venerdì

Dopo una settimana in cui abbiamo dedicato il pippone a questioni più alte, torniamo sulla terra, che le elezioni incombono. A me pare che il tarlo del masochismo non abbandoni mai la sinistra. Abbiamo cominciato questa avventura di Liberi e Uguali in ritardo, con ferite ancora aperte e con i pantaloni più o meno rattoppati. Incontrare sulla nostra strada un uomo come Grasso è stata quasi una sorpresa. Fosse che stavolta ce ne va bene una, mi sono detto. L’entusiasmo che c’era all’Atlantico, la folla, la passione. Niente. E’ durato lo spazio di un sospiro. Siamo tornati al nostro livello abituale di masturbazione mentale nel giro di pochi istanti. Per non parlare di chi pur di affermare il proprio io fa liste alternative sapendo benissimo che non arriveranno mai a superare il quorum. Ma restiamo al tema.

Nell’ordine, abbiamo riempito queste settimane con le seguenti polemiche: all’assemblea c’era troppa gente; il nome Liberi e Uguali è maschile; il leader non è stato votato dall’assemblea; Grasso ha chiamato le donne foglioline; Grasso in passato ha elogiato Berlusconi; azzerare le tasse universitarie non è di sinistra; l’assemblea dei delegati (al nazionale) del Lazio non ha votato il mandato a Grasso per aprire un confronto sulla Regione, pur non avendo votato, però, era contraria; la Boldrini sbaglia a chiudere ai 5 stelle; Bersani sbaglia ad aprire ai 5 stelle; Grasso è troppo decisionista; Grasso non decide nulla, è ostaggio dei veterocomunisti; D’Alema non deve parlare di quello che succederà dopo le elezioni; D’Alema non deve parlare di programmi, ci dica cosa farà dopo le elezioni; D’Alema non deve parlare; D’Alema deve essere più presente non può fare solo la campagna elettorale in Puglia; sono troppi i parlamentari uscenti candidati nelle liste; le liste sono state decise tutte nelle segrete stanze; Liberi e Uguali nasce con tutti i vizi del passato, la base non conta nulla; in Liberi e Uguali c’è troppo assemblearismo (vedasi caso Lombardia); dobbiamo assolutamente convincere Anna Falcone a candidarsi con noi; la candidatura della Falcone è il tipico esempio dell’opportunismo in politica.

Ometto tutte le polemiche minori su questa o quella dichiarazione che non andava bene, ometto anche le sopracciglia della Boldrini (presidente diamo una sfoltita alla foresta, il riscaldamento globale non ne risentirà). Ometto anche le prossime polemiche sul materiale di propaganda che sarà sicuramente troppo generico, ma anche troppo prolisso, colorato, ma troppo pastello, per non parlare delle liste per le regionali sulle quali non oso pensare cosa riusciremo a tirare fuori. Sarà anche vero che i social hanno sostituito le pareti dei cessi e rappresentano una sorta di moderno muro bianco in cui ciascuno di noi tira fuori il peggio di sé, ma io credo che noi di sinistra ci mettiamo un nostro quid in più. Altro che fake news. Noi abbiamo una sorta di memoria selettiva che ci porta a ricordare solo gli errori, solo le sconfitte. Per cui Bersani diventa “quello che ha governato con Berlusconi”. Che non sia vero non importa. Il problema non è che qualcuno fabbrica notizie false contro di noi, ma che noi stessi siamo i primi ad amplificarle e fare un dramma di qualsiasi pisciatina di gatto.

L’ultima in ordine di tempo, vale la pena di soffermarsi un po’ sull’attualità, è quella sulla composizione delle liste per Camera e Senato. Ora, già parlare di liste è difficile, perché questa pessima legge elettorale ha inventato un meccanismo infernale, fra collegi uninominali, proporzionali, alternanza di genere, pluricandidature e via dicendo. Un meccanismo che, di fatto, impedisce qualsiasi tipo di consultazione della base. E se guardate bene anche chi ha detto di averlo fatto, come i grillini, guarda caso non pubblica i risultati con i voti ottenuti dai candidati e alla fine si è affidato ai vertici per riempire tutte le caselle. Abbiamo provato, con le assemblee regionali, a raccogliere proposte dalla base. C’è stata una grande disponibilità di tanti compagni a metterci la faccia, come si suol dire, anche in quei collegi uninominali in cui tutti ci danno perdenti. Non sarà una corsa inutile la loro. Perché il loro nome sarà quello più in evidenza sulla scheda. E conterà eccome avere candidati credibili in tutta i collegi d’Italia. Gente conosciuta, che aiuti a dare visi e gambe alle nostre liste.

Poi sono cominciate le normali fibrillazioni su questo o sul quel nome “paracadutato” dal centro sui territori. Apriti cielo. I giornali che abitualmente non ci si filano proprio, hanno immediatamente trovato spazio e pagine intere sono state dedicate alla rivolta della Calabria o all’insurrezione della Sardegna. Cortei di protesta in viaggio verso Roma, tessere che volano, sedi occupate. Succede sempre, in ogni elezione. Questa volta il tutto è esacerbato da due fattori. Il primo è sempre riferibile a questa legge che ha eliminato tutte le possibili forme di scelta da parte dell’elettore. Ti concede di fare una croce sul simbolo che hai scelto, niente più. Il resto è già deciso. Il secondo, purtroppo, deriva dalla nostra insufficienza, dal nostro essere lista elettorale e non partito. Per cui sei mentalmente portato a difendere “i tuoi” e se invece ti propongono un candidato che arriva da un’altra formazione politica o da un’altra storia la prendi come offesa mortale. Ci sono ancora problemi, è evidente. Alcuni errori che, spero, saranno corretti.

Dobbiamo fare i conti, però, con un fattore che non dipende da noi: il tempo. Febbraio ha 28 giorni, poi arriva marzo. E’ un attimo, questa campagna elettorale, purtroppo o per fortuna, durerà davvero poco. E per una lista appena nata, con un simbolo mai visto prima, è una corsa a ostacoli. Ora, faccio una profezia, nelle prossime ore le polemiche finiranno, presenteremo le liste, nel Lazio e in Lombardia avremo un supplemento di supplizio per quelle regionali, ma lì la pratica è relativamente più semplice perché c’è spazio per tutti, i guai cominciano dopo con la caccia alla preferenza. Una volta presentate le liste resterà qualche mal di pancia, ma avremo i candidati schierati al nastro di partenza. E che siano paracadutati, aviotrasportati, fanteria o cavalleria, possono pure arrivare dalla luna, ma devono battere il territorio metro per metro.

Qui subentra il mio personalissimo appello: abbiamo limiti evidenti, in questi mesi li abbiamo visti tutti. E credo che abbiamo anche gli strumenti per correggere questi limiti nell’immediato futuro. Senza fare sconti. Ma ora serve una moratoria di un mese. Io sono di vecchia scuola. Si discute e ci si scanna fino a quando non suona il gong. Poi si diventa soldati. Io la vedo così: per un mese i nostri dirigenti sono perfetti, i migliori che avremmo mai potuto sperare. Che nessuno degli avversari osi criticare i nostri candidati. Non ne esistono di più bravi, preparati. E, a dirla tutta, sono pure belli. Esagero, state tranquilli, non sono diventato del tutto pazzo. Qualcuno dei nostri non è bellissimo, lo ammetto.

Esagero per dire come la penso: facciamo un mese di campagna elettorale tutta proiettata all’esterno a far conoscere le nostre proposte, il nostro simbolo. Mettiamoci tutti la faccia. Io resto fiducioso sul risultato finale, il mio obiettivo resta quello di riportare in parlamento non tanto la sinistra, genericamente intesa, ma quella cultura socialista che da troppo tempo manca in Italia. Si può fare. Basta smetterla con le polemiche inutili che interessano soltanto a qualche appassionato di contese sterili, appunto. Armiamoci di scarpe comode, bandiere nelle strade, bussiamo alle porte di tutti, entriamo nelle case, come facevamo un tempo. Strada per strada, portone per portone. E facciamolo soprattutto lontani dai salotti buoni delle città. Torniamo a parlare con i deboli. Se vogliamo davvero ridare voce a chi non ce l’ha dobbiamo chiedergli il voto, come prima cosa. Sono sfiduciati, incazzati con noi? Hanno ragione. La nostra lista, secondo le ultime rilevazioni è più debole proprio fra i poveracci. E allora lì dobbiamo battere. Prendiamoci gli insulti, ammettiamo gli errori, proviamo a convincere quanti più elettori possibili. Vediamo se sappiamo ancora come si fa a stare nelle piazze e nelle strade dell’estrema periferia.

Anche perché, guardate che se va male sarà veramente triste: con chi ce la prendiamo nei prossimi cinque anni se non abbiamo più parlamentari da biasimare anche quando si soffiano il naso?

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