Il 4 marzo, ma anche il 5.
Il pippone del venerdì/45

Mar 2, 2018 by     No Comments    Posted under: Il pippone del venerdì






Si vota, finalmente. Sono state settimane interminabili e corte al tempo stesso. Interminabili per gli appassionati della politica da spettatori. La noia del dibattito sui mass media non ha precedenti. Liberi e Uguali non ha brillato in campagna elettorale.  Spesso ci siamo fatti stringere all’angolo, raramente, ci è riuscito a tratti Bersani, siamo entrati nel merito delle nostre idee. Sul fisco, sulla riduzione dell’orario di lavoro, sul diritto allo studio, sull’ambiente. Abbiamo avviato un processo, anche autocritico, di profondo ripensamento delle proposte classiche della sinistra riformatrice. Finalmente siamo usciti – stiamo provando a uscire, restiamo cauti – dalla bolla blairista del “liberismo di sinistra” e abbiamo ricominciato a fare il nostro mestiere, guardare il mondo con gli occhi dei più deboli. Temo sia troppo poco e troppo tardi per riuscire a spostare l’ago della bilancia elettorale in maniera sensibile. Ma questo, ce lo siamo detti in tutte le salse, è solo il primo tempo della partita.

Almeno abbiamo iniziato, a ripensare la sinistra. Mi dispiace solo che una parte dei movimenti e dell’associazionismo di base – che dovremmo considerare nostri interlocutori privilegiati – abbia preferito al confronto con noi le sirene della purezza ideologica. Che poi è un po’ una catena: se cominci a fare l’analisi del dna trovi sempre qualcuno che ce l’ha più puro del tuo. Per cui alla fine, invece di quel pungolo a sinistra di cui avremmo bisogno come il pane, le varie listarelle presentate saranno soltanto una (non so quanto) inconsapevole foglia di fico per Renzi. Ogni voto in meno a Liberi e Uguali, secondo me, è un passo indietro nella costruzione della sinistra – laica e socialista  – che serve in questo paese. Avremo tempo, spero tutti insieme, per riflettere, una volta passata la frenesia della campagna elettorale.  Vorrei però che due temi restassero centrali nel nostro ragionamento: quello dell’orario di lavoro e quello di un necessario radicamento popolare del nuovo partito che andremo a costruire.

Partiamo dal lavoro, visto che la nostra proposta di riduzione a parità di salario è stata praticamente ignorata da giornali e tv, interessati, come ormai avviene da mesi, soltanto alle alleanze, alle formule politiciste per giustificare un ipotetico governo post 4 marzo. Io credo che questa resti una questione centrale. Ne ho già parlato, ma vale la pena tornarci su, sia pur rapidamente. La rivoluzione robotica, della quale vediamo soltanto i primi effetti, porterà a una progressiva e fortissima riduzione della manodopera necessaria per produrre e movimentare la merce. Resto al campo dell’informazione: la scomparsa progressiva dei giornali su carta quanti posti di lavoro fa perdere? Dai tipografi, ai distributori, alle edicole. Migliaia. E ci sono sicuramente settori che saranno ancora più colpiti. Penso all’industria pesante, dove l’uomo in un futuro neanche troppo lontano non ci sarà proprio più. Le soluzioni proposte restano varie e contraddittorie. E anche questo fa parte della debolezza di una sinistra europea che è troppo presa a guardare il suo ombelico per tornare a ragionare a livello internazionale.

C’è chi ha lanciato addirittura l’imposta sui robot, proponendo di istituire una sorta di meccanismo di compensazione che vada a salvaguardare quanto meno le entrate dello Stato. Guadagni di più, devi essere tassato in qualche modo. Io credo che la riduzione dell’orario di lavoro resti lo scenario migliore. Per due ordini di ragioni: in primis perché mantiene inalterato il margine  di profitto. Le innovazioni tecnologiche, del resto, devono produrre come risultato ultimo un miglioramento del benessere collettivo. Se comportano un semplice aumento del profitto di pochi a scapito del livello di vita di molti non sono innovazione, ma regresso. E quindi è giusto che il lavoro umano diventi, come dire, più prezioso. Serve meno, ma resta indispensabile. Quindi lo paghi di più.  Succede in Germania, dove i metalmeccanici hanno appena firmato un contratto che prevede la possibilità di scendere a 28 ore settimanali, non si capisce perché la proposta di Liberi e Uguali (32 ore) non sia realizzabile. Certo non ci arriveremo domani, ma la strada è quella. Poi, resta sempre il problema di come organizzare una società in cui l’orario di lavoro scenda così drasticamente.

Mi affascina l’idea di una sorta di banca del tempo, dove ognuno mette a disposizione della collettività le proprie ore avanzate per lavori utili. Mi affascina per due motivi: il primo perché rappresenta una forma di socialità nuova, che combatte l’isolamento che pervade il nostro tempo. Per dirla chiaramente: le ore in più le possiamo sommare a quelle che dedichiamo all’addivanamento da televisione, oppure viverle in maniera sociale, dando un contributo al benessere collettivo. Il secondo, perché potrebbe essere un modo per fare esperienze lavorative differenti, sia pure in forma ridotta, ampliando sul campo la propria formazione. E anche di questo, di persone in grado di svolgere più ruoli, temo avremo sempre più bisogno.

Dovremo, insomma, riflettere molto e con la mente aperta su questi temi, su quella “società del non lavoro” destinata a rivoluzionare i nostri classici parametri di riferimento. La sinistra deve servire anche a questo. A ragionare e trovare le soluzioni ai problemi complessi. Si dice tanto che serve un argine al populismo. Bene. Magari sarebbe utile che chi lancia appelli non fosse, a suo modo, altrettanto populista. Ma non si costruiscono argini a nulla, se non si pensa a radici culturali profonde. Se la sinistra non fa il suo mestiere, non mi stanco di ripeterlo, non argina proprio nulla.

L’altro tema – anche su questo ho già scritto, ma vale la pena ricordarlo – del quale dobbiamo farci carico è come organizzare un moderno partito di massa. E guardate che non è una questione meramente tattica. Perché la crisi che sta attraversando la nostra democrazia è stata in primo luogo proprio la crisi dei partiti di massa. E più in generale la crisi dei corpi intermedi. In queste settimane, pur nel vortice della campagna elettorale, ho avuto sempre in testa l’intervento di una compagna in una riunione nella periferia romana. Diceva più o meno che non basta dire cosa vogliamo fare, non basta scrivere meglio i programmi e fare volantini più accattivanti. Dobbiamo darne una dimostrazione concreta. Confesso che – detta nel corso di una delle nostre sonnolente e spesso rituali riunioni – l’ho ascoltata con sufficienza. Questa è un po’ matta, mi sono detto. Spero non si offenda se per ventura mi legge. Poi, però, ho cominciato a riflettere e mi sono reso conto non solo di quanto avesse ragione, ma anche del fatto che la storia del movimento operaio è piena di esempi virtuosi e concreti. Basta pensare alle società di mutuo soccorso della fine dell’800. Non è da lì che nasce il movimento socialista? E cosa c’è di più socialista che realizzare dei piccoli presidi di egualitarismo e solidarietà? Io la dico, di solito, in maniera più banale: le sezioni di partito, per vivere, devono tornare a essere percepite come luoghi utili per i cittadini. Luogo utile ovviamente ha significati differenti a secondo del nostro interlocutore. A Roma, nel pieno dell’emergenza dei rifugiati, offrimmo alcune nostre sedi per farli dormire, per fare un esempio. Non si tratta di assistenzialismo, ma di cominciare a cambiare la società pezzo per pezzo. E così: biblioteche e scuole popolari, mutua assistenza, gruppi di acquisto solidale, mense popolari. Dobbiamo aprire sedi in tutti i quartieri e farne luoghi vivi, di costruzione dell’alternativa di sistema a cui pensiamo. Anche per questo mi dispiace l’occasione persa da chi ha preferito l’isolamento all’unità: perché tante esperienze esistono già e bisogna che siano protagoniste.

Sono andato lungo, ma sono temi che mi appassionano e ben altro ci sarebbe da scrivere. Vi saluto. Non prima ovviamente di fare l’ultimo appello. Si vota solo domenica. Alle politiche bisogna solo fare una croce sul simbolo. Su quale lo sapete. E’ inutile tornarci su. Alle regionali (Lazio e Lombardia) potete anche esprimere due preferenze di genere (uomo-donna). E andate a votare presto. Da bravi compagni.

 

 








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