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Una sinistra votata al suicidio.
Il pippone del venerdì/58

Giu 1, 2018 by     No Comments    Posted under: Il pippone del venerdì

A raccontare questa settimana c’è da farsi venire il mal di testa. A raccontare questa settimana da sinistra c’è da diventare scemi. Il balletto di presidenti incaricati, governi che saltano in dirittura d’arrivo, veti da Berlino e via dicendo, ha di per sé del surreale. Abbiamo assistito, per la prima volta nella storia della Repubblica, a un capo dello Stato che interviene in diretta per spiegare che ha detto no a un ministro proposto dal presidente del Consiglio incaricato. E ha detto no per ragioni di divergenza politica, non di inadeguatezza acclarata come avvenuto in passato.

Complice anche la fine del campionato tutto questo è diventato chiacchiera da bar, con schiere di costituzionalisti del fine settimana schierati sull’uno o sull’altro fronte, pronti a brandire come armi gli articoli della costituzione. Ci è mancato soltanto il Var. In pochi hanno notato il precedente creato da Mattarella, secondo me parecchio scivoloso, perché da adesso i futuri presidenti della Repubblica potranno citarlo per rifiutare un ministro sgradito per divergenze politiche. E non provate a citare situazioni del passato che non hanno nulla a che vedere con il caso in questione. Quando Berlusconi propose Previti come ministro della Giustizia, non c’era un problema di linea politica, c’era l’assurdità di un presidente del Consiglio che voleva mettere in quella posizione il suo avvocato. Insomma, il presidente Mattarella, diciamola così, ha usato i suoi poteri fino al limite estremo. Sul fatto che l’abbia o meno superato i pareri dei costituzionalisti, quelli veri, non sono concordi.

Comunque sia, alla fine il governo lo abbiamo. Manca la fiducia del Parlamento, ma, vista anche l’astensione della Meloni, pare un passaggio abbastanza scontato. Diciamo pare perché ormai le sorprese sono quotidiane. Mattarella ha ingoiato Savona, Salvini ha ingoiato il fatto che non sia ministro dell’Economia, ma abbia una posizione di minor rilievo. Pari e patta, avanti tutta. Altro record della settimana: abbiamo avuto un presidente del Consiglio che viene incaricato, rimette l’incarico e alla fine ne riceve un secondo nel giro di tre giorni. Con il povero Cottarelli che prima viene messo in campo per portare il Paese alle elezioni cercando di evitare traumi ulteriori, poi viene di colpo rimesso in panchina. Con Palazzo Chigi, insomma, l’uomo dei tagli che passò un anno  a studiare i conti e poi venne esautorato di colpo da Matteo Renzi, continua ad avere un rapporto difficile. Se fossimo su Facebook si troverebbe in una “relazione complicata”.

Cosa farà davvero questo governo, al di là delle parole del famoso contratto, non è dato sapere. L’asse appare molto spostato a destra, fatto salvo il reddito di cittadinanza che è il vero asso nella manica dei 5 Stelle. Hanno ingoiato di tutto pur di inserirlo nel programma. Resta da capire cosa faranno i vertici europei che in questa settimana hanno guidato la partita a colpi di spread. Al fatto che le fluttuazioni fossero opera del libero mercato non ci credono neanche i bambini. Si è trattato di una vera propria direzione operata dalla Banca centrale europea a colpi di acquisti (e soprattutto di mancati acquisti) di titoli italiani. A occhio, per dirla sinceramente, da questa commistione di diversi populismi, non arriverà nulla di buono per questo martoriato Paese. Azzardo comunque una previsione: vista la gestazione che, usando un eufemismo, si può dire travagliata, secondo me questo esecutivo durerà a lungo. Scordiamoci di avere occasioni di rivincita (si fa per dire) a stretto giro di posta.

Sia pur in estrema sintesi, è stata una settimana molto agitata, dal punto di vista istituzionale. Dal punto della sinistra, invece, è stata l’ennesima dimostrazione della nostra accentuata vocazione al suicidio. Abbiamo assistito a una bella e partecipata assemblea nazionale di Liberi e uguali, nella quale Grasso con il plauso della quasi totalità dei presenti, ha rilanciato il progetto. Con tre caratteristiche: una forza autonoma, che metta al bando i verticismi, con un forte rinnovamento – anche generazionale – nel gruppo dirigente. Sono passate 24 ore e ci siamo ritrovati in televisione e sui giornali Bersani e D’Alema a spiegare la linea (per altro non esattamente la stessa linea), i parlamentari chiusi per tre giorni in riunioni segrete per decidere il da farsi, la maggioranza di loro pronta a votare la fiducia a Cottarelli (sarebbero stati gli unici o quasi), un sostanzioso gruppo pronto ad accettare qualsiasi tipo di alleanza con il Pd, fino al listone unico del “fronte repubblicano” proposto da Calenda. Ultima assurdità: dopo tre giorni di silenzio ufficiale, rotto soltanto da improvvide iniziative di singoli, arriva il grande rilancio politico. Una lettera in  cui si invitano le forza progressiste a costruire l’unità in caso di elezioni. Avranno posto precisi paletti, immagino: sui punti qualificanti del programma, sul leader. Manco per niente. Vaghi richiami alla discontinuità. Tra l’altro un appello arrivato fuori tempo massimo, quando ormai era certo il ritorno al governo cosiddetto gialloverde, e ovviamente ignorato del tutto dalla stragrande maggioranza dei media. Poche ore prima sugli stessi media era addirittura circolato lo schema che aveva in mente il Pd: una lista di centro capitanata da Calenda, una di sinistra guidata dalla Boldrini, i democratici al timone di questo nuovo campo progressista, con Gentiloni, quello degli otto voti di fiducia sulla legge elettorale, a fare da sintesi. Insomma, lo schema che voleva Pisapia un anno dopo. In tutto ciò Renzi irride all’irrilevanza del nostro 3 per cento.

Taglio corto e me ne vado al mare. Con questi non andremo mai da nessuna parte. E’ evidente come la loro strategia non abbia nulla di politico ma sia orientata soltanto alla mera conservazione del loro posto “di lavoro”. Neanche è possibile parlare di posto di potere, perché di potere non ne hanno alcuno. Mirano soltanto a conservare lo scranno in parlamento. E questa volta, nel diabolico piano dei nostri, non sarebbe servita neanche la base. Bastava essere piazzati in qualche collegio sicuro, del voto al proporzionale non si preoccupava nessuno. Tanto a superare lo sbarramento del 3 per cento non sarebbero mai arrivati. Poi si sarebbero coperti parlando di emergenza democratica, di difesa delle istituzioni, di fase cambiata. Balle.

Scampato il pericolo a breve termine, verrebbe da chiedersi cosa fare adesso, non tanto per costruire una forza politica saldamente autonoma e ancorata a sinistra, ma almeno per liberarsi da questi quattro straccioni. Io resto convinto che l’unica strada sia costruire Liberi e Uguali, fare rete, mettere radici nei territori e poi sbattere fuori l’intero gruppo dirigente che da 30 anni non ne azzecca una, io direi a calcioni ma va bene tutto, anche un cordiale “prego, accomodatevi in strada”.

Attenzione a non farli diventare eroi.
Il pippone del venerdì/57

Mag 25, 2018 by     No Comments    Posted under: Il pippone del venerdì

Qua bisogna fare l’opposizione, non pensare di rivolgere contro il nuovo governo i metodi usati da loro. La ragione è semplice: se hanno funzionato contro la politica “tradizionale”, rischiano di essere un clamoroso boomerang contro i “nuovi” arrivati. L’esperienza l’abbiamo fatta a Roma, dove la disastrosa sindaca Raggi, eletta ormai 2 anni fa, vive ancora in una sorta di luna di miele infinita con buona parte dei cittadini. Che hanno sì gli occhi pieni del degrado della città, ma in testa ancora troppo vivi i ricordi di Alemanno, di Mafia Capitale e dei consiglieri del Pd che vanno alla chetichella dal notaio per sfiduciare il sindaco eletto dai cittadini. E sono ancora pronti a perdonare la sindaca bollata come “inesperta”, ma “sempre meglio dei ladri che c’erano prima”.

Vedo gli stessi rischi nelle dinamiche che si stanno sviluppando a livello nazionale. Qualche svista nel curriculum del presidente incaricato diventa una violentissima campagna di stampa. Ora, non che non sia grave, ma nulla in confronto a cosa hanno combinato i governi precedenti. Vogliamo parlare di Banca Etruria? O degli attici al Colosseo ricevuti in regalo? Siccome, poi, la campagna viene lanciata addirittura dal New York Times, rischia addirittura di sembrare la reazione dei poteri forti al cosiddetto governo del cambiamento. Ancora una volta si ripropone l’antitesi fra l’establishment – brutto e cattivo – e l’indistinto bisogno di “nuovo” che anima questo nostro confuso paese. E’ stato nuovo Berlusoni, poi è stato nuovo Renzi. Adesso il fatto che Conte sia anche uno sconosciuto ai più lo mette automaticamente in buona luce. E anche i contrasti con il presidente Mattarella sul nuovo ministro dell’Economia rischiano di essere un ulteriore tempo di questa partita che porta voti e consensi a Lega e 5 Stelle. Perché una cosa sono le prerogative del Presidente della Repubblica, tutte molto vaghe e applicate in misura variabile a seconda della forza dei partiti che ha di fronte, un’altra il sentire comune degli italiani. Ora, a me non sta particolarmente simpatico Savona, ma dire di no a Salvini per un mero dissenso politico sarebbe l’ennesimo regalo fatto alla Lega. Secondo me quasi quasi ci sperano addirittura. Il format è sempre lo stesso: vecchia politica moribonda che vuole bloccare il cambiamento. E l’immagine del morto che afferra il vivo e lo vuole portare con sé non è proprio delle migliori.

Io credo che l’opposizione sia un’altra cosa. Come era facile immaginare alla fine, con mille difficoltà e mille giravolte, alla fine un governo si sta facendo. Piaccia o non piaccia ce lo terremo a lungo. La Lega vuole prendere in pieno l’onda che la sta sospingendo sempre più in alto di giorno in giorno. I 5 Stelle hanno bisogno di mettere in campo i provvedimenti necessari a far capire che sono in grado di mettere in atto i programmi a lungo agitati come mere clave. E ricorrere ai vecchi rituali della politica per fare opposizione sarebbe un suicidio. Lo dicono i risultati delle ultime consultazioni: dal 4 marzo si è votato in 3 regioni e per la sinistra è stato un bagno di sangue dopo l’altro.

Sarà anche un test di scarsa rilevanza ma il Pd non entra nel consiglio regionale della Val D’Aosta. Dal 1946 il Pci, Il Pds e i Ds – dei quali i democratici continuano a dichiarararsi parzialmente eredi – non avevano mai avuto forza enorme ma erano sempre stati rappresentati. Meglio va alla sinistra propriamente detta che – saggiamente abbandonato il logo di Liberi e uguali, ma su questo torno dopo – ha preso il 7 per cento e tre consiglieri.

Non è questa la sede per entrare a fondo sui temi da mettere al centro dell’opposizione. Segnalo soltanto che mentre Lega e 5 Stelle stavano trattando su fisco, lavoro, ambiente, mettendo al centro del loro “contratto” i temi con cui ogni giorno gli italiani fanno i conti, il Pd svolgeva una fantascientifica assemblea nella quale l’argomento era più o meno questo: votiamo Martina come segretario fino al congresso stabilendo una data, oppure non lo votiamo e lo facciamo restare semplice reggente, sempre fino al congresso, ma senza indicare subito una data? Alla fine il principale partito dell’opposizione manco questo è riuscito a decidere, rimandando lo scontro furibondo a una successiva assemblea. Il tema era così delicato, insomma, da scomodare mille e passa delegati per ben due volte. Nelle stesse ore i leghisti spiegavano ai cittadini con gazebo sparsi per tutta Italia il programma del futuro governo. La differenza non è poca.

E meglio non va se si pensa alla sinistra propriamente detta. Anche in questo caso l’appuntamento è una assemblea nazionale che si svolgerà domani, sabato 26 maggio, in un hotel alla periferia di Roma. Ancora un luogo chiuso, quasi a simboleggiare un destino. Sui limiti di questa convocazione ho già scritto e quindi la faccio breve. Ma gli ultimi sviluppi sono esilaranti. Prima arriva una comunicazione in cui si invita chi vuole intervenire a mandare una mail. Pare che le richieste siano centinaia e questo del crescente bisogno di apparire in prima persona in ogni occasione dovrebbe essere materiale di ampia riflessione. Nulla però si sa dell’ordine del giorno dell’assemblea. Secondo le poche notizie che arrivano dai giornali anche in questo caso ci sarebbe uno scontro furibondo in atto: diciamo subito che vogliamo fare un partito o lo si fa al termine del percorso? Che partito facciamo? Unitario o federato? Che si allea con il Pd o no?

Io vi voglio bene, ma qui si sta esagerando. Io credo che sarebbe bene decidere intanto, formalmente, che faremo un partito. E poi avviare una fase di discussione, se non va bene la parola congresso perché vi pare che “escluda”, chiamiamolo anche piripicchio, l’importante è il concetto. Ma soprattutto bisogna tornare nelle piazze. Perché non lanciare, dal prossimo fine settimana, una specie di “operazione verità”? Mille gazebo in tutta Italia nei quali mandiamo deputati, dirigenti e militanti. Megafono in mano, come si usava una volta, a spiegare agli italiani perché il programma del governo andrà a impoverire tutti loro. La flat tax, la ventilata chiusura dell’Ilva, una politica suicida sull’immigrazione. Facciamo un volantino chiaro dove scriviamo – solo per fare un esempio – che la tassa uguale per tutti è un regalo ai ricchi. Senza tante perifrasi. Diciamo poche parole, ma comprensibili a tutti chiare: meno ore di lavoro per tutti, a parità di salario; patrimoniale per i ricchi, tasse più basse per i redditi medio bassi. Mi fermo, ma l’elenco sarebbe lungo.

Mi prendo, infine, poche righe per aprire un breve ragionamento sugli spazi sociali. Uno dei problemi della nostra società, credo che ormai ci siano arrivati tutti, è la mancanza di società. Non è un gioco di parole: viviamo in un mondo dove ci sono sempre più “singoli” e meno comunità. E la sinistra non può che battersi contro questo fenomeno. Ecco, credo che questo sia uno dei terreni di azione. Non basta, ad esempio, essere solidali con la Casa delle donne di Roma, minacciata di sfratto (la questione è più complessa, ma la faccio breve) perché in arretrato con gli affitti. Bisogna dire che le esperienze sociali devono avere spazi a costo zero. C’è un patrimonio pubblico non usato. Vecchie scuole, negozi, interi palazzi vuoti. Si faccia un bando: li affittiamo a costo zero a chi mi garantisce un uso sociale. Anche ai partiti, ai sindacati. Tutto quanto fa “società”, crea punti di aggregazione deve essere protetto e incentivato dal pubblico. Poi magari si controlla, si fanno verifiche sulle attività, in maniera da evitare che qualche furbetto ci si faccia il ristorante o l’albergo abusivo. La questione sarebbe complicata, magari ci tornerò.

La finisco qui, sperando che di proposte come questa si parli all’assemblea di Liberi e uguali e non di astratte alchimie. A proposito, dimenticavo: troviamo un nome e un simbolo, che dicano chiaramente chi siamo. Leu credo sia definitivamente bruciato dal 4 marzo.

Tranquilli, siamo tutti su scherzi a parte.
Il pippone del venerdì/55

Mag 11, 2018 by     No Comments    Posted under: Il pippone del venerdì

Sintetizzo il quadro in cui ci troviamo. Nasce il governo più a destra nella (breve) storia della nostra Repubblica, con i voti di quelli che mai avrebbero fatto alleanze con chi “aveva rovinato l’Italia negli ultimi 20 anni”. Ora accettano perfino Berlusconi nel ruolo di badante interessata. Allo stesso tempo il capo del principale partito di opposizione, quello che, nell’immaginario collettivo, rappresenta la sinistra che fa? Chiama i suoi elettori alla mobilitazione? No, ci mancherebbe altro. Dice: adesso stiamo a vedere se siete bravi, popcorn per tutti. Intanto quelli della sinistra vera, ancora rintronati dallo scarso risultato elettorale non sanno bene se convocare un’assemblea nazionale unitaria: “Che gli diciamo ai nostri?”, è l’angosciata domanda aleggiata nel vertice di giovedì scorso. Mentre ci pensano bene, il prossimo ministro dell’Interno potrebbe essere quello della ruspa, quello che vuole cacciare gli immigrati a pedate, mentre il ministro degli Esteri potrebbe essere uno di quelli che voleva un referendum sull’uscita dall’Europa.

Sembra davvero un grande scherzo televisivo, quello ordito ai danni degli italiani. Che assistono quasi intontiti da questi due mesi di trattative. I mass media ci hanno convinto che un governo va fatto, ci hanno messo in mezzo anche gli europei, i soliti moniti sui nostri conti. Mattarella ha paventato un immediato ritorno alle urne e, come di incanto, tutto si è sbloccato. Caduti i veti dei 5 stelle, garantito Berlusconi che non partecipa al governo ma sta lì in caso di necessità. Tirano un sospiro di sollievo i 900 e passa parlamentari che temevano di restare a piedi.

Ci sono stati casi di panico acuto in questi giorni. Abbiano letto interviste drammatizzanti, ad esempio, di Roberto Speranza, autonominato coordinatore nazionale di Articolo Uno – Mdp, che preconizzava l’esigenza di un “campo largo”, di una nuova alleanza di centro-sinistra, profondamente innovata nei contenuti e nei partiti, che facesse da argine ai due contendenti veri della scena politica. E’ lo stesso Speranza che dopo il 4 marzo diceva che Leu aveva preso pochi voti perché percepita troppo in continuità con il Pd. Giovedì era pronto a farsi guidare da Gentiloni. Abbiamo letto di telefonate preoccupate di Renzi a Salvini: “Ma davvero non ce la fate a fare il governo?” Tutti presi dal panico, perché avevano ben chiaro che rischiavano la scomparsa o, quantomeno, la definitiva certificazione della loro irrilevanza.

Lasciato da parte il cinema e i popcorn, ho scritto tutto questo per arrivare a una domanda vera, la stessa che vi ripeto – lo so sono ormai a livelli ossessivi – da qualche settimana: non è che aveva ragione Nanni Moretti e che con dirigenti così non vinceremo mai? E la domanda seguente, quasi conseguente: non è che per Leu il 4 marzo sarebbe stato meglio stare sotto il tre per cento e rimanere fuori dal Parlamento? Forse era quello l’unico modo di liberarci una volta per tutte da queste mezze figure. Uno strano mix di vecchie cariatidi ferme al ‘900 e di giovani cresciuti con gli ormoni come i polli da batteria: sembrano belli e sani, ma sono soltanto gonfiati. E invece quel risultato miserello, ma sopra il quorum, ottenuto da Liberi e Uguali ci ha consegnato questo gruppuscolo di 18 parlamentari che un confronto vero con i propri militanti non ce l’ha proprio in testa.

Sabato 12 maggio è previsto il primo appuntamento pubblico di Articolo Uno. Sono passati più di due mesi dalle elezioni. Dopo una batosta simile si immagina un lavoro preparatorio, intenso, un documento nazionale discusso ed emendato a livello locale. Assemblee di base per stabilire i delegati a questa importante assemblea. E invece no. Si sono svolte le assise regionali senza manco sapere quale fosse l’ordine del giorno, né tanto meno chi avesse diritto di voto: una specie di grande seduta di autocoscienza dove ognuno ha parlato a ruota libera. Quella del Lazio, addirittura, manco si è conclusa: è stata aggiornata alla settimana prossima. E domani? Ingresso libero, solita sfilata di sedicenti leader della sinistra nelle sue varie forme, i soliti noti. Dalla Falcone, a Cuperlo, a Fratoianni, a Orlando. Un lungo elenco di bolliti che dopo aver sbagliato tutto o quasi negli ultimi decenni ci verrà a spiegare come continuare a farlo. Il congresso, Articolo Uno lo farà con calma, entro la fine dell’anno. E soltanto perché questo prevede il regolamento per ottenere i finanziamenti del 2 per mille, l’unica forma rimasta di contributo pubblico. Ancora cinema, insomma. E neanche di alto livello.

Allora che fare? Io sarei sempre per ripartire da assemblee al di fuori e al di sopra rispetto ai partiti esistenti. Che sono soggetti ridicoli, che non esistono più se non per dare un po’di medagliette da dirigente. Assemblee aperte, dove non ci si chieda da dove veniamo ma dove vogliamo andare. Non mi sembra, purtroppo, che ci sia lo spirito giusto. E allora bisogna combattere con i pochi mezzi che abbiamo, dentro questi partitini. Io lo farò, per le limitate forze che ho, dentro Articolo Uno. In questi mesi le scadenze elettorali, la necessità di fare comunque fronte comune, mi hanno indotto troppo spesso al silenzio e alla ricerca del compromesso. Da adesso, davvero basta. Lotterò, magari da solo, ma le spalle sono atte allo scopo, con pochi punti da cui partire.

  • Dimissioni immediate del gruppo dirigente nazionale di Articolo Uno. Speranza per primo. Non è possibile che in due mesi non abbiano sentito l’esigenza di avviare un confronto e abbiano continuato a parlarsi unicamente tra loro. Unica preoccupazione: come garantirsi il ritorno in Parlamento in caso di un nuovo voto. Grazie, non mi interessa. Sia chiaro a tutti che quando parlano non rappresentano che loro stessi. E siccome manco vanno d’accordo, a volte neanche quello.
  • Avvio altrettanto immediato dei “Laboratori della sinistra unita” in ogni quartiere. Su questo molto ho già scritto. Articolo Uno nasce un anno fa con questo scopo dichiarato. Sarebbe assurdo che proprio adesso decidesse di diventare a sua volta un partito con la propria struttura. E allora nessun tesseramento, nessun nuovo gruppo dirigente, si riparta da una forma il più aperta e inclusiva possibile, quella del “laboratorio” appunto. L’obiettivo è arrivare in tempo relativamente breve alla costruzione di un partito unitario. Non una federazione, perché sarebbe una presa in giro, una sorta di certificazione del fallimento. Semmai una forma nuova di aggregazione politica dove l’adesione possa essere sia a livello personale che collettivo. Nei laboratori si dovrà discutere e deliberare su pochi punti: la forma partito, la collocazione europea della nuova forza politica, i cardini essenziali per la stesura di una carta dei valori.

 

Io credo che la situazione, sempre che non sia tutto un grande scherzo, sia quasi disperata ormai per questo Paese. Sarà davvero la fine del bipolarismo destra-sinistra? C’è chi lo teorizza, quasi lo auspica, senza capire che, senza una forza che torni all’analisi marxista della società e la traduca nel mondo contemporaneo, non ci sono nuovi traguardi, c’è soltanto lo strapotere dei forti sui deboli. C’è il ritorno a una società dominata da quella élite che abbiamo combattuto dall’800 a oggi. Io credo che l’Italia sia una sorta di prova generale, siamo una specie di provetta dove i giganti della finanza sperimentano. E sarebbe bene che questo virus fosse isolato e battuto. Se ognuno di noi fa la sua parte con lo spirito che dicevo sopra ce la potremmo anche fare. Diciamolo in ogni occasione, nei partiti e nei movimenti di cui facciamo parte: non ci sono alleanza né campi da ricostruire, dobbiamo ripartire da noi stessi, dobbiamo ritrovare la capacità di parlare al nostro blocco sociale di riferimento. Prima la sinistra. Diciamolo forte, in ogni assemblea.

Un governo che ci dia felicità.
Il pippone del venerdì/53

Apr 27, 2018 by     No Comments    Posted under: Il pippone del venerdì

Quale dei governi liberi meglio convenga alla felicità d’Italia? Se lo chiedeva nel 1796 Melchiorre Gioia, esponente di spicco del giacobinismo italiano, con una lunga dissertazione nella in cui sosteneva la tesi di un’Italia libera, repubblicana, retta da istituzioni democratiche, indivisibile per i suoi vincoli geografici, linguistici, storici e culturali. Non so perché, ma in questi giorni di convulse (si fa per dire) trattative, ribaltoni bizantini, forni che si chiudono e si aprono, mi è tornato in mente questo saggio con il quale Gioia vinse un concorso, studiato negli anni dell’università. Mi è tornato in mente perché sono in molti gli studiosi della politica che attribuiscono alla mancanza di una qualsiasi forma di rivoluzione lo stato magmatico dell’Italia attuale.
Il giacobinismo, del resto, in Italia non ebbe gran seguito, occupa appena una mezza paginetta nei manuali dei licei. Non abbiamo avuto rivoluzioni politiche, né abbiamo partecipato a pieno a quelle tecnologiche. Da noi gli effetti di quello che succede nel resto del mondo arrivano sempre con decenni di ritardo, depurati dagli aspetti più traumatici e rivoluzionari. Assorbiti dalla classe dirigente che più o meno è rimasta quella dell’ottocento a essere ottimisti. Questa è la vera casta, davvero inamovibile, che ha saputo sempre adattarsi ai cambiamenti. Del resto siamo il paese del “se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi” come siamo il paese sempre pronto a saltare sul carro dei vincitori. E allora siamo sempre stati governati da una commistione fra grandi famiglie, ordini professionali, notabili locali, sistema delle banche. Una sorta di potere feudale che, sostanzialmente sempre uguale, è arrivato al ventunesimo secolo adattandosi alle condizioni mutate, anzi avvolgendo la realtà in una sorta di blob melmoso che tutto attenua e tutto comprime.
Certo, poi succede che un mondo sempre più globale fa in modo che i movimenti mondiali si espandano con maggior rapidità. E allora arriva il ’68, esplodono i no global. Sembra che tutto debba cambiare nel tempo di un batter di ciglia. Ma l’Italia sa sempre come trattare chi vuole tutto e subito. Basta pensare agli anni del terrorismo – si chiamavano “di piombo” – che seguirono il ’68 o a piazza Alimonda che spense la luce su quel movimento che – visto con occhi obiettivi – aveva capito gran parte dei disastri, sociali e ambientali, che la globalizzazione stava causando. Tutto deve cambiare perché tutto rimanga come è. Il ritornello è sempre lo stesso.
L’anomalia italiana, vera – lo so sono noioso e ripetitivo, ma invecchiando peggioro – nacque dopo la seconda guerra mondiale. E fu quel Partito comunista che diventò una sorta di Stato nello Stato. Una comunità con una sua etica perfino feroce, un suo scopo da raggiungere oltre i confini temporali della vita umana. Anche quella esperienza, davvero originale, è stata ormai messa definitivamente a tacere. Non rifaccio tutta la storia da Occhetto a oggi, ma nel momento stesso in cui si decise di cancellare il Pci perché bisognava arrivare al governo si mise una grossa pietra tombale sulla storia della “differenza” dei comunisti italiani.
E così arriviamo ai giorni nostri. Sono giorni in cui essere ottimisti diventa davvero difficile. La sinistra è sparita. Ora, Liberi e Uguali sarà anche un gruppo sparuto, ma comunque più consistente di partiti che ai tempi del proporzionale facevano il bello e il cattivo tempo. Basta pensare che un eventuale governo Pd-M5s al senato avrebbe appena 161 voti. Roba che il primo Turigliatto che si sveglia con la luna storta ti fa saltare il banco. Quei quattro senatori eletti con Leu, insomma, servirebbero come il pane. Eppure nulla: manco vengono consultati dall’esploratore Fico. Il Pd, dal canto suo, dorme sonni agitati, diviso fra chi vede una luce in fondo al tunnel perché proprio costituzionalmente non riesce a immaginarsi confinato all’opposizione e Renzi che pensa la politica soltanto in termini di potere personale. Faranno mai un governo?
Il ragionamento gattopardesco lo vorrebbe fortemente. Non a caso in questa direzione premono i mass media più legati alla casta del potere. Perché un governo che renda normali i 5 stelle, che depotenzi la domanda di cambiamento contenuta nel loro successo ricondurrebbe la situazione politica a un ambito noto e quindi rassicurante. E quindi mai un governo fra Di Maio e Salvini perché sarebbe una rincorsa fra estremismi differenti, ma simili nella loro radice culturale. Ben venga un governo che faccia piombare nel blob Grillo e i suoi.
E la sinistra? Viene da pensare che abbia perso il suo ultimo appuntamento con la storia. Non oggi. Il risultato elettorale del 4 marzo è solo l’ultimo effetto del logoramento quanto meno ventennale al quale siamo stati sottoposti. Dall’accettazione del capitalismo come orizzonte unico, alla globalizzazione subita e neanche mitigata. Capita la lezione si potrebbe ripensare, riorganizzare, pensare a nuove radici da far crescere nel conflitto, in quelle periferie sociali che crescono sempre più. Nulla di tutto ciò. Si continua stancamente a parlare di governo, di costruire un nuovo centro-sinistra non si capisce bene con chi. Ultimo caso il Molise. Dove tutti insieme – ma proprio tutti – si arriva al 17 per cento. Sarà un test piccolo, ma non insignificante. Il centro-sinistra ha chiuso un ciclo storico. La partita è ormai fra 5 stelle e destra. Non solo non esiste quel quarto polo vagheggiato da Sinistra italiana, ma manco il terzo che vorrebbero Bersani e soci.
I partitini di Leu si sono rinchiusi nei loro piccoli recinti, teatro di miserie umane di autoproclamati leader. Pensano ai loro piccoli tesseramenti. Alle loro piccole idee per sfangare le prossime elezioni. Alle loro piccole clientele per far felice qualche famiglia. Come ho sentito dire. Quella voce che, sia pur in maniera contraddittoria e con toni incerti, aveva cominciato a farsi sentire in campagna elettorale è scomparsa. Di Potere al popolo si sono perse le ancor più flebili tracce. Si aspetta il big-bang del Pd per rifare un partito socialdemocratico alla tedesca, in grado di tornare a quelle cifre elettorali che garantiscano tranquillità alla sua classe dirigente. E allora? Alla domanda che poneva Melchiorre Gioia alla fine del ‘700, come si può rispondere oggi?
Io credo che il nuovo paradigma debba essere quello della felicità. Capisco che è un parametro complesso da misurare, ma il benessere di un popolo è qualcosa di meno semplice rispetto al reddito. Servirebbe un movimento che si ponesse la felicità come obiettivo. Felicità in termini di esperienza comunitaria, di coesione sociale, di conservazione delle ricchezze ambientali, di mutuo soccorso. Sarebbe una rivoluzione, questa volta difficilmente riassumibile negli schemi classici. E per questo non la vedremo mai.
E comunque, buon Primo maggio a tutti. Che almeno questa sia una giornata senza lavoro.

Roma, Capitale a scartamento ridotto.
Il pippone del venerdì/31

Nov 3, 2017 by     No Comments    Posted under: Il pippone del venerdì

Premessa doverosa: per una volta invidio i cittadini siciliani che domenica sono chiamati ad eleggere il presidente della Regione. Li invidio perché hanno la fortuna di poter votare Claudio Fava, uno dei miti della mia giovinezza. Uomo con la schiena dritta, non tanto un simbolo della lotta alla mafia, ma un pezzo vivente di quella lotta. Uno che, insieme al gruppo del settimanale “I Siciliani”, la mafia l’ha combattuta quando non si poteva neanche nominare. Quando i giornali di Catania rispettavano ossequiosi i quattro “cavalieri del lavoro”, Pippo Fava diceva apertamente che erano mafiosi. Insieme a lui c’era quel gruppo di giovani coraggiosi, dal figlio a Riccardo Orioles a Michele Gambino che poi ho avuto la fortuna di conoscere nell’esperienza romana di Avvenimenti. Ma fra i Siciliani e Avvenimenti c’era stato l’assassinio di Pippo Fava, le vite a rischio degli altri giornalisti, alcuni dei quali costretti a scappare all’estero per anni. Un grande giornalista ma soprattutto, lo ripeto, un uomo con la schiena dritta. La Sicilia ha bisogno di uscire dalla eterna ammucchiata dei compromessi se vuole pensare a un futuro differente. E con Fava presidente ne ha l’opportunità. Non la sprecate.

Che c’entra con il titolo? Nulla o forse molto. Perché Roma, in condizioni differenti, mi sembra avviata verso lo stesso declino a cui – lo dico da osservatore lontano, ma sempre attento a quello che succede a quelle latidunini  – l’isola del sud è soggetta da troppo tempo. Le varie “primavere” siciliane rischiano di essere soltanto pallidi intermezzi. Tagliamo corto, ne ho già ampiamente parlato un anno fa, ma mi ha stimolato l’intervento di Massimo D’Alema che, concludendo una iniziativa di Articolo Uno,  ha dato una definizione sferzante della situazione: “Roma – ha spiegato – rischia di non essere più la capitale d’Italia, ma la capitale del mezzogiorno”. Una definizione che è un po’ un cazzotto nello stomaco. Un cazzotto salutare, ma per sempre una botta violenza. D’Alema, in sostanza divide l’Italia in due, immagine non nuova ma che torna d’attualità, per dire che Roma non segue più la parte più virtuosa del Paese, ma si ritrova a guidare quella che arranca, quella in cui il degrado vince sulla bellezza. Quella si arrende al declino. Da un lato Milano, tornata la città rampante degli ultimi decenni del secolo scorso, in cui lo sviluppo, economico e culturale è impetuoso. Dall’altro Roma che perde pezzi come l’asfalto delle sue strade massacrate dall’incuria.

La definizione mi ha particolarmente impressionato per una ragione anche personale. Come molti sanno dal 2001 al 2007 ho lavorato come responsabile della comunicazione al gruppo dei Democratici di sinistra del Lazio, curando contemporaneamente anche la comunicazione del partito regioanel. E mi sono trovato, lavorando spesso alle relazioni del segretario, Michele Meta, a usare l’immagine di una regione al bivio, in bilico, fra le due italie. Regione e non città, perché avevamo ben chiaro che una grande capitale non è solo una città, ma è una Regione intera. Sia dal punto di vista economico e sociale che politico. Avvertivamo il rischio, insomma. E indicavamo anche le soluzioni: la città della tecnologia e della comunicazione, lo sviluppo dell’Information and communications technology, l’aerospaziale, il settore farmaceutico. E ancora: la rete della conoscenza e della ricerca basata sulla necessità di mettere a sistema le grandi istituzioni universitarie del centro-sud, il turismo, l’opportunità rappresentata dalla linea ferroviaria ad alta velocità che si stava completando in quegli anni.

Varrebbe forse la pena riprendere quella riflessione, perché rappresenta un po’ un libro delle occasioni perse. A oggi succede l’esatto contrario di quello che auspicavamo: Roma perde pezzi ogni giorni. Da Sky emigrata a Milano insieme ad altre redazioni importanti, alla ricerca farmaceutica che ha sempre meno casa a Pomezia, alla Tiburtina Valley eterna incompiuta che è persino difficile da raggiungere grazie alle strade iniziate e mai finite.  Roma ha vissuto anni impetuosi dalla metà degli anni ’90 all’inizio del nuovo secolo. Era la locomotiva d’Italia, la sua economia cresceva il doppio rispetto al resto del Paese. C’erano insomma basi importanti sulle quali chi governava quei processi – ovvero il centrosinistra – non è riuscito a costruire un modello di sviluppo, quel modello che pur avevamo intuito e tratteggiato in tanti convegni.

E’ bastato il combinato disposto della crisi economica unita ad anni di amministrazioni comunali incapaci di intendere e di volere, per svelare quanto quella crescita fosse effimera. Legata a un fiume di finanziamenti pubblici che poi si sono interrotti. Ai giubilei, alle manifestazioni sportive. Ecco, in questo vedo un parallelo profondo con la situazione siciliana, una regione intera che per cento anni è vissuta così, con un flusso ininterrotto di finanziamenti dallo Stato centrale che tutto copriva e tutto metteva a tacere. Tutti avevano un posto pubblico. Un posto sicuro. Poco importa che fosse improduttivo o che, nei casi peggiori, fosse in gran a parte un territorio a gestione mafiosa. Non è un caso che a Roma la penetrazione delle organizzazioni criminali sia diventata sempre più profonda. Basta guardare le insegne dei ristoranti e dei bar.

Né la Regione, amministrata sicuramente meglio in questi anni, è riuscita a sopperire al disastro delle amministrazioni Alemanno, Marino, Raggi. Stiamo continuando a rotolare lungo una china. Nella quale il romano è tornato a essere quel personaggio un po’ indolente che Sordi ha saputo descrivere nei suoi film con tanta profondità. Indifferente, apatico, incapace persino di ribellarsi. Anche le esperienza civiche, dai comitati di quartiere alle tante realtà associative, mostrano tutti i loro limiti. Perché possono essere spalle importanti per arrivare dove una buona amministrazione non riesce ad arrivare, ma non possono sostituirsi ad essa.

Ecco, io credo che Roma possa ripartire, possa tornare a essere Capitale d’Italia e non dell’Italia di serie B, soltanto se unisce questi due fattori: una classe politica (Comune e Regione insieme) meno peracottara di quella attuale, ma soprattutto una nuova coscienza civica. Serve una vera e propria rivoluzione culturale che scuota questa città indolente. Fa impressione vedere ragazzi arrivati da lontano che puliscono le strade e chiedono in cambio qualche moneta per tirare avanti e i negozianti (ma anche i condomini) che se ne fregano se qualcuno riempie la strada davanti alle loro attività di materassi, frigoriferi e rifiuti vari. Poi servirà anche il resto, a partire da un nuovo modello di governo della città. Più decentramento vero, una dimensione non più limitata a Roma, ma che comprenda anche l’area metropolitana. Una vera rivoluzione nelle istituzioni e non la presa in giro architettata da Renzi e Delrio. Tutto vero. Ma se insieme non ci sarà una rinascita dei romani sarà l’ennesima primavera effimera. Verrà magari anche l’estate, ma poi tornerà inesorabilmente l’inverno. Se la riflessione della sinistra non riparte da qui non basteranno mille convegni. Saremo sempre una capitale a scartamento ridotto, lontani da quelle grandi realtà europee a cui guardavano Rutelli e Veltroni, gli ultimi due sindaci di Roma.

Unità della sinistra, l’ostacolo si chiama Pisapia.
Il pippone del venerdì/19

Lug 14, 2017 by     5 Comments    Posted under: Il pippone del venerdì

Chi mi conosce sa bene che dico quello che penso. E non voglio di certo venire meno adesso che ce ne è più bisogno. Ho ascoltato tutti gli interpreti, a titolo vario, ho letto le dichiarazioni, digerito i retroscena, sono stato al Brancaccio, sono stato a Santi Apostoli, sono stato al confronto tra Fratonianni, Falcone e Rossi che c’è stato ieri sera alla festa romana di Si. Sono un paio di mesi che ci penso. E non me la spiego altrimenti. Sono tutti d’accordo sui temi, sono tutti d’accordo sul percorso, sulla necessità di non dare vita a una mera aggregazione elettorale ma di far partire un processo che porti a un nuovo soggetto politico unitario (non unico). Articolo 18, investimenti, progressività fiscale, tassazione dei grandi patrimoni, welfare. E poi identità di una nuova sinistra. Che si allontani dalla terza via di Blair e sia più simile a Corbyn. Nessuno dissente, si chiama fuori al massimo il solo Acerbo, nome omen verrebbe da dire, oscuro segretario di Rifondazione comunista, ma abbiamo detto lista unitaria, unica sarebbe impossibile. Dico di più: si moltiplicano gli appuntamenti, a livello locale, nelle feste estive soprattutto, dove in calendario c’è proprio il tema di come si scrive (prendo a prestito lo slogan di Sinistra italiana non me ne vorranno) una nuova agenda per la sinistra. Appuntamenti dove il carattere unitario è molto forte, a partire dagli interlocutori.

Dico ancora di più. Se escludiamo quattro esperti in settarismo da tastiera che farebbero bene a mettere la testa fuori dal web, più ci spostiamo dai vertici verso la base, verso quel popolo della sinistra evocato da tutti, più il messaggio è chiaro: questa volta o state tutti insieme oppure non ci provate neppure a chiederci il voto. Lo ha capito bene D’Alema, che in questi mesi è davvero quello più in forma. Lo sciopero del voto confermato nelle ultime amministrative si allarga, altro che storie. Si argina soltanto quando ci sono esperienze con tre caratteristiche: unitarie, autonome e alternative al Pd, con una forte radice nei territori.

E allora, ma se questa è la realtà, ma per quale diamine di motivo non si sono ancora seduti a un tavolo, lontano dai riflettori, per buttare giù quattro idee, quattro parole d’ordine? Guardate che noi siamo pronti, dateci i volantini e ci facciamo le spiagge metro per metro, ferragosto compreso. Ecco, la dico chiara, il motivo,l’ostacolo,  secondo me, ha un nome e un cognome: Giuliano Pisapia.

Per non farla troppo lunga e risparmiarvi in questo fine settimana caldissimo, procedo per punti.
Il primo luglio per lui è stato un flop di dimensioni gigantesche: una piazza entusiasta per le parole di un Bersani già in forma campionato, ha accolto con sconcerto i suoi farfugliamenti confusi. La gente si guardava sconcertata. Contenuti meno di zero. Quando ha detto (e ci mancherebbe altro) che bisogna reintrodurre l’articolo 18 c’è stato quasi un sospiro di sollievo collettivo. Carisma, non pervenuto. Capacità di analisi della realtà, nulla. Una figurina telecomandata da potenti gruppi editoriali e dai salotti buoni della borghesia italiana.

Campo progressista e le officine delle idee? Ma chi l’ha visti? Una finzione. La piazza l’ha detto chiaramente: Articolo Uno rappresenta l’unica forza organizzata. E chi farebbe il centro in questo fantomatico centro-sinistra evocato dall’ex sindaco di Milano? Tabacci e Carra? E i preannunciati Letta, Prodi dove stavano? Tutti in campeggio.

E poi la cronaca di queste settimane successive alla manifestazione: la richiesta, reiterata e nuovamente respinta al mittente, di sciogliere Articolo Uno. Non si capisce bene per quale motivo e in cosa si dovrebbe sciogliere. La sinistra si deve radicare nelle città, altro che sciogliere. E poi l’assenza di Pisapia sulle questioni che si pongono di giorno in giorno. Sui migranti, sulle banche, sul Ceta. Dove sta il sedicente leader? Poi la reazione allergica all’idea della cabina di regia della sinistra. Ieri quest’altra grande trovata: non mi candido alle elezioni. Ora, Giuliano caro, ma chi ti credi di essere? Non sei un generale, non hai un esercito, non federi alcunché, ci aggiungo anche che negli anni scorsi non ne hai azzeccata una. Insomma, datti una calmata. E sia chiaro: le prossime elezioni non sono la fine del mondo, ma sono una tappa decisiva nella ricostruzione della sinistra. E allora tutti in campo: quando si devono prendere i voti, i leader servono. E un leader dove lo vedi? Dal consenso che riesce a raccogliere. Tutti dentro la battaglia, territorio per territorio. Casa per casa, metro per metro. O si pensa che bastino gli editoriali benigni di giornalisti amici per generare automaticamente consenso? E poi il Parlamento è il centro della politica italiana, questa idea dei leader che si tengono lontani dalle Camere la trovo non solo sbagliata ma opposta alla mia concezione di democrazia.  Chi vuole contribuire a far crescere il Paese, chi vuole partecipare alla vita politica si candidi e dia il proprio contributo nelle aule del Parlamento. E’ un onore, non una vergogna.

Insomma, io ho sempre cercato, da quando sono uscito dal partito democratico, di essere inclusivo. Abbiamo aspettato gli altri che ancora erano dentro. Non sono per chiudere le porte a nessuno. Ma inclusivi verso chi? Io direi verso gli elettori soprattutto. E adesso non credo sia il momento dell’affermazione del proprio ego. A meno che, questo quello che penso davvero, a meno che non ci sia una profonda divergenza di prospettive.

Ecco, ma fosse sempre il solito il problema vero? Malgrado le affermazioni, la linea di Pisapia e soci resta la stessa: convincere Renzi che serve un’alleanza, che non può andare alle elezioni da solo. Insomma vorrebbero, con la regia di Prodi, ingabbiare, depotenziare il segretario del Pd, con una manovra di accerchiamento: da un lato loro, i padri nobili che gli fanno no con il ditino, dall’altro Orlando, ma anche Francheschini, Bettini e Veltroni che fanno il controcanto dentro il Partito. Da qui l’allergia a una alleanza a sinistra e, ancora di più, alla costruzione di un polo della sinistra in Italia. Pisapia dica chiaramente, per una volta, quale è la prospettiva a cui lavora: una forza alternativa e autonoma dal Pd o l’ennesima stampella a un progetto traballante? Se il suo piano è il piano B, non abbiamo nulla da dirci: uscire dal Pd per farci un’alleanza elettorale insieme, non avrebbe senso. Renzi è sempre quello del jobs act, della riforma costituzionale, delle leggi liberticide come il decreto Minniti.

Nel primo caso, invece, Pisapia scenda dal piedistallo e si metta al servizio, insieme a tutti gli altri, senza primogeniture o presunte leadership. Un leader ha due strade per diventare tale: o è riconosciuto da tutti oppure ha una legittimazione democratica. Secondo me, tra l’altro, alla sinistra italiana serve un gruppo largo e non un capo, la legge elettorale non prevede alcuna forma di indicazione del candidato premier. E comunque la questione sta in fondo all’agenda e non al primo punto.

Enrico Rossi, al confronto che citavo all’inizio ha fatto una proposta che mi pare di grande buonsenso: costruiamo l’unità sui temi, a partire dalla manovra di stabilità. Quello è il momento vero in cui – seppur in ritardo – affermare la nostra discontinuità con il passato e rompere con le politiche renziane che Gentiloni sta portando avanti. La sinistra si metta a sedere attorno a un tavolo e scriva un emendamento comune con quattro idee per il paese. Io alzo il tiro: presentiamo, tutti insieme, una contromanovra. Abbiamo le competenze per farlo. Facciamo vedere che siamo sinistra di governo non a parole ma con i fatti. E poi, niente scherzi: conseguenti fino in fondo. Ci bocciano le nostre proposte, nessuna fiducia a nessuno governo. Serve coerenza fra quanto affermiamo e i comportamenti dei parlamentari.

Allo stesso tempo, l’ho già proposto e lo rilancio, facciamo comitati unitari in tutti i quartieri. Usiamo le feste estive che si stanno moltiplicando in tutta Italia come occasione di dibattito e di incontro. E magari non lasciamo la parola solo ai dirigenti, facciamo parlare il nostro popolo, anzi i nostri quadri, il popolo ancora resta a casa, bisognerà andarlo a cercare a domicilio. Ascoltateci e capirete la nostra voglia di costruire. I retroscena lasciamoli agli editorialisti che guardano la società dal buco della serratura delle veline telecomandate.  Noi abbiamo un altro compito, dobbiamo guardare in faccia la società italiana, quello che non va. Dobbiamo ridare una prospettiva, una speranza. E per fare questo dobbiamo imparare a prenderci i pesci in faccia nelle strade delle periferie. Non discettare sui massimi sistemi in qualche apericena terrazzato.

Bandiera rossa, ridiventa straccio…

 

Ricordare Falcone e Borsellino,
perché nessuno resti più solo

Lug 19, 2012 by     No Comments    Posted under: dituttounpo'

Quel giorno, anzi quei mesi, Falcone il 23 maggio, Borsellino il 19 luglio. Quelle immagini, la voragine di Capaci, via D’Amelio sconvolta. All’epoca ero un giovano cronista di Paese Sera. Mi ricordo in particolare il 23 maggio. Read more »

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