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Il Pippone del venerdì/2 Il garantismo de noantri

Mar 17, 2017 by     No Comments    Posted under: Il pippone del venerdì

logo pipponeMettetevi comodi perché la questione è lunghetta. Il quadro è più o meno questo.

2013: il ministro della Giustizia Annamaria Cancellieri è nella bufera per il presunto interessamento per la scarcerazione della figlia di Salvatore Ligresti, Giulia Maria, a cui vennero accordati gli arresti domiciliari a causa delle condizioni di salute. Mancano pochi giorni alle primarie e Matteo Renzi in persona, allora candidato alla segreteria del Pd, non ci pensa due volte, parte deciso:  “Per me Letta fa un errore a dire che sulla Cancellieri ci mette la faccia. È stata lei a fare la sintesi perfetta dicendo: il vecchio Pd mi avrebbe difeso e il Pd ha votato a favore. Il nuovo Pd credo che non difenderà più casi di questo genere”.

2016: arresto di Marra a Roma, fedelissimo del sindaco Raggi. Il 16 dicembre il Pd si scatena chiedendo le dimissioni del sindaco. Il commissario del Pd romano, nonché presidente del Pd nazionale, nonché deputato, nonché attuale reggente autoproclamato del Pd nazionale, Matteo Orfini, spiega che “ loro sono diversi. Quando è capitato a noi abbiamo commissariato il partito, lavorato mesi a bonificare e ripulire. Abbiamo cacciato persone e reciso legami. Per queste scelte abbiamo pagato un prezzo altissimo. Ma era la cosa giusta da fare. Loro oggi scappano, si nascondono”.
A difesa del sindaco di Roma, indagata per falso e abuso d’ufficio si schierano tutti i 5 stelle e anche Matteo Renzi, che si dichiara garantista sempre. Nel corso della presentazione della sua candidatura alle primarie del Pd (sempre in mezzo le ritroviamo) dichiara addirittura la sua solidarietà: “Vorrei mandare un grande abbraccio di solidarietà a Virginia Raggi che è stata indagata, perché noi, a differenza di altri, siamo garantisti per tutti e non solo per i nostri”. Salvo per la Cancellieri, la Idem, Lupi eccetera eccetera.

2017: scoppia il caso Consip. L’inchiesta condotta da due procure, Napoli e Roma, riguarda presunte pressioni sull’amministratore delegato della Consip, Luigi Marroni, per favorire il gruppo Romeo in un mega appalto da 2 miliardi e mezzo di euro. Nella vicenda sono indagati, fra gli altri, il padre di Renzi, Tiziano,. e il ministro dello Sport, con delega al Cipe, Luca Lotti che, si legge negli atti dell’inchiesta, avrebbe avvertito Marroni dell’indagine in atto e della presenza di microspie nel suo ufficio. Lo dichiara lo stesso Marroni: ”Ho fatto effettuare la bonifica del mio ufficio in quanto ho appreso in quattro differenti occasioni da Filippo Vannoni (presidente di Publiacqua, ndr), dal generale Emanuele Saltalamacchia (comandante Legione Toscana, ndr), dal Presidente di Consip Luigi Ferrara e da Luca Lotti di essere intercettato”.

Scatta la difesa a oltranza da parte del Pd, Renzi in testa, mentre i 5 stelle si scoprono meno garantisti e presentano una mozione di sfiducia nei confronti del ministro al Senato. Mozione respinta anche grazie al fatto che Forza Italia non vota e 19 senatori fra i verdiniani e sieguaci di Tosi arrivano a garantire la maggioranza assoluta. 161 i voti contrari. Gli 19 stessi voti saranno restituiti (ma sicuramente è una mera concidenza) il giorno dopo nella votazione che doveva portare alla decadenza (legge Severino) del senatore Minzolini, di Forza Italia, condannato in via definitiva a due anni e sei mesi per peculato. Quando era direttore del Tg1 usava in maniera allegra la carta di credito aziendale. Il senato respinge. Con quella condanna non potrebbe partecipare ad alcun concorso pubblico, ma fare il senatore sì. Va bene essere garantisti, ma dopo tre sentenze, un dubbio non vi viene proprio? Ma questa è un’altra storia.

Il ministro Lotti, intervenendo in Senato, non solo proclama la sua innocenza con grande veemenza, ma rispolvera il vecchio leit-motiv berlusconiano del complotto. Tira sempre. “Colpendo me – declama con i capelli al vento – si vuole colpire Renzi e la stagione del riformismo”. Che a dire il vero sembra già messa a dura prova dalle bocciature ripetute della Corte Costituzione e degli elettori. Sarà un complotto anche questo. Chissà.
Nella stessa occasione, la senatrice pentastellata Paola Taverna, spiega un curioso concetto di giustizia: “Il tema non è l’avviso di garanzia, ma la gravità delle accuse e per capirlo non abbiamo bisogno di aspettare le sentenze della magistratura. E’ un principio basilare, che noi del Movimento 5 Stelle, applicando il nostro codice etico elogiato dal magistrato antimafia Di Matteo, abbiamo già fatto nostro”.  Insomma, per la Raggi le accuse non sono gravi, per Lotti sì. A quanto pare decide Grillo, giudice supremo ingiudicabile.

Sono soltanto alcuni esempi. Per farla breve, è un gran casino. Sfugge, secondo me un punto fondamentale. Tutto questo con il garantismo non c’entra nulla. Andiamo con ordine.
Il Garantismo (copio dalla Treccani):concezione dell’ordinamento giuridico che conferisce rilievo alle garanzie giuridiche e politiche volte a riconoscere e tutelare i diritti e le libertà fondamentali degli individui da qualsiasi abuso o arbitrio da parte di chi esercita il potere.

Che vuol dire applicato al sistema giudiziario? Che il garantismo è quel complesso di norme che rende effettivo il diritto del cittadino alla difesa. Il tutto deriva da quello che è un principio cardine nel nostro ordinamento: tutti sono innocenti fino a sentenza definitiva. E siccome siamo garantisti tanto tanto questo non avviene, come succede in tutto il mondo, dopo due gradi di giudizio, ma addirittura tre, visto che di fatto la Cassazione è diventato un giudice di merito. Insomma il cittadino accusato di un reato ha il diritto di difendersi su un piano di assoluta parità rispetto all’accusa, a cui spetta l’onere della prova: deve cioè dimostrare la colpevolezza e non il contrario. Cosa c’entri con Lotti, la Raggi, la Cancellieri, la Idem, Lupi eccetera, eccetera, non è dato sapere.

Insomma, per farla breve il tema, non è essere garantisti o meno. Lo siamo un po’ tutti a giorni alterni, a seconda della simpatia che ci ispira il presunto colpevole. Per cui il negro accusato di aver stuprato una donna bianca è sicuramente colpevole, mentre il distinto ingegnere che fa crollare un ponte diventa subito soltanto “presunto” responsabile. Ma in questo caso non c’entra nulla.

Si tratta di un problema politico. Che è altra cosa rispetto a un processo. La politica deve agire su un piano diverso e distinto da quello giudiziario. Provo a farmi capire ragionando proprio sul caso Consip. Al di là dell’esistenza o meno di un reato, cosa che non sta a noi giudicare, questa vicenda ci dice una cosa, molto semplice. Che attorno alla società per azioni del Tesoro che si occupa della gestione degli appalti per le forniture della pubblica amministrazione gira un groviglio di interessi e di persone a dir poco inquietante. La Consip nasce con lo scopo di ottenere risparmi ampliando la scala di grandezza degli appalti. Detta semplice: se invece di acquistare penne in ogni comune facciamo un’unica gara a livello nazionale, forse si spende di meno. E’ una semplificazione, ovviamente, ma il principio è questo.

Appaltoni enormi, però, su cui, proprio per la dimensione dovrebbe esserci, massima attenzione e massima trasparenza. E quello che si scopre, invece, è che nella migliore delle ipotesi un groviglio di interessi e di personaggi grigi si muovevano in quelle stanze per cercare di condizionare quelle gare.
E’ un problema politico o no, fare in modo che anche il semplice sospetto che questo si possa verificare venga rimosso? In tutto questo rimestare nel torbido, ci sarebbe un ministro, il condizionale è evidentemente d’obbligo, che va da un dirigente pubbligo, guarda caso nominato dal “capo” del ministro stesso, e gli dice: ciccino, stai attento che la magistratura indaga su di te, c’è pieno di cimici nel tuo ufficio.

Ora questo ministro, oltre che allo Sport, per una di quelle stranezze tipiche della politica italiana, ha anche  la delega chiave sul Cipe, il Comitato per la programmazione economica che dà l’ok alle spese strategiche, e sull’editoria, con tutti i decreti attuativi di una riforma appena approvata. Lotti sarà anche innocente, avrà modo e tempo di dimostrarlo, tutti noi sinceri garantisti ci auguriamo addirittura che si arrivi mai a un processo, che la procura archivi in tempi rapidi la sua posizione.
Ma in attesa che questo avvenga, è proprio necessario che faccia il ministro? E’ proprio necessario che continui a seguire la programmazione economica? E’ proprio la persona più adatta fra i cittadini italiani? O forse il semplice fatto che sia sfiorato da un’inchiesta dovrebbe fargli valutare l’opportunità di rinunciare a dettare la linea del governo sugli investimenti strategici da fare nel Paese?

Ecco, sarà anche innocente, ma senza Lotti al governo ci sentiremmo tutti più garantiti. E’ proprio il caso di dirlo.

Ps: questo non è un blog anonimo e sono un giornalista. La responsabilità di quello che scrivo, insomma, me la prendo tutta. Sempre.

Il pippone del venerdì/1
Pd o non Pd

Mar 10, 2017 by     No Comments    Posted under: Il pippone del venerdì

logo pipponeDa oggi, continuando nel progetto di voler rendere più strutturale il mio contributo da osservatore del dibattito politico, social e non social, inauguro questa nuova rubrica, “il pippone del venerdì”. Sarà una sorta di bilancio della settimana, in cui vorrei ragionare sugli aspetti che mi sembrano interessanti. Ci provo, combattendo con la mia nota pigrizia. E vorrei anche provare a rinnovare e utilizzare con maggior costanza il mio sito. Chissà, non scommetterei su me stesso.

Comunque sia, cominciamo il pippone.
In realtà non è proprio “il tema della settimana”, questa storiella va avanti da almeno un paio di anni. Da quando, cioè, Pippo Civati ha lasciato il Pd e ha fondato il suo “Possibile”, movimento di cui non si ricorderanno tracce durature nella storia dell’uomo, ma che tuttavia merita una menzione, quanto meno per essere alla base di un disastroso equivoco. Nello statuto di Possibile, mi dicono, sta scritto a chiare lettere che non faranno mai, a nessun livello, alleanze con il Pd. Il che è una novità assoluta. Che un partito escluda di potersi alleare con un altro partito dell’arco democratico, ci sta. Ma che si metta nero su bianco nello statuto è un fatto di assoluta rilevanza e, come vedremo, sia pur in forma indiretta, ha condizionato il dibattito politico nella galassia della sinistra italiana.

E’ successo con la tornata delle scorse elezioni amministrative. Con grandi scontri fra chi diceva che non si poteva rompere il centro sinistra per principio e chi diceva che l’esistenza di un campo alternativo al Pd doveva essere visibile e omogenea su scala nazionale. Sostanzialmente ha vinto la secondo tendenza, fra mugugni e resistenze, con la sia pur rilevante eccezione di Milano. Devo ammettere di essermi lasciato prendere da questo dibattito. Sbagliando.

E devo dire che, alla fine dei giochi, tutta sta visibilità di uno schieramento alternativo al Pd mica l’abbiamo vista. Abbiamo visto, piuttosto, uno scontro da stadio fra gli ultras degli opposti schieramenti. Salvo poi andare a piangere perché, dopo aver parlato di periferie a tutto spiano, a Tor Bella Monaca abbiamo preso il 2 per cento. Elettori eroici, verrebbe da dire.
Eppure non è che si sia imparato dagli errori. Anzi la situazione è peggiorata. Per chi esce dal Pd si propone l’analisi del Dna, suo e delle tre generazioni precedenti. Il congressino di Sinistra italiana, oltre ad aver prodotto un gruppo dirigente, ha anche prodotto un secondo anatema: mai con il Pd di Renzi, a tutti i livelli. Manco nel condominio di via Carugatti 53 si faccia l’alleanza con il Pd di Renzi. Scelta applauditissima da Possibile che ha deciso di fondere i gruppi parlamentari, “pur mantenendo l’autonomia dei rispettivi partiti”. In giro si leggono addirittura moderni soloni che si scandalizzano perché Pisapia non ha definito la sua posizione sul renzismo. Quello, dicono, sarebbe il minimo richiesto per definirsi di sinistra.

L’Italia intera dibatte e si accalora su questi affascinanti temi.
Scherzi a parte, come la vedo? Pur tra i mille errori commessi resto convinto di tre cose.
1) Resta l’esigenza di ricreare un movimento ampio della sinistra italiana, non un partito, una gabbia escludente, ma un percorso aperto, che guardi al futuro e non agli errori del passato. Senza esclusione alcuna. Per me l’unica pregiudiziale resta l’antifascismo.
Un percorso che se ne freghi delle forme strutturate, del fatto che stiamo in partiti differenti e parta dalle persone. Possibilmente parta da quelle “vite di scarto”, da quelle periferie, come luogo sociale ma anche come spazio culturale, di cui parliamo sempre, ma dalle terrazze dei palazzetti d’epoca. Il Partito arriverà quando il percorso sarà compiuto e tutti saranno pronti a lasciare le casette di provenienza non per un condominio scomodo e spersonalizzante, ma per una grande casa di tutti. E non con le forme del ‘900, perché il ‘900 è finito. Tutto questo, sia chiaro, nelle pur rinnovare forme ha bisogno di mettere radici fisiche nei territori. Primo obiettivo dunque, trovare spazi, tanti, nei quali costruire un agire politico comune. Spazi utili ai cittadini, accoglienti. Per rovesciare il ragionamento di un autorevole ministro, un luogo in cui un Pio La Torre di oggi si troverebbe a suo agio, avrebbe modo di crescere e, al tempo stesso, di mettersi al servizio di un progetto collettivo.

2) Questo movimento non si crea contro o in alternativa al Pd o al renzismo o al populismo. Si coltiva, da più parti, la sensazione che sia sufficiente definirsi di sinistra per poter essere annoverati automaticamente nell’olimpo dei rivoluzionari. Non funzionava così manco ai tempi del Pci, figuriamo adesso. Solo che allora, con quel nome, con quella storia, potevi pure permetterti di essere conservatore ogni tanto. Oggi no.
E ritorniamo a quella che io mi intestardisco a considerare l’origine di tutti i mali. La nascita del Pds. In quegli anni sciagurati in cui si buttò a mare un patrimonio di 80 anni, ci si dimenticò di un particolare: che quella operazione aveva bisogno di definire un nuovo orizzonte, ideale e culturale, per dare testa alla sinistra. Le gambe c’erano, la testa no.
Il problema sta tutto qua. Chissenefrega di Renzi, del Pd, delle alleanze. Ma si può dibattere da Roma se a Parma si debba appoggiare Pizzarotti o fare una coalizione di centrosinistra classica? E quelli di Parma che stanno a fare? Danno i volantini? Guarda che poi, ne abbiamo le prove provate, quelli di Parma finisce che non ti votano. E poi mica puoi dire “date le condizioni abbiamo fatto il massimo”. La politica, la sinistra, servono a cambiarle le condizioni, mica a subirle.Dicevamo: identità, bagaglio culturale e ideale. Queste sono le condizioni essenziali. Poi possiamo anche chiamarlo davvero Arturo, se in contenuti e le idee sono quelle di un nuovo movimento socialista. Serve un grande lavoro prima di tutto culturale, chiamando a tornare in campo tutte le energie migliori, i famosi intellettuali che non si sa che fine hanno fatto. Bisogna definire quale sia “il nostro cielo”, il nostro orizzonte ideale, quale sia la nostra cassetta degli attrezzi con la quale interpretare la realtà. Con mi alleo poi? Semplice con chi ci sta. Bisogna, insomma, avere la capacità e la pazienza, di rovesciare il percorso. E guardate che non parlo di “un programma”. Vanno bene le officine delle idee, va bene tutto. Ma non basta. Un programma siamo bravissimi a scriverlo. Anzi, magari neanche più tanto quello perché ormai scriviamo cose che non capiamo neanche noi. Quello che manca è un manifesto dei valori, un campo ideale. E guardate, la butto lì, non credo che sia neanche sufficiente la dimensione nazionale. Le coordinate: io credo possano essere tre: la dicotomia lavoro/non lavoro (perché dovremo porci prima o poi il problema di una società in cui il lavoro sarà sempre meno parte fondamentale della nostra vita e quindi assumere anche il tempo del non lavoro come valore) l’uguaglianza (perché ci hanno fatto una testa tanta con la meritocrazia, ma senza uguaglianza diventa soltanto una maniera più elegante per disfarci degli ultimi) l’ambiente (non perché l’economia green fa tanto fico, ma perché se non mettiamo l’ambiente come base di tutto il nostro agire ci siamo giocati il pianeta e altri non ne abbiamo). Mi fermo perché altrimenti altro che pippone.

3) Fatto questo si torna alla conclusione del punto 1. Ovvero: come si creano le condizioni per far in modo che un giovane Pio La Torre del terzo millennio si senta a casa? La traduco in politichese: come si crea un nuovo meccanismo di selezione della classe dirigente? Perché sicuramente dobbiamo sapere cosa fare, ma anche con chi farlo.
Ora, negli ultimi venti anni (il Pd ha soltanto estremizzato questo processo) i partiti non sono stati più gli “intellettuali collettivi” di cui parlava Gramsci. Ossia quei luoghi in cui un cervello collettivo elabora le soluzioni ai problemi. Ma non sono neanche quei luoghi dove si sperimenta e si mette alla prova la classe dirigente. Tutto questo è stato sostituito dal partito del leader e delle correnti. Si tratta di un processo generale che in Italia ha coinvolto l’intero panorama politico. Non è un caso se la contesa nel Pd è sostanzialmente fra due populisti. Perché nel momento in cui non sei più intellettuale collettivo e non sei più luogo di selezione della classe dirigente, il partito diventa mero luogo di gestione del potere. Il mezzo diventa fine e allora servono solo un leader e i suoi lacchè. Il processo decisionale non è più tra linee politiche alternative, ma fra capi alternativi. E vince chi è più populista e arrogante dell’altro.
Essere di sinistra, oggi, vuol dire anche invertire questa tendenza, costruendo un movimento dove il nodo non sia il leader ma la classe dirigente, diffusa e riconosciuta.
Dico non a caso riconosciuta, perché oggi esistono soltanto i grandi leader mediatici, non abbiamo più i dirigenti di base, quelle figure essenziali se si vuole avere un legame forte con il territorio. Abbiamo una classe politica (non la chiamo dirigente non a caso) completamente slegata dal territorio. Sento autorevoli parlamentari che ti dicono candidamente “non abbiamo capito cosa stava succedendo”. E’ successo ad esempio sul referendum costituzionale. Bastava andare a dare un volantino in giro per capire che gli italiani non solo avrebbero votato no, ma che gli stavate proprio sulle palle.

Tre cose da fare subito, insomma, avendo bene in testa che non serviranno due giorni. Ma bisogna partire. E allora: Pd o non Pd? Machissenefrega.

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