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Due o tre cose che vorrei dire al signor Ichino.
Il pippone del venerdì/146

Giu 19, 2020 by     1 Comment     Posted under: Il pippone del venerdì

Per fortuna che scrivo questo mio pippone una volta a settimana e quasi sempre mi guardo bene dall’entrare nella stretta attualità, altrimenti sarebbe spesso pieno di imprecazioni. Quelle che ho pensato quando ho letto l’ennesima sparata del signor Pietro Ichino contro i lavoratori. In un’intervista recente con Libero, l’esimio giuslavorista, politico eccetera eccetera, ha sentenziato che il lavoro agile per i dipendenti pubblici è stato “nella maggioranza dei casi una vacanza pressoché totale, pagata al 100 per cento”. Ora, intanto, se io fossi stato l’intervistatore – mestiere molto difficile – avrei magari provato a chiedere spiegazioni, su quali dati si basasse questa sua sentenza così definitiva. E, magari gli avrei anche chiesto spiegazioni sul perché parlasse soltanto dei dipendenti pubblici e non di quelli privati. Perché detta così farà anche effetto, ma si tratta di un’affermazione basata sul nulla.

Del resto il prode Ichino non è nuovo a simili intemerate, che hanno come unico risultato quello di alimentare una sorta di odio sociale nei confronti di chi lavora nel pubblico, un odio ben sedimentato nella società italiana. Era ancora il 2008 quando Ichinò definiti con l’amabile termine “nullafacenti”, i lavoratori pubblici, seguito a ruota dall’allora ministro Brunetta che non aspettava altro. Ne derivò, va ricordato, una riforma della pubblica amministrazione che non solo ha smantellato pezzi importanti della stessa, ma ha dato, in molti campi, meno diritti ai lavoratori pubblici rispetto a quelli privati. Ma questa è un’altra storia. Procediamo con ordine.

In premessa, ricordiamo che la pubblica amministrazione durante tutta la fase di emergenza ha continuato a lavorare. Non si è mai fermata mai, garantendo servizi essenziali per i cittadini. E se ci sono stati rallentamenti non hanno nulla di differente rispetto a quello che è successo nell’intera società itlaiana.

Ancora in premessa, va detto che questa divisione del mondo dei lavoratori dipendenti che mette in contrapposizione il pubblico cattivo contro il privato buono pare anche un po’ datata. Anche perché, Ichino lo sa benissimo ma fa finta di nulla, dei circa 3 milioni di lavoratori pubblici che abbiamo in Italia, circa due terzi lavorano in sanità, forze armate e scuola. Sono stati in vacanza, signor Ichino?

L’altro terzo ha garantito ai cittadini quei servizi che svolge quotidianamente, spesso con un sovraccarico rispetto al normale, anche affrontando una situazione del tutto inedita: il lavoro agile nel nostro Paese è stato introdotto di recente, nell’ultimo contratto, se non ricordo male, e fino alla chiusura totale è stato applicato in maniera assai ridotta. E allora i dipendenti pubblici, ma anche quelli privati, si sono trovati a lavorare da casa, senza capire bene i loro compiti e i loro orari, con connessioni internet spesso instabili, usando i loro strumenti informatici, perché l’amministrazione non era davvero in grado di provvedere. Sottoposti a norme farraginose e procedure bizantine acuite dalla distanza con i dirigenti, diventati figure mitiche e a volte irraggiungibili.

Non sono stati pagati al 100 per cento, perché, in lavoro agile non sono stati riconosciuti loro buoni pasto e straordinari, che spesso, vista l’eseguità degli stipendi pubblici, costituiscono una voce non irrilevante nel bilancio di una famiglia. In molti casi sono stati, inoltre, costretti dall’amministrazione a riempire la quarantena usando permessi e ferie. Una bella fregatura, visto che non potevano neanche uscire di casa.

Non va dimenticato, poi, che questa “vacanza”, come la chiama il signor Ichino, è stata la principale arma che ci ha permesso di limitare la diffusione del virus. Solo per fare un esempio, Roma è stata una delle poche metropoli a livello mondiale a rimanere sostanzialmente non toccata dall’epidemia. I casi di Covid 19 che abbiamo riscontrato nella capitale non sono neanche confrontabili con quelli di altre grandi città. E Roma, va ricordato, è uno snodo fondamentale, in Italia: ha il più grande aeroporto internazionale, è la città con più turisti, da Roma passano tutti i treni che viaggiano da nord a sud. Non solo: proprio qui sono stati trovati e subito isolati i primi due casi che si sono verificati nel nostro Paese. Se siamo riusciti a tenere l’epidemia fuori dal Raccordo anulare – facendo tutti gli scongiuri possibili – è anche merito dell’immediata risposta che la Pubblica amministrazione ha dato applicando lo smart working come regola generale. Dove si è continuato a lavorare come nulla fosse è successo il disastro.

Ma al di là di queste considerazioni di merito, ce ne sono altre di carattere più generale, che vale la pena di chiarire.

Intanto, basta con le generalizzazioni. Di tutti i tipi. Nella pubblica amministrazione, come accade in tutti i luoghi di lavoro, ci sono persone che si fanno un mazzo tanto e persone la cui unica occupazione è quella di cercare tutte le maniere per non fare un tubo. E i primi a non sopportare questa situazione sono proprio i loro colleghi, se non altro perché, proprio per questo, si trovano a sgobbare il doppio.

La criminalizzazione del dipendente pubblico ha portato negli anni allo smantellamento di interi settori essenziali che sono stati affidati al privato. Il risultato è stata la precarizzazione dei rapporti di lavoro, criteri di assunzione meno trasparenti e, in ultima analisi, un peggioramento del servizio stesso. Senza entrare nel merito, ma ci sono ampi studi che dimostrano questa tesi, basta pensare alla sanità: funziona meglio il privato del pubblico? Proviamo a chiedere ai cittadini lombardi?

Infine, questo lavoro agile, è poi proprio da buttare? Io faccio notare che, in un istante, ci ha risolto il problema del traffico e ha ridotto l’inquinamento. La butto lì, due cosette da nulla. Certo, va inquadrato meglio reso davvero agile e non una mera replica casalinga di quanto si fa in ufficio, ma è una strada che vale la pena percorrere con decisione, per riorganizzare davvero una società che non funzionava. E la pubblica amministrazione può essere un campo di sperimentazione ampio. Ichino e soci permettendo.

La smetto qui, anche se il discorso potrebbe andare avanti a lungo. E comincio la mia giornata di lavoro agile.

Ma dobbiamo per forza dare mazzate ai lavoratori?
Il pippone del venerdì/125

Gen 10, 2020 by     No Comments    Posted under: Il pippone del venerdì

Intanto ben trovati. Probabilmente più che di un pippone, dopo i bagordi natalizi, di capodanno e della Befana, avreste bisogno di una robusta dieta e di qualche corsetta. Me compreso, che me ne sto invece qui davanti al computer, bolso come un cavallo spompato.

Tant’è, accontentatevi di qualche considerazione di inizio anno, tanto per riprendere l’abitudine. Sulla situazione internazionale c’è poco da dire. Anzi ci sarebbe parecchio, a partire dal ruolo sempre più marginale dell’Onu, mai come adesso in balia dei capricci delle grandi potenze e, in particolare, di un Trump che sembra sempre più usare i missili e i droni per far aumentare la sua popolarità in vista delle elezioni.  Nelle ultime ore pare che possano prevalere le colombe sui falchi, ma si sente sempre nell’aria odore di polvere da sparo. Sono giorni complicati, nei quali basta un nulla perché alle diplomazie che si muovono in silenzio e lentamente possano sovrapporsi i generali pronti con il dito sul grilletto. Personalmente sento un grande senso di impotenza, come mi successe nelle ore precedenti alla guerra del Golfo. Che fare? Servirebbe la politica, una grande iniziativa europea. E invece assistiamo soltanto alle gaffe di Conte e di un ministro che di Esteri sa ben poco.

Sulla situazione interna italiana, mi pare che siano giorni di attesa. Si aspetta il voto dell’Emilia per capire se davvero questa esperienza un po’ raffazzonata possa costituire il fulcro di una possibile alleanza da contrapporre alla destra. Io credo che non sia sufficiente. Perché il Conte Bis mi pare una fotocopia del Conte Uno. Sono cambiati i programmi, abbiamo recuperato un po’ di credibilità internazionale (ma ci voleva poco), sia a livello politico che sui mercati. Ma resta un difetto di fondo: quando si alleano forze di natura differente si deve cercare una linea comune. Invece, in questi anni, abbiamo assistito a coalizioni che non si sono mai fuse, cercando la via più facile ma meno redditizia in termini di risultati: ognuno punta sui suoi cavalli di battaglia. Il risultato è che manca un progetto, una visione. E questo lo paghiamo tutti i giorni in termini di minore competitività, di decadenza di un Paese che, al contrario, avrebbe bisogno come il pane di seguire una indicazione precisa, di sapere dove si vuole arrivare e muoversi di conseguenza.

Capisco che è chiedere tanto. Ma se davvero si punta al green new deal, servono i provvedimenti necessari, senza titubanze. Non si può, ad esempio, obiettare che gli imballi in plastica li producono in Emilia e dunque va tutto rinviato in attesa delle regionali. Sarà bene che qualcuno dica con chiarezza a quegli imprenditori che sarebbe il caso che producessero altro, semplicemente perché tutta questa plastica ci sta uccidendo.

Gli esempi sarebbero tanti. E ci vorrebbe, non mi stancherò mai di dirlo, una sinistra in grado di rinnovare il suo campo di valori e muoversi di conseguenza. Visto che non è alle porte, mi accontenterei almeno di una sinistra che la finisca di dare mazzate in faccia ai lavoratori.

Lo dico con affetto al segretario del Pd: caro Nicola, non è che per tenere insieme il tuo partito devi per forza continuare a sposare i provvedimenti che hanno portato il partito stesso a un passo dall’irrilevanza elettorale. Perché ostinarsi a difendere il jobs act, che non ha prodotto nulla e ha eliminato diritti fondamentali dei lavoratori e perché ostinarsi a voler eliminare quota 100, che sarà anche una misura parziale, ma ha avuto un riflesso positivo sulle vite di decina di migliaia di persone, quelle – tra l’altro – che a parole consideri il tuo elettorato di riferimento? Credi davvero che diminuire appena un po’ la pressione fiscale sia sufficiente a far respirare i lavoratori dipendenti?

Ho l’impressione che, come troppo spesso è successo nella breve storia del Pd, il feticcio dell’unità a tutti i costi porti a cedimenti inaccettabili, che manchi quella chiarezza di linea politica che è essenziale per tornare a essere un punto di riferimento per i più deboli. Si possono anche perdere le elezioni, ma non si può perdere la propria anima, altrimenti si viene travolti dagli eventi. Il Partito democratico, malgrado tutti i suoi limiti, è ancora oggi, l’unica grande organizzazione di massa che esiste in Italia. Le altre forze politiche sono partiti del leader, legati indissolubilmente al destino del capo. E questo rende tutto il sistema Paese più debole, troppo legato ai sondaggi, troppo attento a creare bisogni e paure fittizi per evitare di dover affrontare i nodi veri che da troppo tempo abbiamo attorno al collo.

Un sistema scolastico che è stato cambiato talmente tante volte da essere ridotto ai minimi termini. L’istruzione da noi è ormai una specie di collage scombinato, in cui gli studenti annaspano e gli insegnanti sono sempre meno motivati. Le infrastrutture cadono a pezzi, letteralmente. L’amministrazione della giustizia cambia a seconda del Tribunale. Se sei a Roma hai meno diritti di chi sta a Milano. Ora sarà anche un problema grandissimo quello della prescrizione, ma sarà forse il caso di investire in strutture più efficienti, dotate di tecnologie adeguate? Quando si entra nel tribunale civile di Roma, non di un paesino ma della Capitale d’Italia, si piomba di botto nel medioevo, tutto si regge sulla buona volontà di cancellieri, avvocati e giudici. Per non parlare della sanità, dove gli squilibri territoriali sono ancora più evidenti. Negli ultimi dieci anni è stata amministrata con lo spirito dei ragionieri. L’unico obiettivo è stato quello di riportare i conti in ordine. Con il risultato che il servizio pubblico sta morendo per asfissia.

Ho indicato solo quattro temi, che secondo me sono però, un po’ la carta di identità con cui un paese si presenta. Del resto non è questo il luogo per scrivere un programma compiuto.

Sarebbe bello però avere finalmente un governo che faccia cose non dico di sinistra, ma almeno diverse dal liberismo sfrenato della destra italiana. Sono soltanto speranze di inizio decennio?

La pizza di fango del Camerun e il reddito di cittadinanza.
Il pippone del venerdi/86

Feb 1, 2019 by     No Comments    Posted under: Il pippone del venerdì

Siamo in recessione. Per la prima volta nella storia – credo – un presidente del Consiglio anticipa l’Istat e mette le mani avanti: il Pil continua a diminuire per il secondo trimestre di seguito (questa volta dello 0.2 per cento) e quindi adesso è ufficiale, la crisi è certificata. Sarebbe il caso di avviare anche una riflessione seria sulle tecniche comunicative che usa questo governo, perché, almeno in questo campo sono davvero avanti di molto. Ma torniamo al punto.

Ora, le cose a dire il vero non andavano un granché bene neanche prima quando il Pil cresceva. Perché il modesto aumento del prodotto interno lordo che abbiamo avuto gli anni scorsi non si è mai trasformato in crescita vera del Paese. Né dal punto di vista dell’occupazione, né da quello dello sviluppo infrastrutturale. Non è questa la sede per ragionare sulle colpe, ma anche senza voler arrivare al superamento della società capitalista, è evidente come l’aver puntato tutto sul mercato, cancellando i diritti dei lavoratori e  distribuendo corposi incentivi per le imprese, non ha funzionato. Il volano più forte per la crescita, lo insegnano gli economisti keynesiani, non pericolosi estremisti, sono gli investimenti pubblici. Perché creano un effetto a catena per il quale alla fine il guadagno per il Paese in termini economici, di competitività e di benessere sociale è molto più alto del costo. Il Fmi, anche qui non si tratta di pericolosi rivoluzionari, stima che un dollaro di investimento pubblico genera tre dollari di guadagno. Si tratta di calcoli complessi, che si basano sul ritorno diretto, sullo stimolo che genera nei confronti dei privati, sul ritorno occupazionale. Ma questa è la sintesi. Se, dunque, è tutto così semplice perché non si fa?

La risposta che mi viene in mente d’istinto è che i nostri governanti abbiano puntato sugli investimenti sicuri e come è noto, dai tempi della “Tv delle ragazze” in poi, il solo investimento certo è nella famosa pizza di fango del Camerun, l’unica moneta che ci può salvare dal baratro. E questo giustificherebbe anche la continuità di azione (altro che governo del cambiamento) che unisce i governi italiani da anni, da decenni si potrebbe dire guardando lo stato delle nostre infrastrutture.

Posto che, invece, abbiano altre idee in testa, sarebbe utile capire quali. Io credo che i 5 stelle abbiano in testa un modello diverso di società, girando fra le visioni proposte dalla Casaleggio e associati, qualche spunto lo troviamo. La suggestione è che, nel giro di pochi anni, il lavoro così come lo abbiamo conosciuto sia destinato a scomparire del tutto. Non è neanche troppo nuova la teoria che prefigura la fine della necessità di lavorare per l’uomo con la sempre crescente robotizzazione. Basti pensare che lo stesso Bill Gates,  decisamente un capitalista, propone una tassa sui robot per compensare la perdita di posti di lavoro. Con quella tassazione si dovrebbero poi finanziare nuove forme di welfare, a partire da un reddito di cittadinanza a questo punto davvero generalizzato. Perché dunque affannarsi a creare nuovi posti di lavoro se il futuro che ci aspetta è questo? Proviamo a ragionare.

La fine del lavoro e il tempo del non lavoro, tema per me davvero affascinante, è stata del resto ipotizzata da fior di economisti e sociologi. E molte sono le soluzioni in campo. Quella proposta da Casaleggio, in realtà,  è soltanto una delle possibilità.  E’ la stessa storia che però contraddice questa visione. Mi spiego meglio. Non siamo di certo alla prima rivoluzione industriale. Più volte ormai abbiamo assistito a profondi rivolgimenti tecnologici che hanno cambiato radicalmente il modo di produrre. Il lavoro però non è finito. Si è trasformato. Cosa avrebbe di differente la robotizzazione? Di sicuro che sostituisce del tutto, almeno questo è il futuro che si prevede, il lavoro umano in diversi settori. Sarà davvero la fine del lavoro, o ancora ci sarà una trasformazione del ruolo umano? Perché, se è vero che nuovi sistemi produttivi riducono l’esigenza di mano d’opera in molti settori, è anche vero che le varie rivoluzioni tecnologiche hanno generato bisogni nuovi. Avremo comunque lavori differenti, legati alle esigenze della società digitale. Come avremo comunque bisogno di lavori legati al welfare e alle aspettative di vita che continuano ad aumentare.

Probabilmente, comunque sia, il numero complessivo di lavoratori necessari sarà minore. Anche se francamente le visioni di una società in cui il fattore umano scompaia del tutto dal lavoro mi sembra molto al di là da venire. Di fronte a questa diminuita esigenza di mano d’opera ci possono essere, secondo me, due riposte alternative. La prima è quella assistenzialistica: tassiamo i robot, tanto le imprese avranno un margine di profitto maggiore e dunque se lo potranno permettere. Con quella tassa garantiamo il famoso reddito di cittadinanza universale. Punto. Casaleggio e soci non si pongono il problema del grande rivolgimento sociale che avverrebbe necessariamente in una società in cui il lavoro diventa un fattore marginale nella vita dell’uomo. Detto in poche parole: che si fa da mattina a sera? Divano senza soluzione di continuità?

L’altra risposta, quella che secondo me una forza socialista dovrebbe dare è quella che porta al concetto di lavoro di cittadinanza. Ovvero: in una società come quella disegnata, garantire un reddito a tutti diventa una necessità non eludibile, questo è vero. Ma questo si può fare, oltre che tassando i robot, anche diminuendo l’orario di lavoro – a parità di salario – e creando delle strutture in cui i lavoratori possano mettere a disposizione della società il tempo libero guadagnato. E anche il reddito di cittadinanza, allo stesso modo, si può trasformare in lavoro di cittadinanza. Posto che, vista la situazione della nostra economia (per non parlare del funzionamento dei centri per l’impiego) di offerte di lavoro non ne arriveranno a carrettate, perché non ipotizzare che chi usufruisce del reddito di cittadinanza possa restituire alla collettività quel valore sotto forma di lavoro sociale?

Può sembrare banale, ma non è così. Sono due visioni di società opposte. E credo che avviare un ragionamento profondo su questi temi dovrebbe essere al centro del nostro percorso di ricostruire di una forza socialista in Italia. Troviamo gli spazi per ragionarci e facciamolo in fretta. Anche perché secondo me su questi ragionamenti si può costruire un’alternativa vera alle destre anche a livello europeo. Altro che i fronti indistinti, servono idee radicali.

Il pippone del venerdì\5.
Parliamo di lavoro (e di non lavoro)

Apr 7, 2017 by     No Comments    Posted under: Il pippone del venerdì

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L’articolo 1 della Costituzione nacque da un complesso dibattito nell’assemblea costituente. I comunisti avrebbero preferito la dizione l’Italia è una Repubblica di lavoratori, per sottolineare l’importanza del fattore umano, non solo della “condizione”. Ma è evidente che questa formulazione era troppo “ideologica” per la Dc e il compromesso trovato rimane comunque molto avanzato. L’articolo 1 va letto, infatti, insieme al 3, per capirne il dispiegamento pieno: “È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”.

Quindi l’Italia è fondata sul lavoro e compito della Repubblica è garantire l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori alla costruzione dello Stato stesso. La Repubblica si costruisce solo quando tutti i lavoratori, non i cittadini si badi bene, sono nelle condizioni di partecipare. Altro che Costituzione astratta, la nostra Carta è concreta e prescrittiva fin dai principi fondamentali. Rimuovere gli ostacoli. Parole nette, precise. Che, d’altro canto, trovano un riscontro in buona parte della filosofia moderna.

Prendo a prestito André Gorz, filosofo di origine austriaca ma francese a tutti gli effetti. Nel suo saggio “Metamorfosi del lavoro”, ci ricorda con parole importanti che il lavoro salariato è un’invenzione moderna e non ha un semplice rilievo economico, ma una profonda radice sociale: “La caratteristica essenziale del lavoro – spiega  – è di essere un’attività che si svolge nella sfera pubblica, è un’attività richiesta, definita e riconosciuta utile da altri che, per questo, la retribuiscono. È attraverso il lavoro remunerato (e in particolare il lavoro salariato) che noi apparteniamo alla sfera pubblica, acquisiamo un’esistenza e un’identità sociale (vale a dire “professione”), siamo inseriti in una rete di scambi in cui ci misuriamo con gli altri e ci vediamo conferiti diritti su di loro in cambio di doveri verso di loro. Proprio perché il lavoro socialmente remunerato e determinato è il fattore di socializzazione di gran lunga più importante – anche per coloro che lo cercano, vi si preparano o ne sono privi – la società industriale si considera come una “società di lavoratori” e, in quanto tale, si distingue da tutte quelle che l’hanno preceduta”.

Insomma, la banalizzo, se l’uomo è un’animale sociale, nella società industriale dispiega a pieno la sua socialità proprio nel lavoro. E dunque non è un caso se i lavoratori vengono posti a fondamento, a garanzia direi quasi, delle nostre libertà costituzionali e sono soggetti di diritti proprio in quanto lavoratori.

Nella nostra società, ormai post industriale, il lavoro si modifica diventa prevalentemente immateriale, non produce – o meglio lo fa in quantità molto più ridotta rispetto al passato – merci, ma soprattutto servizi o merci immateriali. E il capitale del lavoratore diventa sempre più la sua stessa individualità, la sua intelligenza, il sapere. Il lavoro, nella società occidentale – tende a diventare prevalentemente intellettuale, perché – e Marx ce lo aveva spiegato qualche secolo fa  – il capitalista riduce l’apporto della manodopera nei processi di lavorazione fordisti con un uso sempre più massiccio delle macchine. L’informatica ha fatto il resto. E dove neanche in questa maniera riesce più a creare plusvalore, lo fa esportando l’industria stessa in paesi dove il costo del lavoro è più basso e i diritti inesistenti. Non sono, insomma, i migranti, il moderno “esercito industriale di riserva”, quella massa disposta a tutto pur di lavorare che fa peggiorare la qualità della vita del lavoratore salariato, ma sono paesi interi a fornire questa alternativa. Non si importa forza lavoro, si sposta la produzione.

L’analisi è evidentemente rozza e semplificata. Sarà anche un “pippone”, ma tocca rimanere nei limiti dell’umana sopportazione. Se riusciamo, per un attimo, a distaccarci dalla polemica politica quotidiana ci accorgiamo, però, che questo processo che ho solo abbozzato è evidente anche nel nostro paese. Al di là dell’evidente fallimento delle politiche neo liberiste messe in atto dai governi che si sono succeduti e che trovano il loro coronamento nel jobs act, la verità l’ha detta Draghi (non un pericoloso comunista, ma la Banca centrale europea) nei giorni scorsi: i salari sono troppo bassi, se volete far riprendere l’economia e dunque creare nuovi posti di lavoro, alzateli.

Semplice, semplice. Non serve neanche scomodare la scuola di pensiero keynesiana, per capire quanto sia vera questa affermazione. Se vuoi far girare l’economia, in un sistema capitalista avanzato, non puoi che stimolare i consumi e si consuma se si hanno soldi da spendere. E chi è che può dare una scossa? Quella che un tempo si sarebbe chiamata la classe media, ovvio.

Solo che… E se neanche questo servisse a far aumentare i posti di lavoro? Ora l’Istat ci dice ogni mese che tutto va bene e la disoccupazione è in calo. Poi se si leggono bene i dati si scopre che mica va tutto così bene: aumenta sempre più il numero delle persone che smette proprio di cercare lavoro, aumenta il numero delle persone che lavora pochi giorni al mese (per le statistiche sono occupati a tutti gli effetti).

Ora, io non sono un economista, anzi. Ne capisco anche poco. Ma mi viene il sospetto che la nostra società sia già entrata in una fase successiva. Da un lato la delocalizzazione selvaggia della produzione a cui, in Italia più che altrove, non si è in grado di opporsi. Ma non basta a spiegare la nostra crisi strutturale: siamo in quella fase in cui l’automazione e l’applicazione dell’intelligenza artificiale alla produzione fa sì che si che pur aumentando la produzione stessa l’impatto sul lavoro sia modesto. E allora, ritorno all’inizio, come far in modo che i nostri principi costituzionali diventino effettivi, siano pratica quotidiana nell’azione di governo e non un enunciato astratto? Quale partecipazione si può avere se non ci sono più i lavoratori?

Io credo che sia questa la domanda che la sinistra italiana deve porsi con forza. E credo che sia una domanda sulla quale sia doveroso aprire un grande dibattito. Vedo che in altri paesi si fa. Ci si pone il tema di una società in cui il lavoro diventa sempre più merce rara.
E si danno anche risposte, sia pur, secondo me, parziali. Dalla necessità di ridurre progressivamente l’orario di lavoro, alle varie idee di tassazione del lavoro dei robot (arrivano non solo dai socialisti francesi, ma anche dalla silicon valley). Manca ancora una riflessione complessiva. Perché se è vero che il lavoro è il fondamento delle nostre libertà, non basta trovare antidoti “economici” alla sua carenza. Se è vero che nella società moderna il lavoro, salariato, è il massimo momento in cui l’uomo dispiega il suo essere sociale, in cui realizza se stesso, si sarebbe detto un tempo, se è vero questo, una società in cui il lavoro tende a non essere più l’elemento centrale, va ripensata nei suoi paradigmi fondamentali.

Negli anni ’80, un po’ scherzando, un po’ anche no, con un nutrito gruppo di figgicciotti (si chiamavo così gli iscritti all’organizzazione giovanile del Pci), proponemmo di considerare il “non lavoro” come valore. Nel senso che sì, il lavoro nobilita l’uomo, è fondamentale eccetera eccetera. Ma andrebbe anche considerato anche il tempo del non lavoro come spazio in cui si possa realizzare se stessi. Potrebbe sembrare una battuta goliardica, ma guardate che avevamo visto giusto.

Insomma, io credo che la sinistra, non solo italiana, ma nella sua dimensione internazionale, debba porsela questa domanda: intanto come tornare a rivendicare l’espansione della sfera dei diritti sociali, perché sono quelli che ci qualificano, e non limitarsi soltanto alla difesa dell’esistente. Tutto questo, nell’era della finanzia e dell’economia globale, ovviamente non può più essere pensato su scala nazionale. Detta facile: o facciamo arrivare i diritti civili in Cina e in India, insomma, o questi ci fanno a fette. Perché da noi più di tanto i salari non li puoi comprimere e non riusciremmo ad essere concorrenziali neanche seguendo pedissequamente i dettami economici di Marchionne e soci.
Ma fatto questo, bisogna pensare, e farlo in fretta, a una società del non lavoro.

Concludo rapidamente, ma il tema ovviamente meriterebbe ben più spazio. Perché potrebbe anche sembrare, lo ripeto, un’affermazione goliardica. Ma pensare una società in cui il lavoro non è più elemento dominante rappresenta una sfida enorme, dal punto di vista stesso della struttura sociale.  Certo, noi stiamo a pensare alle primariette, ai populismi che avanzano. Ce la prendiamo con i migranti perché ci rubano il lavoro. La nostra vera crisi, non solo italiana, sta proprio qui: manca la capacità di alzare il naso dal quotidiano e vedere oltre l’orizzonte. Manca nella politica, che nel solo ha perso il contatto con il mondo reale, non riesce a fare i conti con “la pancia”, ma non riesce neanche a definire quale sia il suo cielo, la sua utopioa. E manca anche in quel mondo intellettuale tanto fecondo in passato, tanto salottiero e “terrazzaro” oggi.

Brucia il teatro 5, una brutta storia

Lug 19, 2012 by     1 Comment     Posted under: il x municipio, roma

E’ andato in fiamme, nella notte, il mitico teatro 5 di Cinecittà. Su Repubblica Roma trovate i particolari. Non mi interessa fare cronaca, mi interessa provare a capire come mai in questo paese le lotte dei lavoratori si intrecciano sempre con episodi inquietanti, dalle stragi agli avvertimenti. Sarà ovviamente la polizia a stabilire cosa è successo. Read more »

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