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Che fare dopo il disastro? Ripartire da ecologia e socialismo.
Il pippone del venerdì/104

Giu 7, 2019 by     No Comments    Posted under: Il pippone del venerdì

Ora, una volta che si sono abbassati i polveroni delle consuete dichiarazioni post elettorali, in cui ciascuno trova una ragione di vittoria, due dati sono evidenti. A livello europeo l’avanzata dei sovranisti, che pure c’è, non è sufficiente a garantir loro la maggioranza in parlamento. Ci sarà un asse ancora più spurio del passato, che vedrà insieme socialisti, popolari e liberisti dell’Alde. Per me è un male, sia chiaro, che comprometterà ancora di più la già scarsa credibilità del Pse. Non si capisce ancora bene quale ruolo possano giocare i verdi, forti di un risultato molto positivo in molti Paesi.

A livello italiano siamo arrivati al minimo possibile per tutte le componenti della diaspora della sinistra. La parte cosiddetta radicale, a forza di presentare nuove aggregazioni posticce e simboli sempre differenti, è passata a miglior vita. Gli altri, dopo proclami di autonomia e lanci di improbabili ricostruzioni, si sono acconciati al ruolo di comparse nel Pd. Aspettano che Renzi e Calenda si tolgano di mezzo per poter rientrare in qualche cantuccio di quella che continuano a considerare la loro casa comune. Chissà se succederà davvero.

Intanto varrebbe la pena segnalare che, oltre alle bacchettate che arrivano dall’Europa, sulle quali Salvini continua a costruire le sue fortune elettorali, in Italia la crisi ha ripreso a mietere vittime a pieno regime. Whirpool che chiude lo stabilimento di Napoli, gli indiani che puntavano al rilancio dell’Ilva annunciano oltre mille cassintegrati. Per non parlare di Mercatone Uno fallito di recente. Le piccole e medie imprese che chiudono non le contiamo neanche più. Centinaia di migliaia di lavoratori rischiano di andare a spasso.

Che si fa insomma? Ci si limita a qualche patetica assemblea (quelle che si fanno ormai in sale condominiali o poco più) nella quale verrà annunciata sicuramente l’ennesima finta fase costituente dell’ennesimo tentativo di costruire l’ennesimo soggetto politico. Ci sarà sicuramente una qualche Falcone che scenderà dal suo salotto e verrà a spiegare come fare, un qualche professore che darà una presunta base culturale al tutto e avanti fino alla prossima batosta.

Ma possibile che non ci sia il modo di rompere questo cerchio vizioso in cui le uniche strade per l’impegno politico sono un antagonismo parolaio dei gruppi dirigenti “radicali” o l’assorbimento fra i moderati del Pd? Hanno detto bene Bersani e D’Alema: non c’è bisogno di nuove rincorse al centro, perché quei voti stanno già nel portafoglio dei democratici. E allora sarebbe il caso, per una volta, di andare fino in fondo a quello che si dice.

Io sono uno di quelli che aveva davvero creduto alla svolta ecosocialista che aveva annunciato Roberto Speranza a dicembre. Il coordinatore nazionale di Articolo Uno spiegò che questo era il paradigma sul quale costruire la nuova sinistra, contemporanea, in grado di affrontare le sfide che abbiamo di fronte. Non uno sterile laburismo in stile ‘900, né un terzomondismo di pura facciata. La sfida era tornare a una critica radicale del capitalismo, un sistema di produzione che ha nel suo dna non solo lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, ma addirittura la scomparsa stessa della specie umana, grazie al riscaldamento globale che porterà a rendere la Terra inabitabile per tutti noi. Le stesse elezioni europee ci hanno segnalato una grande avanzata delle forze ecologiste in gran parte del continente. Anche in Italia, nel loro piccolo, i Verdi hanno aumentato i loro consensi. Non possono essere loro la risposta, ma possono essere parte della risposta.

Avevo creduto a quella svolta, dicevo. Avevo creduto all’annuncio di una fase costituente vera, aperta e innovativa nelle forme. In cui non ci si ponesse il problema dei gruppi dirigenti, ma dei contenuti. Perché una volta stabilità la bussola, ecologia e socialismo insieme, serviva un grande progetto per l’Italia che traducesse i valori in atti concreti. Un progetto radicale. Cosa direbbero, ad esempio, gli ecosocialisti sull’Ilva? La chiudiamo? O il lavoro per la sinistra resta valore che passa sopra la salute, posto che abbia senso un’affermazione del genere?

Tutto si è risolto in un congressino di Articolo Uno, ormai esanime. Hanno deciso di togliere dal nome la seconda parte e si sono auto trasformati in partito. Di ecologia e socialismo non si è più parlato. C’era l’emergenza elettorale e in nome dell’unità e della resistenza alla destra peggiore del mondo ci si è acconciati a un’ospitata nelle liste democratiche, appena due candidati, in posizione mediana, che non sono stati neanche eletti. Come è andata a finire lo abbiamo già detto, non vale la pena tornarci. Vedremo come finiranno i ballottaggi di domenica, se l’avanzata della Lega continua, come suggerirebbero gli ultimi sondaggi. Vedremo se una classe dirigente locale ancora con una certa credibilità personale riuscirà a fare da barriera all’onda.

Adesso, con l’incubo delle elezioni anticipate che incombe sulle nostre teste, le cose sono ancora più difficile che sei mesi fa. Eppure, secondo me, la sfida resta la stessa. Mettere in piedi una forza che faccia del socialismo e dell’ecologia la sua ragione di vita. Che non insegua Salvini e soci in sterili difese dell’Europa, ma lo incalzi giorno dopo giorno sui temi temi veri: la scuola, la sanità, lo sviluppo di una economia che non ci porti all’estinzione. Si può provare ad aprire finalmente questo cantiere, a rispondere a questo bisogno di impegno politico che i ragazzi da mesi ci gridano in faccia? Oppure ci si accontenta di vivacchiare sui quattro gatti che Leu ha portato in Parlamento? Fra un po’ ci dichiarano specie protetta.

Fatemi sapere, fateci sapere cosa avete deciso. Nel frattempo, qua nel bosco la situazione è tornata affollata.

Non capisco che avete da ridere.
Il pippone del venerdì/103

Mag 31, 2019 by     No Comments    Posted under: Il pippone del venerdì

Facce sorridenti, visi rilassati. C’è addirittura chi parla di vittoria e chi, più prudente, si limita al pareggio. Io mica vi capisco. L’Italia che esce dalle urne è il paese europeo più a destra, si supera anche la Francia. Salvini e Meloni insieme, una somma tutt’altro che arbitraria, arrivano al 40 per cento dei voti. La lega, nel giro di un paio di anni, è passata da essere partito locale, che valeva il 3 per cento a livello nazionale, a fenomeno radicato in tutto il Paese. Fa da attrattore a tutte le forze disperse messe in crisi dal crepuscolo di Berlusconi.Una vera e propria impresa: nati come secessionisti, contro i terroni del sud, ora riescono a essere addirittura secondi nell’odiata Sicilia. Va bene avere la memoria corta, ma qui si esagera. La sinistra non esiste più. Fra tutte le listarelle sparse arriva a stento al 5 per cento. Il Pd, sommando tutto il sommabile, riesce a dare un segnale di esistenza in vita e supera il 22 per cento. Un dato che non ci consente di essere ottimisti. Ancora meno, considerando il successo dei candidati renziani in tutta Italia.

Sinistra Italiana e Articolo Uno sono praticamente estinti. La prima, sommata a Rifondazione, non arriva al 2 per cento, mentre i bersaniani segnano un bello zero nella casella degli eletti. A meno che non ci si voglia appropriare del boom di preferenze di Bartolo, ma davvero sarebbe un’operazione ridicola. Perfino lo stentato 3,4 per cento di Liberi e uguali alle politica adesso sembra un miraggio lontano. E anche qui, sia gli uni che gli altri rivendicano la strada scelta, quella della divisione e della subalternità al Pd: si tira avanti. Ingenuamente chi aveva previsto il disastro attuale pensava che una volta arrivati a zero, gli attuali gruppi dirigenti si sarebbero fatti da parte. Manco per sogno. Chissà verso quali sconfitte ci vogliono ancora condurre. Sinistra italiana giura di voler andare avanti con Rifondazione, Articolo Uno pare ormai avviato a una lenta ma inesorabile confluenza nel Pd. Basta leggere l’intervista di D’Alema su Repubblica di ieri: si parla solo dei democratici, visti come unico punto da cui ripartire. Auguri.

Meno peggio di quanto ci si poteva aspettare visti i dati delle elezioni europee, questo va detto, sono andate le amministrative. Ma anche qui, i Comuni vinti sembrano sempre più fortezze residuali sotto assedio che reali segnali di riscossa. Perché se è vero che nella destra chi traina è la Lega di Salvini, è anche vero che non ha ancora una struttura territoriale così ramificata da arrivare nei Comuni. Vincono nel voto di opinione, non riescono ancora a essere competitivi, in molte zone d’Italia, quando scendono in campo i candidati locali. Il prestigio di una buona classe dirigente locale e di buoni sindaci in carica riesce ad arginare l’ondata. Per il momento. Quando la competizione si allarga un po’ però, la destra non sbaglia un colpo: con la vittoria nel Piemonte di Chiamparino siamo a sette Regioni di seguito. Attendo con una certa ansia l’esisto dei ballottaggi fra due domeniche. Temo un effetto trascinamento del risultato nazionale.

Evito di approfondire l’analisi del voto, per non annoiare troppo. Il quadro generale mi sembra significativo. Il Pd, in sostanza mantiene quasi gli stessi voti di un anno fa, in valori assoluti. La Lega esplode, i 5 stelle si dimezzano. Ma i loro elettori passano direttamente a Salvini o all’astensionismo. Di guardare a sinistra o quanto meno al Pd neanche a parlarne.

Insomma, i dirigenti democratici saranno anche contenti, ma devono essere consapevoli che con questi dati non c’è alcun ritorno a un bipolarismo di tipo classico con la contrapposizione destra-sinistra come qualcuno vorrebbe far credere. C’è uno schieramento ben consolidato, che con Berlusconi sfiora addirittura la maggioranza assoluta e non avrebbe problemi, con questa legge elettorale a conquistare percentuali bulgare nelle due Camere. Di fronte c’è il Pd e poco altro. I 5 stelle pagano un anno passato all’ombra di Salvini e pagano l’assenza di un partito strutturato sul territorio, in grado di resistere nei momenti di difficoltà.

Per provare a cambiare questa situazione bisognerebbe cambiare il campo sui cui si gioca. Perché questo schema tende inevitabilmente a favorire la forza comunicativa del ministro dell’Interno, che pur governando si comporta sempre come se fosse all’opposizione. Quando è in difficoltà trova nemici nuovi su cui scaricare i propri insuccessi e mascherare così la debolezza di un governo sempre più chiacchiere e distintivo. Cambiare il gioco, dicevo. Perché se si accetta sempre il terreno proposto dalla destra si finisce per ampliare ancora il loro consenso. Non mi pare ci sia in giro questa consapevolezza. Tutt’altro.

Eppure almeno nel momento in cui il centro sinistra ha più o meno la metà dei voti della destra bisognerebbe capirlo che questo schema va cambiato. Ho assistito a una delle campagne elettorali più vuote della storia. Alzi la mano chi ha capito cosa proponeva Zingaretti per rinnovare un’Europa sempre più distante dai cittadini. Io resto convinto di quanto sostengo da mesi. Il Pd non regge, dalla fondazione a oggi è rimasto una somma di correnti più che un partito. Al massimo, un segretario prudente e accorto come Zingaretti può farlo sembrare meno litigioso, ma è l’effetto di un momento. Per tornare a essere concorrenziali, secondo me servono due cose: intanto una scomposizione delle forze in campo per tornare ad avere una forza di sinistra e una moderata. E poi bisogna aprire un dialogo con i 5 stelle. Non sono più il blocco monolitico schierato dietro Di Maio, si cominciano a sentire spifferi. Facciamoli diventare correnti d’aria. Apriamo un dialogo con loro, sfidiamoli sui contenuti. Anche loro hanno bisogno di sottrarsi all’abbraccio mortale di Salvini se vogliono continuare ad avere un ruolo nel panorama politico italiano.

Resta il tema della classe dirigente che può mettere in moto questo processo. Serve intanto un passo indietro, ma vero non di facciata, di tutti quelli che ci hanno ridotto così. Siamo all’anno zero, insomma. C’è bisogno di cambiare davvero. E temo che il tempo che ci è concesso non sia infinito. Si è aperta la gara tra Renzi e Calenda a chi fa prima a costruire un soggetto politico che sia la casa dei moderati (che in verità la casa paiono averla già trovata fra i democratici) non pare esserci la stessa consapevolezza a sinistra. E così si va avanti, di sconfitta in sconfitta, ma con il sorriso stampato in faccia.

E’ Natale, a sinistra è ora di parti plurigemellari.
Il pippone del venerdì/81

Dic 14, 2018 by     3 Comments    Posted under: Il pippone del venerdì

La cosa più chiara, come spesso gli accade, l’ha detta di recente Bersani: data la situazione in Italia sarebbe auspicabile una sorta di big-bang alla fine del quale l’attuale centro sinistra si scomponesse in tre diversi filoni: il partito di Renzi, un nuovo partito della sinistra cosiddetta riformista, un partito della sinistra cosiddetta radicale. E’un po’ quello che vado auspicando da anni anche io. Il Pd, nella attuale conformazione, resta un grande equivoco che elegge moderati (più bravi con le preferenze) con i voti della sinistra. E allo stesso tempo condanna le altre forze progressiste a un ruolo decisamente subalterno. Un equivoco parecchio ingombrante che sta lasciando macerie ovunque. E sta portando la sinistra nel suo complesso a essere quasi “odiata” dagli elettori. E in un sistema democratico potrebbe essere un problemino non di poco conto. Le ultime elezioni insegnano: la caduta renziana, paradossalmente,  ha travolto anche quelli che più si erano battuti contro di lui.

La cosa che Bersani non può dire è come arrivare a una disposizione simile delle forze in campo, disposizione che, forse, potrebbe far ritornare competitivo il fronte progressista, sia pur in una situazione di difficoltà a livello mondiale. Non può dirla perché non è nei suoi poteri provocare la scomposizione che lui si augura.  E poi non è che basta rimescolare la minestra nel pentolone. Servirebbe un serio lavoro sui valori, nuove forme partito più aderenti alla società di oggi , ma allo stesso tempo in grado di farci tornare in mezzo al popolo. Servirebbero anche luoghi dove pensare tutto questo.  Serve, intanto, un punto fermo da cui partire.

Due appuntamenti romani nel fine settimana, il convegno per i 20 anni di Italianieuropei (sabato ore 10, Nazionale Spazio Eventi, via Palermo 10) e l’assemblea nazionale di Articolo Uno (Domenica ore 9.30, auditorium Antonianum, viale Manzoni 1) possono essere utili in questo senso. Prima di tutto riflettere. Ci serve una elaborazione forte e l’elenco dei relatori, in ambedue i casi, fa ben sperare, ci serve una nuova casa da cui partire.  Vedremo se, dopo tante false partenze, sarà la volta buona. Perché se ha ragione, come credo, Bersani, nel disegnare la prospettiva dei tre partiti, da qualche parte bisognerà pur cominciare. La cultura politica che viene dal Pci e più in generale dal socialismo del ‘900 deve ritrovarsi in un luogo, deve darsi una sua identità forte, ma aperta al tempo stesso alle contaminazioni necessarie per restare attuali.

E così, ad esempio, l’ambientalismo che Marx non aveva in testa, ora serve eccome se non vogliamo arrivare in pochi anni all’estinzione della specie umana. E allo stesso tempo le battaglie delle donne devono stare nel patrimonio genetico della sinistra che serve in questo Paese. Così come va ricostruito un vero e proprio cordone ombelicale con il sindacato. Non saremo più ai tempi della famosa cinghia di trasmissione (anche allora, in realtà, considerare la Cgil una mera appendice del Pci era una bestialità), serve un rapporto paritario, ma molto stretto sia pur nel rispetto della reciproca autonomia.

Ora, Articolo Uno, dalla sua fondazione ormai quasi due anni fa ha commesso senza dubbio molti errori: la rincorsa a Pisapia prima, più in generale la ricerca del papa straniero come leader, l’attesa degli alleati dopo le elezioni del 4 marzo. Senza dubbio c’è una difficoltà, direi, di reazione. Pur azzeccando spesso l’analisi, a Speranza e compagni, troppo spesso, è servito un tempo troppo lungo per arrivare a prendere una qualsiasi decisione. Ma la ragione sociale con cui era nato il movimento era quella giusta: costruire una casa della sinistra, riunire non tanto le sigle ma le persone, i militanti che si sono allontanati negli anni, tornando a essere attrattivi al tempo stesso verso quei giovani che sembrano una specie di terra promessa che non riusciamo da tempo a raggiungere. Le elezioni del 4 marzo, in minima parte, avevano rappresentato una limitata inversione di tendenza: Leu ha preso più voti (sia in valore assoluto che in percentuale), alla Camera rispetto al Senato. Non succedeva da anni.

Era un piccolo segnale che la crisi progressiva della sinistra non è ineluttabile, che la tendenza si può invertire. Basterebbe puntare su parole chiare e impegni precisi su scuola, università, lavoro.  In Inghilterra così hanno fatto. Nessuna bacchetta magica e nessun Messia. Corbyn parla un linguaggio semplice e lo accettano addirittura ai concerti rock. Visto che siamo esterofili e anglofili da sempre, per una volta proviamo a copiare quello che di positivo arriva dall’isola oltremanica.

Insomma, pur nel mio pessimismo ormai abituale, mi aspetto un finesettimana in cui si parli di politica, di idee, non di siti, adesioni e organizzazione delle truppe. Le delusioni, anche negli ultimi mesi, non sono mancate di certo. Il fallimento di Liberi e Uguali, le nuove divisioni che hanno superato ogni livello che avevamo immaginato. Eppur bisogna andare, verrebbe da dire. Chi, come dovrebbero essere i militanti della sinistra, soffre per le ingiustizie del mondo, non può adeguarsi allo stato delle cose esistente.

Forse, se prendiamo le cose dal verso giusto, ovvero ripartendo dalle idee, dai valori, dalla politica in una parola sola, sarà anche più semplice dirimere eventuali divergenze e provare a costruire qualcosa di duraturo. Poi discuteremo magari di cosa fare alle amministrative, alle europee. L’appuntamento lanciato da Articolo Uno si chiama Ricostruzione. Speriamo che non sia l’ennesimo buco nell’acqua. Non ci serve un gruppo dirigente senza popolo, di quelli che abbiamo a iosa. Ci serve un percorso di partecipazione democratica, in cui i due livelli – base e altezza – entrino di nuovo comunicazione fra di loro. Sembra semplice. In realtà è una strada stretta e piena di buche. Vabbeh, i romani sono avvantaggiati.

Si parte: forse è la volta buona.
Il pippone del venerdì/60

Giu 15, 2018 by     No Comments    Posted under: Il pippone del venerdì

E in un caldo pomeriggio di metà giugno, all’improvviso, ti arriva una mail da Grasso con scritto “Finalmente!” e poi le date per il percorso costituente del partito. Chi ci sta, ci sta. Permettetemi una polemica preventiva: caro Grasso finalmente lo possiamo dire soltanto noi che lavoriamo da anni per arrivare a un partito nuovo, non chi ha esercitato poco e male la sua funzione di leader. Ora lavoriamo tutti insieme, tutti soldati semplici, nessun generale. Si strappino i gradi frettolosamente appuntanti sulle divise di ufficiali improvvisati e si torni a discutere da pari a pari. Tutti.

Leggo che c’è chi parla di accelerazione, di fretta eccessiva, leggo di moniti a non cristallizzare una classe dirigente che colleziona sconfitte e basta. Non si capisce bene di quale accelerazione si parli. Prima del voto avevamo detto, tutti insieme, dal 5 marzo Liberi e uguali diventerà un partito. Non è che abbiamo detto: dal 5 marzo, se vinciamo le elezioni si fa un partito altrimenti ci si scioglie. Ora siamo in ritardo, altro che accelerazione. Siamo stati fermi troppo a lungo e bisogna ripartire. E non mi sembra che un percorso che prevede un congresso fra sei mesi sia da giudicare frettoloso. Anzi. Fino a ottobre si parlerà solo di idee, senza nominare gruppi dirigenti, senza impelagarsi in oziose riunioni dove ci si scanna su un nome o su un altro. Ed è bene che sia così, magari in questa maniera facciamo emergere chi ha idee nuove e non i soliti noti legati a note cordate.

Di un partito della sinistra poi – sapete come la penso – c’è bisogno. Un partito nuovo, senza dubbio, che riparta dalle radici socialiste e faccia una seria analisi di quanto è successo negli ultimi 25 anni, forse anche 30, un partito che ripensi le forme della partecipazione, che sia promotore di una nuova sinistra anche a livello europeo. Tutto vero. Tutte questioni aperte. Scogli da superare. Non so se riusciremo a trovare una sintesi fra le diverse posizioni di partenza. Di una cosa sono sicuro però: se il dibattito resta chiuso fra i sedicenti gruppi dirigenti di Leu non ne usciamo davvero. Io resto convinto che più si scende dal vertice e più le differenze si sfumano. Tutto sta a costruire occasioni vere di confronto.

Su un punti sono d’accordo con i critici del processo costituente (e su questo argomento, tra l’altro, si assiste a strane convergenze): Liberi e Uguali è insufficiente. Questa affermazione, a dire il vero, è un po’ la scoperta dell’acqua calda. Lo dicono da sinistra quelli che rimpiangono il Brancaccio, lo dicono da destra quelli che auspicano ancora il big-bang del Pd per favorire una nuova articolazione delle forze in campo. Fra un po’ finisce che torna di moda anche Pisapia. Nessuno pensa che sia sufficiente sommare Sinistra italiana e Mdp per riempire il vuoto che c’è nell’offerta politica. Tra l’altro in politica le somme spesso non funzionano, il totale è inferiore agli addendi.

Per me però Liberi e uguali è il nucleo da cui ripartire. Anche per uscire da quel vizio che ha ucciso la sinistra cosiddetta radicale da Bertinotti in poi: tutte le aggregazioni messe in campo alla ricerca di costruire una “massa critica” che riuscisse a incidere nella società italiana si sono sciolte come neve al sole anche quando hanno avuto un certo successo. Una sorta di trasposizione in politica della tecnica della tela di Arianna. Si tesse di giorno e poi si disfa tutto durante la notte. E invece ora è tempo di tessere. Non serve costruire fortini chiusi nei quali asserragliarsi, ma costruire un tetto, una casa con porte e finestre spalancate. Una casa aperta, insomma, anche a chi al momento non se la sente di mettersi in gioco un’altra volta.

E il momento è proprio questo. Intanto perché le prossime scadenze elettorali sono lontane. Alle Europee, tra l’altro, si vota con un sistema proporzionale sostanzialmente puro e potremo mettere in campo la nostra proposta senza il ricatto solito del voto utile. Un risultato positivo in quella occasione, insomma, potrebbe essere un mattone importante, dobbiamo far vedere che il voto a sinistra è di per sé un voto utile.  Ma anche perché il patto Salvini – Di Maio sta creando uno spazio importante che non va lasciato vuoto. Le prime settimane di questo governo hanno completamente oscurato i temi cari al Movimento 5 stelle, penso al reddito di cittadinanza, ma anche ai beni comuni. Tutti temi “di sinistra”. E invece si è parlato di condoni, di porti chiusi per i rifugiati, di meno tasse per i ricchi. Un governo il cui asse appare fortemente schiacciato sulla destra estrema, insomma, neanche su quella moderata. E un governo di questo tipo inevitabilmente svelerà l’inganno elettorale che ha attratto tanta parte dell’elettorato storico della sinistra. Un primo effetto lo abbiamo visto con il turno amministrativo di domenica scorsa. Ora, anche scontando una difficoltà dei 5 stelle rispetto a questo tipo di elezioni, nelle quali il loro scarso radicamento sul territorio pesa sempre in maniera negativa,  il loro risultato è quanto meno deludente. Un dato è evidente, insomma: poi magari i ballottaggi non andranno tutti a finire bene, la sinistra è ancora troppo “stordita” dalla botta del 4 marzo, ma dove si sono presentate coalizioni di tipo nuovo, con candidati credibili, di natura civica e di sinistra, queste sono pienamente in partita, come si dice in gergo sportivo. Non c’è più la sensazione, come  è successo nelle ultime tornate che la contesa sia fra destra e grillini.

Non c’è ancora, come è ovvio, un ritorno dell’elettorato in massa. Difficilmente i voti passano da un partito all’altro: quando hai una delusione e cambi schieramento politico hai bisogno di un periodo di “decantazione”. E quindi cresce l’astensione. A Roma il fenomeno è ancora più evidente, perché a ragioni di politica generale si somma una forte delusione per il disastro dell’amministrazione locale. Ma anche altrove, a macchia di leopardo, vediamo la sinistra tornare a vincere.

Due notazioni rivolte ai distinti sostenitori della “purezza ideologica”. Dove Leu non si presenta unito non esiste. Non è che si hanno risultati deludenti, sono proprio inesistenti. Le liste di Si, di Mdp, di Possibile, difficilmente superano l’1 per cento. Le liste di Liberi e uguali, pur scontando la nostra scomparsa post 4 marzo, non solo esistono, ma arrivano spesso a percentuali decisive per la vittoria e eleggono consiglieri comunali. Io sono mai stato un fans del “partito degli amministratori”, ma un partito nelle istituzioni ci deve pure stare, altrimenti non sei un partito ma una bocciofila. L’altra notazione è che continua il momento disastroso del Pd. Le vittorie per la sinistra arrivano dove più forte è il profilo civico della coalizione e meno si sente la puzza di Renzi. Basta pensare a Trapani. Il tutto il sud le liste dei democratici non arrivano al 10 per cento. Un ulteriore segno che quella proposta politica ormai non attrae più l’elettorato.

C’è un doppio vuoto, insomma. E in politica è bene non lasciare spazi, perché se non li copri tu lo farà qualcun altro. E’ bene che Leu acquisti forza, protagonismo, che sia presente nel dibattito politico. Senza reticenze, dicendo cose chiare e semplici. Certo, tagliando con il metodo veristico utilizzato in campagna elettorale. Certo, mettendo in campo forze nuove, anche ma non solo dal punto di vista anagrafico. Certo, trovando una sintesi fra le posizioni in campo e ponendo basi forti per essere autonoma e non andare a ricasco di altri.

I dubbi e le cautele ci stanno tutti. Ma il tempo è questo, altro che fretta, è tardi.

Aspettando un Godot che non arriva mai.
Il pippone del venerdì/48

Mar 23, 2018 by     No Comments    Posted under: Il pippone del venerdì

La sinistra italiana senza essere vittima di una sorta di coazione a ripetere sempre gli stessi errori. E la gravità della situazione attuale non pare essere in grado di provocare un qualche sforzo se non altro di originalità. Ora, lo stato attuale dell’arte è più o meno questo. Tutti danno la colpa a tutti del pessimo risultato del 4 marzo. Quelli di Sinistra italiana dicono che la colpa è di quelli di Mdp, visti troppo in continuità con il Pd di Renzi, quelli di Mdp rispondono che se non c’erano Grasso, Bersani e soci in prima fila manco al 3 per cento si arrivava. Quelli di Possibile che dicono che la colpa è di tutti (gli altri) e si chiudono in un narcisistico quanto paradossale congresso. Poi c’è anche Tomaso Montanari – che ormai sta sulle palle un po’ a tutti – il quale dal canto suo spiega che l’unico che ha avuto ragione fin dall’inizio è proprio lui. Avevamo giusto bisogno di un essere perfettissimo e infallibile, ma incompreso

La novità, almeno a girare un po’ per le assemblee che si stanno svolgendo a Roma, è questa: il gruppo dirigente è tramortito, se non altro dal fatto che gran parte di esso si deve cominciare a porre il tema di come mettere insieme il pranzo con la cena. Sono i militanti, i quadri, che provano a rianimarli un po’ spiegando ai dirigenti che l’unica cosa da fare (sperando che non sia troppo tardi) è procedere insieme verso un partito nuovo. Parlo di novità perché, di solito, dopo le batoste elettorali, avviene esattamente il contrario: c’è scoramento nella base e i dirigenti provano a tenere insieme i cocci.

L’errore che sembriamo costretti a ripetere, invece, è quello di continuare a parlare di Pd, di centrosinistra, di alleanze. Speranza, Bersani, lo stesso D’Alema che pure è più defilato. Sembra di sentire un disco rotto: abbiamo sbagliato in campagna elettorale, siamo sembrati troppo in continuità, troppo vicini al Pd. E il tracollo di Renzi ha travolto anche noi. Del resto basta vedere i dati delle elezioni per vedere quanto il “pozzo” avvelenato dall’ex leader rignanese sia stato letale tanto al Pd quanto a Liberi e Uguali. I numeri – sia pur nelle rispettive dimensioni – viaggiano in parallelo. Dove “tiene” il Pd va benino anche Leu (centri storici, quartieri medio alti delle grandi città). Dove il Pd crolla, Leu tende allo zero (ceti popolari, quartieri delle periferie estreme). Nulla che non fosse già successo, sono soltanto le dimensioni differenti rispetto al passato.

Insomma, comunque sia, abbiamo capito cosa non funziona. Su questo sono tutti d’accordo, sia pure ognuno con accenti differenti. E allora che si fa? Si continua nell’errore, mi pare ovvio. E giù interviste in cui si parla soltanto del Pd come baricentro di un nuovo centrosinistra. Mi sembra che in molti (troppi) stiano un po’ guardando cosa succede dal buco della serratura, nella semplice attesa che il Pd si doti di una leadership più presentabile per rientrare armi e bagagli nella vecchia casa. Siamo alle solite, insomma. Quando la sinistra è in difficoltà si mette seduta sotto l’albero aspettando un nuovo Godot. Questa volta si chiama Nicola ZIngaretti, unico vincitore (a metà) in questa tornata elettorale. Prima era stato Prodi, poi Rutelli, poi Veltroni. Poi ancora Renzi. E ogni volta tutti a chiedersi: sarà quello buono, sarà quello che ci farà vincere?

Per me – lo so sono noioso, ma questo pezzo si chiama “il pippone”, deve essere noioso – tutto comincia dalla sciagurata svolta della Bolognina. Quando abbiamo buttato a mare l’esperienza più forte della sinistra europea alla ricerca di una irraggiungibile verginità. Per me l’errore resta radicato in quello sbaglio culturale: l’idea che basta un nuovo contenitore e un nuovo simbolo per riuscire a superare i momenti di difficoltà. Grazie all’abbaglio di Occhetto e soci ci ritroviamo in questa situazione: venuto meno l’ancoraggio ideale, piano piano si è sgretolato tutto. L’organizzazione, la militanza, il senso di comunità. E continuiamo a perseverare nell’errore, cercando soltanto il leader in grado di tenere insieme la baracca e farci vincere. Senza avere l’umiltà di ripartire dai fondamentali, da quella ricerca che abbiamo abbandonato. Senza chiedersi più a cosa ci serve vincere.

Anche Liberi e Uguali nasce con la stessa tara genetica. Un quadro di valori confuso, lo scimmiottamento di procedure fintamente democratiche e in realtà soltanto pattizie, un presunto leader scelto a tavolino, doveva essere Pisapia, alla fine siamo andati su Grasso, visto che il primo era un agente del nemico. Basta che non vengano dalla tradizione comunista, verrebbe da dire. Il solito complesso di inferiorità che ci porta a scegliere il Papa straniero. Per il resto Leu era solo un contenitore. Di cosa? Questo lo vedremo dopo, ci avete spiegato.

Ecco, dopo è adesso. Mi pare di capire che si delinea un percorso di questo tipo: si fa una grande assemblea nazionale, con i famosi 1.500 delegati eletti dalle riunioni provinciali. Lì si discute e si approva (ancora una volta un finto esercizio democratico) un documento con carta dei valori e tappe del processo costituente. Chi lo scrive questo documento non è dato saperlo, si immagina siano i responsabili delle forze politiche che hanno dato vita a Leu, più Grasso. Una sorta di segreteria ultraristretta. Avrei preferito che si procedesse, per una volta, al contrario. Va bene la traccia decisa a livello nazionale. Ma poi arricchiamola e facciamola diventare “carne viva” in un confronto quartiere per quartiere. Troviamo sedi, apriamole, facciamolo vivere con un intreccio di vertenze locali, servizi utili ai cittadini e grandi questioni. Raccontiamoli questi quartieri, i loro problemi. Conosciamoli.

L’assemblea nazionale dei 1.500 è un residuo. E’ stata eletta in base a quote stabilite non si sa bene in base a cosa. Ognuno ha indicato i suoi. La lista non è mai stata scelta. E’ stata ratificata in maniera ipocrita. Dopo l’appuntamento di aprile, che ormai pare ineluttabile, allora dichiariamola sciolta in maniera definitiva. Dico di più dichiariamo che non procederemo più in quella maniera. Rinunciamo alle strutture da cui veniamo e facciamo davvero il tesseramento, nei quartieri, nelle università, nelle scuole, nei luoghi di lavoro. E delegati facciamoli eleggere nelle sezioni, non nelle stanze dove non entra la vita reale. In base a chi sono non in base alla loro provenienza. Io non vorrei più essere di Mdp. Vorrei essere di Leu.

E il gruppo dirigente facciamolo nascere così. Nelle assemblee e nelle piazze.  Tra l’altro, queste elezioni un merito ce l’hanno: abbiamo cancellato il cosiddetto partito degli eletti. Andiamo a parlare, fin da subito, con quelli che hanno scelto l’impegno in Potere al popolo e vediamo insieme se siamo proprio così differenti. Perché io resto convinto che non è così, se si parte dalla base e non dalle altezze presunte. Cominciamo a parlare da subito di Europa, di quale casa costruire anche a livello continentale. Forse questo è ancora più urgente. Bastano i vecchi socialisti? Basta alla Gue, la sinistra cosiddetta radicale? Per me l’Europa resta l’orizzonte minimo a cui guardare. Basta cominciare a guardare davvero.

Ecco, proviamoci a non aspettare Godot. A rompere questa spirale che ci sta consumando, elezione dopo elezione. Non serve fare un partito con i dirigenti rimasti in piedi, dobbiamo cercare la sinistra del XXI secolo. Sbaglieremo ancora, magari. Ma almeno proviamo a fare errori nuovi.

L’arte di prendere per il culo il popolo.
Il pippone del venerdì/40

Gen 19, 2018 by     No Comments    Posted under: Il pippone del venerdì

Lo so. A voi piace quando dedico questo spazio al taglio (spesso con l’accetta) dell’attualità politica, quando entro a gamba tesa nell’agone della quotidianità. Però il pippone non nasce per guadagnare like o portare lettori sulle mie tesi. Resta una specie di esercizio mentale che mi impongo, uno spazio nel quale soffermarmi a riordinare idee e provare a ragionare in chiave meno immediata. Si chiama pippone mica per scherzo. Vuole, anzi deve essere noioso e non sconveniente al tempo stesso.

E allora oggi vorrei partire da qui, dallo stato della politica italiana ridotta a cumulo di promesse senza senso, per capire l’origine di quanto accade. Il berlusconismo ha rotto ogni argine. Ormai “un milione di posti lavoro” lo dicono più o meno tutti, “più dentiere per tutti” sembra un ritornello di una canzonetta estiva. Insomma la gara è a chi le spara più grosse. Io non credo che sia solo questo però, il berlusconismo è l’effetto della malattia, non la causa. E’ il bubbone evidente, che va sicuramente inciso, ma l’incisione non risolve le cause profonde del degrado dell’offerta politica nel nostro paese.

Parto da un esempio concreto, ma solo per spiegarmi: ieri mattina, intervista mensile di D’Alema sul Corriere della Sera, ormai depositario dei pensieri del Max nazionale. Come al solito fa un quadro della situazione, condivisibile o meno ma sicuramente accurato, fa una previsione sul risultato delle elezioni, basato sulla concretezza sia pur effimera dei sondaggi non sulle fanfaluche della propaganda, poi spiega, in tutta crudezza che se non ci sarà, come è facile prevedere, un vincitore, servirà un “governo del presidente”, cioè un esecutivo che guidi il paese con spirito di servizio per una fase breve, con compiti limitati prima di tornare a votare. Una legge elettorale decente, ad esempio. Che magari ci dia una maggioranza alla fine dei giochi. Parrebbe una affermazione legata al buon senso. Eppure, nel giro di un battito di ciglia, si scatenano gli acefali: D’Alema farebbe meglio a stare zitto, non si dicono certe cose, siamo al solito inciucista.

Ora, non vorrei fare il solito difensore del baffetto, avranno anche ragione. Certe cose in campagna elettorale non vanno dette. Si fanno dopo. Evitando la partigianeria elettorale vorrei solo partire da qui per ragionare su come si sia estinta una cultura politica che univa al tempo stesso una visione sul futuro e la concretezza di un’analisi basata sulla realtà. La cultura dei Gramsci e dei Togliatti, ma anche dei De Gasperi e dei Nenni. Nel secolo scorso (sigh!) i partiti, non solo quelli che si rifacevano al socialismo, avevano una visione ideologica che gli dava una sorta di “cielo”, ma non dimenticavano la crudezza della situazione realtà e avevano una ricetta concreta per il presente, una specie di “terra” alla quale restare ancorati e nella quale mettere radici. Venute meno le ideologie, finite anche le visioni, ormai la dimensione della politica si è ridotta alla quotidianità. Una quotidianità alla quale manca dannatamente il cielo. Basta pensare ai giovani che sempre più si allontano dalla militanza: non hanno un sogno in cui identificarsi e i giovani hanno bisogno dei sogni, di una prospettiva visionaria, di identità. Venuti meno i grandi pensatori del ’900, i nani della nostra classe dirigente attuale hanno sostituito le idee con la pubblicità. E la politica da arte del governare è diventata arte del prendere per il culo il popolo. C’è chi lo vuole al potere e spesso schifa i quartieri che non hanno manco una sala da tè. C’è chi lo vuole felice e beota e lo rincoglionisce di termini inglesi per non fargli capire nulla. C’è chi gli promette ricchezze da mille e una notte.

Per questo i Corbyn, i Sanders sembrano giganti. Guardate che mica fanno niente di eccezionale. Parlano di socialismo, di una società del futuro che superi le ingiustizie del capitalismo e provano a rendere questo nostro cielo comune più terragno con proposte pratiche: niente tasse sull’università, ad esempio. Ha fatto discutere la riproposizione alle nostre latitudini dell’idea che in Gran Bretagna ha spopolato. Non entro nel merito, sul fatto che i diritti debbano essere universali ci sarebbe da scrivere un libro. Faccio notare che abbiamo per lo meno introdotto nel dibattito quotidiano un elemento che dà l’idea del futuro, di una nazione che non pensa solo al proprio egoistico oggi ma guarda per lo meno ai propri figli.

Ecco, tornare a coniugare sogni e realtà senza questa ipocrita confusione dei piani a cui assistiamo ogni giorno. E dunque: diritti universali – niente tasse sui diritti. Grasso, nel suo impacciato approccio mediatico, ha questa dote: farfuglia, ma ogni tanto ti butta lì un macigno. Ieri sera, rispondendo a una assurda contestazione sulla presunta irrealtà di una forte lotta all’evasione fiscale ne ha buttata lì un’altra, forse troppo in sordina: gli evasori fiscali sono ladri di diritti, ha detto.  A me questo concetto piace e credo che andrebbe sviluppato. Chi non paga le tasse fa in modo che tutti noi abbiamo meno diritti, meno servizi. Non è più dritto e quindi da imitare. E’ un ladro di diritti e deve finire in galera. Chi evade ruba i tuoi diritti. Che ne dite? Funziona come slogan? Secondo me sì, molto.

Il cielo e la terra si uniscono, non si confondono.

Io continuo a sostenere che la sinistra doveva prima di affrontare l’agone elettorale ritrovare il suo cielo. Riproporre una visione sociale e soprattutto socialista. Tornare ad affrontare il tema, il nodo, del superamento del capitalismo. Tornare a dire con forza che non possiamo acconciarci al meno peggio e vogliamo una società che abbatta la forma capitalista di produzione e organizzazione politica. Solo dove l’ha fatto con coraggio la sinistra sta superando la crisi che dura dal crollo del muro. Non abbiamo avuto né il tempo né il coraggio in Italia, ancora una volta abbiamo preferito una coalizione elettorale che, purtroppo, mostra i suoi limiti appena tocca prendere una decisione. Ora bisogna, come dire, scavallare il 4 marzo. Cercando di non arrivarci con troppe ferite. Poi verrà – lo spero – il momento di fare finalmente i conti senza l’assillo di dover conservare la poltrona a qualche parlamentare.

Lo so, sono troppo dalemiano. Penso alla concretezza dell’oggi e provo a trovare la maniera di superare le contraddizioni, a vedere se si arriva a domani. con la poca lucidità di cui sono capace.  Ma credo anche che di prese in giro siamo un po’ tutti stanchi, di pifferai magici ne abbiamo conosciuti tanti. Un po’ di sano realismo, secondo me, ha un suo fascino. A patto di tornare a vedere il cielo. Ovviamente biancazzurro! (E la battuta sarà anche fuori contesto, ma siamo quasi a domenica).

Le mie (poche) certezze sulle elezioni regionali.
Il pippone del venerdì/39

Gen 12, 2018 by     1 Comment     Posted under: Il pippone del venerdì

Sono stato fortemente tentato, lo confesso. Volevo dedicare questo pippone post feste natalizie al tema delle molestie sessuali, tornato sulle prime pagine dei giornali dopo l’appello “pro maschi” firmato, tra altre cento donne, da Catherine Deneuve. Provare a fare una riflessione al di fuori dagli opposti schematismi estremi, in un certo senso, mi incuriosisce molto. Forse incuriosisce non è il termine esatto. Io sono sempre stato disgustato dall’idea stessa di un rapporto non consensuale, quando mi occupavo di cronaca nera faticavo moltissimo a scrivere di uno stupro. Soffrivo perfino. Mi sono rifiutato di andare a intervistare le vittime. Perché mi sembrava di sottoporle a una nuova violenza solo per solleticare la morbosità di una parte dei lettori. Eppure nelle vicende di queste settimane mi riesce difficile prendere una posizione definita. Mi sembra che si stia facendo un gran calderone di storie e situazioni differenti. Mi sembra che si stia tagliando con l’accetta una discussione più sfaccettata, troppo complessa per entrare in una logica da “bianco e nero”. E mi sembra, però, che lo stesso errore lo facciano anche le firmatarie di quest’ultimo appello. Ecco, me la cavo così e torno alla politica in questi giorni troppo pressante davvero, faccio un appello io: non facciamo diventare le molestie, la violenza sessuale, materia da bar. Non dividiamoci in tifosi dell’una o dell’altra tesi.

Chiusa la parentesi, mi pare che la politica italiana, nel suo complesso, avrebbe bisogno di uno stuolo di psichiatri. Se si prova a mettere insieme un po’ delle notizie apparse sui giornali nelle ultime settimane si capisce subito la ragione di questa mia affermazione, che potrebbe apparire eccessiva. Tabacci che fa la lista con la Bonino. Berlusconi che vuole abolire – o quanto meno modificare – il jobs act. Calenda (Confindustria) che accusa Grasso di essere di destra. Gli appelli alla santa alleanza contro i barbari lanciati dagli stessi che accusano Liberi e Uguali di aiutare Salvini. Nel novero degli atteggiamenti da psichiatra ci metto anche i reiterati appelli dei cosiddetti padri nobili all’unità a tutti i costi. Prima ci hanno provato con le elezioni politiche, adesso tornano alla carica con le regionali. Ora, intanto non si capisce bene come si diventa padri nobili. C’è un concorso? Vengono eletti? No, perché almeno uno di quelli che adesso parlano e straparlano di unità della sinistra è stato quello che la sinistra la voleva morta. Ricordate Veltroni e le elezioni politiche? Ricordate Di Pietro e i Radicali sì e Bertinotti no? Ecco e allora abbiate il buon gusto di tacere, cari padri nobili.

Eppure la questione c’è, ci sta lacerando le carni in questi giorni. Se l’esito di quello che succederà in Lombardia è pressoché scontato – io derubricherei le aperture di quale esponente di Leu nel novero dei tatticismi da bassa politica – la situazione nel Lazio è sicuramente più complicata. In primo luogo perché la sinistra in questi anni ha governato con Zingaretti. Anche con silenzi troppo prolungati, se vogliamo dirla tutta. Penso al piano casa, alla sanità, innanzitutto. Ho sentito poche voci, pochi allarmi in questi anni. Hanno taciuto anche gli odierni pasdaran.

In secondo luogo perché per molti di noi Zingaretti rappresenta quella parte del Pd con cui vorremmo fare un percorso insieme in un prossimo futuro. Non prendiamoci in giro: da soli, anche andassero bene le elezioni, non si va da nessuna parte. Possiamo anche continuare a giocare e dire che tenteremo un’apertura verso i 5 stelle, ma non ci crede neanche chi lo dice. Quelli hanno un Dna diverso dal nostro. Certo, insieme alle ragioni dello stare insieme, ci sono gli argomenti, anche questi serissimi, di chi dice andiamo da soli. Al di là delle differenze programmatiche, su cui un accordo si trova sempre, sono due le obiezioni serie. La prima: mai nella stessa coalizione con la Lorenzin. E su questo mi pare che siamo tutti d’accordo. La seconda: si vota lo stesso giorno, non saremmo capiti dai nostri elettori. E in effetti chi sostiene questa tesi non ha torto. Sarà una campagna elettorale piena di schizzi di sangue. Dire che da un lato il Pd ci fa schifo e dall’altro si sostiene un suo esponente, sia pur della minoranza orlandiana, non sarebbe semplice. Né aiutano in questo senso le troppe timidezze che ha avuto Zingaretti negli anni. Si defilato per lunghe stagioni dal dibattito politico nazionale. Io credo, paradossalmente, che abbia ragione Orfini quando dice che dovrebbe assumere un profilo più politico. Ovviamente siamo in disaccordo sulla qualità del profilo politico. Il presidente del Lazio dovrebbe dire chiaramente che si candida come costruttore di una nuova stagione della sinistra, di una alleanza diversa per tornare a governare. Non solo il Lazio.  Un consiglio non richiesto, dunque: esca da questa mistica della “coalizione del fare”, parli alla sinistra, ai suoi elettori. Il fare serve, ci mancherebbe, ma solo quando si ha una bussola, una agenda precisa. Torni a incarnare la famosa autonomia del gruppo dirigente di Roma e del Lazio. L’abbiamo costruita e difesa gelosamente per decennni, ci serve anche adesso.

Lo poteva e lo doveva fare nel percorso che lo ha portato dall’annuncio della sua candidatura fino ad oggi. Non lo ha fatto, ha preferito prima affidarsi a Pisapia e Smeriglio, a cui per troppo tempo ha appaltato l’esclusiva del lato sinistro della coalizione, commettendo un errore di cui paga le conseguenze adesso.

Come vedete, insomma, si tratta di una partita difficile, forse essenziale per il processo di crescita di Liberi e Uguali. Diffidate, prendete accuratamente le distanze, evitate chi ha troppe certezze. Coltiviamo il dubbio e discutiamo senza preclusioni. Anche valutando la forza di eventuali alternative. Perché nelle Regioni, non lo dimentichiamo mai, si vota in primo luogo il candidato presidente. E alle elezioni mancano ormai pochi giorni.

Una certezza però ce l’ho e vorrei fosse più diffusa e proclamata a voce alta: che alle elezioni regionali, qualunque sia la decisione che i nostri delegati prenderanno nelle prossime ore, voteremo tutti Liberi e Uguali. Non vorrei più leggere: se fate questo io me ne vado. Né voglio credere alle voci che mi parlano di liste alternative già in avanzato stato di costruzione. Liberi e Uguali è la nostra casa comune, è appena un embrione del partito che avremmo già dovuto costruire. Ma almeno questo deve essere un punto fermo per tutti noi. Indietro non torniamo. Diciamolo tutti, però.

A casa si litiga, si discute, ci si divide. Ma poi si va avanti insieme. Si trovano le strade per far prevalere le ragioni che ci fanno stare uniti. La ragione che deve prevalere, sempre, è semplice: dobbiamo ridare voce agli ultimi in questo paese. Dobbiamo portare la sinistra in tutte le sedi istituzionali. E se questa è la stella polare, dobbiamo usare, anche in maniera un po’ spregiudicata, tutte le strade utili allo scopo. Altri tentativi, lo sappiamo tutti, non ci saranno concessi. Per cui, cari compagni, discutiamo, litighiamo, prendiamoci a parolacce, che volino sonori schiaffoni. Si sceglie e poi si torna a lavorare. Per Liberi e Uguali, per riportare la bandiera rossa in Parlamento e nelle Regioni. Ci serve.

Liberi e Uguali, c’è qualcosa di nuovo.
Il pippone del venerdì/36

Dic 8, 2017 by     No Comments    Posted under: Il pippone del venerdì

Ora, chi vive sui social probabilmente non se ne sarà accorto, perché la vita virtuale in questa settimana è stata dominata dalle polemiche grammaticali sul nome della nuova lista. Liberi e Uguali sarebbe maschile e quindi non va bene. E chi è sopravvissuto alle suddette polemiche è stato steso dalla nuova, ennesima, lettera di Tomaso Montanari che ha stroncato l’assemblea di domenica scorsa. Lui non c’era, ovviamente, ma ha capito benissimo tutto quello che è successo e ce l’ha spiegato – a noi che invece c’eravamo eccome – con righe di fuoco. Al leader mancato della sinistra perfetta verrebbe da rivolgere un accorato appello: “Caro Tomaso, fatti una vita tua, non parlare sempre di quanto sbagliano gli altri”. In realtà lui ci ha anche provato. Alla fine l’hanno rimasto solo.

Insomma: chi, come ormai tanti di noi, segue il dibattito politico solo ed esclusivamente sui social rischia una depressione che neanche il disastro del duo Pisapia-Fassino riuscirà ad alleviare. A me è capitato di passare un paio di giorni così. Incupito dalle notizie che apprendevo via facebook, mi si erano appannate le belle immagini di domenica. Poi ho fatto mente locale, ho partecipato a qualche riunione vera. Ho parlato con persone in carne e ossa e non con icone virtuali. Aiuta, bisognerebbe tornare a farlo con una certa continuità. Si possono perfino guadagnare voti.

Intanto alcune considerazioni: non ho trovato nessuno in giro che si lamenti dell’acclamazione di Grasso come leader. Che poi, siete davvero intossicati da questi anni passati a contarsi nel Partito democratico: ma se siamo tutti d’accordo, se c’è un candidato solo, condiviso da tutti, ma che cosa dovevano votare mai i delegati? La politica, mi riconoscerete di averlo sostenuto in tempi non sospetti, deve tornare ad essere confronto, anche scontro, ma luogo dove si cercano soluzioni condivise e non si cerca la conta a ogni angolo di strada. Perché già nelle aule istituzionali è un dovere cercare sempre punti di mediazione, ma in un partito diventa essenziale, procedere sempre a maggioranza finisce per far venire meno le ragioni per cui si è scelto di stare insieme. Avremo modo di confrontarci già nelle prossime settimane sui programmi e poi sulle liste: la strada della condivisione mi sembra la migliore.

Detto questo, parlando con le persone reali, non le icone sui social, non ne ho trovato uno che mi abbia posto i problemi di cui cianciano i soloni da tastiera dei salotti bene, da Montanari in giù. E questo mi ha francamente sorpreso. Se usciamo un po’ dalla cerchia di chi ha già la tessera di uno dei partiti che hanno fondato Liberi e Uguali (cerchia molto ristretta) i problemi che ci pongono sono altri. Nessuno ti chiede se Grasso è stato votato o come sono stati scelti i delegati.
Faccio un salto logico, ma solo in apparenza. Uscendo dall’Atlantico Live, reduce da un’assemblea complicata da un’organizzazione frammentaria, ho scritto, sinteticamente: ci siamo sentiti tutti a casa. A me non succedeva da tempo, di partecipare a un evento insieme a persone che hanno una storia differente dalla mia e non sentirla questa differenza. Ricordo il primo luglio le facce sconcertate dopo l’intervento di Pisapia, domenica al contrario ho visto facce sorridenti. Certo poi non c’è il simbolo, poi siamo stati in piedi o seduti sulle scale. Ma chi c’era ha percepito un’aria diversa in quell’assemblea.

Io credo che – è questa la novità – gli interventi, la loro qualità e anche intensità emotiva, ci hanno fatto guardare in faccia senza il pensiero rivolto al passato. Non sono stati i soliti interventi di circostanza, i testimonial scelti per dare una verniciata civica a qualcosa di preconfezionati. Io ho ancora i brividi per il discorso del medico di Lampedusa, ho ancora il senso di speranza che mi ha dato la compagna della Melegatti. Ho ancora in testa le questioni sollevate da Legambiente, le questioni non tanto contabili quanto di senso poste dal presidente di Banca Etica. E quella figura, forse un po’ da nonno saggio che tiene a bada tre ragazzini, di Piero Grasso ci ha dato finalmente alcune sicurezze. L’ombra incombente dei cattivi Bersani e D’Alema, i reduci delle sconfitte che ora mettono la figurina a coprirli. Io non ho visto né percepito questo. Bersani e D’Alema erano li in platea, pronti ad abbracciare Grasso dopo il suo intervento. Ho sentito sentimenti fraterni, non calcoli da bassa politica.

Lo dico sottovoce: c’era un’aria nuova in quel brutto capannone della periferia romana. Non c’erano i lustrini e i palloncini colorati delle convention mediatiche. C’era un popolo ansioso. Ceto politico hanno detto. Io ho qualche dubbio. Cinquemila persone in fila al freddo di una mattinata di dicembre. E poi gli applausi, quasi liberatori. Abbiamo capito tutti insieme una cosa, forse la abbiamo addirittura scoperta tutti insieme domenica. Provo a raccontarvi la mia sensazione. Sono partito dubbioso, quel nome ostico, l’assenza della parola sinistra. Sarà l’ennesimo e inadeguato papa straniero, pensavo. Poi quel discorso, quelle facce. Ho cominciato ad avere la sensazione che il “modello Grasso”  non parli a noi, a quelli che con disprezzo i giornali nella migliore delle ipotesi definiscono i fuoriusciti. La costituzione, i valori, la lotta alla mafia, la questione sociale. Un discorso semplice e alto allo stesso tempo. La serenità e la fermezza di un uomo che vive sotto scorta da non so quanti anni ma non molla. Dice con fierezza: Io ci sono. Andiamo avanti tutti uniti.

Guardate che Grasso non parla alla sinistra. Non parla neanche solo a quelli che stanno ancora nel bosco. Grasso parla agli italiani. A quelli che non arrivano a fine mese. A quelli che sono stanchi dei furbi e dei favori. A quelli che rivendicano i propri diritti. Abbiamo una figura che non è solo o tanto un leader, è una specie di garante. E’ un programma vivente, ha detto Vendola con una battuta molto efficace. E’ uno serio, non un venditore di pentole, mi permetto di aggiungere.

Attenzione che c’è qualcosa di nuovo. Non siamo alla riedizione della sinistra minoritaria 2017. C’è curiosità e attesa nei nostri confronti. Ho visto facce diverse, nuove. Ho sentito tante persone che ci dicono: attenti a quello che fate, perché ci interessate. Non ci deludete. Ecco, ora tocca a noi. Usciamo dalle discussione social, troviamo un modo intelligente per selezionare i candidati migliori a ogni livello. A me non importa che siano nuovi o vecchi. Devono essere i migliori che possiamo mettere in campo. E allora magari a Lampedusa potrà essere il medico degli immigrati, nel Salento potrà essere D’Alema. Io non la vedo in contrapposizione. Devono esserci tutte e due le cose: dobbiamo portare in parlamento novità ed esperienza allo stesso tempo. E poi, lo so sono ripetitivo. Apriamo sedi, comitati, facciamoci vedere a ogni angolo di strada, nei mercati, nelle scuole, sui luoghi di lavoro. Dentro i luoghi del conflitto. Radicali, ha detto Grasso. Ha ragione. Non è tempi delle sfumature di grigio. Servono proposte da battaglia.

Attenzione che c’è qualcosa di nuovo. E cresce di giorno in giorno. Altro che ridotta di sinistra. Noi stiamo costruendo il futuro della sinistra in Italia. La ridotta (di centro) rischia di essere il partito di Renzi.  Quindi, compagne, compagni eccetera: scarpe comode, poche polemiche, al lavoro e alla lotta. Anche questo l’ho già detto, ma ci stava bene.

La sinistra c’è. Ora facciamo la sinistra.
Il pippone del venerdì/32

Nov 10, 2017 by     No Comments    Posted under: Senza categoria

Diciamolo chiaramente: quando, era il 7 novembre, a raffica, sono apparsi il documento unitario per la lista di sinistra, le date delle assemblee delle forze politiche che hanno elaborato la bozza che andrà discussa e approvata, fino al nome (importante) di quello che potrebbe essere il futuro “presidente” di questa aggregazione, diciamolo chiaramente, molti di noi hanno aperto la bottiglia buona. Quella che tieni da parte per le grandi occasioni. Senza neanche leggere le dieci scarne paginette prodotte dal comitato dei “saggi”. E anche questa “laconicità” è una positiva novità.

Non saranno i 140 caratteri che vanno di moda oggi, ma rispetto ai programmi dell’Ulivo è una rivoluzione. Abbiamo brindato senza neanche leggere, dicevo, perché dopo mesi e mesi di messaggini criptici, di mezzi passi in avanti seguiti da ampie retromarce, di silenzi imbarazzanti sui temi fondamentali dell’agenda politica, siamo stremati. Siamo come quei naufraghi che dopo mesi di navigazione senza meta vedono uno sperduto isolotto in mezzo al mare, con un’unica palma, e gli sembra il paradiso. Poi, magari, bisognerà anche ragionare su questi mesi che ci separano dalle elezioni e soprattutto su quello che dovrà succedere dopo. Datemi tempo che ci arrivo. Ma, intanto, per una volta non facciamo i rompiscatole e prendiamoci cinque minuti di gioia pura.

Sì, gioia pura. La sinistra manca in Italia da anni. Questo lo hanno capito anche le pietre ormai. Ma oggi siamo di fronte al fatto nuovo della possibile scomparsa di qualsiasi tipo di rappresentanza degli ultimi. Non solo in parlamento, ma anche nella società. Questo è il rischio che abbiamo di fronte. Perché la prossima legislatura senza una forza di sinistra in parlamento e nella società sarà quella del colpo definitivo ai sindacati, all’associazionismo, ai corpi intermedi che sono la vera garanzia per le libertà democratiche. Sarà quella in cui famoso “piano di rinascita nazionale” di Licio Gelli troverà la sua definitiva attuazione grazie all’asse Berlusconi-Renzi. Inutile che vi incazzate. Basta leggerlo e confrontarlo con le leggi approvate negli ultimi cinque anni, compresa la riforma della Costituzione. Salta agli occhi la perfetta convergenza di intenti: passare dalla democrazia avanzata descritta dai padri costituenti a una moderna forma di Stato autoritario dove gli spazi di partecipazione si esauriscono nell’acclamazione del leader.

Ecco perché abbiamo brindato. Con la bottiglia delle grandi occasioni. Non è che quel documento e quel percorso frettolosamente delineato risolvano d’incanto tutti i problemi. Ce ne accorgeremo nelle prossime settimane. I guastatori professionisti non mancano, sono già cominciati i distinguo, le accuse di verticismo e via dicendo. Sono gli stessi che denunciavano la mancanza di iniziativa politica di questi mesi. Non ce ne curiamo troppo. Come non ci curiamo troppo dei mal di pancia di Pisapia e soci. Che restano ancora sospesi tra un’alleanza con il Pd e una convergenza nella lista di sinistra. Decideranno. Siamo gente paziente. Ci piace, però, la determinazione e la nettezza delle posizioni e delle dichiarazioni dei dirigenti delle varie formazioni politiche di queste ore. Si respingono le tardive sirene che arrivano, più per strategia della disperazione che per convinzione politica, dal Pd. Compresi gli accordi tecnici lanciati da quel Parisi che tanti danni ha prodotti negli anni passati. Si affermano con ritrovata convinzione i valori della sinistra. Scopriamo la forza e la determinazione di Pietro Grasso, sempre meno presidente del Senato e sempre più in campo con noi. La sua spigolosità, le sassate che lancia, i suoi toni sempre decisi. Niente più timidi pigolii.

Insieme, questa volta si può dire davvero. Attendiamo con ansia non tanto le assemblee del fine settimana 18-19 novembre, quando arriverà il via libera al documento dai “costituenti”, quanto l’assemblea del 2 dicembre. Perché ci siamo stancati di riunirci divisi, ognuno nella sua casetta. E poco importa se qualche maître à penser della borghesia cosiddetta illuminata parla di ritorno ai riti burocratici dei vecchi comunisti. Congressi locali, regionali, nazionali, comitati centrali, commissioni, discussioni infinite. Poco importa perché, gli editorialisti pensosi non lo sanno, quei riti sono il sale della democrazia. La partecipazione è questo: non pagare due euro e imbucare il nome di un leader scelto da altri. Democrazia è discutere faticosamente per ore in sale sempre fredde e troppo piccole. Trovare una sintesi, legittimare dal basso una linea politica e in base a quella indicare una classe dirigente. Magari fosse.

E proprio questo, esauriti i brindisi voglio provare a dire. I passi fatti in queste settimane sono soltanto l’inizio della soluzione del problema. La condizione necessaria, come dicono quelli bravi. Ora bisogna non solo arrivare alla condizione sufficiente, ma anche andare oltre la sufficienza. La dico chiara: in questo periodo ho avuto modo di contattare tanti compagni, molti dei quali tornano ad affacciarsi dopo anni di disimpegno. Il messaggio è chiaro: siccome ci siamo stancati di votare il meno peggio come ci succede da tempo, diamoci da fare. Siamo anche disposti a rimboccarci le maniche in prima persona, ma sappiate che se il risultato è il meno peggio, ce ne restiamo a casa. E allora, secondo me, abbiamo poco tempo per fare due cose.

La prima, essenziale: avviare un vero processo dal basso. Non bastano le assemblee provinciali di Mdp, di Sinistra italiana, dei “civici” del Brancaccio. Non bastano perché siamo sempre gli stessi. E non siamo sufficienti. Bisogna lanciare appuntamenti unitari in tutte le città, in tutti i quartieri. Tornare nei luoghi del conflitto, dall’Ilva occupata a Ostia Nuova regno dei clan mafiosi e della destra fascista. Tornare per restarci. Aprire sedi, luoghi di confronto, luoghi utili anche a “mettere insieme il pranzo con la cena”, come si dice a Roma. Troviamo le forme moderne delle pratiche antiche della mutua assistenza. Sporchiamoci le mani senza paura. I comitati per la sinistra unita (il primo nome che mi viene in mente) devono piantare bandierine ovunque.

La seconda: scriviamolo chiaramente, non si torna più indietro nelle nostre casette. Del resto, lo abbiamo visto, se ci si arma di buona volontà, ci si siede a un tavolo, si discute e si arriva a una posizione comune. La voglia di unità, il bisogno di ritrovarsi insieme prevale sulle ragioni che ci hanno diviso negli anni. Quello della lista deve essere il punto di partenza, non di arrivo. Non illudiamoci di chissà quale risultato mirabolante. Saranno tempi grami. Riportiamo una pattuglia agguerrita della sinistra in Parlamento e nelle Regioni dove si vota. Che siano le nostre punte avanzate, non il fine della nostra iniziativa politica, ma lo strumento che ci permetta di costruire un futuro meno gramo. Queste forche caudine delle elezioni possiamo superarle con un risultato dignitoso. Date le condizioni io sarei più che contento di un 6 per cento a livello nazionale. Ma stiamo bene attenti, che se lo scopo è solo quello di garantire qualche poltrona a un pezzo di ceto politico stanco e consumato, non solo non arriveremo al 6 per cento, ma manco al 3. Per questo dico: scriviamolo subito che indietro non torneremo. Poi troveremo le forme per arrivare gradualmente a un nuovo partito. Una federazione, forme di adesione collettiva, tematiche. Inventiamo senza paura, tanto peggio di così non si può fare? Ma l’obiettivo deve essere un partito. Si, partito. Di quelli con le sezioni, i congressi, e tutto il rito della democrazia. Saremo anche noiosi. ma per tornare a incidere nella società serve una forza organizzata, di massa, in grado di contrastare il ritorno della destra. Della destra fascista, non dei moderati.

Buona sinistra, buon vento a tutti (il riferimento velistico non è casuale, diciamo).

Roma, Capitale a scartamento ridotto.
Il pippone del venerdì/31

Nov 3, 2017 by     No Comments    Posted under: Il pippone del venerdì

Premessa doverosa: per una volta invidio i cittadini siciliani che domenica sono chiamati ad eleggere il presidente della Regione. Li invidio perché hanno la fortuna di poter votare Claudio Fava, uno dei miti della mia giovinezza. Uomo con la schiena dritta, non tanto un simbolo della lotta alla mafia, ma un pezzo vivente di quella lotta. Uno che, insieme al gruppo del settimanale “I Siciliani”, la mafia l’ha combattuta quando non si poteva neanche nominare. Quando i giornali di Catania rispettavano ossequiosi i quattro “cavalieri del lavoro”, Pippo Fava diceva apertamente che erano mafiosi. Insieme a lui c’era quel gruppo di giovani coraggiosi, dal figlio a Riccardo Orioles a Michele Gambino che poi ho avuto la fortuna di conoscere nell’esperienza romana di Avvenimenti. Ma fra i Siciliani e Avvenimenti c’era stato l’assassinio di Pippo Fava, le vite a rischio degli altri giornalisti, alcuni dei quali costretti a scappare all’estero per anni. Un grande giornalista ma soprattutto, lo ripeto, un uomo con la schiena dritta. La Sicilia ha bisogno di uscire dalla eterna ammucchiata dei compromessi se vuole pensare a un futuro differente. E con Fava presidente ne ha l’opportunità. Non la sprecate.

Che c’entra con il titolo? Nulla o forse molto. Perché Roma, in condizioni differenti, mi sembra avviata verso lo stesso declino a cui – lo dico da osservatore lontano, ma sempre attento a quello che succede a quelle latidunini  – l’isola del sud è soggetta da troppo tempo. Le varie “primavere” siciliane rischiano di essere soltanto pallidi intermezzi. Tagliamo corto, ne ho già ampiamente parlato un anno fa, ma mi ha stimolato l’intervento di Massimo D’Alema che, concludendo una iniziativa di Articolo Uno,  ha dato una definizione sferzante della situazione: “Roma – ha spiegato – rischia di non essere più la capitale d’Italia, ma la capitale del mezzogiorno”. Una definizione che è un po’ un cazzotto nello stomaco. Un cazzotto salutare, ma per sempre una botta violenza. D’Alema, in sostanza divide l’Italia in due, immagine non nuova ma che torna d’attualità, per dire che Roma non segue più la parte più virtuosa del Paese, ma si ritrova a guidare quella che arranca, quella in cui il degrado vince sulla bellezza. Quella si arrende al declino. Da un lato Milano, tornata la città rampante degli ultimi decenni del secolo scorso, in cui lo sviluppo, economico e culturale è impetuoso. Dall’altro Roma che perde pezzi come l’asfalto delle sue strade massacrate dall’incuria.

La definizione mi ha particolarmente impressionato per una ragione anche personale. Come molti sanno dal 2001 al 2007 ho lavorato come responsabile della comunicazione al gruppo dei Democratici di sinistra del Lazio, curando contemporaneamente anche la comunicazione del partito regioanel. E mi sono trovato, lavorando spesso alle relazioni del segretario, Michele Meta, a usare l’immagine di una regione al bivio, in bilico, fra le due italie. Regione e non città, perché avevamo ben chiaro che una grande capitale non è solo una città, ma è una Regione intera. Sia dal punto di vista economico e sociale che politico. Avvertivamo il rischio, insomma. E indicavamo anche le soluzioni: la città della tecnologia e della comunicazione, lo sviluppo dell’Information and communications technology, l’aerospaziale, il settore farmaceutico. E ancora: la rete della conoscenza e della ricerca basata sulla necessità di mettere a sistema le grandi istituzioni universitarie del centro-sud, il turismo, l’opportunità rappresentata dalla linea ferroviaria ad alta velocità che si stava completando in quegli anni.

Varrebbe forse la pena riprendere quella riflessione, perché rappresenta un po’ un libro delle occasioni perse. A oggi succede l’esatto contrario di quello che auspicavamo: Roma perde pezzi ogni giorni. Da Sky emigrata a Milano insieme ad altre redazioni importanti, alla ricerca farmaceutica che ha sempre meno casa a Pomezia, alla Tiburtina Valley eterna incompiuta che è persino difficile da raggiungere grazie alle strade iniziate e mai finite.  Roma ha vissuto anni impetuosi dalla metà degli anni ’90 all’inizio del nuovo secolo. Era la locomotiva d’Italia, la sua economia cresceva il doppio rispetto al resto del Paese. C’erano insomma basi importanti sulle quali chi governava quei processi – ovvero il centrosinistra – non è riuscito a costruire un modello di sviluppo, quel modello che pur avevamo intuito e tratteggiato in tanti convegni.

E’ bastato il combinato disposto della crisi economica unita ad anni di amministrazioni comunali incapaci di intendere e di volere, per svelare quanto quella crescita fosse effimera. Legata a un fiume di finanziamenti pubblici che poi si sono interrotti. Ai giubilei, alle manifestazioni sportive. Ecco, in questo vedo un parallelo profondo con la situazione siciliana, una regione intera che per cento anni è vissuta così, con un flusso ininterrotto di finanziamenti dallo Stato centrale che tutto copriva e tutto metteva a tacere. Tutti avevano un posto pubblico. Un posto sicuro. Poco importa che fosse improduttivo o che, nei casi peggiori, fosse in gran a parte un territorio a gestione mafiosa. Non è un caso che a Roma la penetrazione delle organizzazioni criminali sia diventata sempre più profonda. Basta guardare le insegne dei ristoranti e dei bar.

Né la Regione, amministrata sicuramente meglio in questi anni, è riuscita a sopperire al disastro delle amministrazioni Alemanno, Marino, Raggi. Stiamo continuando a rotolare lungo una china. Nella quale il romano è tornato a essere quel personaggio un po’ indolente che Sordi ha saputo descrivere nei suoi film con tanta profondità. Indifferente, apatico, incapace persino di ribellarsi. Anche le esperienza civiche, dai comitati di quartiere alle tante realtà associative, mostrano tutti i loro limiti. Perché possono essere spalle importanti per arrivare dove una buona amministrazione non riesce ad arrivare, ma non possono sostituirsi ad essa.

Ecco, io credo che Roma possa ripartire, possa tornare a essere Capitale d’Italia e non dell’Italia di serie B, soltanto se unisce questi due fattori: una classe politica (Comune e Regione insieme) meno peracottara di quella attuale, ma soprattutto una nuova coscienza civica. Serve una vera e propria rivoluzione culturale che scuota questa città indolente. Fa impressione vedere ragazzi arrivati da lontano che puliscono le strade e chiedono in cambio qualche moneta per tirare avanti e i negozianti (ma anche i condomini) che se ne fregano se qualcuno riempie la strada davanti alle loro attività di materassi, frigoriferi e rifiuti vari. Poi servirà anche il resto, a partire da un nuovo modello di governo della città. Più decentramento vero, una dimensione non più limitata a Roma, ma che comprenda anche l’area metropolitana. Una vera rivoluzione nelle istituzioni e non la presa in giro architettata da Renzi e Delrio. Tutto vero. Ma se insieme non ci sarà una rinascita dei romani sarà l’ennesima primavera effimera. Verrà magari anche l’estate, ma poi tornerà inesorabilmente l’inverno. Se la riflessione della sinistra non riparte da qui non basteranno mille convegni. Saremo sempre una capitale a scartamento ridotto, lontani da quelle grandi realtà europee a cui guardavano Rutelli e Veltroni, gli ultimi due sindaci di Roma.

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