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Ripartire davvero: lo Stato torni a fare lo Stato.
Il pippone del venerdì/144

Giu 5, 2020 by     No Comments    Posted under: Il pippone del venerdì, Senza categoria

L’Italia in questi giorni è in piena fibrillazione per la fine dell’epidemia. Siccome siamo un popolo a memoria ultracorta, i dati relativamente confortanti degli ultimi tempi hanno fatto in modo che la stragrande maggioranza degli italiani consideri il coronavirus come un fatto del passato. Non per fare l’uccello del malagurio, ma temo che avremo nei prossimi mesi amari risvegli. Di sicuro ci sono alcuni fatti incontestabili: intanto, il lungo periodo passato in clausura ha diminuito la circolazione del virus, poi, un po’ a macchia di leopardo, abbiamo imparato ad affrontarlo meglio. Si fanno tamponi più rapidamente, si tracciano e si individuano i casi sospetti. E trovare i contagiati subito provoca in automatico meno affollamento negli ospedali. Infine, anche in assenza di una cura specifica, i medici hanno acquisito maggiori conoscenza sulla malattia e sul come affrontarla.

Poi, ma questo è un altro capitolo, c’è anche chi dice che lo stesso virus si sia un po’ rincoglionito e contagi di meno. Un fatto del quale manca la pur minima evidenza scientifica, ma al quale credono ciecamente milioni di italiani. Il ragionamento è sempre lo stesso: la natura umana ci porta a credere con più facilità alle tesi che si allineano alle nostre speranze. In pratica: dopo la paura abbiamo tutti bisogno di un’iniezione di fiducia e basta il primo medico di provincia per farci esultare.

Facciamo finta che sia così, anche se resto convinto che serva mantenere alta la guardia per fare in modo che i nuovi, inevitabili, piccoli focolai non diventino per la seconda volt focolai di massa. Certo, per stare un po’ più tranquilli, bisognerebbe anche interdire il presidente della Lombardia, ma questa è un’altra storia.

Facciamo finta che l’epidemia sia davvero alle spalle, dicevo, e proviamo a buttare giù due o tre ragionamenti sulla fase che ci troviamo ad affrontare. Partendo da una domanda, essenziale: è possibile considerare la fase di grande difficoltà del sistema economico come una enorme opportunità per il nostro Paese e non necessariamente come la fine del mondo? Siccome a me questo sistema turbocapitalistico non è mai piaciuto, sarei propenso a sostenere la prima tesi.

Una prima considerazione: saremo anche in una fase di grande crisi, ma avremo, speriamo presto, anche una notevole quantità di risorse a disposizione: fra i vari fondi che l’Unione europea ha messo in campo o si appresta a varare, nei prossimi mesi il Governo si troverà fra le mani una cifra superiore ai 200 miliardi di euro. Se consideriamo che le ultime manovre finanziarie raramente hanno superato i 30, si può capire la portata della sfida che abbiamo di fronte.

La dico brutalmente: abbiamo la concreta possibilità di cambiare tutto. La debolezza del sistema economico fa sì che torni a essere importante la capacità della politica di modellarlo secondo quello che conviene al Paese e non agli imprenditori. Non sono mai stato un sostenitore della tesi di Agnelli che sosteneva un po’ sfacciatamente “ciò che va bene alla Fiat va bene all’Italia”. Direi semmai il contrario: un Paese che funziona, che si rinnova, che punta alla sostenibilità, che ha infrastrutture competitive, va bene anche agli imprenditori.

E allora la prima condizione per ripartire davvero è che lo Stato torni a fare il suo mestiere, ovvero dettare le linee dello sviluppo che ritiene utile ai cittadini. Altro che mani libere per l’economia. Il liberismo sfrenato degli ultimi anni ci porta, in ultima analisi, dritti dritti alle pandemie. Detto questo, il problema è avere un’idea di quello che si vuol fare. Vedremo se nelle prossime settimane, questa eterogenea maggioranza riuscirà a dare un indirizzo preciso alla sua azione. L’idea di Conte di coinvolgere tutti gli attori del sistema politico, economico e sociale per una sorta di stati generali funziona se ci si presenta già con linee di fondo ben delineate, altrimenti diventerà il classico assolto alla diligenza con tanto di distribuzione a pioggia, dove i privilegiati sono sempre quelli in grado di fare la voce più grossa.

Io darei priorità alla cosiddetta rivoluzione green, che deve essere il filo che unisce tutti gli interventi: una sorta di cartina di tornasole, un investimento si fa soltanto se ci porta a fare passi in avanti sulla strada della sostenibilità. Porto come esempio virtuoso proprio uno degli ultimi interventi decisi, il superbonus sulle ristrutturazioni delle abitazioni. Bisognerà aspettare i decreti applicativi (a proposito, quello di scrivere norme chiare e applicabili da subito deve essere uno degli obiettivi principali), ma sembra chiaro che verranno premiati non tanto gli interventi ad alta efficienza energetica, ma quelli che permettono un aumento dell’efficienza energetica: la dico semplice, se hai una casa in classe A++ anche se prendi l’ultimo modello di caldaia perché è più fico, non ti do una lira, se hai una casa in casse G e l’intervento proposto di permette di arrivare alla A, allora sì, ti finanzio.

Non voglio dilungarmi troppo, anche perché qualche cosa sui temi da affrontare (riforme istituzionali e semplificazione) ho già accennato nelle scorse settimane. Credo che però la vera partita sia su chi tiene in mano il pallino. Se questo torna in mano allo Stato che non solo programma lo sviluppo, ma mette mano direttamente nei settori che ritiene strategici, abbiamo davvero la possibilità di avere non soltanto un cambiamento, ma un cambiamento positivo. Se, al contrario, prevarrà la linea di Confidustria (che ha scelto per l’occasione di farsi rappresentare dalla sua parte più conservatrice) per la quale è bene che lo Stato lasci fare l’imprenditore a chi sa farlo, allora resteremo nella situazione melmosa in cui ci troviamo. Anche perché, da noi, tutti questi capitani d’industria coraggiosi e innovativi non ci sono mai stati. Si contano sulla punta delle dita. Il nostro capitalismo è sempre stato coraggioso con i soldi nostri. E di questi soldi ha restituito ben poco. E poi perché la logica non può essere quella del massimo profitto in breve tempo. Perché con questa logica ci siamo ridotti a dover persino elemosinare le mascherine in mezzo mondo. Non conveniva produrle in Italia, dicevano. E, invece, conveniva eccome.

Semplificare va bene, ma con regole chiare e sanzioni certe.
Il pippone del venerdì/143

Mag 29, 2020 by     No Comments    Posted under: Il pippone del venerdì

Dopo i decreti che complessivamente hanno stanziato più di 80 miliardi di euro per sostenere l’economia disastrata da questi mesi di chiusura, il governo pare voler mettere mano con una certa fretta a una lenzuolata di semplificazioni.

E di certo ce n’è davvero bisogno, in un Paese sommerso da leggi, decreti, circolari e via dicendo. Basti pensare al meccanismo usato all’inizio dell’epidemia per accedere alla cassa integrazione: le Regioni esaminano le domande delle imprese, poi le inviano all’Inps, poi vengono girate alle sedi provinciali dell’Inps medesima che danno il via libera definitivo. Se c’è un errore, sia pur minimo, in tutto questo giro di pratiche, si torna alla casella iniziale. Ancor più tortuoso il meccanismo per gli altri aiuti previsti a livello nazionale, che poi si sono intrecciati con gli interventi delle Regioni e dei Comuni in un groviglio di norme che ha generato confusione e ha spesso azzerato l’efficacia degli interventi. Ora, se si fa un provvedimento in emergenza, la principale caratteristica che deve avere è quello di essere rapido. In Italia, molti delle decisioni prese non hanno ancora prodotto alcun effetto.

Ora, uno sano di mente, potrebbe anche sostenere una regola semplice: siccome siamo in emergenza, intanto ti do il contributo, poi faccio i controlli. Sembra facile, ma siccome non siamo in un paese di sani di mente, un principio di questo tipo avrebbe forse scatenato speculazioni di ogni genere.

Se c’è una cosa sicura, però, è che di semplificare una macchina pubblica a dir poco ingessata ne abbiamo davvero bisogno. Fra il dire e il fare, però, non c’è di mezzo un tratto di mare di agevole traversata.

Intanto chiariamoci sul cosa vuol dire semplificare. La destra liberista, da Reagan in poi, ha sempre inteso la semplificazione come eliminazione delle regole pura e semplice. I vecchietti come me ricorderanno, solo per fare un esempio, il disastro prodotto dal presidente-attore con uno dei primi provvedimenti, la famosa deregulation dei cieli. Azzerando, di fatto, il sistema di norme che regolava il settore del trasporto aereo si produsse non tanto un nuovo slancio per le imprese, ma un gran caos e, soprattutto, una drastica riduzione della sicurezza e delle garanzie per i cittadini.

Ecco, allora cominciamo con il dire che semplificare significa l’esatto contrario della deregulation globale che vorrebbe la destra. Vuol dire, al contrario, meno regole, ma chiare e con sanzioni certe.

Semplificare vuol dire, ad esempio, che quel sacrosanto principio che dice “l’amministrazione non può chiederti un documento già in suo possesso” deve diventare effettivo. Faccio un esempio legato alla mia attività professionale. Non so come sia la situazione adesso, ma fino a qualche anno fa registrare una testata al tribunale civile di Roma era impresa da far tremare i polsi. Ricordo che, simpaticamente, chiamavo la dirigente della sezione Nonna Papera, nel senso di una funzionaria che sembra amichevole, ma che quando si intestardisce non ti fa passare neanche una virgola fuori posto o una marca da bollo apposta leggermente al di fuori degli spazi. La dichiarazione antimafia che le aziende devono produrre, ad esempio: dovevi andare in camera di commercio, fare un’autocerficazione e ti davano un pezzo di carta dove risultavi pulito da procedimenti pendenti presso il tribunale sia di carattere penale che amministrativo. Insomma, dovevi presentare al tribunale un documento in cui la Camera di commercio certificava la tua firma su un atto in cui dichiaravi che non avevi problemi con il tribunale. Potrebbe sembrare comico, ma una roba del genere vuol dire almeno una giornata di lavoro persa.

Altro esempio: l’urbanistica. In Italia vuol dire stanzoni pieni di faldoni, leggi che cancellano altre leggi, circolari esplicative che paiono libri di filosofi incomprensibili. Tradotto nella pratica, un esercito di persone che interpreta e studia come fregare la legge. Io non credo, mi limito all’esperienza di Roma, che negli ultimi vent’anni sia stato costruito un solo edificio che rispetti al cento per cento le norme esistenti.

Insomma, ridurre il numero delle leggi è un’altra delle questioni. Meno norme, magari scritte anche in maniera comprensibile e non interpretabile.

La terza riflessione da fare riguarda il personale della pubblica amministrazione. Sempre per esperienza personale, adesso la situazione è più o meno questa. Abbiamo dipendenti con un’età media molto alta, frutto avvelenato degli anni del blocco del famoso turn over, ovvero il mancato ricambio di chi va in pensione. E questo non solo vuol dire una pubblica amministrazione che spesso ha difficoltà persino ad accendere un computer, ma anche dipendenti che sono arrivati alla conclusione della loro carriera, non hanno più ambizioni di miglioramento e il famoso “questo non è di mia competenza” è diventato la regola aurea di tutti gli uffici pubblici. Se all’interno di questo sistema hai un’iniziativa originale diventi una specie di gatto nero da evitare con cura e mettere in quarantena. Non serve meno pubblico, non bisogna ridurre la quantità dei burocrati. Serve che la pubblica amministrazione si apra a una generazione che porti innovazione positiva, una mentalità diversa.

Quarto e ultimo punto: la certezza della pena. Serve un sistema di sanzioni davvero effettivo, che faccia pagare chi froda non fra dieci anni, ma adesso. Da noi succede l’esatto contrario, la frode è certa, la punizione è talmente aleatoria che conviene fare i furbi.

Semplificare, insomma, e la finisco qui, vuol dire rendere la vita più facile ai cittadini, non “fate un po’ come vi pare”. Perché la seconda ipotesi la vita ce la rende più difficile, non migliore.

La fase 2 mi sembra peggio della fase 1.
Il pippone del venerdì/140

Mag 8, 2020 by     No Comments    Posted under: Il pippone del venerdì

Francamente mi sarei aspettato che questa prima riapertura che viviamo ufficialmente da ormai una settimana portasse qualche giornata di sana “leggerezza”. Dico ufficialmente perché in realtà da quando il presidente del Consiglio aveva annunciato i provvedimenti che sarebbero entrati in vigore dal 4 maggio gran parte del popolo italiano ha saltato a piè pari la data e dal giorno dopo era tutto un via vai di persone.

Niente di male, per carità. Stare in casa per quasi due mesi è stato pesante e anche i controlli delle forze dell’ordine si sono gradualmente allentati.

Mi aspettavo però anche un altrettanto graduale allentamento di quella insana sorveglianza social (non è un refuso intendo proprio social, nel senso di sorveglianza che viene applicata attraverso un uso smodato della pubblica denuncia on line) che ci ha afflitto dall’inizio della quarantena. E invece no, cambiano gli obiettivi, perché ampliandosi la platea dei possibili bersagli si è un po’ attenuata la pressione sui proprietari di cani e sui runner, restano i toni apocalittici. Nel mirino adesso ci sono principalmente le famigliole che si permettono di portare i bambini a passeggiare, per giunta senza mascherina. Ci farete tornare tutti in quarantena rigida, dovete stare a casa. Questo il messaggio che gira di chat in chat, di gruppo in gruppo su Facebook. A parte il fatto che se ce ne restiamo tutti in casa non si capisce bene quale sia la differenza con la fase 1. A parte il fatto che su larghe fette (per fortuna) del territorio nazionale la mascherina va portata solo in ambienti chiusi come mezzi di trasporto e negozi. A parte tutto questo, dicevo, viene sempre da chiedersi come sia possibile che un popolo noto in passato per i suoi grandi slanci solidali sia diventato così cattivo e pronto allo schiaffo invece che a tendersi la mano. Per non parlare della facilità con cui si continua a dar credito alle teorie più strampalate.

Certo, c’è una base “sociologica” di questo comportamento. La paura, la tendenza ad aggrapparsi alle possibilità più assurde per allontanare il pensiero e l’immagine della morte, così presente in questo periodo: ci sta tutto. E non è che gli italiani siano un caso unico. Basta pensare che nella patria della tecnologia c’è chi ancora da retta alle teorie strampalate di Trump, per avere un’idea dell’estrema fragilità davvero globale del genere umano.

In Italia, però, ci mettiamo del nostro. Siamo l’unico paese al mondo dove nel pieno di una crisi davvero senza precedenti negli ultimi cento anni, sui giornali ci si diletta a parlare della possibilità di una crisi di governo. Ora, che alcuni ministri siano del tutto inadeguati si sa. Basta pensare alla confusione che causa ad ogni intervista sulla scuola l’ineffabile Azzolina per farsi un’idea. Ma per fortuna, almeno nei ruoli chiave per gestire l’epidemia ci sono politici – e sottolineo politici – preparati e con un altissimo senso delle istituzioni. Merce rara di questi tempi. L’ho già scritto ma vale la pena ripeterlo, basta ricordare che al posto di Conte potremmo avere Salvini per chiudere ogni discussione.

E, invece, no. Si continua di giorno in giorno nell’azione di logoramento continuo. Ecco, se una vera colpa questo governo ce l’ha, è quella di non aver vietato i sondaggi politici almeno fino alla conclusione dell’emergenza. Forse starebbe più tranquilla l’opposizione, farebbe il suo lavoro senza aizzare improbabili folle. Forse starebbe più tranquilla quella parte della maggioranza che ancora in questa settimana continua a cercare soltanto di avere più visibilità, preoccupata di qualche decimo di punto in meno nel potenziale consenso elettorale.

Ora, è solo una battuta, ma per chi come me sostiene da sempre che una classe dirigente non può governare con i sondaggi alla mano è logico pensare che in una grave situazione di crisi l’unico faro dovrebbe essere la Costituzione, dove è scritto chiaramente che la salute è al primo posto.

Ultimo punto, assai impopolare e poi vi lascio a questa calda giornata prefestiva. La burocrazia. Tutti, come al solito a tuonare contro. Senza accorgersi che il problema della gestione dell’emergenza non è la troppa burocrazia, ma l’aver smantellato sostanzialmente l’apparato statale nella foga liberista degli scorsi anni. Ora. Avremo anche procedure farraginose e complicate. Ma questo è dovuto al fatto che si è proceduto alla distruzione dell’apparato, assoggettandolo al potere politico, affidando al privato la gestione di servizi essenziali, distruggendo un sistema che aveva una sua funzionalità con il nulla.

Per questa settimana m fermo qui. E, per favore, se proprio dovete stare in casa, almeno evitate di sputare sentenze su chi sceglie di farsi una passeggiata al sole, a debita distanza gli uni dagli altri. Siete più contagiosi voi del coronavirus.

Il coronavirus ci ha portato oltre la crisi di nervi.
il #pippone del venerdì/131

Feb 28, 2020 by     No Comments    Posted under: Il pippone del venerdì

Ho scelto di aprire questo pippone con l’immagine dei deputati alla Camera (non so chi siano) con le mascherine perché mi sembrano emblematiche di un paese che ormai è andato oltre la crisi di nervi. È il risultato non tanto del coronavirus in sé, ma allo stesso tempo dei guasti provocati da questi anni di diffusione di odio e pregiudizi a pieni mani e di una gestione della crisi che, a essere buoni, lascia perplessi.

Permettetemi, intanto, una nota sarcastica: l’immagine degli italiani respinti alle frontiere fa sorridere. Quella dei vacanzieri rispediti indietro dalle Mauritius anche di più. Fino a poche settimane fa eravamo pronti a bloccare per mesi in mare qualche centinaio di disperati perché “portavano malattie”, ora gli stessi soloni di prima si indignano perché qualche decina di nostri connazionali sono stati fatti risalire in fretta e furia sull’aereo e sono stati rimandati a casa. Perché, appunto “portano malattie”. Ci hanno trattato come pacchi postali, tuonano oggi gli stessi che fino a ieri sostenevano che i porti andavano chiusi.

E’ una specie di legge del contrappasso che dovrebbe farci capire come, soprattutto nell’era della globalizzazione, la solidarietà dovrebbe essere un obbligo. E come chiudere le frontiere sia un’illusione che può andar bene per prendere qualche voto in più, ma alla fine sempre un’illusione resta. Viviamo in un mondo interconnesso, dove se starnutisci in Cina ti prendi il coronavirus a Codogno. Facciamocene una ragione e cerchiamo di essere meno provinciali. Valga come monito per il futuro.

Il coronavirus sfata anche una leggenda: quella dell’Italia che nelle emergenze dà il meglio di sé. In questo caso è avvenuto l’esatto contrario: la drammatizzazione iniziale dell’epidemia ha prodotto un’ondata di panico insensato e dannoso, amplificato ad arte da quei giornali che prima hanno fatto il conteggio in diretta del numero dei contagiati e poi si sono affrettati a dire che in fondo è poco più di un’influenza.

Al corto circuito mediatico ha dato fiato una reazione scomposta da parte di una classe dirigente che si è dimostrata nel suo complesso inadeguata. Chi chiude i musei, chi si rintana in casa, chi chiude le scuole senza avere neanche un caso di contagio, bloccate anche le gite scolastiche all’estero non si capisce bene per quale motivo. La famosa Italia dei mille comuni ha dimostrato la sua fragilità. Si sa, che i sistemi democratici affrontano le crisi con grandi difficoltà rispetto alle dittature. Si studia sui libri di scienza della politica. Ma nelle crisi le grandi democrazie si compattano, lasciano da parte le polemiche e si mettono a lavorare senza guardare alle distinzioni politiche. Da noi ci si divide ancora di più, mostrando tutti i guasti prodotti dal regionalismo di fine secolo. Venti sistemi sanitari non funzionano in tempo di pace, figuriamoci nelle emergenze.

Noi no, insomma. Non si è mai visto un presidente del Consiglio che va a accusare gli operatori sanitari, quelli esposti in prima linea, durante un’emergenza sanitaria. Non si è mai visto un presidente di Regione che prima accetta le misure disposte dal governo e poi fa di testa sua. In piena crisi non abbiamo trovato di meglio che combattere a colpi di ricorsi al Tar.

In tutto questo poco ha potuto un ottimo ministro della Salute come Roberto Speranza, che fin dalla sua presenza fisica si dimostra uno dei pochi ad avere la testa sulle spalle. Ha il fisico del bravo ragazzo, un’aria rassicurante e pacata: due ottimi in gradienti per evitare che si scateni il panico. Ci ha provato, lavorando giorno e notte, ma alla fine, si sa, in questo Paese emerge chi fa la voce grossa, non chi lavora e parla pacatamente.

Ci mancavano gli avvoltoi che si sono avventati sul governo pronti a spartirsene le spoglie. Salvini che si dice pronto a un esecutivo di emergenza nazionale. Renzi che gli dà di spalla, salvo poi andare in tv con la faccia seria (che poi proprio non gli riesce) a dire che adesso si lavora uniti, del futuro della maggioranza si parlerà poi. Poche ore prima si messaggiava con il presidente della Regione Lombardia per esprimergli la sua solidarietà contro Conte.

Nel mezzo del dramma, creato in primo luogo da tutta questa confusione, è arrivato il dietrofront, dicevamo. Qualcuno deve essersi reso conto che un’altra settimana a conteggiare i contagiati e della nostra economia sarebbero rimaste poche briciole. Turismo a Roma a quota meno 90 per cento, solo per dare un dato. I mercati si sono incazzati e allora tutti in televisione a minimizzare, a dire che in fondo si guarisce, muoiono soltanto anziani e persone con altre patologie. Basta lavarsi le mani con il sapone e stare sereni.

Mi è sembrato un po’ come voler rimettere il dentifricio nel tubetto spremuto a fondo. Perché fino a poche ore prima impazzavano i Burioni di turno a dire: tappatevi in casa, disinfettate tutto. E fino a poche ore prima giravano immagini come questa dei due deputati alla Camera con la mascherina.

Contenti di tutto questo solo i produttori di Amuchina e roba del genere. E ora che si fa? Attendiamo l’estate, magari passa da solo. Tanto il campionato di calcio va avanti, prima o poi la gente penserà ad altro.  Resto con un forte senso di nausea. Ma non temete, credo sia soltanto una reazione psicosomatica.

Renzi, il nostro mal di testa quotidiano.
Il pippone del venerdì/130

Feb 21, 2020 by     No Comments    Posted under: Il pippone del venerdì

Ho resistito a lungo alla tentazione di parlare dell’attualità politica (se di politica si può parlare), ma alla fine cedo. Anche per rivendicare, ormai alcuni mesi fa, di aver definito l’ex segreterio del Pd un “Bertinotti moderato”. Affermazione che mi ha provocato una marea di critiche dalla presunta sinistra, ma che vedo essere entrata oggi nel lessico quotidiano di molti autorevoli commentatori. Come dire, ogni tanto ci azzecco anche io, fosse pure per sbaglio.

Quello che sta succedendo, torniamo alle cose di oggi, è divertente quanto una sfilza ininterrotta di calci nelle parti basse. E il solo leggere la rassegna stampa ogni mattina – cosa che, purtroppo, mi tocca per doveri d’ufficio – mi provoca un forte giramento delle stesse parti, con conseguente mal di testa che si palesa arrivati a pagina 5 dei principali quotidiani nazionali. Esaurite, cioè, le sfilze infinite di articolesse su retroscena, presunti responsabili che in cambio del mantenimento della poltrona sono disposti a tutto, battute e controbattute.

Ora, tutta questa roba ha l’unico scopo di riempire qualche pagina, tanto, si sa, i quotidiani dopo poche ore sono buoni soltanto a incartare le uova. Se sono online manco per questo nobile utilizzo. Di quello che succede davvero nel Paese, va ribadito, frega poco a quasi tutti. Renzi, in particolare, ha un’unica strategia: Renzi. Cito Bersani, lo confesso, uno che pur con tutte le sue contraddizioni ha una capacità di analisi non comune.

La battuta, di quelle fulminanti, racchiude in sé tutta l’essenza del rignanese, la sua forza e la sua debolezza allo stesso tempo. La sua forza perché all’italiano medio, si sa, il bullo piace. La sua debolezza perché è talmente preso da sé che alla fine si schianta sempre contro un muro che non riesce a vedere.

Entrando nel merito – si fa per dire – Renzi fa due proposte “bomba”, così le hanno definite i giornali: eliminare il reddito di cittadinanza e introdurre il cosiddetto “Sindaco d’Italia”. In pratica propone di sfasciare il governo e di avviare un percorso di revisione costituzionale che a occhio durerebbe un paio di anni. Che le due cose siano in palese contraddizione non gli interessa, vuole soltanto sparigliare le carte. Poco importa che le proposte siano, nel merito, due colossali idiozie.

Intanto, in una situazione di profonda crisi economica – e il coronavirus di certo non aiuterà – tira fuori la brillante idea di togliere qualche miliardo ai disoccupati per darlo ai padroni (si chiamano così, a me tutto sto politically correct dà il voltastomaco). Così si darebbe una forte iniezione di soldi freschi all’economia, sostiene il genio della finanza. Peccato che mancherebbe il mercato a cui rivolgersi, ma mica può risolvere tutto il rignanese, che diamine. Renzi si preoccupa soltanto di infilare un dito nell’occhio, diciamo così, ai grillini che su quel provvedimento hanno battuto da sempre. E che, del resto, segue la strada tracciata dal “Rei”, introdotto proprio dal governo Renzi. Insomma, una cosa di sinistra aveva fatto, ora la vorrebbe togliere soltanto per creare scompiglio. Servirebbe uno dei fratelli Guzzanti in gran forma, ne sentiamo davvero la mancanza.

La seconda ideona, che non c’entra nulla con la prima, è, tradotta in termini comune, l’elezione diretta del premier, al quale si affiderebbe non più un ruolo di primus inter pares all’interno del Consiglio dei ministri, ma diventerebbe un vero e proprio potere a parte. A quali conseguenze porti tutto questo, al lungo lavoro di architettura istituzionale che servirebbe, Renzi non pensa. Lui le riforme le fa in tv. Anche perché  anche in questo caso, mica fa sul serio: vuole solo bloccare l’intesa, che i suoi avevano sottoscritto, sulla legge elettorale proporzionale. Perché quello sbarramento al 5 per cento lo taglia automaticamente fuori dal Parlamento. E voi ve lo immaginate un Parlamento senza Renzi? Io francamente sì, lui un po’ meno. L’idea lo terrorizza.

Come andrà a finire? Secondo me male. Perché in tutto ciò il governo resta paralizzato, bloccato da schermaglie parlamentari incomprensibili a tutti, perché il motivo è sempre lo stesso. Logorare l’esecutivo guidato da Conte. Che poi l’abbia fortemente voluto lo stesso Renzi è un particolare irrilevante.

Ma qual è, e mi avvio alla conclusione, non temete, la colpa del povero Conte? E’ semplice: potrebbe occupare lo stesso spazio a cui ambisce l’ex segretario del Pd. Quel centro politico a cui tutti ambiscono, salvo poi ritrovarsi sempre con un pugno di mosche in mano. Terre affollate di gente in cerca di poltrone, meno di elettori, che tendono a polarizzarsi sugli schieramenti maggiori. A Renzi non importa, gli basta di essere al centro dell’attenzione. Alla faccia degli italiani che non arrivano al 15 del mese.

Giggino se n’ è ghiuto e soli ci ha lasciato.
Il #pippone del venerdì/126

Gen 24, 2020 by     No Comments    Posted under: Il pippone del venerdì

Ora, capisco che mi potreste rispondere con un classico “meglio soli che male accompagnati”, ma le dimissioni di Di Maio da “capo” del Movimento cinque stelle sono decisamente la notizia della settimana. Quando ho letto su un giornale online “Di Maio si è dimesso”, titolo secco, ho sperato per un istante che avesse lasciato il ministero degli Esteri. Ho sperato che, per un istante, avesse capito i propri limiti e, smesso il sorriso eternamente stampato in faccia, avesse dichiarato: “Ebbene sì, lo ammetto, di politica estera non capisco un tubo, meglio lasciare questa postazione ad altri, soprattutto vista la situazione internazionale così complessa”.

Manco per niente, con una mossa che potrebbe sembrare infantile lascia la guida del Movimento a 4 giorni dalle elezioni in Emilia-Romagna e in Calabria. Potrebbe sembrare infantile, dicevo, perché potrebbe essere interpretata come la volontà di scaricare la colpa della probabile débâcle dei penta stellati ad altri. Magari c’è anche questo.  Secondo me, invece, questo è uno che la sa lunga, viene dalla scuola migliore dei democristiani del ‘900. Deve aver studiato con solerzia la loro storia. Perché io penso che Giggino guardi oltre questo pur importante appuntamento. O meglio, in questi due anni abbiamo imparato a conoscerlo: del destino dell’Italia e degli italiani gli interessa poco. Guarda al suo interesse personale ed è capace di tripli salti mortali all’indietro per difendere la sua poltrona. Se ne abbandona una, quella per cui si ritiene insostituibile, è perché pensa di tornarci più forte e in tempi brevi.

Secondo me, il Di Maio pensiero deve essere stato più o meno questo: fino ad ora sono stato io a prendermi pesci in faccia da tutte le parti, mediando fra le nostre correnti interne, Conte, il Pd, con Renzi sempre in agguato. Sono insostituibile in questo ruolo, ma qua sono tutti insoddisfatti. E allora me ne vado e si scannino pure senza rete di protezione. Vediamo che succede.

Il più preoccupato di tutti pare Conte, che non ha più una sponda. Non dimentichiamoci che quando si è formato il governo rosso-giallo, è stato proprio il presidente del Consiglio a spingere perché i leader del Pd dei Cinquestelle assumessero un ruolo importante, con la responsabilità di dicasteri di primo piano. Pensava che in questo modo il tasso di litigiosità di una maggioranza fatta di acerrimi nemici sarebbe diminuito. Zingaretti non poteva accettare, si sarebbe dovuto dimettere da presidente della Regione Lazio con il rischio – se non la certezza – di lasciare una delle postazioni di governo più importanti a Salvini e soci. Giggino ha subito preteso un dicastero chiave, di cui non sapeva assolutamente nulla.

Comunque sia, e questi mesi lo dimostrano, quelle di Conte erano pie illusioni. Pd e Cinquestelle, che si somigliano più di quanto potrebbe apparire dall’esterno, sono covi di serpi per di più abitati da personaggi che hanno visioni molto differenti tra loro. Sulla mancanza di amalgama dei democratici c’è ampia letteratura, sarebbe il caso di cominciare ad indagare un po’ di più anche sulla natura del movimento fondato da Grillo. Bravissimi a fare l’opposizione, disastrosi quando si tratta di governare. Rompere è più facile e meno faticoso che costruire, si sa. E’ un’affermazione persino banale che però coincide perfettamente con quello che ci ha fatto vedere in questi anni il M5s. Dalle amministrazioni locali al governo nazionale è stato un disastro. E quelli più capaci – vedi Pizzarotti – sono stati accompagnati bruscamente alla porta appena hanno provato a manifestare una certa indipendenza.

Tagliando corto, si tratta di vedere adesso l’effetto che faranno queste dimissioni. Per adesso hanno conquistato le pagine dei giornali che hanno spostato la data in cui tutto si chiarirà dalle elezioni di domenica 26, agli “stati generali” grillini, così loro chiamano il congresso.

In tutto questo fiorire di “date fondamentali”, mi permetto di segnalare che il Governo, a parte qualche diatriba e qualche provvedimento solamente annunciato, è fermo. Paralizzato dall’attesa di vedere cosa succede, prima era la sfida emiliana a rappresentare la linea di confine fra stabilità e rischio di sfasciare tutto, adesso sono i nuovi equilibri in casa grillina. E non è che il mondo resta a guardare: le crisi internazionali ci vedono sempre più spettatori distanti, l’economia va più o meno a rotoli. Soltanto i mercati sembrano dare ancora fiducia al Conte Bis, più che altro timorosi di quello che potrebbe arrivare dopo.

Lo stesso annuncio di Zingaretti di voler rifondare il Pd sembra soltanto l’ennesimo cambio di contenitore della sinistra italiana che quando non sa bene cosa fare annuncia di voler costruire “una casa più grande, in cui nessuno si senta ospite”. Partì qualche decennio fa Occhetto, poi è stato un susseguirsi di “case più grandi” e si è passati dal rappresentare un terzo degli elettori (e anche qualcosa in più) a un quinto scarso.

Qua, dal sottoscala della sinistra, c’è grande confusione e sconforto. Incrociamo le dita per domenica.

Ps: il titolo è una mezza citazione, voglio vedere chi indovina.

Ma dobbiamo per forza dare mazzate ai lavoratori?
Il pippone del venerdì/125

Gen 10, 2020 by     No Comments    Posted under: Il pippone del venerdì

Intanto ben trovati. Probabilmente più che di un pippone, dopo i bagordi natalizi, di capodanno e della Befana, avreste bisogno di una robusta dieta e di qualche corsetta. Me compreso, che me ne sto invece qui davanti al computer, bolso come un cavallo spompato.

Tant’è, accontentatevi di qualche considerazione di inizio anno, tanto per riprendere l’abitudine. Sulla situazione internazionale c’è poco da dire. Anzi ci sarebbe parecchio, a partire dal ruolo sempre più marginale dell’Onu, mai come adesso in balia dei capricci delle grandi potenze e, in particolare, di un Trump che sembra sempre più usare i missili e i droni per far aumentare la sua popolarità in vista delle elezioni.  Nelle ultime ore pare che possano prevalere le colombe sui falchi, ma si sente sempre nell’aria odore di polvere da sparo. Sono giorni complicati, nei quali basta un nulla perché alle diplomazie che si muovono in silenzio e lentamente possano sovrapporsi i generali pronti con il dito sul grilletto. Personalmente sento un grande senso di impotenza, come mi successe nelle ore precedenti alla guerra del Golfo. Che fare? Servirebbe la politica, una grande iniziativa europea. E invece assistiamo soltanto alle gaffe di Conte e di un ministro che di Esteri sa ben poco.

Sulla situazione interna italiana, mi pare che siano giorni di attesa. Si aspetta il voto dell’Emilia per capire se davvero questa esperienza un po’ raffazzonata possa costituire il fulcro di una possibile alleanza da contrapporre alla destra. Io credo che non sia sufficiente. Perché il Conte Bis mi pare una fotocopia del Conte Uno. Sono cambiati i programmi, abbiamo recuperato un po’ di credibilità internazionale (ma ci voleva poco), sia a livello politico che sui mercati. Ma resta un difetto di fondo: quando si alleano forze di natura differente si deve cercare una linea comune. Invece, in questi anni, abbiamo assistito a coalizioni che non si sono mai fuse, cercando la via più facile ma meno redditizia in termini di risultati: ognuno punta sui suoi cavalli di battaglia. Il risultato è che manca un progetto, una visione. E questo lo paghiamo tutti i giorni in termini di minore competitività, di decadenza di un Paese che, al contrario, avrebbe bisogno come il pane di seguire una indicazione precisa, di sapere dove si vuole arrivare e muoversi di conseguenza.

Capisco che è chiedere tanto. Ma se davvero si punta al green new deal, servono i provvedimenti necessari, senza titubanze. Non si può, ad esempio, obiettare che gli imballi in plastica li producono in Emilia e dunque va tutto rinviato in attesa delle regionali. Sarà bene che qualcuno dica con chiarezza a quegli imprenditori che sarebbe il caso che producessero altro, semplicemente perché tutta questa plastica ci sta uccidendo.

Gli esempi sarebbero tanti. E ci vorrebbe, non mi stancherò mai di dirlo, una sinistra in grado di rinnovare il suo campo di valori e muoversi di conseguenza. Visto che non è alle porte, mi accontenterei almeno di una sinistra che la finisca di dare mazzate in faccia ai lavoratori.

Lo dico con affetto al segretario del Pd: caro Nicola, non è che per tenere insieme il tuo partito devi per forza continuare a sposare i provvedimenti che hanno portato il partito stesso a un passo dall’irrilevanza elettorale. Perché ostinarsi a difendere il jobs act, che non ha prodotto nulla e ha eliminato diritti fondamentali dei lavoratori e perché ostinarsi a voler eliminare quota 100, che sarà anche una misura parziale, ma ha avuto un riflesso positivo sulle vite di decina di migliaia di persone, quelle – tra l’altro – che a parole consideri il tuo elettorato di riferimento? Credi davvero che diminuire appena un po’ la pressione fiscale sia sufficiente a far respirare i lavoratori dipendenti?

Ho l’impressione che, come troppo spesso è successo nella breve storia del Pd, il feticcio dell’unità a tutti i costi porti a cedimenti inaccettabili, che manchi quella chiarezza di linea politica che è essenziale per tornare a essere un punto di riferimento per i più deboli. Si possono anche perdere le elezioni, ma non si può perdere la propria anima, altrimenti si viene travolti dagli eventi. Il Partito democratico, malgrado tutti i suoi limiti, è ancora oggi, l’unica grande organizzazione di massa che esiste in Italia. Le altre forze politiche sono partiti del leader, legati indissolubilmente al destino del capo. E questo rende tutto il sistema Paese più debole, troppo legato ai sondaggi, troppo attento a creare bisogni e paure fittizi per evitare di dover affrontare i nodi veri che da troppo tempo abbiamo attorno al collo.

Un sistema scolastico che è stato cambiato talmente tante volte da essere ridotto ai minimi termini. L’istruzione da noi è ormai una specie di collage scombinato, in cui gli studenti annaspano e gli insegnanti sono sempre meno motivati. Le infrastrutture cadono a pezzi, letteralmente. L’amministrazione della giustizia cambia a seconda del Tribunale. Se sei a Roma hai meno diritti di chi sta a Milano. Ora sarà anche un problema grandissimo quello della prescrizione, ma sarà forse il caso di investire in strutture più efficienti, dotate di tecnologie adeguate? Quando si entra nel tribunale civile di Roma, non di un paesino ma della Capitale d’Italia, si piomba di botto nel medioevo, tutto si regge sulla buona volontà di cancellieri, avvocati e giudici. Per non parlare della sanità, dove gli squilibri territoriali sono ancora più evidenti. Negli ultimi dieci anni è stata amministrata con lo spirito dei ragionieri. L’unico obiettivo è stato quello di riportare i conti in ordine. Con il risultato che il servizio pubblico sta morendo per asfissia.

Ho indicato solo quattro temi, che secondo me sono però, un po’ la carta di identità con cui un paese si presenta. Del resto non è questo il luogo per scrivere un programma compiuto.

Sarebbe bello però avere finalmente un governo che faccia cose non dico di sinistra, ma almeno diverse dal liberismo sfrenato della destra italiana. Sono soltanto speranze di inizio decennio?

Una manovra economica da Paese normale. Ma basta? Il #pippone del venerdì/117

Ott 18, 2019 by     No Comments    Posted under: Il pippone del venerdì

Al di là dei giudizi di merito, proverò a dire due o tre cose più avanti, la cosa che più balza agli occhi è che dopo i 14 mesi siamo tornati a essere un paese normale. Al di là dei tormentoni giornalistici sui vertici notturni, su presunte liti furibonde e valanghe di emendamenti in arrivo, la manovra economica questo dice. C’è una coalizione fra forze politiche che fino a pochi mesi fa stanziavano stabilmente su sponde opposte. Ma nelle pagine della manovra economica si intravede un disegno collettivo. Chi lo avrebbe detto appena ad agosto che non ci sarebbero stati scontri con l’Europa né piazze dove si annunciano provvedimenti epocali?

Zingaretti dice che “abbiamo fatto un mezzo miracolo”. E forse il miracolo è proprio questo. Essere tornati a essere un Paese normale, dove chi governa si prende le sue responsabilità senza troppa enfasi. E’ solo il primo passo. E bene fa il segretario del Pd a premere sull’acceleratore proponendo che quella che avrebbe dovuto essere un inciampo in una storia diversa diventi un’alleanza strutturale, in grado di competere alle elezioni per vincere. Siamo appena all’inizio, perché pur sempre di forze molto diverse si tratta. E poi resta l’incognita Renzi, che in molti danno come mandante di un altro ribaltone per far cadere Conte subito dopo il voto finale sulla manovra. Restiamo ai fatti. Dovrà cambiare il Pd, dovranno diventare più simili a un partito tradizionale anche i 5 Stelle, se vogliono essere davvero fattore di cambiamento e non una meteora che si brucia nel giro di una tornata elettorale. Servirà, non mi stanco di ripeterlo, una forza nuova della sinistra italiana, che non si può considerare esaurita nel Partito democratico.

Piccoli segnali di questa necessaria evoluzione ci sono. Per quanto riguarda il Pd, la proposta di un nuovo statuto fa i conti con la realtà ed elimina l’automatismo segretario/premier. L’abbiamo importata dai sistemi anglosassoni, ma da noi, con un sistema politico multipolare, non funziona. Piano piano abbandoneranno anche l’illusione della vocazione maggioritaria. Che non si significa rinunciare a crescere, ma capire che si rappresenta un blocco sociale, non l’intero corpo elettorale.

Nei 5 Stelle cominciano a spuntare voci dissonanti. E anche questo è un bene. Perché un partito ha bisogno di discussione, di dissenso. Non può essere semplicemente espressione di un leader, altrimenti dura fin quando il leader stesso resta in auge. La lezione di Forza Italia dovrebbe insegnare qualcosa.

Resta sullo sfondo, al momento, la questione di una nuova forza della sinistra italiana. Che poi è paradossale: in quasi tutte le tornate elettorali a cui abbiamo assistito, regionali o amministrative, sono state presentate liste che, in un modo o nell’altro, provano a proseguire l’esperienza di Leu. Hanno funzionato quando rappresentavano un reale radicamento sociale e non una semplice accozzaglia messa insieme per eleggere qualche rappresentante. Hanno fallito miseramente quando era evidente il contrario. Non si capisce bene perché, avendone a quanto pare tutto il tempo, non si dovrebbe continuare a lavorare in quel senso anche a livello nazionale. Questione, come spesso è accaduto in questi anni, più di piccoli egoismi che di reali differenze.

Qualche notazione sul contenuto della manovra economica. Ci sono più tasse per chi le può pagare, un progetto che va oltre l’anno sulla lotta all’evasione, si comincia a intervenire sul cuneo fiscale premiando i lavoratori e non le aziende. Si parla di investimenti sulle infrastrutture, ci sono forme di tassazione sulle produzioni più inquinanti a partire dagli imballaggi di plastica. Del resto, perché stupirsi? Viviamo in un’economia di mercato e finché le confezioni ecologiche non saranno più convenienti della plastica continueremo a beccarci le fettine confezionate una a una in vaschette e pellicola. Sarà che io sono un nostalgico dei vecchi cartocci in cui una volta ti consegnavano tutta la spesa e anche del vuoto a rendere. Insomma, non mi dispiace, il green new deal non può essere solo uno slogan.

Una manovra che lancia segnali precisi, insomma. Certo, si poteva essere più coraggiosi accelerando su alcuni punti, penso ad esempio l’uso delle carte al posto del contante. Ma già che si introducano sanzioni per i commercianti che non ti fanno usare il bancomat mi pare un grande passo in avanti, in un Paese che da sempre apprezza chi fa comizi sul cambiamento, ma poi fa le barricate anche se cambi un senso unico in una strada di campagna.

C’è un generale processo di semplificazione sulle tasse, ad esempio per quanto riguarda il regime fiscale che riguarda la casa. C’è la prospettiva di ticket sanitari più giusti, che permettano a una platea più ampia di avere garantito il diritto alla salute.

Basterà a rilanciare il nostro Paese? Io credo che più del contenuto delle norme, i mercati, gli investitori, ma più in generale anche i cittadini, guardino alla capacità complessiva di governare che avrà l’esecutivo guidato da Conte. L’economia è anche un fatto psicologico. E così se gli investitori sono attratti sicuramente da un luogo che ha miglior infrastrutture, una giustizia rapida, un contenzioso minore, è anche vero che la nostra propensione a spendere aumenta se abbiamo la percezione che il nostro futuro può essere migliore. Si compra una casa nuova non tanto e non solo perché i mutui sono bassi, ma perché abbiamo la sensazione che il nostro lavoro è stabile e abbiamo la possibilità di migliorare la nostra posizione. Per anni siamo stati bloccati dalla percezione contraria. Per anni siamo stati impegnati a odiare chi aveva meno di noi e contro i più deboli abbiamo scaricato ansie e frustrazioni.

Questo è il grande compito che deve porsi questo governo. Cominciare a cambiare la percezione che i cittadini italiani hanno del loro futuro. Basterà una manovra economica? Sicuramente no, ma qualche passo nella direzione giusta lo abbiamo fatto.

Se Renzi si mette a fare il Bertinotti.
Il #pippone del venerdì/115

Ott 4, 2019 by     No Comments    Posted under: Il pippone del venerdì

Si respira da qualche settimana una strana aria di normalità. Dopo i 14 mesi di eccessi salviniani, compreso l’uso del ministero dell’Interno come fosse una clava da brandire contro gli avversari, l’Italia si è svegliata in un clima da anni ’80 del secolo scorso. Tratta con i partner europei, invece di alzare i toni e poi cercare di raccogliere i frutti dell’alzata di capo, il governo compone le sue differenze in maniera direi quasi democristiana. Le tirate di Di Maio sono più a uso e consumo dei social-seguaci che ultimatum veri e propri.

Si sonnecchia, apparentemente, ma qualche risultato comincia anche ad arrivare. Vedremo se agli annunci corrisponderà una manovra economica che finalmente rimetta qualche soldo in tasca agli italiani, punti sullo sviluppo e faccia fare passi in avanti nella lotta all’evasione. Tema da sempre evocato da tutti i governi, ma mai preso di petto seriamente. Con l’eccezione forse dell’odiatissimo quanto bravo Vincenzo Visco nel governo Prodi.

Bene, intanto, il ministro Speranza che si fa valere in maniera discreta senza troppi proclami altisonanti e intanto, a quanto viene anticipato, porta a casa un sostanzioso aumento del Fondo sanitario regionale e la progressiva eliminazione del superticket. Una vera e propria tassa sulla povertà. Bene anche l’idea di modulare i ticket in base al reddito: è giusto – e tra l’altro segue alla lettera il dettato costituzionale – che chi può permetterselo contribuisca anche a garantire la salute a chi non ha i mezzi. Tra l’altro tornare a instillare pillole di solidarietà interclassista in un Paese incattivito e rancoroso non può che far bene. Sperando serva a ridurre la percentuale di italiani che deve rinunciare a curarsi perché non può permetterselo.

Bene anche le mosse di Roberto Gualtieri, che sta facendo valere i suoi trascorsi in Europa per portare a casa limiti meno rigidi per quanto riguarda il deficit. Stiamo tornando ai fondamentali dell’economia classica: in una fase di crisi – e quella che stiamo vivendo lo è a pieno titolo, basta guardare i fondamentali della Germania – non si può andare troppo per il sottile, servono interventi espansivi per far ripartire il Paese. E, come è noto, gli interventi pubblici fanno sempre da volano agli investimenti privati. Chi mastica un po’ di economia sa che in questi casi l’effetto moltiplicatore è molto alto. Se saremo in grado di proporre misure serie nella manovra economica, questa non potrà che avere una ricaduta positiva per tutti, dagli imprenditori ai lavoratori. Ai quali bisogna venire incontro con una riduzione netta del cuneo fiscale. Un vero e proprio furto che va, sia pur progressivamente, eliminato.

Se a tutto questo si aggiunge che il costo del denaro, grazie all’accorta politica della Bce guidata da Mario Draghi, è praticamente zero, ci sono tutte le condizione per provare a superare il dosso della crisi e ripartire questa volta davvero. Non leggo, al momento, di interventi previsti per quanto riguarda i diritti dei lavoratori. E credo sia uno sbaglio. Se la sinistra vuole riguadagnare i voti persi deve mettere mano al jobs act e a una legge sulla rappresentanza sindacale. Ci sarà tempo per parlarne, spero subito dopo l’approvazione della manovra economica.

I sondaggi, sia pur con tutte le cautele del caso, sembrano dar ragione a chi si è battuto per formare questa “strana” alleanza. Riuscendo a mettere insieme tutto il centro sinistra e i 5 stelle si va oltre il 50 per cento dei consensi. Anche nella martoriata Umbria, dove si va a votare in seguito allo scandalo che ha coinvolto i vertici del Pd locale, la partita sembra tutta da giocare, anche lì l’alleanza “civica” rosso-gialla può competere davvero. E rispetto alle ultime débacle alle regionali anche partecipare per vincere rappresenta una novità.  Tutto bene dunque? Manco per niente.

Da questo quadro, che al momento mi sembra abbastanza positivo, si distacca l’atteggiamento di Matteo Renzi. Perdonate il paragone, ma a me sembra che ambisca a stare nella maggioranza e fare un po’ il Bertinotti della situazione. Quello che la sera ti dice “va bene, siamo d’accordo su tutto” e poi la mattina ti convoca una bella conferenza stampa per dire che “proprio non ci siamo”.

L’altra sera l’ex segretario del Pd, ha sentenziato: “Se Conte vuole stare sereno non alzi le tasse”. Tutto questo mentre la maggioranza discuteva di una possibile rimodulazione di alcune aliquote Iva, con un meccanismo di bonus/malus per chi paga con strumenti tracciabili e chi invece usa i contanti. Un meccanismo, dal governo giurano a saldo zero, che avrebbe fatto fare qualche serio passo contro gli evasori. I maligni potrebbero pensare che il fiorentino tende a tutelare il suo supposto elettorato, fatto di professionisti e piccoli imprenditori, quelli a cui la lotta all’evasione fa venire le bolle in faccia.

Più semplicemente Renzi cerca di giocare la carta dei distinguo per accreditarsi presso l’opinione pubblica come il difensore delle tasche degli italiani. E per fare questo mette in crisi la traballante pax che regna nella maggioranza. Scherza con il fuoco, ma rischia di essere un “pierino” molto dannoso. Di tutto abbiamo bisogno fuorché dell’immagine di una maggioranza litigiosa. Si spendesse piuttosto, insieme agli altri, contro i dazi imposti da Trump sui prodotti europei, che rischiano di mettere ko le nostre eccellenze a partire dal parmigiano. Usasse la sua indubbia capacità mediatica per rintuzzare gli attacchi del centro destra che, dopo un comprensibile sbandamento, cerca di riprendere centralità nella scena politica.

Ora, so che Renzi ha una profonda avversione per la storia, sia recente che antica. Lui preferisce parlare di futuro. Ma alla vigilia della Leopolda sarebbe bene che qualcuno gli ricordasse la fine che ha fatto Bertinotti, passato da leader nazionale a vecchia comare della politica italiana nel giro di pochi mesi. Pierino può anche stare simpatico per qualche tempo, ma poi stufa. Cambi personaggio, finché è in tempo.

Siamo stati a un passo dai pieni poteri. Ricordiamolo.
Il pippone del venerdì/112

Set 13, 2019 by     No Comments    Posted under: Il pippone del venerdì

Finita la sbornia del totoministri, del totoviceministri e del totosottosegretari, una roba che al confronto il calciomercato sembra un film avvincente, sarà il caso di prendersi un attimo di pausa, riaccendere il cervello e capire la fase drammatica che abbiamo vissuto e quello che serve per lasciarsela alle spalle.

Lo diceva benissimo in un editoriale su Repubblica Ezio Mauro giusto ieri. Anche se va considerato una voce isolata in un gruppo editoriale che, giorno dopo giorno, non manca di manifestare tutta la sua contrarietà al patto fra Democratici e Cinque stelle. Lo stesso Mauro, del resto, avverte fino in fondo la fragilità di un accordo che fatica a diventare alleanza stabile. Ci vorrà del tempo per capire quale delle due strade prenderanno: accordo occasionale o strutturale? Ci vorrebbe la palla di vetro. Le regionali in Umbria, Emilia e Calabria, ma anche un possibile allargamento della maggioranza nel Lazio, saranno il primo vero banco di prova.

La cosa certa è che il Conte 2 nasce per reciproche convenienze occasionali. I 5 stelle, pur avendo provato da vicino quanto sia scomodo il Salvini di governo, hanno baciato il rospo Pd solo per paura di vedersi più che dimezzati da uno scontro elettorale ravvicinato. I renziani idem. Zingaretti, al contrario, ha dovuto cedere alla maggioranza del suo partito che, malgrado i proclami del segretario, di affrontare le urne in questa situazione non ne voleva proprio sapere.

Il punto fermo da cui partire deve quindi essere chiarito: non abbiamo solo rinviato le elezioni facendo nascere questo governo un po’ rabberciato e fatto da presunti alleati che si insultavano fino a due minuti prima. Abbiamo bloccato o quanto meno messo una zeppa nelle ruote di un meccanismo che Salvini ha evocato benissimo parlando di “pieni poteri”. Ovvero lo svuotamento di quel sistema liberale sancito dalla Costituzione con la sua architettura di pesi e contrappesi fra i poteri, per arrivare a una democrazia apparente, dove il Parlamento sia soltanto un orpello da convocare quando serve per ratificare decisioni prese altrove. E dove gli altri poteri siano assoggettati all’esecutivo. Quanto è successo in quest’anno nei rapporti fra il ministro dell’Interno e la magistratura dovrebbe insegnare qualcosa. Fino all’elezione diretta del Capo dello Stato che, senza una architettura costituzionale appositamente costruita, vorrebbe dire una roba tipo la Russia di Putin, dove alle elezioni si eliminano direttamente i candidati delle opposizioni.

Quello che Mauro non dice, ma credo lo abbia ben chiaro, è che Salvini non è un incidente di percorso della storia, una specie di guappo che furbescamente ha cercato di capovolgere un sistema solido e in salute. Al contrario, il Capitano è la faccia ultima, forse la peggiore, di un lungo percorso. Si parte da Tangentopoli che, è evidente al di là del giudizio di merito, travolse una intera classe dirigente. Non si tratta di dire se fu giusto o no. I processi si fanno nelle aule dei tribunali e si sono conclusi da tempo. Ma il risultato fu un che un Paese ingessato dal dopoguerra agli anni ’90 del secolo scorso, si scoprì all’improvviso bisognoso di un cambiamento totale.

Al di là del fatto che la sinistra sia arrivata più o meno al governo per lunghi anni nella fase successiva, il vero protagonista di quella fase è stato Berlusconi. Non tanto e non solo il personaggio, ma per quello che ha rappresentato e che ha finito anche per sconvolgere il sistema di valori a cui la sinistra aveva affidato le sue speranze. Il berlusconismo ha rappresentato in Italia una vera e proprio rivoluzione culturale caratterizzata dalla repulsione per i riti della democrazia e per i corpi intermedi. Siamo come tornati indietro agli anni 20, quelli della confusione e del miraggio dell’uomo forte come risposta ai problemi. “Ci vuole ordine”, dicevano i capitalisti di inizio ‘900 rispondendo alle istanze che arrivavano dal proletariato (parliamo di un secolo fa, il termine è più che legittimo, non datemi del vecchio comunista).

Questa rivoluzione culturale, dicevamo, ha profondamente cambiato la nostra società: alla fine del percorso i partiti sostanzialmente non ci sono più, i sindacati sono in gran parte ridotti a patronati per l’assistenza fiscale, tutto quel mondo ricco dell’associazionismo che tanta linfa aveva dato al rinnovamento della nostra democrazia, si è rinchiuso nella asfittica dimensione del volontariato. Siamo una società più povera, più divisa, fatta di “isolati” spesso anche rancorosi.

Mettiamoci anche che, allo stesso tempo, paghiamo anche il prezzo di una globalizzazione che non abbiamo saputo né comprendere, né, tanto meno, governare e arriviamo alla  conclusione che Salvini è la prosecuzione in forme differenti di questo processo, non la sua negazione. Solo partendo da questo ragionamento e quindi dalla consapevolezza di quanto sia complicato il compito che abbiamo davanti (abbiamo in senso lato), si può provare a ragionare su come si esce da questo “loop” e come si torna a pensare di costruire un modello sociale differente, io direi anche  socialista. Ma di questo parliamo le prossime settimane. Per il momento fermiamoci qui, sperando che nei partiti della nuova maggioranza (mi rifiuto di chiamarla giallorossa, anche perché, sportivamente parlando, porta anche un po’ male) si diffonda questa consapevolezza sul delicato momento storico che stiamo vivendo e ci si attrezzi di conseguenza. Nutro qualche speranza residua sul Pd, un po’ meno sui 5 Stelle che, negli anni passati, sono stati anzi acceleratori della deriva autoritaria. Ma, avendola subita sulla loro pelle per un tratto di strada, magari anche loro potranno avere qualche sussulto democratico.

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