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Fatevene una ragione: la sinistra alle elezioni ci sarà.
Il pippone del venerdì/33

Nov 17, 2017 by     No Comments    Posted under: Il pippone del venerdì

Come avevamo previsto (non ci voleva di certo Nostradamus), una volta avviato il percorso per arrivare alla lista unitaria della sinistra si sono messi immediatamente in azione gli sfasciatori di professione. Quelli specializzati – perdonate la volgarità – nella martellata continue sugli attributi (i propri) senza sbagliare un colpo. Mai.

Ultimo, ma solo in ordine di tempo, è arrivato Bertinotti. Una sorta di specialista del genere. Ha pontificato dall’alto dei suoi successi indiscussi: “La sinistra alle elezioni non si deve proprio presentare”. Non ho letto, francamente, le spiegazioni, sicuramente alte, sicuramente filosofiche. Prima di lui era partito alla carica il duo del Brancaccio annullando la prevista assemblea del 18: colpa dei partiti cattivi. Poi, una volta che si è precisato il percorso e il regolamento delle assemblee locali che precederanno l’appuntamento nazionale del 2, sono scattati quelli della virgola. E il regolamento non va bene, non si garantisce la partecipazione popolare, è tutto appaltato ai partiti: serve il civismo. Spunta perfino un nuovo appuntamento convocato per il 18 dicembre, firmato Potere al popolo. No comment. Intanto riappare sulla scena perfino Ingroia. Si è dato all’ippica, sarà contento Crozza.

Dall’altro lato è partito il tentativo del mediatore culturale (la definizione non è mia, la prendo in prestito dal mitico compagno D’Avach). Renzi ha preso da parte Fassino gli ha detto: con quelli parlaci tu che sei di sinistra. Fassino si è attaccato al telefono. Speriamo per lui che abbia un abbonamento di quelli tutto compreso. Si sa già che, se gli va bene, convincerà al massimo un pezzetto del campetto di Pisapia, ma va bene così: l’unico scopo di tutta l’operazione è dimostrare quanto siamo settari, trinariciuti e perfino un po’ zozzoni. Lo chiamano il gioco del cerino, da quei fiammiferi in uso lustri fa, famosi perché ti bruciavano le dita perché erano flessibili e molto corti.

Ora, poi magari proverò anche a entrare nel merito seppur l’esercizio sia abbastanza ozioso, ma una domanda mi si agita nelle viscere prepotentemente: ma di tutto questo chiacchiericcio, se si escludono tre o quattro tastieristi da social network, interessa a qualcuno? Io direi di no. Al massimo può ingrossare, per noia, le già pingui file degli astensionisti.

La cosa che vorrei evidenziare è un’altra: i critici del progetto unitario, sia quelli del genere A che quelli del genere B, dicono che su quella strada non andremo da nessuna parte. E allora perché tanto affanno, perché mobilitare tanta intellighenzia, quasi una tenaglia che quotidianamente tenta di tagliare i fili che, pazientemente, stiamo provando a trasformare in rete? Io credo che tutto questo, con le sue contraddizioni, i suoi limiti, faccia paura. La mia tesi la conoscete: sono decenni che un pezzo di sistema politico-imprenditoriale lavora per eliminare la cultura “comunista italiana”, sintetizzo così che capiamo tutti cosa intendo. E il lavoro continua senza sosta. Appena proviamo a rialzare la testa, avete presente il gioco con gli scoiattoli e il martellone? Beh, succede la stessa cosa. Mazzate.

Provo a rimettere due o tre ragionamenti in fila. La partita che stiamo giocando non solo è uno spareggio per accedere al campionato. Ma è anche l’ultima occasione che abbiamo. Per recuperare quella credbilità perduta negli anni. Dalla improvvida svolta della Bolognina a quando abbiamo subappaltato a Prodi e Parisi i nostri destini. Fisso questi due momenti per comodità. Ma se vogliamo essere meno didascalici direi: da quando abbiamo rinunciato alla nostra autonomia culturale e ci siamo piegati a rincorrere i paradigmi che ci imponevano le forze capitaliste. Abbiamo accettato di combattere sul loro campo da gioco. Chiusi nella difesa delle conquiste del passato. E la palla non l’abbiamo toccata mai o quasi.

Autonomia culturale. Per me la chiave per ricostruire un partito (dico partito perché a me sta storia dei campi – democratico o progressista che dir si voglia – non mi convince proprio) è questa. Il percorso, che avrà nell’assemblea del 2 dicembre il suo punto di partenza e non di arrivo, a questo deve mirare. E avrà anche tutte le incertezze e le magagne che derivano dalla debolezza di chi lo avviato. Ma teniamocelo stretto questo percorso. E poi magari rendiamolo coinvolgente e democratico. Ma non affossiamolo.

Che poi, visto che io dal 2015 propongo i caucus – le assemblee decidenti – come mezzo democratico alternativo alle primarie, non mi dispiace neanche lo strumento proposto. Provo a entrare nel merito, appena un po’: si fanno le assemblee provinciali, dove possono partecipare tutti, sottoscrivendo il documento programmatico unitario e versando un contributo. Si interviene, si discute, si emenda. Poi, in ragione del numero di abitanti si eleggono i delegati. Sono previste sostanzialmente due forme. La presidenza (una sorta di commissione elettorale da vecchio congresso) prova a elaborare una lista unitaria. Se non ci riesce, si raccolgono le firme (almeno il dieci per cento dell’assemblea) e si presentano liste alternative. Io credo che ci sia lo spazio per rappresentare ampiamente non solo i partiti firmatari, ma anche esperienze locali, associazioni, movimenti. Basta rappresentare qualcosa, avere un minimo di consenso. Io non credo ci sarà bisogno di arrivare alla classica “conta”, che poi, se ragionate bene, è la sconfitta della politica, certifica l’incapacità di trovare un equilibrio attraverso il confronto.

Quanto invece al tentativo del grissino torinese, la tentazione di ricorrere a un classico ciaone è molto forte. Perché tanto l’esito non potrà che essere quello. C’è troppa distanza non tanto programmatica, ma culturale (si, lo so sono fissato) tra noi e il Pd. Il che non vuol dire che non ci si possa alleare né ora né mai. In politica sarebbe meglio evitare le dichiarazioni assolute. Vuol dire semplicemente che due culture politiche differenti, due proposte politiche distanti hanno il dovere di presentarsi agli elettori per verificare la loro solidità e il consenso che generano. Tutto qua. Questo porterà a perdere le elezioni? A consegnare il paese alle destre? Se avranno la maggioranza degli italiani ce ne dovremo fare una ragione. La democrazia funziona così. Non sarà un’alleanza basata soltanto su una ipotetica convenienza elettorale a cambiare il risultato delle urne. Un risultato provocato dalle politiche seguite in questi anni. Uniti si perde, Bersani lo ha spiegato con grande chiarezza, non ci torno su.

Del resto ci abbiamo provato. Ci siamo turati il naso e siamo andati insieme in decine di Comuni. Li abbiamo persi tutti. E anche questa volta io credo che la separazione non sarà generale. Nelle situazioni locali dove ci saranno le condizioni, politiche e programmatiche, e dove si troveranno gli uomini adatti a unire, non ci tireremo indietro. Non siamo sfascisti, non abbiamo la cultura minoritaria del tanto peggio tanto meglio.

Ma a livello nazionale serve un grande bagno elettorale. C’è l’esigenza per tutti di lavarsi le vesti nel grande mare delle urne. Vedremo se la nostra proposta sarà così residuale come dicono. Io sono convinto che ci sia lo spazio per un risultato importante, che costituisca la base solida per costruire un nuovo partito. Di sinistra. Socialista direi. Per il momento va bene qualsiasi nome, anche il banale Libertà e uguaglianza circolato nei giorni scorsi. Magari facciamo il contrario, Uguaglianza e libertà, che almeno non è cacofonico e si riesce a pronunciare bene. Io avrei scelto “La sinistra”. Con l’articolo davanti a rafforzare il concetto. Ma siccome non sono uno di quelli delle virgole: fate voi.

Come si dice a Roma, le chiacchiere stanno a zero: stampiamo bandiere e volantini con poche proposte radicali e chiare. E riempiamo con le nostre bandiere (spero ci sia una robusta dose di rosso) le strade di ogni città. Dal 3 dicembre questo va fatto. Assemblee in ogni quartiere, comitati unitari, tornare nelle fabbriche, nelle scuole. E poi, come diceva un grande comunista, compagni al lavoro e alla lotta. Casa per casa.

Fatevene una ragione. La sinistra ci sarà.

I populismi, i supposti argini e il vero voto utile.
Il pippone del venerdì/29

Ott 20, 2017 by     No Comments    Posted under: Il pippone del venerdì

Sto leggendo in questi giorni un libro di Giorgio Amendola, trovato su ebay per pochi euro, che racconta la storia del Partito comunista italiano dal 1921 al ’43. Doveva essere il primo capitolo di un lavoro più complessivo, ma non ne ebbe il tempo. Di lui ho sempre apprezzato una grande capacità di raccontare i fatti più complessi in maniera chiara, intrecciando le vicende personali con gli avvenimenti più generali. Non freddi saggi, insomma, ma la storia che diventa concreta, che scende dalle cattedre universitarie e si colora di facce, persone,  passioni. In questo suo lavoro, meno romanzato rispetto ad altri, trovo la stessa facilità di racconto, unita al solito rigore nell’analisi.

Arrivo al punto. Una cosa mi colpisce sempre quando leggo qualcosa che riguarda la storia del Pci: la distanza fra il racconto dei protagonisti e la narrazione che degli stessi avvenimenti veniva rappresentata dai mass media. Mentre nella storiografia spesso si ritrova la descrizione di un partito e un gruppo dirigente chiuso e dipendente da Mosca, sia leggendo Togliatti, che Amendola, ma anche Ingrao, si percepisce sempre, sia pur nelle posizioni spesso differenti, un sentiero comune di tutt’altra natura: il bene del Paese. Questa sorta di stella cometa ha sempre guidato il gruppo dirigente dei comunisti italiani per settant’anni. Più che il destino personale, quello del Partito, contava il destino complessivo dell’Italia. E lo stesso progresso dei lavoratori, degli ultimi, dei proletari, veniva visto come condizione necessaria per il miglioramento del Paese.

Quando quella storia, quella del Pci, finisce si perde anche questo senso comune che aveva caratterizzato quella comunità? Sicuramente non è più stato quello il filo conduttore delle forze della sinistra. Di quel pensiero si ritrovano tracce, anche importanti. Penso, ad esempio, al Bersani che sostiene Monti, convinto che andare alle elezioni senza aver prima messo in sicurezza i conti sarebbe stato un disastro per l’Italia. Non ho condiviso quella strategia, Monti non era la medicina giusta, ma quella era la ragione. Perché una parte importante della classe dirigente della sinistra quel marchio di fabbrica ce l’ha impresso nel Dna.

Per questo mi capita, in questi giorni, di chiedermi cosa convenga davvero fare oggi per il bene dell’Italia. E credo anche che sarebbe bene che partissimo proprio da questa riflessione nel processo della ricostruzione della sinistra. Questa per me è la strada per ritrovare una connessione, anche emotiva, con il nostro popolo. Perché altrimenti si rischia di essere percepiti come quelli che si mettono insieme solo per riportare qualche deputato in Parlamento. E se questo è non si raggiunge neanche questo obiettivo francamente non particolarmente attraente.

E credo anche che sia una riflessione da fare a maggior ragione in questi giorni in cui l’offerta politica italiana appare in tutta la sua miseria. C’è una destra che si unisce per ragioni di potere dietro l’effige stinta di Berlusconi, dove la voce di Salvini è sempre più forte, ci sono i 5 stelle che a parole sono rivoluzionari ma quando governano si dimostrano soltanto apprendisti pasticcioni, c’è un centro che si affida a Renzi, forse il più populista della compagnia. Si odono sinistri scricchiolii a destra con l’avanzata dei fascisti veri e propri, di cui abbiamo già parlato.

Le vicende di questi giorni non sono altro che una conferma delle riflessioni di questi anni. Renzi si proclama a parole unico argine al populismo parolaio e poi ne usa gli strumenti a piene mani. Al di là del giudizio su Visco, sicuramente non univoco, la sgrammaticata mozione del Pd rappresenta uno schiaffo alle istituzioni. Il paradosso è che chi è fra i responsabili degli scandali che hanno colpito i risparmiatori negli ultimi anni si erge a paladino degli stessi andando a mettere sotto accusa l’organismo che sulle banche ha esercitato un’azione costante di controllo, sia pure con ritardi e omissioni, evitando guai peggiori. Insomma, invece che perseguire i malfattori si perseguono i controllori. Si indebolisce la Banca d’Italia, la sua indipendenza sancita dalla Costituzione.  Per qualche voto in più si mette a rischio una istituzione essenziale. La stessa cosa che rimproveravamo a Berlusconi, le stesse critiche che da sempre muoviamo a Grillo.

Anche a voler ignorare le inchieste giudiziarie in corso, questo modo di fare politica è di per sé un danno per il Paese. Perché non di discosta minimamente da quel populismo che vorrebbe combattere. Si fa forcaiolo quando il vento tira da quel lato, razzista quando le tensioni sui migranti fanno ondeggiare l’opinione pubblica, stucchevole nella sua deferenza verso i potenti, arrogante con i sindacati e gli studenti. Unico scopo è l’affermazione personale, la gestione del potere fine a se stessa.

Io resto convinto che fosse sbagliato il progetto stesso del Pd, ma ai Veltroni, ai Prodi, ai Franceschini, ai Gentiloni vorrei chiedere ugualmente: ma era questo il partito che sognavate? La famosa vocazione maggioritaria voleva dire che pur di raccattare un voto in più si può fare tutto? E pur di salvare qualche posticino in parlamento per voi e la vostra corrente siete disposti a digerire tutto?

Ecco, il bene del paese: cosa è oggi il bene del Paese? Arginare i populismi. Bene. Io credo che siano due le condizioni necessarie. Per prima cosa ricostruire un campo della sinistra. Senza altri aggettivi, radicale, di governo, riformatrice. La sinistra e basta. Quella che parte dalla cultura del bene comune e che non a caso in questi anni è stata costantemente sotto l’attacco concentrico di tutti. Per seconda cosa deve morire il Partito democratico, deve esplodere questo contenitore malato che ancora ingabbia e illude tante energie positive.

Solo ricreando una sinistra forte e autorevole e un partito che rappresenti i moderati, si può davvero mettere un argine ai populismi che sembrano oggi inarrestabili. Non è un compito che si esaurisce in due o tre mesi, lo dico da troppo tempo. Ma è essenziale che si cominci adesso a costruire un campo differente. Ognuno a casa sua. Noi dobbiamo lavorare per dare voce a quel popolo di sinistra che ormai puntualmente resta a casa a ogni elezione. I Veltroni, i Prodi devono abbandonare Renzi al proprio destino e dare vita a un nuovo progetto moderato con il quale poter interloquire.

Se ci ritroviamo su questi obiettivi è anche più facile capire cosa fare, sia a livello nazionale che a livello locale, dove bisogna lavorare per isolare il giglio magico e rafforzare le energie che in modo manifesto si dichiarano alternative, anche dentro il Pd. Questo sarà il vero voto utile.

Le elezioni, in questo quadro, sono un passaggio obbligato ma non dirimente. Un passaggio che può aiutare questo grande big-bang, questa complessiva scomposizione e ricomposizione su basi nuove che serve alla rinascita di un sistema politico che ormai è solo un danno per l’Italia, per noi tutti.

Il nodo gordiano delle elezioni siciliane.
Il pippone del venerdì/24

Set 15, 2017 by     No Comments    Posted under: Il pippone del venerdì

 

Insomma il vertice degli autonominati dirigenti di Articolo Uno e Campo progressista c’è stato, hanno faticato a trovare un tavolo tanto grande così da poter permettere a tutti di sedersi, ma alla fine ce l’hanno fatta. Su una cosa si sono trovati tutti d’accordo: non si può rompere per non fare brutta figura. Tutto sta a capire come andare avanti. Cosa, a dire il vero, non proprio chiarissima. La sensazione è che la decisione vera sia quella di prendere tempo.

Ci sarà un grande momento di coinvolgimento popolare in autunno (leggasi dopo le elezioni siciliane del 5 novembre), si legge nel comunicato finale. Per fare cosa non è dato saperlo. Si eleggerà un leader? Si voterà un programma? Chi voterà? Sarà un appuntamento limitato solo agli aderenti di Articolo Uno (Campo progressista non esiste, è una finzione giornalistica) oppure si proverà ad allargarlo agli altri soggetti della sinistra italiana? Si sceglierà il nome? Su tutto questo dai partecipanti al vertice arrivano versioni contrastanti se non opposte.

Secondo punto di ambiguità. Il comunicato parla della “costruzione di un centrosinistra alternativo capace di battere le destre e i populismi e alternativo alle politiche sbagliate del Pd di Renzi”. E questo è il secondo punto di ambiguità. Alternativo al Pd non si può dire, ma almeno alternativo al Pd di Renzi si poteva osare? E invece no, alternativo “alle politiche sbagliate”. E ci mancherebbe altro. Ci siete usciti da quel partito, se manco si prova a criticarne la linea politica… altro che psichiatra. Non è una questione terminologica, ma di fondo. Io resto convinto che il Pd di Renzi sia diventato un partito fondamentalmente di destra, con forti connotati populisti che a tratti diventano addirittura razzisti. Per cui credo che una sinistra che ambisca a recuperare uno spazio importante nel panorama politico italiano non possa che definirsi alternativa. Ma la formulazione scelta va addirittura oltre, fino a spingersi a ipotizzare un’alleanza con Renzi stesso. Ora, sempre secondo me, Renzi è solo la conseguenza ultima dell’errore iniziale (fare il Pd appunto), ma anche a voler essere benevoli, almeno evitare di pensare ad alleanza con quel partito fin quando sarà guidato dal fiorentino si può scrivere? Evidentemente no. L’alleanza con il Pd diventa addirittura imprescindibile nell’interpretazione dei fedelissimi dell’ineffabile avvocato milanese.

Terzo punto di ambiguità. Il rapporto con il governo Gentiloni. Qua la divaricazione appare persino più netta. Da un lato la linea di D’Alema che dice da mesi che bisogna togliere la fiducia, dall’altra Pisapia e Tabacci che di rottura non ne vogliono proprio sentir parlare e parlano di “senso di responsabilità”. Espressione che dovrebbe quanto meno mettere in allarme anche Bersani che ha, diciamo, una certa esperienza di come si perdono le elezioni per eccesso di senso di responsabilità.

Sul rapporto con il governo Gentiloni, insomma, abbiamo raggiunto il massimo del politicismo incomprensibile, quello che allontana gli elettori sani di mente. In pratica: noi vorremmo costruire un centrosinistra alternativo alle politiche messe in campo in questi anni e poi votiamo un governo che di quelle politiche è l’erede e il prosecutore instancabile.

E non basta, facciamo di più: vogliamo “aprire un confronto, senza veti o pregiudizi, con tutti i soggetti politici e civici che condividono” la necessità di un’alternativa. Oggi, in una bella intervista sul Manifesto, il segretario di Sinistra italiana, Nicola Fratoianni, dice, in sintesi: carissimi, va bene tutto, non stiamo a discutere sui termini, centrosinistra, sinistra, parliamo di contenuti, ma almeno un voto per prendere le distanze da Gentiloni… un segnale datelo. Difficile dargli torto.

Anche perché in questi mesi, mediamente, i parlamentari di Articolo Uno hanno sempre votato la fiducia, tranne quelli che fanno riferimento a Pisapia che spesso hanno votato contro. Insomma, verrebbe da dire parafrasando un noto e volgarissimo detto romano, parlano di senso di responsabilità, ma con i voti degli altri.

Che poi, lo voglio dire chiaramente, io tutta questa santificazione dell’Ulivo e delle esperienza passate del centrosinistra mica la capisco. A leggere le dichiarazioni di molti sembra che quando c’era l’Ulivo nei fiumi scorresse latte e dagli alberi nascessero pomi di oro massiccio. Io continuo a pensare che in quel periodo abbiamo costruito i presupposti del deserto di oggi. Dal punto di vista sociale. Cedendo all’ideologia berlusconiana della società dell’immagine. Dal punto di vista del lavoro, costruendo le basi per l’attuale sistema precario. Dal punto di vista economico, rinunciando all’intervento pubblico e arrendendoci all’ideologia del libero mercato. Dal punto di vista politico, smantellando il partito di massa per arrivare al vuoto attuale. Ma anche prescindendo dagli aspetti concreti, da quello che davvero si è realizzato in quel periodo, è proprio questa l’unica strada percorribile per costruire una forza alternativa? Segnalo, anche ribadisco, che il risultato ultimo di quel processo è stata la distruzione di una cultura politica nel nostro paese. Quella dei comunisti italiani. Si vuole continuare su quella strada per eliminare anche il poco che resta?

Nel resto d’Europa, dove più o meno si sono fatti errori simili a partire dagli anni ’90 del secolo scorso, la sinistra ha preso atto della cantonata ed è tornata a fare la sinistra. Rinnovando i partiti tradizionali, come nel caso del Labour in Gran Bretagna, costruendo forme originali e radicalmente alternative come in Spagna, in Grecia o in Francia. Si è tornati a pronunciare la parola socialismo, la usa perfino Sanders negli Stati Uniti. Ma da noi resta una parola proibita.

Si è preferito, per farla breve, un comunicatino stitico per dire che tutto va bene e poi tornare a parlare lingue diverse. Basta leggere le interviste sui giornali. Alternativi al Pd, dice Bersani. Il centrosinistra si fa con il Pd, risponde Luigi Manconi che parla a nome di Campo progressista, ma resta saldamente nel Partito democratico e lo rivendica pure.

Il nodo vero sono le elezioni siciliane. Lì, alla prima prova sul campo, l’alleanza fra Orlando-Tabacci (i due luogotenenti di Pisapia nell’isola) e la sinistra non ha retto. La sinistra, unita, presenta la candidatura di Claudio Fava, Il duo di Campo progressista, malgrado ufficialmente non si schieri, avrà la sua lista a sostegno del candidato di Renzi e Alfano, che del resto è stato indicato dallo stesso sindaco di Palermo. Ora,non sto a cavillare sulle qualità di Fava, sul valore delle elezioni siciliane. Certo, prenderle come test nazionale, viste le specificità dell’isola, potrebbe quanto meno apparire azzardato. Ma al momento rappresentano il vero nodo sulla strada delle elezioni nazionali e degli schieramenti che si presenteranno ai blocchi di partenza. Per due ragioni: intanto è evidente che un risultato positivo di Fava aiuterebbe la creazione di un’alleanza di sinistra, magari anche un qualcosa di più che una semplice lista elettorale. Al tempo stesso, però, una netta sconfitta di Renzi e Alfano potrebbe dare fiato a quanti, nel Partito democratico, vedono nel fiorentino l’incarnazione della sconfitta permanente. Già adesso, a mezza bocca, non sono pochi i dirigenti democratici che evocano la possibilità di una figura meno divisiva come candidato premier. Queste voci diventeranno più forti e riapriranno la partita dopo il 5 novembre? Ho i miei dubbi, ma l’idea di una sconfitta a livello nazionale, nel Lazio e in Lombardia, potrebbe non essere digeribile a chi da sempre dà le carte fra i democratici, Franceschini in primo luogo. E Renzi avrebbe la forza di resistere?

Basta aspettare per capire. Per queste due ragioni, al di là delle schermaglie quotidiane, si muoverà poco nel prossimo mese e mezzo. Io credo, però, che sia sbagliato attendere inerti. Perché c’è il rischio che le elezioni politiche arrivino prima del previsto e perché credo sia un errore grave lasciare che a decidere il nostro futuro sia un appuntamento elettorale parziale, seppur importante. Noi, anche questo l’ho già scritto, abbiamo il dovere di mettere in campo un progetto per il futuro, non lontanissimo magari, ma neanche immediato. Un progetto che si deve confrontare con le urne, non c’è dubbio, ma che non può avere quello come unico traguardo. La sopravvivenza di un piccolo ceto politico non ci interessa.

Ci interessa che una cultura politica importante ritrovi la propria casa e il proprio spazio. Attendere inerti dunque? Io credo che i processi vadano aiutati, magari dal basso. Proviamoci. Proviamo in questo mese a fare dei passi in avanti, a costruire esperienze unitarie nei quartieri, nelle città, nei luoghi di lavoro. E anche in Parlamento con un’iniziativa comune. Sul lavoro. Articolo Uno è nato con questa funzione, quella di fare da cerniera. Nello schema attuale, al contrario, rischia di rimanere in mezzo fra Pisapia e il resto della sinistra. E chi sta in mezzo, si sa, prende schiaffi da una parte e dall’altra. Usciamo dalle ambiguità e andiamo avanti.

L’Ulivetto, la rotazione e altre baggianate.
Il pippone del venerdì/20

Lug 21, 2017 by     No Comments    Posted under: Il pippone del venerdì

E’ passata una settimana dall’ultimo appuntamento con il pippone del venerdì, ma non ho cambiato idea: sono sempre più convinto che l’ostacolo per l’unità della sinistra in Italia sia Giuliano Pisapia. Per non parlare della strana fauna che gli gira attorno: maestri della politica da salotto che sarebbe bene mandare ad attaccare robuste quantità di manifesti.

Pisapia, bontà sua, ha passato due giorni a Roma per incontrare personalità della sinistra, ma anche del Pd. E già questo si capisce poco. Il risultato di questo lavorio è stato uno striminzito comunicato congiunto con il coordinatore di Articolo Uno, Roberto Speranza, nel quale si auspica un’accelerazione nel processo di formazione di una nuova forza politica progressista. Poco altro. Poi, i soliti retroscena, vero scandalo del giornalismo italiano, ci fanno sapere, nell’ordine che:
1) Gad Lerner quando D’Alema nomina Pisapia si gratta parti non telegeniche;
2) Pisapia conta sempre nell’alleanza con il Pd di Renzi;
3) Prodi benedice l’operazione;
4) Orlando punta all’alleanza con Pisapia.

L’operazione, par di capire, sarebbe una riedizione in scala ridotta dell’Ulivo, un Ulivetto a esser magnanimi, che comprenderebbe equivoci personaggi del centro, ex galeotti compresi, per arrivare fino a Pippo Civati. Resterebbero fuori il movimento di Falcone e Montanari, Sinistra Italiana e ovviamente quelli di Rifondazione che vedono Articolo Uno come il braccio armato del liberismo. Secondo Pisapia, insomma, troppo rosso non va bene. Come il primo luglio, quando in piazza dal palco hanno chiesto di non far sventolare le bandiere per non disturbare. Troppo rosso, appunto.

Insomma, mentre in tutto il mondo la sinistra dà risposte in termini radicali alla crisi che la attanaglia da un decennio, in Italia torniamo a sventolare non le nostre bandiere ma le ricette degli anni ’90. Non è politica, è cinema. Per non parlare della prospettata cabina di regia che dovrebbe guidare questo percorso: un rappresentante per ogni forza politica, più i sindaci “arancioni” più singole personalità. Compito di questo coordinamento sarebbe, fra gli altri, quello di trovare le forme per partire dal basso. Insomma, si nomina dall’alto un coordinamento che deve poi partire dal basso. Se la raccontiamo in giro ci rinchiudono.

Ora, quello che manca, secondo me è proprio la percezione della realtà. Si continua a ripetere come un mantra la parola centrosinistra, mentre le coalizioni che si richiamano a questo concetto vengono letteralmente spazzate via in tutta Italia. Si continuano a nascondere il rosso, il socialismo. La nostra storia deve essere negata. Si tengono nascosti in soffitta i nostri padri ideali, da Marx a Gramsci (io che sono estremista ci metterei anche Togliatti, pensate un po’). Si continuano a progettare nuovi soggetti politici senza darsi una prospettiva, una base culturale. Per quale motivo, lo scrivo ancora una volta, abbiamo deciso che una intera cultura politica, quella che viene dal Pci, non può più avere cittadinanza in Italia? Per quale motivo siamo condannati a questa eterna sindrome di Tafazzi?

Altro argomento interessante è la strana fauna che attornia questo presunto federatore del nulla. Simpatici ragazzotti che si ergono a statisti del terzo millennio e proclamano solennemente che vogliono portare in Parlamento “il miglior ricercatore d’Italia”. Bella soluzione per l’annoso problema della selezione della classe dirigente: si mandino i curricula, si fa la rotazione delle cariche. Questa baggianata l’ho già sentita. Fa il paio con l’avversione per il finanziamento pubblico ai partiti, con le campagne contro la casta. Bisogna portare le competenze in Parlamento. Poi se questi non capiscono un tubo di politica poco male, tanto sono i migliori.
Altri vanno in giro per l’Italia a rivendicare il loro voto favorevole al referendum costituzionale. Altri ancora ci fanno la lezioncina sul fatto che bisogna evitare il rischio “sinistra arcobaleno”. Però sono pronti a tornare al loro ruolo naturale di foglia di fico per Renzi.

Io mi chiedo dove li abbia trovati, perché mica deve essere stato facile mettere insieme una squadra così di livello. Non vorrei replicare punto per punto, perché ho già ampiamente scritto su ognuno di questi temi nel corso di questi ultimi mesi. Una sola domanda vorrei fargli: ma se uno è il miglior ricercatore d’Italia perché non metterlo in condizione di svolgere al meglio il proprio lavoro? In Parlamento non sarebbe meglio portarci i migliori politici d’Italia, quelli in grado di ascoltare le sue esigenze e di tradurle in proposta politica? Guardate che questo, come si seleziona la classe politica (e dunque come si rifondano partiti politici veri, democratici e utili) è il vero tema, il vero nodo che non riusciamo a sciogliere.  A meno che il loro fine ultimo non sia semplicemente costituire una sorta di sinistra delle larghe intese, da Berlusconi a Pisapia. Se è così, auguroni.

Ultima notazione, perché siamo ormai in pieno clima vacanziero e sarà bene che anche i pipponi siano più snelli: mentre noi stiamo a discutere sul nulla, quelli che contano già preparano il prossimo attacco. E’ proprio di oggi un editoriale di Angelo Panebianco sul Corriere della Sera (roba seria altro che Repubblica) nel quale si individua il vero obiettivo, il nemico da abbattere. La prima parte della Costituzione. Quella relativa ai principi. Va cambiata radicalmente perché sarebbero quei principi a ingessare la nostra società e a rendere il Paese non in grado di competere. Sia a livello di sistema politico che, ma guarda tu, di sistema economico.

Ecco, cari compagni, questo è quello che ci aspetta nei prossimi mesi. Altro che tende da spostare, altro che discussioni sulle cabine di regia, altro che raffinate dispute epistemiologiche sul sesso degli angeli.

Scarpe rotte, eppur bisogna andar.



Unità della sinistra, l’ostacolo si chiama Pisapia.
Il pippone del venerdì/19

Lug 14, 2017 by     5 Comments    Posted under: Il pippone del venerdì

Chi mi conosce sa bene che dico quello che penso. E non voglio di certo venire meno adesso che ce ne è più bisogno. Ho ascoltato tutti gli interpreti, a titolo vario, ho letto le dichiarazioni, digerito i retroscena, sono stato al Brancaccio, sono stato a Santi Apostoli, sono stato al confronto tra Fratonianni, Falcone e Rossi che c’è stato ieri sera alla festa romana di Si. Sono un paio di mesi che ci penso. E non me la spiego altrimenti. Sono tutti d’accordo sui temi, sono tutti d’accordo sul percorso, sulla necessità di non dare vita a una mera aggregazione elettorale ma di far partire un processo che porti a un nuovo soggetto politico unitario (non unico). Articolo 18, investimenti, progressività fiscale, tassazione dei grandi patrimoni, welfare. E poi identità di una nuova sinistra. Che si allontani dalla terza via di Blair e sia più simile a Corbyn. Nessuno dissente, si chiama fuori al massimo il solo Acerbo, nome omen verrebbe da dire, oscuro segretario di Rifondazione comunista, ma abbiamo detto lista unitaria, unica sarebbe impossibile. Dico di più: si moltiplicano gli appuntamenti, a livello locale, nelle feste estive soprattutto, dove in calendario c’è proprio il tema di come si scrive (prendo a prestito lo slogan di Sinistra italiana non me ne vorranno) una nuova agenda per la sinistra. Appuntamenti dove il carattere unitario è molto forte, a partire dagli interlocutori.

Dico ancora di più. Se escludiamo quattro esperti in settarismo da tastiera che farebbero bene a mettere la testa fuori dal web, più ci spostiamo dai vertici verso la base, verso quel popolo della sinistra evocato da tutti, più il messaggio è chiaro: questa volta o state tutti insieme oppure non ci provate neppure a chiederci il voto. Lo ha capito bene D’Alema, che in questi mesi è davvero quello più in forma. Lo sciopero del voto confermato nelle ultime amministrative si allarga, altro che storie. Si argina soltanto quando ci sono esperienze con tre caratteristiche: unitarie, autonome e alternative al Pd, con una forte radice nei territori.

E allora, ma se questa è la realtà, ma per quale diamine di motivo non si sono ancora seduti a un tavolo, lontano dai riflettori, per buttare giù quattro idee, quattro parole d’ordine? Guardate che noi siamo pronti, dateci i volantini e ci facciamo le spiagge metro per metro, ferragosto compreso. Ecco, la dico chiara, il motivo,l’ostacolo,  secondo me, ha un nome e un cognome: Giuliano Pisapia.

Per non farla troppo lunga e risparmiarvi in questo fine settimana caldissimo, procedo per punti.
Il primo luglio per lui è stato un flop di dimensioni gigantesche: una piazza entusiasta per le parole di un Bersani già in forma campionato, ha accolto con sconcerto i suoi farfugliamenti confusi. La gente si guardava sconcertata. Contenuti meno di zero. Quando ha detto (e ci mancherebbe altro) che bisogna reintrodurre l’articolo 18 c’è stato quasi un sospiro di sollievo collettivo. Carisma, non pervenuto. Capacità di analisi della realtà, nulla. Una figurina telecomandata da potenti gruppi editoriali e dai salotti buoni della borghesia italiana.

Campo progressista e le officine delle idee? Ma chi l’ha visti? Una finzione. La piazza l’ha detto chiaramente: Articolo Uno rappresenta l’unica forza organizzata. E chi farebbe il centro in questo fantomatico centro-sinistra evocato dall’ex sindaco di Milano? Tabacci e Carra? E i preannunciati Letta, Prodi dove stavano? Tutti in campeggio.

E poi la cronaca di queste settimane successive alla manifestazione: la richiesta, reiterata e nuovamente respinta al mittente, di sciogliere Articolo Uno. Non si capisce bene per quale motivo e in cosa si dovrebbe sciogliere. La sinistra si deve radicare nelle città, altro che sciogliere. E poi l’assenza di Pisapia sulle questioni che si pongono di giorno in giorno. Sui migranti, sulle banche, sul Ceta. Dove sta il sedicente leader? Poi la reazione allergica all’idea della cabina di regia della sinistra. Ieri quest’altra grande trovata: non mi candido alle elezioni. Ora, Giuliano caro, ma chi ti credi di essere? Non sei un generale, non hai un esercito, non federi alcunché, ci aggiungo anche che negli anni scorsi non ne hai azzeccata una. Insomma, datti una calmata. E sia chiaro: le prossime elezioni non sono la fine del mondo, ma sono una tappa decisiva nella ricostruzione della sinistra. E allora tutti in campo: quando si devono prendere i voti, i leader servono. E un leader dove lo vedi? Dal consenso che riesce a raccogliere. Tutti dentro la battaglia, territorio per territorio. Casa per casa, metro per metro. O si pensa che bastino gli editoriali benigni di giornalisti amici per generare automaticamente consenso? E poi il Parlamento è il centro della politica italiana, questa idea dei leader che si tengono lontani dalle Camere la trovo non solo sbagliata ma opposta alla mia concezione di democrazia.  Chi vuole contribuire a far crescere il Paese, chi vuole partecipare alla vita politica si candidi e dia il proprio contributo nelle aule del Parlamento. E’ un onore, non una vergogna.

Insomma, io ho sempre cercato, da quando sono uscito dal partito democratico, di essere inclusivo. Abbiamo aspettato gli altri che ancora erano dentro. Non sono per chiudere le porte a nessuno. Ma inclusivi verso chi? Io direi verso gli elettori soprattutto. E adesso non credo sia il momento dell’affermazione del proprio ego. A meno che, questo quello che penso davvero, a meno che non ci sia una profonda divergenza di prospettive.

Ecco, ma fosse sempre il solito il problema vero? Malgrado le affermazioni, la linea di Pisapia e soci resta la stessa: convincere Renzi che serve un’alleanza, che non può andare alle elezioni da solo. Insomma vorrebbero, con la regia di Prodi, ingabbiare, depotenziare il segretario del Pd, con una manovra di accerchiamento: da un lato loro, i padri nobili che gli fanno no con il ditino, dall’altro Orlando, ma anche Francheschini, Bettini e Veltroni che fanno il controcanto dentro il Partito. Da qui l’allergia a una alleanza a sinistra e, ancora di più, alla costruzione di un polo della sinistra in Italia. Pisapia dica chiaramente, per una volta, quale è la prospettiva a cui lavora: una forza alternativa e autonoma dal Pd o l’ennesima stampella a un progetto traballante? Se il suo piano è il piano B, non abbiamo nulla da dirci: uscire dal Pd per farci un’alleanza elettorale insieme, non avrebbe senso. Renzi è sempre quello del jobs act, della riforma costituzionale, delle leggi liberticide come il decreto Minniti.

Nel primo caso, invece, Pisapia scenda dal piedistallo e si metta al servizio, insieme a tutti gli altri, senza primogeniture o presunte leadership. Un leader ha due strade per diventare tale: o è riconosciuto da tutti oppure ha una legittimazione democratica. Secondo me, tra l’altro, alla sinistra italiana serve un gruppo largo e non un capo, la legge elettorale non prevede alcuna forma di indicazione del candidato premier. E comunque la questione sta in fondo all’agenda e non al primo punto.

Enrico Rossi, al confronto che citavo all’inizio ha fatto una proposta che mi pare di grande buonsenso: costruiamo l’unità sui temi, a partire dalla manovra di stabilità. Quello è il momento vero in cui – seppur in ritardo – affermare la nostra discontinuità con il passato e rompere con le politiche renziane che Gentiloni sta portando avanti. La sinistra si metta a sedere attorno a un tavolo e scriva un emendamento comune con quattro idee per il paese. Io alzo il tiro: presentiamo, tutti insieme, una contromanovra. Abbiamo le competenze per farlo. Facciamo vedere che siamo sinistra di governo non a parole ma con i fatti. E poi, niente scherzi: conseguenti fino in fondo. Ci bocciano le nostre proposte, nessuna fiducia a nessuno governo. Serve coerenza fra quanto affermiamo e i comportamenti dei parlamentari.

Allo stesso tempo, l’ho già proposto e lo rilancio, facciamo comitati unitari in tutti i quartieri. Usiamo le feste estive che si stanno moltiplicando in tutta Italia come occasione di dibattito e di incontro. E magari non lasciamo la parola solo ai dirigenti, facciamo parlare il nostro popolo, anzi i nostri quadri, il popolo ancora resta a casa, bisognerà andarlo a cercare a domicilio. Ascoltateci e capirete la nostra voglia di costruire. I retroscena lasciamoli agli editorialisti che guardano la società dal buco della serratura delle veline telecomandate.  Noi abbiamo un altro compito, dobbiamo guardare in faccia la società italiana, quello che non va. Dobbiamo ridare una prospettiva, una speranza. E per fare questo dobbiamo imparare a prenderci i pesci in faccia nelle strade delle periferie. Non discettare sui massimi sistemi in qualche apericena terrazzato.

Bandiera rossa, ridiventa straccio…

 

La fine dell’era dello streaming: partiti addio?
Il pippone del venerdì/18

Lug 7, 2017 by     No Comments    Posted under: Il pippone del venerdì

La notizia fa epoca (si fa per dire): dopo dieci anni, la direzione del Pd non va in streaming: niente diretta tv, si passa alle “porte chiuse”. Aveva cominciato Veltroni – grande comunicatore – nel 2008, poi la diretta internet è divenuta lo strumento preferito dei grillini (almeno a parole), adesso Renzi pone fine all’era della trasparenza totale (finta). Il presidente Matteo Orfini, all’inizio della seduta ha addirittura invitato tutti ad evitare di usare i social durante la riunione. Insomma, a leggere gli intenti, nello spazio di pochi giorni il Pd sarebbe tornato a costumi in stile Pc anni ’70. Quando le riunioni erano riservate e il giorno dopo trovavi solo le decisioni assunte e soltanto sulle pagine dell’Unità. Ora l’Unità l’hanno uccisa, quindi il problema non si pone.

E infatti, in realtà, non è andata proprio così: i giornali online hanno pubblicato in tempo reale la relazione di Renzi, gli interventi di Franceschini e Orlando, i commenti e i soliti retroscena. Cuperlo, che non fa più parte della direzione ma è invitato senza diritto di parola ha già annunciato che pubblicherà oggi quello che avrebbe voluto dire. Pare che per l’attesa migliaia e migliaia di iscritti al Pd abbiano passato la notte insonne.

Al di là delle battute, mica si è capita bene la motivazione dell’oscuramento della Direzione. Le telecamere sarebbero un’istigazione al litigio, si dice nei corridoi, eccitano gli animi e aumentano il protagonismo. Di motivazioni ufficiali non ce ne sono. Si paventava un regolamento di conti da duello rusticano tra Renzi e Franceschini. In realtà, Renzi lo ha un po’ preso per il sedere, Franceschini come tutta risposta ha votato a favore della relazione del segretario. Il senso dell’importante documento? “Mi hanno votato alle primarie, ora faccio come mi pare”. Il ministro dei Beni culturali se ne faccia pure una ragione: dovrà lavorare meglio e di più per accoltellare il leader. Dopo Veltroni, Bersani e Letta, del resto oramai è un esperto.

Ora, direte voi, ma che ce ne frega se la direzione del Pd va in streaming oppure no? Davvero poco in realtà, anche perché, come già detto, chi vuole sapere cosa è successo viene ampiamente informato praticamente in diretta dalle solite veline che fanno circolare gli staff.  Una Meli che le virgoletta e te le stampa sul Corriere si trova sempre. A buon mercato, non costano neanche tanto. La diretta streaming, insomma, è roba da addetti ai lavori. Al massimo aiuta quei giornali locali che non si possono permettere un inviato a Roma.

La cosa interessante, però, è il cambiamento direi quasi “di costume” direi che avviene nella politica italiana. I 5 stelle, in questo caso, sono stati i primi assoluti a dismettere lo streaming. Del resto la segretezza, al di là dei proclami ufficiali, è il loro marchio di fabbrica. Segreti sono i meccanismi di votazione, riservatissimi tutti i colloqui, segretissimi i criteri per la scelta di tutte le cariche. Lo streaming lo hanno preteso solo per sbattere in faccia il loro no alla proposta di Bersani dopo le elezioni del 2013. Vollero umiliare l’allora segretario del Pd. Continuo a pensare che un governo Pd-Sel con l’appoggio esterno del M5s (una sorta di riedizione della non-sfiducia dei tempi antichi) avrebbe rappresentato una rivoluzione per il nostro Paese. Ma questa è un’altra storia.

Insomma, la fine della diretta streaming in politica rappresenta davvero la fine di un’epoca. Ma non quella della trasparenza nella vita interna dei partiti, che, se permettete, è una grossa stupidaggine. La data di ieri, cosa davvero più rilevante, rappresenta la fine certificata dell’ultimo partito di massa presente in Italia. Che Renzi avesse da sempre una sorta di “invidia penis” nei confronti di Grillo, Berlusconi e Salvini, questo si sa. Tutti leader che fanno e disfano senza dover fare congressi, primarie, direzioni. Che il segretario del Pd provasse una sorta di fastidio per le forme democratiche di partecipazione lo avevano già intuito gli italiani: tutte le riforme istituzionali tentate dal fiorentino tendono ad eliminare la possibilità per i cittadini di scegliersi i propri rappresentanti.

Nella direzione di ieri ha esplicitato il suo ragionamento: sbagli – ha detto all’ex fedelissimo Franceschini – a esternare le tue critiche sui giornali. Ci sono gli organismi dirigenti di partito per parlare. Parla qui. Tanto non me ne frega nulla perché io rispondo soltanto ai due milioni di cittadini che mi hanno eletto. Insomma, non puoi parlare sui giornali perché danneggi il partito, ti puoi sfogare qui, tanto non ti ascolta nessuno. E attento, caro Dario, perché c’è da fare le liste. Per la cronaca: i due milioni, sono un milione e otto scarsi, e solo il 70 per cento di loro ha votato Renzi. Cambia poco, ma in questo Paese le leggende a forza di essere ripetute diventano realtà, meglio essere pignoli.

Insomma per farla breve, io la vedo così: perché trasmettere in streaming un “non dibattito” in un “non partito”? Il Pd, ormai, è affare interno di casa Renzi, che per caso voi trasmettete in streaming i pranzi di famiglia?  Se ne facciano una ragione quelli che si definiscono “sinistra” o “minoranza” del Pd. Ormai sono soltanto la foglia di fico piazzata lì dallo stesso Renzi per cercare di frenare la vera e propria diaspora che il Partito democratico sta subendo giorno dopo giorno. Centinaia di quadri e dirigenti che se ne tornano a casa. Fogli di fico utile fino a quando non alzano troppo la testa. Perché allora arriva la mannaia. Inesorabile. E del resto, fra un po’ c’è da fare le liste. Meglio starsene buoni, in fondo.

E’ finito il sistema dei partiti. Questa è la verità. La cosa può far felici anche i populisti di tutte le risme, ma la verità è che si produce una grave ferità, perché i partiti rappresentano uno strumento insostituibile di partecipazione alla vita democratica che non può essere limitata al fare una croce su una scheda, dove, tra l’altro, molto è stato già deciso. Questa è la verità e questa è un’emergenza. Perché rappresenta un po’ lo specchio estremo della nostra società. Una società in cui, malgrado l’illusione della comunicazione permanente, si è sempre più isolati, chiusi nel narcisistico isolamento del like sui social, si è sempre più singoli e meno comunità. Per questo è importante non solo ricostruire una forza politica che dia una rappresentanza alla sinistra nel nostro Paese, è importante ricostruire una comunità politica, una casa fatta di un “cielo”, una identità precisa, e una “terra”, una piattaforma di proposte nette e radicali che possano dare un futuro a questa terra stanca. E questo lavoro, non sarà facile, ma è quello che serve davvero non solo alla sinistra, ma al nostro Paese.

Un’ultima notazione, fuori tema, e vi lascio prima del solito, fa caldo e non voglio sterminare i lettori. Regione Lazio: avanza la candidatura del sindaco di Amatrice, Sergio Pirozzi, arretra quella di Nicola Zingaretti, tentato da un più comodo seggio in Parlamento. Tempi duri ci attendono, non che questi anni siano stati rose e fiori, tutt’altro. I prossimi, con questi dati di partenza, saranno peggio.

Rossi: “Articolo Uno rompa con il governo Gentiloni”

Lug 6, 2017 by     No Comments    Posted under: dituttounpo'

Un centinaio di persone che discutono fino a notte. Succede nella campagna romana ma, come dice Enrico Rossi, presidente della Toscana e oratore principale della serata, sta succedendo in tutta Italia. Il tema è “La lezione inglese”, ma da Corbyn, su cui fa un ampio quadro Pietro Folena, recuperato all’impegno politico, dopo anni di “studio”, si arriva ben presto all’Italia. E Rossi, con il suo modo pacato, mette in fila in rapida sequenza tutti i temi in campo. Si spazia dall’appoggio al governo Gentiloni, alla ricostruzione della sinistra, alle scadenze elettorali. Su Gentiloni, in particolare, usa parole molto ferme. Lo definisce “fotocopia sbiadita del governo Renzi, da cui dobbiamo prendere rapidamente le distanze”. E il presidente della Toscana indica anche i provvedimenti su i gruppi parlamentari di Articolo Uno devono prendere una posizione netta, nelle prossime settimane: “Il Ceta, l’accordo fra Europa e Canada, che rischia di mettere in crisi la nostra agricoltura, e il decreto sulle banche: non è possibile che i debiti siano pubblici e i profitti privati. Ecco su questi due provvedimenti, secondo me, serve un voto contrario. Una posizione che forse avremmo dovuto prendere anche sui voucher. Ma ora non si possono più rinviare le scelte, non possiamo aspettare la manovra di stabilità. E sono sicuro che anche al Senato il governo troverà comunque i voti per andare avanti, arriveranno da Forza Italia, chiarendo così, di fronte al Paese, qual è il progetto di Renzi e del Pd”.

Quando Rossi dice queste parole, ormai è buio. L’incontro è iniziato in ritardo, complice un traffico reso ancora più infernale del solito dalla chiusura della Colombo all’Eur. Ma il grande gazebo della Cooperativa Agricoltura Nuova, in via di Castel di Leva si riempie rapidamente. E non si svuota fino alla fine, quando si passa alla cena di sottoscrizione. E dopo un primo giro di Folena e Rossi, a sottolineare il bisogno di politica e la voglia di partecipazione, c’è anche lo spazio per una decina di interventi: 5 luglio, ore 21, cento persone arrivate da tutta Roma, ascoltano, si appassionano. Forse, invece, di tante parole a spiegare la parola sinistra basta questa immagine.

Tornando a Rossi. Il fondatore di Articolo Uno delinea un percorso preciso: “Noi non ci sciogliamo. Vogliamo essere non solo l’infrastruttura, ma anche l’anima, il pensiero di un nuovo soggetto politico federato, insieme a tanti a altri. Io credo che questa sia la condizione: se uniamo la sinistra, il nostro popolo è disposto darci ancora fiducia. Non sarà facile riportarlo alle urne, ma, lo ripeto: l’unità è la condizione. Altrimenti ci direbbero che vogliamo solo arrivare in Parlamento. Dobbiamo intensificare il dialogo. Con Sinistra Italiana, con Montanari, con tutti i soggetti, anche più moderati che si riconoscono in un programma chiaro e netto. Avviamo un percorso, in cui Articolo Uno si deve rafforzare e organizzare, per arrivare, dopo le elezioni a un congresso che dia vita a un nuovo partito della sinistra”.

E in questo percorso, lo dicono un po’ tutti, la “lezione inglese” deve essere tenuta ben presente: c’è bisogno di ricostruire una precisa identità, Rossi usa spesso anche le parole “ideologia” e “socialismo”.  E c’è bisogno di rompere nettamente con la stagione del liberismo, dalla quale “anche noi troppo spesso ci siamo lasciati ingannare. Il mercato senza regole, senza intervento dello Stato, portano sempre più squilibri. “Sanders negli Stati Uniti, Corbyn in Inghilterra – spiega il dirigente di Articolo Uno – fanno un’analisi di classe della società: all’interno della crisi individuano i gruppi sociali che vogliono rappresentare. E si prefiggono di dare voce a quella larga maggioranza della società, quei ceti popolari che in questa crisi soffrono, vengono messi ai margini. Pensano a un ruolo forte dello Stato che redistribuisce la ricchezza che in questi anni si è concentrata sempre più nelle mai di pochi. Renzi ha programma neoreganiano, noi abbiamo idee radicalmente differenti”.

Investimenti, uguaglianza, sanità pubblica su cui tornare a investire, la scuola, le case popolari, i trasporti, reintrodurre l’articolo 18. Queste le priorità su cui puntare. Tassare i patrimoni e i redditi più alti per trovare le risorse. “C’è ricchezza in questo Paese – conclude Rossi – va redistribuita per produrre quella svolta che serve all’Italia”.

Piazza Santi Apostoli, primo luglio: le mie pagelle

Lug 3, 2017 by     No Comments    Posted under: dituttounpo'

Intanto diciamolo: una piazza molto inclusiva che ha saputo accogliere i tanti compagni (e non solo) arrivati da esperienze diverse senza neanche una smorfia. Nessun fischio, solo tanti abbracci per amici ritrovati e con cui speriamo di percorrere una nuova strada insieme. Qualcuno deve ancora scegliere, ma noi siamo gente che aspetta. Detto questo vediamo i voti, come sempre siamo severi

Cosa mi è piaciuto.

La piazza. Come detto, molto allegra, colorata (molto rosso che ci sta bene). Eravamo quasi sorpresi di ritrovarsi tutti lì, senza troppe nostalgie per il passato, ma consapevoli che le radici comuni sono importanti per andare avanti. Voto: 9.

Pierluigi Bersani. Da settimane ogni volto che lo ascolto mi convince di più. Sembra liberato dai pesi che lo hanno frenato in passato  ai tempi del governo Monti e della campagna campagna elettorale. Giustamente invoca discontinuità non solo con il passato recente, ma anche con le politiche del centrosinistra negli anni ’90 (di cui però non vogliamo buttare tutto, anzi). Ci mette i contenuti giusti. Unica notazione: l’incoronamento di Pisapia come leader potevamo anche lasciarlo perdere. La legge non prevede l’indicazione di un candidato premier, la sinistra ha bisogno di un gruppo dirigente plurale e giovane. Non di capi. Voto: 8.

Gli interventi dal palco. Tanti, brevi, alcuni anche molto interessanti. Tutti pieni di contenuti, rappresentano una sorta di “mappa della sinistra diffusa”, dalla quale attingere energie e intelligenze. Voto: 8.

Massimo D’Alema. Per la seconda volta assiste senza intervenire, la prima era stata al Brancaccio.  Il fatto che un leader sappia anche ascoltare e non solo parlare, a me piace molto. E poi quando parla si capisce che ha ascoltato. Però alla prossima un suo intervento lo vogliamo. Voto: 8.

I leader in mezzo alla gente. Da Stefano Fassina a Pippo Civati, ma anche parlamentari come Marco Miccoli, personalità come Livia Turco, Angelo Bonelli, consiglieri regionali come Riccardo Agostini. (Sono quelli che ho visto, mi scuso per le sicure omissioni). In tanti hanno preferito non stare nel retropalco riservato ai vip, ma in piazza, da comuni cittadini. E anche questo fa bene alla sinistra. Voto: 9.

Le cose che non mi hanno convinto.

Il palco. La scritta con i palloncini, che andava di moda ai compleanni vip negli anni ’80, non la usano più neanche alle sagre di paese. Da rivedere la grafica, senza mordente. Troppo poco da piazza, infine, la conduzione di Gad Lerner. Voto: 6-.

Giuliano Pisapia.  Il ragazzo si impegna, si vede che studia signora mia. Ma per raggiungere la sufficienza piena dovrà ancora lavorare. Ora. Aapprezziamo il fatto che abbia abbandonato la follia delle primarie di coalizione con il Pd, una sorta di suicidio preventivo. Apprezziamo il fatto che abbia sottolineato il fatto che stiamo dando vita a una nuova casa del centrosinistra, un soggetto politico alternativo al Pd. Però ragazzo mio, non basta mettere insieme il ricordo dell’amministrazione milanese con un po’ di buon senso alla Prodi (troppo citato, lasciamolo nella sua tenda). Qua dobbiamo ridefinire la nostra identità. Serve uno sforzo, collettivo, molto maggiore. Voto: 6 – – (di incoraggiamento).

Cosa non mi è piaciuto.

Chi non c’era. A partire dai promotori dell’assemblea del Brancaccio. E la sparata del giorno prima da primedonne offese peggiora il giudizio. Il 18 giugno siamo venuti ad ascoltarvi, i nostri leader si sono seduti e hanno ascoltato per ore, seduti e silenti. Ora siccome siete anche bravi, ma non siete il Papa, potevate fare lo stesso. Vale quanto detto per D’Alema. Serve anche ascoltare, serve anche guardare le facce della gente per capire quanta voglia di ripartire (insieme) ha il nostro (anche vostro) popolo. Voto: 4.

La ragazza contro le bandiere. Benedetta aspirante suicida, ma che ti metti a polemizzare con una piazza intera che aveva voglia di far vedere la propria presenza? Inutile e (per i maligni) anche tesa a minimizzare il rosso prevalente, l’appello a non sventolare alcun vessillo per non disturbare le immagini televisive. Lo sventolio ha un suo corso, parte intenso, poi ci si stanca e si ripongono le bandiere. Voto: 3 (sulla fiducia).

La foto di gruppo. Ragazzi l’ho già scritto, qua bisogna che la generazione dei Bersani, D’Alema, Pisapia, Tabacci, Prodi, Lerner e via dicendo faccia spazio ai giovani dirigenti che abbiamo. Che non sono pochi e sono anche bravi e coraggiosi. Qualcuno l’ha capito e prova a svolgere il ruolo, essenziale, di “padre nobile”. Altri per me tendono a occupare ancora troppo la scena. E la foto di gruppo che ne esce fuori appartiene al secolo scorso. Voto: 4 (con affetto).

E domani si torna in piazza: per fare la sinistra.
Il pippone del venerdì/17

Giu 30, 2017 by     No Comments    Posted under: Il pippone del venerdì

E domani si torna in piazza: per fare la sinistra. <br>Il pippone del venerdì/17

Mettetevi seduti che ve la dico brutale: secondo me ha ragione Renzi. I ballottaggi delle elezioni amministrative di domenica scorsa dimostrano una cosa semplice: la formula del centrosinistra che è in voga dal 2007, ovvero Pd più liste civiche e cespuglietti della sinistra, non funziona più. Le conclusioni del neosegretario del Partito democratico, insomma, sono esatte, anche se muove da un’analisi del voto completamente errata. E’ falso, infatti, che non ci sia bisogno in Italia di un’aggregazione che unisca le forze progressiste – mi piace chiamarle così perché centrosinistra mi sa tanto di politichese – e che rappresenti un’alternativa credibile al liberismo della destra e al sovranismo che tanto va di moda anche in spezzoni della sinistra. Tutt’altro. Non solo ce ne è bisogno, ma è essenziale. Quello che è finito, al contrario, è un modello di alleanza dove c’era un soggetto centrale, il Pd, che con la sua forza attrattiva faceva da traino agli alleati, deboli, subalterni, utili soltanto a rappresentare quella foglia di fico necessaria per arrivare a vincere i ballottaggi. E non funziona più per un semplice motivo: il Partito democratico, da elemento attrattivo è diventato una sorta di veleno che inquina i pozzi, anche quelli dove andiamo a bere noi. Basta guardare i miseri risultati delle liste di sinistra quando si alleano con i renziani. E anche quelli delle liste che fanno dell’antirenzismo il loro unico punto politico, paradossalmente, non paiono un granché. Vanno bene, al contrario le esperienze che partono dal basso, dalle realtà locali (ecco, io eviterei il termine liste civiche perché serve soltanto a generare confusione). E dove la sinistra si presente in maniera autonoma non solo raggiunge risultati considerevoli,  anche oltre il 20 per cento, ma riesce a trascinare il Pd alla vittoria al secondo turno. Padova è un esempio, ma ci sono tanti realtà più piccole sparse per il Paese.

Di questo processo si sono accorti anche autorevoli esponenti del Pd che si affrettano a invocare un nuovo tipo di coalizione, con un forte connotato civico. Che, tradotto dal politichese, vuol dire più o meno due cose:
1) Renzi può restare segretario del Pd ma non può essere lui il nostro candidato premier, serve un leader meno consumato dalle sconfitte a ripetizione;
2) Bisogna mascherare un marchio che non tira più, quello democratico appunto, dietro una qualche aggregazione che si tinga di civico. E torna ancora questa parola che adesso sembra diventata magica.

Ancora una volta io non sono d’accordo. Servono due cose. Intanto serve una sinistra forte, che rinasca dal basso, unendo le diverse esperienze cresciute in questi anni, da quelle politiche, a quelle sociali, alle forze sindacali. Non una coalizione civica. Serve una forza politica, molto politica. Che riparta dalle analisi degli economisti della sinistra europea, di quelli che hanno archiviato la terza via blairiana per tornare a parlare il linguaggio della sinistra. E quindi una forza che dica chiaramente di essere contro i privilegi, per l’uguaglianza, per i diritti dei lavoratori, per una scuola pubblica e democratica, per un nuovo stato sociale costruito sulle comunità e non sul dirigismo statale e regionale, per la riconversione ecologica dell’economia. Poche cose dette in maniera netta. Questa forza deve essere costruita nelle strade e nelle piazze delle città. Non in convegni chiusi dove si ritrova sempre la compagnia di giro dei reduci di mille sconfitte. E deve parlare alle forze sociali organizzate, dalle associazioni ai sindacati. Deve parlare ai sindaci indipendenti, da Orlando a De Magistris a Coletta (per restare nel Lazio). E deve essere una forza plurale, che rompa la logica maggioritaria dell’uomo solo al comando per valorizzare una classe dirigente diffusa, per tornare a formare una classe dirigente fatta di persone indipendenti e non di portaborse.

E poi serve la capacità di allargare il campo, di dettare i temi dell’agenda politica e non subirli. Di affermare i nostri valori anche quando i sondaggi te lo sconsigliano. Guardate che sembra semplice, ma non è così: da Berlusconi in poi non abbiamo più scritto noi la il menu, ma lo abbiamo solo letto e subito. Quella che Gramsci chiamava l’egemonia, l’abbiamo subita. Altro che storie.

Io credo che il primo luglio, la manifestazione lanciata da Articolo Uno e da Pisapia, possa essere la giornata giusta per lanciare un progetto di questo tipo. Mi sembra che l’impostazione iniziale, troppo centrata sulla presunta esigenza di individuare un leader sia stata corretta. A quanto si capisce dai quotidiani, mi pare anche che l’asse politico dell’iniziativa sia stato riportato sull’esigenza di una forza politica che sia autonoma, alternativa e in concorrenza con il Pd.

Gli elettori hanno, insomma, ci hanno dato una mano. Hanno spazzato via le incertezze e le titubanze di questi mesi. Mai come in questa occasione si è resa evidente la frattura fra il Pd e quello che era il suo popolo. E’ evidente. Perché ai ballottaggi sono rimasti a casa, ci sono città dove l’affluenza alle urne supera a stento il 30 per cento. Il caso Genova, città medaglia d’oro della resistenza, città ribelle, è emblematico: neanche l’aver contro un candidato della Lega ha fatto uscire di casa gli elettori di sinistra. Riportarli alle urne non sarà il lavoro di un giorno. Ci vorrà il lavoro di una generazione non tanto per mettere qualche toppa, ma per varare una nuova nave. Parliamo di Genova, uso una metafora portuale.

E allora bisogna lavorare su due fronti: quello immediato, in cui serve un’alleanza credibile, larga, in grado di porre argine alla destra che torna forte. Un terzo polo, credibile, che possa rappresentare un’alternativa sia ai moderati di Renzi e Berlusconi che ai populisti di Grillo e Salvini. Una forte rappresentanza in Parlamento ci servirà se vogliamo davvero diventare un punto di riferimento politico per quel pezzo di società che in questi anni si è sentito orfano.

Al tempo stesso serve un lavoro di lungo periodo, con due obiettivi. Intanto definire quale sia l’identità della sinistra. Di una sinistra che parte dalle sue radici ma che ha i piedi ben piantati nel presente e lo sguardo al futuro. Serve una identità nella società liquida? Io direi che serve a maggior ragione. Serve un’ancoraggio forte per resistere ai marosi di un oceano in tempesta.
I programmi li sappiamo fare bene, magari ci vengono un po’ lunghetti, ma siamo bravissimi. Quello che manca è un tratto identitario, in cui riconoscersi. Una nuova utopia, verrebbe da dire. Con il crollo del muro, nell’89, non è venuta già solo l’idea comunista. E’ venuta a mancare la nostra capacità di suscitare passioni, la speranza per chi è più debole di farsi gigante con gli strumenti della politica. Senza un orizzonte non si resiste alle intemperie di una destra che, al contrario, una sua identità ce l’ha e sa adattarla alle condizioni che cambiano.

Secondo: bisogna trovare una forma partito che esca dalla tradizione novecentesca. Io su questo punto sono davvero convinto che la tradizionale piramide, dalla sezione di quartiere alla direzione nazionale non sia più sufficiente. Le sezioni territoriali erano già morte nei Democratici di sinistra, il Pd ha solo rappresentato l’evoluzione di una crisi irrisolvibile. Non erano più da tempo punti di riferimento locali. E adesso i circoli sono “personali”, basta vedere i risultati dell’ultimo congresso romano per averne la prova. Non più luoghi di confronto, di iniziativa politica, di partecipazione e formazione, ma solo aggregazioni dietro un boss locale, a sua volta referente di un boss regionale e così via. E’ questa involuzione, la vera grande trasformazione genetica della principale forza organizzata della sinistra, che ha permesso l’affermazione di avventurieri vari, di cui Renzi è solo l’espressione più alta ma di certo non l’unica. Un modello organizzativo dove si annida spesso il malaffare, dove la corruzione può divenire strumento di affermazione personale. Servono soldi, tanti, per sfamare i clienti.
Veltroni, di cui spesso non ho condiviso il percorso ma che resta una personalità di spicco, l’aveva capito. Quando propose il partito liquido, dove non contavano tanto gli iscritti ma gli elettori, aveva in mente una maniera per scavalcare questa organizzazione basata sul potere personale di piccoli cacicchi locali. Un tentativo fallito, perché alla fine, controllare gli elettori (quando la base si restringe) diventa anche meno faticoso e costoso. Un votante alle primarie costa due euro, un iscritto ne costa una quindicina.

E allora va messo a punto un modello di organizzazione politica che metta in rete, che tenga conto delle diverse identità, che non sia necessariamente individuale, che dia la possibilità di emergere alle personalità più forti, alle competenze, finanche agli eretici, categoria della quale si sente un gran bisogno. Una nuova classe dirigente ci serve. Molto. Sarà utile se nascerà dal conflitto, dalla lotta politica. Se avremo l’ennesima covata di polli da batteria avremo perso la nostra battaglia. Ci serve la partecipazione. Meglio un vaffanculo che un ossequiosa leccata. Rete, partecipativa e democratica. Io sarei anche per scegliere i contenuti più che le persone. Se si ragiona prima di politica, se si costruisce iniziativa, le persone, i dirigenti vengono naturali. La forma con cui ci si organizza, insomma, è sostanza politica. Non semplice sovrastruttura. E che nessuno pretenda che altri si sciolgano da un giorno all’altro, le fusioni hanno bisogno di tempi.

Sono noioso, ripeto le stesse cose a ogni occasione possibile. Speriamo che questa sia la volta buona per uscire dai buoni propositi e cominciare a lavorare sul campo.

Ci vediamo domani. In piazza.

Il pippone del venerdì /16.
Salvate il soldato D’Alema

Giu 23, 2017 by     No Comments    Posted under: Il pippone del venerdì

 

D’Alema di’ qualcosa, D’Alema di’ una cosa di sinistra. Ve lo ricordate Aprile? Quella frase che poi è diventata un tormentone? Beh, che dire, Moretti sarebbe stato contento. Perché di cose di sinistra, ieri, D’Alema ne ha dette tante. Ci voleva un caldo pomeriggio di fine giugno una iniziativa semiclandestina organizzata da un’associazione cattolica, nel centro di Roma. Si parla di povertà e diseguaglianze sociali, con religiosi, studiosi, politici. Uno strano parterre. Niente giornalisti, niente assillo della quotidianità. E un D’Alema assoluto mattatore. Quindici, venti minuti. E ti racconta il mondo. Le diseguaglianze, la finanza come generatore di ricchezza fuori da ogni forma di controllo sociale. Il ritrarsi delle masse degli esclusi dal protagonismo sociale e politico. La povertà viene sezionata: fenomeno economico, ma anche sociale. Si sentono le vite di scarto di Bauman che aleggiano nella sala. Ci sono Stiglitz e gli economisti francesi quando D’Alema parla della necessità di una tax autority internazionale per sottoporre a un nuovo controllo sociale le ricchezze che ormai hanno una dimensione non più nazionale.

Ma c’è anche tanta sinistra e tanta innovazione nell’analisi finale del. Due cose da fare per combattere la diseguaglianza: recuperare la funzione degli Stati, una dimensione pubblica di intervento e al tempo stesso favorire un nuovo stato sociale, un nuovo sistema di protezione, che veda protagoniste le persone e le comunità locali.

“C’è una tema enorme di fronte a noi – racconta chiudendo la sua relazione  – nei prossimi anni, l’automazione crescente porterà alla perdita di milioni di posti di lavoro. L’Europa non può permetterselo. Che fare?” La risposta è di quelle che non ti aspetti da chi, qualche anno fa, era un alfiere della terza via e di Tony Blair. “Serve un taglio drastico dell’orario di lavoro a parità di salario. Se diminuisce il tempo di lavoro necessario – come lo  definiva Marx – o calano gli occupati o si tagliano le ore  e quelle ore devono essere messe a disposizione della comunità”. Occhio che in questa frase c’è tutto un programma politico. C’è la piena occupazione, c’è il tema del tempo del non lavoro, c’è il tema di un nuovo umanesimo che deve permeare la sinistra. C’è la convergenza, questa volta sui fatti non nella fusione di gruppi dirigenti, della cultura cattolica e di quella marxiana. C’è la liberazione dallo sfruttamento della catena di montaggio per arrivare a una concezione del lavoro che diventa, almeno in parte, una sorta di servizio civile permanente.

Ora, facciamo un salto, io non sono mai stato dalemiano. A Roma era infestato da una pletora di cortigiani  che hanno approfittato del prestigio e del potere che quel nome portava con sé per creare una corrente che si muoveva con grande agilità in un intreccio grigio di politica e affari. Tutto (o quasi) lecito, per carità, ma meglio tenersi ben lontani da quelli che all’epoca chiamavamo “Talebani” o “Dalebani” che dir si voglia. Quando il potere è finito i dalemiani doc sono diventati renziani al mille per cento. Tutti, nessuno escluso. Dai Minniti, Latorre, Velardi, Rondolino fino al ragazzo di bottega, quel Matteo Orfini passato con un triplo salto carpiato dall’oscura segreteria di una sezione dei Ds di Roma a fare il capo corrente prima e il presidente del primo (o secondo) partito italiano. Tutti Talebani doc. Tutti pronti a ridere alle battute del capo, tutti pronti a correre al minimo battito di ciglia, anzi al minimo arricciarsi del baffo.

Insomma D’Alema, diciamolo, non ha avuto un gran fiuto nel selezionare i suoi collaboratori. Gente passata dal nulla a grandi quote di potere che adesso manco lo saluta se lo incontra per strada. E di errori, in generale, ne ha fatti davvero tanti. Li elenca lui stesso, anche perché non ama che lo facciano gli altri. L’esperienza di governo, quella passione per il new labour di Blair. Io ci metto anche una dimensione politica troppo legata alla contingenza del momento e poco tesa alla prospettiva, all’analisi.

Per questo dico che oggi sta vivendo una sorta di seconda giovinezza. Nel 2012 decide (lo fa da solo, non viene rottamato da Renzi come ripetono i costruttori di leggende prezzolati) di non ricandidarsi in Parlamento. Si dedica allo studio, alla sua fondazione, agli esteri. Nella lotta politica quotidiana appare poco. Fa la sua parte di militante, come ama definirsi, ma lo fa con un distacco quasi snob. Sono quasi cinque anni. Un’eternità. Poi ricompare impetuoso: il No al referendum del 4 dicembre, un ruolo importante nella scissione del Pd. Dice cose di sinistra, torna a essere “il Migliore”, l’erede ultimo di quella tradizione togliattiana che ha saputo essere egemone nella cultura politica italiana dal dopoguerra agli anni ‘90.

E subito riparte la caccia al D’Alema. C’è un accanimento decennale nei suoi confronti. Neanche il suo distacco dalla quotidianità lo ha cancellato. Erano solo in “sonno”. Pronti a ripartire. E gli ritirano fuori i presunti complotti contro Prodi, la Bicamerale, il patto della crostata, le bombe “illegittime” su Belgrado. Poi ripartiranno i dossier: dalle barche, al golfino, alle scarpe, al vino. La stagione di caccia è riaperta. Perché il Baffo è tornato. Non importa che non ricopra cariche. Non importa che non sia in Parlamento. Non importa che emani una naturale antipatia per quel suo essere volutamente scostante. Perfino quando dice “sono diventato buono”, ha una voce tagliente. E’ diventato nuovamente il nemico da abbattere numero uno. Ecco allora che parte la vendetta politica per cui in mezza Europa si lavora per toglierli la carica di presidente delle fondazioni del Pse. Ecco che si scatenano i giornalisti da cortile in fantastici retroscena in cui si raccontano – fonti certe ci mancherebbe altro – di dissidi continui con Bersani che starebbe manovrando per non riportarlo in Parlamento.

Ci si mettono anche quelli della sinistra cosiddetta radicale che quando sentono parlare di D’Alema usano perfino le parole di Renzi per attaccarlo. Tutti d’accordo.

Ora, io che dalemiano non lo sono mai stato, questo grido d’allarme posso lanciarlo senza tema di essere tacciato di cortigianeria. La mia stima è testimoniata dalla foto che apre questo pippone. Mi feci tutta la grande manifestazione del Circo Massimo con quel cartello al collo: “Liberate Baffino dai Talebani”. Un successone, devo dire. Ma una foto che testimonia anche la mia distanza. Eppure, ragazzi, ora che è libero, ci serve come il pane. Perché, sia pur senza cariche, è l’unico leader rimasto alla sinistra italiana. Abbiamo tanti dirigenti capaci, da Bersani, a Rossi, a Speranza, a Fratoianni, a Civati, alle new entry Falcone e Montanari. Abbiamo giovani che scalpitano e ai quali bisogna lasciare spazio. Ma di leader a tutto campo non ne abbiamo. Gli anni, le sconfitte, gli imporranno anche un ruolo di seconda fila. Di padre nobile, per così dire. Ma non ne abbiamo altri con la sua capacità di analisi, coraggiosa e ritrovata. Ci serve la sua passione, la sua volontà di unire, la sua capacità di immaginare una nuova sinistra, alternativa al Pd, perno di un altrettanto nuovo centrosinistra.

In questi mesi la navigazione non è stata facile, per usare una metaforica marinara che ci sta tutta. La barchetta sulla quale siamo saliti traballa parecchio. E i prossimi mesi saranno ancora più complicati. Mi chiedo però cosa sarebbe successo se non ci fosse stata l’iniziativa costante del soldato D’Alema. Quel pungolo, quell’assillo unitario che lo ha riportato in campo. D’Alema si deve o meno ricandidare? Si facciano le primarie che ha chiesto lui stessi a gran voce (primarie della sinistra, non del Pd, sia chiaro). E’ bene che i politici tornino a misurarsi con la ricerca del consenso. Nei mercati e nelle piazze. Che sia un oscuro comitato di garanti a decidere le nostre candidature  mi sembra un’idea ottocentesca, lo dico sinceramente. Bene liste costruite nei territori, bene che siano liste giovani. Ma senza polli da allevamento.

Il soldato D’Alema ci serve, cari compagni. Non ha bisogno di essere salvato, si potrebbe dire, ci pensa bene da solo. Ecco, lo so, ma io credo, che ricordarci tutti l’importanza della solidarietà fra di noi sia di per sé un passo in avanti nella ricostruzione non tanto della sinistra, ma di quella comunità politica che negli anni abbiamo perso.

Per cui, senza esitazioni: guai a chi tocca il soldato D’Alema.

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