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Roma, Capitale a scartamento ridotto.
Il pippone del venerdì/31

Nov 3, 2017 by     No Comments    Posted under: Il pippone del venerdì

Premessa doverosa: per una volta invidio i cittadini siciliani che domenica sono chiamati ad eleggere il presidente della Regione. Li invidio perché hanno la fortuna di poter votare Claudio Fava, uno dei miti della mia giovinezza. Uomo con la schiena dritta, non tanto un simbolo della lotta alla mafia, ma un pezzo vivente di quella lotta. Uno che, insieme al gruppo del settimanale “I Siciliani”, la mafia l’ha combattuta quando non si poteva neanche nominare. Quando i giornali di Catania rispettavano ossequiosi i quattro “cavalieri del lavoro”, Pippo Fava diceva apertamente che erano mafiosi. Insieme a lui c’era quel gruppo di giovani coraggiosi, dal figlio a Riccardo Orioles a Michele Gambino che poi ho avuto la fortuna di conoscere nell’esperienza romana di Avvenimenti. Ma fra i Siciliani e Avvenimenti c’era stato l’assassinio di Pippo Fava, le vite a rischio degli altri giornalisti, alcuni dei quali costretti a scappare all’estero per anni. Un grande giornalista ma soprattutto, lo ripeto, un uomo con la schiena dritta. La Sicilia ha bisogno di uscire dalla eterna ammucchiata dei compromessi se vuole pensare a un futuro differente. E con Fava presidente ne ha l’opportunità. Non la sprecate.

Che c’entra con il titolo? Nulla o forse molto. Perché Roma, in condizioni differenti, mi sembra avviata verso lo stesso declino a cui – lo dico da osservatore lontano, ma sempre attento a quello che succede a quelle latidunini  – l’isola del sud è soggetta da troppo tempo. Le varie “primavere” siciliane rischiano di essere soltanto pallidi intermezzi. Tagliamo corto, ne ho già ampiamente parlato un anno fa, ma mi ha stimolato l’intervento di Massimo D’Alema che, concludendo una iniziativa di Articolo Uno,  ha dato una definizione sferzante della situazione: “Roma – ha spiegato – rischia di non essere più la capitale d’Italia, ma la capitale del mezzogiorno”. Una definizione che è un po’ un cazzotto nello stomaco. Un cazzotto salutare, ma per sempre una botta violenza. D’Alema, in sostanza divide l’Italia in due, immagine non nuova ma che torna d’attualità, per dire che Roma non segue più la parte più virtuosa del Paese, ma si ritrova a guidare quella che arranca, quella in cui il degrado vince sulla bellezza. Quella si arrende al declino. Da un lato Milano, tornata la città rampante degli ultimi decenni del secolo scorso, in cui lo sviluppo, economico e culturale è impetuoso. Dall’altro Roma che perde pezzi come l’asfalto delle sue strade massacrate dall’incuria.

La definizione mi ha particolarmente impressionato per una ragione anche personale. Come molti sanno dal 2001 al 2007 ho lavorato come responsabile della comunicazione al gruppo dei Democratici di sinistra del Lazio, curando contemporaneamente anche la comunicazione del partito regioanel. E mi sono trovato, lavorando spesso alle relazioni del segretario, Michele Meta, a usare l’immagine di una regione al bivio, in bilico, fra le due italie. Regione e non città, perché avevamo ben chiaro che una grande capitale non è solo una città, ma è una Regione intera. Sia dal punto di vista economico e sociale che politico. Avvertivamo il rischio, insomma. E indicavamo anche le soluzioni: la città della tecnologia e della comunicazione, lo sviluppo dell’Information and communications technology, l’aerospaziale, il settore farmaceutico. E ancora: la rete della conoscenza e della ricerca basata sulla necessità di mettere a sistema le grandi istituzioni universitarie del centro-sud, il turismo, l’opportunità rappresentata dalla linea ferroviaria ad alta velocità che si stava completando in quegli anni.

Varrebbe forse la pena riprendere quella riflessione, perché rappresenta un po’ un libro delle occasioni perse. A oggi succede l’esatto contrario di quello che auspicavamo: Roma perde pezzi ogni giorni. Da Sky emigrata a Milano insieme ad altre redazioni importanti, alla ricerca farmaceutica che ha sempre meno casa a Pomezia, alla Tiburtina Valley eterna incompiuta che è persino difficile da raggiungere grazie alle strade iniziate e mai finite.  Roma ha vissuto anni impetuosi dalla metà degli anni ’90 all’inizio del nuovo secolo. Era la locomotiva d’Italia, la sua economia cresceva il doppio rispetto al resto del Paese. C’erano insomma basi importanti sulle quali chi governava quei processi – ovvero il centrosinistra – non è riuscito a costruire un modello di sviluppo, quel modello che pur avevamo intuito e tratteggiato in tanti convegni.

E’ bastato il combinato disposto della crisi economica unita ad anni di amministrazioni comunali incapaci di intendere e di volere, per svelare quanto quella crescita fosse effimera. Legata a un fiume di finanziamenti pubblici che poi si sono interrotti. Ai giubilei, alle manifestazioni sportive. Ecco, in questo vedo un parallelo profondo con la situazione siciliana, una regione intera che per cento anni è vissuta così, con un flusso ininterrotto di finanziamenti dallo Stato centrale che tutto copriva e tutto metteva a tacere. Tutti avevano un posto pubblico. Un posto sicuro. Poco importa che fosse improduttivo o che, nei casi peggiori, fosse in gran a parte un territorio a gestione mafiosa. Non è un caso che a Roma la penetrazione delle organizzazioni criminali sia diventata sempre più profonda. Basta guardare le insegne dei ristoranti e dei bar.

Né la Regione, amministrata sicuramente meglio in questi anni, è riuscita a sopperire al disastro delle amministrazioni Alemanno, Marino, Raggi. Stiamo continuando a rotolare lungo una china. Nella quale il romano è tornato a essere quel personaggio un po’ indolente che Sordi ha saputo descrivere nei suoi film con tanta profondità. Indifferente, apatico, incapace persino di ribellarsi. Anche le esperienza civiche, dai comitati di quartiere alle tante realtà associative, mostrano tutti i loro limiti. Perché possono essere spalle importanti per arrivare dove una buona amministrazione non riesce ad arrivare, ma non possono sostituirsi ad essa.

Ecco, io credo che Roma possa ripartire, possa tornare a essere Capitale d’Italia e non dell’Italia di serie B, soltanto se unisce questi due fattori: una classe politica (Comune e Regione insieme) meno peracottara di quella attuale, ma soprattutto una nuova coscienza civica. Serve una vera e propria rivoluzione culturale che scuota questa città indolente. Fa impressione vedere ragazzi arrivati da lontano che puliscono le strade e chiedono in cambio qualche moneta per tirare avanti e i negozianti (ma anche i condomini) che se ne fregano se qualcuno riempie la strada davanti alle loro attività di materassi, frigoriferi e rifiuti vari. Poi servirà anche il resto, a partire da un nuovo modello di governo della città. Più decentramento vero, una dimensione non più limitata a Roma, ma che comprenda anche l’area metropolitana. Una vera rivoluzione nelle istituzioni e non la presa in giro architettata da Renzi e Delrio. Tutto vero. Ma se insieme non ci sarà una rinascita dei romani sarà l’ennesima primavera effimera. Verrà magari anche l’estate, ma poi tornerà inesorabilmente l’inverno. Se la riflessione della sinistra non riparte da qui non basteranno mille convegni. Saremo sempre una capitale a scartamento ridotto, lontani da quelle grandi realtà europee a cui guardavano Rutelli e Veltroni, gli ultimi due sindaci di Roma.

I populismi, i supposti argini e il vero voto utile.
Il pippone del venerdì/29

Ott 20, 2017 by     No Comments    Posted under: Il pippone del venerdì

Sto leggendo in questi giorni un libro di Giorgio Amendola, trovato su ebay per pochi euro, che racconta la storia del Partito comunista italiano dal 1921 al ’43. Doveva essere il primo capitolo di un lavoro più complessivo, ma non ne ebbe il tempo. Di lui ho sempre apprezzato una grande capacità di raccontare i fatti più complessi in maniera chiara, intrecciando le vicende personali con gli avvenimenti più generali. Non freddi saggi, insomma, ma la storia che diventa concreta, che scende dalle cattedre universitarie e si colora di facce, persone,  passioni. In questo suo lavoro, meno romanzato rispetto ad altri, trovo la stessa facilità di racconto, unita al solito rigore nell’analisi.

Arrivo al punto. Una cosa mi colpisce sempre quando leggo qualcosa che riguarda la storia del Pci: la distanza fra il racconto dei protagonisti e la narrazione che degli stessi avvenimenti veniva rappresentata dai mass media. Mentre nella storiografia spesso si ritrova la descrizione di un partito e un gruppo dirigente chiuso e dipendente da Mosca, sia leggendo Togliatti, che Amendola, ma anche Ingrao, si percepisce sempre, sia pur nelle posizioni spesso differenti, un sentiero comune di tutt’altra natura: il bene del Paese. Questa sorta di stella cometa ha sempre guidato il gruppo dirigente dei comunisti italiani per settant’anni. Più che il destino personale, quello del Partito, contava il destino complessivo dell’Italia. E lo stesso progresso dei lavoratori, degli ultimi, dei proletari, veniva visto come condizione necessaria per il miglioramento del Paese.

Quando quella storia, quella del Pci, finisce si perde anche questo senso comune che aveva caratterizzato quella comunità? Sicuramente non è più stato quello il filo conduttore delle forze della sinistra. Di quel pensiero si ritrovano tracce, anche importanti. Penso, ad esempio, al Bersani che sostiene Monti, convinto che andare alle elezioni senza aver prima messo in sicurezza i conti sarebbe stato un disastro per l’Italia. Non ho condiviso quella strategia, Monti non era la medicina giusta, ma quella era la ragione. Perché una parte importante della classe dirigente della sinistra quel marchio di fabbrica ce l’ha impresso nel Dna.

Per questo mi capita, in questi giorni, di chiedermi cosa convenga davvero fare oggi per il bene dell’Italia. E credo anche che sarebbe bene che partissimo proprio da questa riflessione nel processo della ricostruzione della sinistra. Questa per me è la strada per ritrovare una connessione, anche emotiva, con il nostro popolo. Perché altrimenti si rischia di essere percepiti come quelli che si mettono insieme solo per riportare qualche deputato in Parlamento. E se questo è non si raggiunge neanche questo obiettivo francamente non particolarmente attraente.

E credo anche che sia una riflessione da fare a maggior ragione in questi giorni in cui l’offerta politica italiana appare in tutta la sua miseria. C’è una destra che si unisce per ragioni di potere dietro l’effige stinta di Berlusconi, dove la voce di Salvini è sempre più forte, ci sono i 5 stelle che a parole sono rivoluzionari ma quando governano si dimostrano soltanto apprendisti pasticcioni, c’è un centro che si affida a Renzi, forse il più populista della compagnia. Si odono sinistri scricchiolii a destra con l’avanzata dei fascisti veri e propri, di cui abbiamo già parlato.

Le vicende di questi giorni non sono altro che una conferma delle riflessioni di questi anni. Renzi si proclama a parole unico argine al populismo parolaio e poi ne usa gli strumenti a piene mani. Al di là del giudizio su Visco, sicuramente non univoco, la sgrammaticata mozione del Pd rappresenta uno schiaffo alle istituzioni. Il paradosso è che chi è fra i responsabili degli scandali che hanno colpito i risparmiatori negli ultimi anni si erge a paladino degli stessi andando a mettere sotto accusa l’organismo che sulle banche ha esercitato un’azione costante di controllo, sia pure con ritardi e omissioni, evitando guai peggiori. Insomma, invece che perseguire i malfattori si perseguono i controllori. Si indebolisce la Banca d’Italia, la sua indipendenza sancita dalla Costituzione.  Per qualche voto in più si mette a rischio una istituzione essenziale. La stessa cosa che rimproveravamo a Berlusconi, le stesse critiche che da sempre muoviamo a Grillo.

Anche a voler ignorare le inchieste giudiziarie in corso, questo modo di fare politica è di per sé un danno per il Paese. Perché non di discosta minimamente da quel populismo che vorrebbe combattere. Si fa forcaiolo quando il vento tira da quel lato, razzista quando le tensioni sui migranti fanno ondeggiare l’opinione pubblica, stucchevole nella sua deferenza verso i potenti, arrogante con i sindacati e gli studenti. Unico scopo è l’affermazione personale, la gestione del potere fine a se stessa.

Io resto convinto che fosse sbagliato il progetto stesso del Pd, ma ai Veltroni, ai Prodi, ai Franceschini, ai Gentiloni vorrei chiedere ugualmente: ma era questo il partito che sognavate? La famosa vocazione maggioritaria voleva dire che pur di raccattare un voto in più si può fare tutto? E pur di salvare qualche posticino in parlamento per voi e la vostra corrente siete disposti a digerire tutto?

Ecco, il bene del paese: cosa è oggi il bene del Paese? Arginare i populismi. Bene. Io credo che siano due le condizioni necessarie. Per prima cosa ricostruire un campo della sinistra. Senza altri aggettivi, radicale, di governo, riformatrice. La sinistra e basta. Quella che parte dalla cultura del bene comune e che non a caso in questi anni è stata costantemente sotto l’attacco concentrico di tutti. Per seconda cosa deve morire il Partito democratico, deve esplodere questo contenitore malato che ancora ingabbia e illude tante energie positive.

Solo ricreando una sinistra forte e autorevole e un partito che rappresenti i moderati, si può davvero mettere un argine ai populismi che sembrano oggi inarrestabili. Non è un compito che si esaurisce in due o tre mesi, lo dico da troppo tempo. Ma è essenziale che si cominci adesso a costruire un campo differente. Ognuno a casa sua. Noi dobbiamo lavorare per dare voce a quel popolo di sinistra che ormai puntualmente resta a casa a ogni elezione. I Veltroni, i Prodi devono abbandonare Renzi al proprio destino e dare vita a un nuovo progetto moderato con il quale poter interloquire.

Se ci ritroviamo su questi obiettivi è anche più facile capire cosa fare, sia a livello nazionale che a livello locale, dove bisogna lavorare per isolare il giglio magico e rafforzare le energie che in modo manifesto si dichiarano alternative, anche dentro il Pd. Questo sarà il vero voto utile.

Le elezioni, in questo quadro, sono un passaggio obbligato ma non dirimente. Un passaggio che può aiutare questo grande big-bang, questa complessiva scomposizione e ricomposizione su basi nuove che serve alla rinascita di un sistema politico che ormai è solo un danno per l’Italia, per noi tutti.

Serve una sinistra autonoma e socialista. Facciamola.
Il pippone del venerdì/28

Ott 13, 2017 by     No Comments    Posted under: Il pippone del venerdì

Era il due giugno scorso, ovviamente un venerdì, e scrivevo che Pisapia rappresentava l’ultimo killer mandato a eliminare quel che restava della tradizione dei comunisti italiani. Da allora sono passati quattro mesi e la convinzione si è rafforzata, devo dire che nelle ultime settimane mi è parso di non essere più il solo a pensarla in questa maniera. Con sollievo. Scrivo questo non tanto per un classico “ve l’avevo detto”, quanto per un più incazzato “possibile che non ve ne siete accorti prima?”. Abbiamo buttato sei mesi nel secchio, con tutti i giornali che adesso ci sparano contro a pallettoni: siamo la sinistra residuale, minoritaria, mera testimonianza, litigiosa, un partitino del 3 per cento. Qualcuno parla addirittura di spaccatura in Articolo Uno, visto che un pezzo dei parlamentari iscritti al gruppo erano in realtà legati a Campo progressista. Non se ne può più. Pagine e pagine dedicate alla “scissione degli scissionisti”.

Che poi non si capisce bene: se siamo davvero così residuali da arrivare a malapena al 3 per cento, perché darsi tanta pena, mobilitare tante brillanti penne del nostro giornalismo per demolirci? Viene addirittura richiamato in servizio permanente effettivo quell’Achille Occhetto che di demolizione della tradizione comunista resta l’autorità principe nel nostro paese. Quando si richiamano in campo i pensionati vuol dire che c’è davvero una gran paura in giro.

A me sembra che i salotti che contano abbiano una gran paura di questi quattro cialtroni malmessi che riescono a stento a parlarsi fra loro e portano troppe ferite delle battaglie del passato. Il tiro a pallettoni contro D’Alema è solo l’inizio. Da qui alle elezioni ne vedremo delle belle. Quello che fa paura è l’idea che un gruppo (al momento quasi soltanto di parlamentari) possa anche solo pensare che in Italia debba esistere una sinistra autonoma. Autonoma: è questa parola che turba i sonni di chi decide i nostri destini fin dagli anni ’90. L’idea che nel nostro Paese torni a esistere una qualche forma di soggetto politico che provi a staccarsi dalla deriva liberista che ci ha portati alla situazione di oggi e che ridefinisca se stesso sui valori dell’eguaglianza e della libertà. Una formazione di natura socialista che dice con chiarezza che serve una nuova rivoluzione per ridare forza ai deboli, voce agli ultimi.

Hanno provato a fermarci in tutti i modi, Pisapia e la sua riedizione sbiadita dell’Ulivo, ci hanno portato fuori strada. Si è tentato di dividerci ancora. E continueranno a farlo. Servono nervi saldi perché adesso non si può più sbagliare. E allora un appello a tutti: fermiamoci e cambiamo registro, perché le elezioni sono pericolosamente sempre più vicine, forse anche più di quello che si dice. Insomma, si può tornare a parlare della sinistra. E bisogna farlo subito, bisogna farlo in tutti i quartieri, nei luoghi di lavoro. Perché l’attività di sabotaggio ci ha portato a un minuto dalle elezioni. Non so se la data sarà sul serio il 19 novembre. Poco importa se sarà una settimana dopo, le cose importanti sono le coordinate che dovrà avere quell’appuntamento.

Dovrà essere un appuntamento di massa nel quale dal basso si sceglie un gruppo dirigente provvisorio, un comitato di direzione, chiamatelo come vi pare, e si indicano le coordinate del percorso che dovremo fare insieme. Un percorso che, lo dico senza perifrasi, secondo me non può avere come semplice approdo un’alleanza elettorale. Dobbiamo dire chiaramente che la lista della sinistra è il primo passo, forse quello più difficile per le date ravvicinate e le reciproche diffidenze, verso un nuovo partito. Di questo abbiamo bisogno: di una casa comune nuova, nella quale nessuno si senta ospite, magari anche poco gradito. Magari si può iniziare da una forma di federazione. Ma deve essere chiara la direzione, la “cessione di sovranità” degli aderenti: un investimento verso il futuro, non una coperta di Linus per riportare in Parlamento una pattuglia di dirigenti. Qualsiasi forma partito si scelga, chiari devono essere i processi di formazione delle decisioni. Non la corsa alle tessere che tanti di noi hanno vissuto come un incubo negli ultimi anni, ma la possibilità per chi vuole partecipare di contare e portare il proprio contributo.

In quell’appuntamento dovremo scegliere carta dei valori, nome e simbolo da presentare alle elezioni. Io suggerisco di rivolgersi a un’agenzia di comunicazione diversa. Serve discontinuità anche in questo, perché gli ultimi simboli non erano un granché. E mi trattengo molto. Servono un nome e un simbolo “facili” da riconoscere ma che al tempo stesso guardino al futuro, facciano pensare non a un evento momentaneo ma a qualcosa di stabile. A me non dispiacerebbe la parola socialismo, da troppo tempo caduta in disgrazia, come non dispiacerebbe un riferimento al lavoro. Altrimenti “La Sinistra”. Secco, senza fronzoli. Magari con una stella ad accompagnarlo. Eviterei le rose, perché anche a livello europeo serve una nuova sinistra, il Pse mi sembra sulla strada del declino, neanche troppo lento.

Io non credo a un processo civico. C’è bisogno, al contrario di una formazione politica, dove le esperienze civiche abbiano piena cittadinanza. Un processo esclusivamente civico secondo me è un’illusione. Come è un’illusione quella del campo informe, del movimentismo perpetuo. Dobbiamo fare un partito politico. Senza avere paura di dirlo. La crisi della sinistra è anche la crisi dei partiti così come erano stati pensati nella Costituzione. A quello spirito dobbiamo tornare. Perché senza grandi corpi intermedi, organizzazioni di massa, non c’è democrazia, c’è solo il leaderismo che abbiamo conosciuto in questi decenni.

Queste coordinate (sinistra autonoma, socialista, valori chiari, partecipazione dal basso) dobbiamo farli vivere nei territori. Dobbiamo aprire sedi comuni, accorciare le distanze anche fisiche tra noi. Una sezione (io sono affezionato a questo nome) in ogni comune, in ogni quartiere delle città più grandi. Poi servirà anche la comunicazione via internet, la presenza sui social. Ma se non torniamo a essere presenti con forza e continuità nelle piazze e nei luoghi di lavoro abbiamo perso in partenza.

Ecco, io immagino un percorso così, non un autobus dove c’è chi guida e ci sono i passeggeri. Un percorso in cui tutti si sentano attori protagonisti. Di comparse non ne abbiamo bisogno, come non abbiamo bisogno di personalismi. Abbiamo bisogni di tanti protagonisti che sappiano fare squadra guardando al futuro. E che siano consapevoli che il futuro non sarà domani. Che le elezioni sono solo il primo passo per ricostruire una sinistra di popolo e non di palazzo. Che il tema non è tanto andare al governo, ma creare le condizioni sociali per una nuova stagione di progresso nel nostro paese. Poi ci porremo tutti insieme anche il problema di chi sia il regista. Non tanto il centravanti, ma il mediano. L’uomo solo al comando, francamente, mi ha un po’ stufato. Sono l’unico a pensarla così? Io non credo.

Sarà una traversata nel deserto. Ma non si torna indietro. In tutta Europa la sinistra guadagna consensi e torna a essere decisiva quando dice e fa cose di sinistra. Sembra semplice no? Facciamolo anche noi.

Il tormentone infinito della legge elettorale.
Il pippone del venerdì/25

Set 22, 2017 by     No Comments    Posted under: Il pippone del venerdì

Non rimaneteci male, ho deciso, intanto per una settimana ma chissà per quanto tempo: lasciamo la sinistra alle sue contorsioni e Pisapia ai suoi pigolii tentennanti. Forse se li ignoriamo i nostri (autonominati) dirigenti e leader si accorgeranno di quanto siano inutili, se non dannosi, per la causa che dicono di voler perseguire e si daranno una svegliata.

Vorrei, invece, in questo mio sproloquio settimanale, fare qualche rapida considerazione sulla legge elettorale e sull’ultimo cilindro tirato fuori dal capello del Pd. Capisco che di argomenti meno appassionanti ce ne sono pochi, ma mi pare un tema fondamentale per il futuro di tutti noi. E il fatto che si vorrebbe liquidare in poche settimane una partita così delicata ci dovrebbe far scattare subito in piedi. Non parlerò di inciucio, lo dico a beneficio dei grillini: le regole si fanno tutti insieme o almeno con una maggioranza più larga possibile, dunque parlare di inciucio è un vero e proprio ossimoro. Vorrei entrare più nel merito della proposta.

Intanto, diciamolo, viene da chiedersi chi siano i tecnici (chiamarli costituzionalisti o anche esperti di diritto pare un insulto a chi lo è davvero) che si inventano a rotta di collo sistemi elettorali da manicomio. Siamo almeno alla quinta proposta differente in pochi mesi che arriva da parte dei democratici e tutte hanno in comune due punti: per capirle ci vuole uno studio complicato e quando arrivi alla fine ti rendi conto che non sono sistemi elettorali pensati per garantire governo e rappresentanza, ma per far fuori il nemico di turno.

Il punto non è neanche tanto che con l’ultima trovata di Renzi e soci il numero dei nominati direttamente dai partiti arriva alla cifra record del 64 per cento, senza contare i collegi uninominali sicuri, altro rifugio tranquillo. Non è uno scandalo in sé, dicevo, perché se in questo paese ci fossero dei partiti, con una democrazia interna regolata da norme precise e uguali per tutti, verrebbe quasi naturale che fossero loro a selezionare la classe dirigente. E’ proprio questa, del resto, la funzione principale delle formazioni politiche. I partiti sono la democrazia che si organizza, come diceva Togliatti. E dunque nulla di strano. Peccato che ormai in Italia di partiti non ce ne siano più e dunque l’indicazione della classe dirigente spetterebbe nella sostanza a quattro leader. E visti i leader non c’è da stare allegri.

Ma a parte questo, sono altri gli aspetti inquietanti del cosiddetto “Rosatellum bis” (in altra sede ci sarebbe  da disquisire sugli improbabili nomi latineggianti che cercano di coprire imbrogli degni di un magliaro di basso livello). Provo a raccontarvi come funziona questa idea su cui ci sarebbe l’accordo di Pd, Lega, Forza Italia e cespugli vari. I due terzi dei parlamentari viene eletto su base proporzionale con liste bloccate, gli altri in collegi uninominali a turno unico, chi prende un voto in più entra in parlamento. Nella parte proporzionale ci sono le liste dei partiti (devono superare il 3 per cento per concorrere alla ripartizione dei seggi) che possono unirsi e presentare un comune candidato nel collegio uninominale. Lo sbarramento per le coalizioni è del 10 per cento, ma non è previsto un programma comune e neanche un leader, ciascuna lista ha il suo “capo”. Se una lista che fa parte di una coalizione non raggiunge il 3 per cento ma ha superato l’1, quei voti vengono spartiti fra gli alleati. Una norma strana, ma che potrebbe favorire la nascita di una serie di liste civetta in grado di spingere i candidati nell’uninominale. Il voto è unico: votando la lista nel proporzionale si attribuisce automaticamente la propria preferenza anche al candidato collegato nella parte uninominale. Se si vota solo il candidato all’uninominale, il voto va (in proporzione) anche alle liste collegate.

La prima cosa che balza agli occhi è che questa legge non garantisce minimamente la stabilità del governo, perché non aiuta a formare una maggioranza e neanche farà immediata chiarezza su chi ha vinto e chi formerà il governo. Anzi, è facile prevedere che da una legge così, visto il nostro attuale sistema, non nascerà alcun governo se non una “grande coalizione dei moderati”, a patto che ci siano i numeri. Sottolineo che questi due punti (stabilità e certezza sui vincitori) sono stati per anni il tormentone che ci ha propinato mattina e sera il segretario del Pd. Ora sono improvvisamente spariti dall’agenda politica.

Il secondo aspetto che vorrei mettere in evidenza è questa bufala delle coalizioni elettorali. Il fatto che solo in Italia esistano dovrebbe accendere un campanello d’allarme. Nel resto del mondo, infatti, i partiti che hanno un programma comune non fanno coalizioni, presentano la stessa lista. Se hanno programmi differenti, invece, presentano liste concorrenti. Dopo le elezioni, questo sì, quando nessun partito raggiunge la maggioranza si formano delle coalizioni per governare fra i soggetti politici più vicini. In pratica: ci si pesa, le idee di ciascuno vengono giudicate dagli elettori e poi, solo dopo il voto, proprio in base al peso elettorale che i programmi hanno avuto, si indirizza l’azione politica del governo. L’invenzione italica delle coalizioni, invece, fa sì che partiti differenti e quindi con programmi altrettanto differenti, facciano una mediazione preventiva senza pesarsi prima. Gli elettori vengono di fatto, privati di un loro diritto fondamentale: scegliere il partito più vicino al loro modo di pensare. Nel caso di quest’ultima pensata dei democratici, non c’è manco il programma comune e dunque non si capisce per quale motivo si dovrebbero presentare insieme.

Raccontata così, è evidente come questa legge debba avere altri scopi, di certo non quello di creare un sistema politico rappresentativo del paese. Del resto, se le ultime due leggi elettorali, approvate da schieramenti opposti, sono state bocciate dalla Corte costituzionale, una ragione ci deve pur essere. Il motivo, secondo me, è evidente: non si pensa a una legge per rafforzare il sistema politico (e quindi che garantisca rappresentanza e aiuti la formazione di maggioranze), ma a una legge che favorisca alcune forze politiche rispetto ad altre. Il porcellum fu studiato da Berlusconi e soci per dimezzare la prevedibile vittoria di Prodi nel 2006, l’Italicum, secondo Renzi gasato dal 42 per cento delle Europee, doveva garantire al Pd una maggioranza solitaria. Non a caso fra le raccomandazioni del Consiglio d’Europa c’è quella di non fare leggi elettorali nell’ultimo anno del mandato delle Camere, proprio per evitare norme confezionate in base ai sondaggi del momento.

Ora, io non sono né un esperto né tantomeno un tecnico, solo un appassionato. Ma Lo scopo mi pare evidente, in questo caso: in primo luogo rendere marginale la forza del Movimento 5 stelle, che per la sua stessa natura non è disposto a partecipare a coalizioni, in secondo luogo ostacolare la formazione di una forza di sinistra che vedrebbe i suoi consensi potenziali messi a rischio dal consueto appello al cosiddetto voto utile. Supposto che la maggioranza potenziale regga alla prova del Parlamento e questa legge passi, a me sembra che Renzi, ancora una volta, abbia fatto male i suoi conti. Perché una legge con queste caratteristiche gli garantirebbe sicuramente di poter fare e disfare a suo piacimento il Pd. Ma il vero favorito sarebbe Berlusconi, che ottiene due vantaggi insieme: si può coalizzare con la Lega di Salvini ma non deve scegliere un leader, può infarcire le liste dei fedelissimi. Senza contare che già da tempo sta pensando a una serie di listarelle parallele a quelle principali cosa che, come abbiamo visto, questa proposta tende a premiare. Insomma, se lo scopo è quello di tornare a Palazzo Chigi anche come capo di un governo di grande coalizione, lo strumento non sembra essere adatto.

Ultima notazione e poi vi libero dal pippone settimanale: il voto utile. E’ un concetto che proprio non capisco. Utile a chi? Io dovrei votare un partito che di cui non condivido molto per evitare che ne vinca un altro di cui condivido ancora meno. Che poi sentire Renzi che evoca il rischio del populismo è anche divertente. Torniamo seri: l’equivoco sta nel concepire il governo come fine unico di una formazione politica. Io credo che non sia così. Sono convinto che un partito debba rappresentare interessi, organizzare un blocco sociale si sarebbe detto una volta. Arrivare al governo è uno dei modi per farlo, ma non l’unico. Continuo a pensare, ad esempio, che abbia influito di più il Pci stando sempre all’opposizione che i partiti suoi (indegni) eredi che nelle loro ragioni costitutive hanno sempre avuto scritta una vera e propria ossessione per il governo. Ecco, fossi nella testa degli (autonominati) dirigenti della sinistra sparsa, mi porrei questo come compito da svolgere per l’autunno: studiare come si fa a incidere nel paese senza per forza doversi alleare con Alfano e soci. Buon lavoro.

Il nodo gordiano delle elezioni siciliane.
Il pippone del venerdì/24

Set 15, 2017 by     No Comments    Posted under: Il pippone del venerdì

 

Insomma il vertice degli autonominati dirigenti di Articolo Uno e Campo progressista c’è stato, hanno faticato a trovare un tavolo tanto grande così da poter permettere a tutti di sedersi, ma alla fine ce l’hanno fatta. Su una cosa si sono trovati tutti d’accordo: non si può rompere per non fare brutta figura. Tutto sta a capire come andare avanti. Cosa, a dire il vero, non proprio chiarissima. La sensazione è che la decisione vera sia quella di prendere tempo.

Ci sarà un grande momento di coinvolgimento popolare in autunno (leggasi dopo le elezioni siciliane del 5 novembre), si legge nel comunicato finale. Per fare cosa non è dato saperlo. Si eleggerà un leader? Si voterà un programma? Chi voterà? Sarà un appuntamento limitato solo agli aderenti di Articolo Uno (Campo progressista non esiste, è una finzione giornalistica) oppure si proverà ad allargarlo agli altri soggetti della sinistra italiana? Si sceglierà il nome? Su tutto questo dai partecipanti al vertice arrivano versioni contrastanti se non opposte.

Secondo punto di ambiguità. Il comunicato parla della “costruzione di un centrosinistra alternativo capace di battere le destre e i populismi e alternativo alle politiche sbagliate del Pd di Renzi”. E questo è il secondo punto di ambiguità. Alternativo al Pd non si può dire, ma almeno alternativo al Pd di Renzi si poteva osare? E invece no, alternativo “alle politiche sbagliate”. E ci mancherebbe altro. Ci siete usciti da quel partito, se manco si prova a criticarne la linea politica… altro che psichiatra. Non è una questione terminologica, ma di fondo. Io resto convinto che il Pd di Renzi sia diventato un partito fondamentalmente di destra, con forti connotati populisti che a tratti diventano addirittura razzisti. Per cui credo che una sinistra che ambisca a recuperare uno spazio importante nel panorama politico italiano non possa che definirsi alternativa. Ma la formulazione scelta va addirittura oltre, fino a spingersi a ipotizzare un’alleanza con Renzi stesso. Ora, sempre secondo me, Renzi è solo la conseguenza ultima dell’errore iniziale (fare il Pd appunto), ma anche a voler essere benevoli, almeno evitare di pensare ad alleanza con quel partito fin quando sarà guidato dal fiorentino si può scrivere? Evidentemente no. L’alleanza con il Pd diventa addirittura imprescindibile nell’interpretazione dei fedelissimi dell’ineffabile avvocato milanese.

Terzo punto di ambiguità. Il rapporto con il governo Gentiloni. Qua la divaricazione appare persino più netta. Da un lato la linea di D’Alema che dice da mesi che bisogna togliere la fiducia, dall’altra Pisapia e Tabacci che di rottura non ne vogliono proprio sentir parlare e parlano di “senso di responsabilità”. Espressione che dovrebbe quanto meno mettere in allarme anche Bersani che ha, diciamo, una certa esperienza di come si perdono le elezioni per eccesso di senso di responsabilità.

Sul rapporto con il governo Gentiloni, insomma, abbiamo raggiunto il massimo del politicismo incomprensibile, quello che allontana gli elettori sani di mente. In pratica: noi vorremmo costruire un centrosinistra alternativo alle politiche messe in campo in questi anni e poi votiamo un governo che di quelle politiche è l’erede e il prosecutore instancabile.

E non basta, facciamo di più: vogliamo “aprire un confronto, senza veti o pregiudizi, con tutti i soggetti politici e civici che condividono” la necessità di un’alternativa. Oggi, in una bella intervista sul Manifesto, il segretario di Sinistra italiana, Nicola Fratoianni, dice, in sintesi: carissimi, va bene tutto, non stiamo a discutere sui termini, centrosinistra, sinistra, parliamo di contenuti, ma almeno un voto per prendere le distanze da Gentiloni… un segnale datelo. Difficile dargli torto.

Anche perché in questi mesi, mediamente, i parlamentari di Articolo Uno hanno sempre votato la fiducia, tranne quelli che fanno riferimento a Pisapia che spesso hanno votato contro. Insomma, verrebbe da dire parafrasando un noto e volgarissimo detto romano, parlano di senso di responsabilità, ma con i voti degli altri.

Che poi, lo voglio dire chiaramente, io tutta questa santificazione dell’Ulivo e delle esperienza passate del centrosinistra mica la capisco. A leggere le dichiarazioni di molti sembra che quando c’era l’Ulivo nei fiumi scorresse latte e dagli alberi nascessero pomi di oro massiccio. Io continuo a pensare che in quel periodo abbiamo costruito i presupposti del deserto di oggi. Dal punto di vista sociale. Cedendo all’ideologia berlusconiana della società dell’immagine. Dal punto di vista del lavoro, costruendo le basi per l’attuale sistema precario. Dal punto di vista economico, rinunciando all’intervento pubblico e arrendendoci all’ideologia del libero mercato. Dal punto di vista politico, smantellando il partito di massa per arrivare al vuoto attuale. Ma anche prescindendo dagli aspetti concreti, da quello che davvero si è realizzato in quel periodo, è proprio questa l’unica strada percorribile per costruire una forza alternativa? Segnalo, anche ribadisco, che il risultato ultimo di quel processo è stata la distruzione di una cultura politica nel nostro paese. Quella dei comunisti italiani. Si vuole continuare su quella strada per eliminare anche il poco che resta?

Nel resto d’Europa, dove più o meno si sono fatti errori simili a partire dagli anni ’90 del secolo scorso, la sinistra ha preso atto della cantonata ed è tornata a fare la sinistra. Rinnovando i partiti tradizionali, come nel caso del Labour in Gran Bretagna, costruendo forme originali e radicalmente alternative come in Spagna, in Grecia o in Francia. Si è tornati a pronunciare la parola socialismo, la usa perfino Sanders negli Stati Uniti. Ma da noi resta una parola proibita.

Si è preferito, per farla breve, un comunicatino stitico per dire che tutto va bene e poi tornare a parlare lingue diverse. Basta leggere le interviste sui giornali. Alternativi al Pd, dice Bersani. Il centrosinistra si fa con il Pd, risponde Luigi Manconi che parla a nome di Campo progressista, ma resta saldamente nel Partito democratico e lo rivendica pure.

Il nodo vero sono le elezioni siciliane. Lì, alla prima prova sul campo, l’alleanza fra Orlando-Tabacci (i due luogotenenti di Pisapia nell’isola) e la sinistra non ha retto. La sinistra, unita, presenta la candidatura di Claudio Fava, Il duo di Campo progressista, malgrado ufficialmente non si schieri, avrà la sua lista a sostegno del candidato di Renzi e Alfano, che del resto è stato indicato dallo stesso sindaco di Palermo. Ora,non sto a cavillare sulle qualità di Fava, sul valore delle elezioni siciliane. Certo, prenderle come test nazionale, viste le specificità dell’isola, potrebbe quanto meno apparire azzardato. Ma al momento rappresentano il vero nodo sulla strada delle elezioni nazionali e degli schieramenti che si presenteranno ai blocchi di partenza. Per due ragioni: intanto è evidente che un risultato positivo di Fava aiuterebbe la creazione di un’alleanza di sinistra, magari anche un qualcosa di più che una semplice lista elettorale. Al tempo stesso, però, una netta sconfitta di Renzi e Alfano potrebbe dare fiato a quanti, nel Partito democratico, vedono nel fiorentino l’incarnazione della sconfitta permanente. Già adesso, a mezza bocca, non sono pochi i dirigenti democratici che evocano la possibilità di una figura meno divisiva come candidato premier. Queste voci diventeranno più forti e riapriranno la partita dopo il 5 novembre? Ho i miei dubbi, ma l’idea di una sconfitta a livello nazionale, nel Lazio e in Lombardia, potrebbe non essere digeribile a chi da sempre dà le carte fra i democratici, Franceschini in primo luogo. E Renzi avrebbe la forza di resistere?

Basta aspettare per capire. Per queste due ragioni, al di là delle schermaglie quotidiane, si muoverà poco nel prossimo mese e mezzo. Io credo, però, che sia sbagliato attendere inerti. Perché c’è il rischio che le elezioni politiche arrivino prima del previsto e perché credo sia un errore grave lasciare che a decidere il nostro futuro sia un appuntamento elettorale parziale, seppur importante. Noi, anche questo l’ho già scritto, abbiamo il dovere di mettere in campo un progetto per il futuro, non lontanissimo magari, ma neanche immediato. Un progetto che si deve confrontare con le urne, non c’è dubbio, ma che non può avere quello come unico traguardo. La sopravvivenza di un piccolo ceto politico non ci interessa.

Ci interessa che una cultura politica importante ritrovi la propria casa e il proprio spazio. Attendere inerti dunque? Io credo che i processi vadano aiutati, magari dal basso. Proviamoci. Proviamo in questo mese a fare dei passi in avanti, a costruire esperienze unitarie nei quartieri, nelle città, nei luoghi di lavoro. E anche in Parlamento con un’iniziativa comune. Sul lavoro. Articolo Uno è nato con questa funzione, quella di fare da cerniera. Nello schema attuale, al contrario, rischia di rimanere in mezzo fra Pisapia e il resto della sinistra. E chi sta in mezzo, si sa, prende schiaffi da una parte e dall’altra. Usciamo dalle ambiguità e andiamo avanti.

E mo basta.
Il pippone del venerdì/23

Set 8, 2017 by     No Comments    Posted under: Il pippone del venerdì

Ma insomma, possibile che, tornato da un meritato mese di vacanze, vi ritrovo al punto di prima? Pisapia che tentenna fra Renzi e la sinistra (è di queste ore una sua articolata intervista al Corriere nella quale non dice assolutamente nulla se non paventare un suo ritiro), la sinistra che tentenna fra Pisapia e se stessa. Se c’è Alfano non veniamo noi, ma se non c’è Alfano possiamo sederci a tavola. E se ci dai l’articolo 17 e mezzo votiamo la finanziaria. E perché non ci invitate alla Festa de L’Unità?

Ma che siamo all’asilo nido? Mi sembra di essere prigioniero di un incubo collettivo dal quale non ci si riesce a svegliare. Tutta pura tattica, politicismi bizantini che non interessano a nessuno. Provo a fare un rapido quadro, senza approfondire. Resto sulle generali, ma dopo un mese di assenza credo sia il modo migliore per riordinare le idee

Ma che il problema è Alfano adesso? Che senza Alfano si può costruire un’alleanza elettorale con il Pd di Renzi? E allora perché siete usciti dal medesimo Pd? Che senso hanno avuto questi mesi in cui abbiamo detto: “Dobbiamo costruire uno schieramento alternativo”? Il problema per me, lo dico da sempre, non è definirsi in contrapposizione. E’ dire chi siamo e cosa vogliamo. Dire cose di sinistra e su queste aprire un confronto. Si vada alle elezioni con una linea politica chiara, una lista unitaria e si offra un impegno agli elettori e ai militanti: il giorno dopo il voto proseguiremo insieme.

Si sarebbe già dovuto fare. Era così difficile, per gente di provata esperienza come Bersani, Speranza, Epifani, Errani, capire che, seppur in vista di un progetto più ampio, Articolo Uno doveva da subito strutturarsi nei territori? Legittimare il suo gruppo dirigente con un rapidissimo appuntamento di natura congressuale, approvare una linea politica chiara e condivisa, e andare avanti con quella. E invece si continua con le riunioni dei gruppi parlamentari (nominati e non eletti) che si sono auto attribuiti la qualifica di dirigenti. Di loro stessi, forse.

Si continua con gli incontri al vertice fra Speranza, uno dei soci costituenti di Articolo Uno, e Pisapia, un altro che si è autoproclamato leader, lanciato da 270 presunte officine per il programma. Tutta roba di ceto politico, che non attrae nessuno. L’Hanno capito D’Alema e Rossi che da mesi si sgolano in giro per l’Italia a parlare dei partecipazione, di idee, di un percorso democratico per definire i leader e i candidati. Nulla di tutto questo è avvenuto. Ora si parla di un’assemblea costituente della sinistra, ma dopo le elezioni siciliane. Si parla di un nuovo vertice fra Pisapia e Articolo Uno che si dovrebbe tenere martedì 12 settembre. Sarà risolutivo dicono. E invece, ci scommetto, se ne uscirà con l’ennesima dichiarazione di buoni propositi.

E, intanto, fuori dai palazzi, che succede? Dal mio piccolo osservatorio personale noto un grande senso di scoramento. Le tante energie che si erano rivitalizzate rischiano di essere disperse, le tante persone che guardavano a noi con interesse tornano a essere distaccate. I sondaggi non possono che essere lo specchio di questa situazione. C’è bisogno di sinistra proprio quando manca la sinistra.

E’ il primo pippone dopo la pausa estiva, non la voglio neanche fare troppo lunga. Ma è impellente un cambio di rotta. Provo a dire qualche punto essenziale, secondo me.

  • Dire chiaramente che si vuole costruire una forza di sinistra alternativa al Pd di Renzi. Dico forza di sinistra e non di centrosinistra, perché considero questo equivoco la tara che ha minato da sempre i democratici. Un partito deve essere di sinistra, di destra, di centro. Ci si può alleare, ma unire culture politiche differenti e distanti porta ad accrocchi indigeribili.
  • Capire chi ci sta, senza pregiudiziali. Chiudersi in una stanza e dettare un percorso costituente rapido e dal basso: comitati locali, assemblee regionali, una grande assemblea costituente prima dell’inverno.
  • Elaborare un comune Manifesto dei valori. Ci serve questo più che un programma dettagliato che poi non legge nessuno. Quali sono le nostre idee forza sulle quali vogliamo puntare? Diciamole chiaramente, senza tentennamenti, senza metafore. La comunicazione deve essere decisa.
  • Abolire la parola governo dai nostri ragionamenti. Il governo è un mezzo, non il fine. Faccio umilmente presente che ha inciso di più il Pci dall’opposizione che la sinistra nei vari governi a cui ha partecipato. Quello che ci si deve porre come obiettivo è il cambiamento in senso socialista della nostra società, non mettere una pezza alle politiche liberiste.

Ovviamente le cose da fare sono molte di più, ho solo sintetizzato, in maniera grezza le emergenze che la quasi defunta sinistra italiana ha di fronte a sé. Si parla di giorni come scadenza temporale per partire davvero, non di mesi.

La Sicilia, da questo punto di vista, mostra qualche sussulto. Malgrado incomprensioni e personalismi che restano sullo sfondo, tutti i movimenti della sinistra si riconoscono nella candidatura di Claudio Fava. Un nome importante in quelle terne, per quello che ha rappresentato, per il suo impegno in prima persona. Si è usciti dallo schema proposto da Leoluca Orlando, proconsole di Pisapia nell’isola insieme a Tabacci. Si è affermata a voce alta l’esigenza di una coalizione alternativa a quella proposta dal Pd. Per fortuna, a toglierci dagli impicci, ha pensato come al solito Renzi che ha concluso un accordo con Alfano e ci ha dato la scusa per levare le tende.

E ora? Si alzano le sirene del voto utile? Si chiama a raccolta contro le destre? E che appello è se un pezzo della destra è già alleato con voi? La partita del governo siciliano, va detto chiaramente, è una partita a due. Se la giocano Berlusconi e Grillo. Mischiarsi in un’accozzaglia (questa sì, lo è davvero) insieme a pezzi del sistema di potere siciliano (con tutto quello che comporta), a pezzi della destra e al Pd di Renzi avrebbe contribuito a far restare a casa i nostri elettori. Vedremo se quest’alleanza, seppur tardiva, basterà a riportarli alle urne. Forse non tutti, ma dobbiamo essere fiduciosi e portare nell’assemblea regionale siciliana un punto di vista davvero alternativo e radicale.

Non che si tratti di un test con valore nazionale, ma un risultato positivo, che testimoni quanto meno l’esistenza di un’area di sinistra, sarebbe anche una spinta forte all’unità a livello nazionale. E se Pisapia non ci sta? Se attua la sua minaccia e se ne torna al suo studio di avvocato? Non ci strapperemo di certo le vesti. Avanti, non è più l’ora dei rinvii.

Le ferie sono finite.

Allarmi son franzosi.
Il pippone del venerdì/21

Lug 28, 2017 by     No Comments    Posted under: Il pippone del venerdì

 

Verrebbe voglia di dedicare l’appuntamento settimanale con il pippone a Pisapia e soci. Agli abbracci impuri dell’ex sindaco di Milano. Ai paradossi di chi sta nel Pd e vorrebbe speigarci come si costruisce una coalizione alternativa al Pd, oppure alla strana sindrome di Tafazzi che spinge Bersani e soci ad andare per sei mesi appresso a uno che non li vuole, oppure ancora a Lerner che si gratta quando D’Alema nomina lo stesso Pisapia. Verrebbe voglia, ma dura solo un attimo, fate conto che l’abbia fatto. Come la penso su Pisapia lo sapete. Elettoralmente conta lo 0,5 per cento e ho detto tutto. Andiamo oltre.

E allora alziamo lo sguardo, perché mentre noi stiamo a litigare sugli abbracci, sul fatto se sia necessaria o meno una forza unitaria di sinistra in Italia, l’idolatrato Macron ci piglia a pesci in faccia. E anche questo ci sta, negli ultimi anni ci siamo abituati a essere sbertucciati dai nostri presunti alleati internazionali. Ha cominciato Berlusconi, Renzi da ottimo allievo si è messo in scia. E adesso avere Alfano come ministro degli Esteri non aiuta di certo. No, non è una battuta, è proprio lui il ministro degli Esteri.

Comunque sia, dalle vicende degli ultimi giorni, la Libia, la crisi sulla proprietà della cantieristica, si possono imparare due cose. La prima è facile facile: quando tu, nel campo della sinistra, hai alcune personalità di livello internazionale, conosciute e apprezzate da tutti, che potrebbero guidare con autorevolezza la diplomazia italiana ma anche quella europea e le rottami per fare posto ad accordicchi di bassa lega e ai tuoi sodali, beh, allora poi non ti stupire se i francesi ti mettono le dita negli occhi.

Non sono un esperto di politica internazionale e quindi non sono in grado di analizzare la situazione in maniera compiuta e approfondita. Mi limito a ricordare, perché di memoria sono ampiamente dotato, che una volta in Medio Oriente eravamo i padroni di casa. Le carte le davamo noi, dal punto di vista politico e questo comportava ovviamente anche un notevole ritorno economico. Ora per entrare dobbiamo chiedere permesso. Certo gli attori sullo scenario internazionale erano gli Andreotti, gli Spadolini, i Craxi (per limitarci alla fine del XX secolo) adesso mettiamo in campo Alfano e Mogherini. Ci piace perdere facile.

L’altro ragionamento, più complesso, ma nel quale provo a muovermi con meno superficialità, riguarda le aziende private e il ruolo del pubblico. Se uno Stato ritiene che un’azienda sia strategica per il suo sviluppo o la sua sicurezza che fa? Beh le risposte sono diverse: se questo Stato è l’Italia le regala a imprenditori privati, preferibilmente stranieri e paga anche i debiti, se invece stiamo parlando della Francia, le nazionalizza. L’Italia dice: il governo non può intervenire, ci mancherebbe altro, ci sono le regole europee, la concorrenza, il libero mercato. La Francia dice: nazionalizziamo, l’Europa tace.

Insomma, secondo le regole europee si può nazionalizzare un’impresa o un settore? Fateci capire bene, non siamo né giuristi né economisti, ma l’anello al naso non lo portiamo più da anni. Noi abbiamo regalato Telecom, rete di comunicazione, Alitalia, trasporto aereo, le acciaierie, il polo chimico, l’Alfa Romeo. Insomma, settori che qualsiasi governante dotato di media intelligenza definirebbe “strategici” sono passati di mano per due lire. E spesso sono stati anche amministrati peggio dai colossi multinazionali che li hanno ereditati o sono stati fatti fallire scientificamente per favorire industrie analoghe in altri Paesi. Ma se si può nazionalizzare e quindi proteggere industrie chiave, anche sostenendole in periodi di crisi, per quale motivo noi abbiamo avuto negli anni passati questa sorta di sacro furore contro il pubblico?

E mica è finita, perché in Italia, e siamo al paradosso, ci sono ampi settori della politica che hanno premuto e premono per far gestire ai privati (meglio se stranieri) anche gli stessi servizi pubblici. Per fermarci a Roma abbiamo messo sul mercato Acea, l’abbiamo trasformata in Spa, pur mantenendo la maggioranza in mano pubblica, per fare cassa. E adesso ci lamentiamo per l’inefficienza aumentata negli anni. La Capitale rischia di rimanere senz’acqua. Non basta: abbiamo addirittura loschi figuri che raccolgono le firme perché vorrebbero privatizzare anche il trasporto pubblico. Per non parlare della sanità dove la maggioranza dei posti letto sono privati. Anzi, a essere puntigliosi sono “accreditati”, ovvero privati pagati dal Servizio sanitario nazionale, dai soldi nostri. Perché i nostri imprenditori sono talmente bravi e coraggiosi che vogliono tutti i guadagni ma non i rischi: non vogliono la concorrenza, vogliono la garanzia.

Se ci pensate bene c’è materia da psichiatri, ma di quelli bravi. Il meccanismo è un po’ questo: c’è un servizio che deve essere garantito dallo Stato, lo peggioro, metto il settore pubblico che lo gestisce in condizione di non funzionare (gli nego i fondi, lo infarcisco di raccomandati, lascio che tutto si sfasci) e poi invoco il santo intervento di imprese private. Che ovviamente costano di più (perché lo Stato non ci deve guadagnare, il privato sì) e spesso non garantiscono neanche un servizio migliore. Perché non avendo come interesse il bene comune, ma il proprio, quando chiedi una prestazione non ti propongono quella più appropriata, ma quella su cui guadagnano di più.

E allora ci sarà una ribellione, immaginerà chi non conosce noi italiani. E invece no. Troviamo qualche azzeccagarbugli che ci dice “l’Europa ci impone la concorrenza, bisogna fare le gare”. Qualche gruppo editoriale sostiene la balla e questa diventa verità assoluta. Poco importa che queste gare non le faccia nessun altro Stato. Noi siamo per il libero mercato. Loro nazionalizzano.

Il caso delle agenzie di stampa è emblematico. Il governo per affidare il servizio ha deciso di fare una gara europea. Un settore che più strategico non si può, quello dell’informazione alle e sulle istituzioni noi rischiamo di affidarlo a un’agenzia francese o inglese. In pratica le notizie sull’Italia al Governo e alle altre amministrazioni le daranno giornalisti di altri Paesi. E gli altri governi ovviamente faranno lo stesso? Manco per niente, sostengono le loro agenzie che danno occupazione ai loro giornalisti. Ma non era un obbligo europeo? Ma quando mai.

Questa ansia privatista ed esterofila è tipica del nostro Paese, tipica del nostro provincialismo, per cui abbiamo un senso di inferiorità innato. Ecco, questo, secondo me, è un bel campo di discussione per la ricostruzione di una sinistra autonoma e alternativa. Il ruolo del pubblico dell’economia deve essere quello di semplice spettatore, oppure deve lo sviluppo deve essere progettato e indirizzato, anche intervenendo direttamente? E quale deve essere il rapporto con gli altri Stati europei? Possiamo finalmente tornare ad avere un rapporto paritario e non essere sudditi? E’ possibile dare a questi temi una risposta che non sia quella di chiusura a riccio della destra populista?

Io credo che sia una delle sfide che dobbiamo raccogliere. Invece di pensare a improbabili leader, alla promozione dei nostri curricula, torniamo a ragionare, a confrontarci, torniamo a pensare il futuro.

L’Ulivetto, la rotazione e altre baggianate.
Il pippone del venerdì/20

Lug 21, 2017 by     No Comments    Posted under: Il pippone del venerdì

E’ passata una settimana dall’ultimo appuntamento con il pippone del venerdì, ma non ho cambiato idea: sono sempre più convinto che l’ostacolo per l’unità della sinistra in Italia sia Giuliano Pisapia. Per non parlare della strana fauna che gli gira attorno: maestri della politica da salotto che sarebbe bene mandare ad attaccare robuste quantità di manifesti.

Pisapia, bontà sua, ha passato due giorni a Roma per incontrare personalità della sinistra, ma anche del Pd. E già questo si capisce poco. Il risultato di questo lavorio è stato uno striminzito comunicato congiunto con il coordinatore di Articolo Uno, Roberto Speranza, nel quale si auspica un’accelerazione nel processo di formazione di una nuova forza politica progressista. Poco altro. Poi, i soliti retroscena, vero scandalo del giornalismo italiano, ci fanno sapere, nell’ordine che:
1) Gad Lerner quando D’Alema nomina Pisapia si gratta parti non telegeniche;
2) Pisapia conta sempre nell’alleanza con il Pd di Renzi;
3) Prodi benedice l’operazione;
4) Orlando punta all’alleanza con Pisapia.

L’operazione, par di capire, sarebbe una riedizione in scala ridotta dell’Ulivo, un Ulivetto a esser magnanimi, che comprenderebbe equivoci personaggi del centro, ex galeotti compresi, per arrivare fino a Pippo Civati. Resterebbero fuori il movimento di Falcone e Montanari, Sinistra Italiana e ovviamente quelli di Rifondazione che vedono Articolo Uno come il braccio armato del liberismo. Secondo Pisapia, insomma, troppo rosso non va bene. Come il primo luglio, quando in piazza dal palco hanno chiesto di non far sventolare le bandiere per non disturbare. Troppo rosso, appunto.

Insomma, mentre in tutto il mondo la sinistra dà risposte in termini radicali alla crisi che la attanaglia da un decennio, in Italia torniamo a sventolare non le nostre bandiere ma le ricette degli anni ’90. Non è politica, è cinema. Per non parlare della prospettata cabina di regia che dovrebbe guidare questo percorso: un rappresentante per ogni forza politica, più i sindaci “arancioni” più singole personalità. Compito di questo coordinamento sarebbe, fra gli altri, quello di trovare le forme per partire dal basso. Insomma, si nomina dall’alto un coordinamento che deve poi partire dal basso. Se la raccontiamo in giro ci rinchiudono.

Ora, quello che manca, secondo me è proprio la percezione della realtà. Si continua a ripetere come un mantra la parola centrosinistra, mentre le coalizioni che si richiamano a questo concetto vengono letteralmente spazzate via in tutta Italia. Si continuano a nascondere il rosso, il socialismo. La nostra storia deve essere negata. Si tengono nascosti in soffitta i nostri padri ideali, da Marx a Gramsci (io che sono estremista ci metterei anche Togliatti, pensate un po’). Si continuano a progettare nuovi soggetti politici senza darsi una prospettiva, una base culturale. Per quale motivo, lo scrivo ancora una volta, abbiamo deciso che una intera cultura politica, quella che viene dal Pci, non può più avere cittadinanza in Italia? Per quale motivo siamo condannati a questa eterna sindrome di Tafazzi?

Altro argomento interessante è la strana fauna che attornia questo presunto federatore del nulla. Simpatici ragazzotti che si ergono a statisti del terzo millennio e proclamano solennemente che vogliono portare in Parlamento “il miglior ricercatore d’Italia”. Bella soluzione per l’annoso problema della selezione della classe dirigente: si mandino i curricula, si fa la rotazione delle cariche. Questa baggianata l’ho già sentita. Fa il paio con l’avversione per il finanziamento pubblico ai partiti, con le campagne contro la casta. Bisogna portare le competenze in Parlamento. Poi se questi non capiscono un tubo di politica poco male, tanto sono i migliori.
Altri vanno in giro per l’Italia a rivendicare il loro voto favorevole al referendum costituzionale. Altri ancora ci fanno la lezioncina sul fatto che bisogna evitare il rischio “sinistra arcobaleno”. Però sono pronti a tornare al loro ruolo naturale di foglia di fico per Renzi.

Io mi chiedo dove li abbia trovati, perché mica deve essere stato facile mettere insieme una squadra così di livello. Non vorrei replicare punto per punto, perché ho già ampiamente scritto su ognuno di questi temi nel corso di questi ultimi mesi. Una sola domanda vorrei fargli: ma se uno è il miglior ricercatore d’Italia perché non metterlo in condizione di svolgere al meglio il proprio lavoro? In Parlamento non sarebbe meglio portarci i migliori politici d’Italia, quelli in grado di ascoltare le sue esigenze e di tradurle in proposta politica? Guardate che questo, come si seleziona la classe politica (e dunque come si rifondano partiti politici veri, democratici e utili) è il vero tema, il vero nodo che non riusciamo a sciogliere.  A meno che il loro fine ultimo non sia semplicemente costituire una sorta di sinistra delle larghe intese, da Berlusconi a Pisapia. Se è così, auguroni.

Ultima notazione, perché siamo ormai in pieno clima vacanziero e sarà bene che anche i pipponi siano più snelli: mentre noi stiamo a discutere sul nulla, quelli che contano già preparano il prossimo attacco. E’ proprio di oggi un editoriale di Angelo Panebianco sul Corriere della Sera (roba seria altro che Repubblica) nel quale si individua il vero obiettivo, il nemico da abbattere. La prima parte della Costituzione. Quella relativa ai principi. Va cambiata radicalmente perché sarebbero quei principi a ingessare la nostra società e a rendere il Paese non in grado di competere. Sia a livello di sistema politico che, ma guarda tu, di sistema economico.

Ecco, cari compagni, questo è quello che ci aspetta nei prossimi mesi. Altro che tende da spostare, altro che discussioni sulle cabine di regia, altro che raffinate dispute epistemiologiche sul sesso degli angeli.

Scarpe rotte, eppur bisogna andar.



Unità della sinistra, l’ostacolo si chiama Pisapia.
Il pippone del venerdì/19

Lug 14, 2017 by     5 Comments    Posted under: Il pippone del venerdì

Chi mi conosce sa bene che dico quello che penso. E non voglio di certo venire meno adesso che ce ne è più bisogno. Ho ascoltato tutti gli interpreti, a titolo vario, ho letto le dichiarazioni, digerito i retroscena, sono stato al Brancaccio, sono stato a Santi Apostoli, sono stato al confronto tra Fratonianni, Falcone e Rossi che c’è stato ieri sera alla festa romana di Si. Sono un paio di mesi che ci penso. E non me la spiego altrimenti. Sono tutti d’accordo sui temi, sono tutti d’accordo sul percorso, sulla necessità di non dare vita a una mera aggregazione elettorale ma di far partire un processo che porti a un nuovo soggetto politico unitario (non unico). Articolo 18, investimenti, progressività fiscale, tassazione dei grandi patrimoni, welfare. E poi identità di una nuova sinistra. Che si allontani dalla terza via di Blair e sia più simile a Corbyn. Nessuno dissente, si chiama fuori al massimo il solo Acerbo, nome omen verrebbe da dire, oscuro segretario di Rifondazione comunista, ma abbiamo detto lista unitaria, unica sarebbe impossibile. Dico di più: si moltiplicano gli appuntamenti, a livello locale, nelle feste estive soprattutto, dove in calendario c’è proprio il tema di come si scrive (prendo a prestito lo slogan di Sinistra italiana non me ne vorranno) una nuova agenda per la sinistra. Appuntamenti dove il carattere unitario è molto forte, a partire dagli interlocutori.

Dico ancora di più. Se escludiamo quattro esperti in settarismo da tastiera che farebbero bene a mettere la testa fuori dal web, più ci spostiamo dai vertici verso la base, verso quel popolo della sinistra evocato da tutti, più il messaggio è chiaro: questa volta o state tutti insieme oppure non ci provate neppure a chiederci il voto. Lo ha capito bene D’Alema, che in questi mesi è davvero quello più in forma. Lo sciopero del voto confermato nelle ultime amministrative si allarga, altro che storie. Si argina soltanto quando ci sono esperienze con tre caratteristiche: unitarie, autonome e alternative al Pd, con una forte radice nei territori.

E allora, ma se questa è la realtà, ma per quale diamine di motivo non si sono ancora seduti a un tavolo, lontano dai riflettori, per buttare giù quattro idee, quattro parole d’ordine? Guardate che noi siamo pronti, dateci i volantini e ci facciamo le spiagge metro per metro, ferragosto compreso. Ecco, la dico chiara, il motivo,l’ostacolo,  secondo me, ha un nome e un cognome: Giuliano Pisapia.

Per non farla troppo lunga e risparmiarvi in questo fine settimana caldissimo, procedo per punti.
Il primo luglio per lui è stato un flop di dimensioni gigantesche: una piazza entusiasta per le parole di un Bersani già in forma campionato, ha accolto con sconcerto i suoi farfugliamenti confusi. La gente si guardava sconcertata. Contenuti meno di zero. Quando ha detto (e ci mancherebbe altro) che bisogna reintrodurre l’articolo 18 c’è stato quasi un sospiro di sollievo collettivo. Carisma, non pervenuto. Capacità di analisi della realtà, nulla. Una figurina telecomandata da potenti gruppi editoriali e dai salotti buoni della borghesia italiana.

Campo progressista e le officine delle idee? Ma chi l’ha visti? Una finzione. La piazza l’ha detto chiaramente: Articolo Uno rappresenta l’unica forza organizzata. E chi farebbe il centro in questo fantomatico centro-sinistra evocato dall’ex sindaco di Milano? Tabacci e Carra? E i preannunciati Letta, Prodi dove stavano? Tutti in campeggio.

E poi la cronaca di queste settimane successive alla manifestazione: la richiesta, reiterata e nuovamente respinta al mittente, di sciogliere Articolo Uno. Non si capisce bene per quale motivo e in cosa si dovrebbe sciogliere. La sinistra si deve radicare nelle città, altro che sciogliere. E poi l’assenza di Pisapia sulle questioni che si pongono di giorno in giorno. Sui migranti, sulle banche, sul Ceta. Dove sta il sedicente leader? Poi la reazione allergica all’idea della cabina di regia della sinistra. Ieri quest’altra grande trovata: non mi candido alle elezioni. Ora, Giuliano caro, ma chi ti credi di essere? Non sei un generale, non hai un esercito, non federi alcunché, ci aggiungo anche che negli anni scorsi non ne hai azzeccata una. Insomma, datti una calmata. E sia chiaro: le prossime elezioni non sono la fine del mondo, ma sono una tappa decisiva nella ricostruzione della sinistra. E allora tutti in campo: quando si devono prendere i voti, i leader servono. E un leader dove lo vedi? Dal consenso che riesce a raccogliere. Tutti dentro la battaglia, territorio per territorio. Casa per casa, metro per metro. O si pensa che bastino gli editoriali benigni di giornalisti amici per generare automaticamente consenso? E poi il Parlamento è il centro della politica italiana, questa idea dei leader che si tengono lontani dalle Camere la trovo non solo sbagliata ma opposta alla mia concezione di democrazia.  Chi vuole contribuire a far crescere il Paese, chi vuole partecipare alla vita politica si candidi e dia il proprio contributo nelle aule del Parlamento. E’ un onore, non una vergogna.

Insomma, io ho sempre cercato, da quando sono uscito dal partito democratico, di essere inclusivo. Abbiamo aspettato gli altri che ancora erano dentro. Non sono per chiudere le porte a nessuno. Ma inclusivi verso chi? Io direi verso gli elettori soprattutto. E adesso non credo sia il momento dell’affermazione del proprio ego. A meno che, questo quello che penso davvero, a meno che non ci sia una profonda divergenza di prospettive.

Ecco, ma fosse sempre il solito il problema vero? Malgrado le affermazioni, la linea di Pisapia e soci resta la stessa: convincere Renzi che serve un’alleanza, che non può andare alle elezioni da solo. Insomma vorrebbero, con la regia di Prodi, ingabbiare, depotenziare il segretario del Pd, con una manovra di accerchiamento: da un lato loro, i padri nobili che gli fanno no con il ditino, dall’altro Orlando, ma anche Francheschini, Bettini e Veltroni che fanno il controcanto dentro il Partito. Da qui l’allergia a una alleanza a sinistra e, ancora di più, alla costruzione di un polo della sinistra in Italia. Pisapia dica chiaramente, per una volta, quale è la prospettiva a cui lavora: una forza alternativa e autonoma dal Pd o l’ennesima stampella a un progetto traballante? Se il suo piano è il piano B, non abbiamo nulla da dirci: uscire dal Pd per farci un’alleanza elettorale insieme, non avrebbe senso. Renzi è sempre quello del jobs act, della riforma costituzionale, delle leggi liberticide come il decreto Minniti.

Nel primo caso, invece, Pisapia scenda dal piedistallo e si metta al servizio, insieme a tutti gli altri, senza primogeniture o presunte leadership. Un leader ha due strade per diventare tale: o è riconosciuto da tutti oppure ha una legittimazione democratica. Secondo me, tra l’altro, alla sinistra italiana serve un gruppo largo e non un capo, la legge elettorale non prevede alcuna forma di indicazione del candidato premier. E comunque la questione sta in fondo all’agenda e non al primo punto.

Enrico Rossi, al confronto che citavo all’inizio ha fatto una proposta che mi pare di grande buonsenso: costruiamo l’unità sui temi, a partire dalla manovra di stabilità. Quello è il momento vero in cui – seppur in ritardo – affermare la nostra discontinuità con il passato e rompere con le politiche renziane che Gentiloni sta portando avanti. La sinistra si metta a sedere attorno a un tavolo e scriva un emendamento comune con quattro idee per il paese. Io alzo il tiro: presentiamo, tutti insieme, una contromanovra. Abbiamo le competenze per farlo. Facciamo vedere che siamo sinistra di governo non a parole ma con i fatti. E poi, niente scherzi: conseguenti fino in fondo. Ci bocciano le nostre proposte, nessuna fiducia a nessuno governo. Serve coerenza fra quanto affermiamo e i comportamenti dei parlamentari.

Allo stesso tempo, l’ho già proposto e lo rilancio, facciamo comitati unitari in tutti i quartieri. Usiamo le feste estive che si stanno moltiplicando in tutta Italia come occasione di dibattito e di incontro. E magari non lasciamo la parola solo ai dirigenti, facciamo parlare il nostro popolo, anzi i nostri quadri, il popolo ancora resta a casa, bisognerà andarlo a cercare a domicilio. Ascoltateci e capirete la nostra voglia di costruire. I retroscena lasciamoli agli editorialisti che guardano la società dal buco della serratura delle veline telecomandate.  Noi abbiamo un altro compito, dobbiamo guardare in faccia la società italiana, quello che non va. Dobbiamo ridare una prospettiva, una speranza. E per fare questo dobbiamo imparare a prenderci i pesci in faccia nelle strade delle periferie. Non discettare sui massimi sistemi in qualche apericena terrazzato.

Bandiera rossa, ridiventa straccio…

 

La fine dell’era dello streaming: partiti addio?
Il pippone del venerdì/18

Lug 7, 2017 by     No Comments    Posted under: Il pippone del venerdì

La notizia fa epoca (si fa per dire): dopo dieci anni, la direzione del Pd non va in streaming: niente diretta tv, si passa alle “porte chiuse”. Aveva cominciato Veltroni – grande comunicatore – nel 2008, poi la diretta internet è divenuta lo strumento preferito dei grillini (almeno a parole), adesso Renzi pone fine all’era della trasparenza totale (finta). Il presidente Matteo Orfini, all’inizio della seduta ha addirittura invitato tutti ad evitare di usare i social durante la riunione. Insomma, a leggere gli intenti, nello spazio di pochi giorni il Pd sarebbe tornato a costumi in stile Pc anni ’70. Quando le riunioni erano riservate e il giorno dopo trovavi solo le decisioni assunte e soltanto sulle pagine dell’Unità. Ora l’Unità l’hanno uccisa, quindi il problema non si pone.

E infatti, in realtà, non è andata proprio così: i giornali online hanno pubblicato in tempo reale la relazione di Renzi, gli interventi di Franceschini e Orlando, i commenti e i soliti retroscena. Cuperlo, che non fa più parte della direzione ma è invitato senza diritto di parola ha già annunciato che pubblicherà oggi quello che avrebbe voluto dire. Pare che per l’attesa migliaia e migliaia di iscritti al Pd abbiano passato la notte insonne.

Al di là delle battute, mica si è capita bene la motivazione dell’oscuramento della Direzione. Le telecamere sarebbero un’istigazione al litigio, si dice nei corridoi, eccitano gli animi e aumentano il protagonismo. Di motivazioni ufficiali non ce ne sono. Si paventava un regolamento di conti da duello rusticano tra Renzi e Franceschini. In realtà, Renzi lo ha un po’ preso per il sedere, Franceschini come tutta risposta ha votato a favore della relazione del segretario. Il senso dell’importante documento? “Mi hanno votato alle primarie, ora faccio come mi pare”. Il ministro dei Beni culturali se ne faccia pure una ragione: dovrà lavorare meglio e di più per accoltellare il leader. Dopo Veltroni, Bersani e Letta, del resto oramai è un esperto.

Ora, direte voi, ma che ce ne frega se la direzione del Pd va in streaming oppure no? Davvero poco in realtà, anche perché, come già detto, chi vuole sapere cosa è successo viene ampiamente informato praticamente in diretta dalle solite veline che fanno circolare gli staff.  Una Meli che le virgoletta e te le stampa sul Corriere si trova sempre. A buon mercato, non costano neanche tanto. La diretta streaming, insomma, è roba da addetti ai lavori. Al massimo aiuta quei giornali locali che non si possono permettere un inviato a Roma.

La cosa interessante, però, è il cambiamento direi quasi “di costume” direi che avviene nella politica italiana. I 5 stelle, in questo caso, sono stati i primi assoluti a dismettere lo streaming. Del resto la segretezza, al di là dei proclami ufficiali, è il loro marchio di fabbrica. Segreti sono i meccanismi di votazione, riservatissimi tutti i colloqui, segretissimi i criteri per la scelta di tutte le cariche. Lo streaming lo hanno preteso solo per sbattere in faccia il loro no alla proposta di Bersani dopo le elezioni del 2013. Vollero umiliare l’allora segretario del Pd. Continuo a pensare che un governo Pd-Sel con l’appoggio esterno del M5s (una sorta di riedizione della non-sfiducia dei tempi antichi) avrebbe rappresentato una rivoluzione per il nostro Paese. Ma questa è un’altra storia.

Insomma, la fine della diretta streaming in politica rappresenta davvero la fine di un’epoca. Ma non quella della trasparenza nella vita interna dei partiti, che, se permettete, è una grossa stupidaggine. La data di ieri, cosa davvero più rilevante, rappresenta la fine certificata dell’ultimo partito di massa presente in Italia. Che Renzi avesse da sempre una sorta di “invidia penis” nei confronti di Grillo, Berlusconi e Salvini, questo si sa. Tutti leader che fanno e disfano senza dover fare congressi, primarie, direzioni. Che il segretario del Pd provasse una sorta di fastidio per le forme democratiche di partecipazione lo avevano già intuito gli italiani: tutte le riforme istituzionali tentate dal fiorentino tendono ad eliminare la possibilità per i cittadini di scegliersi i propri rappresentanti.

Nella direzione di ieri ha esplicitato il suo ragionamento: sbagli – ha detto all’ex fedelissimo Franceschini – a esternare le tue critiche sui giornali. Ci sono gli organismi dirigenti di partito per parlare. Parla qui. Tanto non me ne frega nulla perché io rispondo soltanto ai due milioni di cittadini che mi hanno eletto. Insomma, non puoi parlare sui giornali perché danneggi il partito, ti puoi sfogare qui, tanto non ti ascolta nessuno. E attento, caro Dario, perché c’è da fare le liste. Per la cronaca: i due milioni, sono un milione e otto scarsi, e solo il 70 per cento di loro ha votato Renzi. Cambia poco, ma in questo Paese le leggende a forza di essere ripetute diventano realtà, meglio essere pignoli.

Insomma per farla breve, io la vedo così: perché trasmettere in streaming un “non dibattito” in un “non partito”? Il Pd, ormai, è affare interno di casa Renzi, che per caso voi trasmettete in streaming i pranzi di famiglia?  Se ne facciano una ragione quelli che si definiscono “sinistra” o “minoranza” del Pd. Ormai sono soltanto la foglia di fico piazzata lì dallo stesso Renzi per cercare di frenare la vera e propria diaspora che il Partito democratico sta subendo giorno dopo giorno. Centinaia di quadri e dirigenti che se ne tornano a casa. Fogli di fico utile fino a quando non alzano troppo la testa. Perché allora arriva la mannaia. Inesorabile. E del resto, fra un po’ c’è da fare le liste. Meglio starsene buoni, in fondo.

E’ finito il sistema dei partiti. Questa è la verità. La cosa può far felici anche i populisti di tutte le risme, ma la verità è che si produce una grave ferità, perché i partiti rappresentano uno strumento insostituibile di partecipazione alla vita democratica che non può essere limitata al fare una croce su una scheda, dove, tra l’altro, molto è stato già deciso. Questa è la verità e questa è un’emergenza. Perché rappresenta un po’ lo specchio estremo della nostra società. Una società in cui, malgrado l’illusione della comunicazione permanente, si è sempre più isolati, chiusi nel narcisistico isolamento del like sui social, si è sempre più singoli e meno comunità. Per questo è importante non solo ricostruire una forza politica che dia una rappresentanza alla sinistra nel nostro Paese, è importante ricostruire una comunità politica, una casa fatta di un “cielo”, una identità precisa, e una “terra”, una piattaforma di proposte nette e radicali che possano dare un futuro a questa terra stanca. E questo lavoro, non sarà facile, ma è quello che serve davvero non solo alla sinistra, ma al nostro Paese.

Un’ultima notazione, fuori tema, e vi lascio prima del solito, fa caldo e non voglio sterminare i lettori. Regione Lazio: avanza la candidatura del sindaco di Amatrice, Sergio Pirozzi, arretra quella di Nicola Zingaretti, tentato da un più comodo seggio in Parlamento. Tempi duri ci attendono, non che questi anni siano stati rose e fiori, tutt’altro. I prossimi, con questi dati di partenza, saranno peggio.

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