Tagged with " speranza"

Si parte: forse è la volta buona.
Il pippone del venerdì/60

Giu 15, 2018 by     No Comments    Posted under: Il pippone del venerdì

E in un caldo pomeriggio di metà giugno, all’improvviso, ti arriva una mail da Grasso con scritto “Finalmente!” e poi le date per il percorso costituente del partito. Chi ci sta, ci sta. Permettetemi una polemica preventiva: caro Grasso finalmente lo possiamo dire soltanto noi che lavoriamo da anni per arrivare a un partito nuovo, non chi ha esercitato poco e male la sua funzione di leader. Ora lavoriamo tutti insieme, tutti soldati semplici, nessun generale. Si strappino i gradi frettolosamente appuntanti sulle divise di ufficiali improvvisati e si torni a discutere da pari a pari. Tutti.

Leggo che c’è chi parla di accelerazione, di fretta eccessiva, leggo di moniti a non cristallizzare una classe dirigente che colleziona sconfitte e basta. Non si capisce bene di quale accelerazione si parli. Prima del voto avevamo detto, tutti insieme, dal 5 marzo Liberi e uguali diventerà un partito. Non è che abbiamo detto: dal 5 marzo, se vinciamo le elezioni si fa un partito altrimenti ci si scioglie. Ora siamo in ritardo, altro che accelerazione. Siamo stati fermi troppo a lungo e bisogna ripartire. E non mi sembra che un percorso che prevede un congresso fra sei mesi sia da giudicare frettoloso. Anzi. Fino a ottobre si parlerà solo di idee, senza nominare gruppi dirigenti, senza impelagarsi in oziose riunioni dove ci si scanna su un nome o su un altro. Ed è bene che sia così, magari in questa maniera facciamo emergere chi ha idee nuove e non i soliti noti legati a note cordate.

Di un partito della sinistra poi – sapete come la penso – c’è bisogno. Un partito nuovo, senza dubbio, che riparta dalle radici socialiste e faccia una seria analisi di quanto è successo negli ultimi 25 anni, forse anche 30, un partito che ripensi le forme della partecipazione, che sia promotore di una nuova sinistra anche a livello europeo. Tutto vero. Tutte questioni aperte. Scogli da superare. Non so se riusciremo a trovare una sintesi fra le diverse posizioni di partenza. Di una cosa sono sicuro però: se il dibattito resta chiuso fra i sedicenti gruppi dirigenti di Leu non ne usciamo davvero. Io resto convinto che più si scende dal vertice e più le differenze si sfumano. Tutto sta a costruire occasioni vere di confronto.

Su un punti sono d’accordo con i critici del processo costituente (e su questo argomento, tra l’altro, si assiste a strane convergenze): Liberi e Uguali è insufficiente. Questa affermazione, a dire il vero, è un po’ la scoperta dell’acqua calda. Lo dicono da sinistra quelli che rimpiangono il Brancaccio, lo dicono da destra quelli che auspicano ancora il big-bang del Pd per favorire una nuova articolazione delle forze in campo. Fra un po’ finisce che torna di moda anche Pisapia. Nessuno pensa che sia sufficiente sommare Sinistra italiana e Mdp per riempire il vuoto che c’è nell’offerta politica. Tra l’altro in politica le somme spesso non funzionano, il totale è inferiore agli addendi.

Per me però Liberi e uguali è il nucleo da cui ripartire. Anche per uscire da quel vizio che ha ucciso la sinistra cosiddetta radicale da Bertinotti in poi: tutte le aggregazioni messe in campo alla ricerca di costruire una “massa critica” che riuscisse a incidere nella società italiana si sono sciolte come neve al sole anche quando hanno avuto un certo successo. Una sorta di trasposizione in politica della tecnica della tela di Arianna. Si tesse di giorno e poi si disfa tutto durante la notte. E invece ora è tempo di tessere. Non serve costruire fortini chiusi nei quali asserragliarsi, ma costruire un tetto, una casa con porte e finestre spalancate. Una casa aperta, insomma, anche a chi al momento non se la sente di mettersi in gioco un’altra volta.

E il momento è proprio questo. Intanto perché le prossime scadenze elettorali sono lontane. Alle Europee, tra l’altro, si vota con un sistema proporzionale sostanzialmente puro e potremo mettere in campo la nostra proposta senza il ricatto solito del voto utile. Un risultato positivo in quella occasione, insomma, potrebbe essere un mattone importante, dobbiamo far vedere che il voto a sinistra è di per sé un voto utile.  Ma anche perché il patto Salvini – Di Maio sta creando uno spazio importante che non va lasciato vuoto. Le prime settimane di questo governo hanno completamente oscurato i temi cari al Movimento 5 stelle, penso al reddito di cittadinanza, ma anche ai beni comuni. Tutti temi “di sinistra”. E invece si è parlato di condoni, di porti chiusi per i rifugiati, di meno tasse per i ricchi. Un governo il cui asse appare fortemente schiacciato sulla destra estrema, insomma, neanche su quella moderata. E un governo di questo tipo inevitabilmente svelerà l’inganno elettorale che ha attratto tanta parte dell’elettorato storico della sinistra. Un primo effetto lo abbiamo visto con il turno amministrativo di domenica scorsa. Ora, anche scontando una difficoltà dei 5 stelle rispetto a questo tipo di elezioni, nelle quali il loro scarso radicamento sul territorio pesa sempre in maniera negativa,  il loro risultato è quanto meno deludente. Un dato è evidente, insomma: poi magari i ballottaggi non andranno tutti a finire bene, la sinistra è ancora troppo “stordita” dalla botta del 4 marzo, ma dove si sono presentate coalizioni di tipo nuovo, con candidati credibili, di natura civica e di sinistra, queste sono pienamente in partita, come si dice in gergo sportivo. Non c’è più la sensazione, come  è successo nelle ultime tornate che la contesa sia fra destra e grillini.

Non c’è ancora, come è ovvio, un ritorno dell’elettorato in massa. Difficilmente i voti passano da un partito all’altro: quando hai una delusione e cambi schieramento politico hai bisogno di un periodo di “decantazione”. E quindi cresce l’astensione. A Roma il fenomeno è ancora più evidente, perché a ragioni di politica generale si somma una forte delusione per il disastro dell’amministrazione locale. Ma anche altrove, a macchia di leopardo, vediamo la sinistra tornare a vincere.

Due notazioni rivolte ai distinti sostenitori della “purezza ideologica”. Dove Leu non si presenta unito non esiste. Non è che si hanno risultati deludenti, sono proprio inesistenti. Le liste di Si, di Mdp, di Possibile, difficilmente superano l’1 per cento. Le liste di Liberi e uguali, pur scontando la nostra scomparsa post 4 marzo, non solo esistono, ma arrivano spesso a percentuali decisive per la vittoria e eleggono consiglieri comunali. Io sono mai stato un fans del “partito degli amministratori”, ma un partito nelle istituzioni ci deve pure stare, altrimenti non sei un partito ma una bocciofila. L’altra notazione è che continua il momento disastroso del Pd. Le vittorie per la sinistra arrivano dove più forte è il profilo civico della coalizione e meno si sente la puzza di Renzi. Basta pensare a Trapani. Il tutto il sud le liste dei democratici non arrivano al 10 per cento. Un ulteriore segno che quella proposta politica ormai non attrae più l’elettorato.

C’è un doppio vuoto, insomma. E in politica è bene non lasciare spazi, perché se non li copri tu lo farà qualcun altro. E’ bene che Leu acquisti forza, protagonismo, che sia presente nel dibattito politico. Senza reticenze, dicendo cose chiare e semplici. Certo, tagliando con il metodo veristico utilizzato in campagna elettorale. Certo, mettendo in campo forze nuove, anche ma non solo dal punto di vista anagrafico. Certo, trovando una sintesi fra le posizioni in campo e ponendo basi forti per essere autonoma e non andare a ricasco di altri.

I dubbi e le cautele ci stanno tutti. Ma il tempo è questo, altro che fretta, è tardi.

Attenzione a non farli diventare eroi.
Il pippone del venerdì/57

Mag 25, 2018 by     No Comments    Posted under: Il pippone del venerdì

Qua bisogna fare l’opposizione, non pensare di rivolgere contro il nuovo governo i metodi usati da loro. La ragione è semplice: se hanno funzionato contro la politica “tradizionale”, rischiano di essere un clamoroso boomerang contro i “nuovi” arrivati. L’esperienza l’abbiamo fatta a Roma, dove la disastrosa sindaca Raggi, eletta ormai 2 anni fa, vive ancora in una sorta di luna di miele infinita con buona parte dei cittadini. Che hanno sì gli occhi pieni del degrado della città, ma in testa ancora troppo vivi i ricordi di Alemanno, di Mafia Capitale e dei consiglieri del Pd che vanno alla chetichella dal notaio per sfiduciare il sindaco eletto dai cittadini. E sono ancora pronti a perdonare la sindaca bollata come “inesperta”, ma “sempre meglio dei ladri che c’erano prima”.

Vedo gli stessi rischi nelle dinamiche che si stanno sviluppando a livello nazionale. Qualche svista nel curriculum del presidente incaricato diventa una violentissima campagna di stampa. Ora, non che non sia grave, ma nulla in confronto a cosa hanno combinato i governi precedenti. Vogliamo parlare di Banca Etruria? O degli attici al Colosseo ricevuti in regalo? Siccome, poi, la campagna viene lanciata addirittura dal New York Times, rischia addirittura di sembrare la reazione dei poteri forti al cosiddetto governo del cambiamento. Ancora una volta si ripropone l’antitesi fra l’establishment – brutto e cattivo – e l’indistinto bisogno di “nuovo” che anima questo nostro confuso paese. E’ stato nuovo Berlusoni, poi è stato nuovo Renzi. Adesso il fatto che Conte sia anche uno sconosciuto ai più lo mette automaticamente in buona luce. E anche i contrasti con il presidente Mattarella sul nuovo ministro dell’Economia rischiano di essere un ulteriore tempo di questa partita che porta voti e consensi a Lega e 5 Stelle. Perché una cosa sono le prerogative del Presidente della Repubblica, tutte molto vaghe e applicate in misura variabile a seconda della forza dei partiti che ha di fronte, un’altra il sentire comune degli italiani. Ora, a me non sta particolarmente simpatico Savona, ma dire di no a Salvini per un mero dissenso politico sarebbe l’ennesimo regalo fatto alla Lega. Secondo me quasi quasi ci sperano addirittura. Il format è sempre lo stesso: vecchia politica moribonda che vuole bloccare il cambiamento. E l’immagine del morto che afferra il vivo e lo vuole portare con sé non è proprio delle migliori.

Io credo che l’opposizione sia un’altra cosa. Come era facile immaginare alla fine, con mille difficoltà e mille giravolte, alla fine un governo si sta facendo. Piaccia o non piaccia ce lo terremo a lungo. La Lega vuole prendere in pieno l’onda che la sta sospingendo sempre più in alto di giorno in giorno. I 5 Stelle hanno bisogno di mettere in campo i provvedimenti necessari a far capire che sono in grado di mettere in atto i programmi a lungo agitati come mere clave. E ricorrere ai vecchi rituali della politica per fare opposizione sarebbe un suicidio. Lo dicono i risultati delle ultime consultazioni: dal 4 marzo si è votato in 3 regioni e per la sinistra è stato un bagno di sangue dopo l’altro.

Sarà anche un test di scarsa rilevanza ma il Pd non entra nel consiglio regionale della Val D’Aosta. Dal 1946 il Pci, Il Pds e i Ds – dei quali i democratici continuano a dichiarararsi parzialmente eredi – non avevano mai avuto forza enorme ma erano sempre stati rappresentati. Meglio va alla sinistra propriamente detta che – saggiamente abbandonato il logo di Liberi e uguali, ma su questo torno dopo – ha preso il 7 per cento e tre consiglieri.

Non è questa la sede per entrare a fondo sui temi da mettere al centro dell’opposizione. Segnalo soltanto che mentre Lega e 5 Stelle stavano trattando su fisco, lavoro, ambiente, mettendo al centro del loro “contratto” i temi con cui ogni giorno gli italiani fanno i conti, il Pd svolgeva una fantascientifica assemblea nella quale l’argomento era più o meno questo: votiamo Martina come segretario fino al congresso stabilendo una data, oppure non lo votiamo e lo facciamo restare semplice reggente, sempre fino al congresso, ma senza indicare subito una data? Alla fine il principale partito dell’opposizione manco questo è riuscito a decidere, rimandando lo scontro furibondo a una successiva assemblea. Il tema era così delicato, insomma, da scomodare mille e passa delegati per ben due volte. Nelle stesse ore i leghisti spiegavano ai cittadini con gazebo sparsi per tutta Italia il programma del futuro governo. La differenza non è poca.

E meglio non va se si pensa alla sinistra propriamente detta. Anche in questo caso l’appuntamento è una assemblea nazionale che si svolgerà domani, sabato 26 maggio, in un hotel alla periferia di Roma. Ancora un luogo chiuso, quasi a simboleggiare un destino. Sui limiti di questa convocazione ho già scritto e quindi la faccio breve. Ma gli ultimi sviluppi sono esilaranti. Prima arriva una comunicazione in cui si invita chi vuole intervenire a mandare una mail. Pare che le richieste siano centinaia e questo del crescente bisogno di apparire in prima persona in ogni occasione dovrebbe essere materiale di ampia riflessione. Nulla però si sa dell’ordine del giorno dell’assemblea. Secondo le poche notizie che arrivano dai giornali anche in questo caso ci sarebbe uno scontro furibondo in atto: diciamo subito che vogliamo fare un partito o lo si fa al termine del percorso? Che partito facciamo? Unitario o federato? Che si allea con il Pd o no?

Io vi voglio bene, ma qui si sta esagerando. Io credo che sarebbe bene decidere intanto, formalmente, che faremo un partito. E poi avviare una fase di discussione, se non va bene la parola congresso perché vi pare che “escluda”, chiamiamolo anche piripicchio, l’importante è il concetto. Ma soprattutto bisogna tornare nelle piazze. Perché non lanciare, dal prossimo fine settimana, una specie di “operazione verità”? Mille gazebo in tutta Italia nei quali mandiamo deputati, dirigenti e militanti. Megafono in mano, come si usava una volta, a spiegare agli italiani perché il programma del governo andrà a impoverire tutti loro. La flat tax, la ventilata chiusura dell’Ilva, una politica suicida sull’immigrazione. Facciamo un volantino chiaro dove scriviamo – solo per fare un esempio – che la tassa uguale per tutti è un regalo ai ricchi. Senza tante perifrasi. Diciamo poche parole, ma comprensibili a tutti chiare: meno ore di lavoro per tutti, a parità di salario; patrimoniale per i ricchi, tasse più basse per i redditi medio bassi. Mi fermo, ma l’elenco sarebbe lungo.

Mi prendo, infine, poche righe per aprire un breve ragionamento sugli spazi sociali. Uno dei problemi della nostra società, credo che ormai ci siano arrivati tutti, è la mancanza di società. Non è un gioco di parole: viviamo in un mondo dove ci sono sempre più “singoli” e meno comunità. E la sinistra non può che battersi contro questo fenomeno. Ecco, credo che questo sia uno dei terreni di azione. Non basta, ad esempio, essere solidali con la Casa delle donne di Roma, minacciata di sfratto (la questione è più complessa, ma la faccio breve) perché in arretrato con gli affitti. Bisogna dire che le esperienze sociali devono avere spazi a costo zero. C’è un patrimonio pubblico non usato. Vecchie scuole, negozi, interi palazzi vuoti. Si faccia un bando: li affittiamo a costo zero a chi mi garantisce un uso sociale. Anche ai partiti, ai sindacati. Tutto quanto fa “società”, crea punti di aggregazione deve essere protetto e incentivato dal pubblico. Poi magari si controlla, si fanno verifiche sulle attività, in maniera da evitare che qualche furbetto ci si faccia il ristorante o l’albergo abusivo. La questione sarebbe complicata, magari ci tornerò.

La finisco qui, sperando che di proposte come questa si parli all’assemblea di Liberi e uguali e non di astratte alchimie. A proposito, dimenticavo: troviamo un nome e un simbolo, che dicano chiaramente chi siamo. Leu credo sia definitivamente bruciato dal 4 marzo.

Tranquilli, siamo tutti su scherzi a parte.
Il pippone del venerdì/55

Mag 11, 2018 by     No Comments    Posted under: Il pippone del venerdì

Sintetizzo il quadro in cui ci troviamo. Nasce il governo più a destra nella (breve) storia della nostra Repubblica, con i voti di quelli che mai avrebbero fatto alleanze con chi “aveva rovinato l’Italia negli ultimi 20 anni”. Ora accettano perfino Berlusconi nel ruolo di badante interessata. Allo stesso tempo il capo del principale partito di opposizione, quello che, nell’immaginario collettivo, rappresenta la sinistra che fa? Chiama i suoi elettori alla mobilitazione? No, ci mancherebbe altro. Dice: adesso stiamo a vedere se siete bravi, popcorn per tutti. Intanto quelli della sinistra vera, ancora rintronati dallo scarso risultato elettorale non sanno bene se convocare un’assemblea nazionale unitaria: “Che gli diciamo ai nostri?”, è l’angosciata domanda aleggiata nel vertice di giovedì scorso. Mentre ci pensano bene, il prossimo ministro dell’Interno potrebbe essere quello della ruspa, quello che vuole cacciare gli immigrati a pedate, mentre il ministro degli Esteri potrebbe essere uno di quelli che voleva un referendum sull’uscita dall’Europa.

Sembra davvero un grande scherzo televisivo, quello ordito ai danni degli italiani. Che assistono quasi intontiti da questi due mesi di trattative. I mass media ci hanno convinto che un governo va fatto, ci hanno messo in mezzo anche gli europei, i soliti moniti sui nostri conti. Mattarella ha paventato un immediato ritorno alle urne e, come di incanto, tutto si è sbloccato. Caduti i veti dei 5 stelle, garantito Berlusconi che non partecipa al governo ma sta lì in caso di necessità. Tirano un sospiro di sollievo i 900 e passa parlamentari che temevano di restare a piedi.

Ci sono stati casi di panico acuto in questi giorni. Abbiano letto interviste drammatizzanti, ad esempio, di Roberto Speranza, autonominato coordinatore nazionale di Articolo Uno – Mdp, che preconizzava l’esigenza di un “campo largo”, di una nuova alleanza di centro-sinistra, profondamente innovata nei contenuti e nei partiti, che facesse da argine ai due contendenti veri della scena politica. E’ lo stesso Speranza che dopo il 4 marzo diceva che Leu aveva preso pochi voti perché percepita troppo in continuità con il Pd. Giovedì era pronto a farsi guidare da Gentiloni. Abbiamo letto di telefonate preoccupate di Renzi a Salvini: “Ma davvero non ce la fate a fare il governo?” Tutti presi dal panico, perché avevano ben chiaro che rischiavano la scomparsa o, quantomeno, la definitiva certificazione della loro irrilevanza.

Lasciato da parte il cinema e i popcorn, ho scritto tutto questo per arrivare a una domanda vera, la stessa che vi ripeto – lo so sono ormai a livelli ossessivi – da qualche settimana: non è che aveva ragione Nanni Moretti e che con dirigenti così non vinceremo mai? E la domanda seguente, quasi conseguente: non è che per Leu il 4 marzo sarebbe stato meglio stare sotto il tre per cento e rimanere fuori dal Parlamento? Forse era quello l’unico modo di liberarci una volta per tutte da queste mezze figure. Uno strano mix di vecchie cariatidi ferme al ‘900 e di giovani cresciuti con gli ormoni come i polli da batteria: sembrano belli e sani, ma sono soltanto gonfiati. E invece quel risultato miserello, ma sopra il quorum, ottenuto da Liberi e Uguali ci ha consegnato questo gruppuscolo di 18 parlamentari che un confronto vero con i propri militanti non ce l’ha proprio in testa.

Sabato 12 maggio è previsto il primo appuntamento pubblico di Articolo Uno. Sono passati più di due mesi dalle elezioni. Dopo una batosta simile si immagina un lavoro preparatorio, intenso, un documento nazionale discusso ed emendato a livello locale. Assemblee di base per stabilire i delegati a questa importante assemblea. E invece no. Si sono svolte le assise regionali senza manco sapere quale fosse l’ordine del giorno, né tanto meno chi avesse diritto di voto: una specie di grande seduta di autocoscienza dove ognuno ha parlato a ruota libera. Quella del Lazio, addirittura, manco si è conclusa: è stata aggiornata alla settimana prossima. E domani? Ingresso libero, solita sfilata di sedicenti leader della sinistra nelle sue varie forme, i soliti noti. Dalla Falcone, a Cuperlo, a Fratoianni, a Orlando. Un lungo elenco di bolliti che dopo aver sbagliato tutto o quasi negli ultimi decenni ci verrà a spiegare come continuare a farlo. Il congresso, Articolo Uno lo farà con calma, entro la fine dell’anno. E soltanto perché questo prevede il regolamento per ottenere i finanziamenti del 2 per mille, l’unica forma rimasta di contributo pubblico. Ancora cinema, insomma. E neanche di alto livello.

Allora che fare? Io sarei sempre per ripartire da assemblee al di fuori e al di sopra rispetto ai partiti esistenti. Che sono soggetti ridicoli, che non esistono più se non per dare un po’di medagliette da dirigente. Assemblee aperte, dove non ci si chieda da dove veniamo ma dove vogliamo andare. Non mi sembra, purtroppo, che ci sia lo spirito giusto. E allora bisogna combattere con i pochi mezzi che abbiamo, dentro questi partitini. Io lo farò, per le limitate forze che ho, dentro Articolo Uno. In questi mesi le scadenze elettorali, la necessità di fare comunque fronte comune, mi hanno indotto troppo spesso al silenzio e alla ricerca del compromesso. Da adesso, davvero basta. Lotterò, magari da solo, ma le spalle sono atte allo scopo, con pochi punti da cui partire.

  • Dimissioni immediate del gruppo dirigente nazionale di Articolo Uno. Speranza per primo. Non è possibile che in due mesi non abbiano sentito l’esigenza di avviare un confronto e abbiano continuato a parlarsi unicamente tra loro. Unica preoccupazione: come garantirsi il ritorno in Parlamento in caso di un nuovo voto. Grazie, non mi interessa. Sia chiaro a tutti che quando parlano non rappresentano che loro stessi. E siccome manco vanno d’accordo, a volte neanche quello.
  • Avvio altrettanto immediato dei “Laboratori della sinistra unita” in ogni quartiere. Su questo molto ho già scritto. Articolo Uno nasce un anno fa con questo scopo dichiarato. Sarebbe assurdo che proprio adesso decidesse di diventare a sua volta un partito con la propria struttura. E allora nessun tesseramento, nessun nuovo gruppo dirigente, si riparta da una forma il più aperta e inclusiva possibile, quella del “laboratorio” appunto. L’obiettivo è arrivare in tempo relativamente breve alla costruzione di un partito unitario. Non una federazione, perché sarebbe una presa in giro, una sorta di certificazione del fallimento. Semmai una forma nuova di aggregazione politica dove l’adesione possa essere sia a livello personale che collettivo. Nei laboratori si dovrà discutere e deliberare su pochi punti: la forma partito, la collocazione europea della nuova forza politica, i cardini essenziali per la stesura di una carta dei valori.

 

Io credo che la situazione, sempre che non sia tutto un grande scherzo, sia quasi disperata ormai per questo Paese. Sarà davvero la fine del bipolarismo destra-sinistra? C’è chi lo teorizza, quasi lo auspica, senza capire che, senza una forza che torni all’analisi marxista della società e la traduca nel mondo contemporaneo, non ci sono nuovi traguardi, c’è soltanto lo strapotere dei forti sui deboli. C’è il ritorno a una società dominata da quella élite che abbiamo combattuto dall’800 a oggi. Io credo che l’Italia sia una sorta di prova generale, siamo una specie di provetta dove i giganti della finanza sperimentano. E sarebbe bene che questo virus fosse isolato e battuto. Se ognuno di noi fa la sua parte con lo spirito che dicevo sopra ce la potremmo anche fare. Diciamolo in ogni occasione, nei partiti e nei movimenti di cui facciamo parte: non ci sono alleanza né campi da ricostruire, dobbiamo ripartire da noi stessi, dobbiamo ritrovare la capacità di parlare al nostro blocco sociale di riferimento. Prima la sinistra. Diciamolo forte, in ogni assemblea.

Niente scherzi, ora si rema. Magari tutti nella stessa direzione.
Il pippone del venerdì/46

Mar 9, 2018 by     1 Comment     Posted under: Il pippone del venerdì

Se vi aspettate un pippone lamentoso per la serie “quanto siamo incompresi noi della sinistra” oppure, ancora peggio, “abbiamo sbagliato tutto, quanto sono cattivi quelli di Mdp” (sostituire con Si o Possibile a seconda della formazione politica di provenienza), oppure ancora un’infinita lista di errori commessi dai nostri dirigenti, dicevo, se vi aspettate tutto questo, cambiate pagina. Il 3 per cento è la nostra realtà. Questo siamo oggi, da qui bisogna ripartire.

Del resto, conoscevamo bene i problemi che avrebbero caratterizzato questa campagna elettorale. Un’aggregazione che appariva frettolosa e tardiva al tempo stesso, un simbolo sconosciuto ai più, l’appello al voto utile che ci avrebbe inevitabilmente schiacciato. Non ha premiato il Pd, ma i 5 stelle, che sono stati percepiti dall’elettorato come l’unica alternativa credibile alla destra. Infine, non lo dimentichiamo, abbiamo giocato una partita, mi piace credere sia soltanto il primo tempo, su un campo – il Rosatellum – che non avevamo di certo scelto noi. Anzi, era stato studiato nei particolari per metterci in difficoltà.

Certo, poi ci abbiamo messo del nostro. Dell’entusiasmo di quella mattinata romana in cui Grasso aveva lanciato Liberi e Uguali è rimasto ben poco nei mesi che si sono succeduti. Le assemblee-teatrino in cui era tutto deciso, le liste calate dall’alto senza tenere conto delle proposte dei territori, la gestione farraginosa delle alleanze per le elezioni regionali. E poi il silenzio dei media, pronti a fare da grancassa soltanto a quello che ci metteva in difficoltà. Dalle affermazioni ambigue, alle differenze di vedute fra i nostri candidati. Li ricordate i litigi fra noi sui social sulla parola “foglioline”? Beh, altro che tafazzismo. In più mettiamoci anche i mezzi a disposizione. Scarsi. L’organizzazione. Approssimativa. Infine, lasciatemelo dire da un punto di vista professionale, una campagna di comunicazione di scarso spessore.

Lo sapevamo. Come sapevamo che il nostro era un tentativo necessario ma insufficiente. Questa non è comunque la fine della storia. In questi mesi ce lo siamo detti per farci coraggio o perché lo credevamo davvero? Bene, care tutte e tutti, come va di moda dire, io ci credevo davvero. Perché questo impegno ha riempito le mie giornate dal 2015 – quando ho lasciato il Pd – a oggi. E non ho alcuna intenzione di mollare ora. Cambia qualcosa aver preso il 3 per cento rispetto al 6 che ci aspettavamo, illusi da sondaggi che cercano più di condizionare la realtà che di raccontarla? Siamo in Parlamento. Missione compiuta, seppur al minimo sindacale. Questo era l’obiettivo, dare una rappresentanza al partito che dobbiamo costruire. Abbiamo fatto un percorso un po’ al contrario, ma sapevamo anche questo. Dunque: avanti.

Cercando magari di non ripetere gli errori fatti. Avanti. Senza rottamare nessuno, perché non fa parte della nostra cultura, senza chiedere a nessun dirigente della vecchia di guardia di fare un passo indietro. E non è onesto dare la colpa a una generazione di leader he ha fatto una corsa generosa, spesso senza essere candidato ovunque. A volte ha funzionato, altre meno. Io resto convinto che uno come D’Alema sarebbe stato bene averlo in parlamento. Resta fuori non per chissà quale rifiuto popolare nei suoi confronti, ma per il gioco dei seggi del Rosatellum, una sorta di partita a dadi che giochi da bendato. Insomma, non crocifiggiamo nessuno, avremo ancora bisogno di tutti.

E allora, tutti, facciamo insieme un passo in avanti. Che ognuno riconosca i proprio limiti. Che tutti si rendano conto che non siamo stati percepiti come la soluzione, ma come una parte del problema. In una competizione elettorale caratterizzata da un voto anti-istituzioni, che ha premiato tutto quanto era più lontano dall’establishment in tutti gli schieramenti, ci siamo presentati con il presidente del Senato e della Camera in prima fila. Abbiamo proposto soluzioni spesso confuse, spesso descritte in maniera contraddittoria. E’ ora di ripartire.

Io direi di dimenticare – per un po’ almeno – alcune delle parole che più usiamo, cito, a mero titolo di esempio: responsabilità, sinistra di governo, centrosinistra, Ulivo, governo di scopo, del presidente, istituzionale. Dobbiamo essere un po’ sanamente irresponsabili, insomma. Dobbiamo stare nei luoghi del conflitto, non nei salotti bene. Dobbiamo mettere in campo azioni positive per cominciare a raccontare il cambiamento che vogliamo nelle cose che facciamo e non solo nelle parole che ripetiamo sempre più stancamente.

Meno metafore, magari. E più presenza nelle scuole, nelle università, nelle periferie. Ripartiamo nella costruzione di un partito vero. Non un’associazione temporanea fra separati, ma un luogo che appartenga a tutti. Dove ci si chiama per nome e non si aggiunge la sigla di provenienza.

Il documento-appello lanciato da Grasso, Civati, Speranza e Fratoianni (l’ordine è puramente casuale), è un inizio necessario ma insufficiente al tempo stesso. Necessario perché serviva una scossa, bisognava lanciare un appuntamento immediato. Ma io credo che non basti dire: decidete un po’ voi che volete fare. Una direzione se ti vuoi ancora chiamare dirigente, la devi pur indicare. Cosa avete in mente, diciamolo chiaro: una federazione a cui tutti cedano pezzi di sovranità, un partito unitario, magari con forme di adesione collettiva? Quali sono i temi da cui partiamo? Quale il rapporto che vogliamo costruire con i sindacati, con l’associazionismo, con le realtà cresciute in questi anni nelle città? Su questo ultimo punto ad esempio, basta candidare qualche esponente di associazioni sconosciute ai più? Oppure serve un rapporto di tipo diverso? Più organico, come si sarebbe detto un tempo.

Insomma, ragazzi, gli elettori della sinistra saranno anche stati nel bosco, ma sono usciti e hanno scelto altre strade. Di fronte al tracollo del Pd, che perde buona parte del suo elettorato storico, a noi arrivano le briciole. Oggi siamo percepiti come residuali. La sinistra che fu, alla quale si accorda una sorta di diritto di tribuna perché in fondo è simpatica da vedere. Poco più che soprammobili.

Ora, io in pensione ci vorrei anche andare. Ma tra qualche anno. Sento ancora forte il bisogno di impegnarmi, di mettermi a disposizione per aiutare una nuova generazione a prendersi la rivincita. Come fare? Sono queste le domande che sento in giro fra i compagni un po’ sconsolati. Tutte le risposte non le so, vanno cercate insieme, ma alcune idee ce l’ho e vorrei avere modo di metterle alla prova. Ecco, ad esempio, evitiamo di parlare di alleanze per qualche anno, non ci facciamo incartare dagli appelli alla responsabilità. Possiamo ripartire alla definizione di una nostra visione di società. Ecco, ad esempio, riusciamo a ridare cittadinanza alla parola “socialismo”? Si può tornare a usare, si può tornare a sognare un mondo diverso. A me questo fa un po’ schifo. E’ un mondo cafone e arrogante. Ci sto stretto.

Ecco, ad esempio, possiamo invertire la tendenza? Invece di fare assemblee megagalattiche in cui parlano sempre pochi noti, possiamo aprire “la stagione delle mille piazze”? Diamoci un tempo, apriamo una fase di ascolto. Quartiere per quartiere. Dove siamo presenti usiamo le strutture esistenti, ma poi andiamo in giro, andiamo dove non siamo. Prendiamo i risultati delle elezioni politiche e cominciamo dai seggi dove prendiamo meno voti. A viso aperto. Il partito della sinistra, per me va fatto strada per strada, non nei teatri dove siamo sempre gli stessi (Brancaccio compreso). Perché non solo siamo sempre gli stessi, ma siamo sempre più vecchi e stanchi. Io penso che in questa maniera si possa ricostruire qualcosa che non sia un’aggregazione di reduci. La protezione di un gruppetto di parlamentari poco abituati a confrontarsi con gli elettori non mi interessa. Non ci sto più a portare acqua a chi è sempre presente quando si tratta di essere candidato, ma poi non risponde più al telefono una volta eletto. Ecco, queste assemblee di Liberi e Uguali che svolgeremo nelle prossime settimane, facciamole strane. Usciamo dalle liturgie politiciste che ci piacciono tanto ma ci hanno portati alla separazione dalla realtà. Non facciamo programmoni, tavoli di lavoro. Partiamo da due o tre domande e chiediamo a tutti di esprimersi su questo. Vogliamo stare insieme? Per fare cosa? Con quali strumenti? Cerchiamo di essere chiari, di non usare ambiguità comode. Non è più il tempo delle convergenze parallele, dei due forni. E’ tempo di abbattere qualche muro. Anche a testate se serve.

Infine, una notazione sul Pd. Noto con un qualche allarme che diversi compagni che hanno fato questo tratto di percorso con noi sembrano molto interessati alle prossime primarie, alle quali – i giornali lo danno per certo – parteciperà anche Nicola Zingaretti. Non voglio commentare questa forma di esercizio falsamente democratico. Sono, ovviamente, uno spettatore interessato. Perché continuo a ritenere il Pd uno dei possibili interlocutori della sinistra. Ma resto concentrato sulla costruzione di una forza di sinistra. I democratici facciano le loro scelte, vedremo se in futuro le nostre strade, di forze autonome, potranno incrociarsi ancora.

Fatevene una ragione: la sinistra alle elezioni ci sarà.
Il pippone del venerdì/33

Nov 17, 2017 by     No Comments    Posted under: Il pippone del venerdì

Come avevamo previsto (non ci voleva di certo Nostradamus), una volta avviato il percorso per arrivare alla lista unitaria della sinistra si sono messi immediatamente in azione gli sfasciatori di professione. Quelli specializzati – perdonate la volgarità – nella martellata continue sugli attributi (i propri) senza sbagliare un colpo. Mai.

Ultimo, ma solo in ordine di tempo, è arrivato Bertinotti. Una sorta di specialista del genere. Ha pontificato dall’alto dei suoi successi indiscussi: “La sinistra alle elezioni non si deve proprio presentare”. Non ho letto, francamente, le spiegazioni, sicuramente alte, sicuramente filosofiche. Prima di lui era partito alla carica il duo del Brancaccio annullando la prevista assemblea del 18: colpa dei partiti cattivi. Poi, una volta che si è precisato il percorso e il regolamento delle assemblee locali che precederanno l’appuntamento nazionale del 2, sono scattati quelli della virgola. E il regolamento non va bene, non si garantisce la partecipazione popolare, è tutto appaltato ai partiti: serve il civismo. Spunta perfino un nuovo appuntamento convocato per il 18 dicembre, firmato Potere al popolo. No comment. Intanto riappare sulla scena perfino Ingroia. Si è dato all’ippica, sarà contento Crozza.

Dall’altro lato è partito il tentativo del mediatore culturale (la definizione non è mia, la prendo in prestito dal mitico compagno D’Avach). Renzi ha preso da parte Fassino gli ha detto: con quelli parlaci tu che sei di sinistra. Fassino si è attaccato al telefono. Speriamo per lui che abbia un abbonamento di quelli tutto compreso. Si sa già che, se gli va bene, convincerà al massimo un pezzetto del campetto di Pisapia, ma va bene così: l’unico scopo di tutta l’operazione è dimostrare quanto siamo settari, trinariciuti e perfino un po’ zozzoni. Lo chiamano il gioco del cerino, da quei fiammiferi in uso lustri fa, famosi perché ti bruciavano le dita perché erano flessibili e molto corti.

Ora, poi magari proverò anche a entrare nel merito seppur l’esercizio sia abbastanza ozioso, ma una domanda mi si agita nelle viscere prepotentemente: ma di tutto questo chiacchiericcio, se si escludono tre o quattro tastieristi da social network, interessa a qualcuno? Io direi di no. Al massimo può ingrossare, per noia, le già pingui file degli astensionisti.

La cosa che vorrei evidenziare è un’altra: i critici del progetto unitario, sia quelli del genere A che quelli del genere B, dicono che su quella strada non andremo da nessuna parte. E allora perché tanto affanno, perché mobilitare tanta intellighenzia, quasi una tenaglia che quotidianamente tenta di tagliare i fili che, pazientemente, stiamo provando a trasformare in rete? Io credo che tutto questo, con le sue contraddizioni, i suoi limiti, faccia paura. La mia tesi la conoscete: sono decenni che un pezzo di sistema politico-imprenditoriale lavora per eliminare la cultura “comunista italiana”, sintetizzo così che capiamo tutti cosa intendo. E il lavoro continua senza sosta. Appena proviamo a rialzare la testa, avete presente il gioco con gli scoiattoli e il martellone? Beh, succede la stessa cosa. Mazzate.

Provo a rimettere due o tre ragionamenti in fila. La partita che stiamo giocando non solo è uno spareggio per accedere al campionato. Ma è anche l’ultima occasione che abbiamo. Per recuperare quella credbilità perduta negli anni. Dalla improvvida svolta della Bolognina a quando abbiamo subappaltato a Prodi e Parisi i nostri destini. Fisso questi due momenti per comodità. Ma se vogliamo essere meno didascalici direi: da quando abbiamo rinunciato alla nostra autonomia culturale e ci siamo piegati a rincorrere i paradigmi che ci imponevano le forze capitaliste. Abbiamo accettato di combattere sul loro campo da gioco. Chiusi nella difesa delle conquiste del passato. E la palla non l’abbiamo toccata mai o quasi.

Autonomia culturale. Per me la chiave per ricostruire un partito (dico partito perché a me sta storia dei campi – democratico o progressista che dir si voglia – non mi convince proprio) è questa. Il percorso, che avrà nell’assemblea del 2 dicembre il suo punto di partenza e non di arrivo, a questo deve mirare. E avrà anche tutte le incertezze e le magagne che derivano dalla debolezza di chi lo avviato. Ma teniamocelo stretto questo percorso. E poi magari rendiamolo coinvolgente e democratico. Ma non affossiamolo.

Che poi, visto che io dal 2015 propongo i caucus – le assemblee decidenti – come mezzo democratico alternativo alle primarie, non mi dispiace neanche lo strumento proposto. Provo a entrare nel merito, appena un po’: si fanno le assemblee provinciali, dove possono partecipare tutti, sottoscrivendo il documento programmatico unitario e versando un contributo. Si interviene, si discute, si emenda. Poi, in ragione del numero di abitanti si eleggono i delegati. Sono previste sostanzialmente due forme. La presidenza (una sorta di commissione elettorale da vecchio congresso) prova a elaborare una lista unitaria. Se non ci riesce, si raccolgono le firme (almeno il dieci per cento dell’assemblea) e si presentano liste alternative. Io credo che ci sia lo spazio per rappresentare ampiamente non solo i partiti firmatari, ma anche esperienze locali, associazioni, movimenti. Basta rappresentare qualcosa, avere un minimo di consenso. Io non credo ci sarà bisogno di arrivare alla classica “conta”, che poi, se ragionate bene, è la sconfitta della politica, certifica l’incapacità di trovare un equilibrio attraverso il confronto.

Quanto invece al tentativo del grissino torinese, la tentazione di ricorrere a un classico ciaone è molto forte. Perché tanto l’esito non potrà che essere quello. C’è troppa distanza non tanto programmatica, ma culturale (si, lo so sono fissato) tra noi e il Pd. Il che non vuol dire che non ci si possa alleare né ora né mai. In politica sarebbe meglio evitare le dichiarazioni assolute. Vuol dire semplicemente che due culture politiche differenti, due proposte politiche distanti hanno il dovere di presentarsi agli elettori per verificare la loro solidità e il consenso che generano. Tutto qua. Questo porterà a perdere le elezioni? A consegnare il paese alle destre? Se avranno la maggioranza degli italiani ce ne dovremo fare una ragione. La democrazia funziona così. Non sarà un’alleanza basata soltanto su una ipotetica convenienza elettorale a cambiare il risultato delle urne. Un risultato provocato dalle politiche seguite in questi anni. Uniti si perde, Bersani lo ha spiegato con grande chiarezza, non ci torno su.

Del resto ci abbiamo provato. Ci siamo turati il naso e siamo andati insieme in decine di Comuni. Li abbiamo persi tutti. E anche questa volta io credo che la separazione non sarà generale. Nelle situazioni locali dove ci saranno le condizioni, politiche e programmatiche, e dove si troveranno gli uomini adatti a unire, non ci tireremo indietro. Non siamo sfascisti, non abbiamo la cultura minoritaria del tanto peggio tanto meglio.

Ma a livello nazionale serve un grande bagno elettorale. C’è l’esigenza per tutti di lavarsi le vesti nel grande mare delle urne. Vedremo se la nostra proposta sarà così residuale come dicono. Io sono convinto che ci sia lo spazio per un risultato importante, che costituisca la base solida per costruire un nuovo partito. Di sinistra. Socialista direi. Per il momento va bene qualsiasi nome, anche il banale Libertà e uguaglianza circolato nei giorni scorsi. Magari facciamo il contrario, Uguaglianza e libertà, che almeno non è cacofonico e si riesce a pronunciare bene. Io avrei scelto “La sinistra”. Con l’articolo davanti a rafforzare il concetto. Ma siccome non sono uno di quelli delle virgole: fate voi.

Come si dice a Roma, le chiacchiere stanno a zero: stampiamo bandiere e volantini con poche proposte radicali e chiare. E riempiamo con le nostre bandiere (spero ci sia una robusta dose di rosso) le strade di ogni città. Dal 3 dicembre questo va fatto. Assemblee in ogni quartiere, comitati unitari, tornare nelle fabbriche, nelle scuole. E poi, come diceva un grande comunista, compagni al lavoro e alla lotta. Casa per casa.

Fatevene una ragione. La sinistra ci sarà.

E domani si torna in piazza: per fare la sinistra.
Il pippone del venerdì/17

Giu 30, 2017 by     No Comments    Posted under: Il pippone del venerdì

E domani si torna in piazza: per fare la sinistra. <br>Il pippone del venerdì/17

Mettetevi seduti che ve la dico brutale: secondo me ha ragione Renzi. I ballottaggi delle elezioni amministrative di domenica scorsa dimostrano una cosa semplice: la formula del centrosinistra che è in voga dal 2007, ovvero Pd più liste civiche e cespuglietti della sinistra, non funziona più. Le conclusioni del neosegretario del Partito democratico, insomma, sono esatte, anche se muove da un’analisi del voto completamente errata. E’ falso, infatti, che non ci sia bisogno in Italia di un’aggregazione che unisca le forze progressiste – mi piace chiamarle così perché centrosinistra mi sa tanto di politichese – e che rappresenti un’alternativa credibile al liberismo della destra e al sovranismo che tanto va di moda anche in spezzoni della sinistra. Tutt’altro. Non solo ce ne è bisogno, ma è essenziale. Quello che è finito, al contrario, è un modello di alleanza dove c’era un soggetto centrale, il Pd, che con la sua forza attrattiva faceva da traino agli alleati, deboli, subalterni, utili soltanto a rappresentare quella foglia di fico necessaria per arrivare a vincere i ballottaggi. E non funziona più per un semplice motivo: il Partito democratico, da elemento attrattivo è diventato una sorta di veleno che inquina i pozzi, anche quelli dove andiamo a bere noi. Basta guardare i miseri risultati delle liste di sinistra quando si alleano con i renziani. E anche quelli delle liste che fanno dell’antirenzismo il loro unico punto politico, paradossalmente, non paiono un granché. Vanno bene, al contrario le esperienze che partono dal basso, dalle realtà locali (ecco, io eviterei il termine liste civiche perché serve soltanto a generare confusione). E dove la sinistra si presente in maniera autonoma non solo raggiunge risultati considerevoli,  anche oltre il 20 per cento, ma riesce a trascinare il Pd alla vittoria al secondo turno. Padova è un esempio, ma ci sono tanti realtà più piccole sparse per il Paese.

Di questo processo si sono accorti anche autorevoli esponenti del Pd che si affrettano a invocare un nuovo tipo di coalizione, con un forte connotato civico. Che, tradotto dal politichese, vuol dire più o meno due cose:
1) Renzi può restare segretario del Pd ma non può essere lui il nostro candidato premier, serve un leader meno consumato dalle sconfitte a ripetizione;
2) Bisogna mascherare un marchio che non tira più, quello democratico appunto, dietro una qualche aggregazione che si tinga di civico. E torna ancora questa parola che adesso sembra diventata magica.

Ancora una volta io non sono d’accordo. Servono due cose. Intanto serve una sinistra forte, che rinasca dal basso, unendo le diverse esperienze cresciute in questi anni, da quelle politiche, a quelle sociali, alle forze sindacali. Non una coalizione civica. Serve una forza politica, molto politica. Che riparta dalle analisi degli economisti della sinistra europea, di quelli che hanno archiviato la terza via blairiana per tornare a parlare il linguaggio della sinistra. E quindi una forza che dica chiaramente di essere contro i privilegi, per l’uguaglianza, per i diritti dei lavoratori, per una scuola pubblica e democratica, per un nuovo stato sociale costruito sulle comunità e non sul dirigismo statale e regionale, per la riconversione ecologica dell’economia. Poche cose dette in maniera netta. Questa forza deve essere costruita nelle strade e nelle piazze delle città. Non in convegni chiusi dove si ritrova sempre la compagnia di giro dei reduci di mille sconfitte. E deve parlare alle forze sociali organizzate, dalle associazioni ai sindacati. Deve parlare ai sindaci indipendenti, da Orlando a De Magistris a Coletta (per restare nel Lazio). E deve essere una forza plurale, che rompa la logica maggioritaria dell’uomo solo al comando per valorizzare una classe dirigente diffusa, per tornare a formare una classe dirigente fatta di persone indipendenti e non di portaborse.

E poi serve la capacità di allargare il campo, di dettare i temi dell’agenda politica e non subirli. Di affermare i nostri valori anche quando i sondaggi te lo sconsigliano. Guardate che sembra semplice, ma non è così: da Berlusconi in poi non abbiamo più scritto noi la il menu, ma lo abbiamo solo letto e subito. Quella che Gramsci chiamava l’egemonia, l’abbiamo subita. Altro che storie.

Io credo che il primo luglio, la manifestazione lanciata da Articolo Uno e da Pisapia, possa essere la giornata giusta per lanciare un progetto di questo tipo. Mi sembra che l’impostazione iniziale, troppo centrata sulla presunta esigenza di individuare un leader sia stata corretta. A quanto si capisce dai quotidiani, mi pare anche che l’asse politico dell’iniziativa sia stato riportato sull’esigenza di una forza politica che sia autonoma, alternativa e in concorrenza con il Pd.

Gli elettori hanno, insomma, ci hanno dato una mano. Hanno spazzato via le incertezze e le titubanze di questi mesi. Mai come in questa occasione si è resa evidente la frattura fra il Pd e quello che era il suo popolo. E’ evidente. Perché ai ballottaggi sono rimasti a casa, ci sono città dove l’affluenza alle urne supera a stento il 30 per cento. Il caso Genova, città medaglia d’oro della resistenza, città ribelle, è emblematico: neanche l’aver contro un candidato della Lega ha fatto uscire di casa gli elettori di sinistra. Riportarli alle urne non sarà il lavoro di un giorno. Ci vorrà il lavoro di una generazione non tanto per mettere qualche toppa, ma per varare una nuova nave. Parliamo di Genova, uso una metafora portuale.

E allora bisogna lavorare su due fronti: quello immediato, in cui serve un’alleanza credibile, larga, in grado di porre argine alla destra che torna forte. Un terzo polo, credibile, che possa rappresentare un’alternativa sia ai moderati di Renzi e Berlusconi che ai populisti di Grillo e Salvini. Una forte rappresentanza in Parlamento ci servirà se vogliamo davvero diventare un punto di riferimento politico per quel pezzo di società che in questi anni si è sentito orfano.

Al tempo stesso serve un lavoro di lungo periodo, con due obiettivi. Intanto definire quale sia l’identità della sinistra. Di una sinistra che parte dalle sue radici ma che ha i piedi ben piantati nel presente e lo sguardo al futuro. Serve una identità nella società liquida? Io direi che serve a maggior ragione. Serve un’ancoraggio forte per resistere ai marosi di un oceano in tempesta.
I programmi li sappiamo fare bene, magari ci vengono un po’ lunghetti, ma siamo bravissimi. Quello che manca è un tratto identitario, in cui riconoscersi. Una nuova utopia, verrebbe da dire. Con il crollo del muro, nell’89, non è venuta già solo l’idea comunista. E’ venuta a mancare la nostra capacità di suscitare passioni, la speranza per chi è più debole di farsi gigante con gli strumenti della politica. Senza un orizzonte non si resiste alle intemperie di una destra che, al contrario, una sua identità ce l’ha e sa adattarla alle condizioni che cambiano.

Secondo: bisogna trovare una forma partito che esca dalla tradizione novecentesca. Io su questo punto sono davvero convinto che la tradizionale piramide, dalla sezione di quartiere alla direzione nazionale non sia più sufficiente. Le sezioni territoriali erano già morte nei Democratici di sinistra, il Pd ha solo rappresentato l’evoluzione di una crisi irrisolvibile. Non erano più da tempo punti di riferimento locali. E adesso i circoli sono “personali”, basta vedere i risultati dell’ultimo congresso romano per averne la prova. Non più luoghi di confronto, di iniziativa politica, di partecipazione e formazione, ma solo aggregazioni dietro un boss locale, a sua volta referente di un boss regionale e così via. E’ questa involuzione, la vera grande trasformazione genetica della principale forza organizzata della sinistra, che ha permesso l’affermazione di avventurieri vari, di cui Renzi è solo l’espressione più alta ma di certo non l’unica. Un modello organizzativo dove si annida spesso il malaffare, dove la corruzione può divenire strumento di affermazione personale. Servono soldi, tanti, per sfamare i clienti.
Veltroni, di cui spesso non ho condiviso il percorso ma che resta una personalità di spicco, l’aveva capito. Quando propose il partito liquido, dove non contavano tanto gli iscritti ma gli elettori, aveva in mente una maniera per scavalcare questa organizzazione basata sul potere personale di piccoli cacicchi locali. Un tentativo fallito, perché alla fine, controllare gli elettori (quando la base si restringe) diventa anche meno faticoso e costoso. Un votante alle primarie costa due euro, un iscritto ne costa una quindicina.

E allora va messo a punto un modello di organizzazione politica che metta in rete, che tenga conto delle diverse identità, che non sia necessariamente individuale, che dia la possibilità di emergere alle personalità più forti, alle competenze, finanche agli eretici, categoria della quale si sente un gran bisogno. Una nuova classe dirigente ci serve. Molto. Sarà utile se nascerà dal conflitto, dalla lotta politica. Se avremo l’ennesima covata di polli da batteria avremo perso la nostra battaglia. Ci serve la partecipazione. Meglio un vaffanculo che un ossequiosa leccata. Rete, partecipativa e democratica. Io sarei anche per scegliere i contenuti più che le persone. Se si ragiona prima di politica, se si costruisce iniziativa, le persone, i dirigenti vengono naturali. La forma con cui ci si organizza, insomma, è sostanza politica. Non semplice sovrastruttura. E che nessuno pretenda che altri si sciolgano da un giorno all’altro, le fusioni hanno bisogno di tempi.

Sono noioso, ripeto le stesse cose a ogni occasione possibile. Speriamo che questa sia la volta buona per uscire dai buoni propositi e cominciare a lavorare sul campo.

Ci vediamo domani. In piazza.

Il pippone del venerdì /16.
Salvate il soldato D’Alema

Giu 23, 2017 by     No Comments    Posted under: Il pippone del venerdì

 

D’Alema di’ qualcosa, D’Alema di’ una cosa di sinistra. Ve lo ricordate Aprile? Quella frase che poi è diventata un tormentone? Beh, che dire, Moretti sarebbe stato contento. Perché di cose di sinistra, ieri, D’Alema ne ha dette tante. Ci voleva un caldo pomeriggio di fine giugno una iniziativa semiclandestina organizzata da un’associazione cattolica, nel centro di Roma. Si parla di povertà e diseguaglianze sociali, con religiosi, studiosi, politici. Uno strano parterre. Niente giornalisti, niente assillo della quotidianità. E un D’Alema assoluto mattatore. Quindici, venti minuti. E ti racconta il mondo. Le diseguaglianze, la finanza come generatore di ricchezza fuori da ogni forma di controllo sociale. Il ritrarsi delle masse degli esclusi dal protagonismo sociale e politico. La povertà viene sezionata: fenomeno economico, ma anche sociale. Si sentono le vite di scarto di Bauman che aleggiano nella sala. Ci sono Stiglitz e gli economisti francesi quando D’Alema parla della necessità di una tax autority internazionale per sottoporre a un nuovo controllo sociale le ricchezze che ormai hanno una dimensione non più nazionale.

Ma c’è anche tanta sinistra e tanta innovazione nell’analisi finale del. Due cose da fare per combattere la diseguaglianza: recuperare la funzione degli Stati, una dimensione pubblica di intervento e al tempo stesso favorire un nuovo stato sociale, un nuovo sistema di protezione, che veda protagoniste le persone e le comunità locali.

“C’è una tema enorme di fronte a noi – racconta chiudendo la sua relazione  – nei prossimi anni, l’automazione crescente porterà alla perdita di milioni di posti di lavoro. L’Europa non può permetterselo. Che fare?” La risposta è di quelle che non ti aspetti da chi, qualche anno fa, era un alfiere della terza via e di Tony Blair. “Serve un taglio drastico dell’orario di lavoro a parità di salario. Se diminuisce il tempo di lavoro necessario – come lo  definiva Marx – o calano gli occupati o si tagliano le ore  e quelle ore devono essere messe a disposizione della comunità”. Occhio che in questa frase c’è tutto un programma politico. C’è la piena occupazione, c’è il tema del tempo del non lavoro, c’è il tema di un nuovo umanesimo che deve permeare la sinistra. C’è la convergenza, questa volta sui fatti non nella fusione di gruppi dirigenti, della cultura cattolica e di quella marxiana. C’è la liberazione dallo sfruttamento della catena di montaggio per arrivare a una concezione del lavoro che diventa, almeno in parte, una sorta di servizio civile permanente.

Ora, facciamo un salto, io non sono mai stato dalemiano. A Roma era infestato da una pletora di cortigiani  che hanno approfittato del prestigio e del potere che quel nome portava con sé per creare una corrente che si muoveva con grande agilità in un intreccio grigio di politica e affari. Tutto (o quasi) lecito, per carità, ma meglio tenersi ben lontani da quelli che all’epoca chiamavamo “Talebani” o “Dalebani” che dir si voglia. Quando il potere è finito i dalemiani doc sono diventati renziani al mille per cento. Tutti, nessuno escluso. Dai Minniti, Latorre, Velardi, Rondolino fino al ragazzo di bottega, quel Matteo Orfini passato con un triplo salto carpiato dall’oscura segreteria di una sezione dei Ds di Roma a fare il capo corrente prima e il presidente del primo (o secondo) partito italiano. Tutti Talebani doc. Tutti pronti a ridere alle battute del capo, tutti pronti a correre al minimo battito di ciglia, anzi al minimo arricciarsi del baffo.

Insomma D’Alema, diciamolo, non ha avuto un gran fiuto nel selezionare i suoi collaboratori. Gente passata dal nulla a grandi quote di potere che adesso manco lo saluta se lo incontra per strada. E di errori, in generale, ne ha fatti davvero tanti. Li elenca lui stesso, anche perché non ama che lo facciano gli altri. L’esperienza di governo, quella passione per il new labour di Blair. Io ci metto anche una dimensione politica troppo legata alla contingenza del momento e poco tesa alla prospettiva, all’analisi.

Per questo dico che oggi sta vivendo una sorta di seconda giovinezza. Nel 2012 decide (lo fa da solo, non viene rottamato da Renzi come ripetono i costruttori di leggende prezzolati) di non ricandidarsi in Parlamento. Si dedica allo studio, alla sua fondazione, agli esteri. Nella lotta politica quotidiana appare poco. Fa la sua parte di militante, come ama definirsi, ma lo fa con un distacco quasi snob. Sono quasi cinque anni. Un’eternità. Poi ricompare impetuoso: il No al referendum del 4 dicembre, un ruolo importante nella scissione del Pd. Dice cose di sinistra, torna a essere “il Migliore”, l’erede ultimo di quella tradizione togliattiana che ha saputo essere egemone nella cultura politica italiana dal dopoguerra agli anni ‘90.

E subito riparte la caccia al D’Alema. C’è un accanimento decennale nei suoi confronti. Neanche il suo distacco dalla quotidianità lo ha cancellato. Erano solo in “sonno”. Pronti a ripartire. E gli ritirano fuori i presunti complotti contro Prodi, la Bicamerale, il patto della crostata, le bombe “illegittime” su Belgrado. Poi ripartiranno i dossier: dalle barche, al golfino, alle scarpe, al vino. La stagione di caccia è riaperta. Perché il Baffo è tornato. Non importa che non ricopra cariche. Non importa che non sia in Parlamento. Non importa che emani una naturale antipatia per quel suo essere volutamente scostante. Perfino quando dice “sono diventato buono”, ha una voce tagliente. E’ diventato nuovamente il nemico da abbattere numero uno. Ecco allora che parte la vendetta politica per cui in mezza Europa si lavora per toglierli la carica di presidente delle fondazioni del Pse. Ecco che si scatenano i giornalisti da cortile in fantastici retroscena in cui si raccontano – fonti certe ci mancherebbe altro – di dissidi continui con Bersani che starebbe manovrando per non riportarlo in Parlamento.

Ci si mettono anche quelli della sinistra cosiddetta radicale che quando sentono parlare di D’Alema usano perfino le parole di Renzi per attaccarlo. Tutti d’accordo.

Ora, io che dalemiano non lo sono mai stato, questo grido d’allarme posso lanciarlo senza tema di essere tacciato di cortigianeria. La mia stima è testimoniata dalla foto che apre questo pippone. Mi feci tutta la grande manifestazione del Circo Massimo con quel cartello al collo: “Liberate Baffino dai Talebani”. Un successone, devo dire. Ma una foto che testimonia anche la mia distanza. Eppure, ragazzi, ora che è libero, ci serve come il pane. Perché, sia pur senza cariche, è l’unico leader rimasto alla sinistra italiana. Abbiamo tanti dirigenti capaci, da Bersani, a Rossi, a Speranza, a Fratoianni, a Civati, alle new entry Falcone e Montanari. Abbiamo giovani che scalpitano e ai quali bisogna lasciare spazio. Ma di leader a tutto campo non ne abbiamo. Gli anni, le sconfitte, gli imporranno anche un ruolo di seconda fila. Di padre nobile, per così dire. Ma non ne abbiamo altri con la sua capacità di analisi, coraggiosa e ritrovata. Ci serve la sua passione, la sua volontà di unire, la sua capacità di immaginare una nuova sinistra, alternativa al Pd, perno di un altrettanto nuovo centrosinistra.

In questi mesi la navigazione non è stata facile, per usare una metaforica marinara che ci sta tutta. La barchetta sulla quale siamo saliti traballa parecchio. E i prossimi mesi saranno ancora più complicati. Mi chiedo però cosa sarebbe successo se non ci fosse stata l’iniziativa costante del soldato D’Alema. Quel pungolo, quell’assillo unitario che lo ha riportato in campo. D’Alema si deve o meno ricandidare? Si facciano le primarie che ha chiesto lui stessi a gran voce (primarie della sinistra, non del Pd, sia chiaro). E’ bene che i politici tornino a misurarsi con la ricerca del consenso. Nei mercati e nelle piazze. Che sia un oscuro comitato di garanti a decidere le nostre candidature  mi sembra un’idea ottocentesca, lo dico sinceramente. Bene liste costruite nei territori, bene che siano liste giovani. Ma senza polli da allevamento.

Il soldato D’Alema ci serve, cari compagni. Non ha bisogno di essere salvato, si potrebbe dire, ci pensa bene da solo. Ecco, lo so, ma io credo, che ricordarci tutti l’importanza della solidarietà fra di noi sia di per sé un passo in avanti nella ricostruzione non tanto della sinistra, ma di quella comunità politica che negli anni abbiamo perso.

Per cui, senza esitazioni: guai a chi tocca il soldato D’Alema.

Articolo Uno mette radici a Corviale

Apr 29, 2017 by     No Comments    Posted under: dituttounpo'

Una preghiera: non chiamiamoli circoli, un partito ha le sue sezioni. Dà il senso di un percorso che dal basso si unisce e arriva ai livelli nazionali. Circoli suona vecchio, una conventicola chiusa.

Per il resto, che fosse sabato pomeriggio all’inizio del ponte del primo maggio non ce siamo accorti oggi pomeriggio a Corviale.

Abbiamo inaugurato la prima sezione di Articolo Uno a Roma. L’abbiamo fatto a Corviale perché noi in queste zone non siamo turisti. Ci entriamo e ci vogliamo restare. E anche questa volta più persone che sedie, come dice sempre Bersani.

Dietro al tavolo Roberto Capriotti, ex segretario del circolo Pd, il consigliere regionale Riccardo Agostini, i parlamentari Alfredo D’Attorre e Roberta Agostini.

Dall’altra parte sala piena, le foto rendono male. Gente di Corviale, dei quartieri limitrofi, un nutrito gruppo di giovani, a cui subito si rivolge Roberto Speranza, coordinatore nazionale di Articolo Uno: “Sono loro ‘la classe generale’ di oggi – spiega citando un concetto caro a Gramsci – se diamo una speranza a loro, cambiamo davvero questo paese”. Parla poco, tono pacato e concetti precisi: “La sinistra torni a guardare il mondo con gli occhi dei più deboli. Deve ricominciare da qui, dalle periferie, dove troppo spazio abbiamo lasciato a Salvini e M5s. E Articolo Uno deve essere il seme da cui ripartire per costruire un nuovo centro sinistra. Io penso a tre parole: umiltà, coraggio, verità. Presentiamoci con umiltà perché siamo stufi dell’arroganza. Dobbiamo essere coraggiosi perché dobbiamo portare avanti le nostre idee con convinzione e dobbiamo dire la verità, perché la gente è stufa delle balle”.

Ecco, ripartiamo da qui. Umiltà, coraggio e verità.

E comunque ‘sto Speranza è proprio bravo, ogni volta che lo sento mi sembra cresciuto. Non trascina le folle, è vero. Ma non siamo un po’ stufi di quelli che trascinano le folle e poi alla fine ti accorgi che non ha detto nulla? E però… un appello ai compagni di Ravenna che lo avranno lunedì per la tradizionale braciolata del primo maggio: facciamo mangiare, ‘sto ragazzo me deve prenne un po’ de colore.

Il pippone del venerdì/1
Pd o non Pd

Mar 10, 2017 by     No Comments    Posted under: Il pippone del venerdì

logo pipponeDa oggi, continuando nel progetto di voler rendere più strutturale il mio contributo da osservatore del dibattito politico, social e non social, inauguro questa nuova rubrica, “il pippone del venerdì”. Sarà una sorta di bilancio della settimana, in cui vorrei ragionare sugli aspetti che mi sembrano interessanti. Ci provo, combattendo con la mia nota pigrizia. E vorrei anche provare a rinnovare e utilizzare con maggior costanza il mio sito. Chissà, non scommetterei su me stesso.

Comunque sia, cominciamo il pippone.
In realtà non è proprio “il tema della settimana”, questa storiella va avanti da almeno un paio di anni. Da quando, cioè, Pippo Civati ha lasciato il Pd e ha fondato il suo “Possibile”, movimento di cui non si ricorderanno tracce durature nella storia dell’uomo, ma che tuttavia merita una menzione, quanto meno per essere alla base di un disastroso equivoco. Nello statuto di Possibile, mi dicono, sta scritto a chiare lettere che non faranno mai, a nessun livello, alleanze con il Pd. Il che è una novità assoluta. Che un partito escluda di potersi alleare con un altro partito dell’arco democratico, ci sta. Ma che si metta nero su bianco nello statuto è un fatto di assoluta rilevanza e, come vedremo, sia pur in forma indiretta, ha condizionato il dibattito politico nella galassia della sinistra italiana.

E’ successo con la tornata delle scorse elezioni amministrative. Con grandi scontri fra chi diceva che non si poteva rompere il centro sinistra per principio e chi diceva che l’esistenza di un campo alternativo al Pd doveva essere visibile e omogenea su scala nazionale. Sostanzialmente ha vinto la secondo tendenza, fra mugugni e resistenze, con la sia pur rilevante eccezione di Milano. Devo ammettere di essermi lasciato prendere da questo dibattito. Sbagliando.

E devo dire che, alla fine dei giochi, tutta sta visibilità di uno schieramento alternativo al Pd mica l’abbiamo vista. Abbiamo visto, piuttosto, uno scontro da stadio fra gli ultras degli opposti schieramenti. Salvo poi andare a piangere perché, dopo aver parlato di periferie a tutto spiano, a Tor Bella Monaca abbiamo preso il 2 per cento. Elettori eroici, verrebbe da dire.
Eppure non è che si sia imparato dagli errori. Anzi la situazione è peggiorata. Per chi esce dal Pd si propone l’analisi del Dna, suo e delle tre generazioni precedenti. Il congressino di Sinistra italiana, oltre ad aver prodotto un gruppo dirigente, ha anche prodotto un secondo anatema: mai con il Pd di Renzi, a tutti i livelli. Manco nel condominio di via Carugatti 53 si faccia l’alleanza con il Pd di Renzi. Scelta applauditissima da Possibile che ha deciso di fondere i gruppi parlamentari, “pur mantenendo l’autonomia dei rispettivi partiti”. In giro si leggono addirittura moderni soloni che si scandalizzano perché Pisapia non ha definito la sua posizione sul renzismo. Quello, dicono, sarebbe il minimo richiesto per definirsi di sinistra.

L’Italia intera dibatte e si accalora su questi affascinanti temi.
Scherzi a parte, come la vedo? Pur tra i mille errori commessi resto convinto di tre cose.
1) Resta l’esigenza di ricreare un movimento ampio della sinistra italiana, non un partito, una gabbia escludente, ma un percorso aperto, che guardi al futuro e non agli errori del passato. Senza esclusione alcuna. Per me l’unica pregiudiziale resta l’antifascismo.
Un percorso che se ne freghi delle forme strutturate, del fatto che stiamo in partiti differenti e parta dalle persone. Possibilmente parta da quelle “vite di scarto”, da quelle periferie, come luogo sociale ma anche come spazio culturale, di cui parliamo sempre, ma dalle terrazze dei palazzetti d’epoca. Il Partito arriverà quando il percorso sarà compiuto e tutti saranno pronti a lasciare le casette di provenienza non per un condominio scomodo e spersonalizzante, ma per una grande casa di tutti. E non con le forme del ‘900, perché il ‘900 è finito. Tutto questo, sia chiaro, nelle pur rinnovare forme ha bisogno di mettere radici fisiche nei territori. Primo obiettivo dunque, trovare spazi, tanti, nei quali costruire un agire politico comune. Spazi utili ai cittadini, accoglienti. Per rovesciare il ragionamento di un autorevole ministro, un luogo in cui un Pio La Torre di oggi si troverebbe a suo agio, avrebbe modo di crescere e, al tempo stesso, di mettersi al servizio di un progetto collettivo.

2) Questo movimento non si crea contro o in alternativa al Pd o al renzismo o al populismo. Si coltiva, da più parti, la sensazione che sia sufficiente definirsi di sinistra per poter essere annoverati automaticamente nell’olimpo dei rivoluzionari. Non funzionava così manco ai tempi del Pci, figuriamo adesso. Solo che allora, con quel nome, con quella storia, potevi pure permetterti di essere conservatore ogni tanto. Oggi no.
E ritorniamo a quella che io mi intestardisco a considerare l’origine di tutti i mali. La nascita del Pds. In quegli anni sciagurati in cui si buttò a mare un patrimonio di 80 anni, ci si dimenticò di un particolare: che quella operazione aveva bisogno di definire un nuovo orizzonte, ideale e culturale, per dare testa alla sinistra. Le gambe c’erano, la testa no.
Il problema sta tutto qua. Chissenefrega di Renzi, del Pd, delle alleanze. Ma si può dibattere da Roma se a Parma si debba appoggiare Pizzarotti o fare una coalizione di centrosinistra classica? E quelli di Parma che stanno a fare? Danno i volantini? Guarda che poi, ne abbiamo le prove provate, quelli di Parma finisce che non ti votano. E poi mica puoi dire “date le condizioni abbiamo fatto il massimo”. La politica, la sinistra, servono a cambiarle le condizioni, mica a subirle.Dicevamo: identità, bagaglio culturale e ideale. Queste sono le condizioni essenziali. Poi possiamo anche chiamarlo davvero Arturo, se in contenuti e le idee sono quelle di un nuovo movimento socialista. Serve un grande lavoro prima di tutto culturale, chiamando a tornare in campo tutte le energie migliori, i famosi intellettuali che non si sa che fine hanno fatto. Bisogna definire quale sia “il nostro cielo”, il nostro orizzonte ideale, quale sia la nostra cassetta degli attrezzi con la quale interpretare la realtà. Con mi alleo poi? Semplice con chi ci sta. Bisogna, insomma, avere la capacità e la pazienza, di rovesciare il percorso. E guardate che non parlo di “un programma”. Vanno bene le officine delle idee, va bene tutto. Ma non basta. Un programma siamo bravissimi a scriverlo. Anzi, magari neanche più tanto quello perché ormai scriviamo cose che non capiamo neanche noi. Quello che manca è un manifesto dei valori, un campo ideale. E guardate, la butto lì, non credo che sia neanche sufficiente la dimensione nazionale. Le coordinate: io credo possano essere tre: la dicotomia lavoro/non lavoro (perché dovremo porci prima o poi il problema di una società in cui il lavoro sarà sempre meno parte fondamentale della nostra vita e quindi assumere anche il tempo del non lavoro come valore) l’uguaglianza (perché ci hanno fatto una testa tanta con la meritocrazia, ma senza uguaglianza diventa soltanto una maniera più elegante per disfarci degli ultimi) l’ambiente (non perché l’economia green fa tanto fico, ma perché se non mettiamo l’ambiente come base di tutto il nostro agire ci siamo giocati il pianeta e altri non ne abbiamo). Mi fermo perché altrimenti altro che pippone.

3) Fatto questo si torna alla conclusione del punto 1. Ovvero: come si creano le condizioni per far in modo che un giovane Pio La Torre del terzo millennio si senta a casa? La traduco in politichese: come si crea un nuovo meccanismo di selezione della classe dirigente? Perché sicuramente dobbiamo sapere cosa fare, ma anche con chi farlo.
Ora, negli ultimi venti anni (il Pd ha soltanto estremizzato questo processo) i partiti non sono stati più gli “intellettuali collettivi” di cui parlava Gramsci. Ossia quei luoghi in cui un cervello collettivo elabora le soluzioni ai problemi. Ma non sono neanche quei luoghi dove si sperimenta e si mette alla prova la classe dirigente. Tutto questo è stato sostituito dal partito del leader e delle correnti. Si tratta di un processo generale che in Italia ha coinvolto l’intero panorama politico. Non è un caso se la contesa nel Pd è sostanzialmente fra due populisti. Perché nel momento in cui non sei più intellettuale collettivo e non sei più luogo di selezione della classe dirigente, il partito diventa mero luogo di gestione del potere. Il mezzo diventa fine e allora servono solo un leader e i suoi lacchè. Il processo decisionale non è più tra linee politiche alternative, ma fra capi alternativi. E vince chi è più populista e arrogante dell’altro.
Essere di sinistra, oggi, vuol dire anche invertire questa tendenza, costruendo un movimento dove il nodo non sia il leader ma la classe dirigente, diffusa e riconosciuta.
Dico non a caso riconosciuta, perché oggi esistono soltanto i grandi leader mediatici, non abbiamo più i dirigenti di base, quelle figure essenziali se si vuole avere un legame forte con il territorio. Abbiamo una classe politica (non la chiamo dirigente non a caso) completamente slegata dal territorio. Sento autorevoli parlamentari che ti dicono candidamente “non abbiamo capito cosa stava succedendo”. E’ successo ad esempio sul referendum costituzionale. Bastava andare a dare un volantino in giro per capire che gli italiani non solo avrebbero votato no, ma che gli stavate proprio sulle palle.

Tre cose da fare subito, insomma, avendo bene in testa che non serviranno due giorni. Ma bisogna partire. E allora: Pd o non Pd? Machissenefrega.

Cerca

mese per mese

luglio: 2018
L M M G V S D
« Giu    
 1
2345678
9101112131415
16171819202122
23242526272829
3031