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Renzi che va, Renzi che viene.
Il pippone del venerdì/80

Dic 7, 2018 by     No Comments    Posted under: Il pippone del venerdì

Non cambia molto se Renzi fa il suo partitino. Ci sarà solo da aggiornare il conto delle formazioni politiche personali. E del resto mica era possibile che fosse soltanto la sinistra a sfaldarsi, è proprio questa società che non tiene più. Le varie diaspore politiche sono la conseguenza. La politica non può che essere lo specchio fedele di un paese, della situazione sociale, delle evoluzioni dei costumi. E se un società diventa sempre più individualista, cattiva ed escludente, la politica non può che ripercorrere questi tratti. Il settarismo va di gran moda, il “meglio comandare in una casa piccola che stare insieme ad altri in una più grande” oramai è una sorta di mantra che si sente in ogni angolo.

E comunque, si diceva, non cambia molto se Renzi fa il suo partitino. Almeno per quelli come me che sono convinti che l’errore, anzi direi l’equivoco, stia nell’esistenza stessa di una formazione politica che riunisce due culture distinte. Non si mescolano, al massimo una prova a cancellare l’altra. Come è successo con la famosa rottamazione, che non era la semplice sostituzione di una classe dirigente. Non era un salutare scontro generazionale. Tutt’altro: era la fase finale della cancellazione di una cultura politica, quella che, con una semplificazione necessaria alla salute dei lettori, oserei definire “togliattiana”. La rottamazione era la fine di quell’idea di partito e di funzione del partito nella società che era stata definita nel Pci del dopoguerra e perfezionata con Berlinguer.

Cambia qualcosa se il segretario sarà Zingaretti? Con tutta la stima che ho da sempre per il presidente della Regione Lazio, credo di no. Intanto perché secondo me Zingaretti la sua occasione vera l’ha persa alle primarie del 2009. Un ampio fronte, quello si davvero generazionale, gli chiese di mettersi alla guida di un processo di rinnovamento del partito e candidarsi alle primarie che non potevano risolversi in una conta fra Bersani e Franceschini. Una sfida che sembrava guardare più al passato che al futuro. Zingaretti disse di no, spiegò che il suo impegno era tutto teso alla riconquista di Roma (salvo poi ritirarsi per candidarsi alla Regione). Sappiamo come è andata la storia del Pd da quel momento in poi.

Resto convinto anche dieci anni dopo che quella fosse l’occasione di fare del Pd un partito e non una federazione di correnti personali. Ora è tardi. E’ tardi per due ordini di ragioni. Intanto perché quel simbolo ormai viene associato indissolubilmente a una stagione, quella delle leggi contro i lavoratori, quella delle leggi truffa, quella della riforma costituzionale. Ma è tardi soprattutto perché quel partito ha consumato il legame “empatico” non solo con i suoi elettori, ma con i suoi militanti. C’è stata una rivoluzione genetica che ha cancellato una comunità. Non basta il cambio di un segretario né tanto meno basta invocare una generica discontinuità. Tanto più che appostati dietro di lui c’è la fila di quelli che hanno lavorato strenuamente per arrivare alla situazione odierna. Da Franceschini in giù. Nel Lazio, tanto per dirne una, il candidato di Zingaretti alla segreteria regionale era Bruno Astorre, uno che si vantava pubblicamente di “comprare” migliaia di tessere.

Insomma, per non farla troppo lunga, il presunto partitino di Renzi rappresenterebbe sicuramente una novità, ma non la soluzione del problema. Con Zingaretti, ovviamente, sarà possibile aprire un dialogo. Ma si potrà fare solo se avverrà da pari a pari. Soltanto se, nel frattempo, saremo riusciti a dare una casa aperta e stabile allo stesso tempo a quello che resta della sinistra italiana. Resto molto pessimista, la tentata nascita dell’altro partituncolo personale, quello annunciato da Grasso, è un altro ostacolo in un percorso già travagliato. Credo però che prima o poi dovremo fermarci e contare fino a dieci. Ormai ho la certezza che il problema non siano le divaricazioni programmatiche, su quelle una via di mezzo siamo bravissimi a trovarla. Il vero problema è la sopravvivenza dei diversi gruppi dirigenti. Per fortuna le prossime elezioni europee spazzeranno via quello che ne resta. Sarebbe bene capirlo prima e attrezzarsi, ma mi pare che gli egoismi prevalgano. Le liste della sinistra all’appuntamento di maggio saranno almeno quattro e prima si voterà in 4 regione e 4.200 Comuni. Serviranno a confermare l’irrilevanza di ognuno. Né il pur generoso tentativo di Speranza e soci sembra nascere sotto i migliori auspici. Staremo a vedere.

Eppure avere una solida e autonoma formazione alla sua sinistra aiuterebbe anche Zingaretti a tenere a bada i suoi alleati di oggi, accoltellatori seriali che non vorrei mai avere alle mie spalle. Ridefinire un’alleanza progressista in grado di opporsi alle destre è sicuramente una priorità. Ma non funziona un campo – uso questo termine che va tanto di moda – in cui ci sia un partito e tante liste civetta. Funziona uno schieramento vero, con una base culturale comune che viene tradotta in un programma di governo. Se si uniscono, insomma, strategia e tattica. E per fare questo serve una sinistra che esca dall’abbaglio del neoliberismo e torni a essere popolare. Che si occupi, la finisco qui perché so di essere noioso e ripetitivo, delle condizioni materiali del suo blocco sociale, che dia rappresentanza ai tanti movimenti che proprio in questi mesi tornano a far sentire la propria voce. Mettiamo l’orecchio a terra e guardiamo avanti. Forse ne usciamo vivi.

La sinistra sono io e voi non siete un…
Il pippone del venerdì/79

Nov 30, 2018 by     No Comments    Posted under: Il pippone del venerdì

Girando e curiosando fra le varie fasi costituenti di questi giorni mi sono reso conto di alcuni elementi che potrebbero sembrare particolari irrilevanti, ma con cui, in realtà, secondo me dovremmo fare bene i conti. In primo luogo abbiamo un po’ tutti la tendenza a ritenerci depositari della verità assoluta. Un po’ come quando esisteva il Pci e dicevamo che non poteva esistere nulla a sinistra del Partito. Che non a caso aveva la P maiuscola. Solo che allora, il fatto non è da poco, c’era – appunto – il Pci. Ovvero un partito che aveva quasi due milioni di iscritti e arrivava a dodici milioni di voti. Anche all’epoca, in realtà, l’affermazione era almeno presuntuosa, però aveva un suo fondamento: nel momento in cui c’era una casa comune dei comunisti italiani, da Amendola a Ingrao, era lecito guardare con sospetto  a chi si chiamava fuori. Adesso, nel suo complesso, il campo della sinistra italiana non arriva al 10 per cento dei voti. Gli iscritti ai vari micro partiti sono meno, sempre nel complesso, di 100mila. Non a caso, di anno in anno, le costituenti, i cantieri che si aprono, i campi larghi da esplorare, sono sempre di più ma si svolgono in sale sempre più intime. E ultimamente neanche troppo piene.

Il secondo dato è che, anche all’interno della stessa formazione politica siamo come monadi separate, dove non solo tutti parlano male di tutti. Al chiacchiericcio che ha sostituito la sana battaglia politica ormai ci siamo abituati. Il dramma vero è che nessuno ascolta più gli altri, né si sente rappresentato da altri. Assistito a riunioni dove se i presenti sono venti intervengono tutti e venti, con ragionamenti completamente slegati fra loro. Una specie di seduta di autocoscienza continua. Il bisogno di apparire, di affermarsi personalmente, ha ormai sostituito il riconoscimento delle capacità dell’altro. Sarò anche questo un frutto avvelenato della nostra società sempre più individualista?

Il terzo dato è la scomparsa del “popolo”. A parlare, sempre più spesso, sono sedicenti intellettuali, esperti di non si sa bene cosa, portatori di non si capisce bene quale messaggio superiore. E pretendono sempre di insegnarti qualcosa, di spiegare al muratore come si fa un muro, all’idraulico come si monta un rubinetto, allo sfruttato come bisogna lottare per i propri diritti. E’ qualcosa che va oltre la spocchia, è una superiorità aristocratica conclamata. Non ci si interroga, non si ascolta. Si proclama. Noi siamo, noi spieghiamo, noi vogliamo. Ora, in Italia la sinistra funzionava quando era fusione di popolo e intellettuali, quando i lavoratori parlavano del lavoro, gli intellettuali si confrontavano con loro e da lì nasceva la “linea”. Quando abbiamo cominciato a imporre le riforme dall’alto, quando abbiamo perso le nostre radici, non ne abbiamo più azzeccata una. La lezione, almeno questa, dovremmo averla imparata. E invece no. L’operaio, il precario, sono soltanto figurine che si mettono sui palchi perché fa tanto fico. Un po’ come avere l’amico gay qualche anno fa. Ma ci si ferma lì. E così andiamo a salvare naufraghi nel mediterraneo – cosa sacrosanta per carità – ma siamo lontani mille miglia dai tanti naufraghi che abbiamo nelle metropoli cattive che abbiamo costruito. Il popolo non ci vota perché non siamo popolo.

E allora di cosa avremmo bisogno? Io continuo a sostenere che servirebbe un grande sforzo culturale di analisi riprendendo nel cassetto i “vecchi” arnesi marxiani che sarebbero tanto utili nella società di oggi. Non solo dovremmo essere alternativi al neoliberismo che di danni ne ha fatti anche dalle nostre parti, ma tornare ad essere alternativi al modello di sviluppo capitalistico, perché è il capitalismo stesso a generare quel mondo dispari che ci ritroviamo nelle mani.

Non pretendo tanto. Se dici certe cose ti dicono che sei un comunista e se gli rispondi “certo” si sconvolgono.  In una situazione come la nostra anche erigere una barricata sufficientemente alta per ripararci dall’onda nera che ci sta travolgendo sarebbe un miracolo. Cosa hanno fatto da altre parti? Perché in altri paesi la sinistra resiste, in alcuni casi torna addirittura a essere egemone? In Italia l’ultima esperienza di sinistra con una certa consistenza è stata Rifondazione Comunista, tutti gli attuali partitini nascono da lì, da un soggetto politico che aveva una discreta consistenza, una buona organizzazione, una attività militante diffusa. Poi più nulla. Altrove, penso alla Francia, alla Spagna, ma anche agli inglesi, la sinistra resiste se: 1) riesce a rinnovarsi radicalmente, 2) trova un leader convincente in grado accompagnare il rinnovamento, 3) trova delle forme organizzative che garantiscano un po’ di continuità. Non fanno, insomma, una fase costituente al giorno.

Noi un leader convincente non ce lo abbiamo. Facciamocene una ragione. E anche l’idea del “papa straniero”, al decimo fallimento consecutivo, dovrebbe essere rapidamente accantonata.  Se facciamo l’elenco, da Prodi fino ad arrivare a Grasso, dovremmo capire che forse è proprio sbagliata l’idea in sé, che la sinistra dovrebbe formare la sua classe dirigente nella lotta politica e poi proporla e sperimentarla, non creare leader in laboratorio, incoronarli con un applauso con l’illusione di riuscire poi a controllarli. Poi questi si montano la testa e finisce male. Sempre.

Quanto al rinnovamento, faccio notare che ormai alle riunioni ci si conosce un po’ tutti. Perfino i ragazzi, pochi, che ogni tanto compaiono sembrano meri cloni dei più anziani. Con tutti i loro difetti, con tutte le loro debolezze. E poi c’è questa cosa che a me mi fa impazzire: il rinnovamento va bene, ma mai per se stessi. Sono sempre gli altri, nel segno della rottamazione continua a doversi fare da parte. E così ci ritroviamo ultrasessantenni con un onesto passato nelle retrovie della prima repubblica che ti diventano all’improvviso i paladini acerrimi del rinnovamento. Altrui.

L’altra cosa che trovo insopportabile è la società civile. Serve la società civile, basta con i partiti, le energie presenti nella società da valorizzare. Ma che noia questa stanca ripetizione di ricette fallite. Ora, le energie ci sono davvero, lo vediamo nel movimento delle donne, degli studenti, nelle manifestazioni contro il razzismo. Ma ai movimenti serve una sponda politica, un luogo dove le istanze che rappresentano diventano stabili, diventano patrimonio comune. Altrimenti, è la natura stessa dei movimenti a dircelo, si accendono, divampano e poi si spengono senza lasciare sedimenti significativi.

E allora che fare? Costruire una casa stabile, che non cambiamo ogni tre mesi, che non abbia come orizzonte soltanto le prossime elezioni, ma nella quale trovare riparo. Io resto convinto che almeno questo si possa realizzare in tempi brevi: dare alla sinistra un luogo di confronto di elaborazione, di selezione della classe dirigente. Come? Non dal basso, o almeno non soltanto. I partiti non nascono mai solo dal basso o solo dall’alto. Nascono seguendo esigenze storiche, fondendo militanza e classe dirigente. Sono processi più complessi. Ma per essere credibile e stabile il partito che ho in mente deve valorizzare la partecipazione e il metodo democratico. Non è che abbia la pretesa di essere maggioranza, tra l’altro mi succede di rado, ho però la pretesa di poter discutere le proposte, di poter contribuire a eleggere la classe dirigente. Dove non ci possono essere più “nominati”, quelli che ci sono sempre “di diritto”.

Insomma, continuerò a partecipare, per quanto mi sarà possibile, a tutti gli appuntamenti in cui si parlerà di questi temi. Secondo me ci sono ancora le condizioni per costruire un percorso che non rappresenti un ritorno al passato, che aggreghi e non divida ulteriormente. Un po’ meno spocchia e più umiltà da parte di tutti non guasterebbe. Ma è merce rara.

Cinquantuno sfumature di rosso.
Il pippone del venerdì/78

Nov 23, 2018 by     No Comments    Posted under: Il pippone del venerdì

Un autorevole commentatore alcuni giorni fa ha spiegato che la crisi della sinistra sta tutta nel non aver metabolizzato la trasformazione del sistema dei partiti in sistema dei leader. Ovvero, la società di oggi sarebbe di per sé incompatibile con un sistema politico basato sulla partecipazione, la semplificazione della quale siamo tutti vittime nei campi più disparati richiederebbe la delega totale a un leader. E noi invece, secondo l’autorevole commentatore, ci ostiniamo a pensare di organizzarci in partiti.

A dire il vero, a me pare che la sinistra questo cambiamento lo abbia metabolizzato da tempo, semmai viene da pensare che non si metta d’accordo sul leader. In questi giorni sono in corso almeno quattro processi costituenti di altrettante formazioni politiche che potranno comodamente incoronare altrettanti fascinosi segretari. Tutti e quattro i “cantieri” saranno aperti, unitari, inclusivi, perché “non vogliamo fare il solito partitino del 3 per cento”. Il sindaco di Napoli, in una intervista dei giorni scorsi, ha spiegato addirittura che fare il leader è il suo destino naturale e che si candiderà a tutte le elezioni prossime venture. Abbiamo trovato un nuovo Lenin e non ce ne eravamo accorti. Che culo!

Quelli messi peggio, anche se nessuno ormai si accorge di loro, sono i compagni di Possibile, passati dalla battaglia senza se e senza ma contro Zingaretti a fare da comparsa in una lista (sempre unitaria, aperta, inclusiva e che non sarà un partitino del 3 per cento) capitanata da Boldrini e Smeriglio, sotto l’ala protettiva proprio del presidente della Regione Lazio. L’ala sinistra della futura alleanza immaginata dall’aspirante segretario piddino. Poco più che una lista civetta, insomma. Chissà come mai quelli che sono per la lotta dura senza paura me li ritrovo sempre a fare da giullari a corte.

I moderati, dal canto loro, non stanno messi meglio: il Pd ha addirittura sette candidati segretari. Tutti aspiranti leader. Dei quali si conosce a malapena la faccia, ma non è dato sapere quali siano le ragioni programmatiche e ideali che li hanno spinti al grande passo. Che poi, io non sono un fautore delle quote rosa, ma che diamine: fra costituenti, congressi e convegni, stiamo parlando complessivamente di una quindicina di persone: tutti uomini, salvo l’ex presidente della Camera. Quasi che il concetto di leader, declinato nella forma contemporanea, fosse solo possibile al maschile.

Di sicuro la sinistra è stata protagonista della fine del sistema dei partiti in Italia. Anzi ne siamo stati l’avanguardia. Fin dall’89. Per me la data maledetta è sempre quella in cui Achille Occhetto stabilì che la risposta alla crisi del comunismo mondiale era sciogliere il Pci e trasformarlo in partito qualsiasi. Da lì è venuta meno una comunità, una maniera di stare insieme, di condividere non solo la passione politica ma un pezzo della propria vita. Certo, poi negli ultimi anni il sassolino rotolando lungo il fianco della montagna è diventato valanga e ha travolto tutto. Ma l’origine è sempre quella lì.

E le stesse divisioni, anzi ormai si dovrebbe parlare di moltiplicazioni a ripetizione multipla, avvenute in questi anni, in realtà hanno origine proprio da quel vulnus: se manca una base ideale comune non è possibile neanche rinunciare a un pezzo della propria visibilità e identità personale nel nome del bene collettivo. Anzi, lo stesso concetto di bene collettivo vacilla e viene sostituito sempre più dal mero tornaconto personale. Temo che le discussioni dentro Liberi e Uguali di questi mesi siano proprio la rappresentazione estrema di questo: ci si divide per preservare il proprio pezzettino di potere, che, per quanto sia piccolo, non si è disposti a cedere. Manca una base ideale, manca un figura capace di mettere tutti d’accordo, perché restare insieme? Ognuno a casa propria, poi ci si aggregherà di volta in volta nel tentativo – vano – di superare qualche sbarramento elettorale. La cosa più divertente di tutte è che tutti quelli che si candidano lo fanno sempre dicendo che bisogna superare “l’io e tornare al noi”. Intanto si candidano, però.

 Resta da capire se davvero sia proprio impossibile fare un partito-comunità adesso e ci si debba per forza accontentare di battere le mani a qualche polletto allevato in batteria che si crede un gallo di qualità. Io resto convinto che si debba tornare all’antico, sia pur innovando le forme dell’organizzazione, i modi di partecipazione e il meccanismo di selezione della classe dirigente. Per questo credo che valga la pena di continuare a spendersi. Certo, non è una sfida che possiamo vincere oggi. Ormai toccherà farsene una ragione. Sarò al teatro Ghione domani mattina, sabato 24 novembre, per l’appuntamento organizzato dai comitati di Liberi e Uguali. E mi auguro non solo che vada bene, ma anche che gli aspiranti leaderini si rendano conto che insieme si sta meglio, soprattutto se bisogna costruire un argine a quello che ormai sembra un fiume in piena, l’ascesa della nuova destra di Salvini e soci.

Credo però – sarò anche pessimista, a me sembra sano realismo – che sia inutile farsi troppe illusioni. Basta girare un po’ e ci si accorge che ormai sono scattati gli ultras delle varie parti in causa e quanto parte la rissa la cosa migliore da fare è tenersene accuratamente alla larga. Intanto è bene continuare a coltivare i semi, le reti che ognuno di noi ha costruito in questi mesi. Che le diverse sigle non siano scuse per perdersi di vista. Perché guardate che, i leaderini se ne accorgeranno, non sarà facile farci tornare docili docili in casette che non sentiamo più nostre.

Sciogliere Leu? Non capisco e non mi adeguo.
Il pippone del venerdì/77

Nov 16, 2018 by     No Comments    Posted under: Il pippone del venerdì

Allora, di solito non mi adeguo per ragioni di opportunità neanche quando capisco, figuriamoci quando non capisco. Riassumo per gli amanti del brivido. Il 4 marzo si è presentato alle elezioni politiche un raggruppamento elettorale di sinistra, Liberi e Uguali, nato dall’unione di tre partiti: Sinistra Italiana, Possibile e Mdp. I tre rispettivi leader, nel momento stesso in cui hanno individuato in Pietro Grasso la figura guida di Liberi e Uguali, hanno dichiarato solennemente che quel cartello elettorale, subito dopo le elezioni, sarebbe diventato un partito unitario. Per la prima volta da decenni, insomma, a sinistra si metteva in campo un processo di aggregazione. Il risultato elettorale non ha premiato questo tentativo: il 3,4 per cento ottenuto è un risultato quantitativamente inferiore alle attese, non qualitativamente. Perché puoi prendere il 5 o il 3 ma conti sempre poco se non consideri quei voti una base su cui costruire un futuro più consistente. Così non è avvenuto. Evidentemente Leu era considerato un semplice autobus per confermare un gruppetto di parlamentari. L’elettorato lo ha capito e non ci ha premiato.

Il 5 marzo, malgrado le promesse, si sono sfilati immediatamente i compagni di Possibile, subendo  a loro volta una scissione. Ancora prima l’ex presidente della Camera, Laura Boldrini, aveva dato vita a un suo movimento.  A maggio l’assemblea nazionale di Liberi e Uguali ha deciso di continuare comunque la costruzione del partito, dandosi delle precise scadenze. Poco dopo è stato nominato, non si sa bene con quali criteri e proposto da chi, un comitato promotore nazionale, in molte città sono nati i comitati locali, è stata avviata una campagna di pre-adesione. Io, a oggi, sono iscritto a Liberi e Uguali.

Da lì, il nulla. Prima si è chiamata fuori Sinistra Italiana dando la colpa a Grasso e a Mdp, poi Mdp ha annunciato che, visto che era finita l’esperienza di Leu per colpa di Si e di Grasso avrebbe dato vita, a sua volta, a una fase costituente. Appuntamento il 16 dicembre. In tutto questo non c’è stato un solo momento collettivo in cui poter discutere. Anche l’ex presidente di Lega Ambiente, Rossella Muroni, nel frattempo, ha annunciato, nel frattempo la volontà di costruire un suo partito, i nuovi verdi.

In mezzo al guado, a partire dal mese di ottobre, alcuni comitati locali di Leu hanno cominciato a parlarsi, a incontrarsi e hanno lanciato l’idea di vedersi tutti quanti a Roma il 24 novembre. Per discutere insieme, appunto, e vedere se ci sono le condizioni per proseguire. Al momento, gli unici ad aver risposto presente fra i dirigenti sono Grasso e Laforgia, senatore, ex capogruppo di Mdp alla Camera.

Tirando le somme, allo stato attuale, tralasciando alcune figure minori e patrioti vari, allo stato attuale da Liberi e Uguali rischiano di nascere almeno 6 partiti. Si fa per dire. Diciamo che rischiano di nascere 6 segreterie nazionali. Alle elezioni europee, per essere concreti, nella migliore delle ipotersi potremmo dover scegliere fra il partito di Grasso e Laforgia, la formazione di Boldrini e Smeriglio, il nuovo raggruppamento fra Sinistra Italiana e Rifondazione, il partito rosso-verde annunciato da Speranza. In più avremo Pap, i soliti sei, sette partiti comunisti, Possibile da qualche parte si andrà a collocare. Una roba che viene voglia di metter su casa nella foresta amazzonica, altro che nel bosco di bersaniana memoria.

Fin qui la descrizione della situazione, mi perdonerete la rozzezza delle semplificazioni, ma altrimenti servivano due pipponi. Ora provo a dire la mia. Intanto non capisco. Ma davvero, non è una provocazione. Non capisco la differenza fra la fase costituente che propongono Grasso e Laforgia e quella che propone Speranza. L’unica differenza che percepisco chiaramente è che si tratta di due progetti distinti. Per quali ragioni non è dato sapere. A meno che non si voglia davvero sostenere che ci si divide sul metodo da adottare per prendere le decisioni: solo online? Solo nelle assemblee fisiche? Sono problemi seri che attanagliano il Paese intero. Almeno Sinistra Italiana e Mdp sembrano avere differenze di prospettiva: a quale gruppo aderire una volta eletti nel Parlamento europeo? Presentare o no la lista di Leu alle elezioni? Certo, ci sarebbe piaciuto dire la nostra, ma capiamo che praticare sul serio un percorso di partecipazione democratica è più complesso che annunciarlo. Invece tra Speranza e Grasso le divisioni sono davvero incomprensibili. L’unica cosa certa è che le opposte tifoserie sono già al lavoro. E quando partono gli ultras tutto è perduto. Non c’è più il ragionamento, non c’è più il confronto, tutto si riduce al “serrate le file” della propaganda.

Io credo, però, che possiamo ancora fermarci a riflettere e creare le condizioni per il rilancio di una forza che abbia una forte tensione unitaria. Il tempo non è ancora esaurito. E credo che l’occasione, l’ultima, possa diventare proprio l’assemblea nazionale lanciata dai comitati locali per il 24 novembre. Le condizioni per farla diventare un appuntamento costruttivo sono chiare, ma non semplici. Intanto bisogna arrivarci con la mente aperta, non con i paraocchi del tifoso. E poi bisogna invitare tutti, ma proprio tutti. Da Lotta Comunista fino alla sinistra del Pd, direi tanto per chiarire il campo a cui secondo me dovremmo provare a rivolgerci. Dovremmo guardarci in faccia e capire che il momento è talmente grave che non si può stare a sottolineare le virgole che ci differenziano. A me sembra che un buon punto di partenza per la discussione sia il documento proposto da Grasso. Non è perfetto, ma è una base che non mi sembra si distanzi in maniera così profonda da quello consegnato sabato scorso al coordinamento nazionale di Mdp. Assumiamo quel documento, facciamo ripartire un movimento unitario con quel percorso che avevamo immaginato. Creiamo in ogni città dei luoghi in cui discutere unitariamente, non per partiti separati. E da lì diamo la spinta necessaria a superare le difficoltà. In parallelo si può eleggere (non nominare per carità) una commissione nazionale che prepari poche e semplici regole per adesioni e percorso congressuale. Il tutto entro gennaio.

C’è il rischio, lo sento già molto presente nelle discussioni online, che, invece, l’assemblea del 24 novembre diventi il luogo in cui ci si limiti a sancire le divisioni e si fa nascere non Liberi e Uguali, ma l’ennesimo partitino senza prospettiva. E’ perfino facile: si parte con le accuse ai gruppi dirigenti inadeguati, ci si autointesta la rappresentanza esclusiva della base, si affibbiano colpe a destra e a manca. Basta un attimo e  ci si ritrova intruppati al seguito di qualche aspirante leader. La prospettiva francamente non mi alletta un granché. Come si dice a Roma: peppa per peppa mi tengo peppa mia. Eppure, prima di prendere la strada della foresta, secondo me vale la pena di fare l’ultimo tentativo. Parliamoci con sincerità, ascoltiamoci con attenzione e valutiamo insieme. Ci sarà tempo per creare un gruppo dirigente nuovo, mettendo alla prova tutti noi nel processo unitario.
Non mi adeguo, lo ribadisco. E, lo spero davvero, credo che il 24 novembre saremo in tanti a non adeguarci.

Alle prossime Europee? Tutti al mare.
Il pippone del venerdì/71

Set 28, 2018 by     No Comments    Posted under: Il pippone del venerdì

In queste settimane apparentemente silenziose in realtà la sinistra italiana si sta accapigliando per trovare una soluzione al tema dei temi. Non si parla di ambiente, di immigrazione, di politica della casa o dei trasporti, non vi preoccupate, ma semplicemente di come garantire la sopravvivenza di qualche parlamentare europeo. L’idea brillante è di fare una lista, ma alla fine vedrete che ne saranno almeno due, ovviamente unitarie, antagoniste, anticapitaliste. Non è una novità, quella dell’ammucchiatina dei residuati bellici degli anni ’90 da assemblare in contenitori dei quali si magnificherà per qualche mese il futuro unitario per poi dividersi il giorno dopo le elezioni. E come al solito saremo costretti a leggere l’ennesima sfilza di pensosi interventi di dirigenti e intellettuali che cercano di spiegarci per quale motivi gli elettori non ci votano.

C’è chi vuole fare una lista con Varoufakis, chi con Mélenchon, chi resta ancorato al Pse. Si cercano possibili leader, ora va di moda il sindaco di Napoli De Magistris, che dopo molti tentennamenti si sarebbe deciso a scendere in campo in prima persona, forse convinto dall’avvicinarsi della scadenza del suo secondo e ultimo mandato. Da parte mia, ho passato la scorsa domenica alla festa nazionale di Mdp. Ho ascoltato due dibattiti e il comizio di Speranza. Ne ho tratto due o tre impressioni che vi racconto come mi sono arrivate, senza troppe rielaborazioni. La prima: c’era molta gente ai dibattiti, zero nel resto della festa. Oddio non che ci fosse molto da vedere, giusto qualche stand per altro molto “essenziale”. Però è esattamente il contrario di quello che succede di solito nelle festa in piazza: molta gente a mangiare oppure nella parte commerciale, meno quelli interessati alla politica. Insomma, un appuntamento per soli addetti ai lavori. La seconda: proprio nel giorno in cui Grasso sui giornali parlava di stato di “stallo” di Liberi e uguali, il coordinatore nazionale di Mdp, nel comizio conclusivo della festa non ha nominato né Grasso né tanto meno Leu. Cancellati. La terza è che, delle discussioni a cui ho assistito, quella più attuale e legata alla concretezza dell’oggi è stata quella sul valore di Marx oggi, il dibattito, insomma, che avrebbe dovuto essere più intellettuale. E sicuramente è stata un’ora di buon livello, con spunti di livello universitario da parte degli oratori, ma è stata anche la più utile se ci si vuole calare nella realtà e tornare a fare iniziativa.

In estrema sintesi, comunque, tutti d’accordo nel porre l’accento sulla gravità della situazione attuale, nessuna indicazione o proposta per mettere un freno alla destra, per dare qualche segno di esistenza in vita. Il gruppo dirigente della sinistra nelle sue varie forme, dal 4 marzo in poi è intronato. Non trovo forme più eleganti per definirlo. Non che prima fossero poi tanto più svegli. Ma oggi il tracciato cerebrale è tendente al piatto assoluto.

L’analisi più lucida l’ho letta in una lettera al Manifesto di un gruppo di giovani, la sintetizzo così: non siete riusciti a fare un partito decente, non siete riusciti ad avviare un po’ di ricambio della classe dirigente, non siete nemmeno riusciti a fare un’analisi delle ragioni della sconfitta, adesso manco riuscite a mettere in piedi un’opposizione decente al governo sempre più Salvini e sempre meno Di Maio. Conclusione secca: dimettetevi in blocco, pensionatevi. Dieci minuti di applausi.

Ora, nessuno probabilmente li ascolterà. Non si prenderanno neanche la briga di dare una risposta. Continueranno nell’insulso dibattito fra dirigenti che non riusciranno mai a trovare un minimo comune denominatore. Io sono convinto che sarebbe semplice: basterebbe partire dalle questioni su cui ci si trova tutti d’accordo e lasciare aperte quelle in cui non si arriva a una posizione unitaria.  E invece non vogliono trovare un accordo che ponga le basi per un nuovo partito. Nel Pd, che secondo molti resta l’unica scialuppa da non abbandonare, fra Renzi e Zingaretti si dibatte all’ultimo sangue per stabilire chi dei due sia più antigrillino. Per le europee si parla di un fronte unico da Macron a Tsipras (che ha già detto no) e Renzi che come al solito si porta avanti con il lavoro firma il manifesto del leader francese. Nell’arcipelago variegato extraPd si dibatte su chi bisogna escludere per fare una lista di sinistra vera. Con tutti gli “anti” del caso.

Personalmente mi annoio e penso sinceramente che forse sarebbe il caso di prendere la famosa strada del bosco. E questa volta niente tenda, che si ha una certa età e di inverno fa pure freddo e c’è molto umido. Si fa una bella casetta di legno, con tanto di camino. Comincio a pensare che forse sarebbe bene stare fermi un giro, eliminando l’ansia da prestazione elettorale, la corsa al seggio verso Strasburgo, la lettura affannosa dei sondaggi che ti danno sempre in bilico sul quorum. Questa volta probabilmente non lo supereremo, tra l’altro. Eliminata l’urgenza, forse, ci si potrebbe dedicare a questa scomposizione e riaggregazione della sinistra di cui tutti parlano ma che nessuno ha il coraggio di cominciare visto il prossimo appuntamento elettorale. Certo, si lascerebbe libero il campo alla destre e a Grillo, ma viene il dubbio che forse con due o tre liste raccogliticce non solo il suddetto campo sarebbe altrettanto libero, ma anche arato e pronto al raccolto per Salvini e soci.

Forse, il dubbio me lo consentirete è legittimo, sarebbe bene cominciare a piantare qualche seme che vada oltre l’urgenza elettorale. Sarebbe bene mettere qualche radice più forte, far crescere una pianticella nuova. Vi lascio con questa domanda. Non credo che nessuno abbia la risposta, ma secondo me è più interessante rispetto allo stabilire se Zingaretti sia un argine ai Cinque Stelle o no.

Nel frattempo il governo Salvini si prepara a una legge di stabilità pericolosa: aumenta il deficit, la nota di aggiornamento del Def parla del 2,4 per cento, con buona pace del ministro Tria costretto alla resa. Sarebbe anche interessante se le risorse in più fossero destinate agli investimenti. E invece no, tutto sulla spesa corrente. Dei tagli agli sprechi, dei fondi per mettere in sicurezza il territorio nessuna traccia. Ci vorrebbe un partito che facesse opposizione sociale. E invece pensano a garantire qualche poltrona. Auguri.

Meglio andare al mare, che fa caldo.
Il pippone del venerdì/65

Lug 20, 2018 by     No Comments    Posted under: Il pippone del venerdì

La situazione è questa: nel Mediterraneo si continua a morire mentre Salvini mostra i muscoli a chi annega. Nel frattempo ci ritroviamo uno che fino a poche settimane fa era dipendente di Mediaset alla presidenza della commissione di vigilanza sulla Rai con i voti di Lega, Forza Italia e Pd. E per finire, per alleggerire il decreto dignità, tanto vacuo ma comunque inviso a Confindustra talmente assuefatta ai governi scendiletto da non poter sopportare alcuna regola in favore dei lavoratori, quasi certamente torneranno i voucher, ovvero la schiavitù con un nome più corretto.

In tutto questo dove siamo? Protestiamo su facebook, ci facciamo coraggio tra di noi e ne usciamo con le nostre convinzioni ancora più forti. Il Pd riunisce la sua segreteria nazionale nelle periferie più disagiate di Roma, Napoli e Palermo, dibatte con grande ruvidezza sulla data in cui svolgere le primarie e sta bene così. Articolo Uno celebra clandestinamente un congresso senza senso alcuno e sta bene così. Liberi e Uguali agonizza, tra nomine come al solito calate dall’alto e silenzi imbarazzanti che continuano a essere la nota caratteristica di questo “soggetto politico”. Poi alla prossima assemblea nazionale magari si ripresenteranno a chiedere scusa. I sondaggi, per la cronaca ormai danno Salvini-Di Maio oltre il 60 per cento e se non ci diamo una mossa alle prossime elezioni la sinistra non concorrerà proprio. Perché quando gli elettori hanno la percezione che siano altri i protagonisti della partita il voto tende a polarizzarsi, ormai dovremmo averlo capito.

Eppure si può anche fare di peggio. Basta leggere le due proposte contrapposte – ma in fondo uguali – che arrivano da Laura Boldrini e Nicola Fratoianni. Due che, badate bene, sono stati eletti in Parlamento nelle liste di Leu con l’impegno, va sempre ricordato, a costruire un partito unitario a partire dal 4 marzo. In questa situazione, dai due più barricaderi leader della sinistra multipla uno si aspetterebbe chiamate in piazza anche alla fine di luglio. Niente da fare. Si ha piuttosto la sensazione che si trovino su qualche terrazza a discettare sorseggiando aperitivi esotici. L’ex presidente della Camera lancia un’ideona per le elezioni europee: la lista di tutti i progressisti (in sostanza Pd e Leu), un’alleanza doverosa, a suo dire, per contrastare i populismi. Il segretario di Si fa la proposta opposta (e per questo, in fondo, uguale): una bella lista unitaria di tutta la cosiddetta sinistra radicale. Rifondazione, De Magistris, Altra Europa, Sinistra italiana: tutti insieme appassionatamente.  Dico che si tratta di due proposte opposte ma in fondo uguali perché hanno una nota comune se ci pensate bene: tutte e due prevedono la fine di Liberi e Uguali. Quelli che vengono dal Pd ritornino nel Pd, o in un listone simile. Quelli che vengono dalla sinistra radicale tornino con gli altri pezzettini di quell’area. E vissero felici e contenti. Quelli delle varie destre ovviamente.

L’ho scritto tempo fa, ma oggi mi sembra ancora più attuale. Sembra di vivere una specie di film di quelli dove ogni giornata si ripete uguale all’infinito. Cambiano i protagonisti, ma gli errori restano sono sempre gli stessi. E così dopo il nuovo Ulivo pensato da Pisapia per ripetere i fasti – e i disastri – di Prodi arriva addirittura la lista unita della coraggiosa Boldrini.  Con quali riferimenti culturali, con quali alleanze a livello europeo non si sa. L’unica cosa che conta è far fronte comune contro i barbari che ormai non solo sono alle porte ma sono proprio dentro casa. Poco importa che il Pd guardi a Macron e continui a rivendicare le politiche liberiste adottate dai suoi governi. L’importante è stare insieme. E così, come un novello Bertinotti, incurante del pericolo, arriva il Fratoianni e lancia la nuova accozzaglia radicale. Obiettivo dichiarato eleggere i soliti due, tre europarlamentari. Perché di questo stiamo parlando. E’ dimostrato che gli elettori non la votano questa roba.

E di tutto quello che succede fuori? Se ne interessa qualcuno? Pare di no. Abbiamo un coraggioso deputato che si è imbarcato sulla nave di una Ong del Mediterraneo. Ogni tanto arriva qualche comunicato di Fassina che osanna le tesi del maestro Savona. Poco altro. Tutti a dibattere su cosa fare alle elezioni europee. Che poi sarebbe anche un tema interessante se si affrontassero i nodi veri che abbiamo di fronte. Intanto come si ricostruisce una casa della sinistra anche a livello europeo, andando oltre gli steccati di adesso. Perché oggi come oggi io non mi sento troppo vicino al Pse, o almeno a buona parte dei suoi dirigenti, ma mi sento stretto anche nella Gue, che appare come una formazione residuale, senza la capacità di incidere davvero. E infatti, gli altri, in tutto il continente, di questo stanno ragionando. C’è il tentativo di Diem25, c’è stato il documento firmato da Mélenchon, Podemos e dai portoghesi del Bloco de izquierda. Ci sono movimenti anche nel Pse, dove gli spagnoli non sono proprio uguali ai tedeschi. Non si parte dal contenitore, nel resto di Europa di parla delle questioni che abbiamo di fronte. Gente strana.

Si ha la sensazione, insomma, che l’Italia sia un’isola a sé, chiusa a tutto quello che le avviene intorno, dove protagonisti vecchi al di là dell’età anagrafica tendono a riproporre formule ancora più stanche con l’unico scopo di salvare qualche posticino. Spero di essere smentito ovviamente. Magari a settembre il gruppone di nominati da Grasso nel comitato promotore di Leu ci stupirà producendo un bellissimo manifesto fondamentale del nuovo partito che dia una base solida alla discussione. Magari avremo finalmente un percorso nel quale si parte dai quartieri e non da assemblee provinciali finto democratiche dove prevalgono necessariamente le vecchie consorterie e si riesce a stento a parlare. Cinque minuti, mi raccomando i tempi.

Intanto – e per oggi la finisco – meglio andare al mare, che fa caldo.  Incrociamo le dita che di agosto la sinistra di solito è in grado di dare il peggio del peggio. L’idea del Pd, solo per fare un esempio, nacque proprio in agosto, da un appello di Prodi ai partiti dell’Ulivo per fare una lista unitaria in vista delle elezioni europee che si sarebbero state l’anno dopo. Insomma, tutti al mare, con le dita incrociate. Quello che ci aspetta a settembre, mai come quest’anno, non è dato saperlo. Per ancora un paio di settimane vigilo da qui.

Si parte: forse è la volta buona.
Il pippone del venerdì/60

Giu 15, 2018 by     No Comments    Posted under: Il pippone del venerdì

E in un caldo pomeriggio di metà giugno, all’improvviso, ti arriva una mail da Grasso con scritto “Finalmente!” e poi le date per il percorso costituente del partito. Chi ci sta, ci sta. Permettetemi una polemica preventiva: caro Grasso finalmente lo possiamo dire soltanto noi che lavoriamo da anni per arrivare a un partito nuovo, non chi ha esercitato poco e male la sua funzione di leader. Ora lavoriamo tutti insieme, tutti soldati semplici, nessun generale. Si strappino i gradi frettolosamente appuntanti sulle divise di ufficiali improvvisati e si torni a discutere da pari a pari. Tutti.

Leggo che c’è chi parla di accelerazione, di fretta eccessiva, leggo di moniti a non cristallizzare una classe dirigente che colleziona sconfitte e basta. Non si capisce bene di quale accelerazione si parli. Prima del voto avevamo detto, tutti insieme, dal 5 marzo Liberi e uguali diventerà un partito. Non è che abbiamo detto: dal 5 marzo, se vinciamo le elezioni si fa un partito altrimenti ci si scioglie. Ora siamo in ritardo, altro che accelerazione. Siamo stati fermi troppo a lungo e bisogna ripartire. E non mi sembra che un percorso che prevede un congresso fra sei mesi sia da giudicare frettoloso. Anzi. Fino a ottobre si parlerà solo di idee, senza nominare gruppi dirigenti, senza impelagarsi in oziose riunioni dove ci si scanna su un nome o su un altro. Ed è bene che sia così, magari in questa maniera facciamo emergere chi ha idee nuove e non i soliti noti legati a note cordate.

Di un partito della sinistra poi – sapete come la penso – c’è bisogno. Un partito nuovo, senza dubbio, che riparta dalle radici socialiste e faccia una seria analisi di quanto è successo negli ultimi 25 anni, forse anche 30, un partito che ripensi le forme della partecipazione, che sia promotore di una nuova sinistra anche a livello europeo. Tutto vero. Tutte questioni aperte. Scogli da superare. Non so se riusciremo a trovare una sintesi fra le diverse posizioni di partenza. Di una cosa sono sicuro però: se il dibattito resta chiuso fra i sedicenti gruppi dirigenti di Leu non ne usciamo davvero. Io resto convinto che più si scende dal vertice e più le differenze si sfumano. Tutto sta a costruire occasioni vere di confronto.

Su un punti sono d’accordo con i critici del processo costituente (e su questo argomento, tra l’altro, si assiste a strane convergenze): Liberi e Uguali è insufficiente. Questa affermazione, a dire il vero, è un po’ la scoperta dell’acqua calda. Lo dicono da sinistra quelli che rimpiangono il Brancaccio, lo dicono da destra quelli che auspicano ancora il big-bang del Pd per favorire una nuova articolazione delle forze in campo. Fra un po’ finisce che torna di moda anche Pisapia. Nessuno pensa che sia sufficiente sommare Sinistra italiana e Mdp per riempire il vuoto che c’è nell’offerta politica. Tra l’altro in politica le somme spesso non funzionano, il totale è inferiore agli addendi.

Per me però Liberi e uguali è il nucleo da cui ripartire. Anche per uscire da quel vizio che ha ucciso la sinistra cosiddetta radicale da Bertinotti in poi: tutte le aggregazioni messe in campo alla ricerca di costruire una “massa critica” che riuscisse a incidere nella società italiana si sono sciolte come neve al sole anche quando hanno avuto un certo successo. Una sorta di trasposizione in politica della tecnica della tela di Arianna. Si tesse di giorno e poi si disfa tutto durante la notte. E invece ora è tempo di tessere. Non serve costruire fortini chiusi nei quali asserragliarsi, ma costruire un tetto, una casa con porte e finestre spalancate. Una casa aperta, insomma, anche a chi al momento non se la sente di mettersi in gioco un’altra volta.

E il momento è proprio questo. Intanto perché le prossime scadenze elettorali sono lontane. Alle Europee, tra l’altro, si vota con un sistema proporzionale sostanzialmente puro e potremo mettere in campo la nostra proposta senza il ricatto solito del voto utile. Un risultato positivo in quella occasione, insomma, potrebbe essere un mattone importante, dobbiamo far vedere che il voto a sinistra è di per sé un voto utile.  Ma anche perché il patto Salvini – Di Maio sta creando uno spazio importante che non va lasciato vuoto. Le prime settimane di questo governo hanno completamente oscurato i temi cari al Movimento 5 stelle, penso al reddito di cittadinanza, ma anche ai beni comuni. Tutti temi “di sinistra”. E invece si è parlato di condoni, di porti chiusi per i rifugiati, di meno tasse per i ricchi. Un governo il cui asse appare fortemente schiacciato sulla destra estrema, insomma, neanche su quella moderata. E un governo di questo tipo inevitabilmente svelerà l’inganno elettorale che ha attratto tanta parte dell’elettorato storico della sinistra. Un primo effetto lo abbiamo visto con il turno amministrativo di domenica scorsa. Ora, anche scontando una difficoltà dei 5 stelle rispetto a questo tipo di elezioni, nelle quali il loro scarso radicamento sul territorio pesa sempre in maniera negativa,  il loro risultato è quanto meno deludente. Un dato è evidente, insomma: poi magari i ballottaggi non andranno tutti a finire bene, la sinistra è ancora troppo “stordita” dalla botta del 4 marzo, ma dove si sono presentate coalizioni di tipo nuovo, con candidati credibili, di natura civica e di sinistra, queste sono pienamente in partita, come si dice in gergo sportivo. Non c’è più la sensazione, come  è successo nelle ultime tornate che la contesa sia fra destra e grillini.

Non c’è ancora, come è ovvio, un ritorno dell’elettorato in massa. Difficilmente i voti passano da un partito all’altro: quando hai una delusione e cambi schieramento politico hai bisogno di un periodo di “decantazione”. E quindi cresce l’astensione. A Roma il fenomeno è ancora più evidente, perché a ragioni di politica generale si somma una forte delusione per il disastro dell’amministrazione locale. Ma anche altrove, a macchia di leopardo, vediamo la sinistra tornare a vincere.

Due notazioni rivolte ai distinti sostenitori della “purezza ideologica”. Dove Leu non si presenta unito non esiste. Non è che si hanno risultati deludenti, sono proprio inesistenti. Le liste di Si, di Mdp, di Possibile, difficilmente superano l’1 per cento. Le liste di Liberi e uguali, pur scontando la nostra scomparsa post 4 marzo, non solo esistono, ma arrivano spesso a percentuali decisive per la vittoria e eleggono consiglieri comunali. Io sono mai stato un fans del “partito degli amministratori”, ma un partito nelle istituzioni ci deve pure stare, altrimenti non sei un partito ma una bocciofila. L’altra notazione è che continua il momento disastroso del Pd. Le vittorie per la sinistra arrivano dove più forte è il profilo civico della coalizione e meno si sente la puzza di Renzi. Basta pensare a Trapani. Il tutto il sud le liste dei democratici non arrivano al 10 per cento. Un ulteriore segno che quella proposta politica ormai non attrae più l’elettorato.

C’è un doppio vuoto, insomma. E in politica è bene non lasciare spazi, perché se non li copri tu lo farà qualcun altro. E’ bene che Leu acquisti forza, protagonismo, che sia presente nel dibattito politico. Senza reticenze, dicendo cose chiare e semplici. Certo, tagliando con il metodo veristico utilizzato in campagna elettorale. Certo, mettendo in campo forze nuove, anche ma non solo dal punto di vista anagrafico. Certo, trovando una sintesi fra le posizioni in campo e ponendo basi forti per essere autonoma e non andare a ricasco di altri.

I dubbi e le cautele ci stanno tutti. Ma il tempo è questo, altro che fretta, è tardi.

Attenzione a non farli diventare eroi.
Il pippone del venerdì/57

Mag 25, 2018 by     No Comments    Posted under: Il pippone del venerdì

Qua bisogna fare l’opposizione, non pensare di rivolgere contro il nuovo governo i metodi usati da loro. La ragione è semplice: se hanno funzionato contro la politica “tradizionale”, rischiano di essere un clamoroso boomerang contro i “nuovi” arrivati. L’esperienza l’abbiamo fatta a Roma, dove la disastrosa sindaca Raggi, eletta ormai 2 anni fa, vive ancora in una sorta di luna di miele infinita con buona parte dei cittadini. Che hanno sì gli occhi pieni del degrado della città, ma in testa ancora troppo vivi i ricordi di Alemanno, di Mafia Capitale e dei consiglieri del Pd che vanno alla chetichella dal notaio per sfiduciare il sindaco eletto dai cittadini. E sono ancora pronti a perdonare la sindaca bollata come “inesperta”, ma “sempre meglio dei ladri che c’erano prima”.

Vedo gli stessi rischi nelle dinamiche che si stanno sviluppando a livello nazionale. Qualche svista nel curriculum del presidente incaricato diventa una violentissima campagna di stampa. Ora, non che non sia grave, ma nulla in confronto a cosa hanno combinato i governi precedenti. Vogliamo parlare di Banca Etruria? O degli attici al Colosseo ricevuti in regalo? Siccome, poi, la campagna viene lanciata addirittura dal New York Times, rischia addirittura di sembrare la reazione dei poteri forti al cosiddetto governo del cambiamento. Ancora una volta si ripropone l’antitesi fra l’establishment – brutto e cattivo – e l’indistinto bisogno di “nuovo” che anima questo nostro confuso paese. E’ stato nuovo Berlusoni, poi è stato nuovo Renzi. Adesso il fatto che Conte sia anche uno sconosciuto ai più lo mette automaticamente in buona luce. E anche i contrasti con il presidente Mattarella sul nuovo ministro dell’Economia rischiano di essere un ulteriore tempo di questa partita che porta voti e consensi a Lega e 5 Stelle. Perché una cosa sono le prerogative del Presidente della Repubblica, tutte molto vaghe e applicate in misura variabile a seconda della forza dei partiti che ha di fronte, un’altra il sentire comune degli italiani. Ora, a me non sta particolarmente simpatico Savona, ma dire di no a Salvini per un mero dissenso politico sarebbe l’ennesimo regalo fatto alla Lega. Secondo me quasi quasi ci sperano addirittura. Il format è sempre lo stesso: vecchia politica moribonda che vuole bloccare il cambiamento. E l’immagine del morto che afferra il vivo e lo vuole portare con sé non è proprio delle migliori.

Io credo che l’opposizione sia un’altra cosa. Come era facile immaginare alla fine, con mille difficoltà e mille giravolte, alla fine un governo si sta facendo. Piaccia o non piaccia ce lo terremo a lungo. La Lega vuole prendere in pieno l’onda che la sta sospingendo sempre più in alto di giorno in giorno. I 5 Stelle hanno bisogno di mettere in campo i provvedimenti necessari a far capire che sono in grado di mettere in atto i programmi a lungo agitati come mere clave. E ricorrere ai vecchi rituali della politica per fare opposizione sarebbe un suicidio. Lo dicono i risultati delle ultime consultazioni: dal 4 marzo si è votato in 3 regioni e per la sinistra è stato un bagno di sangue dopo l’altro.

Sarà anche un test di scarsa rilevanza ma il Pd non entra nel consiglio regionale della Val D’Aosta. Dal 1946 il Pci, Il Pds e i Ds – dei quali i democratici continuano a dichiarararsi parzialmente eredi – non avevano mai avuto forza enorme ma erano sempre stati rappresentati. Meglio va alla sinistra propriamente detta che – saggiamente abbandonato il logo di Liberi e uguali, ma su questo torno dopo – ha preso il 7 per cento e tre consiglieri.

Non è questa la sede per entrare a fondo sui temi da mettere al centro dell’opposizione. Segnalo soltanto che mentre Lega e 5 Stelle stavano trattando su fisco, lavoro, ambiente, mettendo al centro del loro “contratto” i temi con cui ogni giorno gli italiani fanno i conti, il Pd svolgeva una fantascientifica assemblea nella quale l’argomento era più o meno questo: votiamo Martina come segretario fino al congresso stabilendo una data, oppure non lo votiamo e lo facciamo restare semplice reggente, sempre fino al congresso, ma senza indicare subito una data? Alla fine il principale partito dell’opposizione manco questo è riuscito a decidere, rimandando lo scontro furibondo a una successiva assemblea. Il tema era così delicato, insomma, da scomodare mille e passa delegati per ben due volte. Nelle stesse ore i leghisti spiegavano ai cittadini con gazebo sparsi per tutta Italia il programma del futuro governo. La differenza non è poca.

E meglio non va se si pensa alla sinistra propriamente detta. Anche in questo caso l’appuntamento è una assemblea nazionale che si svolgerà domani, sabato 26 maggio, in un hotel alla periferia di Roma. Ancora un luogo chiuso, quasi a simboleggiare un destino. Sui limiti di questa convocazione ho già scritto e quindi la faccio breve. Ma gli ultimi sviluppi sono esilaranti. Prima arriva una comunicazione in cui si invita chi vuole intervenire a mandare una mail. Pare che le richieste siano centinaia e questo del crescente bisogno di apparire in prima persona in ogni occasione dovrebbe essere materiale di ampia riflessione. Nulla però si sa dell’ordine del giorno dell’assemblea. Secondo le poche notizie che arrivano dai giornali anche in questo caso ci sarebbe uno scontro furibondo in atto: diciamo subito che vogliamo fare un partito o lo si fa al termine del percorso? Che partito facciamo? Unitario o federato? Che si allea con il Pd o no?

Io vi voglio bene, ma qui si sta esagerando. Io credo che sarebbe bene decidere intanto, formalmente, che faremo un partito. E poi avviare una fase di discussione, se non va bene la parola congresso perché vi pare che “escluda”, chiamiamolo anche piripicchio, l’importante è il concetto. Ma soprattutto bisogna tornare nelle piazze. Perché non lanciare, dal prossimo fine settimana, una specie di “operazione verità”? Mille gazebo in tutta Italia nei quali mandiamo deputati, dirigenti e militanti. Megafono in mano, come si usava una volta, a spiegare agli italiani perché il programma del governo andrà a impoverire tutti loro. La flat tax, la ventilata chiusura dell’Ilva, una politica suicida sull’immigrazione. Facciamo un volantino chiaro dove scriviamo – solo per fare un esempio – che la tassa uguale per tutti è un regalo ai ricchi. Senza tante perifrasi. Diciamo poche parole, ma comprensibili a tutti chiare: meno ore di lavoro per tutti, a parità di salario; patrimoniale per i ricchi, tasse più basse per i redditi medio bassi. Mi fermo, ma l’elenco sarebbe lungo.

Mi prendo, infine, poche righe per aprire un breve ragionamento sugli spazi sociali. Uno dei problemi della nostra società, credo che ormai ci siano arrivati tutti, è la mancanza di società. Non è un gioco di parole: viviamo in un mondo dove ci sono sempre più “singoli” e meno comunità. E la sinistra non può che battersi contro questo fenomeno. Ecco, credo che questo sia uno dei terreni di azione. Non basta, ad esempio, essere solidali con la Casa delle donne di Roma, minacciata di sfratto (la questione è più complessa, ma la faccio breve) perché in arretrato con gli affitti. Bisogna dire che le esperienze sociali devono avere spazi a costo zero. C’è un patrimonio pubblico non usato. Vecchie scuole, negozi, interi palazzi vuoti. Si faccia un bando: li affittiamo a costo zero a chi mi garantisce un uso sociale. Anche ai partiti, ai sindacati. Tutto quanto fa “società”, crea punti di aggregazione deve essere protetto e incentivato dal pubblico. Poi magari si controlla, si fanno verifiche sulle attività, in maniera da evitare che qualche furbetto ci si faccia il ristorante o l’albergo abusivo. La questione sarebbe complicata, magari ci tornerò.

La finisco qui, sperando che di proposte come questa si parli all’assemblea di Liberi e uguali e non di astratte alchimie. A proposito, dimenticavo: troviamo un nome e un simbolo, che dicano chiaramente chi siamo. Leu credo sia definitivamente bruciato dal 4 marzo.

Tranquilli, siamo tutti su scherzi a parte.
Il pippone del venerdì/55

Mag 11, 2018 by     No Comments    Posted under: Il pippone del venerdì

Sintetizzo il quadro in cui ci troviamo. Nasce il governo più a destra nella (breve) storia della nostra Repubblica, con i voti di quelli che mai avrebbero fatto alleanze con chi “aveva rovinato l’Italia negli ultimi 20 anni”. Ora accettano perfino Berlusconi nel ruolo di badante interessata. Allo stesso tempo il capo del principale partito di opposizione, quello che, nell’immaginario collettivo, rappresenta la sinistra che fa? Chiama i suoi elettori alla mobilitazione? No, ci mancherebbe altro. Dice: adesso stiamo a vedere se siete bravi, popcorn per tutti. Intanto quelli della sinistra vera, ancora rintronati dallo scarso risultato elettorale non sanno bene se convocare un’assemblea nazionale unitaria: “Che gli diciamo ai nostri?”, è l’angosciata domanda aleggiata nel vertice di giovedì scorso. Mentre ci pensano bene, il prossimo ministro dell’Interno potrebbe essere quello della ruspa, quello che vuole cacciare gli immigrati a pedate, mentre il ministro degli Esteri potrebbe essere uno di quelli che voleva un referendum sull’uscita dall’Europa.

Sembra davvero un grande scherzo televisivo, quello ordito ai danni degli italiani. Che assistono quasi intontiti da questi due mesi di trattative. I mass media ci hanno convinto che un governo va fatto, ci hanno messo in mezzo anche gli europei, i soliti moniti sui nostri conti. Mattarella ha paventato un immediato ritorno alle urne e, come di incanto, tutto si è sbloccato. Caduti i veti dei 5 stelle, garantito Berlusconi che non partecipa al governo ma sta lì in caso di necessità. Tirano un sospiro di sollievo i 900 e passa parlamentari che temevano di restare a piedi.

Ci sono stati casi di panico acuto in questi giorni. Abbiano letto interviste drammatizzanti, ad esempio, di Roberto Speranza, autonominato coordinatore nazionale di Articolo Uno – Mdp, che preconizzava l’esigenza di un “campo largo”, di una nuova alleanza di centro-sinistra, profondamente innovata nei contenuti e nei partiti, che facesse da argine ai due contendenti veri della scena politica. E’ lo stesso Speranza che dopo il 4 marzo diceva che Leu aveva preso pochi voti perché percepita troppo in continuità con il Pd. Giovedì era pronto a farsi guidare da Gentiloni. Abbiamo letto di telefonate preoccupate di Renzi a Salvini: “Ma davvero non ce la fate a fare il governo?” Tutti presi dal panico, perché avevano ben chiaro che rischiavano la scomparsa o, quantomeno, la definitiva certificazione della loro irrilevanza.

Lasciato da parte il cinema e i popcorn, ho scritto tutto questo per arrivare a una domanda vera, la stessa che vi ripeto – lo so sono ormai a livelli ossessivi – da qualche settimana: non è che aveva ragione Nanni Moretti e che con dirigenti così non vinceremo mai? E la domanda seguente, quasi conseguente: non è che per Leu il 4 marzo sarebbe stato meglio stare sotto il tre per cento e rimanere fuori dal Parlamento? Forse era quello l’unico modo di liberarci una volta per tutte da queste mezze figure. Uno strano mix di vecchie cariatidi ferme al ‘900 e di giovani cresciuti con gli ormoni come i polli da batteria: sembrano belli e sani, ma sono soltanto gonfiati. E invece quel risultato miserello, ma sopra il quorum, ottenuto da Liberi e Uguali ci ha consegnato questo gruppuscolo di 18 parlamentari che un confronto vero con i propri militanti non ce l’ha proprio in testa.

Sabato 12 maggio è previsto il primo appuntamento pubblico di Articolo Uno. Sono passati più di due mesi dalle elezioni. Dopo una batosta simile si immagina un lavoro preparatorio, intenso, un documento nazionale discusso ed emendato a livello locale. Assemblee di base per stabilire i delegati a questa importante assemblea. E invece no. Si sono svolte le assise regionali senza manco sapere quale fosse l’ordine del giorno, né tanto meno chi avesse diritto di voto: una specie di grande seduta di autocoscienza dove ognuno ha parlato a ruota libera. Quella del Lazio, addirittura, manco si è conclusa: è stata aggiornata alla settimana prossima. E domani? Ingresso libero, solita sfilata di sedicenti leader della sinistra nelle sue varie forme, i soliti noti. Dalla Falcone, a Cuperlo, a Fratoianni, a Orlando. Un lungo elenco di bolliti che dopo aver sbagliato tutto o quasi negli ultimi decenni ci verrà a spiegare come continuare a farlo. Il congresso, Articolo Uno lo farà con calma, entro la fine dell’anno. E soltanto perché questo prevede il regolamento per ottenere i finanziamenti del 2 per mille, l’unica forma rimasta di contributo pubblico. Ancora cinema, insomma. E neanche di alto livello.

Allora che fare? Io sarei sempre per ripartire da assemblee al di fuori e al di sopra rispetto ai partiti esistenti. Che sono soggetti ridicoli, che non esistono più se non per dare un po’di medagliette da dirigente. Assemblee aperte, dove non ci si chieda da dove veniamo ma dove vogliamo andare. Non mi sembra, purtroppo, che ci sia lo spirito giusto. E allora bisogna combattere con i pochi mezzi che abbiamo, dentro questi partitini. Io lo farò, per le limitate forze che ho, dentro Articolo Uno. In questi mesi le scadenze elettorali, la necessità di fare comunque fronte comune, mi hanno indotto troppo spesso al silenzio e alla ricerca del compromesso. Da adesso, davvero basta. Lotterò, magari da solo, ma le spalle sono atte allo scopo, con pochi punti da cui partire.

  • Dimissioni immediate del gruppo dirigente nazionale di Articolo Uno. Speranza per primo. Non è possibile che in due mesi non abbiano sentito l’esigenza di avviare un confronto e abbiano continuato a parlarsi unicamente tra loro. Unica preoccupazione: come garantirsi il ritorno in Parlamento in caso di un nuovo voto. Grazie, non mi interessa. Sia chiaro a tutti che quando parlano non rappresentano che loro stessi. E siccome manco vanno d’accordo, a volte neanche quello.
  • Avvio altrettanto immediato dei “Laboratori della sinistra unita” in ogni quartiere. Su questo molto ho già scritto. Articolo Uno nasce un anno fa con questo scopo dichiarato. Sarebbe assurdo che proprio adesso decidesse di diventare a sua volta un partito con la propria struttura. E allora nessun tesseramento, nessun nuovo gruppo dirigente, si riparta da una forma il più aperta e inclusiva possibile, quella del “laboratorio” appunto. L’obiettivo è arrivare in tempo relativamente breve alla costruzione di un partito unitario. Non una federazione, perché sarebbe una presa in giro, una sorta di certificazione del fallimento. Semmai una forma nuova di aggregazione politica dove l’adesione possa essere sia a livello personale che collettivo. Nei laboratori si dovrà discutere e deliberare su pochi punti: la forma partito, la collocazione europea della nuova forza politica, i cardini essenziali per la stesura di una carta dei valori.

 

Io credo che la situazione, sempre che non sia tutto un grande scherzo, sia quasi disperata ormai per questo Paese. Sarà davvero la fine del bipolarismo destra-sinistra? C’è chi lo teorizza, quasi lo auspica, senza capire che, senza una forza che torni all’analisi marxista della società e la traduca nel mondo contemporaneo, non ci sono nuovi traguardi, c’è soltanto lo strapotere dei forti sui deboli. C’è il ritorno a una società dominata da quella élite che abbiamo combattuto dall’800 a oggi. Io credo che l’Italia sia una sorta di prova generale, siamo una specie di provetta dove i giganti della finanza sperimentano. E sarebbe bene che questo virus fosse isolato e battuto. Se ognuno di noi fa la sua parte con lo spirito che dicevo sopra ce la potremmo anche fare. Diciamolo in ogni occasione, nei partiti e nei movimenti di cui facciamo parte: non ci sono alleanza né campi da ricostruire, dobbiamo ripartire da noi stessi, dobbiamo ritrovare la capacità di parlare al nostro blocco sociale di riferimento. Prima la sinistra. Diciamolo forte, in ogni assemblea.

Niente scherzi, ora si rema. Magari tutti nella stessa direzione.
Il pippone del venerdì/46

Mar 9, 2018 by     1 Comment     Posted under: Il pippone del venerdì

Se vi aspettate un pippone lamentoso per la serie “quanto siamo incompresi noi della sinistra” oppure, ancora peggio, “abbiamo sbagliato tutto, quanto sono cattivi quelli di Mdp” (sostituire con Si o Possibile a seconda della formazione politica di provenienza), oppure ancora un’infinita lista di errori commessi dai nostri dirigenti, dicevo, se vi aspettate tutto questo, cambiate pagina. Il 3 per cento è la nostra realtà. Questo siamo oggi, da qui bisogna ripartire.

Del resto, conoscevamo bene i problemi che avrebbero caratterizzato questa campagna elettorale. Un’aggregazione che appariva frettolosa e tardiva al tempo stesso, un simbolo sconosciuto ai più, l’appello al voto utile che ci avrebbe inevitabilmente schiacciato. Non ha premiato il Pd, ma i 5 stelle, che sono stati percepiti dall’elettorato come l’unica alternativa credibile alla destra. Infine, non lo dimentichiamo, abbiamo giocato una partita, mi piace credere sia soltanto il primo tempo, su un campo – il Rosatellum – che non avevamo di certo scelto noi. Anzi, era stato studiato nei particolari per metterci in difficoltà.

Certo, poi ci abbiamo messo del nostro. Dell’entusiasmo di quella mattinata romana in cui Grasso aveva lanciato Liberi e Uguali è rimasto ben poco nei mesi che si sono succeduti. Le assemblee-teatrino in cui era tutto deciso, le liste calate dall’alto senza tenere conto delle proposte dei territori, la gestione farraginosa delle alleanze per le elezioni regionali. E poi il silenzio dei media, pronti a fare da grancassa soltanto a quello che ci metteva in difficoltà. Dalle affermazioni ambigue, alle differenze di vedute fra i nostri candidati. Li ricordate i litigi fra noi sui social sulla parola “foglioline”? Beh, altro che tafazzismo. In più mettiamoci anche i mezzi a disposizione. Scarsi. L’organizzazione. Approssimativa. Infine, lasciatemelo dire da un punto di vista professionale, una campagna di comunicazione di scarso spessore.

Lo sapevamo. Come sapevamo che il nostro era un tentativo necessario ma insufficiente. Questa non è comunque la fine della storia. In questi mesi ce lo siamo detti per farci coraggio o perché lo credevamo davvero? Bene, care tutte e tutti, come va di moda dire, io ci credevo davvero. Perché questo impegno ha riempito le mie giornate dal 2015 – quando ho lasciato il Pd – a oggi. E non ho alcuna intenzione di mollare ora. Cambia qualcosa aver preso il 3 per cento rispetto al 6 che ci aspettavamo, illusi da sondaggi che cercano più di condizionare la realtà che di raccontarla? Siamo in Parlamento. Missione compiuta, seppur al minimo sindacale. Questo era l’obiettivo, dare una rappresentanza al partito che dobbiamo costruire. Abbiamo fatto un percorso un po’ al contrario, ma sapevamo anche questo. Dunque: avanti.

Cercando magari di non ripetere gli errori fatti. Avanti. Senza rottamare nessuno, perché non fa parte della nostra cultura, senza chiedere a nessun dirigente della vecchia di guardia di fare un passo indietro. E non è onesto dare la colpa a una generazione di leader he ha fatto una corsa generosa, spesso senza essere candidato ovunque. A volte ha funzionato, altre meno. Io resto convinto che uno come D’Alema sarebbe stato bene averlo in parlamento. Resta fuori non per chissà quale rifiuto popolare nei suoi confronti, ma per il gioco dei seggi del Rosatellum, una sorta di partita a dadi che giochi da bendato. Insomma, non crocifiggiamo nessuno, avremo ancora bisogno di tutti.

E allora, tutti, facciamo insieme un passo in avanti. Che ognuno riconosca i proprio limiti. Che tutti si rendano conto che non siamo stati percepiti come la soluzione, ma come una parte del problema. In una competizione elettorale caratterizzata da un voto anti-istituzioni, che ha premiato tutto quanto era più lontano dall’establishment in tutti gli schieramenti, ci siamo presentati con il presidente del Senato e della Camera in prima fila. Abbiamo proposto soluzioni spesso confuse, spesso descritte in maniera contraddittoria. E’ ora di ripartire.

Io direi di dimenticare – per un po’ almeno – alcune delle parole che più usiamo, cito, a mero titolo di esempio: responsabilità, sinistra di governo, centrosinistra, Ulivo, governo di scopo, del presidente, istituzionale. Dobbiamo essere un po’ sanamente irresponsabili, insomma. Dobbiamo stare nei luoghi del conflitto, non nei salotti bene. Dobbiamo mettere in campo azioni positive per cominciare a raccontare il cambiamento che vogliamo nelle cose che facciamo e non solo nelle parole che ripetiamo sempre più stancamente.

Meno metafore, magari. E più presenza nelle scuole, nelle università, nelle periferie. Ripartiamo nella costruzione di un partito vero. Non un’associazione temporanea fra separati, ma un luogo che appartenga a tutti. Dove ci si chiama per nome e non si aggiunge la sigla di provenienza.

Il documento-appello lanciato da Grasso, Civati, Speranza e Fratoianni (l’ordine è puramente casuale), è un inizio necessario ma insufficiente al tempo stesso. Necessario perché serviva una scossa, bisognava lanciare un appuntamento immediato. Ma io credo che non basti dire: decidete un po’ voi che volete fare. Una direzione se ti vuoi ancora chiamare dirigente, la devi pur indicare. Cosa avete in mente, diciamolo chiaro: una federazione a cui tutti cedano pezzi di sovranità, un partito unitario, magari con forme di adesione collettiva? Quali sono i temi da cui partiamo? Quale il rapporto che vogliamo costruire con i sindacati, con l’associazionismo, con le realtà cresciute in questi anni nelle città? Su questo ultimo punto ad esempio, basta candidare qualche esponente di associazioni sconosciute ai più? Oppure serve un rapporto di tipo diverso? Più organico, come si sarebbe detto un tempo.

Insomma, ragazzi, gli elettori della sinistra saranno anche stati nel bosco, ma sono usciti e hanno scelto altre strade. Di fronte al tracollo del Pd, che perde buona parte del suo elettorato storico, a noi arrivano le briciole. Oggi siamo percepiti come residuali. La sinistra che fu, alla quale si accorda una sorta di diritto di tribuna perché in fondo è simpatica da vedere. Poco più che soprammobili.

Ora, io in pensione ci vorrei anche andare. Ma tra qualche anno. Sento ancora forte il bisogno di impegnarmi, di mettermi a disposizione per aiutare una nuova generazione a prendersi la rivincita. Come fare? Sono queste le domande che sento in giro fra i compagni un po’ sconsolati. Tutte le risposte non le so, vanno cercate insieme, ma alcune idee ce l’ho e vorrei avere modo di metterle alla prova. Ecco, ad esempio, evitiamo di parlare di alleanze per qualche anno, non ci facciamo incartare dagli appelli alla responsabilità. Possiamo ripartire alla definizione di una nostra visione di società. Ecco, ad esempio, riusciamo a ridare cittadinanza alla parola “socialismo”? Si può tornare a usare, si può tornare a sognare un mondo diverso. A me questo fa un po’ schifo. E’ un mondo cafone e arrogante. Ci sto stretto.

Ecco, ad esempio, possiamo invertire la tendenza? Invece di fare assemblee megagalattiche in cui parlano sempre pochi noti, possiamo aprire “la stagione delle mille piazze”? Diamoci un tempo, apriamo una fase di ascolto. Quartiere per quartiere. Dove siamo presenti usiamo le strutture esistenti, ma poi andiamo in giro, andiamo dove non siamo. Prendiamo i risultati delle elezioni politiche e cominciamo dai seggi dove prendiamo meno voti. A viso aperto. Il partito della sinistra, per me va fatto strada per strada, non nei teatri dove siamo sempre gli stessi (Brancaccio compreso). Perché non solo siamo sempre gli stessi, ma siamo sempre più vecchi e stanchi. Io penso che in questa maniera si possa ricostruire qualcosa che non sia un’aggregazione di reduci. La protezione di un gruppetto di parlamentari poco abituati a confrontarsi con gli elettori non mi interessa. Non ci sto più a portare acqua a chi è sempre presente quando si tratta di essere candidato, ma poi non risponde più al telefono una volta eletto. Ecco, queste assemblee di Liberi e Uguali che svolgeremo nelle prossime settimane, facciamole strane. Usciamo dalle liturgie politiciste che ci piacciono tanto ma ci hanno portati alla separazione dalla realtà. Non facciamo programmoni, tavoli di lavoro. Partiamo da due o tre domande e chiediamo a tutti di esprimersi su questo. Vogliamo stare insieme? Per fare cosa? Con quali strumenti? Cerchiamo di essere chiari, di non usare ambiguità comode. Non è più il tempo delle convergenze parallele, dei due forni. E’ tempo di abbattere qualche muro. Anche a testate se serve.

Infine, una notazione sul Pd. Noto con un qualche allarme che diversi compagni che hanno fato questo tratto di percorso con noi sembrano molto interessati alle prossime primarie, alle quali – i giornali lo danno per certo – parteciperà anche Nicola Zingaretti. Non voglio commentare questa forma di esercizio falsamente democratico. Sono, ovviamente, uno spettatore interessato. Perché continuo a ritenere il Pd uno dei possibili interlocutori della sinistra. Ma resto concentrato sulla costruzione di una forza di sinistra. I democratici facciano le loro scelte, vedremo se in futuro le nostre strade, di forze autonome, potranno incrociarsi ancora.

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