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Tranquilli: la pizza margherita non è contagiosa.
Il pippone del venerdì/133

Mar 20, 2020 by     No Comments    Posted under: Il pippone del venerdì

Quei pochi che mi seguono sanno che, in questi giorni di semireclusione, ho scelto di usare i miei account social per cercare di contrastare la diffusione di bufale e provare, al contrario, a dare notizie utili e verificate, quelle che arrivano dalle fonti ufficiali. Unica eccezione è il pippone del venerdì, altrimenti si rischia la sommossa. Tornando a parlare seriamente. Dopo una giornata passata praticamente senza interruzioni davanti al cellulare, posso capire quanto sia complicato lavorare a un call center. Per di più a uno dedicato al tema del coronavirus.

Nel mio piccolo ho potuto verificare quanto siano diffuse e quanto siano pericolose le bufale. Servirebbe un inasprimento delle pene e una task force della polizia postale in azione h 24 per individuare e perseguire chi le confeziona. Basta poco e si creano allarmi pericolosi per l’incolumità di tutti.

Piccola collezione di cose che ho trovato in rete e ho provato a contrastare, con alterne fortune. Dico con alterne fortune perché, forse anche più del solito, la facilità con cui si diffonde una falsa notizia è disarmante. Il meccanismo  sempre lo stesso, come già ampiamente scritto nei mesi passati, di chi credeva alla magia nel medioevo: se uno ha una determinata convinzione è portato a credere a tutto ciò che la rafforza. In giornate in cui siamo tutti preoccupati e ansiosi questo meccanismo si moltiplica e spezzarlo è un’impresa complicata.

Parto dalla più grave, secondo me. Gira da una decina di giorni questo fantomatico messaggio che prefigura uno scenario apocalittico: in caso di dichiarazione di pandemia, si legge, l’organizzazione mondiale della sanità fermerà il mondo per 21 giorni. E via con particolari assurdi, si parla dell’applicazione di un fantomatico protocollo Bsl-4, si prosegue con l’istituzione di punti di approvvigionamento che saranno gestiti dall’esercito e via dicendo.

Ora se voi digitate su google “protocollo Bsl-4” vi appaiono nel giro di pochi secondi almeno dieci siti specializzati nella verifica delle notizie che vi spiegano come e perché si tratta di una bufala. In realtà basterebbe anche fare mente locale e pensare che l’Oms già da qualche giorno ha dichiarato che ci troviamo in una situazione di pandemia e che non è successo nulla di tutto questo. Niente da fare. La bufala è entrata nella profondità dei social e la diffondono anche persone con una certa cultura, sopra la media direi. Ogni post su questo tema ha decina di condivisioni. Perché, evidentemente, sono tutti convinti che servirebbero misure più radicali di quelle prese dal governo e inconsciamente sperano che si arrivi all’esercito che distribuisce il cibo.

Sempre per parlare di bufale, ieri il capo della protezione civile, nella conferenza stampa quotidiana, ha dovuto smentirne un’altra, forse meno “drammatizzante”, ma anche questa potenzialmente pericolosa: i cani non trasmettono il virus, come, aggiungo io basandomi sulla mia esperienza di questi giorni, non lo trasmettono le strade, né la pizza. Inciso: non fatemi trovare un cane abbandonato per questa assurda panzana perché divento violento.

Ma parliamo della pizza. Ora vi spiego. Una delle richieste che mi sono arrivate ieri suonava più meno così: il governo ha vietato la pizza margherita, è vero che ci si può contagiare mangiandola? Istintivamente ho risposto che il governo non aveva vietato la pizza margherita e che un cibo cotto in forni ad altissima temperatura al massimo ti può scottare le dita. Poi (santo google e usatelo ogni tanto) ho cercato e ho trovato la verità. Perché c’è un fondo di verità: la Raggi (santa donna ma non c’hai proprio un cavolo da fare?) ha vietato ai forni di produrre pizza differente dalle classiche romane: la bianca e la rossa. Per quale motivo non si capisce bene. Da noi prendono una decisione e non te la spiegano, così poi ciascuno si fa film assurdi come la signora che domandava lumi. Pare però che la ragione sia quella di limitare le necessità di approvvigionamento di materiali freschi, il cui arrivo è necessariamente giornaliero e quindi aumenta la circolazione in strada e i contatti fra le persone. Le pizzerie che fanno consegne a domicilio, invece possono fare tutti i tipi che vogliono.

Per cui: tranquilli, la margherita non è contagiosa. Speriamo non lo sia neanche la Raggi. Perché il coronavirus finirà presto, la sindaca ce la dobbiamo tenere per almeno un annetto ancora.

Potrei continuare per pagine e pagine, perché in una sola giornata mi sono arrivate una ventina di richieste, compreso l’orario di apertura del punto di raccolta sangue in una parrocchia.

Ultimo aspetto che volevo mettere in evidenza: quello che sta succedendo in tutto il mondo, con accaparramenti furibondi, lotte per conquistare l’ultimo rotolo di carta igienica, fuga dalle città più a rischio e via dicendo, ci dice che non siamo proprio così caciaroni e indisciplinati come ci dipingono. Siamo forse meno “popolo” di altri. Nel senso che ci mettiamo a cantare l’inno e ci indigniamo delle frontiere chiuse ma poi ci dividiamo anche in queste occasioni. Francamente il comportamento di alcuni governatori e della Lega in Parlamento, questo davvero, fa rimpiangere l’esercito cinese.

Non riusciamo proprio, malgrado le ridondanti e retoriche dichiarazioni di patriottismo, il “siamo italiani” gridato a tutto il mondo con orgoglio, a essere uniti, a essere compatti. A me, che non canto l’inno e continuo a sentirmi cittadino del mondo, tutto questo fa un po’ tristezza. Come un simpatico romano che ha scritto su Facebook che la colpa è dei rom (prima erano i cinesi, poi i milanesi, ora diamo addosso ai rom che tanto non li difende nessuno come al solito).

Come quel cittadino della Magliana (Roma) che dopo l’inno d’Italia, durante la balconata delle 18, ha pensato bene di far sentire a tutti un discorso del suo duce. Negli stessi giorni, un gruppo di tedeschi, in segno di amicizia verso l’Italia, ha cantato “Bella ciao”, ognuno sul suo balcone, che poi, insieme all’inno di Mameli, ci starebbe anche bene, perché parla della lotta contro gli invasori. E il virus, un po’ come i fascisti di allora, è un invasore.

O meglio: i fascisti di un tempo, un po’ come il Covid 19, sono un virus, che non siamo ancora riusciti a debellare. E, allora, l’inno affacciato al balcone proprio no. Mi ascolto Bella ciao e la canto con gli amici tedeschi, spagnoli, cinesi. Perché la nostra patria è il mondo intero.

Coronavirus, dacci oggi la nostra bufala quotidiana.
Il pippone del venerdì/132

Mar 13, 2020 by     No Comments    Posted under: Il pippone del venerdì

State tranquilli, non farò appelli, non darò consigli medici, non vi dico come si fanno mascherine ultrasicure. Non sono un medico, tanto meno un virologo, non sono neanche un tecnico, quindi mi astengo. Non va di moda, ma sono fatto così, cerco di parlare di cose che conosco.

Alcune considerazioni, però, mi viene da farle, in queste giornate in cui ci si litiga perfino il cane per trovare una scusa per uscire di casa qualche minuto (si può fare, è previsto, non spargiamo bufale). Intanto il virus ha messo in evidenza quanto sia fragile il nostro modo di vivere, la nostra società. Qualche lontana reminiscenza dei miei studi di sociologia mi ha fatto venire in mente che si potrebbe rappresentare su un grafico la curva fra il livello di sicurezza di una società e il suo grado di apertura all’esterno.

E’ chiaro che un villaggio su un’isola sperduta non sarà mai soggetto a epidemie causate da agenti patogeni non presenti sull’isola stessa (ma attenti agli uccelli), mentre al contrario una metropoli contemporanea dove circolano milioni di persone che hanno contatti sociali, viaggiano, si spostano di frequente, sarà più soggetta a contagi. Di tutti i tipi.

E non credo sia mera casualità se il corona virus ha colpito più pesantemente l’Italia del Nord rispetto al resto del Paese. Quella centralità, soprattutto economica, vantata da chi negli anni ha perfino chiesto la secessione, espone quella parte del Paese più che altre zone. Fra le regioni meno colpite c’è la Basilicata, tanto per dire.

Ma la fragilità della nostra società ha anche altri aspetti, meno evidenti. Intanto questa emergenza ci segnala quanto siano a rischio le nostre libertà, perfino quella di camminare in un parco (anche questo si può fare). Basta un esserino che manco si vede per mettere a rischio conquiste sociali per le quali ci sono voluti decenni di lotte.

La seconda fragilità è il livello di nervosismo che ha raggiunto la nostra società. Il coronavirus ha fatto da amplificatore a tutte le nostre paure, i nostri tic, le nostre paranoie. Avevo già accennato qualcosa nello scorso pippone, ma queste ultime due settimane ne sono state la riprova certificata.

 

Avete  notato quanto sia aumentata la quantità di bufale che girano? E quanto sia aumentata la credulità della gente? Ne ho lette di tutti i colori e ne ho viste di tutti i colori (pur girando lo stretto indispensabile, ma la cucciola dovrà pure uscire per sgranchirsi le zampe). Mi è capitato perfino di scrivere un post su Facebook indicando alcune bufale clamorose e ho trovato commenti seri in cui si argomentava pro e contro una determinata tesi. Neanche aver scritto esplicitamente che si trattava di bufale ha rassicurato i miei interlocutori.

Si passa da chi lancia petizioni online contro il Governo dittatoriale a chi invita alla delazione per chi infrange le regole senza soluzioni di continuità.

Ho visto gente che gira con le mascherine anche in macchina, ho letto che sono vietati gli ascensori, che si può andare in auto ma soltanto da soli, anzi due al massimo, ma uno deve stare per forza dietro, chi la smart, però, può chiedere l’esenzione. Ho visto gente che si mette al balcone per controllare che nessuno esca e fornisce anche presunti numeri verdi a cui segnalare chi sta in strada. Che poi se mettessimo la metà dell’attenzione a vigilare su chi butta l’immondizia fuori dai cassonetti avremmo risolto il problema dei rifiuti a Roma.

La sospensione del campionato di calcio è stata un po’ la goccia che ha fatto traboccare il vaso: siamo passati da innocue discussioni sulla concessione di un calcio di rigore, alle soluzioni per combattere un virus. Ieri eravamo tutti allenatori, oggi siamo tutti virologi. Non vi sfuggirà l’evidente pericolo insito in questa trasformazione.

E’ evidente, insomma, che, non avendo la maggior parte di noi granché da fare, la comunicazione social subisca un’impennata e con questa il livello di bufale. Sconforta però che anche in una situazione così grave ci sia chi si diverte a diffondere balle. E sconforta ancora di più che trovino un ampio pubblico disposto a credere a qualsiasi cosa. Anche quando basta fare un click andare sulla home page del Governo e si trovano tutte le risposte alle domande più comuni. 

I mezzi di comunicazione tradizionali non stanno messi meglio. Ieri ho sentito il giornalista del Tg3 regionale del Lazio affermare che “correre nei parchi non è espressamente vietato ma è caldamente sconsigliato”. Ora, fermo restando che il consiglio generale è nel titolo della campagna di comunicazione, si chiama “io resto a casa”, più chiaro di così si muore, ma, detto questo, c’è un comma specifico del decreto del presidente del Consiglio in cui sta scritto che è consentito svolgere attività motoria e sportiva in aree aperte, rispettando la distanza di sicurezza. 

Se i giornalisti, giustamente, rivendicano – da sempre e a maggior ragione in questa fase di emergenza – il ruolo essenziale dell’informazione, farebbero bene a mettere più attenzione a quello che comunicano.  Come la storia dell’anticipazione della bozza del decreto, che tanti danni ha fatto, provocando affollamenti nelle stazioni, fughe di massa dalle zone “rosse”. La risposta che tanti colleghi danno sta in un presunto obbligo deontologico nel dare una notizia. Su questo ci sarebbe da discutere, ma il punto è un altro: anticipare un decreto che sarebbe stato reso pubblico poche ore dopo vuol dire veramente dare una notizia? Quale sarebbe la finalità sociale, il valore informativo di questa notizia? Nessuno. Semplicemente si è fatto per guadagnare qualche click, diciamolo con chiarezza. Senza preoccuparsi di cosa quella pubblicazione poteva provocare.

Quando lavoravo in redazione, mi ricordo lunghe discussioni per decidere se pubblicare un nome, una foto. Era sempre una notizia, ma si decideva di volta in volta. Enzo Carra con gli schiavettoni ai polsi (4 marzo del 1993). Quella foto era sicuramente una notizia. Anzi, più di mille parole dava il senso di come un intero sistema di potere stesse crollando. Decidemmo di dare la notizia, ovviamente, ma di non pubblicare quella foto, perché non rispettava la dignità di una persona. Peraltro non condannato, ma soltanto arrestato. E io credo fosse giusta quella scelta, seguita purtroppo da pochi. Così come era giusto mettere sul piatto della bilancia i pro e i contro e rimandare la pubblicazione del decreto (per altro diverso in alcuni punti significativi rispetto alla bozza anticipata) al momento della firma da parte del presidente Conte.

Ma viviamo nella società della velocità e così come non c’è spazio per verificare la veridicità di una informazione che abbiamo avuto, così non c’è tempo per riflessioni di carattere etico.

La conclusione è sconfortante. Batteremo questo virus e anche quelli che verranno, ma saremo sempre più esposti, senza difese. Avendo tempo a disposizione proviamo invece a riflettere su queste nostre fragilità. Chiediamoci ad esempio: ma se basta un virus per mettere in ginocchio un paese cosa potrà succedere quando, non fra mille anni ma nei prossimi decenni, i mutamenti climatici cambieranno il nostro habitat in maniera molto più radicale e definitiva?

Nel frattempo state a casa, misuratevi la febbre e state tranquilli. Il virus alla fine lo batteremo, ma temo che contro gli idioti non ci sia partita. 

Il coronavirus ci ha portato oltre la crisi di nervi.
il #pippone del venerdì/131

Feb 28, 2020 by     No Comments    Posted under: Il pippone del venerdì

Ho scelto di aprire questo pippone con l’immagine dei deputati alla Camera (non so chi siano) con le mascherine perché mi sembrano emblematiche di un paese che ormai è andato oltre la crisi di nervi. È il risultato non tanto del coronavirus in sé, ma allo stesso tempo dei guasti provocati da questi anni di diffusione di odio e pregiudizi a pieni mani e di una gestione della crisi che, a essere buoni, lascia perplessi.

Permettetemi, intanto, una nota sarcastica: l’immagine degli italiani respinti alle frontiere fa sorridere. Quella dei vacanzieri rispediti indietro dalle Mauritius anche di più. Fino a poche settimane fa eravamo pronti a bloccare per mesi in mare qualche centinaio di disperati perché “portavano malattie”, ora gli stessi soloni di prima si indignano perché qualche decina di nostri connazionali sono stati fatti risalire in fretta e furia sull’aereo e sono stati rimandati a casa. Perché, appunto “portano malattie”. Ci hanno trattato come pacchi postali, tuonano oggi gli stessi che fino a ieri sostenevano che i porti andavano chiusi.

E’ una specie di legge del contrappasso che dovrebbe farci capire come, soprattutto nell’era della globalizzazione, la solidarietà dovrebbe essere un obbligo. E come chiudere le frontiere sia un’illusione che può andar bene per prendere qualche voto in più, ma alla fine sempre un’illusione resta. Viviamo in un mondo interconnesso, dove se starnutisci in Cina ti prendi il coronavirus a Codogno. Facciamocene una ragione e cerchiamo di essere meno provinciali. Valga come monito per il futuro.

Il coronavirus sfata anche una leggenda: quella dell’Italia che nelle emergenze dà il meglio di sé. In questo caso è avvenuto l’esatto contrario: la drammatizzazione iniziale dell’epidemia ha prodotto un’ondata di panico insensato e dannoso, amplificato ad arte da quei giornali che prima hanno fatto il conteggio in diretta del numero dei contagiati e poi si sono affrettati a dire che in fondo è poco più di un’influenza.

Al corto circuito mediatico ha dato fiato una reazione scomposta da parte di una classe dirigente che si è dimostrata nel suo complesso inadeguata. Chi chiude i musei, chi si rintana in casa, chi chiude le scuole senza avere neanche un caso di contagio, bloccate anche le gite scolastiche all’estero non si capisce bene per quale motivo. La famosa Italia dei mille comuni ha dimostrato la sua fragilità. Si sa, che i sistemi democratici affrontano le crisi con grandi difficoltà rispetto alle dittature. Si studia sui libri di scienza della politica. Ma nelle crisi le grandi democrazie si compattano, lasciano da parte le polemiche e si mettono a lavorare senza guardare alle distinzioni politiche. Da noi ci si divide ancora di più, mostrando tutti i guasti prodotti dal regionalismo di fine secolo. Venti sistemi sanitari non funzionano in tempo di pace, figuriamoci nelle emergenze.

Noi no, insomma. Non si è mai visto un presidente del Consiglio che va a accusare gli operatori sanitari, quelli esposti in prima linea, durante un’emergenza sanitaria. Non si è mai visto un presidente di Regione che prima accetta le misure disposte dal governo e poi fa di testa sua. In piena crisi non abbiamo trovato di meglio che combattere a colpi di ricorsi al Tar.

In tutto questo poco ha potuto un ottimo ministro della Salute come Roberto Speranza, che fin dalla sua presenza fisica si dimostra uno dei pochi ad avere la testa sulle spalle. Ha il fisico del bravo ragazzo, un’aria rassicurante e pacata: due ottimi in gradienti per evitare che si scateni il panico. Ci ha provato, lavorando giorno e notte, ma alla fine, si sa, in questo Paese emerge chi fa la voce grossa, non chi lavora e parla pacatamente.

Ci mancavano gli avvoltoi che si sono avventati sul governo pronti a spartirsene le spoglie. Salvini che si dice pronto a un esecutivo di emergenza nazionale. Renzi che gli dà di spalla, salvo poi andare in tv con la faccia seria (che poi proprio non gli riesce) a dire che adesso si lavora uniti, del futuro della maggioranza si parlerà poi. Poche ore prima si messaggiava con il presidente della Regione Lombardia per esprimergli la sua solidarietà contro Conte.

Nel mezzo del dramma, creato in primo luogo da tutta questa confusione, è arrivato il dietrofront, dicevamo. Qualcuno deve essersi reso conto che un’altra settimana a conteggiare i contagiati e della nostra economia sarebbero rimaste poche briciole. Turismo a Roma a quota meno 90 per cento, solo per dare un dato. I mercati si sono incazzati e allora tutti in televisione a minimizzare, a dire che in fondo si guarisce, muoiono soltanto anziani e persone con altre patologie. Basta lavarsi le mani con il sapone e stare sereni.

Mi è sembrato un po’ come voler rimettere il dentifricio nel tubetto spremuto a fondo. Perché fino a poche ore prima impazzavano i Burioni di turno a dire: tappatevi in casa, disinfettate tutto. E fino a poche ore prima giravano immagini come questa dei due deputati alla Camera con la mascherina.

Contenti di tutto questo solo i produttori di Amuchina e roba del genere. E ora che si fa? Attendiamo l’estate, magari passa da solo. Tanto il campionato di calcio va avanti, prima o poi la gente penserà ad altro.  Resto con un forte senso di nausea. Ma non temete, credo sia soltanto una reazione psicosomatica.

Italiani brava gente? Ma de che. Nazisti e confusi
Il #pippone del venerdì/127

Gen 31, 2020 by     No Comments    Posted under: Il pippone del venerdì

Il titolo forse sarà un po’ esagerato, ma i dati che arrivano dal Rapporto Italia 2020 realizzato da Eurispes lasciano sbigottiti. Il 15,6 per cento dei nostri concittadini ritiene che la shoah non sia mai avvenuta. Un altro 16 per cento, invece, pensa che non sia stata la strage di milioni di ebrei di cui parlano i libri di storia.

Ce ne sono altri, in quell’indagine, di dati preoccupanti. Dal nostro rapporto con gli immigrati, dei quali il 7 per cento dichiara di aver paura, non si capisce bene perché, al giudizio su Mussolini, un grande leader per quasi il 20 per cento dei nostri connazionali. E ci sono anche spunti interessanti: ad esempio l’ambiente è una delle preoccupazioni principali degli italiani, ma solo uno su cinque di loro adotta abitualmente comportamenti ecosostenibili. Preoccupati, insomma, ma soprattutto delle proprie tasche. E, infatti, cosa assilla l’italiano medio? L’esosità della tasse.

Ora, l’indagine Eurispes è una semplice fotografia dell’esistente, ma dà sicuramente degli spunti di riflessione a chi si occupa di politica e soprattutto alla sinistra che, va sempre ricordato, dovrebbe avere come obiettivo quello di cambiare la situazione presente.

Certo è che l’assurda percentuale di negazionisti dell’olocausto lascia interdetti. Perché non si tratta semplicemente di avere opinioni differenti: in questo paese ci sono 9 milioni di persone (facciamo le cifre perché sono più efficaci delle percentuali) che pensano che un fatto storico, accertato, provato da testimonianze, processi, documenti, filmati,  sia una colossale balla. Erano il 2,7 per cento (poco più di un milione e mezzo) nel 2004, appena 16 anni fa.

Dietro questi numeri ci sono sicuramente ragioni “generazionali”. Mi piacerebbe vedere la distribuzione per età, ad esempio. Perché sicuramente la progressiva scomparsa di chi ha vissuto direttamente quegli anni pesa. Non è la stessa cosa sentirsi raccontare cosa era un campo di concentramento da chi ci è stato e leggerlo semplicemente sui libri di storia. E probabilmente la mia generazione, forse l’ultima che davvero ha conosciuto i sopravvissuti dei campi,che ha potuto vivere insieme ai partigiani, ha la grande colpa di non riuscire a trasmettere il proprio patrimonio di conoscenze, di esperienze. Speriamo che Liliana Segre possa continuare ancora a lungo il suo straordinario lavoro: il suo intervento al Parlamento europeo di pochi giorni fa per la sua efficacia e la sua semplicità andrebbe trasmesso una volta al giorno su tutte le tv a reti unificate. Sarebbe da rendere obbligatoria per legge una visita scolastica in un campo di concentramento.

Ma io credo che in quella risposta ci sia anche un dato più sociale, di un Paese più cattivo, meno colto, più ignorante nel senso proprio della parola. E guardate che basta fare un giro sui social per rendersi conto delle bufale che girano e del gran credito che hanno in tanti “insospettabili”. Siamo un Paese disposto a credere alle “verità” più assurde se chi le dice ha un minino di appeal e di senso della comunicazione. Siamo il paese che seguiva la cura Di Bella, che crede che le scie degli aerei nascondano chissà cosa. Siamo il paese dove – è capitato a me – una ragazza asserisce convinta che nello staff di Obama fosse presente un alieno. Convinta eh? Ti fa vedere foto, filmati, cita le fonti più assurde.

Saremo stati anche brava gente, ma quando eravamo noi i disperati con le valigie di cartone. Adesso non più. Io credo che per spiegare tutto questo ci sia anche da guardare all’assenza di politica a cui abbiamo assistito negli ultimi vent’anni. Perché la politica, la partecipazione, l’impegno sono l’antidoto più forte che esista. Bisognerebbe tornare all’antico – lo so sono vecchio e brontolone – alle scuole di partito, alla formazione della classe dirigente. Alla costruzione dal basso della società, ricreando luoghi di aggregazione, di confronto. Al contrario, al massimo ormai si va a votare, non si conoscono manco i vicini di casa. Siamo una società talmente poco sociale che si gioca via internet con persone che abitano dall’altra parte del mondo e non si fanno più le partite a pallone sotto casa. Sarà anche questo il nostro presente, ma io credo ancora alla possibilità di cambiare lo stato delle cose.

La manovra che certifica il declino.
Il pippone del venerdì/75

Nov 2, 2018 by     No Comments    Posted under: Il pippone del venerdì

Io credo che questa manovra economica del governo sia una sorta di bollino blu che certifica in maniera inequivocabile il declino del nostro Paese. Il cosiddetto governo del cambiamento ha messo insieme qualche norma raccogliticcia su una specie di sussidio di disoccupazione, una mezza truffa sulle pensioni, un condono davvero paradossale che riguarda il terremoto a Ischia, l’aumento di imposte varie (un must quella sulle sigarette) e poco altro. Anzi, dimenticavo, c’è la norma sulla terra in omaggio a chi fa il terzo figlio.  Ora, allo stato attuale delle cose, siamo sempre la secondo potenza manifatturiera d’Europa. E vi pare che questi possano essere i provvedimenti che ci portano fuori dalla crisi economica? Anche il Pil alla fine ha certificato che la stentata crescita tanto sbandierata dai governi degli ultimi anni era mera illusione. Siamo tornati alla stagnazione. Allo zero per cento. Gli osservatori più avvertiti, a dire il vero, lo avevano già spiegato, che i dati con un pallido segno più che ci avevano illuso erano un mero riflesso della ripresa avvenuta a livello mondiale. Il nostro declino, invece, è continuato imperterrito, al di là del Pil che si conferma indice insufficiente a valutare lo stato di salute dell’economia, tanto meno di un Paese intero.

Al di là dei numeri: l’Italia è un paese che frana alle prime piogge, che ha paura delle diversità, dove la povertà che si sta diffondendo invece che protesta sociale diventa rabbia nei confronti dei più deboli. Questa è la fotografia che abbiamo di fronte. Dal punto di vista industriale abbiamo regalato in giro per il mondo i pezzi pregiati della nostra industria, perché i famosi capitalisti nostrani si sono rivelati capaci di andare avanti soltanto con i contributi dello Stato. Una volta finiti quelli hanno fatto cassa e sono scappati con il malloppo. Tutti intenti a speculare sui titoli, guai a investire nel Paese. E per convincerne qualcuno i governi non hanno trovato di meglio che regalare a quelli più amici i resti del fu sistema delle partecipazioni statali: abbiamo cominciato con Telecom, proseguito con Alitalia e concluso le autostrade. Io capisco che lo Stato non deve fare i panettoni, non deve produrre auto, non deve occuparsi del latte. In realtà capisco poco anche questo, ma non è la sede per aprire un dibattito sull’economia socialista. Qualcuno mi deve però ancora spiegare come può un governo rinunciare ad avere sotto il controllo pubblico settori strategici come la mobilità, i collegamenti, le comunicazioni. Il che non significa che necessariamente debbano essere pubblici i provider di internet, ma la rete sì. Lo dicevo quando un governo di centro-sinistra svendette Telecom, figuriamoci adesso: le grandi reti infrastrutturali sono la chiave per la crescita di un territorio. Non si può lasciarli in mano privata, magari neanche italiana.

Addirittura a Roma fra una settimana voteremo sulla privatizzazione del trasporto pubblico locale. Atac fa schifo, mettiamo tutta a gara, basta con il monopolio pubblico dicono i promotori, Partito radicale e Partito democratico. Ora, il ragionamento potrebbe anche essere sensato se il trasporto pubblico, per la sua stessa natura, non fosse un monopolio. Che facciamo mettiamo diversi gestori su una stessa linea? Ovviamente no. E allora, va detto con chiarezza, mettere a gara il servizio di trasporto pubblico vorrebbe dire far diventare monopolista un imprenditore privato, o magari una società pubblica di altri paesi, visto che in tutta Europa le grandi capitali hanno gestione interamente pubblica di questo essenziale servizio. Unica eccezione di rilievo è Londra dove si sono amaramente pentiti. Altro tema sarebbe quella di creare una vera Agenzia della mobilità con il compito di programmare e monitorare il servizio. Quando ancora c’erano forze di sinistra di questo parlavamo.

Questa fissazione del privato che funziona meglio del pubblico è sbagliata nel suo stesso presupposto. Funziona meglio (forse) dove c’è concorrenza, nei settori dove invece la concorrenza non è possibile, al contrario, il privato punta a massimizzare i suoi profitti, senza dover offrire un servizio in grado di reggere il confronto con altri operatori dello stesso settore. Di prove, anche tragiche, ne abbiamo sotto gli occhi a dozzine. In realtà, poi, il pubblico negli altri paesi europei funziona bene e si espande anche: basta pensare a Parigi, dove Ratp, la società che gestisce i trasporti locali, è talmente forte che può permettersi di andare a gestire servizi anche fuori dai confini francesi. Chissà che non ci provino anche a Roma. Del resto, proprio nella capitale, un esempio di ente comunale che non solo funzionava, ma garantiva profitti costanti all’amministrazione lo avevamo: Acea. Poi, pur con un ruolo di minoranza, sono stati fatti entrare soci privati. I profitti sono diminuiti e il servizio è peggiorato. Certo, lo sfacelo complessivo di Roma ci mette del suo, ma anche la fornitura di elettricità e – soprattutto – acqua non è più ai livelli che aveva prima della quotazione in borsa.

Ovviamente di tutto questo la sinistra non parla. Mi sarei aspettato una campagna casa per casa sulla manovre economica. Alla vecchia maniera: gazebo in tutte le piazze, manifesti e volantini. Magari anche un minimo di campagna sul referendum romano. Nulla di tutto questo. Facciamo girare un po’ di materiale sul web, spesso confuso e pieno di errori. Senza capire che sui social ci parliamo e ci convinciamo fra di noi. Non si va oltre che rinforzare le tifoserie.

Siamo però tutti impegnati a capire in quale forma ci si dovrà presentare alle prossime elezioni europee. Perfino il timido Speranza alla fine si è accorto che il tempo stringe. Al coordinatore nazionale di Mdp verrebbe da dire: caro Roberto, bastava una telefonata a un qualsiasi elettore di Liberi e Uguali, te lo avrebbe detto mesi fa che il tempo stringe. Adesso, io credo invece che il tempo sia proprio scaduto.   Non abbiamo alcuna credibilità, alcun progetto di lunga portata. A che serve l’ennesimo autobus per portare qualche parlamentare in Europa? Lo dico subito, io su quell’autobus non ci salgo.

La melma mediocre che ci avvolge.
Il pippone del venerdì/35

Dic 1, 2017 by     No Comments    Posted under: Il pippone del venerdì

Lo so che siete tutti impegnati nell’attesa spasmodica di scoprire il nome della sinistra prossima ventura. Lo so che vi sareste aspettati una severa condanna dei nazi di Como. Lo so che volevate l’ennesima presa in giro di Pisapia, questo novello sor Tentenna che non riesce a decidere neanche da quale parte del letto dormire. Ma per una volta permettetemi di estraniarmi dalla quotidianità per fare una riflessione slegata dai fatti del giorno. Che poi, cari ragazzi, tirate fuori qualcosa di meglio che qui gli argomenti scarseggiano sempre più. La politica sembra un remake degli anni ’90. I social sono sempre più piatti. Le prime avvisaglie della campagna elettorale del resto non fanno presagire niente di buono. Altro che sonniferi, bastano i talk show.

E allora, in tutto questo piattume, afflitto da un raffreddore latente che se ne sta lì in agguato, pronto a prendere il sopravvento al minimo segno di cedimento, pensavo a un dato davvero epocale: avete mai notato che in Italia, caso unico al mondo, abbiamo l’abitudine di cambiare il nome alle cose? So che può sembrare una cazzata, ma seguitemi perché è un dato essenziale per il pippone di oggi.

Cambiamo nome alle società: Teti, Sip, Telecom, Tim. Fanno sempre la stessa cosa. Cambiamo nome alle tasse, Tarsu, Tari, Tasi, Imu, sigle che si susseguono vorticosamente. Cambiamo nome perfino alle leggi: la Finanziaria, per fare un esempio, è diventata la legge di stabilità. In Regione l’assestamento di bilancio è diventato il collegato. Quando non cambiamo il nome, si rinnova almeno il logo, si fa un bel restyling grafico. Se fate mente locale questo fatto succede solo da noi. ln America non è che pensano di chiamare diversamente la Cocacola e neanche di cambiargli il logo. La General electric, per fare un altro esempio, si chiama così dal 1892.

La verità è che noi siamo il paese più immobile al mondo e allora, in una sorta di gattopardismo generale, siamo costretti a cambiare almeno l’apparenza. Cambiare il logo mi pare la versione 2.0 del “facimme ammuina”. Cosa è cambiato per gli inquilini delle case popolari di Roma con il passaggio della gestione dall’Iacp all’Ater. Nulla, vengono gestite sempre male. Però per almeno qualche mese hanno avuto la speranza che si trattasse di una vera riforma.   Il campione del gusto italico per il finto cambiamento è stato sicuramente quel fenomeno che risponde al nome di Achille Occhetto, che non si pose il problema della ridefinizione delle basi culturali di un moderno partito socialista in un periodo in cui tutto il mondo stava cambiando a velocità vorticosa. No, il prode Occhetto pensò di cavarsela cambiando il nome al Pci. Partito comunista era troppo complesso da sostenere e allora ebbe la grande trovata: proviamo a chiamarci Partito democratico della sinistra, che non significa un tubo, magari gli elettori ci cascano. Sappiamo come andò a finire, oggi – in pieno renzismo – lo possiamo dire con assoluta certezza: male.

Ma perché questo paese è così dannatamente mediocre? Non mi venite a dire che siamo la terra di Dante, di Leonardo, di Cavour, di Gramsci, solo per citarne alcuni. Le eccezioni non contano. Non siamo un paese di santi, poeti, navigatori. Gente nata per sbaglio da noi. Siamo un paese dove il 99,9 per cento della popolazione non solo si adagia nella melma mediocre che ci avvolge, ma odia anche chi prova a scrollarsi di dosso tale pesante retaggio. Succede in politica, basta vedere i personaggi che vanno per la maggiore. Da Renzi a Salvini. Se non siete proprio convinti cercate l’immagine di Gasparri. Ecco, appunto.

Succede nella società cosiddetta civile (prima o poi scoprirò chi per primo ha inneggiato alle qualità della società civile: non è una promessa, è una minaccia), nelle attività lavorative – per fare un altro esempio – il modo per emergere è dimostrarsi fedeli al potente di turno che a sua volta è diventato qualcuno facendosi strada a forza di sissignore. Quale qualità ne potrà venir fuori?

Siamo l’unico paese – vado a memoria, ma non  credo di sbagliare di tanto – che non ha mai vissuto una rivoluzione, un fatto davvero traumatico. Basta pensare alla Francia dell’89, o alla rivoluzione industriale. Tutti eventi di cui siamo stati spettatori. Da noi i moti carbonari sono stati una cosa riservata a ristrettissime élite che, peraltro, il popolo manco amava. Tutt’altro. Da noi i Mazzini, i Garibaldi non hanno guidato le masse popolari ma esigue minoranze.

Per farla breve, io la vedo così: il progresso, non solo in politica, ma un po’ in tutti i campi, nasce da una discontinuità, da un momento di frattura. Non sono i “signorsì” che fanno la storia, sono i folli, quelli che saltano dalle barricate della storia e fanno a cazzotti con lo status quo.

Nella nostra di storia ne abbiamo avuti troppo pochi. L’unico grande moto popolare che ha davvero cambiato qualcosa è stata la Resistenza. Ma, anche in questo caso, tutto nacque da una ristretta élite (si chiamavano fra di loro “rivoluzionari di professione”),  per diventare moto popolare si dovette aspettare la disfatta bellica dell’asse nazifascista e comunque non si trattò di un fenomeno esteso a tutto il territorio. Basta guardare i risultati delle elezioni e si capisce l’effetto.

Subito, tra l’altro, si pose fine al conflitto civile, permettendo a larga parte della classe dirigente, penso a tutta la burocrazia statale, di riciclarsi da un giorno all’altro. Un cervello di primissimo ordine come Togliatti avvertì il rischio dell’ennesimo ciclo gattopardesco, ma capì anche che la stragrande parte della popolazione fino a due anni prima era fascista. Non poteva epurare un popolo. Anche la Resistenza, dunque, fu un fenomeno limitato e parziale. Eppure gli effetti si sono visti per decenni. Intanto quella classe dirigente, uscita dalla guerra, si era forgiata in 20 anni di fascismo e di lotta clandestina. La lotta politica si faceva con l’Ovra che ti bussava alle porte. Ci sono stati Togliatti, Pertini, Nenni. E Sturzo, De Gasperi, Andreotti. Solo per citarne alcuni. Insomma, la frattura violenta, la lotta al fascismo, ci ha regalato 20, forse 30 anni di una classe dirigente di livello superiore. Non voglio fare un trattato storico, ma il fatto che adesso ci si contenda un Pisapia qualsiasi per vincere le elezioni la dice lunga. Siamo ripiombati nella mediocrità. A tutti i livelli. E lo stato di assoluto sfacelo in cui si trova il nostro sistema scolastico non fa ben sperare per il futuro. Addirittura promuoviamo la mediocrità, la formiamo. Non la subiamo solamente.

E lo paghiamo a maggior ragione nel mondo globale dove la mancanza di qualità la paghi duramente. Siamo come in un gara di Formula Uno dove la differenza la fanno i particolari. Basta una ruota montata in ritardo di pochi decimi di secondo e la gara è perduta. Ecco, noi la ruota ce la siamo persa per strada. Sarà anche disperante, ma secondo me bisogna avere ben chiaro il problema per provare a trovare la via d’uscita. Escluderei di dichiarare guerra a qualcuno, mi sembra una soluzione troppo estrema. Ma un qualcosa dovremo pur inventarcelo, una sorta di selezione sociale che ci porti davvero a un modello in cui ciascuno sia messo nelle condizioni di dare davvero un contributo a seconda delle sue capacità. Non è una questione di promuovere il merito. Da noi si parla di merito quando si vuole mascherare la promozione dell’amico dell’amico. Da comunista sono per l’eguaglianza delle possibilità, poi potremo anche parlare di come premiare il merito.

Io credo che questo sia il nodo vero che l’Italia deve affrontare: come si esce dalla mediocrità, come si premiamo le intelligenze rispetto ai servilismi. Come, in una frase sola, si riesce a cambiare la cultura di un popolo. Questo, per me, è il lavoro che dovrebbe fare, innanzitutto, la nuova sinistra. Creare una società in cui le individualità sono coltivate, le intelligenze sono incoraggiate e stimolate. Ecco io la farei una discussione su questi temi, non sarà la realizzazione del socialismo, ma francamente sentire soltanto parlare di come si eleggono delegati al nulla mi ha un po’ stufato.

Ricordare Falcone e Borsellino,
perché nessuno resti più solo

Lug 19, 2012 by     No Comments    Posted under: dituttounpo'

Quel giorno, anzi quei mesi, Falcone il 23 maggio, Borsellino il 19 luglio. Quelle immagini, la voragine di Capaci, via D’Amelio sconvolta. All’epoca ero un giovano cronista di Paese Sera. Mi ricordo in particolare il 23 maggio. Read more »

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