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Ma il fine giustifica i mezzi?
Il pippone del venerdì/72

Ott 5, 2018 by     No Comments    Posted under: Il pippone del venerdì

Dall’arresto del sindaco di Riace mi arrovello intorno a questa domanda: ha ragione il buon Machiavelli e quindi il fattore preminente è il fine, oppure i mezzi per raggiungerlo sono parte del fine stesso? Perché la vicenda mi ha colpito molto e mi ha ricordato anche vecchie discussioni con l’allora presidente del mio municipio romano che usava spesso forzare le norme per garantire diritti innegabilmente compromessi dalle norme in vigore. Non solo promuoveva apertamente l’occupazione degli immobili sfitti, a volte interi palazzi, ma addirittura firmava ordinanze con le quali provava addirittura a requisirli. Pratiche che mi lasciavano – e mi lasciano tuttora – più di qualche dubbio.

Facciamo alcune premesse, altrimenti immagino il casino che si scatena. Riace comunque sia rimane un modello di integrazione sociale ed economica davvero eccezionale. Un punto di riferimento per chi, come me, sostiene la necessità di abbattere ogni frontiera. E il sindaco Lucano rimane un personaggio straordinario, con una umanità che credo sia incontestabile. Saprà difendersi nell’inchiesta e non dall’inchiesta, ne sono sicuro. Del resto, anche secondo l’accusa, non ha mai neanche pensato a un qualche tipo di vantaggio personale. E, infatti, ho letto non solo l’accorato appello di Saviano che parla di “peccato di umanità”, ci sono anche autorevoli sacerdoti che spiegano come si possa violare la legge per difendere i diritti universali. Ora Lucano, anche secondo l’accusa, avrebbe agito per salvare dalla strada tre ragazze, per permettere a immigrati sfruttati e perseguitati da altri italiani di non essere più clandestini.

Con un po’ di leggerezza da bar, si potrebbe anche tagliare la questione con l’accetta: ma possibile che in Calabria, una procura, per di più quella di Locri, non abbia niente di meglio da fare che mettere agli arresti domiciliari un sindaco che non solo ha salvato dei poveracci ma ha trovato il modo utilizzare i fondi pubblici in maniera da creare un virtuoso circuito economico? Sicuramente, insomma, pur avendo massima fiducia nell’autonomia e nell’indipendenza della magistratura, questa inchiesta è sicuramente un po’ figlia dell’aria che tira in questo Paese. Una brutta aria.

L’ultima premessa riguarda il merito dell’inchiesta. Due sono le accuse:la prima il favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Ecco, io ritengo questa legge particolarmente odiosa, perché rende criminale non un determinato comportamento, ma la condizione stessa di immigrato. Diventa reato, insomma, l’essere non il fare. E credo che contro questa roba avremmo dovuto gridare più forte e i governi a guida Pd degli ultimi anni avrebbero dovuto quanto meno provare a eliminare questa barbarie. La seconda riguarda l’affidamento diretto, senza appalto, alla cooperativa sociale creata su iniziativa del Comune, dei servizi relativi alla raccolta dei rifiuti. E qui, come dire… dovrebbe finire in galera almeno la metà dei sindaci italiani. Quanti sono i servizi affidati senza gare per le più svariate ragioni, dall’urgenza a motivi meno nobili? In questo caso per di più non ci sono interessi personali, c’era da salvare una comunità e integrare i nuovi cittadini nel tessuto sociale. Ancora una volta la colpa di Lucano è l’eccesso di umanità, insomma,

Queste, in sintesi estrema, sono le ragioni che mi hanno portato ad aderire alle manifestazioni di solidarietà con il sindaco di Riace, mettendo da parte le mie domande. Del resto, si potrebbe dire ancora, abbiamo straordinari esempi di personaggi che hanno violato la legge. Lasciando da parte le grandi rivoluzioni dell’800  e la presa del potere con mezzi violenti, che pur potrebbero essere prese ad esempio di come un buon fine giustifichi anche le fucilate, ci sono Gandhi, Mandela, Martin Luther King, ma anche gli obiettori di coscienza che finivano in galera per rivendicare il loro diritto di servire il Paese senza le armi in pugno. Insomma, di persone che per buoni fini hanno violato leggi ingiuste sono pieni i libri di storia. La disubbidienza civile è una pratica nobile, attraverso la quale, spesso anche in maniera non violenta, sono stati sconfitti gli imperi.

Né vale la pena sottolineare che nel caso di Gandhi si trattava di una lotta contro il colonialismo, che nel caso di Mandela si parlava di segregazione razziale. Per me il reato di clandestinità è equiparabile, per gravità, alla segregazione razziale. Lo dico senza enfasi, consapevole della portata di quello che scrivo. Non è questo, insomma, il dubbio che mi assilla. Né vale la pena di entrare in una discussione più filosofica per stabilire come si possa certificare la bontà di un fine. Come giustamente fanno notare i sacerdoti, uomini di chiese e pertanto avvezzi alla cieca osservanza dei precetti, qua si parla di diritti umani universali. Quale fine migliore si può trovare?

Non è, insomma, tanto la violazione della legge, né la discussione sul fine, che mi tormentano, quanto la solitudine del sindaco. Io non credo che – ove venisse dimostrata l’esistenza dei reati contestati – Lucano abbia pensato con leggerezza di far sposare una donna con il suo stesso fratello per salvarlo e farlo arrivare legalmente in Italia. Né credo che si tratti della semplice attitudine tutta italiana che tende ad “aggiustare” la legge, utilizzandone le pieghe per eluderne gli effetti. Credo semplicemente che, salvo poche lodevoli eccezioni, il primo cittadino di Riace sia stato lasciato solo. Non abbiamo saputo far diventare il suo appello un movimento per la difesa dei diritti umani, facendo uscire dalla dimensione locale la sua disperazione e la sua voglia di aiutare gli ultimi della terra. Questo mi turba nel profondo. La nostra incapacità. Che non è solo quella di non riuscire ad avere un decente partito di sinistra in questo Paese, ma è quella di non riuscire più a fare rete, di rendere collettiva – e quindi in ultima istanza politica – la disperazione di un uomo che cerca di salvare delle vite. Ecco, per me la risposta non può essere: cosa volete che abbia fatto, sono soltanto bazzecole. Dobbiamo rivendicare l’urgenza di combattere questa legge con tutti i mezzi possibili. Ma se non lo facciamo insieme lasciamo i tanti Lucano che ci sono nel nostro Paese alla mercé dei Salvini che diventano sempre di più.

Il pippone del venerdì\5.
Parliamo di lavoro (e di non lavoro)

Apr 7, 2017 by     No Comments    Posted under: Il pippone del venerdì

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L’articolo 1 della Costituzione nacque da un complesso dibattito nell’assemblea costituente. I comunisti avrebbero preferito la dizione l’Italia è una Repubblica di lavoratori, per sottolineare l’importanza del fattore umano, non solo della “condizione”. Ma è evidente che questa formulazione era troppo “ideologica” per la Dc e il compromesso trovato rimane comunque molto avanzato. L’articolo 1 va letto, infatti, insieme al 3, per capirne il dispiegamento pieno: “È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”.

Quindi l’Italia è fondata sul lavoro e compito della Repubblica è garantire l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori alla costruzione dello Stato stesso. La Repubblica si costruisce solo quando tutti i lavoratori, non i cittadini si badi bene, sono nelle condizioni di partecipare. Altro che Costituzione astratta, la nostra Carta è concreta e prescrittiva fin dai principi fondamentali. Rimuovere gli ostacoli. Parole nette, precise. Che, d’altro canto, trovano un riscontro in buona parte della filosofia moderna.

Prendo a prestito André Gorz, filosofo di origine austriaca ma francese a tutti gli effetti. Nel suo saggio “Metamorfosi del lavoro”, ci ricorda con parole importanti che il lavoro salariato è un’invenzione moderna e non ha un semplice rilievo economico, ma una profonda radice sociale: “La caratteristica essenziale del lavoro – spiega  – è di essere un’attività che si svolge nella sfera pubblica, è un’attività richiesta, definita e riconosciuta utile da altri che, per questo, la retribuiscono. È attraverso il lavoro remunerato (e in particolare il lavoro salariato) che noi apparteniamo alla sfera pubblica, acquisiamo un’esistenza e un’identità sociale (vale a dire “professione”), siamo inseriti in una rete di scambi in cui ci misuriamo con gli altri e ci vediamo conferiti diritti su di loro in cambio di doveri verso di loro. Proprio perché il lavoro socialmente remunerato e determinato è il fattore di socializzazione di gran lunga più importante – anche per coloro che lo cercano, vi si preparano o ne sono privi – la società industriale si considera come una “società di lavoratori” e, in quanto tale, si distingue da tutte quelle che l’hanno preceduta”.

Insomma, la banalizzo, se l’uomo è un’animale sociale, nella società industriale dispiega a pieno la sua socialità proprio nel lavoro. E dunque non è un caso se i lavoratori vengono posti a fondamento, a garanzia direi quasi, delle nostre libertà costituzionali e sono soggetti di diritti proprio in quanto lavoratori.

Nella nostra società, ormai post industriale, il lavoro si modifica diventa prevalentemente immateriale, non produce – o meglio lo fa in quantità molto più ridotta rispetto al passato – merci, ma soprattutto servizi o merci immateriali. E il capitale del lavoratore diventa sempre più la sua stessa individualità, la sua intelligenza, il sapere. Il lavoro, nella società occidentale – tende a diventare prevalentemente intellettuale, perché – e Marx ce lo aveva spiegato qualche secolo fa  – il capitalista riduce l’apporto della manodopera nei processi di lavorazione fordisti con un uso sempre più massiccio delle macchine. L’informatica ha fatto il resto. E dove neanche in questa maniera riesce più a creare plusvalore, lo fa esportando l’industria stessa in paesi dove il costo del lavoro è più basso e i diritti inesistenti. Non sono, insomma, i migranti, il moderno “esercito industriale di riserva”, quella massa disposta a tutto pur di lavorare che fa peggiorare la qualità della vita del lavoratore salariato, ma sono paesi interi a fornire questa alternativa. Non si importa forza lavoro, si sposta la produzione.

L’analisi è evidentemente rozza e semplificata. Sarà anche un “pippone”, ma tocca rimanere nei limiti dell’umana sopportazione. Se riusciamo, per un attimo, a distaccarci dalla polemica politica quotidiana ci accorgiamo, però, che questo processo che ho solo abbozzato è evidente anche nel nostro paese. Al di là dell’evidente fallimento delle politiche neo liberiste messe in atto dai governi che si sono succeduti e che trovano il loro coronamento nel jobs act, la verità l’ha detta Draghi (non un pericoloso comunista, ma la Banca centrale europea) nei giorni scorsi: i salari sono troppo bassi, se volete far riprendere l’economia e dunque creare nuovi posti di lavoro, alzateli.

Semplice, semplice. Non serve neanche scomodare la scuola di pensiero keynesiana, per capire quanto sia vera questa affermazione. Se vuoi far girare l’economia, in un sistema capitalista avanzato, non puoi che stimolare i consumi e si consuma se si hanno soldi da spendere. E chi è che può dare una scossa? Quella che un tempo si sarebbe chiamata la classe media, ovvio.

Solo che… E se neanche questo servisse a far aumentare i posti di lavoro? Ora l’Istat ci dice ogni mese che tutto va bene e la disoccupazione è in calo. Poi se si leggono bene i dati si scopre che mica va tutto così bene: aumenta sempre più il numero delle persone che smette proprio di cercare lavoro, aumenta il numero delle persone che lavora pochi giorni al mese (per le statistiche sono occupati a tutti gli effetti).

Ora, io non sono un economista, anzi. Ne capisco anche poco. Ma mi viene il sospetto che la nostra società sia già entrata in una fase successiva. Da un lato la delocalizzazione selvaggia della produzione a cui, in Italia più che altrove, non si è in grado di opporsi. Ma non basta a spiegare la nostra crisi strutturale: siamo in quella fase in cui l’automazione e l’applicazione dell’intelligenza artificiale alla produzione fa sì che si che pur aumentando la produzione stessa l’impatto sul lavoro sia modesto. E allora, ritorno all’inizio, come far in modo che i nostri principi costituzionali diventino effettivi, siano pratica quotidiana nell’azione di governo e non un enunciato astratto? Quale partecipazione si può avere se non ci sono più i lavoratori?

Io credo che sia questa la domanda che la sinistra italiana deve porsi con forza. E credo che sia una domanda sulla quale sia doveroso aprire un grande dibattito. Vedo che in altri paesi si fa. Ci si pone il tema di una società in cui il lavoro diventa sempre più merce rara.
E si danno anche risposte, sia pur, secondo me, parziali. Dalla necessità di ridurre progressivamente l’orario di lavoro, alle varie idee di tassazione del lavoro dei robot (arrivano non solo dai socialisti francesi, ma anche dalla silicon valley). Manca ancora una riflessione complessiva. Perché se è vero che il lavoro è il fondamento delle nostre libertà, non basta trovare antidoti “economici” alla sua carenza. Se è vero che nella società moderna il lavoro, salariato, è il massimo momento in cui l’uomo dispiega il suo essere sociale, in cui realizza se stesso, si sarebbe detto un tempo, se è vero questo, una società in cui il lavoro tende a non essere più l’elemento centrale, va ripensata nei suoi paradigmi fondamentali.

Negli anni ’80, un po’ scherzando, un po’ anche no, con un nutrito gruppo di figgicciotti (si chiamavo così gli iscritti all’organizzazione giovanile del Pci), proponemmo di considerare il “non lavoro” come valore. Nel senso che sì, il lavoro nobilita l’uomo, è fondamentale eccetera eccetera. Ma andrebbe anche considerato anche il tempo del non lavoro come spazio in cui si possa realizzare se stessi. Potrebbe sembrare una battuta goliardica, ma guardate che avevamo visto giusto.

Insomma, io credo che la sinistra, non solo italiana, ma nella sua dimensione internazionale, debba porsela questa domanda: intanto come tornare a rivendicare l’espansione della sfera dei diritti sociali, perché sono quelli che ci qualificano, e non limitarsi soltanto alla difesa dell’esistente. Tutto questo, nell’era della finanzia e dell’economia globale, ovviamente non può più essere pensato su scala nazionale. Detta facile: o facciamo arrivare i diritti civili in Cina e in India, insomma, o questi ci fanno a fette. Perché da noi più di tanto i salari non li puoi comprimere e non riusciremmo ad essere concorrenziali neanche seguendo pedissequamente i dettami economici di Marchionne e soci.
Ma fatto questo, bisogna pensare, e farlo in fretta, a una società del non lavoro.

Concludo rapidamente, ma il tema ovviamente meriterebbe ben più spazio. Perché potrebbe anche sembrare, lo ripeto, un’affermazione goliardica. Ma pensare una società in cui il lavoro non è più elemento dominante rappresenta una sfida enorme, dal punto di vista stesso della struttura sociale.  Certo, noi stiamo a pensare alle primariette, ai populismi che avanzano. Ce la prendiamo con i migranti perché ci rubano il lavoro. La nostra vera crisi, non solo italiana, sta proprio qui: manca la capacità di alzare il naso dal quotidiano e vedere oltre l’orizzonte. Manca nella politica, che nel solo ha perso il contatto con il mondo reale, non riesce a fare i conti con “la pancia”, ma non riesce neanche a definire quale sia il suo cielo, la sua utopioa. E manca anche in quel mondo intellettuale tanto fecondo in passato, tanto salottiero e “terrazzaro” oggi.

Il pippone del venerdì/4
Immigrazione e contorsioni della sinistra                  

Mar 31, 2017 by     No Comments    Posted under: Il pippone del venerdì

logo pipponeI giorni scorsi, i frequentatori più affezionati dei gruppi social di sinistra ne avranno avuto un qualche sentore, sono stati caratterizzati da un’aspra polemica sull’immigrazione. Un peso, un problema che si scarica sui ceti più deboli, hanno sostenuto alcuni, partendo da un’intervista di un dirigente di Sinistra italiana. Che evito di nominare per non personalizzare la discussione. Forse così si potrà ragionare serenamente senza scatenare gli ultras di ogni parte. Secondo me, tra l’altro, si è soltanto espresso male. Sarebbe bastata una precisazione per chiudere la discussione. Così non è stato. Dopo un timido tentativo ho evitato di intervenire, vista la virulenza dei toni, ma credo che sia un tema fondamentale per capire dove va la sinistra italiana. Poi è arrivato anche il decreto Minniti che, in fondo, segue la stessa logica dell’immigrato che va punito in quanto tale.

Io credo, la dico semplice e precisa, che sia una posizione sbagliata. Perché questo concetto dell’immigrazione come problema, che per giunta pesa sulle condizioni dei ceti più deboli, è un’impostazione di destra. Con una venatura nazionalista e razzista.

Primo punto di divergenza. Io sono cresciuto con l’utopia di un mondo senza confini. E mi piacerebbe conservare quel sogno, quella visione. Non tanto per un attaccamento nostalgico alle suggestioni giovanili, ma perché credo, a maggior ragione nella situazione attuale, che sia un assurdo pensare a un mondo dove la semplice nascita, ovvero un fatto del tutto casuale, possa dar luogo a qualche diritto esclusivo.

La faccio semplice: se sono nato in Italia non ho più diritto a stare qui di uno nato in un qualsiasi altro paese del mondo.  Provate a spiegarmi perché questa sarebbe casa mia, perché avrei qualche diritto in più di Miguel piuttosto che di Azizi. Se è un furto la proprietà privata lo sono a maggior ragione le frontiere. Gli stati nazionali, del resto, sono una costruzione recente e stanno diventando sempre più drammaticamente vecchi di fronte a un mondo reso più piccolo dalla comunicazione e da un’economia a dir poco globale. I capitali non hanno frontiere, ma le impongono agli uomini perché proprio sulle divisioni politiche basano gran parte della loro forza.

E’ dunque un controsenso, se questa è la visione, dare un connotato negativo alle migrazioni (sarò snob ma mi piace parlare di migrazioni, senza indicare il “verso”). Non sono un problema. Sono un semplice dato di fatto. Se sono libero di spostarmi, come posso essere un problema? Diventa un problema se si stabilisce, come succede in Italia che migrare è addirittura un reato e si creano i “clandestini”. Un altro ragionamento, più profondo, andrebbe fatto sulle cause delle migrazioni. Intervenire sulle guerre che creano milioni di profughi, lavorare sulla diffusione dei diritti e delle libertà civili, intervenire sugli intollerabili squilibri che sono alla base delle migrazioni per necessità. E tornare a ragione in termini non localistici, non nazionali. Questo, non solo secondo me, è il limite della politica e del sindacato negli ultimi decenni: continuare a pensare in termini nazionali, non essere riusciti a trovare quella dimensione più grande che forse permetterebbe di governare un’economia che quei confini non li considera proprio più. E addirittura oggi c’è chi teorizza che bisogna uscire dall’Europa. Serve più Europa, non meno. E se la politica, la sinistra in particolare, non vuole essere un semplice strumento di cui il potere economico indica limiti e compiti deve tornare a ragionare oltre i confini delle nazioni.

Il secondo aspetto che non condivido è considerare le migrazioni come un fattore che tende a far peggiorare le condizioni di vita dei più deboli. I più intellettuali hanno addirittura scomodato il vecchio con la barba e la sua definizione di “esercito industriale di riserva”. I meno intellettuali hanno invece invitato chi faceva notare qualche contraddizione nel ragionamento ad andare a verificare quello che succede nelle periferie delle nostre città. Lo hanno fatto ovviamente comodamente seduti nei loro salotti del centro.  Insomma, secondo questa visione, la banalizzo, gli immigrati rubano il lavoro agli italiani.

Due considerazioni. Marx, con una delle tante intuizioni geniali che ritroviamo nel “Capitale”, individuava un paradosso per cui gli operai producendo plus valore tendono a rendere eccedente il proprio stesso lavoro. Il capitalista, infatti, una volta abbassato il salario fino ai livelli di sussistenza, per aumentare il proprio profitto investe nell’automazione rendendo il lavoro dell’operaio meno necessario. E la massa dei disoccupati crescente (l’esercito di riserva) contribuisce a mantenere lo status quo, ovvero il continuo peggioramento delle condizioni di vita dei proletari. Ho sintetizzato molto.

Ora, anche a voler mutuare pari pari, senza la dovuta cautela, l’analisi marxiana, considerando gli immigrati come l’esercito industriale di riserva di oggi (ma vedremo quanto sia problematica una simile trasposizione) permettemi di rilevare che Marx non ha mai detto che i “disoccupati sono un problema per i ceti meno abbienti”. Chi era – ed è – un peso sono i capitalisti che sfruttano questa situazione per massimizzare il loro profitto, senza curarsi delle condizioni di vita di strati sempre più larghi della popolazione. Con questo vorrei provare a sostenere una tesi differente. Quello che voleva fare Marx (e che dovrebbe provare a fare la sinistra) era creare una coscienza di classe, spiegare che il conflitto fra occupati e disoccupati era proprio quello che serviva ai padroni per mantenere gli operai in condizioni disumane. Insomma, banalizzando il concetto, la sinistra oggi non può dire che gli immigrati rubano il lavoro agli italiani. Intanto perché non è vero. E poi perché queste cose le fa la destra, le fanno i Salvini di turno e sono anche più credibili.

Io sono convinto che la sinistra abbia un altro compito, più alto. Intanto deve tornare davvero nelle periferie. Perché a guardarle dalle terrazze borghesi del centro storico di rischia di avere una visione distorta dalla lontananza. E il risultato è la disfatta delle scorse amministrative. E ve lo dice uno che abita a Magliana, in una zona dove le etnie si mescolano e accanto all’odore del ragù della domenica senti le spezie profumate dell’oriente. Tocca alzarsi dalle poltrone dei salotti bene. E bisogna tornare in periferia con una proposta chiara, con una visione chiara. A dire via gli immigrati ci pensano Salvini e Casapound.

Io credo che dovremmo andare a spiegare nelle periferie che il problema non sono i profughi in fuga dagli orrori. Non sono i migranti che occupano casolari abbandonati. Non sono quelli, più “fortunati”, a cui qualche italiano per bene affitta letti accatastati l’uno sull’altro a cifre esorbitanti. Non solo loro il “nemico di classe”. E bisognerebbe tornare a praticare la solidarietà di classe, non la carità cattolica, perché oggi nelle periferie non ci sono due povertà, due debolezze da mettere in competizione. C’è una sola grande questione. Baumann le chiamava “le vite di scarto”, i prodotti di risulta della società globale. Ed è qui il ruolo di una sinistra che fa la sinistra. Tornare a prendere in mano la bandiera degli ultimi. Tornare a pensare la politica come quello strumento  che serve a rovesciare i rapporti di forza, quello  strumento che fa delle moltitudini un popolo. E questo va fatto con azioni concrete. Dobbiamo aprire sedi, nelle periferie. Spazi aperti, utili, delle moderne case del popolo, grande e originale esperienza italiana. Case di tutti, italiani vecchi e nuovi. Nuovi italiani, mi piace questa definizione.

Detto questo, permettetemi però un passo indietro: io credo che sia proprio sbagliato l’assunto. Punto primo. L’apporto dei migranti sul mercato del lavoro non fa aumentare la disoccupazione, non c’è questa concorrenza di cui si favoleggia. Sono gli stessi imprenditori a chiedere un aumento delle quote previste da quella sciagurata legge Bossi-Fini : perché non trovano italiani disposti a determinati lavori. Punto secondo: anche dal punto di vista del welfare, non solo la presenza dei migranti non riduce in maniera rilevante le risorse a disposizione per lo stato sociale, ma i contributi versati da loro, contributi dei quali non usufruiranno mai, permettono di pagare le pensioni a quegli italiani che vorrebbero cacciarli. Altro che pippe mentali, altro che esercito industriale di riserva.

E allora diciamolo forte. Ci servono i migranti e campiamo bene proprio sul loro sfruttamento, vera schiavitù moderna. E una sinistra che fa la sinistra va nelle periferie e lo scrive sui muri. Altro che timidezze da salotto borghese.  Una sinistra che fa la sinistra fa non uno ma mille cortei non per, ma insieme ai migranti. E mette in rete le debolezze, non aizza la guerra fra gli ultimi.

Insomma, la sinistra torni a essere internazionalista. Torni a battersi per un mondo senza confini. Che sarà anche un’utopia, ma sono le utopie che fanno muovere il mondo, non le catene del realismo.

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