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La pizza di fango del Camerun e il reddito di cittadinanza.
Il pippone del venerdi/86

Feb 1, 2019 by     No Comments    Posted under: Il pippone del venerdì

Siamo in recessione. Per la prima volta nella storia – credo – un presidente del Consiglio anticipa l’Istat e mette le mani avanti: il Pil continua a diminuire per il secondo trimestre di seguito (questa volta dello 0.2 per cento) e quindi adesso è ufficiale, la crisi è certificata. Sarebbe il caso di avviare anche una riflessione seria sulle tecniche comunicative che usa questo governo, perché, almeno in questo campo sono davvero avanti di molto. Ma torniamo al punto.

Ora, le cose a dire il vero non andavano un granché bene neanche prima quando il Pil cresceva. Perché il modesto aumento del prodotto interno lordo che abbiamo avuto gli anni scorsi non si è mai trasformato in crescita vera del Paese. Né dal punto di vista dell’occupazione, né da quello dello sviluppo infrastrutturale. Non è questa la sede per ragionare sulle colpe, ma anche senza voler arrivare al superamento della società capitalista, è evidente come l’aver puntato tutto sul mercato, cancellando i diritti dei lavoratori e  distribuendo corposi incentivi per le imprese, non ha funzionato. Il volano più forte per la crescita, lo insegnano gli economisti keynesiani, non pericolosi estremisti, sono gli investimenti pubblici. Perché creano un effetto a catena per il quale alla fine il guadagno per il Paese in termini economici, di competitività e di benessere sociale è molto più alto del costo. Il Fmi, anche qui non si tratta di pericolosi rivoluzionari, stima che un dollaro di investimento pubblico genera tre dollari di guadagno. Si tratta di calcoli complessi, che si basano sul ritorno diretto, sullo stimolo che genera nei confronti dei privati, sul ritorno occupazionale. Ma questa è la sintesi. Se, dunque, è tutto così semplice perché non si fa?

La risposta che mi viene in mente d’istinto è che i nostri governanti abbiano puntato sugli investimenti sicuri e come è noto, dai tempi della “Tv delle ragazze” in poi, il solo investimento certo è nella famosa pizza di fango del Camerun, l’unica moneta che ci può salvare dal baratro. E questo giustificherebbe anche la continuità di azione (altro che governo del cambiamento) che unisce i governi italiani da anni, da decenni si potrebbe dire guardando lo stato delle nostre infrastrutture.

Posto che, invece, abbiano altre idee in testa, sarebbe utile capire quali. Io credo che i 5 stelle abbiano in testa un modello diverso di società, girando fra le visioni proposte dalla Casaleggio e associati, qualche spunto lo troviamo. La suggestione è che, nel giro di pochi anni, il lavoro così come lo abbiamo conosciuto sia destinato a scomparire del tutto. Non è neanche troppo nuova la teoria che prefigura la fine della necessità di lavorare per l’uomo con la sempre crescente robotizzazione. Basti pensare che lo stesso Bill Gates,  decisamente un capitalista, propone una tassa sui robot per compensare la perdita di posti di lavoro. Con quella tassazione si dovrebbero poi finanziare nuove forme di welfare, a partire da un reddito di cittadinanza a questo punto davvero generalizzato. Perché dunque affannarsi a creare nuovi posti di lavoro se il futuro che ci aspetta è questo? Proviamo a ragionare.

La fine del lavoro e il tempo del non lavoro, tema per me davvero affascinante, è stata del resto ipotizzata da fior di economisti e sociologi. E molte sono le soluzioni in campo. Quella proposta da Casaleggio, in realtà,  è soltanto una delle possibilità.  E’ la stessa storia che però contraddice questa visione. Mi spiego meglio. Non siamo di certo alla prima rivoluzione industriale. Più volte ormai abbiamo assistito a profondi rivolgimenti tecnologici che hanno cambiato radicalmente il modo di produrre. Il lavoro però non è finito. Si è trasformato. Cosa avrebbe di differente la robotizzazione? Di sicuro che sostituisce del tutto, almeno questo è il futuro che si prevede, il lavoro umano in diversi settori. Sarà davvero la fine del lavoro, o ancora ci sarà una trasformazione del ruolo umano? Perché, se è vero che nuovi sistemi produttivi riducono l’esigenza di mano d’opera in molti settori, è anche vero che le varie rivoluzioni tecnologiche hanno generato bisogni nuovi. Avremo comunque lavori differenti, legati alle esigenze della società digitale. Come avremo comunque bisogno di lavori legati al welfare e alle aspettative di vita che continuano ad aumentare.

Probabilmente, comunque sia, il numero complessivo di lavoratori necessari sarà minore. Anche se francamente le visioni di una società in cui il fattore umano scompaia del tutto dal lavoro mi sembra molto al di là da venire. Di fronte a questa diminuita esigenza di mano d’opera ci possono essere, secondo me, due riposte alternative. La prima è quella assistenzialistica: tassiamo i robot, tanto le imprese avranno un margine di profitto maggiore e dunque se lo potranno permettere. Con quella tassa garantiamo il famoso reddito di cittadinanza universale. Punto. Casaleggio e soci non si pongono il problema del grande rivolgimento sociale che avverrebbe necessariamente in una società in cui il lavoro diventa un fattore marginale nella vita dell’uomo. Detto in poche parole: che si fa da mattina a sera? Divano senza soluzione di continuità?

L’altra risposta, quella che secondo me una forza socialista dovrebbe dare è quella che porta al concetto di lavoro di cittadinanza. Ovvero: in una società come quella disegnata, garantire un reddito a tutti diventa una necessità non eludibile, questo è vero. Ma questo si può fare, oltre che tassando i robot, anche diminuendo l’orario di lavoro – a parità di salario – e creando delle strutture in cui i lavoratori possano mettere a disposizione della società il tempo libero guadagnato. E anche il reddito di cittadinanza, allo stesso modo, si può trasformare in lavoro di cittadinanza. Posto che, vista la situazione della nostra economia (per non parlare del funzionamento dei centri per l’impiego) di offerte di lavoro non ne arriveranno a carrettate, perché non ipotizzare che chi usufruisce del reddito di cittadinanza possa restituire alla collettività quel valore sotto forma di lavoro sociale?

Può sembrare banale, ma non è così. Sono due visioni di società opposte. E credo che avviare un ragionamento profondo su questi temi dovrebbe essere al centro del nostro percorso di ricostruire di una forza socialista in Italia. Troviamo gli spazi per ragionarci e facciamolo in fretta. Anche perché secondo me su questi ragionamenti si può costruire un’alternativa vera alle destre anche a livello europeo. Altro che i fronti indistinti, servono idee radicali.

M5s: la fabbrica dell’irrealtà.
Il pippone del venerdì/26

Set 29, 2017 by     No Comments    Posted under: Il pippone del venerdì

Ora, vi aspettate tutti una lunga tirata riprendendo le argomentazioni di D’Alema, elogiando Montanari che parla di sinistra, bacchettando Pisapia e i pisapini che si sono offesi, applaudendo il presidente Grasso… Sono stato molto tentato, ma ieri l’ineffabile avvocato milanese ha affermato chiaramente che lavora a un soggetto politico non alternativo al Pd, ma sfidante, con questa legge elettorale. Come dire, se cambiate la legge ci alleiamo subito, basta mettersi d’accordo. Per me la partita è chiusa. Parliamo d’altro.

Voglio tornare, dunque, sul carattere profondamente antidemocratico dei Cinque stelle. Ne avevo già ampiamente parlato in questo articolo addirittura nel 2014, devo dire che ne sono sempre più convinto: dovrei cambiare il mio nome in “Cassandro”.

E’ cronaca di questi giorni la richiesta di rinvio a giudizio per il sindaco di Roma, Virginia Raggi, colpevole, secondo la procura, di falso. Era indagata per due ipotesi di reato: falso e abuso di ufficio. Per la seconda è stata chiesta l’archiviazione. Ora la notizia principale, da giornalista, è che il sindaco della Capitale d’Italia rischia il processo per falso. E, invece, ovunque vedi scene di giubilo. Non degli altri partiti, sia chiaro. Sono proprio i pentastellati a esultare. Dice il capo: “Ora la stampa deve chiedere scusa, la Raggi è stata scagionata”. Sì, viene scagionata per l’abuso di ufficio, un reato nel quale, come ben sanno tutti gli amministratori, è facile incappare, vuol dire semplicemente che si adottato un atto che non rientrava nei propri poteri. E visto il groviglio di leggi con cui un sindaco si trova a dover combattere quotidianamente può anche capitare. E poi, secondo la procura, la nomina di Marra (sempre di questo galantuomo stiamo parlando) resta illegittima, manca l’elemento del dolo e quindi decade anche il reato.
Ma resta in piedi l’accusa di falso. Il procuratore  aggiunto Paolo Ielo e il pubblico ministero Francesco Dall’Olio le contestano la falsa dichiarazione inviata alla responsabile  Anticorruzione del Comune in cui attestata che la scelta di nominare Marra era stata solo sua. Insomma, per farla semplice. Il sindaco della Capitale d’Italia avrebbe mentito all’autorità anticorruzione. Ecco, per i grillini, a partire dal capo, si tratta di un episodio minore. A tal punto che Raggi si aspetta addirittura le scuse della stampa.

Quanto siamo poco anglosassoni. Alcuni eccessi che arrivano talvolta da oltreoceano fanno inorridire. Ma faccio notare che per molto meno sono saltate addirittura candidature alla presidenza degli Stati Uniti. Per una banale menzogna in una storia di corna ha rischiato addirittura l’impeachment un grande presidente come Bill Clinton. Loro non votano un politico che mente esplicitamente e viene scoperto. Come fidarsi? E dunque, se venisse condannata, come fidarsi di un sindaco che mente all’autorità anticorruzione per giustificare la nomina di un galantuomo come Marra?

Se fosse stato un politico di un altro partito, i grillini sarebbero già partiti con la lapidazione. Non alla richiesta di rinvio a giudizio, già dall’avviso di garanzia. Politici come Errani, Del Turco, Penati, gente eletta, votata dal popolo, si sono dimessi e hanno atteso pazientemente il processo. Poi sono stati assolti senza che nessuno gli chiedesse scusa. Loro no, i pentastellati sono diversi. Perché al M5s aderiscono soltanto persone oneste. Per definizione. Non è proprio possibile che un sindaco dei cinque stelle sia un delinquente. Non è previsto dalla loro religione. E dunque se vengono accusati è un complotto. Se la loro amministrazione fa acqua da tutte le parti è sabotaggio o è colpa di chi ha amministrato prima. Questa è la verità indiscutibile.

Gli adepti della setta non ammettono tentennamenti. Secondo il famoso principio uno vale uno, ma Grillo (Casaleggio) decide per tutti, l’unica sentenza che conta non è quella della magistratura ma quella di Grillo stesso. Basta guardare la loro presenza sui social. Compatti come una falange macedone. Tutti in linea. E che non si scomodino paragoni con il centralismo democratico del Pci. In quel partito si discuteva eccome. Una volta assunta una linea, poi, ci si atteneva a quella. Nel M5s no, non esiste discussione, ma solo catena di comando gerarchica. L’autonomia scende man mano fino ad arrivare alla base, ai militanti che sono semplici “megafoni” del vertice. Altro che democrazia e partecipazione.

Affermare questo e dire che a quel popolo bisogna comunque rivolgersi è una contraddizione? Assolutamente no. Anzi, una volta assunta come certezza la pericolosità di una setta che si fa partito politico per la democrazia, diventa un’urgenza assoluta quella del dialogo con gli elettori che, in buona fede, gli hanno dato fiducia. C’è un bel pezzo della sinistra in quei voti. C’è un bel pezzo del nostro popolo che abbiamo costretto noi a rivolgersi altrove e che è stato attratto dal messaggio di Grillo. Dalle critiche alla partitocrazia (come avrebbe detto Pannella), dalla lotta alla casta, dal messaggio contro le multinazionali e per la protezione dell’ambiente. Bisogna sfidare Grillo e i suoi proprio su quel terreno.

Certo, per farlo – e per oggi meglio che la finisco qui – bisognerebbe finirla di parlare di noi e fra noi e dare un messaggio concreto, tornare a parlare del lavoro che non c’è, della scuola, di una società nuova. Se proprio non siamo in grado di farlo, proviamo a copiare Corbyn. Basta google traduttore.

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