Tagged with " di maio"

Giustizialisti o garantisti? Dipende dai giorni.
Il pippone del venerdì/100

Mag 10, 2019 by     No Comments    Posted under: Il pippone del venerdì

Premessa doverosa: siamo arrivati a quota 100. Francamente, conoscendomi, non ci credevo quando sono partito. Nei giorni in cui decisi di scrivere questi “pipponi” mi ero convinto della necessità di dare un po’ di ordine alla mia presenza sui social e allora pensai di fare una serie di rubriche, appoggiandomi sul sito che nel frattempo avevo un po’ dimenticato. Con il tempo è rimasto solo il pippone, quella da cui ero partito. È nato come una specie di sfida: intanto a me stesso, per testare la mia capacità di vincere la pigrizia da cui troppo spesso sono affascinato. E poi alle leggi dei social. Quelli bravi vi diranno che sui social vanno messi contenuti brevi, per lo più immagini, dal martedì al giovedì, ore centrali della giornata. E io faccio una cosa lunga, senza o quasi immagini, che esce il venerdì, possibilmente all’alba perché poi mi tocca lavorare.

Non andavo in cerca di popolarità o di grandi numeri di lettori, insomma. In realtà, però, ho scoperto che il pippone ha un suo pubblico, sia sul mio sito che su altri che regolarmente lo pubblicano. Mi succede perfino di essere riconosciuto in assemblee e iniziative politiche varie. La mia vanità ne gode tantissimo, lo confesso. Insomma, e la finisco qui con questa tirata auto celebrativa: il pippone nasce come strumento per riordinare le idee e provare a farle circolare, è diventato, nel suo piccolo un qualcosa che fa opinione. Una strana storia.

Veniamo al dunque: sono settimane curiose, in cui i ruoli si capovolgono con repentina rapidità. Se fossimo un popolo serio avremmo già mandato a quel paese buona parte dei governanti e dell’opposizione. Invece stanno ancora lì. Gente che si è sempre detta giustizialista come i 5 stelle diventa ultragarantista quando si tratta di indagini che riguardano qualcuno dei loro, poi tornano addirittura forcaioli nel caso del sottosegretario Siri. Uno che ha soltanto un avviso di garanzia, pure abbastanza fumoso, e viene mandato via a furor di Di Maio. Salvini, al contrario, fa il forcaiolo nei confronti della presidente della Regione Umbria, Pd, indagata per una storia di concorsi che sarebbero truccati, poi torna ipergarantista nei confronti del suo fidato sottosegretario. Per non parlare del governatore Fontana, anche lui indagato, ma difeso a spada tratta dai leghisti. Il ministro dell’Interno, nei giorni scorsi, ha addirittura evocato il complotto, come fosse un Berlusconi qualsiasi,  le famose toghe rosse, che adesso invece sarebbero penta stellate, vorrebbero colpire il suo partito perché dato molto alto nei sondaggi. Il Salvini torna poi legalista all’eccesso lanciando una durissima campagna contro  i negozi che vendono – legalmente – la canapa light e tuona contro le “droghe che rovinano i nostri figli”. Non risulta un impegno così accanito nelle piazze dove spacciano mafia e camorra.

Anche la vicenda di Casal Bruciato, a pensarci bene, rientra in questo spettro di paradossi: succede che il ministro dell’Interno (sempre lui) decida di chiudere i campi rom. Devono integrarsi nella nostra società oppure andarsene, questo il secco messaggio che gira ormai da mesi. Il Comune ha delle case da assegnare e loro, tutti come minimo cittadini dell’Unione europea, ci rientrano a pieno titolo. Per di più, avendo famiglie molto numerose, hanno anche punteggi molto alti, per cui sono ai primi posti delle graduatorie. Ogni volta che assegnano una casa a una famiglia rom, scoppia la rivolta. Ora è toccato a Casal Bruciato, ex periferia ultrarossa di Roma, dove per giorni Casapound ha fatto quello che voleva. Una vera e propria persecuzione violenta nei confronti di una famiglia di poveracci, spalleggiati da parte degli inquilini del palazzo. Non sono mancate minacce odiose, perfino di stupro nei confronti delle donne. Roma democratica ha riposto, ma non è questo il tema. Il ministro dell’Interno, quello della legalità a tutti i costi, ha tollerato – e con lui prefetto, questore e tutta la catena di comando delle forze dell’ordine – che un movimento neofascista diventasse padrone di un quartiere intero per giorni. Salvo poi cercare di contenere il presidio antifascista. I camerati di Casapound, va ricordato, sono quelli che occupano uno stabile in pieno centro storico e che il solito ministro Salvini tollera e protegge. Solo adesso, finita la fase “calda” della protesta, è arrivata qualche denuncia a piede libero. Se la caveranno con poco, c’è da scommetterci.

Come il garantismo, insomma, anche la difesa della legalità non è proprio un principio assoluto, per la classe politica nostrana. Della destra abbiamo detto, ma anche Zingaretti sembra essere un po’ sballotato dagli eventi. In Umbria ci si comporta con fermezza, salvo poi fare marcia indietro, sulla situazione calabrese non si dice una riga. Certo, anche voler affermare un qualche tipo di principio generale è complesso. Quando si deve dimettere un politico, per di più eletto direttamente dal Popolo. C’è una legge, che prevede la sospensione o la decadenza in caso di condanne per un ventaglio molto ampio di reati.  Ma il tema è delicato comunque: perché un qualsiasi impiegato pubblico non deve avere la minima condanna e un sottosegretario può aver patteggiato addirittura una bancarotta fraudolenta? Negli anni passati abbiamo assistito a fitti lanci di sassi nei confronti di amministratori di sinistra per fatti che si sono poi rivelati bolle di sapone. Basta pensare agli scontrini del sindaco Marino, al caso della Idem, una icona dello sport italiano messa alla berlina per un errore nella dichiarazione dei redditi, peraltro sanati immediatamente pagando quanto dovuto. A Roma ci furono manifestazioni di piazza per chiedere le dimissioni del sindaco Marino.

Servirebbe, intanto, una giustizia rapida. Non solo per i politici, ovviamente, ma a maggior ragione per loro. Ci sono stati casi di personaggi di primo piano travolti da inchieste e poi assolti in tutti i processi. Errani e Bassolino, solo per citarne due.  Hanno scelto di dimettersi e difendersi da privati cittadini, ma la loro odissea è durata anni. Servirebbe insomma, un patto fra tutti i partiti: massima severità, in caso di ipotesi di reato contro la pubblica amministrazione dimissioni immediate a garanzia dello Stato, ma degli stessi indagati. Ma anche processi rapidi che permettano di stabilire con tempi umani la colpevolezza o l’innocenza.  Servirebbero anche partiti che selezionassero la loro classe dirigente, senza bisogno di arrivare ai giudici.

E magari servirebbe, ma questa è una speranza ancor più vana, una classe politica coerente e un elettorato più anglosassone, di quelli che non ti perdonano quando li prendi in giro. Poi uno si sveglia e si trova di fronte Salvini. Che volete fare… siamo il Bel Paese. Mille di questi pipponi a tutti!

Il giorno in cui i grillini persero le stelle.
Il pippone del venerdì/89

Feb 22, 2019 by     1 Comment     Posted under: Il pippone del venerdì

Sono diventati normali, non sono più gli extraterrestri che pochi anni fa si presentarono con la scatoletta di tonno in Parlamento. La via che li ha portati alla normalità è un po’ strampalata a dire il vero, ma la scelta di votare contro l’autorizzazione a procedere per Salvini, ha decisamente normalizzato i 5 stelle.

Via strampalata, dicevo. Sì, perché affidare una decisione che si dovrebbe basare su uno studio rigoroso degli atti a una votazione online appare davvero curioso. Un po’ una roba da tribunale del popolo. Sia pur ampiamente pilotato dall’esposizione personale del gemello di Salvini, quel Di Maio che, seppure traballante dopo sondaggi in calo e il disastro abruzzese, resta il “capo politico” del fu movimento.  E quando chiami uno “capo” e non segretario o presidente o coordinatore mica puoi metterti a discutere: si ubbidisce.

Malgrado questo percorso che fa sobbalzare sulle sedie chi, come me, è legato al dettato costituzionale dell’assenza di vincolo di mandato per gli eletti, il M5s ha scelto di rompere la barriera più grande che aveva inventato per differenziarsi dalla politica tradizionale. Mai più immunità, dicevano, anche se innocenti ci si difende in sede processuale e non in Parlamento. Dicevano che quella era la Kasta che proteggeva sempre se stessa, in un patto non scritto che per decenni ha retto, portando le Camere a respingere quasi sempre le richieste di autorizzazione a procedere.

Ora il dado è tratto, sono diventati normali. Hanno perfino le correnti e i vari capetti che litigano fra di loro. Votano secondo convenienza politica e non secondo la loro bibbia storica: era evidente a tutti che il sì all’autorizzazione per Salvini avrebbe messo a rischio l’esistenza stessa del governo. E una crisi al buio, in una fase in cui i loro consensi sono in calo, non se la potevano davvero permettere. Di Maio, che della compagine è il vero democristiano, ha capito che una volta imboccata la strada della normalità tanto valeva percorrerla fino in fondo. E così il M5s diventerà un partito vero e proprio. Sempre senza democrazia interna, questo pare ovvio, ma più strutturato, con coordinatori locali che rimettano insieme il sistema dei meetup e provino a far piantare radici nei territori al movimento. Cade anche il veto sulle alleanze per le elezioni amministrative. Viene perfino ridiscussa la regola delle regole, quella dei due mandati a tutti i livelli. Ora potranno farne paio in un Comune e altrettanti in Parlamento o in Regione.

Sia pur con timidezze e cautele, insomma, si avviano perfino a un tentativo di formazione di una classe dirigente. C’è, senza dubbio, la “ragion pratica”: con il vincolo assoluto del doppio mandato, rischiavano di perdere sindaci, volti noti, gran parte dei parlamentari. Tutta gente pronta a portare sotto altre bandiere la popolarità guadagnata in questi anni. Non c’è ancora una piena consapevolezza della necessità di un percorso di crescita anche in politica, per cui è necessario fare gavetta prima di arrivare ad alti livelli senza combinare disastri, ma alla fine arriveranno anche a questo.

Ora si tratta di capire come questa raggiunta “normalità” dei 5 stelle influirà sul loro consenso. Di certo non mi pare che una campagna da parte dei partiti di opposizione basata su questo punto possa avere un qualche successo. Perché, qualsiasi cosa facciano i grillini, gli altri l’hanno fatta prima. E quindi la normalità potrà anche sottrarre consenso a Di Maio, ma non lo riporta di certo sul Pd o su Forza Italia.

Il punto, secondo me, è un altro. Gli italiani hanno vissuto due fasi storiche decisamente opposte dal secondo dopoguerra a oggi. Nella prima Repubblica siamo stati il più conservatore dei popoli: gli spostamenti fra un’elezione e l’altra si limitavano ai decimali. Quando un partito aumentava di un punto percentuale si gridava al trionfo. In caso opposto si parlava di crollo. Con il crollo di quel sistema politico siamo diventati, al contrario, ansiosi di novità, sempre pronti ad assecondare chi faceva del cambiamento la propria bandiera. E’ successo con Berlusconi. Salvo poi prendersi una pausa rassicurante con il faccione emiliano di Prodi. E’ successo, sia pur per una stagione brevissima, con Renzi. Poi è stata la volta di Grillo e dei suoi: nel giro di una legislatura o poco più sono passati dalla marginalità all’essere il perno dell’intero sistema politico.

Riusciranno adesso a restare a galla nell’onda di riflusso? Io credo che l’intuizione di Di Maio, in realtà sia questa: quando il consenso sale puoi anche basarti esclusivamente sulla rete, ma quando l’onda torna indietro, per resistere devi essere un partito. Avere una base definita, che ti permette di aspettare che torni il tuo turno.  Faranno in tempo? C’è da sperarlo, perché nell’abulia della sinistra e in mancanza di una prospettiva davvero nuova, il prossimo messia, allo stato delle cose, è Salvini. E manco oso pensare cosa potrebbe arrivare dopo di lui.

Della sinistra, questa settimana, meglio non parlare proprio. Sono occupati a partorire le solite due o tre liste unitarie per cui ci scazzeremo e alla fine voteremo stancamente. Finirà male. Inutile spendere altre parole.

Da Roma all’Italia, come si blocca un Paese.
Il pippone del venerdì/67

Ago 3, 2018 by     No Comments    Posted under: Il pippone del venerdì

Chi mi segue sa come la penso su Roma e sulla sindaca Raggi, sull’immobilismo che sta riportando questa città agli anni ’80, quelli della stagione finale delle giunte di pentapartito, in cui tutta la città era come avvolta da una cappa grigia. Una delle città più famose del mondo, con una ricchezza storica senza paragoni, era ridotta a una cittadina di provincia. Zero vita culturale, zero progetti di lungo respiro, zero manutenzione. Poi arrivò il ’93, la vittoria di Rutelli, una giunta comunale che fece ripartire la capitale. Con il nuovo sindaco e poi ancora di più con la vittoria di Veltroni, Roma tornò ad essere una metropoli di livello internazionale. Per i progetti in campo, per gli eventi che riempivano tutto l’anno. Siamo andati avanti fino a l’altro ieri con i progetti pensati in quella stagione. Serviva la fase due, realizzare una città più amica di chi ci abita e di chi la visita. Per qualità dei servizi, dei trasporti innanzitutto. Con Alemanno, al contrario, siamo tornati al grigiore, poi è arrivata la stagione di Marino e pur nel caos qualche timido segnale in questo senso c’era stato. Oggi la Raggi e l’ottuso senso della legalità di facciata a cui fanno appello i cinque stelle ha letteralmente paralizzato la città.

Faccio solo l’esempio della cacciata (per ora fortunatamente soltanto minacciata) della Casa internazionale delle donne. Una esperienza unica (e non solo in Italia), uno spazio che il Comune dovrebbe usare come fiore all’occhiello, rischia invece lo sfratto per una questione di canoni arretrati contestati dall’associazione e non pagati. Hanno provato a trovare una soluzione ma si sono scontrati con la legalità dei cinque stelle. La legge dice che dovete pagare, non avete pagato ve ne dovete andare. Poco importa quello che fai, il ruolo che hai nella città. Paradossalmente non viene sfrattata invece Casapound che occupa prestigiosi stabili nel centro di Roma. Evidentemente non avendo una convezione con il Campidoglio la sindaca non se ne occupa. Diciamo così.

Questo, ovviamente è soltanto un esempio. L’Estate romana, la straordinaria intuizione di Renato Nicolini, poi riportata agli antichi fasti da Gianni Borgna, non esiste più. Solo qualche bancarella piazzata qua e là. La stessa esperienza del cinema in piazza ha subìto un forte ridimensionamento. Anche qui la vicenda dei “ragazzi del cinema America” è esemplare di come agisca questa amministrazione. L’associazione si inventa una formula vincente, con le proiezioni in piazza San Cosimato. Tutto gratis, partecipazione di attori e registi per commentare insieme i film. Un gran successo, fino a quando l’assessore alla cultura non decide di mettere a bando l’iniziativa. Insomma, per realizzare una mia idea devo partecipare a una gara con altri. Se ci pensate bene è una follia. Anche perché di piazze ce ne sono tante, se altri soggetti avevano in mente di realizzare arene estive potevano farlo altrove. Nulla da fare, la legalità impone di mettere tutto a bando. Alla fine il bando è andato deserto e il prode assessore è dovuto andare dai ragazzi del cinema America a testa bassa e tutto si è risolto. Ma anche questo è sintomatico di quanti danni produca una pedissequa applicazione delle regole disgiunta dal buon senso.

Di progetti di lungo periodo non se ha traccia, della manutenzione della città non ne parliamo proprio.

Scusate se sono stato un po’ lungo, ma – lo dico soprattutto ai non romani – serviva per far capire quello che adesso rischiamo in Italia. In aggiunta al razzismo di Salvini, all’incompetenza di qualche ragazzotto messo a guardia di ministeri importanti, c’è anche questo. Il governo Salvini-Di Maio sta bloccando tutto. Che si sia d’accordo o meno sulla Tav, sull’Ilva, sul Tap, una decisione si dovrà pur prendere. E invece no. Stanno studiando i dossier. Calcolando che viviamo nel Paese più complicato del mondo, dove le leggi si sovrappongono e si smentiscono l’una con l’altra, con grande gioia di avvocati e tecnici vari, siamo messi male. Siamo sopravvissuti a tangentopoli e agli squali famelici della prima Repubblica, moriremo per la legalità di facciata dei Cinque stelle.

Sarà il caldo, sarà che ormai alle vacanze mancano ore e non più giorni, ma il senso di impotenza ormai prevale. L’unico provvedimento vero portato alle Camere in questi mesi è il cosiddetto decreto dignità. Un provvedimento messo in piedi da Di Maio per mettere un freno alla costante presenza mediatica di Salvini. Un decreto che contiene norme positive, come l’aumento degli indennizzi in caso di licenziamenti ingiusti o le norme che rendono meno convenienti i contratti a termine, ma alla fine sarà usato per reintrodurre i voucher. Insomma una roba né carne né pesce che non servirà a nulla. Senza dimenticare che quando si è trattato di votare la reintroduzione dell’articolo 18, sia pure limitato, i Cinque stelle hanno votato contro, alla faccia delle promesse della campagna elettorale. Su tutto il resto siamo, lo so mi ripeto, alla paralisi totale. Il tutto coperto dalle strillate di Salvini e soci con cui solerti colleghi riempiono giornali e Tg.

Ora, quanto durerà questo Governo non è dato saperlo. Di certo c’è che in queste condizioni rischiamo di arrivarci con un Paese più incattivito e ancora più stremato di quanto sia attualmente.  Non ci possiamo permettere la paralisi con i nostri conti e con l’economia che corre tutto intorno a noi. Ho sinceramente timore di cosa possano combinare questi cialtroni quando dovranno mettere mano alla legge di stabilità. Perché lì bisogna fare i conti con i numeri, non basterà l’oratoria volgare ma efficace dei leghisti a coprire il vuoto. Sarebbe allora il caso di attrezzarsi, di cominciare a fare opposizione, a costruire pezzi di alternativa. Anche questo l’ho già detto e scritto. Non che pretendo che qualcuno risponda. Ma il silenzio continua a essere totale. Si fanno polemiche sul nulla, non si mette in campo una pur minima iniziativa alternativa. Non è che basta presentare qualche emendamento scritto bene in parlamento. Stanno ancora giocando agli statisti, ballano sull’orlo del burrone senza accorgersene. A settembre, solo per dirne una, ci saranno le feste nazionali di Articolo Uno e di Sinistra Italiana. Farne una sola di Liberi e uguali? Eppure mica ci vuole un genio secondo me.

E insomma, non la faccio lunga e vi lascio con questo messaggio angoscioso. Non riesco a essere ottimista: servirebbe una sorta di calcio-mercato nella politica. Potremmo prenderci un Corbyn, uno Tsipras, un Sanders. L’unico problema sarebbe piazzare i nostri. Me li immagino ai giardinetti a dare da mangiare ai piccioni. Ma purtroppo rimarrà un sogno. Intanto, cari ragazzi, io me ne vado al mare. Ci vediamo a settembre.

Tranquilli, siamo tutti su scherzi a parte.
Il pippone del venerdì/55

Mag 11, 2018 by     No Comments    Posted under: Il pippone del venerdì

Sintetizzo il quadro in cui ci troviamo. Nasce il governo più a destra nella (breve) storia della nostra Repubblica, con i voti di quelli che mai avrebbero fatto alleanze con chi “aveva rovinato l’Italia negli ultimi 20 anni”. Ora accettano perfino Berlusconi nel ruolo di badante interessata. Allo stesso tempo il capo del principale partito di opposizione, quello che, nell’immaginario collettivo, rappresenta la sinistra che fa? Chiama i suoi elettori alla mobilitazione? No, ci mancherebbe altro. Dice: adesso stiamo a vedere se siete bravi, popcorn per tutti. Intanto quelli della sinistra vera, ancora rintronati dallo scarso risultato elettorale non sanno bene se convocare un’assemblea nazionale unitaria: “Che gli diciamo ai nostri?”, è l’angosciata domanda aleggiata nel vertice di giovedì scorso. Mentre ci pensano bene, il prossimo ministro dell’Interno potrebbe essere quello della ruspa, quello che vuole cacciare gli immigrati a pedate, mentre il ministro degli Esteri potrebbe essere uno di quelli che voleva un referendum sull’uscita dall’Europa.

Sembra davvero un grande scherzo televisivo, quello ordito ai danni degli italiani. Che assistono quasi intontiti da questi due mesi di trattative. I mass media ci hanno convinto che un governo va fatto, ci hanno messo in mezzo anche gli europei, i soliti moniti sui nostri conti. Mattarella ha paventato un immediato ritorno alle urne e, come di incanto, tutto si è sbloccato. Caduti i veti dei 5 stelle, garantito Berlusconi che non partecipa al governo ma sta lì in caso di necessità. Tirano un sospiro di sollievo i 900 e passa parlamentari che temevano di restare a piedi.

Ci sono stati casi di panico acuto in questi giorni. Abbiano letto interviste drammatizzanti, ad esempio, di Roberto Speranza, autonominato coordinatore nazionale di Articolo Uno – Mdp, che preconizzava l’esigenza di un “campo largo”, di una nuova alleanza di centro-sinistra, profondamente innovata nei contenuti e nei partiti, che facesse da argine ai due contendenti veri della scena politica. E’ lo stesso Speranza che dopo il 4 marzo diceva che Leu aveva preso pochi voti perché percepita troppo in continuità con il Pd. Giovedì era pronto a farsi guidare da Gentiloni. Abbiamo letto di telefonate preoccupate di Renzi a Salvini: “Ma davvero non ce la fate a fare il governo?” Tutti presi dal panico, perché avevano ben chiaro che rischiavano la scomparsa o, quantomeno, la definitiva certificazione della loro irrilevanza.

Lasciato da parte il cinema e i popcorn, ho scritto tutto questo per arrivare a una domanda vera, la stessa che vi ripeto – lo so sono ormai a livelli ossessivi – da qualche settimana: non è che aveva ragione Nanni Moretti e che con dirigenti così non vinceremo mai? E la domanda seguente, quasi conseguente: non è che per Leu il 4 marzo sarebbe stato meglio stare sotto il tre per cento e rimanere fuori dal Parlamento? Forse era quello l’unico modo di liberarci una volta per tutte da queste mezze figure. Uno strano mix di vecchie cariatidi ferme al ‘900 e di giovani cresciuti con gli ormoni come i polli da batteria: sembrano belli e sani, ma sono soltanto gonfiati. E invece quel risultato miserello, ma sopra il quorum, ottenuto da Liberi e Uguali ci ha consegnato questo gruppuscolo di 18 parlamentari che un confronto vero con i propri militanti non ce l’ha proprio in testa.

Sabato 12 maggio è previsto il primo appuntamento pubblico di Articolo Uno. Sono passati più di due mesi dalle elezioni. Dopo una batosta simile si immagina un lavoro preparatorio, intenso, un documento nazionale discusso ed emendato a livello locale. Assemblee di base per stabilire i delegati a questa importante assemblea. E invece no. Si sono svolte le assise regionali senza manco sapere quale fosse l’ordine del giorno, né tanto meno chi avesse diritto di voto: una specie di grande seduta di autocoscienza dove ognuno ha parlato a ruota libera. Quella del Lazio, addirittura, manco si è conclusa: è stata aggiornata alla settimana prossima. E domani? Ingresso libero, solita sfilata di sedicenti leader della sinistra nelle sue varie forme, i soliti noti. Dalla Falcone, a Cuperlo, a Fratoianni, a Orlando. Un lungo elenco di bolliti che dopo aver sbagliato tutto o quasi negli ultimi decenni ci verrà a spiegare come continuare a farlo. Il congresso, Articolo Uno lo farà con calma, entro la fine dell’anno. E soltanto perché questo prevede il regolamento per ottenere i finanziamenti del 2 per mille, l’unica forma rimasta di contributo pubblico. Ancora cinema, insomma. E neanche di alto livello.

Allora che fare? Io sarei sempre per ripartire da assemblee al di fuori e al di sopra rispetto ai partiti esistenti. Che sono soggetti ridicoli, che non esistono più se non per dare un po’di medagliette da dirigente. Assemblee aperte, dove non ci si chieda da dove veniamo ma dove vogliamo andare. Non mi sembra, purtroppo, che ci sia lo spirito giusto. E allora bisogna combattere con i pochi mezzi che abbiamo, dentro questi partitini. Io lo farò, per le limitate forze che ho, dentro Articolo Uno. In questi mesi le scadenze elettorali, la necessità di fare comunque fronte comune, mi hanno indotto troppo spesso al silenzio e alla ricerca del compromesso. Da adesso, davvero basta. Lotterò, magari da solo, ma le spalle sono atte allo scopo, con pochi punti da cui partire.

  • Dimissioni immediate del gruppo dirigente nazionale di Articolo Uno. Speranza per primo. Non è possibile che in due mesi non abbiano sentito l’esigenza di avviare un confronto e abbiano continuato a parlarsi unicamente tra loro. Unica preoccupazione: come garantirsi il ritorno in Parlamento in caso di un nuovo voto. Grazie, non mi interessa. Sia chiaro a tutti che quando parlano non rappresentano che loro stessi. E siccome manco vanno d’accordo, a volte neanche quello.
  • Avvio altrettanto immediato dei “Laboratori della sinistra unita” in ogni quartiere. Su questo molto ho già scritto. Articolo Uno nasce un anno fa con questo scopo dichiarato. Sarebbe assurdo che proprio adesso decidesse di diventare a sua volta un partito con la propria struttura. E allora nessun tesseramento, nessun nuovo gruppo dirigente, si riparta da una forma il più aperta e inclusiva possibile, quella del “laboratorio” appunto. L’obiettivo è arrivare in tempo relativamente breve alla costruzione di un partito unitario. Non una federazione, perché sarebbe una presa in giro, una sorta di certificazione del fallimento. Semmai una forma nuova di aggregazione politica dove l’adesione possa essere sia a livello personale che collettivo. Nei laboratori si dovrà discutere e deliberare su pochi punti: la forma partito, la collocazione europea della nuova forza politica, i cardini essenziali per la stesura di una carta dei valori.

 

Io credo che la situazione, sempre che non sia tutto un grande scherzo, sia quasi disperata ormai per questo Paese. Sarà davvero la fine del bipolarismo destra-sinistra? C’è chi lo teorizza, quasi lo auspica, senza capire che, senza una forza che torni all’analisi marxista della società e la traduca nel mondo contemporaneo, non ci sono nuovi traguardi, c’è soltanto lo strapotere dei forti sui deboli. C’è il ritorno a una società dominata da quella élite che abbiamo combattuto dall’800 a oggi. Io credo che l’Italia sia una sorta di prova generale, siamo una specie di provetta dove i giganti della finanza sperimentano. E sarebbe bene che questo virus fosse isolato e battuto. Se ognuno di noi fa la sua parte con lo spirito che dicevo sopra ce la potremmo anche fare. Diciamolo in ogni occasione, nei partiti e nei movimenti di cui facciamo parte: non ci sono alleanza né campi da ricostruire, dobbiamo ripartire da noi stessi, dobbiamo ritrovare la capacità di parlare al nostro blocco sociale di riferimento. Prima la sinistra. Diciamolo forte, in ogni assemblea.

Tre mesi da vivere pericolosamente.
Il pippone del venerdì/34

Nov 24, 2017 by     No Comments    Posted under: Il pippone del venerdì

Se la data delle elezioni sarà, come dicono, intorno a metà marzo abbiamo di fronte a noi tre mesi o poco più. Io non sono uno di quelli che considera questo appuntamento una sorta di armageddon dove si decideranno i destini dell’umanità. Tutt’altro. Anche perché, diciamolo chiaramente, con tutta probabilità non si avranno maggioranze certe, anche grazie a questa legge elettorale pasticciata che non prevede né coalizioni né un premio di maggioranza. Si è partiti dicendo che gli italiani avrebbero dovuto sapere fin dalla serata chi aveva vinto, finirà che avranno vinto tutti e non avrà vinto nessuno. All’italiana appunto. Fatta questa premessa, però, è ovvio che la nuova sinistra – che proprio in queste ora affronta il battesimo nelle assemblee che si stanno svolgendo in tutte le città d’Italia – dovrà affrontare una prova severa. Senza avere il tempo per farsi davvero movimento di popolo.

Possiamo anche prenderci in giro e mi direte che sono cinico e che con il cinismo non si prendono i voti. Ma un sano realismo serve proprio, invece, a prendere le misure del problema e a cercare le soluzioni. Breve analisi della situazione, dunque.

Punto primo: abbiamo perso 8 mesi appresso a Pisapia (peso elettorale 0.5 per cento) perché ci serviva una figura “federante” che non avesse l’immagine consumata dagli scontri, dalle sconfitte. Insomma la storia la sapete. Quando ci siamo accorti che ci stava prendendo in giro, abbiamo fatto una brusca accelerazione. Pronti, via. Ed è partito il fuoco “amico” dei cosiddetti civici riuniti nell’ormai mitico “percorso del Brancaccio” che ci hanno accusato di fare un percorso verticista, tutto di ceto politico eccetera eccetera. Insomma sapete anche questa di storia.

Punto secondo: malgrado tutto ci siamo. Assemblee in tutte le province, si discute, spero che ovunque si trovi un accordo non preconfezionato ma nell’assemblea stessa sui nomi delle persone da delegare all’appuntamento nazionale. E che tutto si svolga in un clima positivo. Ne abbiamo bisogno. Non sarà un percorso di popolo, ma non è neanche un percorso verticistico. In questo fine settimana ci saranno decine di migliaia di persone, in tutta Italia, che passeranno giornate a discutere sui contenuti. Persone che, in larga parte, non aderiscono a nessun partito esistente, non hanno interessi personali da mettere in gioco. Vogliono solo partecipare, ascoltare, dire la loro. Vogliono capire (perché in questa fase siamo) se è il caso di uscire dal bosco per impegnarsi. Chi, come me, non vive di soli social ma un po’ di antenne sul territorio ce l’ha, percepisce un clima di attesa, di grande interesse. Capisco che i giornali sono appassionati di polemicucce, ma questo non avveniva da decenni e dargli uno sguardo non sarebbe male. C’è chi fa le primarie, è vero, ma quelle non sono un momento democratico di partecipazione, sono una semplice conta fra chi ha le truppe più allenate. La partecipazione, la politica direi, è altra cosa.  E’ un po’ come se un pezzo non piccolo dell’elettorato ci stesse dicendo: ora, io non mi fido di voi, grazie ai vostri errori ci troviamo sostanzialmente all’anno zero della sinistra in Italia, ma sto qui a vedere se questa volta avete capito davvero. Non mi fido di voi, ma sono qui. Fatemi vedere di cosa siete capaci.
Attenzione dunque a quello che facciamo.

Punto terzo: il percorso che siamo riusciti a mettere insieme fin’ora è comunque fragile. Mi sembra che la sinistra sia come quelle squadre di calcio che prendono sette goal in una partita e che perdono completamente la fiducia. Alla partita successiva non riescono a fare neanche un passaggio di quelli elementari. E dunque, essendo un percorso fragile, va maneggiato con cura. Va nutrito e protetto. Dobbiamo arrivare all’assemblea del 3 dicembre avendo posto le basi per creare una nuova comunità: quell’appuntamento dovrà dire cose chiare, dare linee programmatiche, scoprire il nostro simbolo e, mi pare di aver capito, indicare anche il nostro leader, una sorta di presidente di garanzia (e ho detto tutto). Bene. Ma dovrà dire una cosa chiara: ci impegnamo a non tornare indietro. Le nostre casette di provenienza stanno ancora lì, ma da oggi ne costruiamo una che sia di tutti quelli che sono qui oggi e di tutti quelli che arriveranno domani e dopodomani.

Questo secondo me resta il nodo di fondo e il mio cruccio di questi mesi. Non siamo riusciti –  ancora – a fare questo passo in più, che sembra piccolo ma è fondamentale. Io ho deciso di uscire dal mio personale ritiro per questo. Perché quando è stato costituito Articolo Uno il mantra che ho sentito ripetere ossessivamente è stato: noi nasciamo non per costruire un nuovo partitino, ce ne sono già abbastanza, ma per ricostruire la sinistra italiana. Non ce l’abbiamo fatta – e forse era una sorta di missione impossibile – ma questa deve restare la nostra stella polare.

Ora, fatte queste brevi premesse, provo a spiegare il titolo di queste mie considerazioni settimanali: saranno tre mesi da vivere pericolosamente. Si capisce fin d’ora quale sarà tema di fondo di questa campagna elettorale. Malgrado i tentativi disperati del Pd di uscire dalla tenaglia scaricando su di noi le ragioni del disastro che lo attende, sarà la disfida fra Di Maio e Berlusconi. Nella sua senile ingenuità lo ha esplicitato bene Scalfari. Una sorta di tenaglia che cercherà di strangolare sul nascere la nostra nuova forza politica. Se ne esce con due mosse: intanto questa lista – lo so mi ripeto come un disco rotto – deve vivere non nelle istituzioni ma nei territori. Dalle nostra assemblee provinciali deve uscire forte un messaggio: costruire comitati unitari in tutti i quartieri delle città, in tutti i comuni delle province. Facciamoci vedere tutti i giorni, stampiamo migliaia di bandiere e chiediamo ai nostri militanti di metterle alle finestre. Ci siamo e dobbiamo farlo vedere. Seconda mossa: poche proposte chiare, secche. Direi radicali. Faccio un esempio: non possiamo dire l’alternanza scuola lavoro non funziona, la dobbiamo modificare e giù 4 cartelle per spiegare come. Dobbiamo dire: la scuola – salvo quelle professionali – non deve formare al lavoro, deve formare le coscienze. Dunque aboliamo l’alternanza scuola lavoro. E così sui diritti, sull’ambiente, sul lavoro. Chiarezza e radicalità della proposta. E poi i valori. Diamo un orizzonte ideale necessario a risvegliare le passioni. La politica è anche passione.

Lasciamo perdere, e la finisco qui, la contesa quotidiana sul voto utile. C’è un sistema quasi interamente proporzionale. Siamo stanchi di votare il meno peggio per mera paura. Ognuno pesi la sua proposta nel modo più democratico possibile: con il voto. Poi non è che ricominceremo con le trattative, i caminetti. No. Poi ci ritroveremo nell’unico luogo dove si confrontano le proposte e – se si può – si trovano le sintesi: il Parlamento. Ecco, siccome il nostro compito era troppo  semplice, secondo me ce ne dobbiamo assumere anche un altro: spiegare che dobbiamo tornare a dare centralità al Parlamento. A chi ci dice che servono decisioni rapide, che questo mondo, la globalizzazione e via dicendo, ce lo chiedono, possiamo rispondere che con questa strada siamo arrivati al disastro di oggi. Serve più politica e non meno politica.

Insomma, cari compagni, amici, simpatizzanti, abbiamo tre mesi complicati. Tre mesi in cui tutti passeranno le giornate a gettarci fango addosso (sono ottimista sulla natura della materia che ci pioverà da tutte le parti), quindi nervi saldi e scarpe comode. Avanti!

Cerca

mese per mese

maggio: 2019
L M M G V S D
« Apr    
 12345
6789101112
13141516171819
20212223242526
2728293031