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Calenda e altre disgrazie.
Il pippone del venerdì/85

Gen 25, 2019 by     No Comments    Posted under: Il pippone del venerdì

Come di consueto aspetto sempre qualche giorno prima di provare a ragionare sui fatti della politica nostrana, intanto perché a caldo si ragiona sempre male, ma anche perché è sempre meglio vedere come vanno a finire queste storie. Parlo, ovviamente del “listone” proposto da Zingaretti e Calenda. Dico subito che lo ritengo non solo inutile, ma anche dannoso. Provo a spiegare perché.

D’Alema prima e Bersani poi, con accenti diversi ma in maniera sostanzialmente molto simile, hanno spiegato che, secondo loro, la ricostruzione della sinistra italiana passa per un “rimescolamento” complessivo del campo da gioco. Bersani l’ha detta benissimo: “Che i progressisti stiano con i progressisti e i liberaldemocratici con i liberaldemocratici”. E questo non tanto e non solo in prospettiva elettorale per le europee, ma proprio come modello per ricostruire dalla basi la nostra presenza nella società italiana. Calenda e Zingaretti, al contrario, propongono semplicemente di “nascondere” il Pd dentro un’alleanza con qualche cespuglietto (dalla Boldrini a Pizzarotti) non tanto per battere i populisti, perché comunque una lista del genere difficilmente oltrepasserebbe il 20 per cento, ma solo per garantire a quello che ormai è a un passo dalla segreteria del Pd, di superare il 18 per cento preso dal partito a trazione renziana e poter rivendicare, malgrado il poco tempo a disposizione, di aver portato il Pd a una timida ripresa.

Insomma, nessuna ridefinizione del campo, semplicemente un tentativo di sopravvivenza. Che avrebbe innanzitutto il merito, agli occhi dei proponenti, di tenere uniti i democratici, visto che taglierebbe automaticamente le gambe a una ipotetica lista di Renzi. E in più darebbe un po’ di visibilità alla sinistra di Boldrini e Smeriglio, su cui il presidente del Lazio fa già conto per aumentare il suo consenso alle primarie di marzo. Alleati così preziosi andranno pur premiati con un seggio in Europa.

Pare evidente come le due opzioni siano non solo divergenti, ma addirittura opposte. Non si capisce bene, dunque, il perché dei vari entusiasmi con cui il manifesto per l’Europa di Calenda è stato accolto anche a sinistra. Ancora una volta, tra l’altro, si commette l’errore di pensare soltanto al contenitore invece che ai contenuti, nella vana speranza, forse, che gli elettori non riconoscano le stesse facce dietro le nuove maschere. Se, in più, individuiamo nell’esistenza stessa di un partito per sua natura “ambiguo” come il Pd l’ostacolo più grande nella ricostruzione necessaria della sinistra, è chiaro come questa proposta vada combattuta.

Resto convinto che abbiamo la necessità, innanzitutto, di avanzare una proposta agli italiani, ma più in generale agli europei. Una proposta che dica intanto che siamo per il superamento di una forma di Unione dominata dai governi e in cui gli organismi assembleari eletti democraticamente contano davvero poco. Abbiamo fatto l’Europa monetaria, ma con l’allargamento a 28 siamo andati addirittura indietro nella costruzione di forme democratiche di governo e decisione. Quale Europa proponiamo, con quali strumenti. Siamo d’accordo ad esempio sulla necessità di un fisco comune? Di una politica estera europea? Potrei continuare, ma non è questo, ovviamente, il luogo. Dovremmo, per farla breve, tornare a svolgere una funzione se non trainante, quanto meno “concorrente”, insieme agli altri soggetti più avanzati della sinistra Europa. Ma ce lo dobbiamo far dire dal timido ex ministro Orlando che il candidato proposto dai socialisti alla presidenza della commissione non va bene? Ce lo deve spiegare lui che bisogna puntare all’alleanza con forze alternative a quelle tradizionali per avere una qualche possibilità di successo?

Il “listone Pd senza Pd” verrà inevitabilmente visto come l’estremo tentativo delle élite italiane di mettere i bastoni fra le ruote al “cambiamento” rappresentato sempre più da Salvini. Non c’è scampo, basta notare che fra i primi firmatari ci sono uomini forti di Confindustria, ex ministri renziani. Il “potere” decadente, insomma. Perfino moderati come Letta e Prodi hanno avanzato qualche timido dubbio. Noi facciamo fatica ad avere una voce chiara e forte. A essere cattivi ci sarebbe da pensare che i nostri dirigenti stiano ancora una volta cercando lo schema che consenta loro di sopravvivere e di continuare ad avere qualche incarico. Lo scopo mi pare sempre più essere segretari di qualcosa, siano anche quattro gatti.

L’ho già scritto, ma mi ripeto: non è tanto un problema di rinnovamento di classe dirigente, perché gli sconfitti del 4 marzo sono quei quarantenni che non hanno saputo fare un fronte generazionale e continuano a dividersi per avere un pezzettino di visibilità. Ogni volta che si affaccia un commensale, invece di aggiungere un posto al tavolo comune si apparecchia un tavolino nuovo. E poi ci stupiamo se passiamo dagli entusiasmi di pochi mesi fa alle assemblee di questi giorni che saranno anche piene, ma in sale che contengono poche decine di persone, sempre le stesse, sempre più stanche. Ormai potrei fare la cronaca degli interventi senza manco ascoltarli. Anche il disastroso tentativo di Laforgia e soci non può che essere descritto inserendolo in questo schema. Si è partiti strumentalizzando il nobile tentativo di alcuni comitati di base che chiedevano unità si finisce per cercare di creare un altro soggetto politico che esiste, forse, appena in un paio di Regioni. Tutto per soddisfare la vanità di un presunto leader. Speriamo che non ne emergano due, altrimenti si ricomincia la giostra.

E anche il tentativo lanciato da Articolo Uno, basato se non altro su basi ideali e programmatiche un po’ più solide, rischia di incagliarsi nelle secche della delusione. Troppo forti le aspettative di un anno fa, ancora più grande la delusione. Chi, come me, in maniera un po’ masochista, frequenta ancora le assemblee di base, non può non accorgersi della stanchezza, delle defezioni continue, delle volontà sempre più fiaccate. E allora che si fa? Secondo me l’unica strada sarebbe ancora quella di metterli seduti attorno a un tavolo, tutti quanti, uscire dalla sala, chiudere la porta e obbligarli a mettersi d’accordo. Non riuscite a fare un partito? Partiamo da una forma associativa permanente, una federazione. Non riuscite a individuare un leader? Fate a turno, sei mesi per uno. Fate una segreteria collegiale, dividetevi i compiti. Anche perché, nel frattempo, non ci sono soltanto le europee. Alle regionali in Sardegna e Abruzzo si presenta Liberi e Uguali. E alle amministrative che cosa pensiamo di combinare? E se provassimo a presentarci con lo stesso simbolo per due elezioni consecutive, così tanto per vedere l’effetto che fa?

Indovina chi viene a cena?
Il pippone del venerdì/70

Set 21, 2018 by     1 Comment     Posted under: Il pippone del venerdì

Anche diversi autorevoli commentatori, perfino qualche maître à penser, dopo una lunga e approfondita analisi si sono accorti della fase di implosione che sta vivendo il Pd. I più acuti sono perfino arrivati alla conclusione che non è tanto questione di questo o quel segretario, ma che proprio non si tiene insieme. Ci tengo a far notare come noi, che siamo comuni mortali e non abbiamo lunghi titoli accademici, c’eravamo arrivati tempo fa. Senza farla troppo per le lunghe, per chi quel partito l’ha vissuto a lungo, perfino con ruoli dirigenti, non è stato troppo difficile capire che due culture politiche così differenti possono allearsi ma non riescono a convivere nello stesso contenitore. Non è soltanto una questione di linea politica, di essere più o meno di sinistra, ma di cultura. Basta pensare al tesseramento. Alle tessere fatte a pacchetti per contarsi ai congressi  rispetto a quello che era l’iscritto al Pci. Acqua e olio, si potrebbe dire. Anche se il paragone in realtà regge poco perché nel nostro caso la cultura politica ex dc ha inglobato fino a farla sostanzialmente scomparire la cultura politica ex comunista.

Insomma, non servivano menti così elevate, né analisi epistemologiche approfondite per arrivare a questa conclusione. Se  in più ci si mette il corto circuito creato dal renzismo, che in un certo senso è riuscito a riunire il peggio delle due culture, si capisce anche come, oltre all’amalgama impossibile, si sia arrivati alla attuale farsa delle cene contrapposte. Che poi, questa abitudine di fare i patti politici a cena non mi ha mai convinto. A cena si mangia e si beve. Gli accordi sarebbe bene farli nelle sedi proprie. Si potrebbe anche finire qui, lasciando all’oblio della cronaca che si cancella nello spazio di un click, questa ridicola vicenda delle cene contrapposte. Non prima, però, di aver rilevato quanto fosse “antipatizzante” l’originale proposta di Calenda, perfetta esemplificazione del cosiddetto “partito ztl”: ci vediamo in quattro ai Parioli e decidiamo per tutti. ‘Na roba che ti fa perdere un paio di centomila voti solo con il titolo dei giornali. C’è da dire però che anche la risposta di Zingaretti (prendo qualche idealtipo e lo metto a tavola in trattoria) è sembrata un po’ raccogliticcia. Lo staff che segue la comunicazione dell’aspirante leader del Pd deve cercare di fare di meglio che riciclare format che già con Veltroni suonavano un po’ finti.

Archiviamo dunque il Pd e le sue cene? Magari. Ci vorrà anche qualche mese, ma forse alla fine anche i suddetti commentatori ci arriveranno: non solo il Partito democratico non riuscirà mai a essere unitario per la sua stessa natura, ma la sua esistenza stessa impedisce, di fatto, che in Italia ci possa essere una sinistra realmente competitiva con la destra.

Le ragioni sono essenzialmente due. La prima è evidente: quel partito, con tutti i suoi difetti e la sua crisi irreversibile, comunque sia è un contenitore da sei milioni di voti. Un grande inganno, insomma, che tiene prigioniero un bacino elettorale ancora decisamente di sinistra. Una sorta di sindrome di Stoccolma su scala italiana, in pratica. A torto o a ragione, non è questo il dato importante, l’elettore italiano ritiene che quella sia l’unica esperienza di sinistra credibile e in grado di essere sfidante nei confronti della destra. Non dico che questa situazione sia irreversibile, anzi il progressivo travaso di voti dai Democratici verso l’astensione e – forse ancora di più – verso i 5 stelle, ci dice il contrario. Eppure restano quei 6 milioni di cittadini, secondo me ancora legati da un voto ideologico per il quale il “Partito” si vota comunque. Con questa realtà tocca farci i conti.

La seconda è forse più sottile. Il Pd, in realtà, resta anche il partito di riferimento di chi lo critica da sinistra. Basta guardare con occhi attenti la vicenda di Mdp. Quel pezzo di gruppo dirigente che si è separato dai Democratici oramai quasi due anni fa, in realtà si considera ancora una corrente interna. Poco importano le parole o le sigle messe in campo. Siccome sono convinti che il problema fosse Renzi, aspettano soltanto che il fiorentino venga messo da parte una volta per tutte. Magari non torneranno subito a casa, magari si acconceranno a fare qualche listarella civetta per far finta di aver fatto un nuovo Ulivo. Ma la strada per loro è segnata. Proprio non ci riescono a immaginarsi autonomi, liberi di percorrere strade differenti. Aspettano comunque di capire cosa succederà nel Pd. Poco importa che i democratici che si definiscono più di sinistra, Zingaretti ad esempio, li considerino quasi un peso, preferendo affidare il lato “radicale” della coalizione a figure considerate più attraenti, come Boldrini e Smeriglio. Loro stanno lì, seduti sul loro strapuntino ad aspettare un cenno, un segnale di benevolenza. E intanto, come in un gioco degli specchi con il Pd, non si rendono conto di offrire un altro contributo alla disperazione di quel popolo di sinistra che si è rotto le scatole di essere considerato “carne da elezioni” o poco più.

Questo, diciamolo con chiarezza, ha piombato le ali di Liberi e uguali fin dall’inizio. Non solo e non tanto l’essere percepiti come troppo vicini al Pd, ma l’essere, di fatto, una sua succursale costruita soltanto in attesa di tempi migliori. Nel nostro piccolo questo rischio lo abbiamo denunciato per tempo, non da soli. Ma l’attuale gruppo dirigente di Mdp questo è in grado di fare, non altro. Né, del resto, si va più lontano con quelli di Sinistra italiana, abituati anch’essi a definire se stessi in funzione del Pd. Non dimentichiamo che Sel (più o meno la provenienza è quella) non nasce come soggetto autonomo ma come gamba sinistra della coalizione. Le origini quelle sono, non se ne esce. E ha ragione Grasso a dirlo chiaramente: i dirigenti non vogliono la trasformazione di Leu in un partito, contro quello che pensa buona parte della loro base.

Per dirla in breve, tutti noi, tutti insieme, non saremo in grado di fare una cosa davvero differente fino a quando l’implosione dei democratici non sarà completa. Allora, solo allora, si libereranno le energie necessarie e ripensare una forza di sinistra. Inutile, quindi, agitarsi troppo, questa la drammatica conclusione a cui volevo arrivare, basta mettersi a sedere, sperando che Salvini e soci facciano in fretta a spazzare via quello che resta. Sarò anche cinico, ma, come sempre ve la dico come la penso. Una cena alla volta, non ci vorrà molto tempo. Nel frattempo studiamo, documentiamoci, lavoriamo sui territori, teniamoci allenati, torniamo magari a parlare di questioni comprensibili ai più e non solo dei villini liberty da difendere a tutti i costi. C’è un popolo che non riesce più a mettere insieme il pranzo con la cena. C’è un paese che crolla letteralmente. La sinistra esca dal ghetto dorato dei centri strorici: deve tornare in sintonia con il sentire profondo di questo Paese, tornare ad essere popolare.  Invece delle cene con le posate d’argento, invece dei tavoli a invito, tocca ripensare alle tavolate di un tempo.

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