Due o tre cose sulla Regione e sul Pd del Lazio

Feb 25, 2001 by     No Comments    Posted under: il pd






Da alcune settimane ho deciso di chiudermi in un profondo ritiro spirituale, in seguito alla nomina del gruppo dirigente romano. La verità è che mi sono stancato di fare il grillo parlante in un partito in cui non solo nessuno ti dà retta, ma in cui le persone libere vengono emarginate e messe forzatamente a tacere.

Ma quello che sta succedendo in questi giorni alla Regione mi spinge ad avviare una profonda riflessione sul ruolo del Pd e della sinistra in generale in questo squassato Paese.

Io sono convinto da sempre che noi perdiamo – non solo ma innanzitutto – perché non offriamo un’alternativa credibile alla destra. Alternativa morale, innanzitutto. Quando governiamo non siamo davvero alternativi alla destra nel metodo e nel merito. Non si avverte quella discontinuità che, in passato, aveva caratterizzato le giunte di centro sinistra. Di esempi se ne potrebbero fare  a iosa. Critichiamo consulenze, assunzioni facili, concorsi truccati, invasione della politica in Enti, Spa e Asl. Ma poi ci comportiamo esattamente allo stesso modo. Forse lo facciamo in misura minore, ma il ragionamento non è quantitativo.

Critichiamo una democrazia ormai basata sul censo, dove tutti hanno diritto di voto, ma dove soltanto che è in grado di spendere centinaia di migliaia di euro può ambire a una carica pubblica. Leggiamo comunicati che invitano alla sobrietà, organizziamo pensosi convegni. Ma arrivati al dunque i nostri candidati mettono in campo risorse ben oltre i limiti previsti dalla legge. Basta andare a parlare con qualche tipografo romano per sapere quanto hanno speso i consiglieri regionali eletti nel centro sinistra nell’ultima campagna elettorale. Di più: applichiamo lo stesso metodo anche ai nostri congressi e alle primarie. Pacchetti di migliaia di tessere comprati grazie a risorse di cui non si conosce la provenienza. Campagne pubblicitarie che vanno, anche in questo caso, ben oltre il limite previsto dal nostro Statuto.

 

Il classico “siete tutti uguali”, purtroppo, non è più soltanto uno slogan qualunquistico, ma si basa su elementi di solida realtà. Né ci si può appellare, lo ribadisco, a un generico “la destra anche in queste cose è peggio di noi”. Non lo si può fare per quella che amo definire la differenza genetica del nostro elettorato. Io ero e resto convinto che in questo Paese, accanto a una parte molto vasta della popolazione abituata alle raccomandazioni, ai sotterfugi, alle piccole italiche furbizie, ci sia un’area che, al contrario, è sempre più insofferente verso tutto questo. E’ quella parte che rifugge il berlusconismo dell’elogio dell’evasione, che vede come il fumo negli occhi il devastante teatrino che affligge da anni la politica italiana.

Ecco io sono convinto che per questa parte di Italia noi non rappresentiamo un’alternativa. E l’ho verificato con mano, nelle scorse settimane ai banchetti per la raccolta di firme contro Berlusconi. Ho percepito molto chiaramente la grande indignazione ma, allo stesso tempo, la grande sfiducia nei nostri confronti, la richiesta di non limitarci a una raccolta di firme, di andare oltre. Non rappresentando un’alternativa sono tanti quelli che a votare non ci vanno proprio più. Negli anni ’80, in presenza di percentuali molto alte di votanti, la sinistra alle elezioni aveva quasi  il 50 per cento dei consensi. E si trattava, volendo usare un termine in voga ai giorni nostri, di una sinistra ben più radicale. Oggi arriviamo a stento al 40 per cento sommandoci anche Di Pietro, sulla cui collocazione politica nel campo del centro sinistra permettetemi di continuare a nutrire alcuni fondati dubbi.

Ma veniamo al punto. Io credo che l’opposizione del PD alla Regione, del gruppo consiliare e del partito, non possa limitarsi a fermi ma generici no, a ferme ma generiche denunce di un presunto malgoverno della Polverini che, in realtà, si muove più o meno nel solco della giunta Marrazzo. Basta pensare alla Sanità: abbiamo o no il coraggio di dire che non abbiamo governato bene, pur fra mille difficoltà la sanità del Lazio?

Dobbiamo avere una proposta alternativa e metterla in pratica dove e quando possiamo. A partire dalla questione morale.

Io credo che sia immorale la situazione che troviamo nel consiglio regionale del Lazio. Settanta consiglieri più la presidente Polverini, che occupano, udite udite, 83 incarichi, fra ufficio di presidenza, presidenti e vice nelle commissioni, presidenti dei ben sedici gruppi consiliari.

Ecco dal mio partito mi aspetto non solo una generica denuncia di questa situazione, ma comportamenti differenti e soprattutto coerenti.

Mi aspetto che non vengano assunti (con contratto a termine) nel gruppo parenti o affini. Mi aspetto che non vengano nominati componenti della segreteria nazionale del mio partito nei Cda delle società per azioni della Regione Lazio.

Mi aspetto una battaglia per ridurre il numero delle commissioni. E non bastano le dichiarazioni di principio del capogruppo Montino che si giustifica dicendo “noi siamo in minoranza”. Nel consiglio regionale ci sono sedici commissioni permanenti. Uno sproposito. E a dicembre il mio partito, insieme a Sinistra ecologia e libertà, ha votato a favore dell’istituzione di quattro nuove commissioni, chiamate speciali. E non solo: due di quelle quattro commissioni – quella sul federalismo e quella sulla lotta alla criminalità – sono presiedute da due esponenti dell’opposizione: Marco Di Stefano (Pd) e Filiberto Zaratti (Sel).

Una voce critica del Pd, la sola, è stata quella di Enzo Foschi che non si è presentato all’insediamento della commissione a cui era stato assegnato, quella sui giochi olimpici del 2020, in polemica contro il nome del presidente indicato dalla maggioranza, quel Romolo Del Balzo accusato di truffa contro lo Stato, fino a ieri presidente della commissione Lavori Pubblici. Carica dalla quale di è dimesso soltanto dopo aver avuto la nuova presidenza.

Foschi, forse memore dell’aver presieduto per un annetto la Commissione per Roma Capitale nella scorsa legislatura senza riunirla mai, deve aver pensato che una figuraccia basta. Adesso mi aspetto che si dimetta da vicepresidente, visto che è stato eletto malgrado la sua assenza.

Ora tutti, nella maggioranza si affannano a dire che le commissioni non sono sprechi ma strumenti di lavoro per i consiglieri. Io vorrei limitarmi a ricordare che un presidente di commissione guadagna 891 euro al mese in più e che un vicepresidente ne guadagna 596.

Non vorrei cadere nella retorica populista dicendo che ci sono centinaia di migliaia di persone che a 800 euro al mese ci arrivano a stento. Mi limito ad osservare che si tratta di commissioni che non hanno alcun potere se non quello di svolgere audizioni. Ovvero di dare spazio ad associazioni, comitati eccetera, di farli parlare, denunciare, proporre. Possono fare studi, ricerche.

Tutte parole a cui nessuno darà mai alcun seguito. La verità è che troppo commissioni rallentano e complicano il lavoro. Il fatto che due sole leggi (a parte assestamento di bilancio e finanziaria) siano state approvate in quasi un anno di giunta Polverini la dice lunga sull’efficienza del consiglio regionale. PEr la cronaca una di queste due leggi è quella che modifica la data dei saldi.

 

Il punto è che possiamo e dobbiamo dare un segno di qualità differente. E credo che possiamo farlo da subito, anche dall’opposizione.

Vorrei invitare il gruppo PD a presentare due proposte di legge, semplici semplici.

La prima per una riforma in senso uninominale del sistema elettorale. Prevedendo per legge, l’obbligo di svolgere primarie per la scelta dei candidati. E prevedendo soprattutto un limite di spesa per la campagna elettorale. Deve essere una previsione rigida e cogente: deve essere prevista la decadenza dalla carica per chi viola la norma.

La seconda deve prevedere l’esclusione da tutti gli incarichi in società, enti, agenzie, di chi ha ricoperto incarichi elettivi negli ultimi cinque anni. Si tratta di una norma di pulizia morale per impedire l’invasione delle società e delle agenzie regionali da parte di non eletti alle elezioni. Io sono convinto che le società regionali non possano essere utilizzate come refugium peccatorum per risolvere i problemi di equilibrio interno dei partiti.

Ultimo aspetto e chiudo davvero: il Pd regionale che fine ha fatto? Ho partecipato, ovviamente in veste di uditore, all’ultima direzione regionale nella quale il commissario Vannino Chiti ha detto che sarebbe andata da Bersani per proporgli di andare alle primarie quanto prima. Dell’esito di questo incontro non si è saputo più nulla.

Personalmente, per quanto può contare, non ritengo saggio avviare subito il percorso congressuale. Ci troviamo in una fase politica troppo delicata per poterci impelagare in mesi e mesi di tesseramento selvaggio, congressi dei circoli, liste e via dicendo.

Credo però che non possa essere lasciato il PD del Lazio nella situazione attuale, con un Commissario e un responsabile del comitato regionale. Responsabile tra l’altro non si sa bene di cosa non esistendo il comitato regionale. Credo ci debba essere un’assunzione di responsabilità collettiva:

1) una convocazione dell’assemblea e della direzione in cui si approvi il rinvio del congresso per un periodo di tempo determinato, preciso e già fissato (ad esempio ottobre 2011);

2) l’elezione di un comitato ristretto, chiamatela segreteria, comitato politico come vi pare, che diriga il partito in vista delle elezioni amministrative e di eventuali elezioni politiche: non dico che debba rappresentare competenze e merito – finiamola di prenderci in giro da soli – ma che almeno sia pluralista.

Dette queste poche cose, torno al mio ritiro spirituale dal quale siete pregati di non distogliermi.








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