Articles by " mik154"

Maresciallo Rondolino, rispondi!

Apr 4, 2017 by     1 Comment     Posted under: dituttounpo'

Fabrizio-RondolinoSpettabile gestore del gruppo “Sono stato iscritto al Pci”, volevo fermamente protestare per l’esclusione dal gruppo, avvenuta ieri senza spiegazione alcuna da parte dei moderatori. Mi sono limitato a postare un articolo pubblicato sul mio blog, in cui si analizzava la differenza fra congressi del Pci e convenzioni del Pd, ho ricevuto consensi e insulti da alcuni frequentatori del gruppo, ai quali ho risposto con garbo estremo. Loro sono ancora nel gruppo, a quanto mi dicono altri iscritti, io sono stato escluso senza neanche ricevere un avvertimento.

A meno che le ragioni non siano diverse, ovvero non si consenta in quel gruppo l’espressione di idee differenti dall’ortodossia renziana. Cosa che, come appare evidente, sarebbe un vero e proprio ossimoro. Il nome del gruppo non sarebbe altro che uno specchietto per le allodole per attirare inconsapevoli utenti di face book e indottrinarli al nuovo verbo?

Non voglio crederci e per questo la invito a cancellare quanto prima il provvedimento di blocco nei confronti del mio account Facebook. Credo fermamente, infatti, che quello possa essere uno spazio dove confrontare voci diverse e prospettive politiche alternative, che provengono dalla stessa matrice comunista. Unica condizione di iscrizione dovrebbe essere quella, come dice il nome del gruppo, di essere stati iscritti al Pci.

Cordiali saluti

Michele Cardulli

Lo spiegone del lunedì/4
Ve lo do io il congresso

Apr 3, 2017 by     No Comments    Posted under: lo spiegone del lunedì

spiegoneE’ un dato di fatto che i renzini hanno un livello di confusione mentale al di sopra della norma. Per cui non è strano rilevare che sono addirittura convinti che nel Pd si facciano congressi, parlano di “interessante confronto”, qualcuno parla dei programmi dei candidati. Poi se gli chiedi “sì? Che dicono?” fanno scena muta. A sera, però, si chiedono fra loro “chi ha l’aggiornamento delle sezioni scrutinate?” Insomma, è un congresso o sono elezioni?

Ora, come al solito, è un’esercizio di stile, spiegare qualcosa a un renzino è come provare a accendere il fuoco con l’acqua. Eppure insistiamo. Qualche barlume di ragionevolezza in alcuni di loro dovrà esserci ancora. Partiamo da un assunto facile. Lo statuto del Pd non prevede lo svolgimento di congressi. L’articolo 9 è intitolato Scelta dell’indirizzo politico mediante elezione diretta del Segretario e dell’Assemblea nazionale. Parole significative. E all’interno dell’articolo si spiega poi che ci sono due fasi: quella delle convenzioni (orribile traduzione delle convention americane) riservate agli iscritti che hanno sostanzialmente la funzione di selezionare le candidature da sottoporre poi alle primarie, che sono aperte a tutti gli elettori del Pd stesso.

Insomma, badate bene alle parole: l’indirizzo politico del partito si sceglie attraverso l’elezione del segretario. Il partito personale sta tutto in questa affermazione. Insomma, per dirla semplice, gli iscritti al Pd non fanno i congressi, selezionano candidati. Non vi date troppe arie.

Ma cosa è un congresso? Gli ultimi che ricordo sono quelli che svolgeva il Pci. E consistevano nell’esatto contrario di quanto previsto nello statuto del Pd, una formazione politica di natura primordiale che si potrebbe definire un meta partito. I congressi consistevano nella formazione di una linea politica, attraverso il concorso di tutti gli iscritti e nella selezione, una volta scelta la linea politica, della classe dirigente più adatta a portarla avanti. Insomma, il percorso era capovolto. E come si faceva? Era un percorso lungo. Il comitato centrale uscente approvava le cosiddette “Tesi congressuali”. Un documento, complesso, che analizzava la situazione politica a tutti i livelli, lo stato del partito, e poi proponeva le soluzioni e indicava l’azione che avrebbe dovuto compiere il Pci per cercare di far diventare realtà le soluzioni proposte.

Questo documento arriva nelle sezioni locali, dove si facevano i congressi. Si formavano tre commissioni. Politica, che esaminava i documenti presentati e gli emendamenti; elettorale, che proponeva i candidati al direttivo e i delegati al congresso di federazione; verifica poteri, che aveva il compito di garantire la regolarità del congresso. Da notare che la commissione verifica poteri non era composta da esterni, come succede adesso nel Pd. Perché nel Pci partivi dal presupposto che gli altri iscritti, i compagni, come si diceva allora, erano brave persone e non tendevano a fregarti neanche quando non la pensavano come te.

Apriva il congresso la relazione del segretario uscente, partiva da un panorama sulla situazione politica, poi faceva un bilancio dell’attività della sezione. A seguire iniziava il dibattito e si presentavano gli emendamenti alle tesi congressuali. Ciascun iscritto poteva, insomma, proporre una sua visione politica. Si andava avanti due giorni, come minimo. E poi si votava. Era però il momento meno partecipato, di solito, del congresso. Perché l’importante era il confronto, spiegare il proprio punto di vista e ascoltare quello degli altri. L’indirizzo politico si formava così. Un compagno dirigente inviato dalla federazione locale, concludeva il dibattito, facendo una sintesi e rispondendo agli interventi degli iscritti.

Lo schema si ripeteva ai vari livelli organizzativi per arrivare poi al congresso nazionale. Che durava più giorni e si concludeva con l’approvazione del documento finale, dopo aver discusso tutti gli emendamenti che avevano superato i congressi locali. E l’elezione dei nuovi organismi dirigenti, dal comitato centrale alla commissione di garanzia. Organismi snelli, tra l’altro: nel Pci che superava i 2milioni di iscritti il comitato centrale (ovvero il parlamento) era di meno di duecento persone. Il Comitato centrale, a sua volta, eleggeva il segretario generale e la direzione nazionale. Nell’ultimo periodo, primo elemento di degrado il segretario venne eletto dal congresso. Poi nei Ds si istituì l’elezione diretta del segretario e la discussione politica, vero fulcro dei congressi di un tempo, ha perso man mano significato e i congressi sono infine diventati convenzioni. Ultima notazione, utile anche ai compagni di altri partiti che hanno idee confuse. Il percorso del congresso partiva dalla base e andava verso il livello nazionale, fare il contrario si chiama cooptazione, non congresso.

Ovviamente non si vuol dare un giudizio di merito, quale della forma sia migliore, ma semplicemente fare un po’ di chiarezza. Di confusione in giro ce n’è già troppa.

 

Tutto questo per la precisione.

Il pippone del venerdì/4
Immigrazione e contorsioni della sinistra                  

Mar 31, 2017 by     No Comments    Posted under: Il pippone del venerdì

logo pipponeI giorni scorsi, i frequentatori più affezionati dei gruppi social di sinistra ne avranno avuto un qualche sentore, sono stati caratterizzati da un’aspra polemica sull’immigrazione. Un peso, un problema che si scarica sui ceti più deboli, hanno sostenuto alcuni, partendo da un’intervista di un dirigente di Sinistra italiana. Che evito di nominare per non personalizzare la discussione. Forse così si potrà ragionare serenamente senza scatenare gli ultras di ogni parte. Secondo me, tra l’altro, si è soltanto espresso male. Sarebbe bastata una precisazione per chiudere la discussione. Così non è stato. Dopo un timido tentativo ho evitato di intervenire, vista la virulenza dei toni, ma credo che sia un tema fondamentale per capire dove va la sinistra italiana. Poi è arrivato anche il decreto Minniti che, in fondo, segue la stessa logica dell’immigrato che va punito in quanto tale.

Io credo, la dico semplice e precisa, che sia una posizione sbagliata. Perché questo concetto dell’immigrazione come problema, che per giunta pesa sulle condizioni dei ceti più deboli, è un’impostazione di destra. Con una venatura nazionalista e razzista.

Primo punto di divergenza. Io sono cresciuto con l’utopia di un mondo senza confini. E mi piacerebbe conservare quel sogno, quella visione. Non tanto per un attaccamento nostalgico alle suggestioni giovanili, ma perché credo, a maggior ragione nella situazione attuale, che sia un assurdo pensare a un mondo dove la semplice nascita, ovvero un fatto del tutto casuale, possa dar luogo a qualche diritto esclusivo.

La faccio semplice: se sono nato in Italia non ho più diritto a stare qui di uno nato in un qualsiasi altro paese del mondo.  Provate a spiegarmi perché questa sarebbe casa mia, perché avrei qualche diritto in più di Miguel piuttosto che di Azizi. Se è un furto la proprietà privata lo sono a maggior ragione le frontiere. Gli stati nazionali, del resto, sono una costruzione recente e stanno diventando sempre più drammaticamente vecchi di fronte a un mondo reso più piccolo dalla comunicazione e da un’economia a dir poco globale. I capitali non hanno frontiere, ma le impongono agli uomini perché proprio sulle divisioni politiche basano gran parte della loro forza.

E’ dunque un controsenso, se questa è la visione, dare un connotato negativo alle migrazioni (sarò snob ma mi piace parlare di migrazioni, senza indicare il “verso”). Non sono un problema. Sono un semplice dato di fatto. Se sono libero di spostarmi, come posso essere un problema? Diventa un problema se si stabilisce, come succede in Italia che migrare è addirittura un reato e si creano i “clandestini”. Un altro ragionamento, più profondo, andrebbe fatto sulle cause delle migrazioni. Intervenire sulle guerre che creano milioni di profughi, lavorare sulla diffusione dei diritti e delle libertà civili, intervenire sugli intollerabili squilibri che sono alla base delle migrazioni per necessità. E tornare a ragione in termini non localistici, non nazionali. Questo, non solo secondo me, è il limite della politica e del sindacato negli ultimi decenni: continuare a pensare in termini nazionali, non essere riusciti a trovare quella dimensione più grande che forse permetterebbe di governare un’economia che quei confini non li considera proprio più. E addirittura oggi c’è chi teorizza che bisogna uscire dall’Europa. Serve più Europa, non meno. E se la politica, la sinistra in particolare, non vuole essere un semplice strumento di cui il potere economico indica limiti e compiti deve tornare a ragionare oltre i confini delle nazioni.

Il secondo aspetto che non condivido è considerare le migrazioni come un fattore che tende a far peggiorare le condizioni di vita dei più deboli. I più intellettuali hanno addirittura scomodato il vecchio con la barba e la sua definizione di “esercito industriale di riserva”. I meno intellettuali hanno invece invitato chi faceva notare qualche contraddizione nel ragionamento ad andare a verificare quello che succede nelle periferie delle nostre città. Lo hanno fatto ovviamente comodamente seduti nei loro salotti del centro.  Insomma, secondo questa visione, la banalizzo, gli immigrati rubano il lavoro agli italiani.

Due considerazioni. Marx, con una delle tante intuizioni geniali che ritroviamo nel “Capitale”, individuava un paradosso per cui gli operai producendo plus valore tendono a rendere eccedente il proprio stesso lavoro. Il capitalista, infatti, una volta abbassato il salario fino ai livelli di sussistenza, per aumentare il proprio profitto investe nell’automazione rendendo il lavoro dell’operaio meno necessario. E la massa dei disoccupati crescente (l’esercito di riserva) contribuisce a mantenere lo status quo, ovvero il continuo peggioramento delle condizioni di vita dei proletari. Ho sintetizzato molto.

Ora, anche a voler mutuare pari pari, senza la dovuta cautela, l’analisi marxiana, considerando gli immigrati come l’esercito industriale di riserva di oggi (ma vedremo quanto sia problematica una simile trasposizione) permettemi di rilevare che Marx non ha mai detto che i “disoccupati sono un problema per i ceti meno abbienti”. Chi era – ed è – un peso sono i capitalisti che sfruttano questa situazione per massimizzare il loro profitto, senza curarsi delle condizioni di vita di strati sempre più larghi della popolazione. Con questo vorrei provare a sostenere una tesi differente. Quello che voleva fare Marx (e che dovrebbe provare a fare la sinistra) era creare una coscienza di classe, spiegare che il conflitto fra occupati e disoccupati era proprio quello che serviva ai padroni per mantenere gli operai in condizioni disumane. Insomma, banalizzando il concetto, la sinistra oggi non può dire che gli immigrati rubano il lavoro agli italiani. Intanto perché non è vero. E poi perché queste cose le fa la destra, le fanno i Salvini di turno e sono anche più credibili.

Io sono convinto che la sinistra abbia un altro compito, più alto. Intanto deve tornare davvero nelle periferie. Perché a guardarle dalle terrazze borghesi del centro storico di rischia di avere una visione distorta dalla lontananza. E il risultato è la disfatta delle scorse amministrative. E ve lo dice uno che abita a Magliana, in una zona dove le etnie si mescolano e accanto all’odore del ragù della domenica senti le spezie profumate dell’oriente. Tocca alzarsi dalle poltrone dei salotti bene. E bisogna tornare in periferia con una proposta chiara, con una visione chiara. A dire via gli immigrati ci pensano Salvini e Casapound.

Io credo che dovremmo andare a spiegare nelle periferie che il problema non sono i profughi in fuga dagli orrori. Non sono i migranti che occupano casolari abbandonati. Non sono quelli, più “fortunati”, a cui qualche italiano per bene affitta letti accatastati l’uno sull’altro a cifre esorbitanti. Non solo loro il “nemico di classe”. E bisognerebbe tornare a praticare la solidarietà di classe, non la carità cattolica, perché oggi nelle periferie non ci sono due povertà, due debolezze da mettere in competizione. C’è una sola grande questione. Baumann le chiamava “le vite di scarto”, i prodotti di risulta della società globale. Ed è qui il ruolo di una sinistra che fa la sinistra. Tornare a prendere in mano la bandiera degli ultimi. Tornare a pensare la politica come quello strumento  che serve a rovesciare i rapporti di forza, quello  strumento che fa delle moltitudini un popolo. E questo va fatto con azioni concrete. Dobbiamo aprire sedi, nelle periferie. Spazi aperti, utili, delle moderne case del popolo, grande e originale esperienza italiana. Case di tutti, italiani vecchi e nuovi. Nuovi italiani, mi piace questa definizione.

Detto questo, permettetemi però un passo indietro: io credo che sia proprio sbagliato l’assunto. Punto primo. L’apporto dei migranti sul mercato del lavoro non fa aumentare la disoccupazione, non c’è questa concorrenza di cui si favoleggia. Sono gli stessi imprenditori a chiedere un aumento delle quote previste da quella sciagurata legge Bossi-Fini : perché non trovano italiani disposti a determinati lavori. Punto secondo: anche dal punto di vista del welfare, non solo la presenza dei migranti non riduce in maniera rilevante le risorse a disposizione per lo stato sociale, ma i contributi versati da loro, contributi dei quali non usufruiranno mai, permettono di pagare le pensioni a quegli italiani che vorrebbero cacciarli. Altro che pippe mentali, altro che esercito industriale di riserva.

E allora diciamolo forte. Ci servono i migranti e campiamo bene proprio sul loro sfruttamento, vera schiavitù moderna. E una sinistra che fa la sinistra va nelle periferie e lo scrive sui muri. Altro che timidezze da salotto borghese.  Una sinistra che fa la sinistra fa non uno ma mille cortei non per, ma insieme ai migranti. E mette in rete le debolezze, non aizza la guerra fra gli ultimi.

Insomma, la sinistra torni a essere internazionalista. Torni a battersi per un mondo senza confini. Che sarà anche un’utopia, ma sono le utopie che fanno muovere il mondo, non le catene del realismo.

Io la vedo così.
Articolo Uno, si può fare. I motivi della mia adesione

Mar 30, 2017 by     No Comments    Posted under: appunti per il futuro

Sunnamedono stato molto indeciso nelle settimane scorse. Rimanere a casa, continuare a fare il semplice commentatore o tornare a impegnarmi in prima persona? La tentazione di restare ai margini è forte. Mi diverto molto a stare seduto sulla riva del fiume a contare i cadaveri di quelli che sempre sicuri che non sbagliano mai.

E poi si sta comodi.  Intanto perché, chi mi conosce sa quanto sia vero, sono un pigro, iperattivo ma molto pigro. E dunque l’idea di rimettermi al lavoro, per giunta riprendere una sfida sostanzialmente da zero, senza strutture, senza sedi… da un lato stimola il mio lato iperattivo, ma dall’altro atterrisce il mio lato pigro.

Ma l’idea di ricostruire una casa insieme a tante persone di cui ho stima mi piace. Lentamente prende il sopravvento. E nei giorni scorsi, andando a curiosare in riunioni private e pubbliche, ho provato questa sensazione, perduta da tempo, di aver ritrovato la mia comunità politica. Poi magari mi sbaglio, magari come dice qualcuno fra tre mesi ci ripenso. Può darsi, non per calcolo personale. Qualcuno troppo abituato ad applicare agli altri i propri schemi pensa che si partecipi a un movimento politico solo in base agli incarichi che ti vengono garantiti. Io dalle scissioni della mia vita c’è sempre rimesso, devo essere strano. E non ho incarichi da pretendere. Militante semplice è pure troppo. Anche perché ho sempre pensato che le medagliette non servono a nulla. Sono state dirigente dei Ds del Lazio, poi del Pd, è tempo che forze fresche conducano la baracca, io se serve posso attaccare i manifesti.

Una casa, da costruire, dicevo, senza sentirsi ex di qualcosa. Ma parte di un progetto che guarda al futuro. Un progetto che va oltre i nostri destini personali e guarda alla realizzazione delle libertà della costitutuzione.

Ecco, Articolo Uno mi piace. Ho sempre letto con commozione quelle parole. La prima parte della Costituzione. Ho sempre cercato di difenderla e di renderla più vera, concreta. E credo che questo possa essere il compito della sinistra in Italia. Perché nella Costituzione abbiamo scritto i nostri valori, dopo settanta anni sarebbe il caso di renderli anche concreti, di farli vivere nella realtà disastrata del nostro paese. Questo, insomma, è il tempo di ripartire. Di costruire non un recinto, ma un villaggio senza mura accanto, che possa essere un punto di riferimento per chi è in viaggio e cerca un nuovo approdo, Un movimento, dunque, dove tutti, anche quelli che arrivaranno fra un po’ si sentano a casa e non ospiti. I

Questo è ancora il nostro tempo. Ripartiamo da Articolo Uno.                

 

Lo spiegone del lunedì/3
La legge elettorale in vigore: genesi e prospettive

Mar 27, 2017 by     No Comments    Posted under: lo spiegone del lunedì, Senza categoria

spiegoneDopo anni di tentativi di dialogo sono arrivato alla triste conclusione che i renzini non sono umani e quindi discutere con loro è abbastanza inutile. Con gli ultras – di tutte le razze – non c’è dialogo possibile. O ci fai a botte, oppure sei d’accordo con loro. E’ pur vero che si possono avere opinioni differenti, ma a raccontare bugie si finisce dritti dritti all’inferno. Siccome, però, siamo buoni e alle loro anime ci teniamo, proviamo a ricapitolare.
Cosa dicono i nostri eroi? E’ presto detto: per loro il no al referendum ha provocato il ritorno al proporzionale e dunque il proliferare di partiti che ci porterà all’ingovernabilità. Aggiungono indomiti: dove sono finite le riforme che D’Alema aveva annunciato? Non aveva detto che le faceva in sei mesi?

Andiamo con ordine. Cosa si è votato il 4 dicembre, con il referendum? Si è votata la riforma costituzionale proposta dal governo Renzi e approvata a colpi di canguro dalle camere. Cosa prevedeva? Molte cose. In sintesi: trasformazione del senato in organo nominato dai consigli regionali, con meno poteri (non era più, fra l’altro titolare della fiducia al governo), ridisegnava i poteri di governo e regioni, aboliva il Cnel. Una riforma molto complessa alla quale quasi il 60 per cento degli italiani ha detto no. Cosa ha provocato questo no sul piano della legge elettorale? Assolutamente nulla, vediamo perché.

Dopo il referendum è rimasto in vigore lo stesso sistema zoppo derivante da due fatti: la bocciatura da parte della corte costituzionale del vecchio porcellum (2014) che aveva sostanzialmente consegnato al Parlamento un sistema proporzionale (con uno sbarramento molto alto al senato) e la nuova legge elettorale approvata nel 2015, il cosiddetto Italicum approvato nel maggio del 2015.
Tale situazione è cambiata in seguito alla sentenza della Corte costituzionale della fine del gennaio scorso che ha dichiarato l’incostituzionalità dell’Italicum su due punti: il ballottaggio e la possibilità di chi è candidato in più collegi elettorali di scegliersi il seggio dopo le elezioni. Eliminando il ballottaggio la sentenza ha creato, di fatto, un sistema proporzionale. Resta, infatti, il premio di maggioranza (alla Camera) per la lista che supera il 40 per cento dei voti, ma in un sistema politico in cui avremo almeno 4 o cinque liste che andranno oltre il 10 per cento diventa maticamente molto complesso. Senza contare che la maggioranza sarebbe limitata a una sola Camera.

Appare evidente, dunque, e questo è un fatto, non un’opinione, che l’attuale sistema elettorale non deriva dal referendum del 4 dicembre, ma da due distinte sentenze della Corte costituzionale, che, come è ovvio, basta leggerle, con l’esito del referendum non hanno nulla a che vedere.

Punto secondo: la riforma proposte da D’Alema. Riporto i tre punti per chiarezza con le stesse parole di D’Alema: «Solo tre articoli, il primo riduce sia deputati che senatori, 400 i primi e 200 i secondi. Articolo due: fine della navetta parlamentare adottando il sistema degli Usa. Articolo tre: il rapporto di fiducia del governo è solo con la camera».

Chiaro e semplice. Si vuole fare? D’Alema non ha incarichi né di partito né tanto meno istituzionali, complicato dunque dargli la colpa di una mancata iniziativa legislativa. Che spetta, come è ovvio, a chi ha la maggioranza del Parlamento, ossia al Pd. Dunque avete i numeri sia per approvare una riforma costituzionale davvero utile che per approvare una nuova legge elettorale. Siete d’accordo con il ritorno all’Italicum? Avete la maggioranza per proporlo e approvarlo in tempi rapidi. Sicuramente è una legge che rispetta la Costituzione, sicuramente aiuta la governabilità senza comprimere troppo la maggioranza. Ma c’è davvero da parte di Renzi, che resta il padrone del Pd anche in questa fase congressuale, la volontà di dare all’Italia una legge elettorale seria e funzionale? Lo vedremo nei prossimi mesi.
Tutto questo per la precisione.

Il pippone del venerdì/3
Una nuova questione morale

Mar 24, 2017 by     No Comments    Posted under: Il pippone del venerdì

logo pipponeLa dico subito tutta, senza perifrasi: io credo che le nomine nelle società di stato approvate dal Consiglio dei ministri lo scorso fine settimana siano la spia di un salto di qualità in quella sempre più evidente e strabordante occupazione delle istituzioni da parte della politica.

Berlinguer denunciò con straordinaria nettezza e lucidità la degenerazione dei partiti nell’intervista a Repubblica del 1981. Parlava di partiti che hanno occupato lo Stato. Un’immagine molto forte. I partiti, in sostanza, avevano esaurito la loro funzione di tramite, di “organizzatori del popolo”ed erano diventati una macchina autoreferenziale in cui blocchi di potere autoriproducevano se stessi. Rispetto a oggi, però, sono cambiati due elementi.

Il primo: allora c’era ancora la diversità comunista. Ovvero c’era una grande organizzazione che rappresentava un terzo dell’elettorato che denunciava e combatteva questa situazione, in chiave non populista ma di prospettiva. Lottava per realizzare una società più giusta, senza diseguaglianze. Diceva Berlinguer: “Noi pensiamo che il privilegio vada combattuto e distrutto ovunque si annidi, che i poveri e gli emarginati, gli svantaggiati, vadano difesi, e gli vada data voce e possibilità concreta di contare nelle decisioni e di cambiare le proprie condizioni, che certi bisogni sociali e umani oggi ignorati vadano soddisfatti con priorità rispetto ad altri, che la professionalità e il merito vadano premiati, che la partecipazione di ogni cittadino e di ogni cittadina alla cosa pubblica debba essere assicurata”. Una società socialista con una forte connotazione democratica verrebbe da dire. Insomma, in quel guazzabuglio anni ’80, gli anni della Milano da bere, degli yuppies, dell’orologio sopra al polsino come l’avvocato, c’era una grande forza che non aveva paura di perdere consenso denunciando la corruzione profonda e la stessa perdita di senso del sistema politico.

Il secondo punto, non meno importante. In quel sistema politico, sia pur degenerato, esistevano comunque i partiti. Che via via avevano smarrito la funzione costituzionale, questo è vero. Ma restavano partiti. Rappresentavano, sia pur con tutte le distorsioni che denunciava Berlinguer, blocchi sociali, interessi economici, interessi di classe. Non a caso, malgrado la corruzione, l’occupazione sistematica del potere, quella che i Radicali di Pannella chiamavano la partitocrazia, l’economia cresceva con cifre che adesso manco ci sognamo. Certo, c’era il deficit pubblico alle stelle, eravamo un paese che viveva al di sopra delle proprie possibilità, ma le strade le rifacevamo, fra una mazzetta e l’altra. Banalizzo volutamente, sia chiaro. Altrimenti potremmo parlare anche di un’Italia punto di riferimento per la sua politica nel mediterraneo, della nostra credibilità internazionale. Era un altro mondo, insomma.

Non che voglia fare l’elogio postumo degli anni ’80. Ci mancherebbe altro.

Oggi che succede? Sintetizzando ancora: il deficit continua a correre, non ripariamo più manco le buche e nel mondo ci rappresenta Alfano. Non ci sono più i partiti del dopoguerra, ma non ci sono più neanche le correnti degli anni ’80. Tutto si riduce alla contesa di qualche leader e quando cambia il leader, anche se dello stesso schieramento, cambiano tutti i vertici, non solo delle società pubbliche, ma della stessa amministrazione. Va “ringraziata” per questo la sciagurata legge Bassanini, che ha eliminato la tradizionale terzietà dell’alta burocrazia statale, nel passato vero serbatoio di competenze. Siamo, arrivati, insomma, all’occupazione personale dello stato. Ormai si nominano gli amici, i fedeli, coloro che hanno permesso la conquista del potere. Il famoso “cerchio magico”.

E questo vale per tutti, perfino per chi, come il M5s, ha fatto della critica alla politica invadente la sua bandiera. Guardate Roma. Conquistato il Campidoglio, il sindaco Raggi ha provveduto a piazzare i suoi fedelissimi nei gangli dell’amministrazione. I risultati, non solo di natura amministrativa in senso stretto, ma anche in qualche caso di natura penale, sono sotto gli occhi di tutti. Nei partiti – o  in quello che ne rimane – succede ovviamente lo stesso. La politica è uno specchio della società, non il contrario. E dunque si conquista la leadership e si fanno fuori tutti gli avversari scientificamente. Manca anche qui, come nella pubblica amministrazione, una base condivisa, una classe dirigente che sia arrivata al proprio posto per quello che ha fatto e non per mera fedeltà.

Inutile stupirsi dunque se poi cambiano bandiera al primo accenno del mutar del vento. La corsa per salire sul carro del vincitore è diventata una affollatissima maratona.

Lo scopo della gestione del potere, insomma, è diventato un fine e non un mezzo. Altro che Machiavelli. E se negli anni ’80, sia pur nella degenerazione già iniziata, si conquistava il potere e lo si occupava per rappresentare un blocco sociale, adesso il tutto è ridotto alla promozione della propria persona. Perché, in fin dei conti non c’è più un rapporto di rappresentanza, un legame fra le classi dirigenti e chi rappresentano. Il legame è dato da un voto espresso ogni quattro o cinque anni quando va bene, da un’approvazione fideistica nella peggiore dei casi. La clientela è la regola.

Che fare per invertire la tendenza? Io credo che questa sia una delle sfide principali che ha di fronte la sinistra italiana nei prossimi anni. Assieme alla definizione di un quadro di valori. Anche da qui passa il discrimine fra destra e sinistra. Fin dagli anni ’90 abbiamo copiato e mutuato non solo le pratiche economiche liberiste, ma anche questa maniera di gestire il potere, arrivata oggi alle conseguenze estreme. E’ tempo di tornare a pensare a un’alternativa.

La ricostruzione di un’Italia differente, che sia in grado di rilanciarsi dal punto di vista economica, sta anche qui: si parte dalla ricostruzione di una classe dirigente, non solo in politica, lo ribadisco, che abbia come faro il bene comune (un’altra delle mie fissazioni) e non la propria autoriproduzione. Difficile farlo? Sicuramente, perché occorre ripensare non solo le strutture della politica, ma anche un po’ noi stessi. Uscire dal bisogno disperato di apparire per tornare a essere, a dare un contributo onesto. Non è solo una questione di sostituire il pronome “io” con il “noi”. E’ una rivoluzione culturale.

Una cosa va fatta con urgenza, stabilire un modo per selezionare la classe dirigente dei partiti che non sia la cooptazione o la finta meritocrazia dei 5 stelle. Si fanno mandare curricula da tutto il mondo per poi scegliere il fidanzato, quando va bene. Non dico di tornare al vecchio metodo “intanto comincia a attacca’ i manifesti”, ma credo che serva qualcosa di simile, ovvero un processo collettivo dal basso di selezione, in cui le proprie capacità si dimostrano sul campo e non per riconoscimento del proprio capo. In cui non si votano i dirigenti, ma si scelgono.
Aveva ragione Orlando, qualche settimana fa, a dire che un giovane come Pio Latorre non avrebbe trovato lo spazio per far valere le sue idee nella politica di oggi. Ecco, secondo me non l’avrebbe trovato proprio nell’Italia di oggi, paese sempre più di sudditi e poco di cittadini.

Ogni tanto ci arrivano delle fiammate violente e inaspettate, in questo paese stanco e depresso. Così è stato in occasione dei referendum sull’acqua pubblica, lo stesso fenomeno di ribellione si è ripetuto in occasione della consultazione sulla riforma costituzionale. Bene è ora di alimentare quella fiamma e farla diventare permanente, dando spazio al protagonismo dal basso. E convogliando quella forte esigenza, di cambiamento badate bene, non di conservazione come vi vorrebbero far credere.

Per quanto riguarda la pubblica amministrazione io credo che si debba tornare a separare davvero la politica dalle nomine, anche dei vertici. Torniamo alla carriera fatta attraverso l’esperienza e i concorsi, non con la fedeltà al capobastone di riferimento. E torniamo a costruire una classe dirigente statale che abbia il bene comune come stella polare e non la politica. Ecco, anche questa, secondo me, sarebbe una piccola rivoluzione gentile.
Dimostriamo che noi pensiamo ancora che il privilegio vada combattuto e distrutto ovunque si annidi.

Io la vedo così
Quante carogne da tastiera!

Mar 23, 2017 by     No Comments    Posted under: dituttounpo'
Ieri si sono scatenate quelle che io amabilmente chiamo le carogne da tastiera contro Bersani. Tutti ex bersaniani, vale la pena di dirlo, da sedicenti giornalisti a militanti di facebook. Gli hanno detto di tutto, i più gentili lo hanno definito vecchio malato. I peggiori sono arrivati a delinquente da fucilare. Senza processo immagino.
Io non credo che sia solo una questione di mezzo, facebook, tuitter, i social insomma. Stimolano una certa crudezza di linguaggio, ma qui c’è di più, una sorta di riflesso staliniano per cui l’avversario politico va malmenato. Se è il nostro ex “capo” ancora di più.
Tutto questo perché Bersani, oggi prova a rispiegarlo ancora meglio, ma era chiaro per le persone non in malafede, ha provato a dire (venerdì scorso) che pensare a una grande coalizione contro Grillo non fa altro che portare benzina a Grillo stesso, che invece va sfidato, va stanato. Ovvio che Bersani sa benissimo che il M5s non accetterà mai un’alleanza con la sinistra. Ma lasciamolo dire a loro, sfidiamoli in ogni occasione a mettersi in gioco. A uscire dall’isolazionismo. Così si recupera quell’elettorato di sinistra che ha Renzi e la sua arroganza ha spinto verso Grillo. Non continuando a dire che sono fascisti e populisti.
Quanto alle carogne da tastiera, le aspettiamo alle urne. Fiduciosi. Adelante!



Lo spiegone del lunedì/2
Il sistema proporzionale e la formazione del governo

Mar 20, 2017 by     No Comments    Posted under: lo spiegone del lunedì

spiegoneUna premessa doverosa, perché girano troppe balle: non abbiamo la attuale legge elettorale, anzi le attuali leggi elettorali visto che sono diverse per Camera e Senato, perché c’è stato il referendum del 4 dicembre e il relativo trionfo del no. Non c’entra nulla, il referendum riguardava la riforma della Costituzione e non la legge elettorale. Il cosiddetto Italicum, a detta del suo ideatore la legge più bella del mondo che tutti ci copieranno, è stato ampiamente bocciato dalla Corte costituzionale perché illegittimo. E quindi, abbiamo la attuale legge elettorale per l’incapacità di una classe politica che manco è stata in grado di capire che la sua proposta andava contro la Costituzione.  Ricordate i gufi e professoroni polverosi? Ecco non li avete ascoltati e i risultati sono questi.

Fatta doverosamente chiarezza, le norme attualmente in vigore sono sostanzialmente proporzionali. Non si venga a dire che c’è il premio per il partito in che supera il 40 per cento. Intanto perché tale premio è previsto solo alla Camera e in più perché in un sistema in cui i poli saranno almeno 4 se non 5, è praticamente  impossibile che qualcuno superi il 40 per cento.

Dunque, se si votasse oggi, l’attribuzione dei seggi avverrebbe in maniera proporzionale. E qui si leggono in giro cose davvero fantasiose per spingere a un nuovo voto utile. Si dice, infatti: se arriva primo il M5s il presidente della Repubblica darà a loro l’incarico di formare il nuovo governo, dunque bisogna turarsi il naso e votare Pd. A parte il fatto che ormai manco non basterebbe manco la maschera antigas a coprire la puzza di marcio, ma in realtà questa ricostruzione è del tutto falsa.

In realtà il presidente della Repubblica, dopo le elezioni, comincia le sue consultazioni, sente i partiti rappresentati in parlamento e poi decide non in base a chi è arrivato prima, ma a chi ha la possibilità di avere la maggioranza dei voti necessari per ottenere la fiducia delle camere.

Anche se, per ipotesi, seguisse questa idea di affidare un  primo incarico esplorativo a un esponente del partito di maggioranza relativa, poi questo dovrebbe cercare la maggioranza. E i grillini, fermi intorno al 30 per cento non ci arriverebbero neanche con un’alleanza (impossibile) con Salvini che veleggia intorno al 10. Dunque dovrebbero rinunciare all’incarico e si andrebbe a un nuovo giro di consultazioni e a un nuovo presidente incaricato.

Certo continuare a votare per garantire l’impunità dei parlamentari come nel caso Minzolini non aiuta a smontare i 5 stelle, ma questo, di certo, non è colpa di chi ha lasciato il Pd, semmai di chi ci è rimasto.

Qual è dunque, lo scenario più probabile stante questo quadro istituzionale? Difficile dirlo, le elezioni sono lontane, il Pd sta facendo in questi giorni la conta per il segretario, movimenti e partiti di sinistra sono in fase di costruzione. Se si votasse domani cosa succederebbe? Con ogni probabilità nessuno schieramento, neanche allargato a parenti e amici avrebbe la maggioranza. E dunque  si andrebbe  verso un governo di responsabilità nazionale: una grande coalizione da Pisapia a Berlusconi, tagliando le ali estreme, con un presidente del Consiglio che garantisca tutti. Per fare cosa? Si spera per arrivare almeno a una legge elettorale condivisa e fare quelle riforme costituzionali necessarie per semplificare il sistema, senza snaturare, possibilmente la Costituzione.

Tutto questo, per la precisione.

Il Pippone del venerdì/2 Il garantismo de noantri

Mar 17, 2017 by     No Comments    Posted under: Il pippone del venerdì

logo pipponeMettetevi comodi perché la questione è lunghetta. Il quadro è più o meno questo.

2013: il ministro della Giustizia Annamaria Cancellieri è nella bufera per il presunto interessamento per la scarcerazione della figlia di Salvatore Ligresti, Giulia Maria, a cui vennero accordati gli arresti domiciliari a causa delle condizioni di salute. Mancano pochi giorni alle primarie e Matteo Renzi in persona, allora candidato alla segreteria del Pd, non ci pensa due volte, parte deciso:  “Per me Letta fa un errore a dire che sulla Cancellieri ci mette la faccia. È stata lei a fare la sintesi perfetta dicendo: il vecchio Pd mi avrebbe difeso e il Pd ha votato a favore. Il nuovo Pd credo che non difenderà più casi di questo genere”.

2016: arresto di Marra a Roma, fedelissimo del sindaco Raggi. Il 16 dicembre il Pd si scatena chiedendo le dimissioni del sindaco. Il commissario del Pd romano, nonché presidente del Pd nazionale, nonché deputato, nonché attuale reggente autoproclamato del Pd nazionale, Matteo Orfini, spiega che “ loro sono diversi. Quando è capitato a noi abbiamo commissariato il partito, lavorato mesi a bonificare e ripulire. Abbiamo cacciato persone e reciso legami. Per queste scelte abbiamo pagato un prezzo altissimo. Ma era la cosa giusta da fare. Loro oggi scappano, si nascondono”.
A difesa del sindaco di Roma, indagata per falso e abuso d’ufficio si schierano tutti i 5 stelle e anche Matteo Renzi, che si dichiara garantista sempre. Nel corso della presentazione della sua candidatura alle primarie del Pd (sempre in mezzo le ritroviamo) dichiara addirittura la sua solidarietà: “Vorrei mandare un grande abbraccio di solidarietà a Virginia Raggi che è stata indagata, perché noi, a differenza di altri, siamo garantisti per tutti e non solo per i nostri”. Salvo per la Cancellieri, la Idem, Lupi eccetera eccetera.

2017: scoppia il caso Consip. L’inchiesta condotta da due procure, Napoli e Roma, riguarda presunte pressioni sull’amministratore delegato della Consip, Luigi Marroni, per favorire il gruppo Romeo in un mega appalto da 2 miliardi e mezzo di euro. Nella vicenda sono indagati, fra gli altri, il padre di Renzi, Tiziano,. e il ministro dello Sport, con delega al Cipe, Luca Lotti che, si legge negli atti dell’inchiesta, avrebbe avvertito Marroni dell’indagine in atto e della presenza di microspie nel suo ufficio. Lo dichiara lo stesso Marroni: ”Ho fatto effettuare la bonifica del mio ufficio in quanto ho appreso in quattro differenti occasioni da Filippo Vannoni (presidente di Publiacqua, ndr), dal generale Emanuele Saltalamacchia (comandante Legione Toscana, ndr), dal Presidente di Consip Luigi Ferrara e da Luca Lotti di essere intercettato”.

Scatta la difesa a oltranza da parte del Pd, Renzi in testa, mentre i 5 stelle si scoprono meno garantisti e presentano una mozione di sfiducia nei confronti del ministro al Senato. Mozione respinta anche grazie al fatto che Forza Italia non vota e 19 senatori fra i verdiniani e sieguaci di Tosi arrivano a garantire la maggioranza assoluta. 161 i voti contrari. Gli 19 stessi voti saranno restituiti (ma sicuramente è una mera concidenza) il giorno dopo nella votazione che doveva portare alla decadenza (legge Severino) del senatore Minzolini, di Forza Italia, condannato in via definitiva a due anni e sei mesi per peculato. Quando era direttore del Tg1 usava in maniera allegra la carta di credito aziendale. Il senato respinge. Con quella condanna non potrebbe partecipare ad alcun concorso pubblico, ma fare il senatore sì. Va bene essere garantisti, ma dopo tre sentenze, un dubbio non vi viene proprio? Ma questa è un’altra storia.

Il ministro Lotti, intervenendo in Senato, non solo proclama la sua innocenza con grande veemenza, ma rispolvera il vecchio leit-motiv berlusconiano del complotto. Tira sempre. “Colpendo me – declama con i capelli al vento – si vuole colpire Renzi e la stagione del riformismo”. Che a dire il vero sembra già messa a dura prova dalle bocciature ripetute della Corte Costituzione e degli elettori. Sarà un complotto anche questo. Chissà.
Nella stessa occasione, la senatrice pentastellata Paola Taverna, spiega un curioso concetto di giustizia: “Il tema non è l’avviso di garanzia, ma la gravità delle accuse e per capirlo non abbiamo bisogno di aspettare le sentenze della magistratura. E’ un principio basilare, che noi del Movimento 5 Stelle, applicando il nostro codice etico elogiato dal magistrato antimafia Di Matteo, abbiamo già fatto nostro”.  Insomma, per la Raggi le accuse non sono gravi, per Lotti sì. A quanto pare decide Grillo, giudice supremo ingiudicabile.

Sono soltanto alcuni esempi. Per farla breve, è un gran casino. Sfugge, secondo me un punto fondamentale. Tutto questo con il garantismo non c’entra nulla. Andiamo con ordine.
Il Garantismo (copio dalla Treccani):concezione dell’ordinamento giuridico che conferisce rilievo alle garanzie giuridiche e politiche volte a riconoscere e tutelare i diritti e le libertà fondamentali degli individui da qualsiasi abuso o arbitrio da parte di chi esercita il potere.

Che vuol dire applicato al sistema giudiziario? Che il garantismo è quel complesso di norme che rende effettivo il diritto del cittadino alla difesa. Il tutto deriva da quello che è un principio cardine nel nostro ordinamento: tutti sono innocenti fino a sentenza definitiva. E siccome siamo garantisti tanto tanto questo non avviene, come succede in tutto il mondo, dopo due gradi di giudizio, ma addirittura tre, visto che di fatto la Cassazione è diventato un giudice di merito. Insomma il cittadino accusato di un reato ha il diritto di difendersi su un piano di assoluta parità rispetto all’accusa, a cui spetta l’onere della prova: deve cioè dimostrare la colpevolezza e non il contrario. Cosa c’entri con Lotti, la Raggi, la Cancellieri, la Idem, Lupi eccetera, eccetera, non è dato sapere.

Insomma, per farla breve il tema, non è essere garantisti o meno. Lo siamo un po’ tutti a giorni alterni, a seconda della simpatia che ci ispira il presunto colpevole. Per cui il negro accusato di aver stuprato una donna bianca è sicuramente colpevole, mentre il distinto ingegnere che fa crollare un ponte diventa subito soltanto “presunto” responsabile. Ma in questo caso non c’entra nulla.

Si tratta di un problema politico. Che è altra cosa rispetto a un processo. La politica deve agire su un piano diverso e distinto da quello giudiziario. Provo a farmi capire ragionando proprio sul caso Consip. Al di là dell’esistenza o meno di un reato, cosa che non sta a noi giudicare, questa vicenda ci dice una cosa, molto semplice. Che attorno alla società per azioni del Tesoro che si occupa della gestione degli appalti per le forniture della pubblica amministrazione gira un groviglio di interessi e di persone a dir poco inquietante. La Consip nasce con lo scopo di ottenere risparmi ampliando la scala di grandezza degli appalti. Detta semplice: se invece di acquistare penne in ogni comune facciamo un’unica gara a livello nazionale, forse si spende di meno. E’ una semplificazione, ovviamente, ma il principio è questo.

Appaltoni enormi, però, su cui, proprio per la dimensione dovrebbe esserci, massima attenzione e massima trasparenza. E quello che si scopre, invece, è che nella migliore delle ipotesi un groviglio di interessi e di personaggi grigi si muovevano in quelle stanze per cercare di condizionare quelle gare.
E’ un problema politico o no, fare in modo che anche il semplice sospetto che questo si possa verificare venga rimosso? In tutto questo rimestare nel torbido, ci sarebbe un ministro, il condizionale è evidentemente d’obbligo, che va da un dirigente pubbligo, guarda caso nominato dal “capo” del ministro stesso, e gli dice: ciccino, stai attento che la magistratura indaga su di te, c’è pieno di cimici nel tuo ufficio.

Ora questo ministro, oltre che allo Sport, per una di quelle stranezze tipiche della politica italiana, ha anche  la delega chiave sul Cipe, il Comitato per la programmazione economica che dà l’ok alle spese strategiche, e sull’editoria, con tutti i decreti attuativi di una riforma appena approvata. Lotti sarà anche innocente, avrà modo e tempo di dimostrarlo, tutti noi sinceri garantisti ci auguriamo addirittura che si arrivi mai a un processo, che la procura archivi in tempi rapidi la sua posizione.
Ma in attesa che questo avvenga, è proprio necessario che faccia il ministro? E’ proprio necessario che continui a seguire la programmazione economica? E’ proprio la persona più adatta fra i cittadini italiani? O forse il semplice fatto che sia sfiorato da un’inchiesta dovrebbe fargli valutare l’opportunità di rinunciare a dettare la linea del governo sugli investimenti strategici da fare nel Paese?

Ecco, sarà anche innocente, ma senza Lotti al governo ci sentiremmo tutti più garantiti. E’ proprio il caso di dirlo.

Ps: questo non è un blog anonimo e sono un giornalista. La responsabilità di quello che scrivo, insomma, me la prendo tutta. Sempre.

Lo spiegone del lunedì\1
Cosa è un’intervista

Mar 13, 2017 by     No Comments    Posted under: lo spiegone del lunedì

Intanto sarebbe bene che tutto ve ne faceste una ragione: Esposito non è in grado di intendere e di volere, quindi evitate di seguire le stupidaggini che dice. E invece no, ci cascate ancora e giù a scrivere post su post sui “grillini che sono invitati a programmi televisivi senza contraddittorio”. E allora vi beccato lo spiegone.

Nel giornalismo, in particolare in questo caso parliamo di televisione, esistono vari format. L’intervista è uno di questi. In cosa consiste? Semplice un giornalista pone domande al suo interlocutore e quello risponde. Non è un processo dove ci sono diverse parti e c’è un contraddittorio fra accusa e difesa con un giudice che decide. C’è un giornalista che fa domande. In caso, semmai, si può criticare il livello delle domande, la eventuale mancanza di preparazione del giornalista, il grado di asservimento dello stesso all’intervistato. Ma non si può dire che manca il contraddittorio, per il semplice fatto che non è previsto dal format.

Semmai sarebbe simpatico discutere di altre trasmissioni, in cui le interviste sono condotte da presentatori, non da giornalisti. Non so se ricordate Renzi da Fazio, tanto per fare un esempio. Dove non c’è il contradditorio perché si tratta di un’intervista, ma in realtà non c’è manco il giornalista e diventa una specie di onemanshow che non può definirsi informazione. Ma su questo non ho sentito alzarsi neanche una paglia. Esposito doveva essere distratto.

Altro genere televisivo – e qui serve un contraddittorio – è il dibattito. In questo caso a confrontarsi sono persone che sostengono opinioni differenti e il giornalista ha un ruolo differente, moderatore e conduttore del dibattito stesso.

Tutto questo per la precisione.

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