Archive from giugno, 2020

Due o tre cose che vorrei dire al signor Ichino.
Il pippone del venerdì/146

Giu 19, 2020 by     1 Comment     Posted under: Il pippone del venerdì

Per fortuna che scrivo questo mio pippone una volta a settimana e quasi sempre mi guardo bene dall’entrare nella stretta attualità, altrimenti sarebbe spesso pieno di imprecazioni. Quelle che ho pensato quando ho letto l’ennesima sparata del signor Pietro Ichino contro i lavoratori. In un’intervista recente con Libero, l’esimio giuslavorista, politico eccetera eccetera, ha sentenziato che il lavoro agile per i dipendenti pubblici è stato “nella maggioranza dei casi una vacanza pressoché totale, pagata al 100 per cento”. Ora, intanto, se io fossi stato l’intervistatore – mestiere molto difficile – avrei magari provato a chiedere spiegazioni, su quali dati si basasse questa sua sentenza così definitiva. E, magari gli avrei anche chiesto spiegazioni sul perché parlasse soltanto dei dipendenti pubblici e non di quelli privati. Perché detta così farà anche effetto, ma si tratta di un’affermazione basata sul nulla.

Del resto il prode Ichino non è nuovo a simili intemerate, che hanno come unico risultato quello di alimentare una sorta di odio sociale nei confronti di chi lavora nel pubblico, un odio ben sedimentato nella società italiana. Era ancora il 2008 quando Ichinò definiti con l’amabile termine “nullafacenti”, i lavoratori pubblici, seguito a ruota dall’allora ministro Brunetta che non aspettava altro. Ne derivò, va ricordato, una riforma della pubblica amministrazione che non solo ha smantellato pezzi importanti della stessa, ma ha dato, in molti campi, meno diritti ai lavoratori pubblici rispetto a quelli privati. Ma questa è un’altra storia. Procediamo con ordine.

In premessa, ricordiamo che la pubblica amministrazione durante tutta la fase di emergenza ha continuato a lavorare. Non si è mai fermata mai, garantendo servizi essenziali per i cittadini. E se ci sono stati rallentamenti non hanno nulla di differente rispetto a quello che è successo nell’intera società itlaiana.

Ancora in premessa, va detto che questa divisione del mondo dei lavoratori dipendenti che mette in contrapposizione il pubblico cattivo contro il privato buono pare anche un po’ datata. Anche perché, Ichino lo sa benissimo ma fa finta di nulla, dei circa 3 milioni di lavoratori pubblici che abbiamo in Italia, circa due terzi lavorano in sanità, forze armate e scuola. Sono stati in vacanza, signor Ichino?

L’altro terzo ha garantito ai cittadini quei servizi che svolge quotidianamente, spesso con un sovraccarico rispetto al normale, anche affrontando una situazione del tutto inedita: il lavoro agile nel nostro Paese è stato introdotto di recente, nell’ultimo contratto, se non ricordo male, e fino alla chiusura totale è stato applicato in maniera assai ridotta. E allora i dipendenti pubblici, ma anche quelli privati, si sono trovati a lavorare da casa, senza capire bene i loro compiti e i loro orari, con connessioni internet spesso instabili, usando i loro strumenti informatici, perché l’amministrazione non era davvero in grado di provvedere. Sottoposti a norme farraginose e procedure bizantine acuite dalla distanza con i dirigenti, diventati figure mitiche e a volte irraggiungibili.

Non sono stati pagati al 100 per cento, perché, in lavoro agile non sono stati riconosciuti loro buoni pasto e straordinari, che spesso, vista l’eseguità degli stipendi pubblici, costituiscono una voce non irrilevante nel bilancio di una famiglia. In molti casi sono stati, inoltre, costretti dall’amministrazione a riempire la quarantena usando permessi e ferie. Una bella fregatura, visto che non potevano neanche uscire di casa.

Non va dimenticato, poi, che questa “vacanza”, come la chiama il signor Ichino, è stata la principale arma che ci ha permesso di limitare la diffusione del virus. Solo per fare un esempio, Roma è stata una delle poche metropoli a livello mondiale a rimanere sostanzialmente non toccata dall’epidemia. I casi di Covid 19 che abbiamo riscontrato nella capitale non sono neanche confrontabili con quelli di altre grandi città. E Roma, va ricordato, è uno snodo fondamentale, in Italia: ha il più grande aeroporto internazionale, è la città con più turisti, da Roma passano tutti i treni che viaggiano da nord a sud. Non solo: proprio qui sono stati trovati e subito isolati i primi due casi che si sono verificati nel nostro Paese. Se siamo riusciti a tenere l’epidemia fuori dal Raccordo anulare – facendo tutti gli scongiuri possibili – è anche merito dell’immediata risposta che la Pubblica amministrazione ha dato applicando lo smart working come regola generale. Dove si è continuato a lavorare come nulla fosse è successo il disastro.

Ma al di là di queste considerazioni di merito, ce ne sono altre di carattere più generale, che vale la pena di chiarire.

Intanto, basta con le generalizzazioni. Di tutti i tipi. Nella pubblica amministrazione, come accade in tutti i luoghi di lavoro, ci sono persone che si fanno un mazzo tanto e persone la cui unica occupazione è quella di cercare tutte le maniere per non fare un tubo. E i primi a non sopportare questa situazione sono proprio i loro colleghi, se non altro perché, proprio per questo, si trovano a sgobbare il doppio.

La criminalizzazione del dipendente pubblico ha portato negli anni allo smantellamento di interi settori essenziali che sono stati affidati al privato. Il risultato è stata la precarizzazione dei rapporti di lavoro, criteri di assunzione meno trasparenti e, in ultima analisi, un peggioramento del servizio stesso. Senza entrare nel merito, ma ci sono ampi studi che dimostrano questa tesi, basta pensare alla sanità: funziona meglio il privato del pubblico? Proviamo a chiedere ai cittadini lombardi?

Infine, questo lavoro agile, è poi proprio da buttare? Io faccio notare che, in un istante, ci ha risolto il problema del traffico e ha ridotto l’inquinamento. La butto lì, due cosette da nulla. Certo, va inquadrato meglio reso davvero agile e non una mera replica casalinga di quanto si fa in ufficio, ma è una strada che vale la pena percorrere con decisione, per riorganizzare davvero una società che non funzionava. E la pubblica amministrazione può essere un campo di sperimentazione ampio. Ichino e soci permettendo.

La smetto qui, anche se il discorso potrebbe andare avanti a lungo. E comincio la mia giornata di lavoro agile.

I magnifici anni ’80 del capitano smemorato.
Il pippone del venerdì/145

Giu 12, 2020 by     1 Comment     Posted under: Il pippone del venerdì

Nei giorni scorsi, aspettando che intervenisse un dirigente politico di cui mi interessava ascoltare il parere e le proposte, mi è capitato di imbattrmi nelle dichiarazioni di Matteo Salvini, detto il capitano, anno di nascita 1973. Ora, sintetizzo e quindi brutalizzo un po’ le sue parole, ma il senso è più o meno questo: l’Italia deve tornare a essere la grande nazione degli anni ’80 del secolo scorso, periodo in cui contava eccome a livello internazionale, cresceva impetuosamente, mica come adesso. Dei giornalisti presenti soltanto il direttore della Stampa, Massimo Giannini, ha provato, in maniera forse po’ blanda, a spiegargli due o tre cosette su quel periodo. Ma il capitano aveva la faccia un po’ scocciata di quelli che hanno già capito tutto e non sopportano le lezioncine.

Permettetemi una considerazione che non c’entra nulla su questo modello di talk show, che va di moda da qualche tempo, in cui i politici e gli imbonitori alla Salvini fanno una sorta di staffetta e non si confrontano mai. A parte che a me piace il confronto diretto e non a distanza. Perché non è attrattiva una trasmissione in cui quello che viene dopo ribatte all’ospite precedente che non ha la possibilità di alcuna replica, non c’è ritmo. Ma il format potrebbe anche essere interessante, perché dà, forse, più la possibilità di argomentare con calma. Solo a una condizione però: che in studio ci siano giornalisti in grado di incalzare l’ospite e non gente accondiscendente. Altrimenti non sono interviste, ma comizi. Suggerirei ai conduttori di studiare le tribune politiche condotte da Jader Jacobelli, a cui, mediamente partecipavano i direttori dei giornali schierati contro il protagonista della trasmissione e non amici indicati dallo stesso con cui, a volte viene anche questo “sospetto”, magari si concordano anche le domande.

Veniamo alla questione anni ’80. Ora Salvini aveva 7 anni nel 1980, io cinque in più, ma al contrario del capitano qualche libro l’ho frequentato e lo aggiungo ai ricordi personali. Quelli sono stati gli anni dell’inflazione in doppia cifra, del referendum sulla scala mobile, che abolì definitivamente il meccanismo di adeguamento automatico dei salari al costo della vita. Sono stati gli anni dei mutui con tassi che spesso sfioravano il 20 per cento. Salvini magari ricorda i cartoni animati di Mila e Shiro, le prime cotte adolescenziali, la disco-music, il periodo del ginnasio trascorso evidentemente con scarso profitto. Quelli con qualche anno in più sulle spalle ricordano la svalutazione continua della lira, che ci ha portato non soltanto a dover pagare i debiti di quel periodo in cui abbiamo vissuto al di sopra delle nostre possibilità, ma anche a una bolletta energetica che di giorno in giorno saliva alle stelle. Si faceva il pieno di benzina alla macchina perché dopo qualche ora il prezzo dell’oro nero sarebbe salito ancora di più. Ricordano i mutui in Ecu (per i più giovani: una sorta di predecessore virtuale dell’euro) che proprio grazie alla svalutazione continua della lira portarono sul lastrico centinaia di migliaia di famiglie. Ricordano anche la svendita del patrimonio pubblico, le aziende di proprietà dello Stato regalate ai capitalisti “d’assalto” nostrani, l’Alfa Romeo che passa alla Fiat per un tozzo di pane, solo per fare uno degli esempi più clamorosi. Ora, forse in quegli anni lo Stato metteva anche troppo le mani sull’economia, ma controllava i settori strategici, si poteva fare una politica industriale: il polo siderurgico, quello chimico, le telecomunicazioni. Gioielli svenduti ben al di sotto del loro valore per aiutare le solite potenti famiglie italiane. Tutto svanito grazie alla sbornia liberista che proprio negli anni ’80 del nostro capitano nostalgico cominciava a gettare le basi del futuro disastro. Che poi, va ricordato, le famose grandi famiglie italiane quel capitale immenso lo hanno usato per fare cassa. Il risultato è che adesso quei settori strategici sono controllati da grandi multinazionali.

Sì, dice Salvini, ma l’Italia era forte e aveva un grande prestigio internazionale. Su una cosa concordo con lui: di sicuro la classe politica di allora aveva un’altra autorevolezza, lui al massimo avrebbe fatto il segretario di una sezione locale di un partito della destra. Ma fu anche una classe politica miope, che ha caricato di debiti i nostri nipoti. Saranno stati anche autorevoli ma hanno sbagliato quasi tutto. Del 1985, tanto per fare un altro esempio, è stato il primo condono edilizio, con talmente tante domande che gli uffici comunali le stanno ancora esaminando. Certo, venivamo dagli anni del cosiddetto abusivismo di necessità. Quelli in cui i poveracci si tiravano su da soli la casetta in borgata. Ma c’era anche la grande speculazione. E comunque la soluzione non era certo quella di monetizzare gli abusi, legalizzando cementificazioni assurde. Paghiamo ancora anche il prezzo di quelle scelte, in termini di dissesto idrogeologico, di quartieri senza logica né servizi, dove le strade girano intorno alle case messe qua e là a caso e le fogne sono arrivate, non sempre, decenni dopo.

Sarebbe il caso, insomma, che tutti parlassimo di cose che conosciamo, ma mi rendo conto che anche questo è davvero un obiettivo troppo ambizioso. Certo, l’operazione che prova il capitano, in grande difficoltà in questo periodo, è chiara: punta sulla nostalgia di un tempo in cui, un po’ ciecamente, molti si illudevano che il progresso ci avrebbe, alla fine, fatto stare tutti meglio. Quell’illusione, però, l’abbiamo caricata sulle spalle delle generazioni future. Fa comodo contrapporre la nostalgia della lira all’euro cattivo. I bei tempi in cui giravamo con le banconotone fieramente italiche nel portafoglio. I bei tempi in cui alle brutte si stampavano più soldi. Peccato che quei soldi valevano ogni giorno di meno. E dopo gli anni ’80 è partito lo smantellamento del sistema pensionistico, dello stato sociale, del servizio sanitario pubblico. Insomma una sbornia che alla fine ha pesato sulle condizioni di vita dei più deboli. Peccato che a Salvini gli effetti di quella o di altre ubriacature non sembrano ancora passati.

Ripartire davvero: lo Stato torni a fare lo Stato.
Il pippone del venerdì/144

Giu 5, 2020 by     No Comments    Posted under: Il pippone del venerdì, Senza categoria

L’Italia in questi giorni è in piena fibrillazione per la fine dell’epidemia. Siccome siamo un popolo a memoria ultracorta, i dati relativamente confortanti degli ultimi tempi hanno fatto in modo che la stragrande maggioranza degli italiani consideri il coronavirus come un fatto del passato. Non per fare l’uccello del malagurio, ma temo che avremo nei prossimi mesi amari risvegli. Di sicuro ci sono alcuni fatti incontestabili: intanto, il lungo periodo passato in clausura ha diminuito la circolazione del virus, poi, un po’ a macchia di leopardo, abbiamo imparato ad affrontarlo meglio. Si fanno tamponi più rapidamente, si tracciano e si individuano i casi sospetti. E trovare i contagiati subito provoca in automatico meno affollamento negli ospedali. Infine, anche in assenza di una cura specifica, i medici hanno acquisito maggiori conoscenza sulla malattia e sul come affrontarla.

Poi, ma questo è un altro capitolo, c’è anche chi dice che lo stesso virus si sia un po’ rincoglionito e contagi di meno. Un fatto del quale manca la pur minima evidenza scientifica, ma al quale credono ciecamente milioni di italiani. Il ragionamento è sempre lo stesso: la natura umana ci porta a credere con più facilità alle tesi che si allineano alle nostre speranze. In pratica: dopo la paura abbiamo tutti bisogno di un’iniezione di fiducia e basta il primo medico di provincia per farci esultare.

Facciamo finta che sia così, anche se resto convinto che serva mantenere alta la guardia per fare in modo che i nuovi, inevitabili, piccoli focolai non diventino per la seconda volt focolai di massa. Certo, per stare un po’ più tranquilli, bisognerebbe anche interdire il presidente della Lombardia, ma questa è un’altra storia.

Facciamo finta che l’epidemia sia davvero alle spalle, dicevo, e proviamo a buttare giù due o tre ragionamenti sulla fase che ci troviamo ad affrontare. Partendo da una domanda, essenziale: è possibile considerare la fase di grande difficoltà del sistema economico come una enorme opportunità per il nostro Paese e non necessariamente come la fine del mondo? Siccome a me questo sistema turbocapitalistico non è mai piaciuto, sarei propenso a sostenere la prima tesi.

Una prima considerazione: saremo anche in una fase di grande crisi, ma avremo, speriamo presto, anche una notevole quantità di risorse a disposizione: fra i vari fondi che l’Unione europea ha messo in campo o si appresta a varare, nei prossimi mesi il Governo si troverà fra le mani una cifra superiore ai 200 miliardi di euro. Se consideriamo che le ultime manovre finanziarie raramente hanno superato i 30, si può capire la portata della sfida che abbiamo di fronte.

La dico brutalmente: abbiamo la concreta possibilità di cambiare tutto. La debolezza del sistema economico fa sì che torni a essere importante la capacità della politica di modellarlo secondo quello che conviene al Paese e non agli imprenditori. Non sono mai stato un sostenitore della tesi di Agnelli che sosteneva un po’ sfacciatamente “ciò che va bene alla Fiat va bene all’Italia”. Direi semmai il contrario: un Paese che funziona, che si rinnova, che punta alla sostenibilità, che ha infrastrutture competitive, va bene anche agli imprenditori.

E allora la prima condizione per ripartire davvero è che lo Stato torni a fare il suo mestiere, ovvero dettare le linee dello sviluppo che ritiene utile ai cittadini. Altro che mani libere per l’economia. Il liberismo sfrenato degli ultimi anni ci porta, in ultima analisi, dritti dritti alle pandemie. Detto questo, il problema è avere un’idea di quello che si vuol fare. Vedremo se nelle prossime settimane, questa eterogenea maggioranza riuscirà a dare un indirizzo preciso alla sua azione. L’idea di Conte di coinvolgere tutti gli attori del sistema politico, economico e sociale per una sorta di stati generali funziona se ci si presenta già con linee di fondo ben delineate, altrimenti diventerà il classico assolto alla diligenza con tanto di distribuzione a pioggia, dove i privilegiati sono sempre quelli in grado di fare la voce più grossa.

Io darei priorità alla cosiddetta rivoluzione green, che deve essere il filo che unisce tutti gli interventi: una sorta di cartina di tornasole, un investimento si fa soltanto se ci porta a fare passi in avanti sulla strada della sostenibilità. Porto come esempio virtuoso proprio uno degli ultimi interventi decisi, il superbonus sulle ristrutturazioni delle abitazioni. Bisognerà aspettare i decreti applicativi (a proposito, quello di scrivere norme chiare e applicabili da subito deve essere uno degli obiettivi principali), ma sembra chiaro che verranno premiati non tanto gli interventi ad alta efficienza energetica, ma quelli che permettono un aumento dell’efficienza energetica: la dico semplice, se hai una casa in classe A++ anche se prendi l’ultimo modello di caldaia perché è più fico, non ti do una lira, se hai una casa in casse G e l’intervento proposto di permette di arrivare alla A, allora sì, ti finanzio.

Non voglio dilungarmi troppo, anche perché qualche cosa sui temi da affrontare (riforme istituzionali e semplificazione) ho già accennato nelle scorse settimane. Credo che però la vera partita sia su chi tiene in mano il pallino. Se questo torna in mano allo Stato che non solo programma lo sviluppo, ma mette mano direttamente nei settori che ritiene strategici, abbiamo davvero la possibilità di avere non soltanto un cambiamento, ma un cambiamento positivo. Se, al contrario, prevarrà la linea di Confidustria (che ha scelto per l’occasione di farsi rappresentare dalla sua parte più conservatrice) per la quale è bene che lo Stato lasci fare l’imprenditore a chi sa farlo, allora resteremo nella situazione melmosa in cui ci troviamo. Anche perché, da noi, tutti questi capitani d’industria coraggiosi e innovativi non ci sono mai stati. Si contano sulla punta delle dita. Il nostro capitalismo è sempre stato coraggioso con i soldi nostri. E di questi soldi ha restituito ben poco. E poi perché la logica non può essere quella del massimo profitto in breve tempo. Perché con questa logica ci siamo ridotti a dover persino elemosinare le mascherine in mezzo mondo. Non conveniva produrle in Italia, dicevano. E, invece, conveniva eccome.

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